Apr 252011
 

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che “la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1). Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc. Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne - ricordiamo la figura del trinciante - o comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano di spunto altrove.
Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, Nos italicus luxus corrupti, la lussuria italica ci sta corrompendo.
Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, partita dall’Italia, attraverserà, influenzando, buona parte delle terre europee.

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1. in Peter Burke,Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.

Apr 222011
 

Se pensiamo che il problema dei profughi, degli emigranti, sia solo attuale, certamente siamo in errore, giacché anche nel periodo preso in considerazione in questo blog – Età moderna – era significativo e destava non poche preoccupazioni ai governanti. Accanto alle migrazioni interne, migrazioni dai villaggi, causate dalla ricerca di una migliore occupazione, dallo sfuggire alla miseria, dalla necessità di trovare un coniuge, si aggiungeva un considerevole movimento di popolazione che, per varie cause, lasciava il proprio paese.
In Spagna, per esempio, dopo la rivolta del 1569 e vari tentativi di cristianizzazione, la cacciata dei moriscos fu un momento che segnò un’epoca. L’esodo, in seguito alla decisione di espulsione del 1609, di circa 300.000 persone provocò un certo disequilibrio nei commerci, nella struttura sociale, si pensi solo che dalla regione valenciana partì più o meno un terzo della popolazione. Alcuni si rifugiarono in Nord Africa, alcuni a Istanbul, altri in Francia, altri, in numero variabile ma inferiore, in vari stati europei. Per non dimenticare che in tutto il XVI secolo salparono dalla Spagna intorno a 250.000 fra uomini e donne diretti verso le Nuove Terre.
Così come dalle isole inglesi si allontanarono fra il 1620 e il 1640, stabilendosi nel Nord America e nelle Indie occidentali, circa 80.000 persone. E alla volta dei Paesi Baltici, gioco forza l’egemonia inglese, si spinsero molti scozzesi, mentre gli irlandesi si dirigevano verso i paesi cattolici.
Dal Portogallo, si stima – ricordo che le indicazioni statistiche sono approssimative, in considerazione del fatto che, con le dovute eccezioni, non si possiedono precisi dati – emigrarono dalla seconda metà del Cinquecento sia verso il Brasile sia verso le nuove terre atlantiche circa 3.000 uomini l’anno, oltre a circa 2.400 che andavano distribuendosi, già dai primi decenni del XVI sec., lungo le coste dell’India: quantità non poca giudicando il milione di abitanti che viveva in Portogallo.
Ma non solo, anche i pellegrinaggi furono causa di importanti spostamenti. A Roma, si dice, giunsero per l’Anno santo del 1575 quattrocentomila visitatori, in una città di quasi 100.000 abitanti, cifra che salì a oltre cinquecentomila nel 1600. La religione, dunque, influiva sia positivamente che negativamente nelle grandi emigrazioni. I protestanti si allontanarono dai paesi cattolici in cui risiedevano, e viceversa. In Francia, la feroce repressione della notte di San Bartolomeo, 1572, fu il culmine del problema, un problema di intolleranza religiosa che già fra il 1540 e il 1550 aveva causato vari flussi migratori. Alcuni autori calcolano che si rifugiarono in Svizzera fra il 1549 e il 1587 circa 12.000 francesi, sfuggiti alle persecuzioni, mentre altri si imbarcarono in direzione dell’America. E sempre in Francia, la revoca (1685) dell’Editto di Nantes - stipulato da Enrico IV nel 1598, che assicurava una certa tolleranza religiosa verso gli ugonotti – da parte di Luigi XIV, fu causa di ulteriori emigrazioni: fra il 1680 e il 1720 espatriarono circa 200.000 persone, la maggior parte verso le Province Unite, alcuni in Inghilterra, altri nei paesi riformati.
In questo brevissimo quadro bisogna includere la feroce Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che, oltre a causare morti, feriti, crisi, depressioni, malattie e via dicendo, indusse, specialmente dopo la battaglia della Montagna Bianca del 1620 e quindi della fine dell’indipendenza ceca, una buona quantità di nobili che appoggiarono l’elettore palatino Federico V (1596-1632) a emigrare. A fine conflitto, si conteggia che la popolazione della Boemia si ridusse del 45% e quella della Moravia del 25%, cifre davvero considerevoli.

