Mar 282015
 
Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Figura chiave nell’Europa assolutista del Settecento, Federico II di Prussia (1712-1786) fu temuto rispettato venerato non solo dai suoi contemporanei ma anche da coloro che desideravano emularlo nel trascorso dei secoli, al punto da chiamarlo il Grande. Personaggio controverso che si dilettava di musica poesia filosofia, chiamò alla sua corte, fra i tanti, Voltaire, con cui parlava francese, nello stesso tempo in cui si interessava scrupolosamente di arti militari, facendo del suo esercito uno dei più efficienti dell’epoca.

Nei seguenti podcast (di seguito solo i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli direttamente nel sito di Radio 2 »»qua), il prof. Alessandro Barbero ci offre un’ampia e critica visione di un uomo che ancora oggi, in un modo o nell’altro, affascina.

 

 

 

→ segui ascoltando »»qua.

 

   

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Nov 272014
 
Pierre Corneille all'Hotel de Rambouillet

Pierre Corneille all’Hotel de Rambouillet

Non c’è stato e non c’è movimento rivoluzionario che non abbia avuto la propria genesi nell’incontro-scontro di idee, nei dialoghi, nei dibattiti privati o pubblici, un gioco trasversale che inizia, a volte, nei caffè, nei circoli, nei luoghi meno immaginabili.

Sappiamo bene che le idee illuministe ebbero una certa influenza nelle decisioni seguenti della rivoluzione francese, pensieri sviluppatisi, certamente non solo, nei salotti letterari francesi dell’epoca. Luoghi frequentati dai più disparati personaggi, con i dovuti distinguo:

Nel Settecento inoltre si devono oramai distinguere i salons letterari dalle «conversazioni» o salotti mondani, in base al criterio di una specifica vocazione culturale contrapposta alla mera socialità o «galanteria». Il termine salons del resto è posteriore al dispiegarsi del fenomeno: si usava piuttosto compagnia o cotérie. L’Inghilterra fu caso a parte, con ben pochi luoghi di socialità d’influenza francese; Italia e Germania, Vienna e Berlino ebbero i loro salons, che tuttavia non attinsero mai al primato assoluto dei modelli parigini nella direzione del movimento dei Lumi.” (1)

Salon che si potrebbe far risalire nel 1625, in un certo qual modo, a quello della marchesa di Rambouillet e del suo hotel, poco distante dal palazzo reale del Louvre, là, in quella Parigi poco prima che Luigi XIV assumesse potere assoluto. Salotti che dalla reggenza di Anna d’Austria e Mazzarino si moltiplicarono a vista d’occhio e, quasi sempre, condotti da “dame letterate”. Ecco dunque quello della ricca borghese Madame Geoffrin, il vivace e animato del barone Paul Henri Thiry d’Holbach, forse l’unico salotto parigino promosso da un uomo, quello di Madame de Staël, quello di Marie Anne Doublet, ecc. Mezza Europa ne fu interessata, menzioniamo le conversazioni (»»qua un relativo articolo) avvenute, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, nei salotti berlinesi ebraico-tedeschi di Henriette Herz, figlia di un benestante medico, Rahel Levin Varnhagen, figlia di un ricco gioielliere, e Dorothea Veit, compagna di Friedrich Schlegel, uno dei padri fondatori del romanticismo.

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L'orfano della Cina, 1812

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L’orfano della Cina, 1812

Luoghi di incontri altresì, accettando ricevere una società mista uomini e donne – chiaramente tuttavia elitaria -, spesso forniti di ricche biblioteche a disposizione dei frequentatori, come in Italia:

“[…] biblioteche fruibili da chiunque frequentasse la casa, sono segnalati dai viaggiatori un po’ in tutta Italia, da Napoli a Torino, a Roma, a Milano. Basti solo ricordare, come esempio, la biblioteca ed il salotto, tra Mergellina e Posillipo, dei fratelli di Gennaro a Napoli, luogo di incontro massonico e di dibattiti sulle grandi questioni delle riforme politiche ed economiche del momento. Anche i Berio avevano, a Napoli, una fornita biblioteca e un palazzo sempre aperto alle «dotte conversazioni».” (2)

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

La regia delle discussioni era per lo più relegata alle donne che con sapiente e intelligente intuito riuscivano a moderare e condurre i dibattiti, argomenti di carattere letterario, scientifico, artistico, musicali, a volte frivoli, altre volte politici, una “gestione” non certo semplice, ché accadeva che qualcuno offendesse altrui sentimenti.

