Apr 302012
 

Re nel 1685 alla morte del fratello Carlo II, Giacomo II (1633-1701), ultimo monarca cattolico a regnare, si adoperò immediatamente a domare una ribellione del figlio illegittimo di Carlo II, duca di Monmouth, di fede protestante. In un ambiente sociale in fervore, il sovrano decise mantenere assoldato l’esercito per evitare ulteriori insurrezioni, permettendo ai cattolici diventare ufficiali, contro, si diceva, le leggi in vigore in quel momento.
Nel 1687, Giacomo II promulgò una Dichiarazione d’Indulgenza (»»»qua il testo) proclamando così, almeno apparentemente, la libertà religiosa e consentendo in tal modo che cattolici, quaccheri e via dicendo potessero concorrere anche a cariche pubbliche. A detta di alcuni vescovi, il re stava infrangendo le leggi, vescovi che si ribellarono domandandogli revocare l’ordine. Arrestati e mandati nella Torre di Londra, furono processati, ma ben presto prosciolti dalla giuria.

Preoccupati dalla situazione, importanti personalità protestanti mandarono una lettera a Guglielmo d’Orange (1650-1702), marito di Maria, figlia di Giacomo, invitandolo a intervenire. Il quale preparò un esercito con oltre ventimila uomini, cinquemila cavalli e migliaia di pezzi di artiglieria. Indisturbata, la sua flotta arrivò il 5 novembre 1688 a Torbay, nel Devon. Lo scontro era imminente, le truppe di Giacomo II, ben forti e preparate, avevano davanti quelle del Principe d’Orange, ma un imprevisto, anzi vari, decisero le sorti: il comandante delle milizie del sovrano, John Churchill – ma non fu l’unico -, passò inaspettatamente dalla parte protestante, mentre Giacomo II in preda a epistassi e insonnia decise ritirarsi.
La situazione intanto era precipitata, tradito anche dalla figlia Anna che ora comandava un gruppo di rivoltosi, al sovrano non restava che fuggire. E così fu. Venne però scoperto da alcuni pescatori e riportato a Londra, dove fu accolto benevolmente. Nel frattempo Guglielmo aveva inviato delle truppe per arrestarlo. Stavolta però Giacomo riuscì nell’intento, rifugiandosi dal cugino francese Luigi XIV.
Un nuovo Parlamento accolse Guglielmo d’Orange e Maria come legittimi sovrani, non prima però che i due firmassero una Carta dei Diritti (»»»qua il testo). La “Gloriosa rivoluzione” poteva dirsi più o meno conclusa.
Tuttavia, sia Giacomo II che i suoi successori tentarono varie volte riprendersi la corona, tentativi falliti.

Feb 272012
 

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

*****

- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
- 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

*****

Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

*****

Una serie di documenti:

- La pace di Vestfalia fra “due tempi” storici.
La lezione del Trattato di Vestfalia del 1648.
- 1648: con la pace di Vestfalia nasce un nuovo ordine mondiale.
- mappa di eventi.

Feb 142012
 

Documento che segna l’inizio di un nuovo periodo, non solo per la storia inglese, ma anche per quella europea e americana, il Bill of Rights costituisce un momento decisivo verso la libertà dei diritti del cittadino, regolando le relazioni fra il sovrano e il popolo. Potremmo dire che insieme alla Magna Carta del 1215, alla Petition of Right del 1628, e successivamente dell’Act of Settlement del 1701, gli articoli del Bill of Rights conferiscono al Parlamento inglese un certo potere rappresentativo che permetterà governare con maggiore autonomia rispetto al passato. E l’incoronazione dell’11 aprile 1689 di Guglielmo d’Orange (1650-1702) e della moglie Maria (1662-1694), figlia dell’esiliato re Giacomo II Stuart (1633-1701), ultimo regnante cattolico, poteva avvenire solo se costoro avessero accettato e firmato proprio tale documento, giurando obbedienza alle leggi del Parlamento. “We thankfully accept what you have offered us”, avrebbe detto Guglielmo dopo aver ascoltato la lettura del documento.
Finiva così la lunga epoca della legittimazione divina del diritto di regnare. In poche parole, l’atto limitava il potere del sovrano, sovrano che doveva sottostare alle leggi, non potendo interferire nell’amministrazione della giustizia, delle finanze, che doveva garantire la libertà di parola e le libere elezioni parlamentari.
Di seguito un breve estratto:

