Apr 142015
 
Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Grande incidenza hanno avuto i caffè, intesi come locali sociali, nell’Inghilterra del XVII sec., aiutando a modificare quella cultura nazionale che in pochi decenni avrebbe trasformato la nazione. Caffè, prodotto che ai primi del secolo in questione era bene di lusso e riservato a pochi, novità esotica che avrebbe conquistato un ruolo di primo piano, a tal punto che Thomas Rugg affermava esserci una bevanda turca, chiamata caffè, che si vendeva in tutte le strade della città (1). Verso il 1670, e maggiormente verso la fine del Seicento, i caffè erano così diffusi che per un penny era possibile bersene una tazza comodamente seduti, fumando e leggendo un periodico.

Per lo storico Brian Cowan, i caffè inglesi erano:

“… luoghi dove le persone si riunivano per bere un caffè, apprendere la notizia del giorno, e magari per incontrarsi con altri residenti locali e discutere questioni di reciproco interesse.” (2)

Tali ambienti esistevano già nel XVI sec. a Damasco, al Cairo, a Bagdad, esistevano altresì a Istanbul, a Smirne, e sembra esser stati i commercianti europei che trafficavano con l’impero ottomano ad importare l’idea del locale e l’usanza di berlo. In effetti, un ebreo di nome Jacob pare avesse aperto la prima caffetteria a Oxford nel 1650, chiamandola Angel, in cui si riunivano gli studenti universitari che di tutto parlavano fuorché di questioni accademiche (3), mentre a Londra precursori dicono esser stati due commercianti inglesi, Rastall e Daniel Edwards un paio di anni dopo (4) (»»qua una versione complementare e leggermente diversa).

Cosicché tale costume si diffuse in maniera abbastanza veloce, da Londra prese la via per andare vuoi nelle medie città come nei piccoli villaggi, lo ritroviamo finanche nelle realtà locali manifatturiere, vedi Gloucerster, Exter, Kendal, Sheffield, Newcastle, e altri centri, fino a raggiungere i porti, Bristol, Plymouth, Dorchester.

Caffè, Londra, XVII sec.

Caffè, Londra, XVII sec.

Coffeehouse che non erano riservati solo alla nobiltà o ai grandi commercianti, ma a tutti indistintamente, un gioco trasversale che avrebbe favorito ancor più l’arte della conversazione, svolgendo una funzione importante nello sviluppo dei mercati finanziari e dei giornali. Spectator e Tatler sono stati considerati i due più influenti periodici che circolavano nei caffè inglesi.

L’introduzione del caffè nelle abitudini alimentari ha contribuito a creare nuovi modelli di socialità – come le sale da caffè, antenate dei nostri bar – e, migliorando il rendimento psicofisico e la resistenza alla fatica in virtù degli effetti stimolanti della caffeina, ha concorso a modificare sensibilmente il nostro ritmo circadiano.” (5)

Personaggi come Samuel Pepys, Robert Hooke, Dudley Ryder e tanti altri erano soliti frequentarli, luogo in cui intavolavano discussioni, si scambiavano pareri, si informavano, non solo di pettegolezzi, ma anche di politica, questioni sociali, attualità, scienze… e, considerata la diffusione e influenza di questi coffeehouse, il governo li teneva sottocchio (»»qua).

Diversa fu la questione nell’Europa continentale, dove Vienna vide il suo primo caffè intorno al 1683, Amburgo nel 1671, Amsterdam solo a fine XVII sec., mentre a Parigi giunsero negli anni del ’70, dopo il primo a Marsiglia nel 1671, con un vero boom che si vedrà solo nell’Età dell’Illuminismo. Ma i caffè parigini, di cui il siciliano Francesco Procopio Coltelli ne aprì uno, poi famoso, nella rue des Fosses Saint Germain nel 1686, erano ambienti eleganti, con tavoli in marmo specchi e quadri, riservati all’aristocrazia principalmente urbana.

Una palese diversità risulta evidente fra i locali inglesi e quelli francesi, ché mentre i primi invitavano alla discussione di gruppo indipendentemente dallo stato sociale, i secondi erano organizzati in modo da favorire l’intimità, nel circolo di poche scelte persone. Nei primi si potevano incontrare artigiani, commercianti, lord, imbroglioni, marinai, tutti attorno a un grande e lungo tavolo in cui si appoggiavano le riviste e i foglietti dell’epoca, magari accordandosi su un futuro carico di cotone o stringendosi la mano per un affare appena concluso. I caffè francesi del Settecento furono quasi sempre ed esclusivamente a titolo principalmente letterario.

