Apr 232014
 

Gli utenti acquisiscono ogni giorno competenze
che assottigliano sempre più la linea
tra professionalità e amatorialità
mentre l’intelligenza collettiva riesce
ad arrivare dove il singolo non giungerà mai.” (1)

 

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Frase, quella di sopra, che identifica con estrema precisione l’epoca che stiamo vivendo, dove la condivisione permette una maggiore diffusione delle idee, delle competenze, rompendo vecchi paradigmi cui eravamo abituati.

La citazione viene da un interessante saggio, La biblioteca diventa social, scritto da due bibliotecarie, Cristina Bambini e Tatiana Wakefield della San Giorgio di Pistoia. Libro in cui si analizza, fra l’altro, il possibile utilizzo da parte delle biblioteche dei social network per avvicinarsi al lettore, quel lettore che sta partecipando dinamicamente alla creazione di un nuovo sapere che supera le frontiere patrie.

Internet oramai fa parte attiva della nostra quotidianità, e le biblioteche non potevano certamente e giustamente mancare all’appuntamento. Facebook twitter instagram google+ e altri dovrebbero essere mezzi per accorciare le distanze con l’utente. Cristina e Tatiana hanno individuato i punti forti, suggerendo non solo le altre biblioteche a usufruire della rete sociale, ma anche il singolo lettore a contribuire a una comunità che dovrebbe migliorare, anche ma non solo, il nostro modus vivendi.

- Cristina, mi sembra che una volta i libri sugli scaffali delle biblioteche erano “oggetti morti” fino a quando qualcuno non richiedesse una copia di quel dato autore o argomento, oggi iniziano ad acquistare una certa vita collettiva grazie alla rete. Che ne pensi?
Che Borges nel 1952 aveva già capito tutto. Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni.
I social networks hanno fatto riscoprire questa dimensione, che a volte abbiamo dimenticato,  sopraffatti da logiche commerciali che ci vogliono sempre più lettori, passami la similitudine, “fast food”. Ci gettiamo con voracità sul nuovo, su ciò che va di moda, su ciò che fa tendenza, perdendoci l’occasione di ruminare, di riprendere in mano letture che invece hanno ancora infinite voci ancora da narrare e da far scoprire.”

- Tatiana, credi sia cambiato il fruitore delle biblioteche in questi ultimi anni? Che peso ha internet e i vari social network nella divulgazione della cultura in generale?
Gli utenti sono cambiati, perché l’utenza è sempre più variegata: non solo studiosi, studenti, lettori forti, ma anche e per fortuna casalinghe, pensionati, lettori curiosi, giovani e giovanissimi. Inoltre in biblioteca si va per avere delle risposte, certi di trovare, grazie all’aiuto di persone competenti, informazioni specialistiche e precise. In quanto all’utilizzo di internet per divulgare la cultura, credo che già da tempo questo  stia avendo un peso sempre più determinante. I social network sono un acceleratore, permettono di contattare più persone in breve tempo. Più che il mezzo è il modo in cui si usa questo mezzo, non credo certo che la promozione della cultura possa passare solo dai social, ma aiuta, e deve sicuramente essere integrata nella promozione tradizionale.”

- Cristina, a tal punto viene spontanea un’altra domanda, chi e come si sceglie la persona che gestirà i vari profili sociali di una biblioteca? Che requisiti, che preparazione deve avere?
Questa è davvero una domanda difficile. Tutti amano definirsi social media manager, tutti si atteggiano a super esperti del web ma la cosa che ho imparato e continuo a imparare ogni giorno è che questo lavoro non si improvvisa! Bisogna spronare se stessi a scoprire, a testare, a valutare criticamente quello che la rete sembra regalarti con grande libertà. Privacy, copyright, licenze sono 3 dei nodi più ardui da affrontare e su cui non bisogna mai perdere la concentrazione. Nel nostro caso la biblioteca ha voluto sfruttare la nostra curiosità e intraprendenza nel mondo dei social e ci ha incentivato a coltivare questa dimensione lavorativa. Con una raccomandazione precisa: mai perdere di vista la mission della biblioteca, mai snaturare le attività e i servizi che quotidianamente proponiamo ai nostri utenti.
Per la San Giorgio al momento non c’è programmazione dei post o dei tweet. Scelta dettata dal fatto di voler parlare o rispondere alla rete quando la biblioteca è aperta, inserendo l’attività dei social nelle attività quotidiane.

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

- Tatiana, scendendo nei dettagli, per esempio, quali procedimenti usa la San Giorgio per Facebook? Quante volte aggiorna il suo stato? È lo stesso sui vari social?
Alla San Giorgio piace la programmazione. Abbiamo iniziato proprio da Facebook e dopo poco tempo abbiamo inserito nel piano comunicativo Twitter. Abbiamo un gruppo comunicazione, che decide la strategia comunicativa in generale e la forza dei social network in questa strategia cresce giorno dopo giorno. Abbiamo deciso di coprire tutta la fascia oraria di apertura della biblioteca e io e Cristina ci alterniamo su tutti i social network. Non abbiamo mai stabilito (volutamente) quanti post o tweet pubblicare durante la giornata, decidiamo in base a quanto programmato settimanalmente, non dimenticando che tutto può essere cambiato o integrato in base a news e fatti rilevanti da evidenziare. Tutti i giorni la nostra presenza sui vari social è garantita.”

- Cristina, leggo nel vostro libro che “Gli utenti sulla rete vogliono prodotti, servizi ed esperienze che parlino al cuore e non solo al cervello(2)”, in che modo si selezionano gli argomenti da trattare?
Ogni piattaforma ha il suo battito. Lavorare sui social networks m’ha insegnato questo. Da Twitter a Facebook, da Instagram ad Anobii, ogni piattaforma ha una sua dimensione. Facebook (sempre più visuale), giocando sulla carta dell’attenzione, ti esorta a far vedere quello che chi è lontano non può vedere concretamente; Twitter invece ti vuole autoironico, creativo, conciso e diretto. Belle le immagini, bello poter divagare verso l’esterno per gustare un video, ma quello che gli iscritti cercano è l’interazione con gli altri, è dire la propria attorno a ciò che sta catturando l’attenzione. Instagram ti invita a viaggiare, a cercare nuove angolazioni attraverso cui riscoprire uno luogo che ti è oramai familiare o magari regalare alla rete l’emozione che ha provato nell’istante in cui l’hai assaporato. Foursquare ti invita a trasformarti in testimonial attivo di uno spazio; che tu sia di passaggio o frequentatore abituale poco importa, l’importante è che tu suggerisca agli altri perché passare di lì.”

- Tatiana, è dunque diverso il ruolo del bibliotecario nel XXI secolo?
Certo. Tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare il ruolo del bibliotecario. Come abbiamo evidenziato anche nel libro, per stare nel cambiamento bisogna però avere chiari la propria identità e i propri valori. Ciò che cambia è la forma, non la sostanza. Le competenze biblioteconomiche restano alla base della formazione del bibliotecario, a cui si richiedono però anche competenze che comprendono l’empatia, la capacità di gestire relazioni personali e la capacità di auto-organizzarsi.”

- Cristina, in un’epoca in cui le foto, i video, in cui Flickr Instagram Youtube fanno da padroni, come la biblioteca può attirare l’attenzione sui lunghi testi, sulla lettura in generale, non credi il lettore di oggi sia attratto più da un’immagine che da un paragrafo di un libro?
Questa è una delle sfide più difficili. Granieri ha scritto una cosa con cui sono in sintonia: «Se invece di chiederci perché la gente non legge tutto il nostro articolo, ci chiedessimo come imparare a scrivere articoli che la gente oggi legga in base alla grammatica culturale che stiamo vivendo?» Siamo in una fase di transizione e ci sentiamo destabilizzati dai mutamenti che la rete produce sulle pratiche di lettura. Forse è il caso di fermarsi ad osservare e riflettere sul fatto che la gente non è alla ricerca di contenuti generalisti (secondo me non lo è mai stata). La gente vuole la profondità ma è lo stile che dobbiamo cambiare.”

- Tatiana, “dialogo” è una parola che avete adoperato spesso nel vostro libro, significa che l’utente può conversare via social network con la biblioteca? E fino a che punto?
L’utente e la biblioteca dialogano alla pari, nessuna voce è più autorevole dell’altra. Deve essere sempre chiaro però, sia per la biblioteca, che per l’utente fino a dove ci si può spingere e per far questo ci può aiutare senza ombra di dubbio una buona Social media policy. La San Giorgio sta lavorando a questo documento, che definisce le regole e i comportamenti della biblioteca e degli utenti, quali contenuti gli utenti troveranno sui social network e il tipo di relazione che gli utenti si devono aspettare dalla biblioteca. In poche parole sono i diritti e i doveri degli utenti e della biblioteca.”

- Cristina,Tatiana, siamo dunque entrati in una differente maniera di concepire lo spazio di una biblioteca?
Spazio fisico e spazio sociale: la biblioteca vive entrambe queste dimensioni. Non dobbiamo sentirci sradicati dalla rete. Le nostre fondamenta sono sempre loro: le informazioni. Poco importa che spazio occupino, l’importante è garantire agli utenti l’accesso per poter dare loro la libertà di conoscere e costruire il futuro.”

Grazie per la vostra disponibilità, in bocca al lupo per il vostro libro.

*****

- 1. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social, Editrice Bibliografica, 2014, pag. 16.
– 2. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, op. cit. pag. 13.

May 132013
 

Se nel XIII sec. il sistema delle peciae iniziò con il favorire una seppur lenta maggiore diffusione dei manoscritti, specialmente e inizialmente nelle varie città universitarie italiane, l’invenzione dei caratteri mobili nel XV sec. da parte di Gutenberg permise, fra l’altro, portare, in un relativamente breve periodo, la cultura nelle case anche dei meno abbienti, così oggi, proseguendo quel continum storico, internet facilita ancor più la condivisione di idee progetti libri, permette, da seduti, poter accedere addirittura al vecchio Sutra del diamante e ammirarlo nel suo splendore.

E allora, che senso hanno le biblioteche oggi se in rete si può trovare di tutto? Possono queste organizzarsi fra loro e prestare, oltre ai consueti servizi, un valore aggiunto?
Lo abbiamo chiesto a Debora Mapelli che lavora nell’innovativo Sistema Bibliotecario Vimercatese, che sembra avvicinare il web i libri i lettori.

*****

Debora Mapelli- Debora, potresti raccontarci in poche parole che cos’è il Sistema Bibliotecario Vimercatese e com’è organizzato?

Il Sistema Bibliotecario Vimercatese è nato da una convenzione tra 27 Comuni delle Province di Milano e Monza e Brianza. Le 27 Biblioteche che fanno parte del Sistema pagano una quota annua per ogni abitante e in cambio ricevono dal Sistema Bibliotecario: assistenza hardware e software sulle circa 450 postazioni che fanno parte della rete informatica; assistenza nell’uso e nello sviluppo del programma di gestione biblioteconomica; catalogazione dei documenti; formazione permanente sia attraverso corsi per i neo assunti, sia attraverso aggiornamenti per i bibliotecari che lavorano già in una delle biblioteche afferenti, gestione centralizzata del prestito interbibliotecario (attraverso appalto a una cooperativa sociale che trasporta i libri richiesti da una biblioteca ad un’altra). Oltre a questi servizi di base il Sistema si occupa di elaborare annualmente le statistiche d’uso per le biblioteche e della comunicazione all’esterno delle nostre attività comuni, attraverso conferenze stampa, volantini, sito web e social network.
Per il Sistema bibliotecario lavorano: una coordinatrice, un’impiegata amministrativa, due catalogatrici, tre assistenti all’helpdesk informatico.

- In che cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

Io mio occupo di assistenza alla rete informatica delle biblioteche, aggiornamenti e manutenzione del sito web, assistenza agli utenti che ci contattano via email o attraverso apposito modulo del nostro sito, gestione della pagina Facebook in collaborazione con altre colleghe delle biblioteche del Sistema.

- Qual è il ruolo del bibliotecario oggi e com’è cambiato rispetto, per esempio, a una ventina di anni addietro?

Io credo che l’obiettivo di un buon bibliotecario sia stato e continui ad essere quello di facilitare l’accesso alle informazioni per i propri utenti. Nelle biblioteche pubbliche di base, come quelle per cui lavoro, oltre a questo importante obiettivo, c’è sicuramente anche un ruolo sociale che vede la biblioteca come luogo per la promozione della lettura, fin dalla più tenera età e, perché no, di scambio di opinioni su libri e autori.
Penso che, rispetto ad una ventina di anni fa, siano cambiati i mezzi a disposizione del bibliotecario, non tanto gli obiettivi. Oggi è più facile comunicare con gli utenti attraverso email, social network e App. La società mi sembra cambiata perché sempre più frenetica e anche il nostro lavoro si adegua a questi nuovi ritmi, raggiungendo gli utenti anche al di fuori della biblioteca.
Di certo l’evoluzione tecnologica che abbiamo visto nell’ultimo ventennio ha trasformato completamente il lavoro del bibliotecario che, oggi più che mai, non può farsi trovare impreparato di fronte alle nuove possibilità che esistono. Solo negli ultimi 5 anni ho visto arrivare nelle nostre biblioteche: postazioni touch screen per il prestito automatizzato dei libri, App per smartphone che permettono di richiedere in prestito i nostri documenti ma anche personalizzare le proprie ricerche, box esterni alle biblioteche che permettono la restituzione dei libri 24 ore su 24, ecc. Ad un bibliotecario di oggi non basta più conoscere la Classificazione Decimale Dewey e indirizzare l’utente al giusto scaffale, un buon bibliotecario deve essere consapevole delle esigenze della società in cui vive e lavora e deve anticipare le esigenze della propria utenza attraverso servizi che rendano più facile l’accesso alla biblioteca.