“[…]
1. che il preteso potere di sospendere le leggi o l’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, senza il consenso del Parlamento, è illegale;
2. che il preteso potere di dispensare dalle leggi o dall’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, come è stato assunto ed esercitato in passato, è illegale;
3. che il mandato per costituire la passata Court of Commissionners per le cause ecclesiastiche, e tutti gli altri mandati e corti di analoga natura, sono illegali e pericolosi;
4. che levare tributi per la Corona o per il suo uso, su pretesa di prerogativa, senza la concessione del Parlamento, per un tempo più prolungato o in un modo diverso da quello che è stato o sarà stato concesso, è illegale;
5. che è diritto dei sudditi avanzare petizioni al re, e che tutti gli arresti o le procedure d’accusa per tali petizioni sono illegali;
6. che levare o tenere un esercito permanente all’interno del regno in tempo di pace, senza che ciò sia col consenso del parlamento, è illegale;
7. che i sudditi protestanti possono avere armi per la loro difesa conformemente alle loro condizioni e come consentito dalla legge;
8. che le elezioni dei membri del Parlamento debbono essere libere;
9. che la libertà di parola e di dibattiti o procedura in Parlamento non possono esser poste sotto accusa o in questione in qualsiasi corte o in qualsiasi sede fuori dal Parlamento;
10. che non debbono essere richieste cauzioni eccessive, né imposte eccessive ammende; né inflitte pene crudeli o inusitate;
11. che i giurati debbono essere nelle debite forme indicati in una lista, da notificare; e che i giurati che decidono sulle persone nei processi per alto tradimento debbono essere liberi proprietari;
12. che tutte le assicurazioni e minacce di ammende o confische fatte a particolari individui prima della condanna, sono illegali e nulli;
13. e che per riparare a tutte le ingiustizie, e per correggere, rafforzare e preservare la legge, il Parlamento dovrà tenersi frequentemente.
[…]”. (1)

*****

-1. Fonte »»»qua

Oct 022011
 

Un articolo sull’amore di Elisabetta I d’Inghilterra e Francesco duca d’Angiò, nell’inconfondibile stile di Daniela Nutini.