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Negli anni ’70, Andrew Yarranton, ingegnere incaricato di rendere navigabili certi corsi d’acqua, dava discorsi e conferenze proprio in un caffè, parlando per esempio sulla necessità di una banca pubblica. Accadeva dunque, che le caffetterie inglesi erano luoghi per riflettere, dibattere, leggere i quotidiani e i pamphlets, e nello stesso tempo fumare, malignare, giocare, generalmente con un linguaggio educato e civile, non mancando le eventuali liti di tanto in tanto, ogni caffetteria magari si creava una certa clientela unita da un interesse in comune. Nella Jamaica Coffee House, per dare una pista, si riunivano i commercianti delle Indie Occidentali per avere informazioni sul prezzo dello zucchero o degli schiavi.

Quando i politici scoprirono che la divulgazione delle notizie e delle idee in generale era più rapida, efficace e capillare se erano lanciate in tali ambienti, ne approfittarono subito, vedi i whig alla fine del XVII sec. Nello stesso tempo, alcuni di questi furono sede di centri culturali di un certo rilievo, John Dryden e Samuel Butler, fra i tanti, erano soliti frequentare negli anni ‘60 il Will’s Coffehouse di Londra. Letterati, critici, drammaturghi, opinionisti, giornalisti, eruditi, scientifici adoperavano le caffetterie per proporre le proprie idee o le ultime produzioni letterarie. E se accanto c’era un piccolo borghese o un semplice operaio, questi se ne beneficiava.

*****
– 1. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, Ed. Acantilado, Barcelona, 2013, pag. 133.
– 2. Brian Cowan, The Social Life of Coffee. The Emergence of the British Coffeehouse, Yale University Press, New Haven, 2005, pag. 79.
– 3. Bennett A. Weinberg, Bonnie K. Bealer, Tè, caffè, cioccolata. I mondi della caffeina tra storie e culture, Donzelli, 2009, pag. 171.
– 4. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, op. cit., pag. 137.
– 5. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, ed. Laterza, 2008, kindle pos. 72.

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Feb 112015
 
Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), olandese, Tommaso Moro (1478-1535), inglese, Juan Luis Vives (1492-1540), spagnolo: tre personaggi europei che dettero all’Umanesimo una spinta divulgativa di un certo rilievo, tre figure che credevano nella forza rivoluzionaria dell’uomo, di quell’uomo che, capace di impregnare il proprio cammino con le decisioni personali, doveva e poteva slegarsi dai nodi di un passato ancora affollato da superstizioni e credenze irrazionali. Di là da tutto ciò, bisogna pur notare le relazioni-interrelazioni che occorrevano fra Spagna Inghilterra Olanda – certamente non solo -, quei legami non esclusivamente dinastici, ma altresì culturali, connessioni, azzarderemo dire, di unione, per quanto possibile, europea. E Carlo V forse rappresenterebbe l’utopica esperienza politica del momento.

Avvicinati da rapporti di amicizia, i tre, ognuno a modo proprio, riprendendo i passi dei classici, tentavano stabilire con il presente un rapporto innovativo, un rapporto che doveva superare gli stessi limiti del classicismo. Sia il “valenciano”, come Moro chiamava Vives, sia lo stesso inglese, sottolineavano l’importanza della cultura come mezzo di cambio sociale.

Nel maggio 1520, Moro, in una lettera a Erasmo, dirà di Vives (*):

Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Anche se tutti i suoi scritti mi sono graditi, il trattato In pseudo-dialecticos mi cagiona un piacere speciale. Non solo per l’abilità con cui Vives si fa beffe di assurde piccolezze e confonde i sofisti con ragionamenti serratissimi; un piacere speciale, dicevo, giacché inquadra i problemi esattamente nello stesso modo con cui li vedevo io nella mia mente molto prima di leggere il suo libro. […] È ormai notissimo come maestro di latino e greco, ché Vives eccelle in entrambe le lingue […] Chi insegna meglio, in un modo più efficace o più affascinante di lui? […]” (1)