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Nota: i dati statistici sono presi da Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Bari-Roma, 2000, pag. 205 e segg.

Apr 142011
 

Per meglio studiare la Rivoluzione inglese del XVII sec., bisogna entrare anche nelle più piccole e remote dinamiche, in quei particolari e dettagli che poi faranno parte di un grande mosaico che ci mostrerà una visione d’insieme. E lo storico inglese Lawrence Stone fu uno di coloro che cercò e ricercò quanto più notizie attendibili, confrontandosi e scontrandosi spesso con i suoi contemporanei.

Di seguito un breve brano:

La natura rivoluzionaria della rivoluzione inglese si dimostra in parte coi suoi fatti, in parte con le sue parole. Tra le conquiste non ci fu soltanto l’uccisione di un re (gli inglesi avevano una lunga tradizione di assassinii di re indesiderati, da William Rufus a Edoardo II a Riccardo II), ma anche il fatto di aver processato un re nel nome del «popolo d’Inghilterra», accusandolo di alto tradimento per aver violato «la costituzione fondamentale di questo regno». Era la prima volta che accadeva. La rivoluzione non comportò semplicemente la sostituzione di un re a un altro, ma l’abolizione dell’istituto monarchico; non semplicemente l’esecuzione di qualcuno e la confisca delle proprietà di pochi nobili, ma l’abolizione della Camera dei Lords; non semplicemente la protesta contro gli «odiosi preti» di Hobbes, il clero e i vescovi, ma l’eliminazione della Chiesa costituita e la confisca delle proprietà vescovili; non semplicemente un attacco contro i funzionari più impopolari, ma l’abolizione di tutta una serie di istituzioni amministrative e legali di importanza cruciale per il governo. La natura rivoluzionaria della rivoluzione inglese è dimostrata forse in modo ancor più convincente dalle sue parole che dai suoi fatti. Anche soltanto la straordinaria verbosità – fra il 1640 e il 1661 si pubblicarono ben più di 22.000 sermoni, discorsi, libelli e giornali – basterebbe ad indicare che si trattò di qualcosa di assai diverso dalla solita protesta contro un governo impopolare. Questo fiume di parole stampate è il sintomi di un cozzo di idee e ideologie, e dell’affermarsi ci concezioni radicali su ogni aspetto del comportamento umano e su ogni istituzione sociale, dalla famiglia alla Chiesa, allo Stato”. (1)

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1. Lawrence Stone, Le cause della rivoluzione inglese, 1529-1642, Einaudi, 2001, pag. 60.

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Articoli correlati:
- La guerra civile inglese e Oliver Cromwell.
- Regnanti inglesi del XVII secolo, immagini.
- Il Patto del popolo e Oliver Cromwell.
- Le cause della Rivoluzione inglese, un libro.

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Decapitazione di Carlo I d'Inghilterra, 1649