*****

Elisabetta, regina d’Inghilterra, aveva 45 anni, una pelle bianchissima, capelli rossi e lunghe mani bianche. Malgrado avesse avuto favoriti in notevole quantità, non si era mai sposata. La sua repulsione al matrimonio era tale da considerasi addirittura patologica ed i suoi consiglieri avevano deposto ogni speranza di indurre la loro sovrana a tale passo.
Ed ecco che ora, tra lo stupore generale, Elisabetta si fidanzò con il più improbabile tra i pretendenti che da sempre, con puntuale cadenza, si offrivano alla sua mano da tutte le corti d’Europa: Francesco, duca di Alençon, fratello di Enrico III, re di Francia, più giovane di 20 anni della regina inglese, mestatore politico di prima riga, intrigante, sempre pronto a cospirare contro i fratelli, e spina nel fianco di Madama Caterina che non si capacitava come il suo ultimogenito fosse riuscito così, un agguerrito individualista, capace di tessere intrighi con tale incurante abbandono. Figuriamoci dunque alla corte di Francia come si respirò di sollievo quando ci si accorse che Elisabetta si stava infatuando davvero del giovane principe: sistemarlo in Inghilterra sarebbe stata l’occasione buona per tutti.
Alençon ed Elisabetta avevano infatti intrecciato un rapporto sempre più ardente per lettera e tramite intermediari. Uno di essi, Jean de Simier, prediletto del duca, era stato spedito a Londra affinché sussurrasse all’orecchio della regina carezzevoli lusinghe da parte del suo signore. Ed infatti le lusinghe erotiche del bel francese la facevano arrossire e sorridere come una fanciulla di vent’anni: sembrò ringiovanita, come notò l’ambasciatore francese Mauvissière, con una tale trasformazione da lasciare tutti sbalorditi.
L’infatuazione crebbe, alimentata da feste, banchetti a lume di candela, mentre dal duca giungevano lettere e pegni d’amore. Si temeva però da tutte le parti l’incontro tra i due innamorati: Alençon era piccolissimo di statura, molto brutto e sfigurato dal vaiolo: era tuttavia un combattente d’innegabile valore, colto, parlava diverse lingue, elegantissimo, charmant e la sua spregiudicatezza in politica sarebbe stata molto apprezzata da Elisabetta. Ma sarebbe davvero andata fino in fondo dopo averlo visto di persona?
Tutti, al di qua e al di là della Manica, erano preoccupati. Intanto i negoziati andavano avanti tra richieste di denaro sempre più forti da parte del duca – era infatti impegnato a combattere con i calvinisti francesi contro gli spagnoli -, tra i pareri discordanti dei consiglieri di Elisabetta e le crisi di gelosia del favorito Leicester, che fu però alquanto ammansito da un ingente somma di denaro e dall’invio di due focosi destrieri spagnoli, nonché reso innocuo dalla rivelazione del suo matrimonio segreto con Lettice Knollys.
Finalmente arrivò il giorno tanto atteso. I due fidanzati erano così preparati al peggio che, sorprendentemente, finirono per infatuarsi sul serio. Elisabetta era “conquistata dalle sue innumerevoli doti” e lo trovava delizioso nei modi. Prontamente divenne il suo “Ranocchio” – Elisabetta adorava dare soprannomi a tutti -, e, nello stupore attonito della corte, la regina e il suo Ranocchio cominciarono a filare la favola del perfetto amore. Parlavano speditamente in italiano che Elisabetta si piccava di conoscere benissimo e che il duca padroneggiava alla perfezione, essendo la lingua di sua madre. Lui le regalò una spilla a ricordo del soprannome, una rana d’oro appollaiata su di un fiore, lei ballava per lui con vigore e audacia facendogli segni segreti, e prima di partire il duca le infilò nell’esile dito un anello sfavillante di diamanti mentre Elisabetta affermava “che non avrebbe impedito che lui diventasse suo marito.”