- Si parla di e.book, sembra addirittura che negli Stati Uniti le vendite abbiano superato quelle dei libri cartacei, pensi che le biblioteche siano pronte ad ospitarli, e in che modo?

È un tema complesso perché nuovo e pieno di protagonisti dell’intera filiera libro. Nella mia piccola esperienza posso dire che gli ebook nel nostro Sistema sono arrivati solo da pochi mesi ma, visti i numeri, direi che è già un successo. Quello che ho potuto constatare è che c’è molta curiosità e voglia di provare questa nuova forma di lettura e anche i corsi che abbiamo offerto agli utenti in merito agli ebook hanno visto il “tutto esaurito” in pochissimo tempo.
Attualmente mi sembra che ci sia una certa diffidenza nei confronti di questa nuova possibilità e lo dimostrano sia gli innumerevoli formati a disposizione, sia le protezioni, a volte fin troppo rigide, che vengono applicate agli ebook. Tutto questo confonde e disorienta i lettori e non rende facile nemmeno la scelta del device sul quale leggerli.
Credo che le biblioteche si siano aperte alla possibilità di offrire questa nuova possibilità di lettura e che, grazie a piattaforme come MediaLibraryOnline, questo compito ci sia facilitato. Credo comunque che la confusione e la paura del nuovo spaventi soprattutto gli editori e, finché non si troveranno linguaggi e strategie comuni, è difficile dire che cosa potrebbe succedere.
Nel caso particolare delle biblioteche, ad esempio, deve essere chiaro e garantito che, al di là delle protezioni adottate dall’editore, si possa conservare una copia dell’opera acquistata. In che modo e con quali diritti è ancora un tema aperto.

- In un’epoca come la nostra, dove i social network oramai fanno parte del quotidiano vivere, come le biblioteche potrebbero adoperare, per esempio, facebook twitter pinterest?

I social network sono le nuove piazze dove le persone si incontrano e discutono dei loro interessi. Chi meglio di una biblioteca potrebbe sfruttare queste nuove possibilità? Credo che sia importantissimo guardare con curiosità ai social network. Credo comunque che, un approccio improvvisato potrebbe essere controproducente perché un profilo gestito male potrebbe dare un’immagine negativa della Biblioteca. La giusta via di mezzo è quella di non affidarsi all’istinto o alla moda del momento, ma quella di valutare molto bene se si hanno le forze per sostenere un progetto di ampia portata che, spesso, va al di là del nostro orario di lavoro, porsi obiettivi ben chiari e studiare molto bene le nuove tecniche di comunicazione richieste. Una biblioteca non deve necessariamente lavorare da sola in tutto questo, il nostro Sistema propone una pagina Facebook che parla di tutte le biblioteche e che prevede, nella redazione, la presenza di nove bibliotecarie appartenenti a cinque biblioteche del Sistema e i contributi possono arrivare da tutti i nostri bibliotecari. Oltre a questa possibilità ci sarebbe anche quella di guardare ai nuovi protagonisti del web e dei social network, per esempio i book-bloggers: non sarebbe bella una pagina che nasce dalla collaborazione tra un book-blogger e una biblioteca?
Per quanto riguarda Pinterest credo che possa essere maggiormente sfruttato per le vetrine tematiche, le bibliografie e tutte le proposte di lettura che le biblioteche da sempre propongono ai loro utenti. Si tratta di un social network giovane ma credo valga la pena scommetterci.

- Alla luce della tua esperienza, Debora, che cosa cambieresti nel sistema bibliotecario italiano? Quali modifiche apporteresti, quali sono i rami secchi che toglieresti?

Il sistema bibliotecario italiano è in difficoltà da qualche anno per mancanza di finanziamenti. Credo che una Nazione dovrebbe difendere la cultura e la possibilità di accesso libero e gratuito al sapere con ogni mezzo. Mi dispiace leggere di biblioteche che devono ridurre gli orari di apertura, chiudere o rinunciare ad accrescere il proprio patrimonio per mancanza di fondi, credo siano ferite culturali che difficilmente potranno essere sanate. Oggi si parla tanto di sprechi e credo che, come in ogni settore, ci siano stati anche nelle biblioteche, ma è giusto fermarsi ad analizzare quali siano veramente le cose da tagliare e non procedere a tagli indiscriminati sui bilanci per far quadrare i conti.
In questi ultimi anni la nostra associazione di categoria, l’AIB ha sensibilizzato molto l’opinione pubblica sulla realtà delle biblioteche, a partire da iniziative come il Bibliopride ed è stato molto bello vedere quanti cittadini hanno risposto positivamente. Il lavoro di rinnovamento è già iniziato, posso solo augurarmi che ci sia data la possibilità di continuare ad offrire i servizi importanti definiti dal Manifesto dell’Unesco.

- Per concludere, quale e come credi sarà il futuro delle biblioteche in Italia e nel Mondo in generale?

Mi auguro che ci sia sempre posto per le biblioteche in Italia e nel Mondo in generale perché solo garantendo un libero accesso alle informazioni e al patrimonio culturale ci saranno popoli liberi e responsabili. Spesso si sente dire che, viste le nuove possibilità di reperire in rete tutto il patrimonio documentario, le biblioteche potrebbero anche sparire. Io sono convinta del contrario. Intanto non è detto che avere a disposizione tutti questi documenti permetta di accedervi, sono necessarie competenze di ricerca bibliografica che, purtroppo, si stanno perdendo sempre di più e chi meglio di un bibliotecario può fare da intermediario tra il mare magnum di informazioni e quello che si cerca davvero? In secondo luogo ritengo assolutamente doveroso conservare una memoria storica libera e indipendente del patrimonio culturale dell’umanità perché la tecnologia apre le porte anche a scenari di controllo che spaventano: basta pensare all’accesso alle informazioni che è permesso nei Paesi non democratici. Gli scenari sono di così ampia portata che si potrebbe dedicare un’intera monografia all’argomento, ma credo che già solo sfiorarlo renda comprensibile quanto sia importante difendere le biblioteche.
Infine mi piace pensare che resta ancora una dimensione umana nel nostro lavoro e che, con il tempo, potrebbero cambiare i nostri servizi, ma non la possibilità di ospitare utenti che abbiano voglia di incontrarsi, leggere un giornale in un locale accogliente e silenzioso, far avvicinare i loro bambini ai libri, scambiare quattro chiacchiere sull’ultimo romanzo di un autore famoso.

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Letture consigliate:

- Antonella Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche, Editrice Bibliografica, 2011
– Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Laterza, 2009.
– Valeria Baudo, Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi. Nuove tecnologie e nuove prospettive per le biblioteche pubbliche e scolastiche, Editrice Bibibliografica, 2008.
– Cecilia Cognigni, La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontano, Editrice Bibliografica, 2012.

May 022013
 

Emilse Cardona, Biblioteca Carlos Castro Saavedra, MedellinBibliotecaria orgogliosa della sua attività, Emilse Cardona lavora nella Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellín, in un edificio, il Palacio de la Cultura “Rafael Uribe Uribe”, che conserva le memorie di una terra legata alle tradizioni, alla storia, al proprio passato, terra che “beneficia” dei ricordi per proiettarsi con successo in un futuro che già la vede protagonista (»»»qua, »»»qua).

*****

- Ci può dire come si svolge il suo lavoro nella Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellin, di che cosa si occupa, e com’è una sua giornata tipica?

Il mio lavoro nella Biblioteca Dipartimentale Carlos Castro Saavedra adempie funzioni ausiliarie, ma in realtà presto servizio a un pubblico speciale e diverso, questo perché la biblioteca è a carattere “patrimoniale”. In questo luogo si conserva parte della memoria del nostro territorio Antioquia; le sue origini e le informazioni di 125 comuni che lo compongono.

Inoltre, il Ministero della Cultura della Colombia (Biblioteca Nacional de Bogotà) ha assegnato a questa biblioteca la funzione di essere Deposito Legale (Legge 44 del 1993), questa legge in poche parole dice che tutti gli editori e scrittori di Antioquia devono depositare una copia delle pubblicazioni in questa biblioteca, con il fine di preservare la memoria del nostro territorio. Ci sono tre condizioni per lasciare un lavoro in Deposito Legale: trattare argomento antioqueño, essere autore antioqueño, essere editore antioqueño. Se si compie uno di questi tre requisiti, si può consegnare il lavoro. Deve essere stampato in più di 100 copie.

In questo modo la biblioteca possiede una gran ricchezza, formandosi una unione tra il passato e il presente.

Precisazione: in biblioteca ci sono inoltre libri di medicina, diritto, letteratura, sociologia, questo perché i principali editori delle università ci stanno inviando la loro produzione.

- Qual è il ruolo del bibliotecario oggi e com’è cambiato rispetto, per esempio, a una ventina di anni addietro?

Il ruolo del bibliotecario è servire da mediatore all’usuario; il suo lavoro è essenziale perché è colui che conosce il materiale ed è responsabile affinché le informazioni raccolte possano giungere ai visitatori. Penso che deve avere un certo carisma, trattare con grande rispetto a tutte le persone e cercare di soddisfare le loro esigenze, di tal maniera li seduce affinché si sentano sicuri percependo che questo posto è per loro.

Inoltre deve mantenere il materiale in ordine ed essere attento alle non conformità al fine di migliorare giorno per giorno.

Il ruolo del bibliotecario è sì cambiato rispetto a venti anni fa. Ora c’è la tecnologia e deve essere aperto alle mutazioni per utilizzare le due alternative (formati fisici e virtuali).

- In che modo le biblioteche potrebbero attrarre l’attenzione del cittadino per farlo partecipare attivamente agli eventi che questa organizza?

I formati menzionati prima sono complementari, e soprattutto in una biblioteca “patrimoniale” dove vengono tanti ricercatori (studenti di antropologia, architettura, diritto, storia, ecc), si deve fare enfasi che il materiale consultato nei libri fisici, non si trova da nessun’altra parte e che il nostro ruolo non è solo di tenere i libri, ma coinvolgerli in eventi come forum, presentazioni, incontri, dove il professionista manifesta l’importanza del patrimonio e ciò che è cultura. Evidenziare il “nostro”, dare un senso di appartenenza, conservare e valorizzare anche quelle cose che posseggono gli altri.

- Che ruolo ha la Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellin nella società medellinese?

Il ruolo della Biblioteca Dipartimentale Carlos Castro Saavedra di Medellín è di ricevere, conservare e custodire il materiale bibliografico che entra per deposito legale. Si deve informare costantemente il pubblico della nostra funzione affinché ci invii il materiale pubblicato.

Così, la biblioteca diventa un vero tesoro che trascenderà le epoche e servirà di sito di riferimento per tutte le generazioni.

- Crede che, nell’epoca di internet, le biblioteche hanno ancora un senso? Non pensa siano superate?

Sì, le biblioteche hanno ancora un senso, perché soprattutto in questi paesi, non tutti hanno accesso a Internet, e ci sono informazioni e una storia di vita quotidiana che non trova riscontro in Internet.

- Si parla di e.book, le biblioteche sono pronte ad ospitare, e in che modo, questi testi in versione digitale?

In Colombia l’e.book è qualcosa di nuovo per molti, inoltre non si hanno direttrici dalla Biblioteca Nazionale di Colombia, su come dovrebbe organizzarsi il deposito legale. E sì, sarebbero disposte a riceverli ma avendo politiche chiare sulla loro sistemazione. Poi ci sono i costi, non tutti possono accedere a questa tecnologia perché molti di questi e.book sono ospitati su siti web dove si deve pagare.

Ho chiesto (»»»qua) ai miei lettori di farle alcune domande. Fra le tante ne riporto due.

- Perché fa questo lavoro? È felice?

Faccio il mio lavoro con passione e perché ho deciso, ho studiato tecnologia di gestione aziendale e lavorato in produzione commerciale e di servizio, ma tutta la mia vita ho amato la lettura e libri. La vita mi ha presentato l’opportunità di lavorare in biblioteca e ho cambiato. É stato molto gradevole, sono felice soprattutto ora che sono a contatto con un pubblico così vario, è stato un apprendimento meraviglioso sia personalmente sia intellettualmente.

- Qualche statistica sui suoi frequentatori (sesso, età, livello d’istruzione, testi preferiti).

Vengono molti studenti (più uomini che donne), universitari che studiano storia, antropologia, architettura, quasi tutte le discipline. I testi preferiti sono quelli di storia di Antioquia e i suoi municipi, architettura, economia, mezzi di trasporto e personaggi che hanno costruito Antioquia.

Vengono uomini già adulti a leggere giornali e riviste, giovani a utilizzare Internet e per informarsi, è bloccato youtube e facebook.

Qui ci visitiamo peraltro molti turisti da tutto il mondo, per essere in un edificio storico, nel “Palazzo della Cultura Rafael Uribe Uribe“.

Apr 292013
 

Diccionario biografico urraeñoChi pensa che la storia d’America inizi con lo sbarco di Colombo, è ben lungi dall’aver compreso e accettato che gli indigeni di quei luoghi hanno avuto anch’essi una loro tradizione, sia pur orale o talvolta scritta, eventi ancora tutti da investigare da scoprire da divulgare.
I maya gli atzechi i caribes, ma anche i meno noti quimbaya embera katíos, hanno dato il loro contributo, spesso muto e invisibile, agli accadimenti che seguirono la conquista dell’America in generale, accadimenti segnati dal sangue, dalla lotta per la libertà da parte indigena.
E allora il cacique Toné riveste un ruolo sicuramente importante nei conflitti dell’epoca, Toné, politico e militare, che difendeva il territorio dall’invasione europea.

