Aug 192009
 

Caratteri mobiliUna delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione. Agli inizi del 1500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica. E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango.
Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo. Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano. Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa. La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandestiIndex Librorum Prohibitorumna.

Dal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice veniva aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica. Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.
In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.

In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur. La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.

Rabelais, impegnato a leggereIn Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con un a legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno la seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.

Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere. A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.

Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.
Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi. Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: (…) Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno.

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del 1500.
La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.
Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.
L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.
Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato. Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.Papa Paolo IV
Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti. Secondo il de Santillana, preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia. Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique de Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.

May 242009
 

Ben sappiamo che si trattò di una lunga serie di battaglie in apparenza a scopo religioso, ma effettivamente a fine politico. Cosicché le alleanze, che avrebbero dovuto essere cattoliche contro protestanti, talvolta si intrecciavano e capitava che la Francia cattolica combattesse contro l’Austria cattolica o la luterana Svezia contro la luterana Danimarca. Nello stesso tempo, i tantissimi staterelli tedeschi – 236 principati – guerreggiavano fra loro senza importare di che credenza fossero.
Gustavo II AdolfoEssendo quindi un conflitto in cui partecipavano tanti stati e non avendo gli eserciti un’unica uniforme, accadeva che si uccidessero soldati dello stessa banda, non potendo distinguersi gli alleati dai nemici. Una delle tante soluzioni fu quella di inserire, gli appartenenti al medesimo schieramento, un rametto di una pianta sull’elmo. In un secondo tempo, il re di Svezia Gustavo Adolfo fece portare ai suoi soldati una fascia blu orlata di giallo, mentre i sassoni si legarono un fiocco verde. Gli spagnoli, italiani e austriaci adoperarono un nastro o una piuma.
Durante la guerra si sviluppò e si perfezionò l’arte militare: nuove invenzioni, nuove tecniche, nuove armi si rendevano disponibili ogni giorno. Già in quei tempi si costituirono i primi eserciti permanenti: iniziava così il mestiere delle armi. Il reclutamento, a volte, era l’unica soluzione per il povero contadino che vedeva saccheggiati i suoi pochi averi dal nemico e non sapeva né dove andare né cosa fare. Non importava sotto quale bandiera arruolarsi. Avveniva, dunque, che fratelli, padri, figli si trovassero in differenti formazioni, lottando per sopravvivere.
Con la Guerra dei Trent’anni, la cavalleria aristocratica iniziava a perdere importanza. L’uso in massa degli archibugi frenava rapidamente i loro attacchi e morti e feriti si contavano a decine, le corazze servivano a ben poco, per cui il loro impiego verrà ridimensionato. La fanteria, al contrario, diventò la regina delle battaglie, forte, compatta, agguerrita, ben strutturata e ben preparata.
Dicevamo degli archibugi. Questi col passare degli anni ebbero dei miglioramenti: si eliminò la forcella che tratteneva il loro peso, diventarono più leggeri, si cambiò la miccia con la ruota a pietra focaia, insomma sparare era meno complicato di una volta.Quadro- archibugio
Un giorno, il marchese Sebastien Vauban, grande ingegnere militare francese, notando che dopo il primo sparo gli archibugieri dovevano lasciare l’arma a terra e prendere la spada per continuare a lottare, s’inventò la baionetta, innestandola sulla canna dell’arma e adoperandola offensivamente: eravamo a Bayonne, in Francia.
Cambiavano, così, certi modi di combattere, di confrontarsi, di fare la guerra. I cannoni erano usualmente e già da tempo adoperati con lo scopo di aprire brecce nelle file nemiche. I fanti venivano addestrati con attenzione, con cura, con esperienza.
La guerra, alla fine, era un lavoro come un altro!

 