Elisabetta era tuttavia tormentata dai suoi consiglieri che alternavano consigli differenti ogni qualvolta lo scenario internazionale cambiava, dai puritani che odiavano come la peste il cattolicissimo duca con i suoi modi sofisticati e che pur tuttavia gli erano necessari per governare, dai favoriti che le mettevano intorno gli avversari al matrimonio francese, dalle pretese di Enrico III, dalle richieste di denaro del suo Ranocchio, dagli insistenti lamenti degli spagnoli.
Pur tuttavia la sua passione divampava. Alençon, tornato a Londra, fu accolto con feste fiabesche, banchetti, mascherate e, quello che più conta, con teneri incontri privati. Fu appunto al culmine di un tale incontro, in una galleria di palazzo, che Elisabetta, alla presenza dell’ambasciatore francese che la sollecitava, del suo sbalordito consigliere Walsingham e del favorito Leicester, si sfilò un anello e lo diede ad Alençon, baciandolo sulla bocca, nell’antico rito matrimoniale dell’anello e della promessa. Deliziato, Alençon prese l’anello e toltosi uno dei suoi lo diede ad Elisabetta.
Ma come tutte le cose terrene anche questa ebbe a raggiungere il suo culmine e a sfiorire.
Alençon era sempre invischiato nelle sue guerre – aveva combattuto valorosamente contro gli spagnoli ai quali aveva strappato Cambrai – e aveva un cronico bisogno di denaro. Per di più i corteggiamenti alla regina gli erano costati moltissimo e non poteva attingere alle casse francesi, disperatamente vuote. Chiedeva quindi denari ad Elisabetta che era invece sempre stata parsimoniosa se non addirittura avara. Per di più cominciava ad essere palese l’ipocrisia del suo ”bruciante desiderio”: si seppe che frequentava prostitute a Londra, alcune delle quali gli avevano sottratto parte dei documenti ufficiali. In più, il re di Francia dava per certo la restituzione di Calais e una dichiarazione di guerra alla Spagna. Eventualità ugualmente inaccettabili, oltre alla sempre più accanita opposizione degli inglesi al matrimonio col fratello del re di Francia.
Elisabetta fece vedere il suo palese malcontento. Alençon comprese allora che il progetto gli sfumava tra le mani e divenne furioso: in una scenata memorabile ricordò le lettere, le promesse, il dono dell’anello, e giunse al punto di minacciare: “No Signora, voi siete mia: se non posso avervi in moglie con le buone maniere sarò costretto ad usare la forza”, finendo per scoppiare in lacrime davanti alla intera corte allibita.
L’avventura era dunque sfumata, le ultime briciole di romanticismo consumate. La partenza del duca fu quasi immediata e benché fosse stato dato ad intendere un suo ritorno, la verità era evidente: l’ultima speranza di matrimonio per Elisabetta se ne andava per sempre.
Così il principe Ranocchio ritornò veleggiando alla sua terra. “Patisco e non oso mostrare il mio scontento, amo, ma sono costretta a simulare odio”, si sfogava Elisabetta in rime petrarchesche.
Ancora una volta la regina si era piegata alla dimensione politica e la donna era stata messa da parte. Annunciò di essere stata costretta a quel passo per amore del suo popolo, ed era vero. Nelle sue poesie toccava corde diverse: ”Sono e non sono; gelo eppure ardo come fuoco, perché a me stessa, l’altra me stessa volta le spalle”. Aveva quarantotto anni e poteva vedere l’assurdità ma insieme l’intensità del suo amore per il giovane e galante duca francese: e di lì
a qualche anno doveva portarne il lutto, in velluto nero, rischiarato da molte fila di perle.

Come over the born Bessy, come over the born Bessy, sweet Bessy come over to me; and will the take. And my dere Lady make, before all other that ever I see.

“Vieni piccola Bessy, vieni piccola Bessy, dolce Bessy vieni qui da me; ed io ti prenderò. E mia adorata Signora ti faro, perché nessuna è come te.”

©Daniela Nutini

Sep 202011
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.

*****

Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.

(Bianca Maria Rizzoli)

*****

Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.

*****
Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli »»qua.

Aug 042011
 

Movimento di pensiero, movimento culturale e filosofico nato in Inghilterra verso la fine del XVII secolo, l’Illuminismo portò un’aria nuova nella storia della società occidentale tuttavia ancorata all’Ancién Regime, a tal punto da poter azzardare dire che siamo figli di quel periodo storico. Alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”, così rispondeva il filosofo Kant:

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve attribuire a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi della propria intelligenza senza la guida di un altro. […] Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell’Illuminismo. Sennonché all’Illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.

Di seguito cinque dei tanti personaggi che ebbero un ruolo essenziale nella diffusione delle nuove idee che vi invito ad approfondire.

Montesquieu (1689-1775) sosteneva, fra le altre cose, che il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario dovevano essere separati per un migliore esercizio della libertà del cittadino. “Le leggi, diceva, non devono accordarsi al principio di ciascun governo, meno di quei che si accordino con la sua natura” (da Lo spirito delle leggi).
Dotto giurista, appassionato di scienze naturali e di fisica, ammirava come gli inglesi amministravano il loro stato, ma non per ciò desiderava importare il modello. Dei tanti scritti, ricordiamo: Lo spirito delle leggi, Lettere persiane

*****

Jean Baptiste d’Alembert (1717-1783) lo ricordiamo per aver partecipato alla stesura dell’Encyclopédie. Matematico, fisico, filosofo, affermava che il progresso sociale è strettamente legato al processo della conoscenza, per cui l’uso della ragione era di vitale importanza. E giacché la vita è basata sull’utilità, è necessario avvicinarsi alle scienze che danno un immediato risultato pratico piuttosto che alla religione. In tutto ciò “la filosofia non è altro che l’applicazione della ragione ai differenti oggetti sui quali essa può essere esercitata” (da Philosophie expérimentale).

