Jan 012009
 

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453, la storia sembra acquistare energia e vigore. Il Rinascimento italiano sarà un periodo di crescita sociale, intellettuale, economica. E proprio in quegli anni, il buon Gutenberg, tramite i suoi torchi e i caratteri mobili, darà impulso alla diffusione dei libri, della cultura. L’Italia vivrà anni di pace, di equilibrio, 50 anni dedicati all’arte e alla letteratura. Fioriranno Firenze, Ferrara, Mantova, Milano, Urbino, poi Roma e via dicendo, il nostro Paese sarà d’esempio a molte corti europee. Poi le guerre italiche fra Spagna e Francia, il Sacco di Roma del 1527… il primo Indice dei libri proibiti del 1559, fino al XVII secolo con il rogo di Giordano Bruno, bruciato vivo a Campo de’ Fiori a Roma il 17 febbraio del 1600.

Di seguito un video che raccoglie, come fosse un telegiornale, notizie del nostro Rinascimento, degli anni che vanno dalla seconda metà del 1400 alla fine del 1500.

http://video.google.com/videoplay?docid=303489137983608395

Nov 202008
 

Abbiamo scritto varie volte, in una serie di lettere con Alessio, dell’invenzione della stampa, del suo essere stata una delle innovazioni più importanti del XV secolo. Adesso facciamo un passo indietro e vediamo brevemente in questi video che seguono come si produceva materialmente un manoscritto, iniziando dalla pergamena e proseguendo con la carta.


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Nov 072008
 

La storia è passione, passione a trecentosessanta gradi, è interesse, interesse anche dei minimi particolari, è coinvolgimento, coinvolgimento distaccato. Talvolta, bisogna allontanarsi da una certa realtà storica per meglio comprenderla, magari fantasticando un po’, sognando, vaneggiando, immedesimandosi nell’epoca, nei costumi, negli usi.

Qualche settimana fa, ho finito di leggere di Blake Morrison, La confessione di Gutenberg, edito da Tea, un romanzo storico che appassiona fin dalla prima pagina e si ha voglia di leggerlo tutto di un fiato.

Ben conosciamo il nostro personaggio, sia perché padre della stampa in Europa, sia perché ne abbiamo e ne parliamo continuamente con Alessio nelle nostre lettere. Ed è tanto importante l’argomento che valeva la pena approfondire anche con una autobiografia romanzata.

Blake, nelle parole che testimoniano la vita del nostro, gli fa dire:                                         

“Ho capelli bianchi sulla testa che si diradano, ma niente barba. Ho la pelle bianca come pergamena, ma meno dura. Ho superato la sessantina, uno dei pochi da queste parti, a essere vissuto tanto a lungo… Ho la vista debole e sto peggiorando. Non ho paura della morte. Ciò di cui ho paura è che la morte cancelli quello che ho fatto.”                                                                    

Gutenberg, che si dice essere stato un buon amanuense, ha preparato il terreno per la diffusione delle idee, della lettura, della scrittura. Nel libro risalta un personaggio segnato dal destino per l’invenzione della scrittura artificiale, un uomo come tutti gli altri, un uomo a cui piaceva bere, a cui piaceva amare, a cui piaceva il lavoro che realizzava. Personaggio dal forte carattere, era deciso, nella sua impresa, ad andare avanti a ogni costo, superando fastidiosi ostacoli di origine finanziari, prendendo soldi in prestito anche da un uomo, Fust, che lui vedeva malvolentieri. Bello e delicato l’incontro fra la giovanissima figlia di questi con il nostro personaggio già in avanzata età, figlia che poi andrà in sposa a Schöffer. E proprio Schöffer lo aiuterà a realizzare i caratteri per la stampa, collaborerà con lui nella realizzazione della Bibbia a 42 linee, sarà al suo fianco giorno e notte, a tal punto che il Blake fantastica (?) una relazione amorosa fra i due.                            

                

“Ogni giorno vediamo un po’ più in là. Nuovi mulini che macinano il grano e gli uomini scoprono nuove verità. È una specie di grande avvento della conoscenza, o di rinascita… Sì, il mondo che sto per lasciare sembra migliore di quello in cui sono entrato.”                                                                              

Il Rinascimento era in atto.