Juan Luis Vives, spagnolo, figlio di ebrei convertiti, formatosi in Francia, docente in Inghilterra all’Università di Oxford, vissuto parte della vita e morto in Belgio, fu, fra l’altro, precettore della futura regina d’Inghilterra, Maria Tudor (1516-1558), moglie di Filippo II di Spagna, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, uomo, il Vives, che potremmo definire europeista praticante. Dall’incontro con Tommaso Moro se ne intuisce l’influenza di quest’ultimo nelle sue opere (vedi De subventione pauperum, »»qua), e del Moro, Juan Luis, riceve una positiva testimonianza di vita familiare, una energica spinta per seguire riflessioni di tipo etico-sociale. Il “valenciano” era un vivace difensore dell’educazione, della sanità e della salute pubblica, così come della sicurezza sociale per i più poveri. Difensore peraltro del suo amico Erasmo, annotava in una corrispondenza:

“[…] Quanto a te, [Francisco de Vitoria] ti ammira e ti venera. Com’è acutissimo d’ingegno, così è tranquillo di carattere, perfino un po’ remissivo. Tuttavia, se avesse partecipato a queste dispute [in Spagna], avrebbe frenato suo fratello, che s’infervorava più del dovuto.” (2),

Tommaso Moro, incisione di  Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Tommaso Moro, incisione di Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Testimone privilegiato di quell’epoca che Erasmo chiamò Età d’Oro, Tommaso Moro fu inizialmente consigliere e segretario dello stesso re d’Inghilterra Enrico VIII, uomo dotto, il nostro, che difendeva tenacemente il primato del papato e della Chiesa cattolica, vuoi dal punto di vista religioso vuoi temporale. Basta ricordare il suo costante inveire contro eretici, riformisti, e loro opere. Quando il sovrano inglese si slegò da Roma e si mise a capo della nuova Chiesa anglicana, Moro se ne distaccò, dimettendosi da cancelliere. Nel momento in cui gli si chiese giuramento al recente ordine, il suo diniego fu causa che lo portò nelle carceri della Torre di Londra. La scure cadde sulla sua testa il 6 luglio 1535.

Di Erasmo da Rotterdam ne abbiamo accennato varie volte (»»qua e anche »»qua), forse il personaggio più famoso dell’epoca, il cui modo di pensare ebbe tanta ripercussione nel trascorso dei secoli a venire. Erasmo fu buon amico del Moro, a tal punto che gli dedicò il suo saggio sulla follia, Elogio alla follia, un’amicizia che però si iniziò a flettere quando Tommaso insisteva fortemente nel difendere le posizioni cattoliche, mentre Erasmo tentava criticare i possibili errori di tale confessione. In una lettera del 17 febbraio 1516 all’amico Erasmo, Moro sottolineava:

“[…] È inutile sprecar parole per dirti che cosa pensano di te i nostri vescovi, in particolare l’arcivescovo di Canterbury, e la benevolenza speciale che ha per te il nostro re.” (3)

Erasmo, Moro, Vives, autori che incarnavano un movimento di idee che avrebbe portato, nel lungo periodo, al risveglio dell’uomo, alla presa di coscienza, all’elaborazione di un modus vivendi che oramai ci appartiene e di cui sarebbe bene, di tanto in tanto, ricordarne il cammino.

*****

– (*) ricordiamo che fu Erasmo da Rotterdam a invogliare Tommaso Moro a leggere gli scritti di Juan Luis Vives
– 1. a cura di Laureano Robles, E la filosofia scoprì l’America, Jaca Book, Milano, 2003, pag. 15.
– 2. a cura di Laureano Robles, op. cit., pag. 240.
– 3. a cura di Francesco Rognoni, Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano, 2008, pag. 163.

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Mar 252014
 

Abbiamo trattato (»»qua) delle calzature del periodo rinascimentale, ‘400-‘500, e le abbiamo viste raffigurate in alcuni dei tanti dipinti europei dell’epoca. Ma come erano in realtà, come si sentivano al tatto? Ecco due immagini, grazie al MMA, in cui possiamo ben distinguere la loro forma, il loro essere, in questo caso, di cuoio, una bassa, l’altra alta allacciata: insomma potremmo quasi percepirle al tatto. Scarpe popolari fra il XV e XVI secolo provenienti da un sito archeologico lungo il fiume Tamigi nei pressi di Londra.

Scarpa inglese del XVI secolo

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, a collo medio.

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, bassa.

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, bassa.

 

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Feb 252014
 
A sinistra, esecuzione di Carlo I d'Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

A sinistra, esecuzione di Carlo I d’Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l’unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°.” (1)

Londra, 30 gennaio 1649, decapitano Carlo I d’Inghilterra;
Parigi, 21 gennaio 1793, Luigi XVI di Francia subisce la stessa sorte: la Rivoluzione francese accelera il passo.