*****

Denis Diderot (1713-1784) era dell’idea che l’uomo è il principio primo e ultimo dell’esistenza, da lui si parte e a lui si ritorna, e l’esperienza è parte fondamentale, così come la libertà. “La libertà, insisteva, è un dono del cielo e ogni individuo della stessa specie ha il diritto di fruirne non appena è dotato di ragione. [...] Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono; sicché, se questi ultimi diventano a loro volta i più forti e si scrollano di dosso il giogo, lo fanno con altrettanto diritto e giustizia di chi l’aveva loro imposto. La stessa legge che ha fondato l’autorità la distrugge; è la legge del più forte” (in Il pensiero politico dell’illuminismo – a cura di Edoardo Tortarolo).
Promotore ed editore dell’Encyclopédie, insieme a d’Alembert, è un personaggio chiave dell’Illuminismo. La maggior parte dei suoi scritti sono stati pubblicati dopo la sua morte, annotiamo qua: Scritti politici, Memorie per Caterina II, Pensieri filosofici, L’uomo e la morale, e via dicendo.

*****

L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. […] finché un Popolo è costretto a obbedire e obbedisce fa bene, appena può scuotere il giogo e lo scuote fa ancora meglio, giacché, recuperando la sua libertà per mezzo dello stesso diritto con cui gli è stata sottratta, o è autorizzato a riprendersela o nessuno lo era mai stato a togliergliela. D’altra parte l’ordine sociale è un diritto sacro, che serve da base a tutti gli altri” (da Emilio). Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), riveste la figura ribelle dell’epoca, una figura che ebbe notevole influenza nel pensiero dell’epoca, ma anche dopo. Discorso sulle scienze e le arti, Contratto sociale, Emilio, sono alcuni dei libri più riusciti di Rousseau.

*****

Esponente sicuramente principale dell’Illuminismo, Voltaire (1694-1778) fu un filosofo, scrittore, drammaturgo, grande letterato, nonché storico. Era un ammiratore della politica illuministica di Federico II di Prussia, e riguardo alla forma di governo sosteneva che un sovrano doveva avere come obiettivo la felicità del popolo, evitando i conflitti bellici. “Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia” (da Il filosofo ignorante).
Era rimasto affascinato dalle idee innovative di Locke e di Newton.

Jul 032011
 

La Guerra dei sette anni (1756-1763), che vide l’Europa immersa in una serie di cruente battaglie, fu, da alcuni storici, considerata come il primo vero conflitto mondiale, giacché interessi territoriali politici economici portarono Francia e Inghilterra a scontrarsi anche in India e in America. Un “conflitto già quasi mondiale, per il controllo delle aree da cui si attingevano i grandi flussi d’importazioni, lo zucchero e il caffè americano, il tè, la seta, le «cotonate» indiane che costavano poco e stavano diventando di moda. La guerra che in Europa era condotta al risparmio, nelle colonie era al massacro” (1). Alle prime vittorie dei francesi, seguirono i definitivi successi inglesi.
La pace di Parigi del febbraio del 1763, seguita poco dopo da quella di Hubertusburg, pose fine al conflitto, lasciando l’Europa più o meno come prima. Chi in verità se ne beneficiava era l’Inghilterra, a cui andavano le colonie francesi del Canada, del Senegal, i territori a est del Mississipi, alcune isole delle Piccole Antille e l’India. La Spagna doveva lasciare la Florida agli inglesi, ottenendo in compenso la Louisiana a ovest del Mississsipi. Nel frattempo i francesi avevano recuperato la Martinica.
Con il trattato di Hubertusburg, Maria Teresa d’Austria riconosceva il possesso della Slesia a Federico II.
In poche parole, l’Europa vedeva nascere una nuova potenza, la Prussia di Federico II, mentre l’Inghilterra era riuscita a conquistare un posto d’onore fra le nazioni coloniali.

