Un articolo sull’amore di Elisabetta I d’Inghilterra e Francesco duca d’Angiò, nell’inconfondibile stile di Daniela Nutini.
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Elisabetta, regina d’Inghilterra, aveva 45 anni, una pelle bianchissima, capelli rossi e lunghe mani bianche. Malgrado avesse avuto favoriti in notevole quantità, non si era mai sposata. La sua repulsione al matrimonio era tale da considerasi addirittura patologica ed i suoi consiglieri avevano deposto ogni speranza di indurre la loro sovrana a tale passo.
Ed ecco che ora, tra lo stupore generale, Elisabetta si fidanzò con il più improbabile tra i pretendenti che da sempre, con puntuale cadenza, si offrivano alla sua mano da tutte le corti d’Europa: Francesco, duca di Alençon, fratello di Enrico III, re di Francia, più giovane di 20 anni della regina inglese, mestatore politico di prima riga, intrigante, sempre pronto a cospirare contro i fratelli, e spina nel fianco di Madama Caterina che non si capacitava come il suo ultimogenito fosse riuscito così, un agguerrito individualista, capace di tessere intrighi con tale incurante abbandono. Figuriamoci dunque alla corte di Francia come si respirò di sollievo quando ci si accorse che Elisabetta si stava infatuando davvero del giovane principe: sistemarlo in Inghilterra sarebbe stata l’occasione buona per tutti.
Alençon ed Elisabetta avevano infatti intrecciato un rapporto sempre più ardente per lettera e tramite intermediari. Uno di essi, Jean de Simier, prediletto del duca, era stato spedito a Londra affinché sussurrasse all’orecchio della regina carezzevoli lusinghe da parte del suo signore. Ed infatti le lusinghe erotiche del bel francese la facevano arrossire e sorridere come una fanciulla di vent’anni: sembrò ringiovanita, come notò l’ambasciatore francese Mauvissière, con una tale trasformazione da lasciare tutti sbalorditi.
L’infatuazione crebbe, alimentata da feste, banchetti a lume di candela, mentre dal duca giungevano lettere e pegni d’amore. Si temeva però da tutte le parti l’incontro tra i due innamorati: Alençon era piccolissimo di statura, molto brutto e sfigurato dal vaiolo: era tuttavia un combattente d’innegabile valore, colto, parlava diverse lingue, elegantissimo, charmant e la sua spregiudicatezza in politica sarebbe stata molto apprezzata da Elisabetta. Ma sarebbe davvero andata fino in fondo dopo averlo visto di persona?
Tutti, al di qua e al di là della Manica, erano preoccupati. Intanto i negoziati andavano avanti tra richieste di denaro sempre più forti da parte del duca – era infatti impegnato a combattere con i calvinisti francesi contro gli spagnoli -, tra i pareri discordanti dei consiglieri di Elisabetta e le crisi di gelosia del favorito Leicester, che fu però alquanto ammansito da un ingente somma di denaro e dall’invio di due focosi destrieri spagnoli, nonché reso innocuo dalla rivelazione del suo matrimonio segreto con Lettice Knollys.
Finalmente arrivò il giorno tanto atteso. I due fidanzati erano così preparati al peggio che, sorprendentemente, finirono per infatuarsi sul serio. Elisabetta era “conquistata dalle sue innumerevoli doti” e lo trovava delizioso nei modi. Prontamente divenne il suo “Ranocchio” – Elisabetta adorava dare soprannomi a tutti -, e, nello stupore attonito della corte, la regina e il suo Ranocchio cominciarono a filare la favola del perfetto amore. Parlavano speditamente in italiano che Elisabetta si piccava di conoscere benissimo e che il duca padroneggiava alla perfezione, essendo la lingua di sua madre. Lui le regalò una spilla a ricordo del soprannome, una rana d’oro appollaiata su di un fiore, lei ballava per lui con vigore e audacia facendogli segni segreti, e prima di partire il duca le infilò nell’esile dito un anello sfavillante di diamanti mentre Elisabetta affermava “che non avrebbe impedito che lui diventasse suo marito.”