La testa del sovrano inglese, di rimbalzo, ha colpito quella di Luigi XVI facendola cadere a distanza di 144 anni. Due eventi distanti nel tempo e nello spazio, un lungo percorso storico che, in un certo qual senso, è collegato. Se l’hanno fatto gli inglesi, possono farlo anche i francesi, si potrebbe suggerire (sic!).

Nella storia, gli avvenimenti hanno sempre una causa e una conseguenza, così come se di primo acchito possono sembrare slegati, discontinui e indipendenti, alla fine risultano essere, analizzati a distanza di anni, un insieme di fili che si sorreggono a vicenda, una matassa intrecciata dall’uomo nella quale, lo ripetiamo spesso, tutto ha una relazione-interrelazione.

E in effetti, lo scossone che ebbe nel XVII secolo l’Inghilterra degli Stuart, la ricerca di un miglior modo di vivere e governare, quelle tasse – certamente non solo – che gravavano sulle spalle dei meno abbienti, ebbe ripercussioni, con il trascorrere dei decenni, anche nella Francia dell’Ancien Régime di fine XVIII secolo, una Francia in crisi economica e sociale, una Francia che spesso insorgeva per la mancanza di pane, una Francia che vedrà peraltro nella guerra d’indipendenza delle colonie americane motivo d’ispirazione per la sua.

Leggiamo di seguito una serie di articoli riguardanti alcuni particolari della Rivoluzione francese.

Introduzione alla Rivoluzione francese del 1789.
La marcia su Versailles, ottobre 1789.
L’abolizione dei diritti feudali in Francia: 1789.
I cahiers de doléances nella Francia del XVIII secolo.
Le donne della Rivoluzione francese.

*****

– 1. Petr Alekseevic Kropotkin, La Grande Rivoluzione: 1789-1793, kindle pos. 2195.

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Feb 012014
 
Il villaggio inglese di Coalbrookdale, culla dell'industria mineraria e metallurgica della prima rivoluzione industriale, nel Shropshire in una tela del 1801 di Philip James de Loutherbourg.

Il villaggio inglese di Coalbrookdale, culla dell’industria mineraria e metallurgica della prima rivoluzione industriale, nel Shropshire, in una tela del 1801 di Philip James de Loutherbourg.

La storia sembra accelerare il passo fra la metà e la fine del Settecento, un secolo che vide, fra l’altro, idee concretizzarsi, progetti prendere forma, scoperte e innovazioni migliorare un passato che oramai si spingeva su binari che lo avrebbero mutato strutturalmente in buona parte.

Lo sviluppo delle scienze del secolo anteriore aveva gettato le basi affinché ci fosse un passaggio da un’economia principalmente agricola, a un’economia che volgeva la vista verso una proto-industrializzazione avanzata. Le ottimizzazioni erano più veloci che nei secoli precedenti, ottimizzazioni che meccanizzarono sempre più il lavoro, preparando lo sviluppo del capitalismo e le sue conseguenze.

E, in un certo qual modo, possiamo affermare essere noi figli di quel secolo, di quei giochi economici che, poco a poco, hanno portato alla nascita della tecnologia come la concepiamo oggi, una tecnologia che globalizza oramai il nostro presente.

Vediamo di seguito una serie di articoli che ci trasportano nell’epoca in questione:

L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo
Sulla Rivoluzione industriale del XVIII sec.
La rivoluzione industriale vista da Toynbee
La giornata lavorativa nel Settecento
Londra nel XVIII secolo
Prima Rivoluzione industriale, video

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Jan 092014
 

“Vitium impotens, virtus vocatur”
Il vizio impotente è chiamato virtù
(Seneca)

William HogarthWilliam Hogarth nacque nella Londra pre-industriale il 10 novembre 1697 e vi morì all’età di 67 anni, il 26 ottobre 1764. Oltre a essere pittore, fu anche uno dei più grandi incisori dell’epoca, essendo stato uno dei pochi a ottenere gloria e fama durante la sua vita.

Da ragazzo entrò nella bottega di un suo lontano parente, tale Ellis Gamble, per apprendere l’arte dell’incisione sull’argento. Dopo circa sei anni di apprendistato, stanco di replicare sempre le stesse cose, se ne andò per conto suo aprendo una piccola bottega per incidere sul rame. Sin dall’inizio si manifestò la forza del suo carattere: un semplice, elegante e architettonico cartoncino pubblicitario sulla porta d’entrata annunciava la sua nuova sede, aveva 23 anni.