Di tutto ciò, qualche giorno fa, grazie a un incontro fortuito nella biblioteca Carlos Castro Saavedra di Medellin, e grazie alla bibliotecaria Emilse Cardona, ne parlai con uno studioso proprio di Toné, dei Katíos, di Urrao, un esperto che dedica anima e corpo ad approfondire il tema in questione, il prof. Jaime Celis Arroyave.

Mi sembra doveroso diffondere quella parte di storia locale, in Europa poco studiata, che potrebbe aver avuto influenze ben più ampie di quanto si creda, e il prof. Jaime, che ringrazio con immensa gratitudine, mi ha aiutato a entrare nelle dinamiche della società indigena dei Catíos. Motivo per cui, ho approfittato della sua bontà per rivolgergli alcune domande che riporto di seguito.

*****

- Prof. Celis, nei nostri vari incontri, abbiamo concordato che i fatti d’America non iniziano con l’arrivo degli spagnoli, bensì si rimontano a ben prima del XV sec., agli indigeni, pensa che sarebbe bene rivedere i testi di storia?

- Ovviamente, è necessario rivedere la storia, dando agli indigeni il loro giusto valore, per esempio, essere l’origine della storia americana. Solo allora, oltre a rendere giustizia ai nostri nativi, avanzeremo nella vera interpretazione della storia, che ci permetterebbe tracciare la corretta strada per costruire il futuro.

- Ci può descrivere in poche parole come erano organizzati socialmente i Katíos e che zone del dipartimento di Antioquia abitavano?

- I Catíos vivevano a ovest dell’attuale Dipartimento di Antioquia. All’arrivo degli invasori europei, avevano un modello di società comunitaria, cioè proprietà collettiva al servizio del bene comune.

- Pochi conoscono la figura dell’indigeno Toné, ce ne potrebbe dare un abbozzo, nel senso accennarci in quale periodo storico visse e che ruolo ebbe sia come guerriero sia come politico?

- Toné era un ideologo e militare molto prominente, che affrontò la violenta e ingiustificata invasione spagnola con una chiara concezione della libertà e della sovranità, con una strategia militare davvero encomiabile, sia per l’organizzazione del popolo, sia per il valore che profuso. Iniziò a lottare nel 1539, fino al 1557, quando fu sconfitto nella battaglia di Nogobarco, senza che nessuno sappia, con certezza, la sua fine, anche se presumibilmente morì lì.

- Perché si pensa che Toné fu un precursore del concetto di libertà in America?

- I nativi americani sono stati i primi nel continente a parlare di libertà e combattere per essa. Toné, fra tutti, si distaccò specialmente nella battaglia di Escubillal, 1557, quando, davanti la richiesta letta dagli invasori affinché si arrendesse e pagasse tasse al re di Spagna e al Papa, rispose che venissero a sommetterlo però solo dopo una sconfitta, l’unico modo per giungere alla pace.

- Delle varie battaglie da lui sostenute a difesa della libertà indigena, ci potrebbe fare un riassunto, anche perché è poco noto che Toné fu, sicuramente, uno dei pochi cacique indigeni a far costruire ben due fortificazioni?

- Toné e i suoi Catíos, in difesa della libertà, hanno avuto quattro scontri contro gli invasori, così:
al Chuscal in Urrao, 1539, quando sconfisse e uccise 8 spagnoli, guidati da Pedro de Frias, che venivano a riscuotere tributo, senza alcun motivo.
L’assedio alla città di Antioquia, a partire dal 1541, quando fu fondata da Jorge Robledo, come avamposto per l’invasione, fino al 1554, quando è stata bruciata.
All’Escubillal, in Urrao, 1557, dove i Catíos avevano costruito una fortezza di legno, caso eccezionale tra gli indigeni, assediata per sei giorni, fino a quando fu catturata dagli 80 spagnoli comandati da Gómez Fernández, che era stato inviato dalla Real Audiencia de Santa Fé, a sommettere questo coraggioso popolo. In risposta così alla richiesta, come si è raccontato prima.
A Nogobarco, in Urrao, 1557, pochi giorni dopo il precedente scontro, anche là in una fortezza di legno, guerrieri indigeni guidati da Toné, hanno resistito per 39 giorni, alla fine sconfitti. Da ora in poi, non si sa di più su questo eccezionale Cacique e i nativi fecero una fine disastrosa, alcuni torturati a morte, altri, schiavizzati, ricevettero maltrattamenti. Solo pochi riuscirono a fuggire verso le vicine montagne.

- Crede che si potrebbero fare dei paragoni fra le idee politiche di Toné e di Bolivar?

- È chiaro che, questi due grandi leader, hanno in comune una progredita concezione politica in difesa della libertà e della sovranità, così come il loro interesse per un modello di società equa, al servizio del bene generale, il che rende il primo, un precursore di questi ideali e, il secondo, con i suoi scritti e le sue proposte, l’ideologo più importante di tutto il mondo, dell’epoca. Entrambi, ciascuno a suo tempo combatterono eroicamente, dando sé stessi in difesa di questa concezione. Inoltre, si assomigliano anche perché erano due grandi e unici strateghi militari. Vale la pena notare come la storiografia ufficiale, al servizio di una piccola elite, con ingiusti privilegi, abbia cercato di nascondere questa concezione, che minaccia i loro meschini interessi, presentandoli solamente come importanti leader militari e non come progrediti ideologi, che sono i meriti più notabili.

- Per concludere, prof. Celis, perché pensa sia importante conoscere e divulgare la storia del cacique Catío Toné?

- Toné è un ideologo molto progredito che ha mostrato, in modo chiaro, come gli indigeni, origine della nostra storia, quando fanno loro un ideale, sono capaci di dare la vita. Riscattare la loro storia, e fondamentalmente i loro ideali, nati dialetticamente dal proprio modello di società comunitaria, è dimostrare che la storia dell’America inizia con gli indigeni, e non in qualsiasi modo, ma con i contributi che sono la base per una costrizione collettiva di una nuova società equa, sovrana e pacifica.

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Libri pubblicati dal prof. Jaime Celis Arroyave:

- Historia general de Urrao, ed. Begòn, Medellin, 2009.
Diccionario biografico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2012, 3ª ed.
Patrimonio artistico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2013.
Boletìn Toné, pubblicati già 41 numeri.
Noticiero patrimonial, pubblicati già 170 numeri.

Per contattare l’autore: jaimecelisarroyave@gmail.com

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Riporto nella lingua originale, spagnolo, l’intervista con il prof. Jaime Celis Arroyave

Toné, un precursor de la concepción de libertad en America

Aquellos que piensan que la historia de America comienza con el desembarco de Colón, están lejos de entender y aceptar que los nativos de esos lugares también han tenido su propia tradición,a veces oral a veces escrita, y que todavia no se ha investigado en la totalidad.

Los mayas los aztecas los caribes, asì como los menos conocidos quimbaya embera katíos, han hecho su contribución, a menudo silencioso e invisible, a los acontecimientos que siguieron a la conquista de América en general, acontecimientos marcados por la sangre, por la lucha por la libertad de parte indígena.

Y desde luego el cacique Toné juega un papel importante en los conflictos de la época, Toné, político y militar, que defendía su territorio en contra la invasión europea.

Por todo esto, hace unos días, gracias a un encuentro casual en la biblioteca de Carlos Castro Saavedra de Medellín, y gracias a la bibliotecaria Emilse Cardona, hablé con un erudito sobre Toné, los Katíos de Urrao, un experto que dedica todas sus energías para profundizar el tema en cuestión, el prof. Jaime Celis Arroyave.

Me veo en la obligación de difundir esa parte de la historia local, poco estudiada en Europa, que pudo haber tenido una influencia mucho más amplia de lo que se piensa, y el prof. Jaime, a quien agradezco con inmensa gratitud, me ayudó a entrar en la dinámica de la sociedad Catía. Me aproveché de su bondad para hacerle unas preguntas que reproduzco a continuación.

*****

- ¿Prof. Celis, en nuestras diversas reuniones, hemos concordado en que los hechos de América no comenzarón con la llegada de los españoles, son de mucho antes del siglo XV, con los indígenas, piensa Usted que sería bueno revisar los libros de historia?

- Evidentemente, se hace necesario revisar la historia, dándole a los indígenas el valor que tienen, como, por ejemplo, ser el origen de la Historia Americana. Solamente así, además de hacer justicia con nuestros nativos, avanzaremos en la verdadera interpretación de la historia, lo que nos permitirá trazar caminos acertados para la construcción del futuro. 

- ¿Puede describir en pocas palabras cómo estaban organizados socialmente los Katíos y en qué áreas del departamento de Antioquia vivieron?

- Los Catíos vivieron al occidente del actual Departamento de Antioquia. A la llegada de los invasores europeos, tenían un modelo de sociedad comunitario, es decir de propiedad colectiva, al servicio del bien común.

- ¿Pocos conocen la figura del indigena Toné, podría darnos un esbozo, en cual período histórico vivió y qué papel jugó tanto como guerrero y como político?

- Toné fue un ideólogo y militar muy destacado, que afrontó la violenta e injustificable invasión española con una concepción clara de libertad y soberanía y una estrategia militar realmente encomiable, tanto por la organización de su pueblo, como por el valor que le infundió. Inició la lucha en 1539 y la prolongó hasta 1557, cuando fue derrotado en la batalla de Nogobarco, sin que se supiera, a ciencia cierta, cual fue su fin, aunque es de suponer que murió allí.

- ¿Por qué cree Usted que Toné fue un precursor del concepto de libertad en America?

- Los indígenas americanos fueron los primeros que en este continente hablaron de libertad y lucharon por ella. Toné, entre ellos, se destacó, especialmente en la batalla de El Escubillal, 1557, cuando, ante el requerimiento que le leyeron los invasores para que se entregara y rindiera tributo al rey de España y al Papa, les respondió que vinieran a someterlo para derrotarlos, única forma de que hubiera paz.

- ¿De las varias batallas en defensa de la libertad de los indígenas, nos podría hacer un resumen, ya que se sabe poco que Toné fue seguramente el unico cacique indígena que hizo construir dos fortificaciones?

- Toné y sus Catíos, en defensa de la libertad, tuvieron cuatro enfrentamientos con los invasores, así:

El Chuscal, en Urrao, 1539, cuando derrotó y dio muerte a los 8 españoles, comandados por Pedro de Frías, que venían a cobrar tributo, sin razón alguna.

Asedio de la ciudad de Antioquia, a partir de 1541, cuando fue fundada por Jorge Robledo, como avanzada para la invasión, hasta 1554, cuando fue incendiada.

El Escubillal, en Urrao, 1557, en donde los Catíos habían construido una fortaleza de madera, caso excepcional entre los indígenas, la cual fue sitiada, por seis días, hasta cuando cayó en poder de los 80 españoles comandados por Gómez Fernández, quien había sido enviado por la Real Audiencia de Santafé, para someter a este bravo pueblo. Aquí fue cuando respondió al requerimiento, como se relata atrás.

Nogobarco, en Urrao, 1557, pocos días después del enfrentamiento anterior; allí, también en una fortaleza de madera, los guerreros indígenas comandados por Toné, resistieron durante 39 días, siendo derrotados finalmente. De aquí en adelante, no se sabe más de este excepcional Cacique y los nativos tuvieron un fin desastroso, pues unos fueron torturados hasta la muerte y, los demás, sometidos en encomiendas, donde recibieron un trato inhumano. Solamente unos pocos pudieron escapar hacia los montes cercanos.

- ¿Piensa Usted que podríamos hacer comparaciones entre las ideas políticas de Toné y Bolívar?

- Es evidente que, a estos dos grandes dirigentes, los asemeja su concepción política de avanzada, en defensa de la libertad y la soberanía, además de su interés por un modelo de sociedad equitativo, al servicio del bien general, lo cual hace del primero, un precursor de dichos ideales y, al segundo, con sus escritos y propuestas, el más importante ideólogo, a nivel mundial, de su época. Ambos, cada cual en su momento lucharon heroicamente, entregándolo todo, en defensa de dicha concepción. Tambien, se parecen por cuanto fueron dos grandes e inigualables estrategas militares. Vale la pena anotar como la historiografía oficial, al servicio de una élite minoritaria, con injustos privilegios, ha buscado volver invisible dicha concepción, que atenta contra sus mezquinos intereses, presentando a ambos solamente como importantes jefes militares y no como ideólogos de avanzada, que es su mérito más destacado.

- ¿Por último, prof. Celis, porque cree que es importante conocer y difundir la historia del cacique Catío Toné?

- Toné es un ideólogo de avanzada que mostró, con toda claridad, como los indígenas, origen de nuestra historia, si manejan una concepción y son capaces de dar la vida por ella. Rescatar su historia, y fundamentalmente sus ideales, nacidos dialécticamente de su modelo de sociedad comunitario, es mostrar que la historia de América se inicia con los indígenas, y no de cualquier manera, sino con aportes que sirven de base para la constricción colectiva de una nueva società, equitativa, soberana y en paz.

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Libros pubblicados por el prof. Jaime Celis Arroyave:

Historia general de Urrao, ed. Begòn, Medellin, 2009.
Diccionario biografico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2012, 3ª ed.
Patrimonio artistico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2013.
Boletìn Toné, publicados 41 numeros.
Noticiero patrimonial, publicados 170 numeros.