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Stamperia nel Rinascimento

Oct 192008
 

Pistoia, 19 ottobre 2008

Mio carissimo Alessio,

stamani avevo in mano un libro, uno di quelli stampati nel XVII sec., Vergel, pubblicato a Barcellona, in Spagna, nel 1629, debitamente autorizzato dalla Chiesa cattolica, con tanto di Licencia, y Privilegio, e sfogliando accuratamente le pagine mi veniva in mente la grande fortuna che abbiamo nel poter leggere idee, pensieri, riflessioni di quasi 400 anni fa, come il sapere si possa trasmettere, si possa compartire, si possa tramandare di generazione in generazione, tutto grazie al nostro buon Gutenberg.

E certamente l’Umanesimo italiano giocò un ruolo privilegiato in codesta trasmissione, Umanesimo che ricercava nei classici i valori per poter dimostrare che la vita non è solo materialità, bensì, e soprattutto, espressione culturale, intellettuale, educativa. La stampa fu il veicolo principale del diffondersi dei pensieri, il tramite per far rivivere il passato classico. Così come il Rinascimento, e non solo in Italia, sarà sviluppato per mezzo dei torchi gutenberghiani.

Pare che alla fine del XV secolo, oltre 250 città d’Europa possedessero una tipografia, di cui 80 solo in Italia. Si pubblicava di tutto, da testi religiosi a testi accademici, da romanzi ad almanacchi, si stampava in latino e in greco, ma si iniziava anche a dare vita a volumi nelle varie lingue nazionali. I libri, non ancora rilegati, viaggiavano dentro botti chiuse – per evitare di sporcarsi o sfuggire all’umidità – per il continente, sia in carri, sia tramite via fluviale. Per i mercanti era una merce di scambio come qualsiasi altra, un bene da comprare e vendere, per la gente letterata un modo di approfondire i loro studi.

Nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz, il primo della diocesi di Magonza e il secondo di quella di Colonia, a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania.

Poi Venezia, la cui posizione strategica farà sì che la città essere un eccellente luogo per lo sviluppo dell’arte tipografica, introdotta, lo ricordiamo, nel 1469 da Johann von Speyer. Grazie, quindi, ai fiorenti scambi commerciali e ai patrizi veneti, che vedevano nel libro un modo di incrementare la loro ricchezza, i libri veneziani andranno a finire in tutta Europa. Milano, invece, solo nel 1471 vedrà l’arrivo del torchio, con la stampa del De verborum significatione di Pompeo Festo.

Rispetto all’energica attività culturale, Firenze arriverà in ritardo all’appuntamento, solo nel 1471, pare perché, in un primo tempo, poco favorita dai Medici. Il primo libro stampato sembra sia stato il Commentarii in Virgili opera, di Servio, riprodotto dall’orefice Bernardo Cennini. Per vari anni la stampa sonnecchierà, sino a quando Marsilio Ficino, Poliziano, addirittura lo stesso Lorenzo de’ Medici e qualche altro letterato si convinceranno di pubblicare tramite i caratteri mobili. Firenze, città altamente alfabetizzata per i tempi,  fu una delle poche, se non l’unica, nella quale il prototipografo era locale.

Il nostro sud non era meno. A Napoli si pubblicheranno più libri in latino, almeno il 50%, che in volgare, con una piccola percentuale di testi in lingua ebrea. In generale sono volumi che trattano teologia, letteratura, scienze.

Si potrebbe continuare per parlare di Bologna, di Palermo, Padova, e così via, ma ciò che mi preme sottolineare è come l’Italia abbia immediatamente capito la potenzialità della stampa. E lo stesso Girolamo Savonarola, tanto per fare un esempio, aveva intavolato addirittura con la fiera di Francoforte un rapporto di lavoro per propagandare le sue idee.

L’Umanesimo, il Rinascimento, le arti, le lettere… i libri: elementi che faranno parlare dell’Italia!

Così, sfogliando pagina dopo pagina, mi accorsi che ero arrivato alla fine, alla fine delle 300 e più pagine di questo meraviglioso Vergel che aveva portato la mia mente a riflettere sull’inesorabile trascorrere dei secoli, tempo impresso nelle giallognole pagine del volume e sulla copertina di cuoio di agnello che rivestiva la storia della stampa.