In quegli anni la pittura inglese attraversava un periodo poco favorevole, in quanto la maggior parte dei dipinti erano eseguiti da artisti europei, gli inglesi non riuscivano a produrre opere degne di nota. Cosicché William cercò di animare sia i colleghi che sé stesso, impegnandosi oltre maniera e perfezionandosi su ciò che era la tendenza del ‘700. Il nuovo modello da seguire era l’arte barocca italiana e francese, caratterizzata da elementi quali il movimento, l’energia, la tensione, elementi rappresentati tramite il volume e la prospettiva. Altro componente fondamentale del barocco era la vocazione naturalistica, l’attenzione per le figure umane, per i sentimenti, per la razionalità. Nacquero così, per mano di Hogarth, quadri storici, come le grandi tele per l’ospedale di St. Bartholomew.

Ancora giovane, l’artista inglese illustrò il poema comico-eroico Hudibras di Samuel Butler, con dodici grandi tavole, criticando i puritani. Fu la prima volta che William seguiva il filo di un racconto per raffigurarne le gesta di un eroe che ci ricorda il Don Chisciotte del Cervantes. Era l’anno 1726. L’irrequietezza lo condusse a prendere lezioni di pittura nella scuola d’arte di James Thornhill, di cui sposò segretamente la figlia nel marzo del 1729. Furono gli anni dedicati ai quadri cosiddetti familiari, noti in Inghilterra come scene di conversazione ovvero ritratti di gruppi di famiglie aventi come sfondo una stanza o aperta campagna. Nel ‘700, questo tipo di rappresentazioni dovevano dimostrare, raffigurare, rappresentare lo stato sociale, le amicizie, i possedimenti, ma anche l’intimità familiare e la vita domestica del committente. Hogarth ebbe un tale successo, che ben presto divenne famoso. In questi suoi quadri c’è vivacità, naturalezza, dettagli, particolari elaborati. La sua eleganza stava nel non appesantire artificiosamente l’insieme, insieme che nello stesso tempo comunicava sentimenti, espressioni e movimenti.

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

Cercando altri sbocchi ed essendo affezionato al teatro, alla commedia, alla tragedia, alla farsa, dove la rappresentazione si svolgeva in una successione di atti, William decideva di raccontare una determinata storia in una sequenza di immagini. La prima serie da lui composta fu dedicata alla vita di una prostituta, tracciando le passioni, la pietà, il disprezzo, la paura, i dolori, i sentimenti: nasce così la Carriera di una prostituta, era il 1732. Tale fu il successo da indurlo a preparare una seconda serie dal titolo Carriera del Libertino (1732-33). Qua la storia è quella di un uomo libertino, Tom Rakewell, dai comportamenti poco morali e irresponsabili. Con acuto gusto satirico dipinge le tappe della vita di tale personaggio, giovane, frivolo, superficiale, giocoso, che finisce in manicomio. Evidente in tali quadri era anche la vivacità delle emozioni dei protagonisti, gente popolare, gente di tutti i giorni. Il merito di Hogarth fu quello di trasferire in una fila di sequele visive un’accurata azione drammatica, in cui il ritmo era veloce, forte e chiuso. Insomma, in 5 quadri la vita di un personaggio. Affinché giungessero a un vasto pubblico, si passò immediatamente a inciderle. Ulteriore accorgimento di William fu quella di ricorrere alle didascalie ovvero a qualche frase per dare forza e carattere all’intero ciclo.

Si potrebbe dire che sia le illustrazioni per il libro di Butler, Hudibras, sia la sua passione per il teatro siano state fonte d’ispirazione, e quell’idea geniale lo portò ai vertici della popolarità inglese ed europea. Il fine ultimo di tali incisioni era morale, era dimostrare certi errori nel comportamento umano, errori che conducevano i protagonisti a essere esclusi dalla società, essere criticati e derisi.

Altro tema cui William si dedicò fu quello della ritrattistica, genere in alta considerazione nell’Inghilterra del sec. XVIII. Uno dei suoi primi ritratti fu dedicato al capitano Thomas Coram, noto filantropo, seguirono quelli al suo amico, attore di teatro, David Garrick, e tanti altri. Erano gli anni 1740-1750. Ugualmente in codesti quadri, Hogarth mette tutta la sua esperienza affinché risalti una profonda introspezione psicologica, ma anche un certo realismo pittorico. I suoi volti hanno forza, colore, simpatia, emozioni, acquistano propri contrasti chiaroscurali, effetti luministici intensi e pennellate fluide, spesso sentimentali.