Para contactar al autor: jaimecelisarroyave@gmail.com

Oct 142012
 

Con Annarita oramai ci conosciamo da tanti anni, da quando entrambi avevamo i nostri blog sulla piattaforma Splinder, oramai scomparsa. Ci seguivamo a vicenda, lei raccontava di libri e storie per bambini – ma non solo -, io proseguivo le mie escursioni nella storia moderna.
Dopo averla intervistata qualche anno fa (»»qua), adesso sono felicemente sorpreso sapere che ha pubblicato un romanzo, con le Edizioni Fili d’Aquilone, di ambientazione storica, un romanzo che, dalle prime righe, cattura la nostra attenzione e non la molla fino alla fine. Delicato, pieno di sentimenti, dalla bella scrittura, Quando l’usignolo (»»qua) è uno di quei libri che riescono a intrattenere insegnando qualcosa.

- Annarita, insomma, non è questa una piacevole sorpresa, tu che usualmente scrivi di storie per bambini, da dove nasce questa fatica e perché?
Anche questa storia, come le precedenti, è nata dal grande interesse che nutro per l’affascinante universo dei bambini e degli adolescenti. I due precedenti libri»qua e »»qua) sono testi di narrativa per la scuola secondaria di primo grado e questo è destinato a un pubblico un poco più grande, i cosiddetti young adults, ma io preferisco dire adolescenti. In particolare mi sono voluta cimentare in una storia di ambientazione storica perché il Medioevo è sempre stato il mio periodo storico preferito e non sono mai stata d’accordo sull’usuale definizione di secoli bui.

- Questo significa che la lettura del tuo libro è consigliata anche ai bambini, o gli intrecci del racconto sono tali da essere destinati a un pubblico più adulto?
Come dicevo prima, indubbiamente questa storia è destinata a un pubblico più adulto perché affronta temi come l’amore, la rivalità, il senso dell’onore e descrive situazioni e personaggi nei quali i più piccoli non possono giustamente ancora riconoscersi.

- Il romanzo è ambientato nell’Italia del XIII sec., un secolo controverso e caratterizzato dalle crociate: quanto hanno influito gli eventi di quegli anni nelle vicende dei protagonisti, Vieri Viviana e Jacopo?
La crociata di re Luigi IX è un momento di crescita e di maturazione per Jacopo, che spera di dimenticare così i problemi e le preoccupazioni che lo hanno allontanato dalla sua terra e dalla sorella Viviana, sposa dell’amico d’infanzia Vieri. Al contrario di Jacopo, Vieri non ha sentito il richiamo della crociata e preferisce seguire le orme paterne nel governo del borgo. Viviana ha vissuto come un doloroso strappo la brusca partenza del fratello e desidera solo il suo ritorno.

- Quanta storia, vera storia, c’è nel libro, e quanto ti è costato nel ricercare eventi fatti circostanze accaduti realmente?
All’infuori del riferimento alla crociata, la storia è completamente di fantasia. Tuttavia ho fatto molte ricerche sui libri di storia per documentarmi con la maggior esattezza possibile riguardo la crociata e gli usi, le abitudini, la vita quotidiana dell’epoca. Cominciai a scrivere la storia parecchi anni fa quando ancora internet non era diventato il principale mezzo d’informazione e di ricerca e ho un bellissimo ricordo del tempo trascorso a documentarmi sui libri che via via acquistavo o mi procuravo in biblioteca. Conservo il taccuino con gli appunti e i disegni e i grossi quaderni rilegati sui quali ho scritto la storia a mano. È stata una faccenda lunga riportare poi tutto al computer, ma mi è servito anche per rivedere la trama e intervenire sullo stile e sul taglio della storia.

- Quale dei tuoi personaggi è esistito per davvero o sono frutto della tua fantasia, per esempio, il barone Folco Bonomi?
Tutti i personaggi sono puramente di fantasia, ma rispecchiano, spero abbastanza fedelmente, la mentalità e gli usi dell’epoca. Il barone Folco è una summa delle doti del buon castellano, severo, ma giusto; messer Pietro è il ritratto di un dotto dell’epoca, amante dei libri e della cultura; il cavaliere Giovanni Bonaccolsi è un campione di lealtà e di coerenza. Però non sono personaggi sempre e solo positivi, ho cercato di infondere nei loro caratteri quel tratto decisamente umano fatto di dubbi, incertezze, debolezze che ci accomuna in ogni epoca. I personaggi del libro conoscono anche la bassezza, la gelosia, l’inganno, la cattiveria, ma sanno trarne giovamento per crescere.

- Come hai intrecciato i giochi della storia con quelli della tua creatività?
Avevo bene in mente le linee generali, sapevo quali percorsi di vita avrebbero seguito i personaggi e ho adattato la storia alle esigenze della trama, ma sempre con il massimo rispetto per la realtà e per la documentazione storica. Sicuramente avrò commesso qualche errore, ma spero non particolarmente grave!

- Grazie per la tua disponibilità, sono sicuro sarà un successo.
Sono io che ti ringrazio per l’attenzione e spero che questo libro possa piacere ai lettori, giovani e un po’ più grandi. Nel contatto con i miei giovani lettori, diretto nelle scuole o attraverso il blog »qua), non c’è per me soddisfazione più grande del sentirmi dire che le mie storie hanno regalato loro momenti di riflessione o di svago.

Jun 182012
 

“Marco Dominici: redattore editoriale ed appassionato non solo della lettura, ma anche delle nuove tecnologie. Autore di libri e materiale didattico (ambito Italiano L2-LS). Viaggiatore per piacere, necessità e lavoro. Padre e marito. Altro? Sì, ma non c’è mai tempo… “

Da seguire il suo blog.

*****

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Sono laureato in Storia Romana e ho insegnato la materia nella mia breve parentesi (3 anni) di supplente alle scuole medie e superiori.
Questo solo per dire che il mio rapporto con la storia è di lunga data e non si basa solo su una passione che comunque continuo a coltivare, quando posso. Ma se dovessi riassumere la Storia in una parola, userei “ricerca”. La ricerca delle fonti, il loro confronto, la riflessione su di esse e la loro selezione. Quell’operazione sostanzialmente di filtro da applicare non solo nei confronti del passato, ma anche del presente, soprattutto nel presente, ora che le fonti sono così numerose e diverse.
In un presente che diviene passato nel giro di pochi giorni – se non ore – il lavoro dello storico credo sia diventato la necessità di ognuno di noi di fronte al flusso inesauribile di notizie, dati, documenti in cui siamo immersi quotidianamente.
Da questo punto di vista, alcuni mi dicono che nello scrivere i post del mio blog ho un approccio da storico, e la cosa non può che farmi piacere. Direi anzi che lo ritengo un complimento notevole.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
In parte ho risposto già alla domanda, credo: coscienza storica è secondo me la consapevolezza che ogni evento e ogni fatto non siano a sé stanti ma avvengano per una serie precisa di cause, portando a loro volta una mutazione del contesto in cui viviamo. In più, ora più che mai, si annulla la distanza (e la portata) geografica di ogni avvenimento. L’interconnessione rafforza e restringe le maglie in cui avvengono i fatti e succedono gli eventi, dai più piccoli e – apparentemente – insignificanti ai più importanti.
Coscienza storica e consapevolezza del presente quindi si fondono – o si dovrebbero fondere – in un concetto unico che mira sempre alla ricerca delle cause e dei nessi tra i fatti tra loro, e tra i fatti e gli uomini.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Domanda difficile, a cui non so se sono degno di rispondere.
La storia è a mio modesto parere una visione prospettica sul mondo, e come tale può variare a seconda della collocazione dell’osservatore, nello spazio così come nel tempo.
Tuttavia, ripensando proprio alla mia amata storia antica, ci sono delle caratteristiche che si ripetono perché fanno parte della nostra natura umana, sotto molti aspetti immutata e immutabile.
Ecco, penso che il primo livello di analisi dovrebbe essere, prima che politico o ideologico, proprio antropologico, perché sono gli uomini che in primis fanno la storia, per esserne poi plasmati a loro volta, ma il demiurgo del processo storico siamo noi ed è da qui che dovrebbe partire ogni ricerca, cioè sul cosa siamo o non siamo diventati e perché.

- I nuovi mezzi di comunicazione, come internet, stanno agevolando una maggiore conoscenza, come credi sarà il futuro della società?
Come sai e come è evidente dal mio blog, sono un entusiasta delle nuove tecnologie. Tuttavia il mio è un entusiasmo consapevole, nel senso che – e qui dico una cosa banale ma del resto vera – il valore del mezzo dipende da quello di colui che lo adopera.
Personalmente penso che ancora dobbiamo tutti, chi più chi meno, imparare bene la grammatica di internet, che per sua natura non è cristallizzata ma prende forme e norme sempre nuove e nuovi modi di utilizzo.
Del web mi è piaciuto sin dall’inizio il concetto di ipertesto, cosicché da un dato o da un argomento si passa facilmente ad un altro strettamente correlato, quasi per gemmazione del pensiero, una cosa del resto molto naturale e che il web esalta e rappresenta concretamente.
Questo processo reticolare si addice molto all’analisi perché, per confermare quanto ho detto prima, la storia e gli avvenimenti stessi seguono un processo più reticolare che lineare.
Piuttosto, credo sia necessario distinguere tra informazione e conoscenza; il web è un flusso di informazioni quale mai l’uomo ha avuto modo di avere in passato, e questo ovviamente ha i suoi effetti collaterali. Ma per passare dall’informazione alla conoscenza (e anche qui ci sarebbero diverse sfumature della stessa) ci vuole appunto quello sforzo ermeneutico di cui sopra, cioè l’analisi e il filtraggio di tutto quello che altrimenti rischia di essere un overload, un sovraccarico di dati e informazioni che danno l’impressione di sazietà, ma in verità non placano alcuna sete di conoscenza.

- Nel cammino storico della comunicazione, dalle tavolette di argilla ai papiri ai manoscritti ai libri, che posto occupano i nuovi device?
Sembra semplicistico, ma esattamente lo stesso che occuparono ai tempi le tavolette di argilla, i papiri, i manoscritti e poi i libri stessi. Non a caso si parla di quarta rivoluzione, quella appunto in cui il supporto di scrittura e lettura evolve di nuovo ma in senso digitale, quindi fatto non più solo di atomi, ma di atomi e bit.
A questo proposito mi piace sempre citare una frase di Mark Weiser: “Le tecnologie più profonde sono quelle che scompaiono, assorbite completamente nel tessuto della nostra quotidianità tanto da non distinguerle più da essa”. Ora usiamo con disinvoltura assoluta oggetti come il bancomat o lo stesso cellulare, i quali nella mia infanzia erano strumenti più vicini a Star Trek che al mondo dei miei genitori, fatto di cambiali e telefono a muro con il commutatore rumoroso ad anelli.
Avverrà lo stesso anche con i libri digitali, anche se la curva di apprendimento sarà più lunga e la resistenza all’innovazione più tenace, come del resto è normale che sia, dopo mezzo millennio di libri cartacei. Sia chiaro comunque che io sono un fautore del “doppio passo”, cioè della convivenza di libro cartaceo e supporto elettronico, in quanto uno non esclude l’altro, anzi ognuno esalta le caratteristiche dell’altro e offre possibilità diverse.

- In che modo gli ereader possono essere d’aiuto nell’apprendimento delle varie materie scolastiche, come bisognerebbe adoperarli?
Mi limito a parlare proprio della Storia, non solo perché sei tu il mio interlocutore, ma perché, come ex insegnante di Storia e ora redattore in ambito editoriale e a contatto con le nuove tecnologie applicate ai materiali didattici, vedo grandissime potenzialità soprattutto in materie come la Storia che, come accennavo, ha un andamento reticolare più che lineare e personalmente vedo costretta sempre più forzatamente nei confini e nella struttura di un libro di testo cartaceo.
L’utilizzo di un libro di storia è da sempre non progressivo, ma fatto di rimandi: alle note, alle tavole illustrate, ai grafici, alle mappe, alle foto, ai documenti autentici, se non a capitoli o paragrafi precedenti o successivi. Tutto questo è stato per ora inserito, a fatica e a prezzo di notevole noia (per lo studente, ma anche per l’insegnante), nei limiti imposti dalla pagina scritta, ma immaginiamo quanto sarebbe più stimolante per uno studente visualizzare grafici e statistiche in questo modo o avere nel proprio libro di testo digitale rimandi ad audio autentici, spezzoni di film o documentari (il tutto possibilmente didattizzato con attività ed esercizi, un po’ come stanno facendo quelli di Ted ed) e con la possibilità per i ragazzi di ricercare autonomamente fonti o immagini e creare a loro volta una sezione del libro che approfondisca questo o quell’argomento.
Da parte mia, sogno una storia insegnata in modo completamente diverso (e magari qualcuno già lo fa, anzi spero proprio che sia così), dove le informazioni date siano pochissime e quelle da trovare e ricercare rappresentino la gran parte del lavoro per lo studente, non però copincollando da Wikipedia, ma piuttosto cercando di capire le dinamiche degli eventi, le diramazioni che un fatto confinato nella storia ha poi avuto in altri ambiti, e le sue ripercussioni sul presente, magari proprio partendo dal presente, invece che percorrere il solito cammino.
Non voglio andare più in là, qui mi limito ad affermare che sicuramente il modello scolastico attuale e soprattutto il fatto che ancora il sistema ruoti intorno al libro di testo mi sembra una visione superata. Ci vuole una rivoluzione copernicana anche e soprattutto nel mondo dell’educazione e forse il digitale potrà essere la chiave giusta per scardinare chiavistelli ormai inutili.
Poco più di un mese fa, a Librinnovando, il direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola ha sintetizzato molto bene in quattro punti la fisionomia che dovrà assumere l’editoria scolastica (ne ho scritto anche un post) in cui alla base di tutto sta la granularità dei materiali e il passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento.
Penso sia la direzione giusta, anche se il mondo della scuola ha tempi di reazione molto dilatati, diciamo così.

