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Livorno, costruzione e sviluppo di una città

Lo sviluppo di uno Stato passa anche attraverso i commerci marittimi, attraverso strutture e infrastrutture portuali che possano permettere l’andirivieni di beni. Firenze ha sempre perseguito una politica espansionistica per avere uno sbocco a mare: conquista Pisa nel 1406, poi nel 1421 compra Livorno ai genovesi per 100.000 fiorini (qua), poi ancora fortifica le coste con la costruzione di fortezze, infine, ma non per ultimo, intraprende l’ampliamento del porto livornese con Cosimo I (1519-1574). E Livorno sarà una delle città che fra il 1600 e il 1750 avrà un incremento demografico e mercantile davvero notevole (1).
L’idea di Cosimo I, nel 1574, era quella di un nuovo molo, per passare all’ingrandimento di Livorno costruendo una forte e robusta cinta muraria per ospitare, col passare degli anni, almeno 12.000 persone, con il progetto di iniziare scambi commerciali con i turchi e avere dai portoghesi il monopolio del commercio del pepe. Tentativi, questi ultimi due, destinati a fallire, ma non quello di continuare a rivalutare Livorno come porto fondamentale e necessario per i commerci con l’estero. Gli inglesi ne approfittano ben presto, per giungere, già nel marzo del 1573, con 5 navi. Del resto, lo stesso granduca Francesco I (1541-1587) raccomanderà al provveditore di Livorno dare loro ogni possibile agevolazione e ospitalità, affinché possano ritornare.
Il progetto della nuova città è affidato a Bernardo Buontalenti (1536-1608), che disegna un contorno pentagonale. Ben presto iniziano gli espropri che, sebbene con qualche contrasto, procedono in modo determinato, grazie anche a un valido notaio quale Lorenzo Sani. Organizzato il cantiere, edificati i forni per la cottura dei mattoni, trovate le cave per i materiali nelle adiacenze della città, pronti gli operai che, generalmente, provengono dalle galere, resta da formare il personale qualificato per l’organizzazione amministrativa, problema di non facile soluzione. Francesco I si reca poche volte nella città in costruzione, forse per le zone paludose e malariche che la circondavano, forse perché riusciva dalla sua Firenze a controllare il tutto tramite funzionari che lo informavano dettagliatamente.
In dieci anni, siamo già alla morte di Francesco I, la costruzione della cinta muraria è completata, pronti magazzini e depositi merci, approntata una rete fognaria, lastricate vie, riorganizzato il vecchio centro abitato.
Con Ferdinando I (1549-1609), successo al fratello Francesco I, viene un nuovo ed energico impulso, sebbene il periodo di carestia del 1590-’92 segni fortemente la storia di molti paesi europei. Il nuovo granduca invita le maestranze e i contadini dei paesi vicini a lavorare nell’opera, concedendo privilegi, impiega più schiavi e forzati, insomma, sembra aver voglia finire quanto prima.
Nel 1591, si stipula un accordo commerciale con l’Inghilterra di Elisabetta I, per favorire le navi e agevolare i commerci. “Nel 1591 la fioritura del porto di Livorno è evidente […]” (2). Nello stesso anno si incitano i mercanti di qualsiasi nazione a venire a Livorno, commerciare con Livorno, sbarcare a Livorno, assicurando, oltre a facilitazioni, anche libertà religiosa, protezione alle persone e ai beni. In effetti, fra gli altri, intorno al 1595 si stabiliscono nella città un gruppo di ebrei, si istituisce un consolato inglese e uno olandese, consentendo, grazie a concessioni ed esenzioni, una lenta e costante migrazione sia dalle vicine terre che da paesi più lontani.
Nel 1606, Livorno ha il titolo di città, una città multinazionale di 5.046 abitanti (1609), ma che nel 1645 ne ha già 12.000 (3). Città ancora che nei primi decenni del ‘600, in piena Guerra dei Trent’anni, sarà porto neutrale per gli scambi commerciali, con un ritmo di crescita che, azzarderemo dire, forse unico nel panorama italiano di quei decenni.

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1. J. de Vries, European Urbanization 1500-1800, Londra 1984.
2. L. Frattarelli Fischer, Livorno, città nuova (1574-1609), in “Società e Storia”, n. 46, 1989, pag. 885.
3. L. Frattarelli Fischer, op. cit., pag 890.