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

Siamo giunti al 1747, quando inizia il ciclo morale dedicato a richiamare i giovani all’ordine, all’operosità e non all’ozio. Con una serie di dipinti intitolati Zelo e infingardaggine, dallo stile grafico crudo, rivela la sua vera intenzione, quella di rimproverare e richiamare l’attenzione dei ragazzi. Altra serie di opere fu dedicata a denunciare i vizi dell’alcol, la crudeltà verso le creature divine, la corruzione del sistema politico: erano gli ultimi lavori del nostro artista.

Alla fine della sua vita si dedicò a scrivere un libro, ancora oggi obbligatorio per gli studenti che si occupano di storia dell’estetica, dal titolo L’analisi della bellezza, in cui tratta dello spazio, del movimento, della superficie pittorica, ma anche dell’eleganza e della grazia.

Per concludere, Hogarth aveva la peculiarità di caratterizzare i suoi personaggi e le sue scene con una sorprendente quantità di osservazioni, che li rendevano vivi, dipingendo l’egoismo, la brutalità, la lussuria, la corruzione, ridicolizzando e drammatizzando il suo tempo, richiamando temi rinascimentali, del barocco, il tutto con la sua forma, il suo carattere, il suo modo di vedere le cose, spesso con il tipico umore inglese.

Moriva così un grande artista del XVIII secolo, un artista che aveva voluto impiegare la vita denunciando i mali dell’epoca, un’epoca in cui si affacciava la rivoluzione industriale, la nuova borghesia, la decadenza degli aristocratici, un’epoca di cambi. La sua arte era il mezzo di propaganda, il suo modo di parlare, criticare, suggerire. Le sue satiriche incisioni, diventate pertanto canale di comunicazione, si rivolgevano non solo al popolo, ai contadini, ai miseri cittadini, ma anche ai nuovi ricchi affinché conoscessero la vera realtà inglese e di Londra in particolare.

L’epitaffio, scritto dal suo amico Garrick, recita: “Addio grande pittore del genere umano”. 

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

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Dec 242013
 
Oliver Cromwell ordina abbattere la Quercia della Monarchia

Oliver Cromwell ordina abbattere la Quercia della Monarchia

Immagine di un uomo che ha cambiato il corso della storia, dapprima nell’Inghilterra di Carlo I Stuart – decapitato il 30 gennaio 1649 – e poi nell’Europa del XVIII secolo. Oliver Cromwell instaurò la repubblica del Commonwealth of England – rarità nel panorama politico dell’epoca -, governando dal dicembre 1653 alla sua morte, avvenuta il 3 settembre 1658. La monarchia che verrà dopo non avrà più gli stessi poteri e la stessa forza di prima, il Lord Protettore diede una spallata a un ordine prestabilito, preparando, in un certo qual modo, il terreno alla Rivoluzione americana, allo stesso Illuminismo, alla futura Rivoluzione francese.

Per meglio comprendere l’epoca in questione, ti invito a leggere:

Oliver Cromwell nelle immagini dell’epoca.
Oliver Cromwell e l’Inghilterra.
Il Patto del Popolo e Oliver Cromwell.
La guerra civile inglese e Oliver Cromwell.
Regnanti inglesi del XVII secolo.
Sulle cause della Rivoluzione inglese.
La Rivoluzione inglese.

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Sep 122013
 

Mattia Preti (1613-1699), pittore, lo rividi a Malta nelle decorazioni della Co-Cattedrale di San Giovanni, era l’anno 2008, un piacevole mite febbraio mediterraneo. Però, non sono mai stato a Taverna, paesino in provincia di Catanzaro, in Calabria. Che cosa c’entra Preti con Taverna? beh, semplicemente nacque lì: Taverna.

Taverna fu anche una nobile famiglia milanese del XII-XIII secolo, così come Francesco Taverna (1488-1560) era altresì ambasciatore di Francesco II andato a metter pace fra Carlo V e Venezia, fino a diventare conte nel 1536 grazie al “buon” Asburgo – Carlo V, per intenderci.

Insomma, s’è ben capito che il tema del presente articolo è la taverna, luogo in cui una volta si vendeva principalmente da bere, venuto da Taberna-ae, dal latino a noi tanto caro. Luogo che qualche autore dice essere stato punto di propulsione per le economie locali al tempo di Roma, giacché si commerciava al dettaglio merce agricola e artigianale.