Elisabetta era tuttavia tormentata dai suoi consiglieri che alternavano consigli differenti ogni qualvolta lo scenario internazionale cambiava, dai puritani che odiavano come la peste il cattolicissimo duca con i suoi modi sofisticati e che pur tuttavia gli erano necessari per governare, dai favoriti che le mettevano intorno gli avversari al matrimonio francese, dalle pretese di Enrico III, dalle richieste di denaro del suo Ranocchio, dagli insistenti lamenti degli spagnoli.
Pur tuttavia la sua passione divampava. Alençon, tornato a Londra, fu accolto con feste fiabesche, banchetti, mascherate e, quello che più conta, con teneri incontri privati. Fu appunto al culmine di un tale incontro, in una galleria di palazzo, che Elisabetta, alla presenza dell’ambasciatore francese che la sollecitava, del suo sbalordito consigliere Walsingham e del favorito Leicester, si sfilò un anello e lo diede ad Alençon, baciandolo sulla bocca, nell’antico rito matrimoniale dell’anello e della promessa. Deliziato, Alençon prese l’anello e toltosi uno dei suoi lo diede ad Elisabetta.
Ma come tutte le cose terrene anche questa ebbe a raggiungere il suo culmine e a sfiorire.
Alençon era sempre invischiato nelle sue guerre – aveva combattuto valorosamente contro gli spagnoli ai quali aveva strappato Cambrai – e aveva un cronico bisogno di denaro. Per di più i corteggiamenti alla regina gli erano costati moltissimo e non poteva attingere alle casse francesi, disperatamente vuote. Chiedeva quindi denari ad Elisabetta che era invece sempre stata parsimoniosa se non addirittura avara. Per di più cominciava ad essere palese l’ipocrisia del suo ”bruciante desiderio”: si seppe che frequentava prostitute a Londra, alcune delle quali gli avevano sottratto parte dei documenti ufficiali. In più, il re di Francia dava per certo la restituzione di Calais e una dichiarazione di guerra alla Spagna. Eventualità ugualmente inaccettabili, oltre alla sempre più accanita opposizione degli inglesi al matrimonio col fratello del re di Francia.
Elisabetta fece vedere il suo palese malcontento. Alençon comprese allora che il progetto gli sfumava tra le mani e divenne furioso: in una scenata memorabile ricordò le lettere, le promesse, il dono dell’anello, e giunse al punto di minacciare: “No Signora, voi siete mia: se non posso avervi in moglie con le buone maniere sarò costretto ad usare la forza”, finendo per scoppiare in lacrime davanti alla intera corte allibita.
L’avventura era dunque sfumata, le ultime briciole di romanticismo consumate. La partenza del duca fu quasi immediata e benché fosse stato dato ad intendere un suo ritorno, la verità era evidente: l’ultima speranza di matrimonio per Elisabetta se ne andava per sempre.
Così il principe Ranocchio ritornò veleggiando alla sua terra. “Patisco e non oso mostrare il mio scontento, amo, ma sono costretta a simulare odio”, si sfogava Elisabetta in rime petrarchesche.
Ancora una volta la regina si era piegata alla dimensione politica e la donna era stata messa da parte. Annunciò di essere stata costretta a quel passo per amore del suo popolo, ed era vero. Nelle sue poesie toccava corde diverse: ”Sono e non sono; gelo eppure ardo come fuoco, perché a me stessa, l’altra me stessa volta le spalle”. Aveva quarantotto anni e poteva vedere l’assurdità ma insieme l’intensità del suo amore per il giovane e galante duca francese: e di lì a qualche anno doveva portarne il lutto, in velluto nero, rischiarato da molte fila di perle.
“Come over the born Bessy, come over the born Bessy, sweet Bessy come over to me; and will the take. And my dere Lady make, before all other that ever I see.”
“Vieni piccola Bessy, vieni piccola Bessy, dolce Bessy vieni qui da me; ed io ti prenderò. E mia adorata Signora ti faro, perché nessuna è come te.”
©Daniela Nutini
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