Donne che, emancipandosi lentamente e assurgendo più numerose sulla scena pubblica, seppero distinguersi e imporsi, e non solo in Francia. In Italia, a mo’ di semplice nota, ricordiamo:

Nella prima metà del Settecento, avevano animato le conversazioni dei salotti napoletani qualificate presenze femminili, come Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone. […] Queste donne, che parlavano e scrivevano correttamente in almeno una lingua straniera, potevano in genere vantare la traduzione in italiano di note opere scientifiche.” (3)

In poche parole, non è da sottovalutare l’influenza che i salotti ebbero nello sviluppo storico del tempo e di quelli che seguirono (»»qua un articolo conversare ieri e oggi): concetti e argomenti dibattuti dentro quattro mura uscivano fuori per esser messi in pratica e coinvolgere gli avvenimenti. E nello stesso tempo è d’annotare l’azione di quelle donne che difendevano e propagandavano i nuovi ideali, una lenta rottura con l’Ancien Régime che vedrà sorgere, poco a poco, il mondo a noi contemporaneo.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Non si può certamente racchiudere in un breve articolo come questo il fenomeno “salon”, un fenomeno che interessò e prese piede in mezzo continente, oltrepassando l’oceano e raggiungendo i nascenti Stati americani. Abbiamo solo voluto dar vetrina a un “costume”, un “abito” che sarebbe interessante poter riportare in vita, magari coinvolgendo un pubblico più ampio che in passato.

Lascio di seguito alcuni testi per approfondire:

- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2006.
– Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi, Milano, 2001.
– Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013.
– Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013.
– Giuseppina Rossi, Salotti letterari in Toscana. I tempi, l’ambiente, i personaggi, ed. Le Lettere, Firenze, 1992.
– a cura di Maria Luisa Betri e Elena Brambilla, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.

*****
– 1. Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013, pag. 54.
– 2. Maria Consiglia Napoli, Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 9.
– 3. Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 251.

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Apr 192014
 
Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Geniale figura del Cinquecento, uomo più intuitivo che sistematico e meditativo, cresciuto in un ambiente cattolico severo, contadino e volgare, ma anche superstizioso, Martin Lutero incarnò le “scosse” religiose dell’epoca, preparando e aprendo il terreno a scissioni che smuoveranno le basi della Chiesa. Lutero, in poche parole, riaccese un fuoco che da decenni covava, un fuoco che aspettava essere rimosso per propagarsi per le vie che oggi conosciamo.

Bisogna pur ricordare che

Perché un’idea nuova ottenga successo, è decisivo che attorno ad essa si formi una corrente che la sostenga e la propaghi. Colui che la enuncia deve trovare degli uditori pronti a diffonderla, dei partigiani dei quali divenire il capo.
Lutero trovò e si formò un tale ambiente, dapprima nelle aule, tra i colleghi dell’università di Wittenberg, poi nel suo ordine. (1)

Insomma,

Lutero poi, sotto tutti i punti di vista, esercitava un prodigioso potere di attrazione sulla gioventù studiosa di tutti i paesi. (2)

E allora, la stessa università di Wittenberg – fondata da Federico il Saggio nel 1502/3 in cui lo stesso Martin insegnerà -, sebbene non ancora luterana, sarà focolaio di propagazione delle idee del riformatore tedesco, studenti colleghi amici nemici saranno veicoli di trasmissione, varcando i limiti locali, paesani, territoriali, della stessa scuola e dello stesso ordine.