- Pensi che la lettura, l’apprendimento, l’analisi di un testo letto su carta sia diversa da quella su un ereader?
Per la lettura di testi narrativi o di saggistica, posso dirti per esperienza personale che no, la percezione del testo rimane identica. Io quando leggo bado al contenuto, sinceramente, e spero che per ogni lettore serio sia così.
Parlo però da utente di ereader con schermo non retroilluminato (uso il Kindle), mentre per quanto riguarda i tablet in effetti riconosco che potrebbero risultare più stancanti o comunque suscitare più diffidenza rispetto al supporto cartaceo.
A parte che di qui a 5 anni già potremmo assistere sotto questo aspetto all’avvento di innovazioni tecnologiche che ora nemmeno ci immaginiamo, ma secondo me tutto sta a mettere sulla bilancia benefici e criticità: se e quando i primi supereranno di gran lunga le seconde, non ci sarà motivo di chiedersi se vale la pena o no.
Per dirla con una battuta, vedo gente che legge sul metrò “Il cimitero di Praga” reggendo con difficoltà su una mano sola il tomo cartaceo di mezzo chilo cercando di non cadere ad ogni scossone. Ma evidentemente la lettura di Eco val bene la fatica di reggerlo in bilico sui mezzi pubblici.

- Un ebook che consiglieresti in questo momento?
Per rifarmi a quanto detto poco sopra, direi il libro “La quarta rivoluzione” di Gino Roncaglia, un testo che va benissimo sia per chi vuole essere “iniziato” al mondo del libro digitale, sia per chi desidera approfondirne determinati aspetti. È reperibile in ambedue i supporti, cartaceo (»»quae digitale (»»qua) (ma come ebook costa molto meno).
Poi, se posso permettermi un altro consiglio e per segnalare anche un libro di narrativa, suggerirei “Il libraio(»»qua) di Règis De Sà Moreira, un libro che ho letto in digitale ma che indubbiamente è un piccolo inno d’amore al cartaceo e alle librerie indipendenti, le quali purtroppo sembrano però essere tra le vittime sacrificali di questa lenta ma inesorabile trasformazione del mondo editoriale.
Anche in questo caso, come vuole la legge darwiniana, penso che i più adatti al rinnovamento sopravviveranno, anche se le soluzioni sono ancora oltre l’orizzonte visivo. Ma ci sono, ne sono sicuro.
L’importante è non avere paura di ciò che non conosciamo, ma cercare di comprenderlo meglio.

Apr 232012
 

Docente di storia dell’arte dal 2007, Valentina Casarotto non ha mai smesso di studiare, consultare documenti, scrivere articoli specialistici, seppur impiegata in settori ben diversi alla sua laurea.
Amante del collezionismo numismatico in età moderna, lo vive in perfetta e appagante solitudine, condividendone i risultati con i pochi altri colleghi. Partecipa con i suoi studenti la passione per la storia dell’arte in generale e in particolare per la pittura moderna.
Uscirà a fine aprile un suo romanzo storico dedicato a una figura femminile che caratterizzò un’epoca, che aprì un cammino, che immortalò la tecnica a pastello: Il segreto nello sguardo. Memorie di Rosalba Carriera prima pittrice d’Europa (»»»qua).

*****

- Che cos’è per lei la Storia, che rapporto ha con essa?
La Storia per me non è un concetto astratto. Per uno studioso è il respiro dei manoscritti, la polvere dei volumi antichi, il fascino delle incisioni, la fragilità della carta corrosa dall’inchiostro ferroso, è il soffio della vita del passato che rivive nei particolari insignificanti della quotidianità: un termine in dialetto in una lettera del Seicento, una glossa privata che si insinua in un atto pubblico. Spesso, mentre sfoglio i manoscritti, ascolto la musica del medesimo secolo e magari ricordo la produzione di qualche pittore coevo. Mi sembra che mi aiuti a capire maggiormente quel tempo che dista da noi qualche secolo. Come si vede quindi per me il rapporto con la Storia è una necessità declinata al presente.

- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
La coscienza storica è saper attribuire un valore agli oggetti che la storia ci ha consegnato in eredità ma anche in custodia per le generazioni future, come del resto cita il nostro Codice dei Beni culturali e la Costituzione Italiana. La comprensione del valore di un bene quale testimonianza di una civiltà o di un momento storico inizia attraverso la conoscenza delle sue caratteristiche materiali e stilistiche, si realizza attraverso la tutela del bene nella sua integrità, ma si concretizza pienamente attraverso la valorizzazione, che è poi un processo di condivisione del suo valore con l’intera società. In ultima analisi solo la coscienza storica permette di preservare e tramandare il passato, comprendendone il valore assoluto per l’intera umanità.

- Coscienza storica potrebbe significare anche prepararsi per scrivere un romanzo come quello suo, “Il segreto nello sguardo”, in cui Rosalba Carriera è la protagonista, quindi indagare, ricercare, analizzare, verificare dati, e allora mi chiedo: dove finisce la storia e inizia la fantasia del romanziere?
Mi sono avvicinata a quel confine con profondo timore, data la mia natura di storico dell’arte. Quando ho scritto il prologo del romanzo, nel 2003, sotto una sorta di suggestione provata davanti all’ultimo ritratto di Rosalba Carriera conservato alle Gallerie dell’Accademia – dove a quel tempo lavoravo – mi sono sentita decisamente intimorita dalla mole di studio che avrei dovuto affrontare. Il sostegno e l’incoraggiamento di molti amici mi ha persuaso a tentare l’impresa.
Il punto di partenza è stato lo studio dei ritratti, scegliendo come fil rouge del romanzo quelli da cui spiccava un aspetto vivido della personalità del soggetto: gli occhi tristi di Federico IV di Danimarca, lo sguardo giocoso di Luigi XV fanciullo, il piglio piccato di una fanciulla con la scimmietta, lo sguardo languido del pittore Antoine Watteau, la spavalderia della contralto Faustina Bordoni Hasse, e così proseguendo. Perché questo è un romanzo d’arte sull’arte, in cui le opere sono protagoniste al pari di Rosalba Carriera: è un racconto sull’arte del ritratto, sulle vicende dei personaggi ritrattati, sull’intreccio del collezionismo internazionale a Venezia e a Parigi, ma anche sulla mondanità e sulla cultura – fatta di teatro, feste, opere liriche e concerti realmente avvenuti – della prima metà del Settecento.
Intrecciando documenti e ritratti, la parte inventiva fioriva spontaneamente dallo studio dei carteggi, dei diari della pittrice, i quali mi avvicinavano al suo animo, all’indole determinata e alle motivazioni delle sue scelte di vita. È stato un passo naturale incrociare questi dati con la Storia e gli eventi della società del tempo, scoprendo singolari punti di tangenza.
La fitta trama storica, precisa nei minimi particolari, a uno sguardo d’insieme si schiudeva da sola a suggerirmi l’invenzione poetica.
Del resto, l’espediente dell’io narrante, che ho sempre considerato l’unica scelta possibile, racconta i riti dell’aristocrazia e del bel mondo veneziano e parigino del tempo e ha il merito di coinvolgere profondamente nella vicenda umana della pittrice, restituendo alla sua voce sentimenti, speranze, ambizioni e rimpianti.
Era un mio fermo proposito inoltre mantenere per ogni personaggio le caratteristiche più evidenti della personalità che spiccava dallo studio dei documenti: l’alterigia del consigliere de Brosses, la machiavellica personalità del finanziare John Law, il carattere seduttivo e contraddittorio del Reggente.
E in particolar modo ho cercato di rispettare l’indole di Rosalba Carriera in ogni suo gesto o parola, cercando di rendere giustizia a una donna che in un modo sorprendentemente pacato ha raggiunto un grado di libertà, indipendenza e affermazione professionale assolutamente invidiabile e unico per quel tempo.
Quindi nei dialoghi e negli incontri, plausibilmente verosimili o storicamente avvenuti, ho immaginato le sfumature emotive e le tensioni sentimentali, mentre ho conservato quasi integri i contenuti, rimodulati da lettere, diari e resoconti degli stessi protagonisti o di personaggi a loro vicini.

Perché proprio Rosalba Carriera, cosa le ha colpito, qual è stato l’elemento, se esiste, che l’ha spinta a scrivere di lei?
Essendo i miei pittori favoriti Giovanni Bellini e Tintoretto, la risposta a questa domanda non è così scontata. Trascinata da alcuni studi sul Settecento e sul Grand-Tour in occasione di un’esposizione temporanea, mi sono avvicinata con maggiore consapevolezza alla opere di Rosalba Carriera esposte alle Gallerie dell’Accademia, cosa che è abbastanza rara per i noti problemi di conservazione del materiale.
Solo guardando, anche con occhio poco allenato, i suoi ritratti a pastello si può comprendere la fascinazione che ho subìto. Rosalba era una virtuosa in questa tecnica, primeggiava nella leggerezza di tocco e nelle sfumature impalpabili. La sua maestria nel rendere la verosimiglianza fisiognomica del personaggio con quel velato tocco di idealizzazione richiesto dalla committenza, ne ha decretato il successo europeo. Mi ha colpito poi il suo carattere a tratti gioviale, amante della conversazione, delle feste e del teatro, e per altri aspetti malinconico e solitario. M’incuriosiva questo soprattutto quella sua tanto decantata moderazione, definita dalle sue stesse parole “priva di eccessi”, e mi sono stupita che fosse accompagnata da una tenacia straordinaria, che le ha permesso di raggiungere una posizione invidiabile, conquistata sul campo e con un’oculata gestione del suo dono, senza il clamore di scandali o relazioni pericolose. Una rivoluzionaria silenziosa la definirei…

Che cosa ha permesso alla nostra pittrice aver successo in una società che è vero apriva lentamente alle donne, ma ancor chiusa dentro certi parametri sociali?
Potrei citare Roberto Longhi, che fu il primo a rivendicare nella nostra epoca la grandezza di Rosalba, pur vissuta nel tanto vituperato Rococò, poiché “seppe esprimere con forza impareggiabile la svaporata delicatezza dell’epoca”.
Eppure, anche secondo la critica moderna, oltre alla innegabile bravura, furono una serie di caratteristiche precise delle sue opere a decretarne il successo. Innanzitutto il genere del ritratto era un genere minore, uno dei meno lucrosi, e il ritratto a pastello poi ancor meno. Era quindi adatto a esser praticato da una donna, da sempre esclusa, salvo rari casi, dalla più remunerativa pittura di storia e dai generi maggiori. La velocità propria di questa tecnica, non paragonabile alle lunghe ore delle sedute dei ritratti a olio, lo rendeva un acquisto perfetto per i viaggiatori del Grand Tour che giungevano a Venezia sulla via del ritorno in patria: veloce da realizzare, poco costoso, facilmente trasportabile. Le caratteristiche peculiari del pastello poi si adattavano magnificamente all’estetica fragile ed effimera del Rococò, e l’esser donna assecondava la mania dell’esclusività e della ricercatezza delle novità tipica del secolo: cosa poteva esserci di più raro ed esclusivo di un ritratto dipinto da una donna?
È pur vero che la società tuttavia, proprio in quel momento storico, stava lentamente cambiando. Negli anni ’20 del secolo si stava dibattendo nelle Accademie e nei salotti, anche in modo appassionato, l’accesso delle donne allo studio e alla libertà di espressione. Nel salotto di Rosalba Carriera erano spesso ospiti nobildonne e letterate, cantanti e attrici che opera dopo opera rosicchiavano brandelli di concessioni alla causa del gentil sesso. Ed è proprio questo momento storico che si respira nella seconda parte del romanzo.

Nov 152011
 

Quando nel lontano 1983 mi accinsi a scrivere il mio primo saggio “41 mesi di guerra”, le mie fonti provenivano da documenti conservati in biblioteche e archivi pubblici e privati. E continuo ancor oggi a ringraziare i bibliotecari che mi hanno permesso accedere a testi poco noti o rinchiusi in scaffali non facilmente accessibili, ma anche per i tanti consigli datimi.
Oggi tutto è cambiato, la rete, internet, permette un più facile approccio e avvicinamento alle testimonianze, il ruolo del bibliotecario sembra quasi essere passato in secondo piano. Ma è veramente così? Che cosa è cambiato da 30 anni a questa parte?
Ne ho parlato con Cristina Bambini, bibliotecaria alla biblioteca San Giorgio di Pistoia, che adopera in modo davvero lodevole vuoi i mezzi del passato, i libri i manoscritti, vuoi quelli di oggi, siti, blog, social network, e via dicendo.

- Cristina, credi che, nell’epoca di internet, le biblioteche hanno ancora un senso? Non pensi siano superate, visto che in rete si può quasi trovare di tutto, addirittura il vecchio Sutra del diamante?
Se dovessi cercare cosa ha senso nell’epoca di internet, ti risponderei che forse, ora più che in passato, le biblioteche giocano un ruolo fondamentale, perché è attraverso di loro che il cittadino si gioca il diritto di accesso all’informazione e alla conoscenza, in un momento in cui le leggi di mercato intrappolano il futuro per inseguire influenze mediatiche e interessi commerciali e la comunità si arrangia passivamente, condannata al presente senza profondità di memoria e futuro. Le biblioteche rappresentano uno dei pochi presidi democratici rimasti, fonti di identità personale e collettiva, connettori verso l’altro, insomma, un vero luogo di energia in cui le persone si caricano a vicenda nel vedersi impegnate nel personale lavoro creativo e di apprendimento permanente.