May 212009
 

Con la riduzione della mortalità e grazie a un alto tasso di natalità, il ‘700 fu un secolo di crescita demografica. A parte due isolati episodi di peste, a Marsiglia nel 1720 e a Messina nel 1743, in questi cento anni non abbiamo né pandemie né pestilenze di rilevante importanza, cosicché la popolazione europea aumentò di numero, merito anche a un buon sviluppo economico e a migliori condizioni igienico-sanitarie.
Marsiglia 1760In Inghilterra si passò da 5.800.000 abitanti a circa 9.000.000, in Germania da 14 a 23 milioni, in Spagna da 13 a quasi 18 milioni, in Francia da 22 a 29 milioni, mentre in Italia da 13 a 17 milioni di persone. Il vero boom si ebbe in Russia che da 13 milioni raggiunse i 30 milioni. D’ora in avanti l’accrescimento demografico europeo sarà costante più o meno sino ai giorni d’oggi.
Un contributo notevole fu dato dallo sviluppo di nuove forme di sostentamento alimentare, quali il mais e la patata, importati dall’America meridionale. Mentre il mais ebbe un immediato successo e una grande diffusione, per la patata dobbiamo aspettare quasi la fine del XVIII sec..
Da notare che, se si sarebbe presentato un periodo di carestia, come quello del 1763-1764, i commerci fra le nazioni, europee e non, potevano supplire determinate carenze: le possibilità di mancanza di cibo erano più ridotte rispetto al passato.
Altri fattori che influirono sull’incremento della popolazione fu sia l’abbassamento dell’età al matrimonio delle donne, pertanto un ampliamento del periodo fertile, sia una riduzione del celibato maschile e femminile, dovuti soprattutto a una nuova presa di coscienza popolare, alla sua alfabetizzazione e, certamente non meno, alla libertà di pensiero.Napoli 1727
Ritornando ai numeri, notiamo come le grandi città ebbero un loro particolare sviluppo demografico: Londra passò da quasi 600.000 abitanti a 900.000, Parigi da 450.000 a 600.000, Napoli da 300.000 a 450.000. Stessa cosa accadde in quelle più piccole come Marsiglia, Amburgo, Liverpool, diventando importanti centri commerciali, e non dimenticando il peso che ebbe la rivoluzione industriale. Per tale ragione nacquero infrastrutture, strade, ponti, canali navigabili, porti, nuove vie di comunicazioni. Nacquero altresì nuove forme di tecniche agricole produttive. Si pensi che nel ‘700 si pubblicarono un numero considerevole di libri riguardanti l’agronomia e, nello stesso tempo, si diffusero in tutta Europa accademie di agraria: tanto era l’attenzione a essa dedicata che il grande Voltaire, in uno dei suoi scritti, adoperò il termine agromania.
La rivoluzione industriale vista da Gustave DoréA seguito della crescita demografica e a un fiorire di un’agricoltura più redditizia, si sviluppò un mercato secondario, con attività legate alla trasformazione e alla lavorazione dei prodotti. Accrebbe la possibilità di lavorare, quindi di guadagnare. Lino, canapa, birra, vino, acquavite, seta e tanti altri prodotti derivati dalla terra venivano ora elaborati non in città, bensì nelle stesse campagne, con la conseguente proliferazione di un lavoro che definirei a domicilio. Come conseguenza di tale progresso sorsero nei campi case, edifici, strutture. Le corporazioni di arti e mestieri, che controllavano, gestivano e regolamentavano l’economia del medioevo e che condannavano le iniziative individuali, iniziarono a decadere, a non avere più un ruolo decisivo.
Gli stati dovettero intervenire regolamentando la produzione, ma anche i traffici nazionali e internazionali, riconsiderando i dazi doganali, proteggendo i propri prodotti, favorendo lo sviluppo di determinate aeree. Fu nel 1709 che nacque in Inghilterra la prima banca centrale, mentre in Francia iniziarono a circolare le prime monete cartacee.
Lo sviluppo economico era appena abbozzato, i commerci avevano un peso nell’economia e nella politica dei singoli stati, la gente poteva esprimere le proprie idee, le proprie capacità, le proprie convinzioni: l’Illuminismo aveva contribuito all’avvio di un’epoca davvero rivoluzionaria.

Jan 142009
 

Gustavo Adolfo vittorioso a Breitenfeld, 1631Distruzione e miseria furono le peculiarità della tristemente famosa Guerra del Trent’anni, che dal 1618 al 1648 percorse il suolo europeo e la Germania in particolare. Potenze come l’Austria, la Spagna, la Svezia, la Francia, la Danimarca e tante altre intervennero in una lotta, spesso fratricida, per imporre, o quanto meno per far valere, un credo invece che un altro. Protestanti e cattolici si lanciarono all’attacco per difendere le proprie tesi e, nello stesso tempo, ampliare i propri possedimenti territoriali.