Giacché, dicono,

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

[…] Lutero era uno spirito bellicoso e fanatico, amante della lotta e dello scontro frontale […].
Lutero aveva un concetto fortemente pessimistico dell’uomo e considerava ogni sua forma di agire intellettuale e morale assolutamente impotente in ordine alla salvezza, per cui non poteva giudicare positivamente né gli sforzi della filosofia né quelli della morale: tutto questo andava disprezzato e calpestato in nome della theologia crucis. (3)

In tutto ciò, nella sua “umiltà” scriveva:

Mi ha dato [Dio] vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie e figlio, campo, bestiame e tutti i beni… e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia, per pura, paterna, divina misericordia. Per tutto questo io devo ringraziarlo e lodarlo, servirgli e obbedirgli.”(4)

La cui conversione interiore

[…] per quanto riguarda la teologia, era già maturata nella convinzione che la teologia avesse bisogno di una riorganizzazione, che la portasse ad un rinnovamento radicale. La Bibbia, Agostino e la mistica avevano orientato e condotto a maturazione la sua conversione teologica. Già le prime dichiarazioni di Lutero permettono di cogliere la sua ribellione contro il vuoto del meccanicismo teologico.”(5)

E così, mentre

[…] in Germania Lutero divulgava le sue tesi, in Vaticano si allestivano spettacoli teatrali. Sotto Giulio II la situazione era stata seria, ma non disperata; adesso era disperata, ma non la si considerava seriamente. Tra lazzi e  danze, si andava incontro alla rovina. (6)

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*****

– 1. Joseph Lortz,  La Riforma, ed. Jaca Book, Milano, 1971, vol.1, pag. 240.
– 2. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 328.
– 3. Battista Mondin, Storia della teologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1996, vol. 3, pag. 189.
– 4. Martin Lutero, Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, Utet, Torino, 1967.
– 5. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 240.
– 6. Ludwig Hertling, Angiolino Bulla, Storia della Chiesa, Città Nuova editrice, Roma, 2001, pag. 304.

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Jul 092013
 

“… Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli… “ (1),

scriveva Manzoni ne I promessi Sposi.

Lanzichenecchi, Daniel Hopfer, 1530 circa

Lanzichenecchi, Daniel Hopfer, 1530 circa

Soldati rimasti nell’immaginario collettivo come feroci accaniti pronti a tutto, legati altresì al Sacco di Roma del 1527, i lanzichenecchi, servitori della terra della patria, ebbero un ruolo di primo piano nell’esercito del Sacro romano impero, almeno dalla loro creazione, fine XV secolo, agli ultimi decenni del XVII secolo.
Sempre lesti al combattimento, erano esperti nel corpo a corpo, dopo che, infranto l’attacco nemico con il loro potente quadrato, si buttavano nella mischia con forza e ferocia a cominciare dal loro comandante, spesso di origine non nobile, magari eletto dagli stessi soldati.

Assemblea di gente di guerra, Dürer, 1496

Assemblea di gente di guerra, Dürer, 1496

Abilmente organizzate, le truppe, nel loro apparato logistico, erano accompagnate talvolta dalle mogli dei mercenari che servivano come cuoche, infermiere, alcune, tollerate, come peripatetiche; erano, le donne, insomma, fattore sociale d’incontro e d’unione.

Ufficiale dei lanzichenecchi, Charles Bianchini, 1886

Ufficiale dei lanzichenecchi, Charles Bianchini, 1886

La paga nel XVI secolo, secondo i resoconti dell’epoca, era, per il soldato semplice, di 4 fiorini il mese, cioè ogni ventotto giorni secondo gli assoldati, trenta per i signori che dovevano sborsare il denaro, diverso per gli ufficiali che potevano arrivare a percepirne anche 12 il mese fino a 40 per il capitano e 100 per il tenente colonnello. Fatto sta che spesso e volentieri, le truppe non venivano compensate, per cui i saccheggi erano all’ordine del giorno, unico modo per arricchirsi e portare a casa un buon bottino.