Feb 222011
 

Lo sviluppo di uno Stato passa anche attraverso i commerci marittimi, attraverso strutture e infrastrutture portuali che possano permettere l’andirivieni di beni. Firenze ha sempre perseguito una politica espansionistica per avere uno sbocco a mare: conquista Pisa nel 1406, poi nel 1421 compra Livorno ai genovesi per 100.000 fiorini (qua), poi ancora fortifica le coste con la costruzione di fortezze, infine, ma non per ultimo, intraprende l’ampliamento del porto livornese con Cosimo I (1519-1574). E Livorno sarà una delle città che fra il 1600 e il 1750 avrà un incremento demografico e mercantile davvero notevole (1).
L’idea di Cosimo I, nel 1574, era quella di un nuovo molo, per passare all’ingrandimento di Livorno costruendo una forte e robusta cinta muraria per ospitare, col passare degli anni, almeno 12.000 persone, con il progetto di iniziare scambi commerciali con i turchi e avere dai portoghesi il monopolio del commercio del pepe. Tentativi, questi ultimi due, destinati a fallire, ma non quello di continuare a rivalutare Livorno come porto fondamentale e necessario per i commerci con l’estero. Gli inglesi ne approfittano ben presto, per giungere, già nel marzo del 1573, con 5 navi. Del resto, lo stesso granduca Francesco I (1541-1587) raccomanderà al provveditore di Livorno dare loro ogni possibile agevolazione e ospitalità, affinché possano ritornare.
Il progetto della nuova città è affidato a Bernardo Buontalenti (1536-1608), che disegna un contorno pentagonale. Ben presto iniziano gli espropri che, sebbene con qualche contrasto, procedono in modo determinato, grazie anche a un valido notaio quale Lorenzo Sani. Organizzato il cantiere, edificati i forni per la cottura dei mattoni, trovate le cave per i materiali nelle adiacenze della città, pronti gli operai che, generalmente, provengono dalle galere, resta da formare il personale qualificato per l’organizzazione amministrativa, problema di non facile soluzione. Francesco I si reca poche volte nella città in costruzione, forse per le zone paludose e malariche che la circondavano, forse perché riusciva dalla sua Firenze a controllare il tutto tramite funzionari che lo informavano dettagliatamente.
In dieci anni, siamo già alla morte di Francesco I, la costruzione della cinta muraria è completata, pronti magazzini e depositi merci, approntata una rete fognaria, lastricate vie, riorganizzato il vecchio centro abitato.
Con Ferdinando I (1549-1609), successo al fratello Francesco I, viene un nuovo ed energico impulso, sebbene il periodo di carestia del 1590-’92 segni fortemente la storia di molti paesi europei. Il nuovo granduca invita le maestranze e i contadini dei paesi vicini a lavorare nell’opera, concedendo privilegi, impiega più schiavi e forzati, insomma, sembra aver voglia finire quanto prima.
Nel 1591, si stipula un accordo commerciale con l’Inghilterra di Elisabetta I, per favorire le navi e agevolare i commerci. “Nel 1591 la fioritura del porto di Livorno è evidente […]” (2). Nello stesso anno si incitano i mercanti di qualsiasi nazione a venire a Livorno, commerciare con Livorno, sbarcare a Livorno, assicurando, oltre a facilitazioni, anche libertà religiosa, protezione alle persone e ai beni. In effetti, fra gli altri, intorno al 1595 si stabiliscono nella città un gruppo di ebrei, si istituisce un consolato inglese e uno olandese, consentendo, grazie a concessioni ed esenzioni, una lenta e costante migrazione sia dalle vicine terre che da paesi più lontani.
Nel 1606, Livorno ha il titolo di città, una città multinazionale di 5.046 abitanti (1609), ma che nel 1645 ne ha già 12.000 (3). Città ancora che nei primi decenni del ‘600, in piena Guerra dei Trent’anni, sarà porto neutrale per gli scambi commerciali, con un ritmo di crescita che, azzarderemo dire, forse unico nel panorama italiano di quei decenni.

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1. J. de Vries, European Urbanization 1500-1800, Londra 1984.
2. L. Frattarelli Fischer, Livorno, città nuova (1574-1609), in “Società e Storia”, n. 46, 1989, pag. 885.
3. L. Frattarelli Fischer, op. cit., pag 890.