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La Svezia nel Seicento

Siamo poco familiarizzati con la storia della Svezia, una storia che sembra ai margini di quella europea ma che, in effetti, si incastra in un più ampio contesto storico, contesto che prende finanche la Russia, la Polonia, la Germania, l’Europa settentrionale in particolare.
Con la salita al trono di Gustavo I (1496-1560) nel 1523, eletto dai nobili del paese, e dopo aver guidato la rivolta contro il dominio danese, la Svezia inizia un lungo periodo di ammodernamento statale ed espansione territoriale. Ricordiamo per inciso che la Svezia, insieme alla Norvegia e alla Danimarca, era governata da un sovrano danese. Il re, il primo della dinastia Vasa, iniziò con introdurre la recente confessione luterana come religione di stato e a procedere all’incameramento di tutti i beni ecclesiastici, riuscendo, infine, a rendere ereditaria la corona – 1544 -, a spese del potere nobiliario.
Poi, con l’intervento nella lunga Guerra dei Trent’anni, Gustavo II Adolfo (1594-1632) giocò un ruolo decisivo nelle sorti dell’Europa continentale, a favore del luteranesimo e sconfiggendo varie volte gli eserciti imperiali. La politica aggressiva svedese fu seguita da quasi tutta la dinastia Vasa, a parte il ventennio di Cristina (1632-1654), fino all’ultimo sovrano Carlo XII (1718). Conquistata la Livonia, la Curlandia e varie città della Prussia orientale, vinto l’esercito del conte di Tilly nella battaglia di Breitenfeld, vicino Lipsia, nel 1631, Gustavo II Adolfo era arrivato indenne alla porte di Monaco di Baviera, ma, sebbene vincitore, trovò la morte nel famoso scontro di Lützen, 1632.
Con l’abdicazione di Cristina sale al trono Carlo X (1622-1660) proseguendo le linee del suo predecessore maschile, stavolta a danno della Danimarca e della Polonia. Lo segue Carlo XI (1655-1697), dalle buone abilità belliche e Carlo XII (1682-1718) che, occupata Varsavia nel 1702, s’incammina verso l’Ucraina, ma stavolta viene sconfitto da Pietro I il Grande a Poltava nel 1709. Non ancora soddisfatto riversa le sue truppe contro la Norvegia: la morte fermerà per forza maggiore le sue mire espansionistiche.
La mancanza di eredi e un certo malcontento all’interno della società nobiliare, bloccano il sogno di una grande Svezia, un sogno reso possibile per qualche secolo grazie alla buona situazione economica del paese, ricco di miniere di ferro e rame, nonché aperto agli investimenti olandesi e dell’Europa occidentale. Altro fattore determinante delle prime vittorie fu il potenziamento dell’esercito, costituito non più da mercenari, bensì da soldati regolari comandati da ufficiali meritevoli, di carriera. Anche l’impiego in massa delle nuove armi da fuoco contribuì a rendere l’esercito trionfante.

Svezia e Norvegia nel 1650


La parrucca, simbolo del Barocco

Le parrucche? Ce ne parla Bianca Maria Rizzoli.