Dama a cavallo con lanzichenecco, Dürer, 1497

Dama a cavallo con lanzichenecco, Dürer, 1497

Il colonnello era l’incaricato di reclutare gli uomini, dopo aver eletto il suo secondo, ossia il tenente colonnello e i vari capitani di compagnie, colonnello che condivideva con i suoi il campo di battaglia. Qualcuno poi, distinguendosi nella lotta, poteva raggiungere i bassi gradi e dirigere piccole squadre, come il Feldwebel, maresciallo.

Lanzichenecchi in marcia, Michael Ostendorfer, 1532

Lanzichenecchi in marcia, Michael Ostendorfer, 1532

Eterogenee e vistose erano le divise, spesso semplici vestiti portati da casa, così come era compito loro comprarsi le armi, armi che potevano costare da poco meno di un fiorino, una lancia, a quindici-sedici, una buona corazza.

“… Nella Magna [Alemagna, Germania] in soldati non spendono, perché tengono li uomini loro armati ed esercitati; e li giorni delle feste tali uomini, in cambio delli giuochi, chi si esercita collo scoppietto, chi colla picca, e chi con una arme e chi con una altra, giocando tra loro onori et similia […] Le fanterie sono bonissime, e uomini di bella statura: al contrario de’ Svizzeri, che sono piccoli e non puliti né belli personaggi; ma non si armono, o pochi, con altro che con la picca o daga, per essere più destri e spediti e leggeri. E usano dire che fanno così per non avere altro nemico che le artiglierie, dalle quali o petto o corsaletto o gorzarino non li difenderebbe. Delle altre arme non temono, perché dicono tenere tale ordine che non è possibile entrare tra loro, né accostarsegli quando è la picca lunga… “ (2).

*****

-1. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXIX.
-2. Niccolò Machiavelli, Ritratto delle cose della Magna, 1512.

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Jun 302011
 

Roma alla fine del XV-primi XVI sec.

Come si presentava Roma nel ‘500, che cosa vedevano (o volevano vedere!) gli occhi di un forestiero?

Bartholomäus Sastrow (1520-1603) fu un luterano moderato che viaggiò in Italia nella primavera del 1546, visitando la Città Eterna, essendo papa Paolo III (1469-1549). Figlio di un mercante di Greifswald, attraversò la Germania, raggiungendo il nostro paese, il tutto a piedi salvo alcune lunghe distanze che soleva percorrere sul carro di qualche buon uomo. Stesse modalità nel viaggio di ritorno. Sastrow aveva l’abitudine, arrivato in un luogo, di mettersi a lavorare, vuoi da cuoco, vuoi da infermiere, come quella volta che, a Roma, entrò ad assistere nell’ospedale di Santa Brigida, una maniera sia per entrare nelle dinamiche della società che visitava, sia per rifornirsi di quattrini e proseguire il viaggio.
Scandalizzato, annotava nei suoi diari:

A Roma ci sono molte persone di ambo i sessi di stato libero; oltre al papa, di solito non meno di quindici o sedici cardinali che mantengono corti come i principi in Germania e possiedono quindi molti ufficiali e cortigiani; qualche centinaio di vescovi con servitù ed altri garzoni della loro corte; molte migliaia di prelati, canonici e preti che hanno pure i loro servi; per non parlare di molte migliaia di giovani monaci, i quali tengono fede al loro voto di castità come il cane osserva il digiuno. A ciò si aggiungano migliaia di assessori, avvocati, procuratori, altri giuristi, notai e così via, presso diversi tribunali, che non hanno moglie e ai quali è vietato prenderla. In mezzo a loro sono migliaia coloro che solo per salvare le apparenze tengono in casa donne come cuoche, lavandaie, cameriere, e quante migliaia di giovani meretrici?! Per esse grande libertà a Roma. Preferirei accoltellare a morte o ferire un uomo piuttosto che percuotere sul collo di una di queste prostitute. I gran signori, il papa, i cardinali, i vescovi e i prelati ordinano, verso sera, al crepuscolo, di portargliele in abiti maschili (…). Le meretrici, però, cedono la loro merce a caro prezzo per poter vestirsi con abiti di velluto e di damaschino, di broccato e di seta; non potrebbero, del resto, venderla meno cara, perché devono pagare un altro tributo, per il fatto che tutta quella pretaglia, che a Roma non è poca, oltre all’obolo dei fedeli, non ha altra entrata se non quella tassa dalle donne libere…” (1)