Taverna tedesca, 1470 ca., sconosciuto

Taverna tedesca, 1470 ca., sconosciuto

Della taverna accenna nientemeno che il nostro sommo poeta:

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.” (1)

Ma non solo lui, Giovanni Boccaccio nel suo Decameron del 1349 (?), nell’Ottava Giornata, Novella Sesta, fa dire a Bruno:

“ – Qui si vuole usare un poco d’arte: tu sai, Buffalmacco, come Calandrino è avaro e come egli bee volentieri quando altri paga; andiamo e meniallo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci e non lasci pagare a lui nulla;
[…]
ed essendo già buona ora di notte quando dalla taverna si partì, senza volere altramenti cenare, se n’entrò in casa, e credendosi aver serrato l’uscio, il lasciò aperto e andossi al letto.” (2)

Adriaen Brouwer, Contadini in una taverna, 1630 ca.

Adriaen Brouwer, Contadini in una taverna, 1630 ca. (Olanda)

E andar per taverne potremmo considerarla, nell’avanzare l’Età moderna, una caratteristica sociale. In poche parole: nel Medioevo il popolo usualmente aveva ben poco “tempo libero” da impiegare in altro modo che non fosse lavorare i campi o per attività di sopravvivenza o religiose. Con il passare del tempo, entrando già nel Rinascimento e andando ben oltre, crollando il sistema feudale, diminuendo l’influenza della chiesa, aumentando i viaggi, sviluppandosi ancor più le città, e, in un certo qual modo, il benessere economico, più persone iniziavano ad avere qualche spicciolo da destinare altrimenti, magari divertendosi giocando con le carte o per piaceri sensuali, da ciò una loro maggiore espansione – basta pensare alla quantità che aprirono a Londra. Certo, erano anche luoghi per criminali e poco raccomandati, insomma si poteva trovare di tutto.

Dicevamo di tutto, posto da cui parte una famosa disfida, quella di Barletta (1503), giacché raccontano che iniziò in una cantina, mentre si svolgeva un banchetto, con le parole di La Motte, francese, prigioniero, accusando di tradimento e codardia i nostri cavalieri. Ma Ettore Fieremosca non si tirò indietro e… si sa come finì.

Armi battaglie, donne cibo, vino birra, musica allegra nelle taverne:

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Ahimè, nelle taverne vengono perfino dichiarati decessi!
William Shakespeare, nel dramma storico Enrico V, 1558-1559, nel secondo atto, scena terza, fa annunziare la morte di Falstaff, l’omone tragi-comico dedito al vino e alle donne, proprio in una taverna (3), taverne luogo da lui frequentate. E da cui lo stesso scrittore inglese trae spunto per i suoi personaggi.

– Scena III – Londra, a Eastcheap, davanti alla taverna “Alla testa di cinghiale:

No, che il viril mio cuore oggi dolora.
Bardolfo, stammi allegro!
Nym, risveglia la tua vena smargiassa!
Ragazzo, drizza il pelo al tuo coraggio!
Falstaff è morto, e noi dobbiamo piangerlo.” (4)

William Hogarth, Scene in una taverna, 1735

William Hogarth, Scene in una taverna, 1735 (Londra)

Volano gli anni, passano i secoli, la storia dei luoghi prosegue il suo percorso restando indelebilmente legata alla nostra memoria e fornendo i più disparati frutti.
Sempre nell’isola inglese, nel 1717, il 24 giugno, a Londra, nella Taverna de L’Oca e la Graticola si fonda la prima Gran Loggia massonica d’Inghilterra, massonici che prima si riunivano usualmente nelle taverne – da cui traevano il loro nome – in modo individuale, uniti adesso in una federazione.

Restiamo a Londra.
Charles Dickens, il noto scrittore, era solito frequentare la Simpson’s Tavern, che dicono aprì le porte nel 1757 sotto il regno degli Hannover, Giorgio II, forse il primo locale in cui gli impiegati erano donne, locale in cui sembra ancora oggi respirare aria settecentesca.

John Lewis Krimmel, Danzando in una taverna, 1820 ca.

John Lewis Krimmel, Danzando in una taverna, 1820 ca. (Filadelfia)

Ecco dunque la taverna, che potrebbe essere considerata di poco conto, secondaria ai fini dell’investigazione, ambiente di perdizione, da qualcuno additata come immorale e scandalosa, eccola invece sul palcoscenico della storia.

*****

– 1. Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXII, 13,15.
– 2. Giovanni Boccaccio, Decameron, Ottava Giornata, Novella Sesta.
– 3. Roberto Carretta, In taverna con Shakespeare. Amore, vendette e inganni a banchetto, Il Leone Verde, 2005.
– 4. William Shakespeare, Enrico V.