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Dec 292010
 

Con lo sviluppo e l’avanzare dell’impero turco, le rotte commerciali marittime fra Europa e India presero un diverso cammino. I portoghesi furono i primi a seguire il lungo percorso che passava da Capo di Buona Speranza, quando nel 1487 Bartolomeo Diaz (1450-1500) lo soprannominò Capo delle Tempeste, avendolo doppiato proprio in quell’anno. Circa dieci anni dopo, 1497, Vasco da Gama (1469-1524) allestì una nuova via per le Indie, dalla regione di Mombasa al porto di Calicut, raggiunto il 20 maggio 1498, attraversando direttamente l’oceano. Ricevuto dal sovrano hindu di Calicut, da Gama cominciò a istituire, dopo difficili accordi, una serie di magazzini per intraprendere scambi con la zona.
Tutto iniziò a cambiare nell’epoca di Pedro Alvarez Cabral (1467 ca.-1520 ca.), partito da Lisbona nel marzo del 1500 con ben tredici vascelli, a cambiare nel senso che, non accontentandosi dei soli vantaggi finanziari, i portoghesi desideravano anche le conquiste territoriali. E così fu. Molestando le navi delle altre nazioni che commerciavano con quei luoghi e volendo stabilire una certa egemonia, si infastidì lo Zamorin, il re di Calicut. A tal punto che i portoghesi, fra un intrigo di corte e un altro, si allearono con il rivale di quest’ultimo, il sovrano di Cochin.
Nel 1509 il re del Portogallo Manuele I (1469-1521) nominò Alfonso de Albuquerque (1453-1515) “governatore degli affari portoghesi in India”, che s’impadronì del ricco porto di Goa, nei territori del sultanato di Bajapur. La politica di Alfonso fu forte e decisa, spingendo i suoi soldati a sposarsi con le native del luogo, perseguendo musulmani e hindu che non si convertivano al cristianesimo, conquistando piazzeforti, assicurandosi un buon controllo navale sulle coste dell’India fino a buona parte dell’isola di Ceylon.
Ben presto le sorti si rovesciarono e, col tempo, la loro influenza marittima e commerciale iniziò un lento ma inesorabile declino, un declino dovuto alla disonestà dei metodi, alla loro talvolta brutale violenza, agli atti di pirateria che indisposero i vari sovrani indiani e le popolazioni, oltre al fatto che la scoperta del Brasile aveva attratto la loro attenzione. Non trascurando che le altre nazioni europee avanzavano anche loro una certa pretesa su quelle ricche terre.
Nel 1600 la regina d’Inghilterra Elisabetta I (1533-1603) accordava alla Compagnia Inglese delle Indie Orientali il monopolio del commercio nei mari dell’Est, poi due anni dopo l’Olanda concedeva alle Compagnia Olandese delle Indie Orientali l’esclusività di negoziare, fare guerra, trattare, commerciare. Poi ancora nel 1616 arrivavano i danesi, nel 1664 i francesi incoraggiati da Colbert, nel 1772 fu creata una Compagnia fiamminga dai mercanti di Ostenda, indi nel 1731 ecco la Svezia (1).
Risultato furono i vari conflitti, prima fra olandesi e inglesi, poi fra inglesi e francesi e così via.
Gli olandesi, che si interessavano principalmente delle spezie, sottrassero ai portoghesi, poco a poco, la loro preponderanza territoriale e commerciale. Nel 1605, l’isola di Ambon, nell’arcipelago delle Molucche, passò nelle loro mani, così come Jakarta nel 1619, stabilendosi sulla costa della Malesia intorno al 1641. Nel 1658 s’impossessarono della parte portoghese di Ceylon e di molte zone lungo la costa dello Gujarat, oltre a penetrare nell’interno del Paese. In pochi decenni gli olandesi erano riusciti a subentrare ai portoghesi, acquisendo il monopolio del commercio delle spezie e trafficando inoltre l’indaco, la seta, le fibre tessili, il riso e l’oppio della valle del Gange.

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1. Alain Daniélou, Storia dell’India, Ubaldini editore, Roma, 1992, pag. 258.