- Qual è il ruolo del bibliotecario oggi e com’è cambiato rispetto, per esempio, a una ventina di anni addietro?
Domanda difficile per una giovane bibliotecaria. Rispetto al passato, in cui forse ci si concentrava quasi esclusivamente sulla conservazione e sulla preservazione del proprio patrimonio storico, ora si cerca di lavorare su un sistema integrato di informazioni e servizi, che sappiano mettere la biblioteca in ascolto del proprio pubblico, valorizzando nella comunità il proprio portafoglio servizi e sostenendo l’utente nella ricerca, in sede e sul web, per renderlo autonomo e indipendente nel recupero della risorsa informativa.

- Si parla di e.book, le biblioteche sono pronte ad ospitare, e in che modo, questi testi in versione digitale?
I libri… abituati come siamo a vederli, a toccarli, addirittura ad annusarli… ora abbiamo paura di non saper affrontare la nuova rivoluzione che ci attende. Rispetto al mondo accademico e universitario (che già da parecchi anni opera nel mondo digitale), le biblioteche di pubblica lettura hanno l’occasione di riflettere e rilanciare il tema della mediazione informativa di qualità, di contro alla disintermediazione e al “rumore” tipico della rete. Orientare nella scelta di un dispositivo di lettura valido (pensate alle iniziative di prestito degli ebook reader e i corsi di alfabetizzazione all’uso), creare coscienza critica verso il tema dell’accessibilità e usabilità dei formati in una comunità sempre più “digitalmente social” e abituata alla lettura su schermo (il progetto Books ebooks di Cologno Monzese ne è un esempio significativo), l’obiettivo finale è comunque quello di trasformare la biblioteca in un osservatorio dei comportamenti di lettura e, soprattutto, in un presidio neoumanistico, dotato di grande flessibilità e insieme di grande rigore culturale.

- Come le biblioteche potrebbero accattivare l’attenzione del cittadino per farlo partecipare attivamente agli eventi che questa organizza?
Gli spazi, le mostre, gli incontri con gli autori, i circoli di lettura, le associazioni di sostegno, la biblioteca deve sforzarsi di diventare il collante di una comunità! Occorre fare rete con le altre agenzie informative del territorio; essere un vero sistema e puntare sempre più su una dimensione di servizio grazie alla quale realizzare, tramite la lettura e l’accesso a raccolte di documenti e risorse cartacee e digitali, il diritto all’informazione e alla formazione culturale, l’accesso democratico (aperto a tutti), neutrale (senza condizionamenti ideologici ma lasciando il lettore libero di scegliere) e gratuito alle testimonianze della produzione scritta, corrente e passata.

- Nell’interessante volume di Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, si accenna al fatto che dovrebbe esserci un rapporto più stretto, quasi confidenziale fra biblioteca e utente. Che cosa ne pensi?
Parliamo tanto di servizi “su misura”, personalizzati e personali e ora abbiamo le tecnologie per poterlo davvero realizzare. L’utente della nostra biblioteca deve essere messo in grado di comprendere ad ogni passo le scelte condotte, giovandosi di un apparato di ausili “informativi” (segnaletica, rassegne, sportelli informativi, sito web) con cui muoversi all’interno del sistema e seguire i diversi percorsi fino a scoprirne i tesori e il legame identitario con la comunità e incentivandone l’impiego per la crescita personale e collettiva.

- Di che cosa ti occupi alla biblioteca San Giorgio, quali sono i tuoi compiti. Per esempio, come si classifica un libro?
Classificare un libro è la cosa che mette più in difficoltà chi cataloga. Implica una scelta soggettiva, quella cioè di capire quale sia effettivamente la tematica del libro e collocarlo di conseguenza sullo scaffale, sulla base della notazione in uso. Impresa facile quando l’argomento è unico, ma pensa a testi di taglio multidisciplinare… quale è davvero il taglio dominante? dove lo cercherà l’utente?
Riguardo le mie mansioni alla San Giorgio che dire… sono una bibliotecaria multitasking, metto alla prova le mie competenze, le mie conoscenze, la mia mente.
Sul risultato… agli utenti la parola.

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»»»qua una serie di interventi su Il futuro delle biblioteche nell’era di internet.

Oct 102011
 

“Prima di iniziare la lezione, controllo generale dei compiti
assegnati per casa.”
“Profe…”
“Dimmi cara.”
“Lei lo sa, io le voglio tanto bene, ma i compiti non li ho fatti.”
(sorridendo dolcemente) “Ok, va bene, ho capito.”
“Profe, scusi, cosa sta scrivendo sul registro?”
“Ti sto mettendo quattro.”
“Ma come, profe! Prima mi sorride piena di dolcezza e poi mi
mette quattro?!”
“Tu mi vuoi bene, ma non fai i compiti. Anch’io ti voglio bene
(per questo ti sorrido), ma ti metto quattro.”
“Allora non le voglio più bene.”
“Allora neanch’io.” (1)

Antonella Landi riesce a coniugare le attività di docente scrittrice e blogger in maniera davvero mirabile. Oramai da qualche anno curioso periodicamente il suo blog, un modo per entrare nelle dinamiche dell’insegnamento e leggere del suo rapporto con studenti cinesi, in modo particolare. Il suo ultimo libro, Tutta colpa dei genitori, poi, è un piacevole testo che dovrebbe condurci a riflettere sul ruolo dei genitori – ma non solo – nello sviluppo formativo dei giovani, e capire che, a mio avviso, prima di educare i figli, bisognerebbe formare i grandi. E se c’è un aspetto del suo modo di essere che mi affascina, questo è la sua franchezza, la sua spontaneità, la sua chiarezza.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è diventata il mio pane quotidiano a partire dagli anni del Liceo, momento in cui me ne sono innamorata. Avevo un ottimo docente, il professor Sergio Sammicheli, che ce la insegnava mescolandola alla Filosofia e con essa completandola. La Storia mi ha guidata attraverso una lettura nuova anche della religione a cui appartengo per nascita e cultura, quella cattolica. La Storia è diventata poi un lavoro: insegnarla a scuola, spiegarla ai ragazzi che ho davanti ogni mattina è l’occasione per provare a illuminarli sul presente, a fornire loro la strumentazione necessaria per leggere il mondo che si sono ritrovati tra le mani. La Storia è anche sinonimo di speranza. Io credo (voglio farlo) che da questa barbarie nascerà (auspicabilmente presto) un’era migliore.

- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
Avere una coscienza storica significa vivere con gli occhi aperti sul presente e le spalle non completamente girate verso il passato. Bisogna sempre camminare un po’ di traverso e con la coda dell’occhio guardarsi dietro. Quello che successe ieri aiuta a capire affrontare e migliorare quello che succede oggi. Guai a chi dimentica. Primo Levi lanciò una vera e propria maledizione a coloro che scordano che “tutto questo è stato”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sono abbastanza vichiana, effettivamente. Anche perché (purtroppo) non mi pare che l’uomo sia migliorato così significativamente nel corso del tempo. Anzi, proprio guardando la Storia si vede come i peggiori crimini siano stati commessi nel secolo più prossimo al nostro, nel secolo appena passato. Mi riferisco alla shoah, la più grande vergogna commessa dall’uomo, appena una manciata di decenni fa. Per questo dobbiamo vigilare su noi stessi. Potremmo ricommettere errori già commessi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Se per revisionismo storico s’intende la rilettura ridimensionante che è stata fatta di certi episodi come quello che citavo sopra, lo sterminio del popolo ebraico, trovo che si tratti di un’operazione abominevole al pari del negazionismo.

- Tu che hai insegnato e insegni a ragazzi cinesi, che approccio hanno con la nostra storia, la nostra letteratura, la nostra cultura?
Ho riscontrato molto interesse per la nostra cultura da parte dei miei studenti cinesi. Essi reagiscono con vivace curiosità agli argomenti che propongo e tentano spesso paragoni e parallelismi tra la nostra e la loro storia. L’anno scorso, in prima, è stato molto divertente sovrapporre la mitologia greco-latina con le leggende cinesi e sostituire i nostri mostri classici ai loro draghi. Ne sortivano sempre messaggi morali e umani analoghi, in cui tutti noi ci ritrovavamo puntualmente. Credo che quelle siano state le lezioni migliori. Per me, prima di tutto. Ho imparato moltissimo dai miei nuovi studenti. E loro hanno perso la testa per Italo Calvino! Mi è toccato dedicare l’ora settimanale di narrativa a un numero esagerato di Fiabe italiane: era diventata una dipendenza, si divertivano da matti e senza neanche rendersene conto hanno assimilato molti dei nostri usi e costumi popolari.

- Quanta storia c’è nei tuoi libri?
Dipende: nel primo (La profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi) c’è soprattutto la mia storia. La storia della mia passione per l’insegnamento, della mia avventura scolastica. Certo, indirettamente si parla anche della Storia come materia d’insegnamento e di come sia arduo ma contemporaneamente stimolante proporla ai giovani. Nel secondo (Storia parecchio alternativa della Letteratura italiana) la Storia si fa presenza naturalmente più tangibile perché va ad accompagnare la presentazione dei vari autori di cui racconto ironicamente la vicenda biografica e l’opera. Nel terzo (Tutta colpa dei genitori) c’è forse una storia in qualche modo sociologica: un ritratto “a pelle” di come sono mutati i rapporti tra le categorie educatrici più importanti, quella dei genitori e quella dei professori.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
È sbagliato pensare che con i giovani si debbano per forza fare salti mortali per interessarli a qualcosa. I giovani non vanno ingannati. Vanno trattati da adulti pensanti. Va fatto loro capire che l’ignoranza è la malattia peggiore che possa colpirli, che sapere è vivere meglio, è avere più possibilità, è salvarsi dalla prospettiva di una vita grigia e mediocre. Non bisogna aver paura di imporre obblighi e doveri ai ragazzi: la Storia va studiata, punto. Prima sarà un obbligo esoso. Dalla prima volta in cui percepiranno il valore immenso del sapere, scatterà la molla e il dovere diventerà piacere. Ho visto ragazzi farsi vanto (bellissimo a vedersi) di quello che avevano imparato a scuola e ragazzi mortificati per le occasioni perse.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Sto leggendo un libro molto interessante che questa estate ho trovato recensito su “La Stampa”. Lo ha scritto Vinicio Ongini e si intitola Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, pubblicato da Laterza. A ben guardare si tratta di un reportage storico sulla situazione della scuola oggi e sulle previsioni relative al suo domani. È proprio a scuola che le trasformazioni sociali si fanno più evidenti: tra i banchi aumentano di anno in anno gli studenti stranieri. Se smetteremo di guardare a questo fenomeno come a un limite ma inizieremo a viverlo come l’eccezionale privilegio che effettivamente è, la scuola non potrà altro che trarne immensi benefici. Nell’istituto dove insegno, il 75% dell’utenza (una brutta parola, ma si fa per fare prima) viene da Paesi diversi dall’Italia. A me ogni mattina sembra di entrare in un meraviglioso mercato multietnico. Ho imparato più dai ragazzi in questi due anni che nei precedenti diciotto. A vivere a contatto con tanti stranieri, la mente si apre, le prospettive mutano, i punti di vista si rivoluzionano, le priorità si trasformano. E tutti noi cresciamo.

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- 1. fonte »»»qua.

Sep 242011
 

Conosco Laura Costantini da diversi anni, da quando ambedue avevamo i blog sulla stessa piattaforma (adesso è »»qua), seguendo da vicino le sue produzioni letterarie insieme all’immancabile compagna di penna Loredana Falcone. Pur impegnata in Rai, riesce a trovare il tempo per scrivere romanzi (vedi »»qua) in cui la Storia è parte essenziale nello sviluppo delle trame, e difatti Laura è laureata in Storia moderna e contemporanea. L’ultima fatica è la cura di un’antologia che racconta il decennio 2001-2011, di cui 32 autori ne tracciano un profilo: Cronache di inizio millennio… presente la storia!

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
A scuola era la mia materia preferita. Mi sono laureata in storia moderna e contemporanea. Mi affascina, da sempre. Non riesco a guardare un qualsiasi manufatto umano senza pensare a quale storia ci stia raccontando, spesso inascoltato. La storia per la società è l’equivalente dei ricordi per una persona. In questi giorni viene trasmesso uno spot molto efficace in tv. Mostra come l’Alzheimer cancellando i ricordi, cancelli l’essere umano. Se cancellassimo la storia, cancelleremmo noi stessi.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa avere coscienza di come il nostro paese e noi tutti siamo arrivati ad essere ciò che siamo. Credo che il miglior insegnamento che la scuola potrebbe dare, e non dà, sarebbe la capacità di inquadrare i fatti nel contesto storico. E capire le radici profonde dei fenomeni attuali.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Non credo sia la Storia ad avere corsi e ricorsi. Penso piuttosto che siano gli esseri umani a riproporre nei secoli determinati atteggiamenti che poi sortiscono conseguenze assimilabili. È il motivo per cui bisognerebbe studiare la storia, conservarne memoria e imparare a non ripetere gli stessi errori.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che la conoscenza si sviluppa nel tempo. Che la storia vada osservata con la giusta distanza dai fatti. Ma che i fatti vadano presi per ciò che sono e per gli effetti che hanno determinato. In linea di massima sono contraria ad ogni tipo di revisionismo. In testa a tutti quello che vede nel nostro paese il tentativo, altamente offensivo per la memoria storica recente, di equiparare la lotta partigiana alla reazione repubblichina. Inquadrare i fatti nel contesto storico non deve mai significare abdicare ai concetti di giusto e sbagliato. Ed è inoppugnabile che Salò si prestasse a una guerra fratricida, trucidando combattenti per la libertà per ordine del Terzo Reich. Una delle dittature, insieme a quella di Stalin, peggiori che la storia ricordi.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, vada oltre?
No, non lo credo. La storia ha profonde radici nazionali. Il recente tentativo di far passare l’Unità d’Italia come una guerra di conquista da parte del regno sabaudo, dimostra come si vogliano tradire le fondamenta del nostro paese. Ben prima degli interessi espansionistici del Piemonte, Dante Alighieri piangeva i destini della “serva Italia”. La nostra è una storia peculiare, un nostro patrimonio. Non avrebbe senso snazionalizzarla, perché ci appartiene. D’altro canto, uno dei pochi meriti che riconosco alla scuola italiana è che i nostri studenti studiano, o almeno tentano di studiare, la storia di tutto il mondo. Contrariamente a quanto accade negli altri paesi. Ogni volta che mi sono trovata a parlare con cittadini americani, ho preso atto del loro stupore davanti alla mia conoscenza della storia degli Stati Uniti. Una conoscenza che non potevano in alcun modo ricambiare visti i programmi scolastici statunitensi, totalmente ignari di tutto ciò che è accaduto al di fuori dei patri confini. Ovviamente sto parlando di persone che hanno conseguito un diploma, non di laureati.