Vado ad adagiare il libro nella mia umile biblioteca, pian pianino, lentamente, con cura e attenzione, con gratitudine, con riconoscimento, dopotutto ho assaporato un libro che ha 400 anni!

Tuo, Rino.

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Le precedenti lettere:

- Rino ad Alessio I

- Rino ad Alessio III

- Rino ad Alessio V

- Rino ad Alessio VII

Oct 012008
 

Pistoia, 27 settembre 2008

 

 

Caro Alessio,

 

si chiamava don Martino, sì, proprio don Martino, ed era il ciabattino dove andavamo mio padre e io a riparare le scarpe, ti parlo della fine degli anni ’60. La sua bottega era in via Garibaldi, là, in quel paesino di poche migliaia di abitanti, adagiato in una pianura piena di olivi. Don Martino apriva alle sette del mattino, tirava fuori il suo piccolo banco pieno di attrezzature, la sua centenaria seggiola, poi, pian pianino, giacché aveva oramai superato la settantina, usciva anche un rustico sgabello per il cliente di passaggio. E noi, padre e figlio, ci recavamo da lui a riparare le suole delle scarpe o a fargli dare un lucido speciale per apparentarle nuove. Altri tempi, altre memorie, pochi soldi! Era un artista, indubbiamente era un ciabattino che faceva le cose con somma cura, precisione, con atavica esperienza, ma anche con eleganza e armonia: i chiodini li nascondeva con uno speciale stucco, il lucido era perfettamente assorbito dalla scarpa con un magico drappo, la colla veniva sapientemente nascosta con un veloce gesto e così via.

Artista, come artisti furono in tutti i sensi i primi prototipografi. Mi piace ricordare che, agli inizi della stamperia, costoro peregrinavano, spesso chiamati da committenti, per dare vita ai primi libri, così come nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco, vicino Roma, invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania. L’anno dopo Ulrich Han è a Roma, dando alla luce le Meditationes Vitae Christi del cardinale Torquemada. E via dicendo. Piccoli esempi che portano quasi a paragonare l’arte tipografica all’arte pittorica: il pittore, finito un quadro, si incammina verso altre terre, verso altri mandatari. Certo, il prototipografo ha bisogno di più strumenti e capitali per svolgere il suo lavoro, deve avviare un’attività cominciando dalla base, deve ricercare centri che richiedono la sua esperienza. Insomma, almeno per gli inizi della stampa, lasciami paragonare l’artista tipografo all’artista pittore!

Mi parli dei mestieri, dei tanti mestieri e posti di lavoro che, grazie al nostro Gutenberg, si svilupparono. Ne elenco qualcuno, i più rappresentativi:

 

 

- il torcoliere, ossia l’incaricato all’andamento dei torchi. Appoggiava la carta al timpano, chiudeva la fraschetta, faceva scorrere il carrello sotto il torchio, manovrava la leva per la riproduzione e… voilà, ecco il foglio stampato: un miracolo;

 

- il punzonista, ovvero l’artigiano, che spesso proveniva dall’oreficeria, dedicato a incidere i punzoni dei caratteri che servivano a battere le matrici per la fusione delle lettere;

 

- il fonditore, colui che si occupava della fusione dei caratteri, tramite le matrici che il punzonista gli passava, carattere che doveva altresì essere pulito e rifinito;

 

- il compositore, eccolo, l’uomo che si preoccupava della composizione dei caratteri mobili, estraendoli dalle decine di cassetti del suo bancone dove riposavano per essere adoperati. Se era bravo, lavorava senza guardarli, perché sapeva esattamente il luogo dov’erano;

 

- il battitore, il povero operaio, sempre sporco di inchiostro, addetto all’inchiostratura dei caratteri di stampa;

 

- il correttore di bozza, – confesso che mi piacerebbe esserlo -, il personaggio che si dedicava a correggere gli errori di stampa mediante dei segni convenzionali che apponeva ai margini bianchi dei fogli.

 

 

Forse ne ho dimenticato qualcuno, chiedo loro venia… dopotutto sono passati più di 500 anni e sicuramente la memoria viene meno.

Artisti, caro amico, come non considerarli artisti, quando tutti e ognuno di loro dava il meglio, curava i particolari, lavorava sapientemente e, ricordiamolo, la maggior parte erano nuovi lavori, appena inventati, erano lavori dove si sbagliava spesso, ma questi errori portavano a migliorare l’arte tipografa. Lo dobbiamo anche a Gutenberg!