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Piccola bibliografia:

José H. Saraiva, Storia del Portogallo, Mondadori Bruno, 2007.
Johan Huizinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, 2008.
Michelguglielmo Torri, Storia dell’India, Laterza, 2007.
Stanley Wolpert, Storia dell’India. Dalle origini della cultura dell’Indo alla storia di oggi, Bompiani, 2001.

Nov 282010
 

Con l’arrivo dei gesuiti in Cina e con l’accesso nel Mar Cinese delle flotte di paesi come Portogallo, Spagna, Olanda, l’Europa entrò a negoziare con un territorio che offriva ampie possibilità economiche. Nel 1685, a Canton, fu istituita una dogana marittima sotto il controllo di un sovraintendente imperiale e i primi ad avere l’autorizzazione ad aprire un ufficio commerciale furono gli inglesi nel 1699. Seguirono i francesi nel 1728, poi gli Stati Uniti nel 1784. Proprio verso la metà del XVIII secolo, alcune corporazioni, padroneggiate da ricchi mercanti dell’area di Canton, furono abilitate a trattare con gli europei.
Dall’Europa giungevano tessuti di cotone, minerali come lo stagno, il piombo, mentre si caricavano sulle navi di ritorno tè, medicine naturali, porcellana, il tutto con un valore di scambio quasi sempre a sfavore degli occidentali. La Cina vendeva più di quanto importava e, di conseguenza, la bilancia commerciale positiva pendeva dalla parte orientale.
Con la proposta di far conoscere maggiormente i mercati europei, nel 1793 fu inviata dalle autorità britanniche – ricordiamo essere re Giorgio III d’Inghilterra – un’ambasceria, guidata da lord George Macartney (1737-1806), i cui risultati furono davvero scarsi: dopo varie peripezie diplomatiche, l’imperatore Qianlong (1711-1799), rifiutò le offerte di dare un maggiore spazio ai prodotti britannici, anche perché pensava che la Cina fosse una grande potenza che non aveva bisogno di nulla e che gli stranieri generalmente fossero dei “barbari”.
Eppure l’influenza di certi missionari, come i gesuiti, non fu trascurabile, basti pensare che l’imperatore cinese chiese al gesuita Johann Adam Schall von Bell (1591-1666) di compilare un nuovo calendario sulla base di quello occidentale, affidandogli peraltro la direzione dell’Ufficio Astronomico. Dopotutto grazie ai successi in matematica, in geografia, in astronomia, in cartografia, i religiosi cattolici riuscirono ad avere il favore imperiale. E von Bell fondò la prima chiesa cattolica a Pechino.
L’ambiente di corte cinese fu, in un certo qual modo, attratto dall’esoticità occidentale, dalle decorazioni e dall’arredamento tipicamente europeo, così come dalle teorie religiose del monoteismo e dall’individualità dell’anima, teorie che trovavano una qualche accoglienza fra i neoconfuciani.
Ma le influenze erano reciproche. I resoconti dei gesuiti che giungevano in occidente erano tema di conversazione fra aristocratici, borghesi, re, principi, imperatori, così come l’attrazione che sviluppavano le porcellane cinesi.
Il declino dei gesuiti, l’abolizione nel 1773 del loro ordine da parte di papa Clemente XIV, le varie polemiche teologiche fra francescani e domenicani, segnarono il principio della fine delle prospettive missionarie in Cina.

L'ambasciata di Macartney, 1793

Oct 282010
 

Alcuni link per approfondire la moda nel XVIII secolo:

- English Man Costume in the Eighteenth Century (first part).
- English Man Costume in the Eighteenth Century (third part).
- A Wig History of Consumption in Eighteenth Century, France.
- Eighteenth-Century European Dress.
- French Fashions 1700 – 1789.
- English Costumes of the Eighteenth Century.