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Aug 182013
 

Boton quiz Domande:

– 1. A chi successe al trono Elisabetta I d’Inghilterra? A Enrico VIII, Edoardo VI, Maria I?
– 2. Chi fu la madre di Elisabetta? Caterina Parr, Anna Bolena, Jane Seymour?
– 3. In che anno fu sconfitta l’Armada spagnola? 1587, 1588, 1598?
– 4. Quanti figli ebbe la regina? 2, 5, nessuno?
– 5. Quale stato americano fu chiamato in onore a Elisabetta I? Virginia, Texas, Carolina del Nord?
– 6. Quale famoso autore visse durante il periodo elisabettiano? Shakespeare, John Milton, Bruce Chatwin?
– 7. Da quale famoso umanista inglese Elisabetta ricevette principalmente la sua educazione? Roger Ascham, l’arcivescovo di Canterbury, da Enrico VIII?
– 8. Chi successe al trono alla morte della regina? Edoardo VI, Giacomo I, Giorgio I?

Elisabetta, I per commemorare la sconfitta dell'Armada spagnola, 1588 ca.

Elisabetta I, per commemorare la sconfitta dell’Armada spagnola, 1588 ca.

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Risposte:

– 1. Successe a Maria I, sua sorellastra che Enrico VIII aveva avuto con Caterina d’Aragona.
– 2. Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII.
– 3. L’Armada spagnola che doveva invadere l’Inghilterra di Elisabetta I fu sconfitta nell’agosto del 1588 dalla flotta inglese aiutata da una serie di forti temporali.
– 4. Non ebbe alcun figlio, non si sposò mai.
– 5. Lo stato della Virginia, in base all’ipotetica verginità, giacché la regina era anche conosciuta con il nome di Regina Vergine.
– 6. William Shakespeare, che visse durante un buon periodo di sviluppo culturale, grazie anche al mecenatismo di Elisabetta I.
– 7. Guidata dall’umanista Roger Ascham apprese, fra l’altro, latino greco spagnolo francese, in un ambiente protestante.
– 8. Giacomo I della dinastia Stuart. Finiva con la morte di Elisabetta I la discendenza dei Tudor.

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Aug 162013
 

Boton quiz

Domande:

1. In che anno salì sul trono Enrico VIII d’Inghilterra? 1502, 1509, 1512?
2. Perché pur essendo secondogenito governò? Uccise il fratello, per morte naturale del fratello, per rivoluzione?
3. Quali erano le attività preferite di Enrico VIII? Caccia e danza o guerre e combattimenti?
4. Quale personaggio ebbe una certa influenza politica nei primi anni della reggenza? Thomas Wolsey, Oliver Cromwell, Caterina d’Aragona?
5. Quante mogli ebbe il sovrano inglese? 2, 6, 8?
6. Con quale delle mogli Enrico VIII ebbe un figlio maschio, successore al trono? Caterina d’Aragona, Jane Seymour, Caterina Parr?
7. Aver fondato una propria chiesa, la Chiesa anglicana, significa che Enrico VIII non credeva nel cattolicesimo? Non credeva nel cattolicesimo, credeva nella religione cattolica, non credeva al papa?

Il principe Edoardo, Enrico VIII, Jane Seymour, particolare. 1545 ca.

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Risposte:

1. Dal 21 aprile 1509 al giorno della sua morte, 28 gennaio 1547.
2. Salì sul trono per la morte accidentale di suo fratello Arturo, deceduto a causa di un’infezione.
3. Come uomo incarnato nel periodo rinascimentale, a Enrico piacevano principalmente le danze e la caccia, ben poco propenso verso le attività politiche.
4. Il potente cardinale Thomas Wolsey, che dal 1511 ebbe non poca rilevanza nelle decisioni di Enrico VIII, appoggiando il re, per esempio, nella proposta di invadere la Francia di Luigi XII.
5. Ebbe 6 mogli, Caterina d’Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour, Anna di Cleves, Caterina Howard, Caterina Parr.
6. Fu Jane Seymour che diede nascita a Edoardo VI, 12 ottobre 1537, erede al trono che regnò fino al 1553, per circa 6 anni.
7. Il sovrano inglese credeva fermamente nel cattolicesimo, non credeva invece nel papa. Ricordiamo che Enrico VIII fu scomunicato, nel 1533, da Clemente VII, scomunica punto di partenza dello scisma e nascita della Chiesa anglicana.

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