Dicevamo dunque che distruzione e miseria caratterizzarono quell’epoca, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, mentalmente. Si pensi alle migliaia di famiglie rimaste senza padri, senza figli, si pensi ai mutamenti sociali, si pensi alla penuria di alimenti, si pensi ai saccheggi e agli stupri. Ed è indubbio, secondo alcuni storici, che “per il popolo tedesco la Guerra dei Trent’anni è un trauma dei cui effetti si risente fino al Novecento1.

Le terre germaniche passeranno da 15-17 milioni di abitanti del XVII sec. ad appena 10-12 milioni nel 1650. Le regioni più colpite saranno la Turingia, l’Assia, la Pomerania, il Meclemburgo, il ducato di Württemberg, e via dicendo, in alcune zone il decremento sarà addirittura del 50-60%. E non solo per le battaglie morivano gli uomini, ma anche, forse soprattutto, per colpa della peste, delle malattie, delle ferite che non venivano curate, delle epidemie spesso dilaganti. Di conseguenza a coltivare i campi non restava nessuno, così come a rattoppare una scarpa, a cucire un vestito. Risalta subito all’occhio un particolare, che contadini senza terra e senza casa approfittavano di quelle deserte per andare a viverle e per andare a produrre, alla fin fine terreni da seminare e fabbricati da abitare ce n’erano in abbondanza. L’economia tedesca in ogni modo andrà avanti.

Le tasse, le imposte erano vieppiù alzate, c’era bisogno di denaro per sostenere una guerra, una decennale guerra, e chi non contribuiva poteva essere tacciato di nemico, di protestante o di cattolico. Gli eserciti avevano bisogno di mangiare, ogni uomo necessitava di circa un chilo di pane, mezzo chilo di carne, un paio di litri di birra, solo per fare un esempio. Immaginiamoci dunque un’armata di 35-40.000 soldati! Oltre all’attrezzatura, partendo da un semplice ago da cucire e continuando alle selle, ai ferri degli zoccoli dei cavalli, all’acqua…

Le ruberie, i saccheggi, le scorrerie erano all’ordine del giorno. I soldati, ma anche gli stessi contadini, andavano a caccia di bestiame, di cavalli, mucche, buoi, e talvolta li rivendevano allo stesso esercito o al contadino della stessa o di un’altra regione, di un altro villaggio.

L’economia, a fine guerra, sebbene messa in ginocchio, poco a poco iniziò a risollevarsi, dopotutto la Germania tornò in tempi rapidi alla normalità.

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1. Georg Schmidt, La guerra dei Trent’anni, il Mulino, 2008, pag. 89.

Altri articoli sulla Guerra dei Trent’anni:

- La Battaglia di Lützen;

- Alcune immagini della Guerra dei Trent’anni.

Jan 112009
 

Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, 1565I cambiamenti climatici sono stati e saranno sempre peculiarità del nostro pianeta, cambiamenti che hanno caratterizzato e influito sulla storia degli uomini, sugli avvenimenti perfino economici.

Intorno al 1570 avvenne in Europa una mutazione climatica, un certo raffreddamento delle temperature che porterà alla cosiddetta piccola glaciazione. Diminuirono i raccolti, aumentarono le carestie, si soffrì un periodo di fame e penuria di alimenti. Dal 1450 fino ai primi decenni del 1600, la popolazione aveva cresciuto il suo numero, passando da 60-80 milioni a 90-100 milioni. Per esempio, la Germania, intorno al 1620, contava 15-20 milioni di abitanti, la maggior parte contadini – ricordiamo l’Europa essere principalmente agricola -, gente poco mobile, ancorata alla terra e alle tradizioni. I cereali, come altri beni di prima necessità, aumentarono di prezzo ed erano prerogativa dei ricchi, dei nobili, dei benestanti. Nello stesso tempo la crisi si affermava anche fra gli artigiani, calzolai, sarti, muratori e via dicendo, i quali vedevano ridotte gravemente le loro entrate. Chi se ne approfittava erano i proprietari terrieri, i grandi coltivatori, i mercanti, i mugnai, i macellai che facevano affari d’oro, modellando i prezzi a loro convenienza.

Il divario fra ricchi e poveri accrebbe, la carne sparì dalla tavola della gente comune, così come il burro e talvolta il pane, e i cereali furono sostituiti con semplici minestre di erbe di campo. Scriveva nel 1560 Gilles de Gouberville nel suo Journal:                                                                                                    

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.”1                                                                              

L’inflazione era all’ordine del giorno, e ricordiamo che l’andamento generale dei prezzi si basava sul fabbisogno di grano e di cereali (mi sovviene Braudel quando diceva: “La civiltà europea è una civiltà di mangiatori di pane”).