- Quanto influisce la storia nei tuoi romanzi?
Moltissimo. Io e Loredana Falcone, mia socia di penna, scriviamo da sempre romanzi storici. Non solo, ma di sicuro la possibilità di ricreare un mondo del passato e di regalare un viaggio nel tempo al lettore resta una delle nostre passioni nel variegato panorama della narrativa.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Domanda difficile. Io riscontro quotidianamente la pressoché totale ignoranza storica dei giovani. Però riscontro, anche, un grande interesse per i romanzi storici. Per la storia raccontata piuttosto che per quella infarcita di date e nozioni. Grande demerito è quello della scuola che non riesce più a rendere interessante la materia. Ma è fatto incontrovertibile che sta passando ogni giorno di più il messaggio che lo studio sia una perdita di tempo e che il valore di una persona non passi attraverso il bagaglio culturale. Considerando che tutti noi sappiamo quanto lo studio costi fatica, appare evidente che questo messaggio venga favorevolmente accolto dai giovani. Da adolescenti anche noi scalpitavamo di fronte all’impegno sui libri.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo. Un saggio che percorrendo la storia nazionale dal Risorgimento a oggi ci ricorda chi siamo e i molti motivi che abbiamo per dirci orgogliosi della nostra nazionalità. Oggi che subiamo un continuo attacco in quanto italiani, lo trovo un libro benemerito.

Aug 132011
 

Le parole in Remo Bassini sono storie che diventano narrazione, sviluppano azioni, ricordi, si traducono in vita vissuta. Remo, che durante il giorno dirige il periodico “La Sesia” di Vercelli, la notte si dedica ai suoi romanzi, a quegli intrecci narrativi che si riconoscono nel suo particolare modo di scrivere. Fra le ultime uscite ricordiamo Lo scommettitore (Fernandel 2006), La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007), Bastardo posto (Perdisa 2010). A novembre uscirà il suo nuovo libro Vicolo del precipizio (Perdisa)

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Era la mia materia preferita a scuola, mi sono laureato in storia del risorgimento, per un certo periodo della mia vita – quando sono stato allievo di Corrado Vivanti, curatore della Storia d’Italia Einaudi – ho sognato di fare lo storico. Un rapporto profondo ma ora interrotto.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Non so dire quanto serva avere coscienza del proprio passato storico. Le pagine di storia hanno tanti problemi: le scrive chi vince, il primo; tante pagine vengono oscurate affinché non si sappia nulla. Io penso comunque che sia importante avere una coscienza storica abbinata alla consapevolezza che, punto primo, sono i grandi poteri economici che da sempre muovono le pedine della storia per i loro sporchi interessi e che, punto secondo, è più importante la ricerca delle verità nascoste della coscienza storica.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Penso di sì, penso d’essere d’accordo con Machiavelli: tutti li tempi cambiano ma li omini son sempre li medesimi. Bisogna fare attenzione a una grande novità, però: il pianeta è in serio pericolo ambientale, insomma rischiamo di autodistruggerci, e questo non era mai successo.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Ogni tentativo di rivedere e riscrivere la storia va bene purché sia fatto in assoluta buona fede.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, vada oltre?
Le storie nazionali son poca cosa, occorre andare ben oltre.

- Quanto è influente la storia di tutti i giorni nei tuoi romanzi?
Parecchio.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Con buone letture, buoni cinema, buoni spettacoli teatrali e buoni insegnanti… in altre parole: la vedo grigia.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Trilogia della città di K. di Agota Kristof.

Jul 162011
 

Conosco Annarita Verzola da almeno 4-5 anni, assidui lettori dei nostri reciproci blog. Annarita lavora da anni nel mondo della scuola, dapprima come insegnante precaria (scuola dell’infanzia e primaria) e oramai da un po’ di tempo in segreteria.
Le sue più grandi passioni sono la lettura e la scrittura per ragazzi, amori nati e cresciuti con lei sui banchi di scuola. Ha pubblicato due libri di narrativa scolastica per la scuola secondaria di primo grado: Fiammetta dei dipinti e Il mistero dell’altopiano. Oltre all’interessante blog dedicato alla letteratura per ragazzi, dal febbraio 2010 ha iniziato la traduzione dall’inglese delle fiabe raccolte e pubblicate dal folclorista scozzese Andrew Lang dal 1889 al 1910: Le favole di Lang.
Collabora con racconti per bambini alla rivista on-line Fili d’aquilone.

*****

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è sempre stata la mia materia preferita a scuola e, crescendo, la mia biblioteca personale si è arricchita di numerosi volumi che spaziano in tutte le epoche, da un punto di vista cronologico e dei fatti. A volte mi capita di appassionarmi ad un personaggio, a un fatto o a un particolare periodo in seguito ad altri libri che ho letto, o viaggi che ho fatto e, da quando ti seguo, incuriosita dagli spunti di riflessione che ci offri. Devo dire però che soprattutto mi ha sempre affascinata, all’interno della Storia, la storia minore e quotidiana, quella che ci rivela come vivevano, come agivano, come pensavano le donne e gli uomini che ci hanno preceduti, e in questo senso sono numerosi i libri nella mia biblioteca, a cominciare dall’interessante serie dedicata alla ricostruzione della vita quotidiana in varie epoche. Il mio grande interesse però va soprattutto al Medioevo, sin dai tempi della scuola, quando ancora qualche insegnante si ostinava a definirlo i secoli bui.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La coscienza storica è fondamentale perché è il processo attraverso il quale i singoli e spesso la collettività si sono fatti protagonisti di movimenti di affermazione della propria coscienza, dell’intelletto, dello spirito che hanno generato grandi periodi di rivolgimento. È importante avere coscienza storica per non abbandonare il sentiero della presa di coscienza delle realtà e delle necessità di generazioni e di popoli. In questo senso mi sembra interessante il libro di Mario Mieggie Che cos’è la coscienza storica, e intendo leggerlo presto.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Indubbiamente sì, l’uomo e la società si sono evoluti e sviluppati in maniera a volte rapidissima, ma ciclicamente si ripresentano grandi avvenimenti come le guerre, le epidemie, i periodi di tensione nazionale e internazionale. Ovviamente queste situazioni vengono affrontate in modo diverso, in negativo e in positivo, grazie ai grandi progressi del sapere umano, ma certamente si tratta di corsi e ricorsi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Il revisionismo è inevitabile, alla luce di nuove conoscenze e di nuovi fatti, emersi magari dopo anni di ricerche, per correggere opinioni e tesi in campo storico, politico o ideologico, che si rivelano non più del tutto corrette. Diverso è l’atteggiamento del negazionismo, volto a negare appunto realtà incontrovertibili come ad esempio l’Olocausto. Ultimamente ho la sensazione che il revisionismo stia scivolando più verso la deriva del negazionismo, ma spero di sbagliare.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, debba andare oltre?
Credo oramai sia inevitabile, vista la globalizzazione delle conoscenze e delle comunicazioni nella nostra era in cui Internet ci permette di accedere a livelli di conoscenza che alcuni decenni fa non era probabilmente neppure immaginabili. Non ha senso barricarsi in un ottuso nazionalismo, la Storia ci insegna che il tessuto dei fatti è una sottile trama nella quale spesso è impossibile discernere l’inizio dalla fine, lo sfumato passaggio da un tono all’altro. Non è pensabile la fruizione storica per comparti stagni, i personaggi, gli eventi, le svolte epocali sono troppo intimamente intrecciati per nasconderci le ripercussioni che hanno avuto sui paesi vicini. È un po’ come gettare un sasso in una pozza d’acqua e osservare i cerchi concentrici ampliarsi e giungere sino a lambire le propaggini della sponda.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Ammetto di non avere una grande conoscenza della ricerca storica di altri paesi, ma ho avuto modo di notare, ricercando fatti e personaggi di mio interesse, che la ricerca storica dei paesi anglosassoni pur essendo molto rigorosa riesce ad avere anche un ottimo tono divulgativo, che coinvolge il lettore profano e lo invoglia ad approfondire. Penso per esempio agli ottimi esempi di Antonia Fraser o alla narrativa storica di Carolly Erickson.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come vorresti fosse insegnata?
Ritorno a ciò che dicevo prima riguardo il mio interesse per la storia quotidiana. Credo sarebbe un buon approccio offrire ai giovani questo tipo di conoscenza, permettere loro di frugare tra le pieghe minute della storia minore in cui si riflette la storia con l’iniziale maiuscola. A volte poi l’insegnamento scolastico della storia è ancora troppo nozionistico. Inoltre trovo discutibile che l’attuale programma di storia della scuola primaria si fermi alla caduta dell’impero romano.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
In questo momento consiglierei non un solo libro, ma un gruppo di sei: non sono libri di storia, ma romanzi che dipingono con accuratezza e ironia l’Inghilterra rurale vittoriana. Si tratta del cosiddetto Ciclo del Barset di Anthony Trollope, composto di sei romanzi che ci introducono alla conoscenza di una società sì rurale, ma dalle gerarchie ben delineate e i cui personaggi a volte ritornano da un romanzo all’altro, dandoci un preciso e a volte graffiante ritratto della società dell’epoca. Anche qui dunque una storia minore, ma non per questo meno interessante. I titoli sono i seguenti: L’amministratore, Le torri di Barchester, Il dottor Thorne, La Canonica di Framley, La casetta ad Allington e Ultime cronache del Barset. Sono tutti pubblicati da Sellerio.

Dec 232010
 

Emilia Peatini è un’insegnante della scuola primaria che si occupa da molti anni di didattica della storia. Coordina la Rete di Storia di Treviso che progetta formazione per gli insegnanti e laboratori didattici per gli studenti, in collaborazione con i Musei, l’Archivio di Stato, gli Istituti di Storia del territorio ed è partner dell’Assessorato alla Cultura del Comune e della Società Iconografica Trivigiana nella progettazione della Biennale di Storia a Treviso.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La storia pian piano ha conquistato il posto della narrativa, della musica e di altre passioni che mi hanno fatto tanta compagnia e consolato in tempi meno favorevoli. Cos’è per me la storia? Spesso, questa domanda me la faccio anch’io. Storia permeante, penetrante nel mio lavoro e nei momenti della distensione. Passione per la storia, per le sue rappresentazioni, per le immagini mentali che un documento, un’immagine, un oggetto archeologico, un buon testo storiografico riescono a plasmare. Questa passione ho cercato e cerco di trasmettere agli alunni e agli insegnanti che lavorano con me.
Non cerco l’assoluta oggettività nella storia, quanto la costruzione della sua rappresentazione, l’analisi delle fonti e l’utilizzo che lo storico ne fa. Mi interessa lo storico, il suo presente e il suo punto di vista.
Mi scopro uno sguardo storico, ché tutto quanto mi circonda è testimonianza del passato.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La testimonianza del passato… Ma passato è una categoria troppo generica: sottende la vita di tanti uomini, donne, le opere, le aspirazioni, le mentalità, le genialità e le tragedie… le storie nascoste o negate. Sapere, avere coscienza che molto potremmo comprendere, che nulla è definivo e concluso, che siamo sempre “in ricerca”, che siamo responsabili di questa memoria e la dobbiamo tramandare… forse questa per me è coscienza storica e la sua finalità è superare la finitezza della nostra esistenza e darle un senso. Siamo chiamati alla cura di ciò che del passato è giunto a noi e, con forza, alla riflessione per non reiterare errori.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
A volte abbiamo una falsa percezione, nel ripetersi di tragedie volute o non evitate, della ricorsività della storia. Sarebbe negare la possibilità dell’uomo di intervenire sugli eventi. Sarebbe negare i principi della responsabilità e della irreversibilità della storia.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
La storia è stata usata fin dai tempi più antichi per avvalorare scelte politiche e tanto altro. Succede anche oggi e non mi meraviglia. Porterei l’attenzione sulla distinzione tra storia e cattiva storia. Credo che in ogni periodo l’uomo abbia posto al passato le domande che vengono dal suo presente, abbia guardato al passato con la sua mentalità. Possiamo trovarci di fronte a narrazioni che si collegano, che si integrano, che, a volte, si contraddicono. Per questo è importante contestualizzare la ricostruzione storica: occuparci del punto di vista del suo autore. La storia non è mai conclusa, finita.
Diverso è il caso di chi manipola documenti o addirittura nega la documentazione e la memoria. Oggi il caso più eclatante è la negazione della Shoah, ma c’è anche altro…

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, va oltre?
Credo che la storia sia debitrice alla geografia di una categoria determinante: la scala spaziale. La ricerca storica gode di molte prospettive e, credo, le debba tutte comprendere: dalla storia locale fino alla storia dell’ecumene. È il tema dell’indagine che renderà possibili il coinvolgimento, il dialogo e i collegamenti tra le diverse scale… La visione attraverso uno sguardo multi prospettico sarà capace di superare confini e differenze e a farne comprendere l’umanità.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Penso si debba essere riconoscenti alla storiografia francese. Credo che attualmente ci sia uno scambio proficuo, grazie anche alle nuove tecnologie.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come la insegni tu?
I giovani amano la storia! Non amano la disciplina (materia) della storia. Ma si fanno domande sul passato e si incantano davanti ad una pergamena, ad un coccio d’argilla o alla veduta di una città perché riconoscono nelle tracce le risposte che l’uomo ha saputo dare alle sue necessità e alle sue tensioni. Credo che la storia dovrebbe essere insegnata offrendo ai ragazzi, fin da piccoli, l’esperienza di un laboratorio di storia. Tematizzare, problematizzare, lavorare con i documenti, fare storia nei Musei, negli Archivi, nel territorio non li faranno diventare degli storici ma daranno loro gli strumenti della storia. Insegneranno loro anche una lezione importantissima: la cura, la tutela e la responsabilità verso i Beni Culturali ed il territorio.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Se solo uno deve essere: Sei lezioni sulla storia di Edward Carr.