Insomma, forse oggi manca quella consacrazione al proprio mestiere, quei lavori certosini che davano calma, tranquillità, pazienza, quei lavori fatti con dedicazione e passione. E allora ti domando, Manuzio, quell’Aldo Manuzio veneziano che fu uno dei primi grandi tipografi italiani, anche lui era un artista in un certo qual modo, non credi?

 

Stavolta mi sono dilungato, spero non averti annoiato, dopotutto, ben sai, quando parlavamo di un qualcosa che ci appassiona e ci accomuna le lancette dell’orologio giravano senza darcene conto, e le ore spesso si facevano piccole.

Un abbraccio,

 

tuo Rino.


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Le precedenti lettere:

- Rino ad Alessio I

- Rino ad Alessio III

- Rino ad Alessio V

Sep 242008
 

In questi giorni avrete certamente letto una serie di lettere scambiate tra Alessio Miglietta e il sottoscritto, lettere che raccolgono le nostre riflessioni sull’invenzione della stampa, su Gutenberg e sulle conseguenze. Ebbene, vi propongo questo bel dipinto eseguito dal pittore spagnolo Pedro Berruguete (Paredes de Nava, Palencia 1450 ca. – Avila, 1503) per indicare un dettaglio che ci interessa.

Pedro lavorò per un periodo di tempo alla corte di Federico da Montefeltro (1422-1482) a Urbino, dove incontrò Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini e tanti altri artisti dell’epoca rinascimentale italiana.

Raffigurati in questo quadro – a piè di pagina – troviamo il duca e suo figlio Guidobaldo, fanciullo elegantemente vestito, con lo scettro in mano. Risaltano immediatamente alla vista il drappo rosso e l’ermellino, segni e simboli di potere, nonché l’armatura, la spada, l’elmo sempre pronti a sostenere l’arte della guerra, ma nello stesso tempo c’è un codice, un manoscritto, uno dei tanti che Federico alloggiava nella sua preziosa biblioteca. Sottolineo manoscritto e non libro a stampa, giacché il duca, come altri personaggi dell’epoca, non accettava ancora la nuova invenzione gutenberghiana. E difatti scriveva il libraio Vespasiano da Bisticci: “In quella libraria i libri tutti sono belli in superlativo grado, tutti iscritti a penna, e non ve n’è ignuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato” (1).

Federico amava la cultura, gli piaceva leggere e ascoltare la lettura di particolari testi. Nei periodi che non era impegnato nelle sue campagne militari e risiedeva nel suo bel palazzo, durante il pranzo o la cena, usualmente, un lettore lo intratteneva leggendo pagine che allietavano i suoi convivi. Nella sua biblioteca v’erano testi sacri, dei Padri della Chiesa, letteratura classica, umanistica, opere tecniche e scientifiche, tutti esemplari riccamente decorati. Erano opere che venivano altresì dalla bottega di Vespasiano da Bisticci, miniate da personaggi come Franco de’ Russi, Bartolomeo della Gatta, Francesco del Chierico e tanti altri. I copisti spesso alloggiavano nel suo palazzo, dedicandosi a trascrivere quei libri che più lo appassionavano e interessavano.

Solo col passare degli anni la stampa prenderà forza nei confronti dei codici.

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Pedro Berruguete, Federico da Montefeltro e il figlio Guidobaldo, 1476-77

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1. Federico da Montefeltro, Lettere di Stato e d’Arte, Edizioni di Storia e letteratura, Roma, 1949, pgg. VIII-IX.

Sep 172008
 

Pistoia, 13 settembre 2008

Caro Alessio,

interessante leggere l’excursus storico che hai proposto nella tua passata lettera, e non posso far altro che concordare, giacché il latino per molto tempo, dopo l’invenzione gutenberghiana, fu la lingua maggiormente stampata almeno sino a tutto XVI e buona parte del XVII secolo.

Indubbio, il passaggio al volgare fu lento, progressivo, azzarderei a dire, un continuum di quel progresso linguistico che identificava le nazioni europee, avvenendo quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania, e via dicendo, ognuno con i suoi particolari, ognuno a suo modo; e la stampa collaborò.