Ciò che rendeva furiosi i contadini era il fatto che i loro prodotti, dati alle autorità come contributo, come tassa da pagare, erano rivenduti a prezzi altissimi, mentre loro stentavano a vivere.

Alcuni governi reagirono, altri poco, in ogni modo le autorità cercarono di tutelare le proprie economie vietando l’esportazione dei beni e controllando i prezzi. La crisi demografica del secolo successivo segnò indelebilmente l’Europa.


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1 Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.

Dec 122008
 

H. L. Schauffelin, Uccisione di un cavaliere durante la rivolta contadina tedesca del 1525.jpgFame, povertà, penuria, difficoltà, carestia erano le condizioni dei contadini tedeschi alla fine del XV inizio XVI secolo, secolo che vedrà, fra i tanti accadimenti, la riforma di Martin Lutero, il sacco di Roma del 1527, le guerre fra Carlo V e Francesco I, Elisabetta I in Inghilterra, la conquista dell’America, ma vedrà anche lo sviluppo e il diffondersi dell’arte italiana, del Rinascimento.

Condividendo le proteste luterane di quegli anni, una violenta insurrezione antifeudale, che covava da diverso tempo, insanguinò, dunque, la maggior parte delle terre di lingua tedesca fra gli anni 1524-1526. Comunità di contadini, organizzati in bande armate, spesso slegate e distanti fra loro, si ribellarono allo status quo, al prepotere della società feudale, contro l’oppressione religiosa, giuridica ed economica.

La sommossa, iniziata nella primavera del 1524 a Stühlingen, si diffuse in poco tempo in quasi tutta la Germania, con eccezione della Baviera. Nei famosi Dodici articoli, i contadini della Svevia insistevano che le terre, la selvaggina, i boschi dovevano appartenere a tutti, desiderando inoltre l’abolizione della servitù della gleba e delle tasse feudali, e poter scegliere i propri rappresentanti. A loro si unirono anche alcune città e parte della piccola borghesia.

Thomas MünzerIn Sassonia e Turingia, la rivolta fu particolarmente dura, distinguendosi per connotazioni religiose con la setta degli anabattisti guidati dal predicatore Thomas Münzer (1490 ca.-1525), che sosteneva che solo con la lotta si poteva realizzare la volontà divina. Inizialmente vicino alle idee luterane, Thomas se ne era allontanato attestandosi su posizioni ben più radicali. Nel maggio del 1525, l’esercito dei principi sconfisse i ribelli a Frankenhausen, proprio nella Turingia di Münzer, uccidendo più di 6.000 di loro e facendo circa 500 prigionieri, fra cui lo stesso predicatore, torturato a morte, morirà il 27 maggio dello stesso anno. Aveva appena 35 anni.

Le speranze e i sogni di una società più egalitaria erano svaniti tragicamente. Lutero condannerà la loro condotta nel suo scritto Contro le bande brigantesche e assassine dei contadini, del 1525, accusando addirittura Münzer di incitarli contro un ordine costituito e perciò contro la volontà divina. E fu tanto dura la reazione di Lutero che lo additò come il diavolo in carne e ossa nel suo furore più selvaggio, incitando i prìncipi a colpire, scannare, massacrare i ribelli, per fermare la loro aggressività omicida. Se da una parte la sommossa fu soffocata, dall’altra il predicatore di Wittenberg aveva perso l’appoggio della massa contadina per portare avanti la sua riforma.


Dec 102008
 

L'Europa religiosa del XVI secoloMartin Lutero, padre della riforma protestante, nasceva nel 1483 in una Germania divisa in stati e staterelli, frammentata politicamente e fortemente influenzata dalla Chiesa cattolica. Col passare del tempo, l’autorità imperiale, che nel Duecento rappresentava un punto di riferimento per tutti, sia politicamente che culturalmente, si andava affievolendo grazie all’azione di potenti famiglie feudali e intraprendenti commercianti. Le casate tedesche per buona parte della fine del XIII secolo erano in preda spesso a violente lotte intestinali per la supremazia. Con Carlo IV di Lussemburgo (1316-1378 ) si ha una certa svolta, giacché fissò, nella sua Bulla Aurea del 1356, che l’elezione dell’imperatore doveva essere effettuata da un collegio composto da sette grandi elettori: gli arcivescovi di Colonia, Magonza e Treviri, e i principi di Sassonia, della Boemia, del Palatinato e del Brandeburgo. Se da un lato si creò un potere stabile e un certo equilibrio, dall’altro non si riuscì a chiarire il vero ruolo dell’imperatore, imperatore che non presentava nessun potere effettivo, in quanto anche militarmente dipendeva da tutti.