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Nella storia della moda la parrucca non aveva le connotazioni ridicole che molti oggi le attribuiscono, ma era un accessorio portato fino dall’antico Egitto da uomini e donne, non necessariamente per compensare la perdita dei capelli, ma principalmente come segno di status. In Europa ebbe il suo massimo splendore nei secoli XVII e XVIII, quando trionfarono Barocco e Rococò: se si pensa alla teatralità e al fasto di questi due stili artistici (avete presente la reggia di Versailles?) la parrucca si trovava perfettamente a suo agio tra gli stucchi, i marmi, le decorazioni, la grandiosità che essi comportavano.
La moda iniziò durante la Guerra dei Trent’anni, durata dal 1618 al 1648, che determinò un netto cambiamento del vestire maschile. A partire dagli anni Trenta del Seicento infatti, tutti gli uomini predilessero abiti in stile militaresco, portando con pose spavalde cinturoni, lunghe spade, pesanti stivali in cuoio. Trionfò la mascolinità bellicosa, e si voleva a tutti i costi esibire un rude aspetto guerresco, oltre che nel vestito anche nell’abbondante peluria, segno evidente di virilità. Parecchi aneddoti raccontano come la parrucca sia entrata nelle case reali e da qui abbracciata da quasi tutta la popolazione che – dati i costi – se la poteva permettere; le parrucche più care erano infatti fabbricate con capelli veri, mentre la gente più modesta doveva accontentarsi di peli di pecora e capra, crine di cavallo o coda di bue.
Nel Seicento e nel Settecento la Francia era considerata il centro del buon gusto europeo e sembra che sia stato proprio un monarca francese, Luigi XIII, a favorire l’uso delle parrucche per nascondere la precoce calvizie causata da una malattia. Il suo successore Luigi XIV, il Re Sole (1638 – 1715) portò quest’accessorio alla sua apoteosi. Nel 1655 il sovrano concesse la licenza di aprire bottega a 48 fabbricanti parigini di parrucche. Alla fine del Seicento, in perfetta armonia con la bizzarria del gusto Barocco, la parrucca maschile si trasformò in una monumentale torre di riccioli, con due bande che scendevano sul torace e un’altra dietro la schiena. Il peso eccessivo la rendeva molto scomoda da indossare, per cui la si portava solo a corte, mentre nel privato si preferiva la ben più comoda berretta. La circonferenza della parrucca impediva l’uso del cappello, che si portava semplicemente sotto braccio. Tuttavia oltre agli svantaggi, essa aveva vantaggi fisici e soprattutto psicologici non trascurabili: indossata sul cranio rasato, favoriva una maggior pulizia in un’epoca in cui pullulavano cimici e pidocchi. Inoltre rialzando la statura, dava alla figura maschile un senso di imponenza regale che aumentava il prestigio dell’individuo.
Durante il Settecento fino alla Rivoluzione francese, la moda della parrucca continuò a contagiare gli uomini e successivamente le donne e i bambini. Particolarità del periodo fu l’uso pressoché universale di imbiancarla cospargendola di cipria solitamente composta di polvere di riso. Un servitore la soffiava sul paziente in un apposito stanzino polverizzandola con un piccolo mantice, mentre il volto e il corpo erano protetti con un accappatoio e un cono che copriva la faccia. Oltre al riso si usavano l’amido mescolato con polvere profumata, e per quelli che non se lo potevano permettere, calcina, gesso, legno tarlato, osso bruciato, il tutto passato con cura al setaccio.
Più frequente per l’uomo che per la donna, la parrucca serviva a coprire teste pelate vuoi dall’età, vuoi da qualche malattia che causava la caduta dei capelli come il vaiolo, allora piuttosto diffuso. La tipica parrucca maschile settecentesca, di moda soprattutto verso la metà del secolo, aveva un ciuffo alto e arricciato sulla fronte, riccioli sulle orecchie e un codino avvolto in un sacchetto di seta nera. Ma i modelli erano molti di più e avevano bisogno di lavorazioni elaborate. I capelli erano impomatati, arricciati, poi, con una specie di permanente avanti lettera, bolliti e infine cuciti a una reticella e fermati da nastri nascosti.
Le donne si accostarono a questo accessorio con un certo ritardo. Una sera Leonard, il parrucchiere personale di Maria Antonietta d’Austria (1755 – 1793), moglie di Luigi XVI di Borbone e re di Francia (1754 – 1793), acconciò la regina con capelli rialzati artificiosamente più di mezzo metro sul capo, frammischiandoli con sciarpe di velo. Questa acconciatura, che crebbe in altezza fino a diventare mastodontica, fu di moda dal 1770 per circa 10 anni, ed era anche detta pouf o tuppè. Il tuppè era una vera e propria parrucca, fatta solo in parte coi propri capelli; aveva un’armatura nascosta di filo metallico ed era imbottito da un cuscinetto di crine. Era scomodo e malsano, sia perché portato su capelli non lavati ma tenuti in piega da oli e pomate profumate, sia perché attirava inevitabilmente ogni tipo di parassita. Ma l’aspetto più sconcertante erano le incredibili decorazioni che vi venivano appoggiate sopra. La fantasia non aveva limiti: palme, pappagalli, frutta, ghirlande d’amore, scale a chiocciole di pietre preziose, navi con le vele al vento spiegate (à la belle poule). Nomi e nomignoli francesi distinguevano i diversi modelli: à la monte du ciel, di altezza vertiginosa, il pouf à sentiment, con usignoli imbalsamati, alla cancelliera, alla flora, piena di fiori, al vezzo di perle (ovviamente circondata da giri di perle) ecc. L’acconciatura fu studiata per meravigliare gli altri, sfruttando persino la cronaca del giorno e la manifestazione dei propri sentimenti pur di attrarre teatralmente l’attenzione. Per fare un esempio, quando i fratelli Montgolfier nel 1783 alzarono per la prima volta su Parigi il primo pallone aerostatico, la moda diventò la “parrucca alla mongolfiera”.
Identificata dal popolo con l’odiata aristocrazia, la parrucca decadde con la Rivoluzione Francese. Nel periodo del Terrore addirittura, anche solo girare con una parrucca incipriata poteva portare alla ghigliottina. In Italia e nelle corti europee che rimasero fedeli alle vecchie idee, essa fu portata ancora per qualche anno. Ma già dopo le conquiste di Napoleone Bonaparte fu abbandonata e rimase a decorare le teste della servitù, o di qualche nostalgico che per scherno era chiamato “codino”.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.