Del volgare se ne farà interesse Lutero, che imprimerà migliaia di pamphlet in tedesco per diffondere le sue idee, affinché queste potessero raggiungere la base di una nazione, il popolo, il volgo, il cittadino, il contadino, ma anche il borghese. Tutto questo mentre la Chiesa sonnecchiava, indecisa sul da farsi. Poi, con la Controriforma, siamo già a metà del ’500, anch’essa accoglierà, seppur malvolentieri, il volgare come lingua per divulgare i suoi concetti.

Ma la Chiesa vieterà, ostacolerà che dai torchi uscissero libri che potessero danneggiarla, non solo spiritualmente o moralmente, ma anche economicamente. Nasce così, nel 1559 per ordine di Paolo IV, l’Indice, quell’elenco di libri vietati fra i quali era additato finanche il povero Boccaccio o addirittura il Petrarca, per non dimenticare Rabelais, Giovanni Della Casa, Pietro Aretino.

Pensavo, caro amico, che più una cosa si impedisce, più la gente ha curiosità di sapere il perché, cosa, come, per cui l’oggetto vietato ha più fama e gloria di quello libero. Allora come oggi, nulla cambia nel lento trascorrere dei tempi!

Bene, dicevo, le interdizioni della Chiesa fecero sì che le pubblicazioni diminuissero di numero e che codeste fossero mirate e ben precise, ma nello stesso tempo aumentarono i libri clandestini, i libri importati – anche – da quelle zone in mano ai protestanti, i libri riprodotti in case private, e a tal proposito ricordo il famoso stampatore napoletano Lorenzo Ciccarelli che fra il 1710 e il 1720 dette vita a tanti testi che pochi si azzardavano a presentare.

Di conseguenza, il lettore, il lettore cattolico, doveva stare attento a non peccare, visto che leggere un libro proibito era disobbedire alla Madre Chiesa, peggio ancora se nella sua biblioteca albergava simili opere, ecco dunque nascere un nuovo senso di colpa.

Attenzione però, anche da parte protestante le cose non andavano in modo diverso, certamente non erano tanto i divieti quanto codesti appena citati, e mai ben organizzati. In ogni modo, per esempio, lo stesso Calvino sosteneva che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava controllare la produzione e diffusione delle opere. Tutto ciò accadeva nei primi secoli dopo l’invenzione di Gutenberg.

Mi sorge spontanea, in questo preciso istante, una domanda: da parte politica, re, imperatori, principi e reggenti, come vedevano costoro la stampa? La accettarono volentieri, negarono anch’essi pubblicare opere?

Ecco dunque che la nostra conversazione si fa interessante, entriamo in un campo tanto vasto quanto il mondo intero, nello stesso tempo pericoloso da giudicare, comparare, misurare.

Ti lascio l’interrogativo, me ne vado a prendere un caffè e a riflettere su ciò che accade ai giorni d’oggi.

In attesa di presto vederci, un abbraccio.

Rino.

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- Rino ad Alessio (I)

- Rino ad Alessio (III)

Immagine: Paolo Belmesseri, Opera poetica, Parigi, Simon De Colines, 1534. Silografia.

Sep 042008
 

Pistoia, 4 settembre 2008

Carissimo Alessio,

con piacere ho ricevuto e letto la tua lettera del 2 settembre c.a. sulle tue considerazioni intorno alla stampa religiosa della fine del XV e XVI secolo.

Concordo con te nel dire che sia i protestanti sia i cattolici abbiano visto nell’invenzione del nostro Gutenberg un mezzo per comunicare e diffondere le loro dottrine. Il luteranesimo lo farà con atteggiamento critico – se atteggiamento possiamo chiamarlo -, invogliando il popolo alla lettura, ma nello stesso tempo stimolandolo a riflettere sulle parole che la Bibbia desiderava comunicare. La Chiesa cattolica ostacolerà lo sviluppo delle eresie con tutti i mezzi possibili, scomunica, roghi di libri, proibizioni, ma – e sicuramente sarai d’accordo – più si vietavano, più queste crescevano e si sviluppavano, più Lutero, Calvino e via dicendo acquistavano forza.