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Oct 192010
 

Le lettere sono importanti documenti ai fini di una seria ricerca storica, corrispondenza fra sovrani, principi, ambasciatori, ma anche fra semplici cittadini. Quella che segue è una missiva che la regina d’Inghilterra Elisabetta I manda al suo “collega” etiope, invitandolo a voler concedere un lasciapassare al suddito inglese Laurence Aldersey, affinché possa, questi, visitare con tutta sicurezza i suoi territori.

Elisabetta per Grazia di Dio Regina d’Inghilterra, Francia e Irlanda, Difensore della Fede ecc. All’altissimo e potentissimo Imperatore d’Etiopia, salute.
Ben si addice e si conviene a tutti i principi di qualunque terra e nazione, per quanto lontani i propri stati e dissimili i costumi, il cercare di mantenere vivi il più possibile quei vincoli che sorgono dalla comunanza dell’umana società, scambiandosi, quando l’occasione si presenta, alcuni segni di reciproca benevolenza; a questo scopo tenendo in altissimo concetto la correttezza e la gentilezza della Maestà Vostra, abbiamo consegnato questa lettera al nostro suddito Laurence Aldersey, che si propone di fare un viaggio all’interno dei vostri territori, imponendogli di trasmetterla senza falla alla Maestà Vostra quale testimonianza della nostra amicizia e ratifica ufficiale del suo viaggio. Costui, dopo aver visitato un gran numero di paesi stranieri, essendo tuttora infiammato dal desiderio di percorrere e conoscere il mondo ancora più minuziosamente, si è deciso infine di intraprendere un lungo e pericoloso viaggio attraverso le vostre regioni: gli è quindi sembrato opportuno (e noi gli abbiamo dato ragione) avvalersi della protezione del nostro Gran Sigillo, sia per la propria sicurezza personale che come mezzo per guadagnarsi la vostra benevolenza […] Da quando infatti il Dio Onnipossente, Creatore e Governatore Supremo del mondo, ha distribuito fra Principi e Re, Suoi Vicari per tutta la terra, territori e confini precisi, affinché essi potessero esercitarvi la propria sovranità, Egli ha anche stabilito fra di loro, in virtù di questo Suo dono, certe norme di concordia fraterna, come un eterno patto di alleanza: ragion per cui nutriamo la speranza che non giungerà sgradita alla Maestà Vostra la visita di questa nostra amichevole lettera, pervenuta da così grande distanza, dopo aver attraversato terre e mari, addirittura dal remoto Regno d’Inghilterra fino a voi dell’Etiopia. D’altro canto, sarà per noi fonte di grandissima gioia quando potrà giungere fino a noi, tramite i nostri sudditi, la fama del vostro nome, partita dalle sorgenti del Nilo e da quelle regioni situate sotto il Tropico Meridionale.
Piaccia dunque alla vostra regale clemenza accordare a questo nostro suddito la protezione necessaria affinché egli possa, sotto la garanzia del vostro nome, penetrare incolume nei vostri territori e ivi soggiornare in perfetta sicurezza. Identica richiesta noi presenteremo a tutti gli altri Principi le cui Signorie il nostro suddito si troverà a dover attraversare; ricevendo questa cortesia, ne saremo onorati come di un favore fatto a noi in persona. Si tratta, del resto, di una concessione che noi siamo sempre prontissimi ad accordare ai viaggiatori di qualunque nazione, sudditi di qualsiasi Principe, a cui capiti di visitare le nostre regioni.

Dato a Londra il 5 novembre, nell’anno
di Nostro Signore 1597, 39° del nostro
regno.
” (1)

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1. Elisabetta I d’Inghilterra, Lettere ai fidi e agli infidi, Rosellina Archinto, Milano, 1988, pagg. 110, 111.

Oct 012010
 

Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.
Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.
All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era costretti a rimanere fino alle due di notte.
Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la situazione che diversi viaggiatori inglesi criticavano la precaria situazione economica del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.
Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era costretti a lavorare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.
Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano costrette, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.
A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava di garantire il loro benessere, ma non era facile in una Inghilterra che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro. Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.
Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico.