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Tre libri sull’illuminismo

Tre libri per comprendere l’Illuminismo e la relativa epoca.

Dorinda Outram, L’Illuminismo, parte dalla domanda “Che cos’è l’illuminismo” per entrare nei dettagli e parlarci delle varie problematiche ad esso legate: schiviatù, scienza, religione, e via dicendo.

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Lo storico svizzero Ulrich Im Of, nel suo L’Europa dell’Illuminismo, ci propone un quadro storico della società europea del tempo.

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Vincenzo Ferrone, I profeti dell’illuminismo, si addentra nel risveglio della ragione italiana, nel nuovo modo di pensare e agire, di rapportarsi con la natura e con gli altri.


Cinque personaggi dell’Illuminismo, cenni

Movimento di pensiero, movimento culturale e filosofico nato in Inghilterra verso la fine del XVII secolo, l’Illuminismo portò un’aria nuova nella storia della società occidentale tuttavia ancorata all’Ancién Regime, a tal punto da poter azzardare dire che siamo figli di quel periodo storico. Alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”, così rispondeva il filosofo Kant:

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve attribuire a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi della propria intelligenza senza la guida di un altro. […] Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell’Illuminismo. Sennonché all’Illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.

Di seguito cinque dei tanti personaggi che ebbero un ruolo essenziale nella diffusione delle nuove idee che vi invito ad approfondire.

Montesquieu (1689-1775) sosteneva, fra le altre cose, che il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario dovevano essere separati per un migliore esercizio della libertà del cittadino. “Le leggi, diceva, non devono accordarsi al principio di ciascun governo, meno di quei che si accordino con la sua natura” (da Lo spirito delle leggi).
Dotto giurista, appassionato di scienze naturali e di fisica, ammirava come gli inglesi amministravano il loro stato, ma non per ciò desiderava importare il modello. Dei tanti scritti, ricordiamo: Lo spirito delle leggi, Lettere persiane

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Jean Baptiste d’Alembert (1717-1783) lo ricordiamo per aver partecipato alla stesura dell’Encyclopédie. Matematico, fisico, filosofo, affermava che il progresso sociale è strettamente legato al processo della conoscenza, per cui l’uso della ragione era di vitale importanza. E giacché la vita è basata sull’utilità, è necessario avvicinarsi alle scienze che danno un immediato risultato pratico piuttosto che alla religione. In tutto ciò “la filosofia non è altro che l’applicazione della ragione ai differenti oggetti sui quali essa può essere esercitata” (da Philosophie expérimentale).

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Denis Diderot (1713-1784) era dell’idea che l’uomo è il principio primo e ultimo dell’esistenza, da lui si parte e a lui si ritorna, e l’esperienza è parte fondamentale, così come la libertà. “La libertà, insisteva, è un dono del cielo e ogni individuo della stessa specie ha il diritto di fruirne non appena è dotato di ragione. [...] Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono; sicché, se questi ultimi diventano a loro volta i più forti e si scrollano di dosso il giogo, lo fanno con altrettanto diritto e giustizia di chi l’aveva loro imposto. La stessa legge che ha fondato l’autorità la distrugge; è la legge del più forte” (in Il pensiero politico dell’illuminismo – a cura di Edoardo Tortarolo).
Promotore ed editore dell’Encyclopédie, insieme a d’Alembert, è un personaggio chiave dell’Illuminismo. La maggior parte dei suoi scritti sono stati pubblicati dopo la sua morte, annotiamo qua: Scritti politici, Memorie per Caterina II, Pensieri filosofici, L’uomo e la morale, e via dicendo.

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L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. […] finché un Popolo è costretto a obbedire e obbedisce fa bene, appena può scuotere il giogo e lo scuote fa ancora meglio, giacché, recuperando la sua libertà per mezzo dello stesso diritto con cui gli è stata sottratta, o è autorizzato a riprendersela o nessuno lo era mai stato a togliergliela. D’altra parte l’ordine sociale è un diritto sacro, che serve da base a tutti gli altri” (da Emilio). Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), riveste la figura ribelle dell’epoca, una figura che ebbe notevole influenza nel pensiero dell’epoca, ma anche dopo. Discorso sulle scienze e le arti, Contratto sociale, Emilio, sono alcuni dei libri più riusciti di Rousseau.

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Esponente sicuramente principale dell’Illuminismo, Voltaire (1694-1778) fu un filosofo, scrittore, drammaturgo, grande letterato, nonché storico. Era un ammiratore della politica illuministica di Federico II di Prussia, e riguardo alla forma di governo sosteneva che un sovrano doveva avere come obiettivo la felicità del popolo, evitando i conflitti bellici. “Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia” (da Il filosofo ignorante).
Era rimasto affascinato dalle idee innovative di Locke e di Newton.


Voltaire e la Storia

Sganciare la storia dalla mitologia, dare rilevanza alla verità, conferire ai documenti e alle testimonianze il loro giusto peso e contesto nella prova storica, adoperare la ragione più che la memoria, “scrivere soltanto di cose nuove e vere”. Voltaire (1694-1778) aveva le idee ben chiare su come si doveva fare storia. E con lui entra nella storiografia il concetto di “civiltà”, un concetto che abbraccia l’universo umano nelle varie sfaccettature, e non più aneddoti o favole, resoconti di battaglie o esaltazioni di gesta, sterile cronaca, Voltaire vuole una storia umana, una storia che comprenda la politica, l’economia, la cultura, l’amministrazione, e via dicendo, una storia che studi a fondo e penetri l’essere. “Quel che manca di solito a coloro che scrivono di storia è lo spirito filosofico: la maggior parte, invece di discutere dei fatti con gli uomini, raccontano storielle a dei bambini” (1).

La studio della storia deve andare oltre i singoli avvenimenti, o addirittura i singoli archivi, la storia, interessandosi degli uomini, deve curiosare nei loro comportamenti, nelle mutazioni che avvengono, nei vizi e nelle virtù dei personaggi:

Io vorrei sapere quali erano le forze di un paese prima di una certa guerra, e se questa le abbia aumentate o diminuite. Prima della conquista del Nuovo Mondo la Spagna era o no più ricca di oggi? Quant’era più popolata nei tempi di Carlo V che non in quelli di Filippo II? Perché Amsterdam duecento anni fa contava soltanto ventimila abitanti? E come lo si sa in modo positivo? Quant’è più popolata oggi l‘Inghilterra che non sotto Enrico VIII?” (2).

Ma la storia non si ferma qua, la storia non è solo questo, potrebbe essere il punto di partenza, lo spunto, affinché l’uomo curioso entri in un contesto nel quale:

Cercherà quale sia stato il vizio radicale e la virtù dominante di una nazione; perché sia stata potente o debole sul mare; come e sino a qual punto si sia arricchita nell’ultimo secolo” (3).

E andrà oltre, approfondirà la cultura, le arti, la moda, s’interesserà dei particolari, entrerà nelle dinamiche, nei flussi, nei riflussi, considererà anche i minuscoli tasselli che compongono il grande mosaico:

Vorrà sapere come si siano affermate le arti e le manifatture; ne seguirà il passaggio e il ritorno da un paese in un altro. Ma il suo grande oggetto saranno i mutamenti intervenuti nei costumi e nelle leggi. Si saprebbe così la storia degli uomini, e non soltanto di una piccola parte della storia dei re e delle corti”(4).

Una storia laica, al lume della ragione, una storia fatta da uomini per gli uomini, in cui sensazionalismo, falsità, leggende, fantasticherie sono bandite.

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1. Voltaire, Scritti filosofici, Laterza, 1972, vol. I, pag. 268.
2. 3. 4. Voltaire, op. cit., pag. 273-276.

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Altri articoli su Voltaire:
- Sul concetto di Storia moderna.
- Voltaire, Luigi XIV e la quarta età d’oro.


L’Italia vista dai viaggiatori tedeschi del Settecento

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.


I caffè e la diffusione della cultura illuminista

Dove sono andati a finire i vecchi caffè letterari di una volta, quelli in cui ci si sedeva e si parlava di cultura, di letteratura, poesia, arte, di idee spesso rivoluzionarie?

Casa Rocca Piccola, La bibliotecaAi tempi dell’Illuminismo a Venezia ce n’erano circa 25 soltanto in piazza San Marco, luoghi dove, fra un caffè bollente e un altro, si leggevano i fogli quotidiani e si scambiavano libri proibiti. E non era raro veder chiuderne qualcuno, talvolta perché ritenuto frequentato da gente eversiva e pronta a diffondere idee troppo avanzate per l’epoca.
Anni prima, i salotti delle case dei nobili e della ricca borghesia erano frequentati da letterati, pittori, musicisti, diventando centri di vita mondana e culturale. Facevano, spesso, da intrattenitrici le donne, colte, preparate e raffinate, donne che “tenevano salotto” in modo davvero esemplare. Madame de Rambouillet, a cui spetta l’onore di aver dato il via alla vita di società nella Francia del XVII secolo, presidierà per oltre 40 anni un salotto frequentato da intellettuali, nobili, gente di un certo livello artistico, culturale, sociale. Ma non sarà la sola: la marchesa de Sablé, Madame de Sévigné, Madame de La Fayette, Madame de Tencin: alcuni nomi legati ai cenacoli francesi, nonché all’arte della conversazione.
Erano gli anni del grand tour, una moda sviluppatasi fra borghesi, nobili, ricchi mercanti, un viaggio attraverso l’Europa, la cui meta preferita era l’Italia. Ma non solo, non era raro peregrinare addirittura verso l’Egitto o terre d’Oriente in cerca anche di avventure. Ed erano altresì gli anni, quelli del XVIII secolo, di Winckelmann, degli scavi di Pompei, della cultura classica, di Goethe, e via dicendo.Pietro Longhi, La lezione di geografia, 1752
La metà del Settecento vedrà un’altra moda, quella di fornirsi di biblioteche private, quella di dedicare un luogo della casa alla raccolta dei libri, economici e meno economici, rari e popolari, manoscritti e incunaboli. Erano librerie protette da ante con vetri, e la stanza da tendaggi oscuri affinché la luce non disturbasse la vita dei volumi.
Dalla sale reali, dai palazzi dei nobili, la rappresentazione teatrale passava appunto al teatro, teatro aperto anche al popolo, teatro che divenne un luogo d’incontro per conoscere gente e conversare. Era d’uso che la sala restasse costantemente illuminata, a differenza di oggi. Commedie, musiche, qualche balletto: gli spettacoli per la maggiore.
La diffusione della cultura stava passando dalla classe elitaria alla classe popolare, poco a poco, un cambio iniziato con lo sviluppo dei torchi gutenberghiani, con la maggiore diffusione dei libri, attraverso le idee illuministiche, percorrendo insomma una strada spesso tortuosa, spesso piena di censure.


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