Dec 152010
 

Una delle tante opportunità che ci dà internet è di entrare in contatto con persone che hanno la stessa passione, pronte a condividere le proprie esperienze, disponibili a partecipare attivamente con le proprie conoscenze. E grazie alla rete conobbi, qualche mese fa, il blog di Marina Minelli, un blog che tratta di “Altezze reali” e che invito a scoprire insieme alla sua autrice.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Posso dire che la Storia è la passione della mia vita? In senso culturale ovvio. È una materia che ho adorato a scuola, nonostante insegnanti non sempre interessanti, però venendo da una famiglia di grandi lettori, non avevo problemi a procurarmi libri e ad approfondire qualsiasi argomento destasse la mia curiosità. Ho comperato il mio primo libro di storia verso gli 8 anni, mettendo da parte ogni settimana quella che allora si chiamava “paghetta”. Il titolo? Grandi Regine, naturalmente. Un bel volume illustrato per bambini edito da Mondatori e scritto da Giuliana Pistoso. Nello stesso periodo sono andata a vedere “Anna dei mille giorni”, un film storico con Richard Burton nella parte di Enrico VIII. A ripensarci era un po’ crudo per una bambina, però che bello. Al liceo la mia era considerata solo una “mania”, all’epoca andava di moda la filosofia e il fatto che nei licei la cattedra sia storia e filosofia crea confusione e non aiuta perché in genere i docenti sono laureati in filosofia e tendono a dare più spazio alla loro materia. Mi sono rifatta all’università con una laurea in Storia indirizzo moderno all’Università di Bologna. Gli anni più belli della mia vita. Poi ho fatto altro, cioè la giornalista di cronaca, ma due anni fa ho deciso che era ora di ricominciare a parlare con la storia e l’ho fatto aprendo un sito.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La Storia, come dice De’ Gregori, siamo noi. La Storia è il passato che ci consente di capire il presente e di affrontare il futuro. La coscienza storica vuol dire conoscersi, sapere chi siamo e da dove veniamo, con la speranza di non commettere più gli stessi errori. Mi sono laureata con una tesi su una grande famiglia di Ancona, i conti Ferretti di Castelferretto e trovavo meraviglioso che gli attuali componenti della famiglia conoscessero il nome dei loro antenati, le loro gesta, i loro pensieri. Mi affascina essere in luoghi storici, sapere che lì prima di me altri sono passati. Ogni volta che capito a Bologna faccio una sosta a San Petronio e mi dico “l’imperatore Carlo V era qui…”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Assolutamente sì, peccato che la stupidità umana a volte non consenta di vederli. Ad ogni modo è come nelle storie d’amore, nulla di nuovo sotto il sole, perché gli uomini quelli sono e spesso tendono a ripetersi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Sinceramente sono abbastanza turbata dai revisionismi, da quelli che tentano di riabilitare certi personaggi o periodi storici e, adesso, dal revisionismo feroce a cui si sta sottoponendo tutto il nostro Risorgimento.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, va oltre?
Be’ sì, direi che è fondamentale. Purtroppo noi siamo un po’ troppo legati al “libro di testo” delle superiori che per la Storia (e per altre materie, purtroppo) è saldamente ancorato all’italianità, punto e basta. Una visione di insieme sarebbe molto più utile, specie oggi, in una Europa senza frontiere e in un mondo molto più vicino.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Non mi occupo di ricerca storica – in senso accademico/universitario – da molti anni, però direi che all’estero c’è molta più passione. E in generale l’interesse per la Storia è sicuramente più elevato rispetto all’Italia, dove questa materia continua ad essere estremamente marginale o talmente di nicchia da non essere neanche presa in considerazione.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Smettendo di dire che la Storia è noiosa e che non serve a niente, come fanno da anni quelli che scrivono i programmi per le scuole i quali sembrano averci preso gusto a sminuire l’importanza della Storia. Facendola vivere sul campo e soprattutto considerandola perno attorno al quale possono ruotare tante altre materie, dalla letteratura, alla storia dell’arte, dalla musica, alla storia delle religioni e del pensiero.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
La mia passione sono le biografie, che in Italia o non vengono scritte o sono prese a piè pari dall’estero e tradotte spesso malamente per non dire altro. Sì, vai lo dico. Mi è capitata per le mani una biografia su Eleonora d’Aquitania, la celebre reine Aliénor, peccato che in copertina come illustrazione ci fosse un ritratto di Eleonora d’Austria, la sorella di Carlo V, nata qualche secolo dopo. Però di recente è uscita una bellissima biografia di un personaggio sui generis scritta da Pablo Dell’Osa (uscita per i tipi di Mursia), un bravissimo ricercatore, che per vivere fa il giornalista a Pescara. Dell’Osa ha studiato per quattro anni la vita di Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, il figlio di quell’Amedeo duca d’Aosta che la politica mette per un brevissimo periodo sul trono spagnolo. Al giovanotto i panni eleganti e disimpegnati del rampollo reale nulla facente o al più destinato a qualche vago incarico onorifico o ad un comando militare del tutto simbolico, stanno stretti, anzi strettissimi. Così Luigi (cadetto del ramo cadetto) parte per destinazioni ancora ignote e la sua vita si trasforma quasi in un romanzo che Dell’Osa ci racconta con prosa brillante e dovizia di particolari. Il libro si intitola “Il principe esploratore.

Jul 302010
 

Un’intervista a Elisabetta Gnignera, autrice del volume appena pubblicato “I soperchi ornamenti”.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Nella storia si trova il fondamento di tutto quello che siamo oggi pertanto non è possibile ignorare quegli avvenimenti o fenomeni culturali e di pensiero che ininterrottamente si sono susseguiti sino a modellare il nostro presente.
Per me è non solo auspicabile, ma doveroso, perseguire la conoscenza – perlomeno a grandi linee – dei fenomeni storici (andando a pescare anche nella micro-storia) che hanno caratterizzato la nostra civiltà partendo da quella occidentale che mi riguarda più da vicino ma cercando di spingermi sino alla comprensione storica di civiltà geograficamente – ma spesso non culturalmente- distanti dalla nostra.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa essere in grado di rintracciare l’eco dei grandi avvenimenti storici nei piccoli fatti quotidiani i quali talvolta sono altrettanto rivelatori e contribuiscono a gettare una luce nuova e chiarificatrice sulla storia “ dei grandi”.
A questo proposito ricordo ancora un brano contenuto in un mio “originale” manuale di Storia del Liceo in cui veniva descritto con accuratezza un pasto frugalissimo del pontefice Giulio II (la cui parsimonia è ben nota a storici e non ….); ebbene a distanza di anni rimane indelebile il mio ricordo del brano in oggetto mentre circostanziati saggi di illustri storici sono caduti nell’oblio: potere della micro-storia!
Ritengo, con gli antichi, che la Storia – e di conseguenza la coscienza storica – sia a tutt’oggi e sempre di più Magistra vitae.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Credo che l’animo umano [e i moti dell’…] pur adeguandosi all’evolversi delle epoche, sia sostanzialmente uguale a se stesso pertanto più che di ricorsi di avvenimenti parlerei di ricorsi di meccaniche psicologiche e sociali che stanno alla base di molti avvenimenti storici.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che se si “ascoltasse” con maggiore attenzione ciò che i documenti rivelano (e lo fanno sempre e in ogni caso, anche quelli apparentemente più insignificanti) lasciando da parte teorie spesso confezionate a tavolino o poco riguardose degli avvenimenti storici e si ricercasse attraverso il rigore e la comparazione, di approdare a punti di vista il più possibile obiettivi senza preconcetti o aberrazioni storiche di ordine politico, la Storia, quella vera, quella di tutti e che appartiene a tutti perché parla dei grandi e dei piccoli, ne uscirebbe arricchita.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in determinate nazioni, paesi, deve andare oltre?
Diciamo che determinati fenomeni storici hanno delle caratteristiche in ogni caso “nazionali” e locali; occorre essere consapevoli, nella ricerca così come nella fruizione storica, di queste caratteristiche senza operare forzature “transnazionali” che risulterebbero altrettanto nocive di una cecità campanilistica nei casi di fenomeni storici dove gli “internazionalismi” siano di fatto accertati. In altre parole, se è auspicabile che nel prossimo futuro possa esservi una comprensione globale di fenomeni locali bisogna stare attenti a non avallare in modo arbitrario, punti di contatto tra fenomeni dove storicamente, punti di contatto non vi sono.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi, in generale?
In generale credo che se in Italia si eccelle spesso nel rigore storico e nell’analisi circostanziata dei fatti e delle fonti, di pari passo, è fin troppo presente un certo pregiudizio di stampo accademico secondo il quale soltanto alcune fonti documentarie sono degne di essere analizzate mentre si tralasciano spesso delle fonti minori le quali – se indagate – contribuirebbero ad illuminare in maniera magistrale degli aspetti poco conosciuti di argomenti quali ad esempio il costume, che di fonti cosiddette minori si sostanziano.
Un altro aspetto che balza agli occhi nella ricerca storica in Italia è il carattere poco divulgativo di molti lavori il cui intento sembra spesso improntato ad una sorta di auto-referenzialità volta ad acquistare credito all’interno del mondo accademico e non a raggiungere veramente i lettori.

- Hai appena pubblicato un libro dal titolo “I soperchi ornamenti”, dicci in poche parole di che cosa tratta?
Si tratta di una pubblicazione nella quale ho voluto tracciare uno spaccato inedito ma storicamente rigoroso della figura e della storia della donna nel Quattrocento in Italia attraverso l’analisi dei copricapi e delle acconciature ma anche della cosmèsi e accogliendo volutamente all’interno, la trattazione – resa attraverso le acconciature – delle principali categorie sociali di appartenenza delle donne del tempo: vergini, spose, vedove, prostitute, schiave, balie etc.
Fondamentale è stato il metodo ossia l’uso attento e selezionato ma senza preconcetti accademici, di fonti letterarie, documentarie e iconografiche per approdare ad un’indagine storica aperta e non tematizzata a priori.

- C’è un qualche rapporto storico fra acconciature rinascimentali e acconciature moderne?
In generale posso instaurare dei paralleli ‘per negazione’ nel senso che oggi le acconciature ed i copricapi intesi come sovrastrutture in senso stretto, hanno perso via via di importanza a differenza del Quattrocento-Cinquecento quando anche l’identità sociale passava spesso per la testa delle donne. Evidentemente oggi la testa delle donne non serve più come mezzo di connotazione dell’identità femminile che va ricercata altrove…

- Che tipo di difficoltà hai avuto durante le ricerche?
Lo scoglio principale da superare è stato quello di dover parlare delle donne dovendo filtrare delle testimonianze documentarie, letterarie etc., eminentemente maschili analogamente a quanto evidenziato dal Prof. Francesco Furlan, autore del saggio La donna, la famiglia, l’amore tra Medioevo e rinascimento, Leo Olschki Editore:

[…] all’ostinato silenzio della donne si oppone, insomma, una loquacità magari relativa ma persistente degli uomini. Non di tutti gli uomini, certo […] è innanzitutto con chierici, con filosofi e letterati, con medici e giuristi che abbiamo a che fare. Lo schermo che essi innalzano e col quale ricoprono il nostro oggetto è senz’altro uno schermo maschile, e sovente concepito e collaudato a partire da ambienti nei quali la donna è assente, dai quali anzi – com’è per gli ecclesiastici – essa è esclusa.

Attraverso tale schermo ho cercato di raggiungere via via dei punti di vista che approdassero ad una certa obiettività storica mediando tra idealizzazione e denigrazione che sono gli estremi entro i quali dover definire la figura della Donna. Con mia sorpresa ho notato come, in senso storico, si progredisca di più attraverso fonti che intendono denigrare piuttosto che non attraverso quelle che tendono ad idealizzare perché si ha un maggiore appiattimento dei dati storici.

- Pensi che la moda abbia influito in certe decisioni o che sia uno specifico periodo storico ad aver determinato un modo di vestirsi, di acconciarsi?
Credo che entrambe le circostanze si siano verificate e si verifichino tuttora: se ad esempio nelle acconciature quattrocentesche è tangibile la stessa evoluzione storico-filosofica della società coeva passando dal verticalismo del gotico flamboyant alla simmetria/chiarezza dell’umanesimo rinascimentale, per altri fenomeni di costume quali la gorgiera adottata dai nobili spagnoli per volere del loro sovrano con lo scopo di mantenere la testa (e più precisamente il mento) più alta possibile, per conferire a chi la portava un aspetto più altero possibile, si può parlare di vere e proprie implicazioni sociali scaturite da essi.

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