Nel 1775, l'Inghilterra aveva il dominio sulle zone indicate in rosso e rosa sulla mappa e la Spagna su quelle arancione. La zona rossa è quella relativa alle 13 colonie aperte agli insediamenti dopo la proclamazione del 1763. (Wikipedia)

*****

1. Paolo Viola, L’Europa moderna. Storia di un’identità, Einaudi, Torino, 2004, pag. 187.

May 242011
 

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.
Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.
In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).
Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?
Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.
E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1). In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.
Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.
L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.
Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.
Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

*****
1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

May 102011
 

La Rivoluzione industriale del XVIII sec. caratterizzò un’epoca, un determinato momento storico, influì non solo nel campo economico e tecnologico, ma perfino nella società, nei costumi, nella cultura, nella religione, interessò dapprima l’isola inglese e dopo, con il passare del tempo, l’Europa e l’America, per seguire con il mondo intero. Ricercarne le cause è materia difficile, giacché non fu una sola, né due, né tre, furono un insieme di congiunture che fertilizzarono un terreno che si andava preparando già dalla guerra civile inglese o addirittura ancora prima.

Alla domanda perché la rivoluzione industriale non avvenne prima, si possono dare molte risposte. Nella prima metà del secolo XVIII l’ingegno e l’inventiva abbondarono, ma occorse del tempo perché dessero i loro frutti. Alcune delle prime invenzioni fallirono perché l’idea non era ancora perfetta, altre perché non era disponibile il materiale adatto, per mancanza di qualificazione o adattabilità da parte dei lavoratori, o per la resistenza della società ai mutamenti. L’industria dovette attendere che il capitale affluisse in quantità sufficiente e a un costo abbastanza basso perché fosse possibile costruire grandi edifici e attrezzature. Dovette attendere fino a quando l’idea di progresso – come ideale e come realtà attiva nel corpo sociale – si diffondesse dalla mente di pochi a quella della maggioranza.” (1)

Ingegno, inventiva, scoperte, esplorazioni di nuove risorse, miglioramenti che proprio dalla seconda metà del Settecento si palesarono maggiormente, infatti:

Lo sviluppo dell’invenzione si rispecchia nei registri dei Commissari ai brevetti. Prima del 1760 il numero dei brevetti concessi annualmente superava di rado la dozzina, ma nel 1766 salì improvvisamente a 31 e nel 1769 a 36. Per alcuni anni la media rimase al di sotto di tale cifra, ma nel 1783 ci fu un improvviso balzo a 64. In seguito il numero diminuì, finché nel 1792 con un altro balzo salì a 85. Si mantenne poi attorno a una media di 67 durante gli otto anni successivi, ma col 1798 iniziò un movimento ascensionale che lo portò a una punta di 107 nel 1802. “ (2)

E il denaro a basso costo, i risparmi, un’economia che si espandeva verso nuovi mercati e classi sociali, imprenditori pronti a sperimentare ed escogitare nuove possibilità produttive, e via dicendo, favorirono quello sviluppo economico che permisero alle invenzioni essere messe in pratica.

Quando il denaro era a buon mercato e le prospettive di guadagno apparivano elevate, gli imprenditori assumevano manodopera per creare impianti industriali o accumulare stocks di materiale; e poiché le persone occupate in questi lavori si trovavano a disporre di maggiori redditi da spendere, anche le ditte che producevano beni di consumo partecipavano alla prosperità. Dopo qualche tempo però l’accresciuta domanda di denaro faceva salire il saggio d’interesse: le prospettive di guadagno si riducevano e gli investimenti si arrestavano.” (3)

*****
- 1. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Laterza, Bari-Roma, 2006, pag. 63.
- 2. op. cit. pag. 97.
- 3. op. cit. pag. 154.

*****

*****
Altri articoli correlati:

- L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale.
- La rivoluzione industriale vista da Toynbee.
- La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo.
- L’Inghilterra vista dagli ambasciatori veneziani del 1700.
- Due macchine della Rivoluzione industriale, immagini.
- Tre personaggi della Rivoluzione industriale, immagini.
- La Rivoluzione industriale, tre video.

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Forse l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in sensu latu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.
Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si facava viepiù capillare.
Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).
Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei propri libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nella propria biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.
Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.
In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.
Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva:

Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

*****
1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
2. in G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.