Mi dici di Magonza, di Norimberga, e io aggiungerei altresì, qualche anno dopo, Francoforte, Strasburgo e zone limitrofe, tutte località in cui maturava e prosperava una nuova classe benestante e l’espansione commerciale permetteva un ulteriore impulso alla diffusione del libro. Magonza, città dove Gutenberg sviluppò le sue idee, a quel tempo era un centro mercantile di primaria importanza, in cui i borghesi acquistavano poco a poco una indubbia influenza nelle decisioni politiche e sociali. Ancor di più, aggiungo: Magonza era un famoso arcivescovado cattolico, ciò fa riflettere – anche, ma non solo – sul perché la Bibbia a 42 linee fu la prima opera stampata di un certo rilievo.

Non so se avrai notato che la prototipografia si sia sviluppata lungo il fiume Reno, fiume navigabile e fondamentale via di comunicazione e di scambio merci, in quel meraviglioso fine XV sec., essendo un dato, codesto, che ci fa capire quanto sia stato fondamentale avere un corso d’acqua nei pressi o dentro una città. Infatti, narrano le cronache, i libri spesso viaggiavano – non ancora rilegati – tramite imbarcazioni, dentro botti chiuse per evitare, per quanto possibile, l’umidità.

Insomma, caro mio, il passato ci riserva sempre piacevoli sorprese, a tal punto che stamani, gironzolando come un flâneur per Pistoia, mi chiedevo sul peso dei caratteri mobili nelle lingue nazionali. In proposito, ricordo che dal XVI secolo si cominciarono a stampare opere in volgare, segnalandomi tu stesso, il Decameron di Boccaccio in Italia e perfino Rabelais in Francia, opere, d’altra parte, censurate dalla Chiesa cattolica.

Concludendo queste righe, quanto pensi che l’Umanesimo abbia influito sulla diffusione della lingua volgare? E il ruolo della stampa?

Quanti punti su cui possiamo conversare!

Qua ti lascio, aspettando il tuo seguito su questo gradevole tema, tema che ci portava via intere ore dialogando placidamente davanti una buona tazza di caffè; caffè rigorosamente Espresso, per favore.

Un abbraccio,

Rino.

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- Rino ad Alessio:  Riflessioni su Gutenberg, lettere a un amico (I)

Aug 272008
 

Pistoia, 27 agosto 2008

Mio carissimo Alessio,

stamani ero seduto nello stesso caffè dove eravamo qualche settimana fa, quel caffè San Giovanni che ci vide e ascoltò le nostre piacevoli conversazioni storiche. Ed è a proposito di queste che desidero scriverti, giacché il tempo tiranno non ci permise dissertare ulteriormente su quell’argomento che avevamo ben impostato e che tanto appassiona sia te che me: Gutenberg, la stampa, i torchi, i caratteri mobili, i libri.

Tu dicevi che i caratteri mobili del nostro permettevano, correggendo le bozze, stampare libri privi di errori ortografici – salvo eventuali altre sviste – e che la Bibbia a 42 linee aveva inaugurato non solo un nuovo modo di diffondere la cultura, legato all’imprenditorialità e al nuovo e fiorente commercio, ma anche alla nuova forma di comunicare tra i dotti, grazie alla – certamente oggi scontata – uniformità dei testi. Cosicché, la pubblicazione in serie dei libri permetteva ad ogni singolo studioso riferirsi a un determinato testo, uniforme e codificato, indicando, per esempio, numero di pagina, senza rischiare che questa potesse essere diversa da quella di un’altra copia, come sovente accadeva nei manoscritti.

Però, e qui non siamo riusciti a proseguire, a definire un passo - ricordi che erano le 10 di sera e dovevano chiudere il locale? -, un passo a mio avviso importante, però, dicevo, credi che i libri stampati allora, e ti parlo di fine ’400, abbiano preparato il terreno al futuro Martin Lutero? È altresì indubbio che la maggior parte dei volumi editi erano opere religiose, strettamente in latino, erano opere dedicate all’esaltazione della Chiesa, di Dio, libri rivolti per lo più ai dotti, a coloro che sapevano leggere, e costoro non erano molti.

Così stamani riflettevo, sorseggiando un caffè e aspettando che aprisse la chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, che non siamo riusciti a visitare perché chiusa in quei momenti da noi erroneamente scelti: anche la devozione ha i suoi orari!

Un abbraccio e un doveroso saluto alla tua dolce metà.

Tuo Rino.