Il Re Sole e la nascita dei prodotti di lusso

Continuano gli interventi della professoressa Bianca Maria Rizzoli, stavolta ci parla della nascita del lusso, nella Francia del XVII secolo.

Dal 1618 al 1648 l’Europa fu devastata dalla Guerra dei Trent’anni, cui intervennero Francia, Spagna, Germania, Danimarca, Svezia. La pace di Westfalia (1648) sancì il predominio francese e, nei campi della moda e del comportamento, l’influenza internazionale dello stile della sua corte.
Nel 1643 si insediò sul trono Luigi XIV di Borbone (1638–1715) che regnò sul paese per circa 70 anni fino alla sua morte. Uno dei problemi della politica francese era sempre stata l’aperta ribellione dell’aristocrazia all’autorità regale. Luigi XIV (detto poi il Re Sole) risolse la cosa costruendo a Versailles una reggia enorme, attirandovi la nobiltà e allettandola con donazioni ed onori. Avendo i suoi feudatari fisicamente vicini li poteva controllare, e, con importanti cariche, riuscì a far loro dimenticare l’autonomia perduta. La vita di corte, coi suoi balli, le feste, le cerimonie, assunse un tono ricchissimo di mondanità. La Francia impose al mondo i suoi costumi e la sua moda, spesso rapinando segreti di lavorazione ad altre nazioni e rivendendoli spacciandoli per suoi.
Dama su comodeArtefice di quest’operazione, fu il ministro delle finanze Jean Baptiste Colbert che creò le famose manifatture degli arazzi
Gobelins oltre a vere e proprie industrie nazionali, come quella degli specchi, del merletto, dei profumi, tutte di provenienza italiana. Il merletto, a tombolo o ad ago, era una delle glorie veneziane, così come la soffiatura del vetro. La Repubblica Serenissima proteggeva i segreti di lavorazione con molta cura, ma non riuscì ad impedire l’emigrazioni di alcuni artigiani italiani, attirati da più facili guadagni. L’arte della profumeria, invece, era stata introdotta in Francia nel secolo precedente da Caterina de’ Medici, andata in sposa al futuro Enrico II di Francia, e dal suo profumiere personale, Renato Fiorentino, che diventò ben presto celebre per i suoi profumi e i suoi veleni. Sotto Colbert la profumeria francese spiccò il volo; la Compagnia delle Indie importò direttamente e senza intermediazioni della Spagna e dell’Italia materie prime come il muschio, il patchouli, il vetiver, il sandalo. Il clima della Provenza permetteva la coltivazione di gelsomino, tuberosa, rosa muschiata, cassia (un piccolo arbusto con fiori vistosi). Le essenze venivano sparse con bruciaprofumi preziosi, chiuse in bottigliette in oro e lapislazzuli, portate al collo dentro a piccoli recipienti traforati. Il mestiere di profumiere permetteva di guadagnare cifre enormi, dal momento che si profumava ogni cosa, dagli ambienti, alle parrucche e agli oggetti personali, come i guanti. L’uso eccessivo del profumo serviva infatti a mascherare l’odore della sporcizia della Reggia e dei suoi abitanti. A Versailles esisteva un solo bagno privato per il re, il quale peraltro lo usò nella sua vita una volta sola, e per esigenze mediche. I bisogni corporali erano effettuati in pubblico, in apposite comode trasportabili, o lungo le scale della reggia.Justaucorps a Brevet
Tra il 1655 e il 1675 si ebbe il periodo più ricco e stravagante della moda francese, che perse la ogni severità e si caricò di ornamenti costosi. Particolarmente curiosi erano i calzoni alla
Rhingrave, presentati alla corte di Luigi XIV dal Rhein Graf (conte del Reno) e costituiti da una gonna pantalone molto larga e ornata di nastri e fiocchi laterali. Sopra al busto si indossava un bolero da cui fuoriusciva fluente la camicia. Aboliti gli stivali, tornarono le calze e le scarpe col tacco, che era rosso solo per il re e la nobiltà. Luigi XIV intervenne personalmente per indirizzare la moda. In segno di lutto per la morte di suo suocero ordinò che l’abito fosse allungato fino al ginocchio. Proibì anche l’uso delle casacche ornate d’oro e d’argento che concesse solo alla sua scorta privata; erano chiamate justaucorps à brévet, (giustacuori brevettati) in seta azzurra foderata in rosso. Dopo il ’75 fu famoso in tutta Europa l’habit a la française composto da una casacca che arrivava al ginocchio con ampi risvolti alle maniche, una sottoveste lunga come la giacca, entrambe decorate da imponenti file di bottoni, spesso preziosi. In questo periodo nacque la cravatta, che all’inizio era una lunga striscia di batista bianca orlata di pizzo, attorcigliata negligentemente attorno al collo.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di B. M. Rizzoli:

- La nascita del pantalone nell’età moderna.


La guerra dei Trent’anni, curiosità

Ben sappiamo che si trattò di una lunga serie di battaglie in apparenza a scopo religioso, ma effettivamente a fine politico. Cosicché le alleanze, che avrebbero dovuto essere cattoliche contro protestanti, talvolta si intrecciavano e capitava che la Francia cattolica combattesse contro l’Austria cattolica o la luterana Svezia contro la luterana Danimarca. Nello stesso tempo, i tantissimi staterelli tedeschi – 236 principati – guerreggiavano fra loro senza importare di che credenza fossero.
Gustavo II AdolfoEssendo quindi un conflitto in cui partecipavano tanti stati e non avendo gli eserciti un’unica uniforme, accadeva che si uccidessero soldati dello stessa banda, non potendo distinguersi gli alleati dai nemici. Una delle tante soluzioni fu quella di inserire, gli appartenenti al medesimo schieramento, un rametto di una pianta sull’elmo. In un secondo tempo, il re di Svezia Gustavo Adolfo fece portare ai suoi soldati una fascia blu orlata di giallo, mentre i sassoni si legarono un fiocco verde. Gli spagnoli, italiani e austriaci adoperarono un nastro o una piuma.
Durante la guerra si sviluppò e si perfezionò l’arte militare: nuove invenzioni, nuove tecniche, nuove armi si rendevano disponibili ogni giorno. Già in quei tempi si costituirono i primi eserciti permanenti: iniziava così il mestiere delle armi. Il reclutamento, a volte, era l’unica soluzione per il povero contadino che vedeva saccheggiati i suoi pochi averi dal nemico e non sapeva né dove andare né cosa fare. Non importava sotto quale bandiera arruolarsi. Avveniva, dunque, che fratelli, padri, figli si trovassero in differenti formazioni, lottando per sopravvivere.
Con la Guerra dei Trent’anni, la cavalleria aristocratica iniziava a perdere importanza. L’uso in massa degli archibugi frenava rapidamente i loro attacchi e morti e feriti si contavano a decine, le corazze servivano a ben poco, per cui il loro impiego verrà ridimensionato. La fanteria, al contrario, diventò la regina delle battaglie, forte, compatta, agguerrita, ben strutturata e ben preparata.
Dicevamo degli archibugi. Questi col passare degli anni ebbero dei miglioramenti: si eliminò la forcella che tratteneva il loro peso, diventarono più leggeri, si cambiò la miccia con la ruota a pietra focaia, insomma sparare era meno complicato di una volta.Quadro- archibugio
Un giorno, il marchese Sebastien Vauban, grande ingegnere militare francese, notando che dopo il primo sparo gli archibugieri dovevano lasciare l’arma a terra e prendere la spada per continuare a lottare, s’inventò la baionetta, innestandola sulla canna dell’arma e adoperandola offensivamente: eravamo a Bayonne, in Francia.
Cambiavano, così, certi modi di combattere, di confrontarsi, di fare la guerra. I cannoni erano usualmente e già da tempo adoperati con lo scopo di aprire brecce nelle file nemiche. I fanti venivano addestrati con attenzione, con cura, con esperienza.
La guerra, alla fine, era un lavoro come un altro!

 


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