Un palese cambio si ha con Federico III (1415-1493): gli Asburgo erano saliti al trono. Vi rimarranno per un lungo periodo di tempo, grazie sia alla loro forza territoriale, sia all’abilità delle loro scelte matrimoniali. Esempio lampante è Carlo V, imperatore di un vasto e variegato regno, che anelava il proposito di voler riunire tutta la cristianità sotto un unico sovrano.

Eppure, proprio in quegli anni si affermerà in Germania il potere degli stati territoriali, con una loro identità, una loro forza, una loro religione, una loro politica.

In questo ambiente si svilupperà il protestantesimo di Martin Lutero, che vedrà in Federico il Savio, elettore di Sassonia, un suo sostenitore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori. Salvato, dunque, da quel principe di Sassonia desideroso di far valere la propria autorità sopra il potere ecclesiastico e temporale.

Lutero morirà nel 1546, consapevole di aver cambiato, con le sue idee, la vita religiosa, politica e sociale non solo della Germania, ma dell’Europa intera.                                                                                                                                         

Lutero a 43 anni, dipinto da Lucas Cranach il Vecchio, quando oramai aveva abbandonato la vita cattolica e sposato Katharina von Bora.



Jul 092008
 

An nescis  longas regibus esse manus?

Non sai che i re hanno le mani lunghe?

(Ovidio)


Ci sono personaggi che hanno influenzato in modo energico il corso della storia, sia del proprio paese sia della stessa Europa, personaggi di carattere forte, risoluto, decisi a tutto pur di far grande la loro esistenza, personaggi, a loro volta, prodotto dell’epoca.

Uno di questi è sicuramente Federico II di Prussia (1712-1786), nato a Berlino e morto a Sans Souci, Potsdam.

Era figlio secondogenito di Federico Guglielmo I di Prussia, il Re Sergente, e di Sofia Dorotea di Hannover, famiglia reale che aveva avuto ben quattordici figli, di cui dieci sopravvissero.

Federico II, contemporaneo di Maria Teresa d’Austria (1717-1780), di Caterina di Russia (1729-1796), qualche anno più giovane di lui, di Luigi XV (1710-1774), visse durante l’epoca illuministica, epoca di grandi trasformazioni, epoca che vedrà anche, ma non solo, la Rivoluzione Francese come protagonista.

Di lui desidero sottolineare una parte del suo modo di essere, duro, bellicoso, forte, assolutista. Combatté sedici grandi battaglie, ne vinse tredici, un record ancora oggi insuperato: da lì nasce il nome di Grande.

“Bisogna che un regno sia forte”, continuava a dire, “perché la forza è il solo argomento che si può impiegare con questi cani di re e imperatori”. Cosicché fece del suo esercito la sua casa, un esercito forte, robusto, imbattibile, sempre pronto a combattere, equipaggiato con le migliori armi e le migliori divise.

Disprezzava l’essere umano, lo considerava poco capace di reagire, ipocrita, falso. Disse una volta al suo ministro degli Esteri: “Quel che mi stupisce è che il mondo non diventa più saggio. Anche dopo che si è visto quel che valgono le garanzie scritte, la gente si fa ancora fregare dai trattati: gli uomini sono tutti stupidi”. Lo stesso Voltaire, con il quale Federico era costantemente in contatto, ricevette una volta una lettera dove si diceva: “Gli uomini non sono fatti per la verità; per me sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non serve a nient’altro se non a riprodursi e popolare il parco”.

Eppure non era un disprezzo di classe, egli non faceva distinguo fra un re, un principe, un nobile o il semplice popolo, per lui era una massa uniforme, omogenea, monotona.

Sposato con Elisabetta Cristina di Brunswick, non ebbe figli e morì solo, solo come un cane, animale che lui amava e che vezzeggiava più di ogni altra cosa, specialmente il levriero.

Queste poche righe per accennare a un personaggio che fece parlare della Prussia, che diede le basi alla futura Germania, a quella Germania che darà l’avvio alle due guerre mondiali.