Accennando al problema della gran quantità di fanciulli orfani, e sebbene Sisto IV (1414-1471) aveva fatto costruire un ospizio, quello di Santo Spirito in Sassia, che funzionava anche come ospedale per adulti, riferiva:

Potrei quasi dire che a Roma tanti bambini innocenti periscano affogati o assassinati per mano dei loro padri o delle loro madri, quanto Erode, il tiranno di Betlemme, ordinò di soffocare e uccidere.” (2)

*****

Le Cronache di Bartholomäus Sastrow

*****
1. in Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 363.
2. op. cit., pag. 364.

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Jun 142011
 

Johann Baptist Homann

Nato a Oberkammlach, paesino vicino Kammlach, oggi nella Baviera tedesca, Homann (1664-1724) all’età di 38 anni apre una casa editrice, occupandosi di atlanti e mappe: è il 1702, epoca in cui olandesi e francesi fanno da protagonisti nel campo delle carte geografiche. Norimberga lo ospiterà per il resto della sua vita.

Prima di convertirsi al protestantesimo, intorno al 1687, era entrato in una scuola di gesuiti con il desiderio di diventare sacerdote domenicano. Nel 1707 diviene membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino e, qualche anno dopo, 1715, è nominato Cartografo Imperiale dall’imperatore Carlo VI, nomina che gli comporta la privilegia impressoria, una specie di diritto d’autore che protegge le sue opere per un certo periodo di tempo.

La sua azienda sarà una delle più forti della Germania, grazie ai costi mantenuti bassi e alla buona qualità del prodotto, non dimenticando l’attenzione per i particolari e i dettagli che caratterizzano le sue carte. Del 1716 è il suo lavoro maggiore, il Grande Atlante del Mondo.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1724, l’eredità passerà ai figli che continueranno sulla linea del padre.
Di seguito alcune sue mappe.

*****

Johann Baptist Homann, Mappa della Luna, 1707

Johann Baptist Homann, Planisferio terrestre, 1707

*****
Letture suggerite:

– David Buisseret, I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna, Sylvestre Bonnard, 2004.
– Juergen Schulz, La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano, F. C. Panini, 2006.
– Francesca Fiorani, Carte dipinte. Arte, cartografia e politica nel Rinascimento, F. C. Panini, 2010.

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May 242011
 
Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.

Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vives (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vives si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vives era propenso a centralizzare gli aiuti.

In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).

Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?

Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata, ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.

E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1).

Pass-Room di Bridewell

In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.

Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.

L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.

Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.

Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

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Apr 252011
 

La scuola di Atene, Raffaello

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che

la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre”. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1).

Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc.

Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne – ricordiamo la figura del trinciante – o il comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano da spunto altrove.

Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, “Nos italicus luxus corrupti”, la lussuria italica ci sta corrompendo.

Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, coniata in Italia, si propagherà in buona parte delle terre europee.

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- 1. in Peter Burke, Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.

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Feb 042011
 

Reales de a Ocho, Spagna

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo. Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, era ben poco accettata in oriente, raramente nei paesi islamici.

Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, forse già dalla fine del XV secolo, potendosi notare i risultati nei decenni successivi.

Nessun altro periodo della storia ha sperimentato un così grande incremento proporzionale nella produzione dei metalli preziosi come quello avvenuto agli inizi della conquista del Messico e del Perù.” (1)

Questi, parliamo dei metalli preziosi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nell’Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche.

Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.:

Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”. (2)

Insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna.

Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. La città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.

Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquisterà una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dall’argento, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno.

Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa.

Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (3)

Una delle monete che più circolava in Europa e nelle terre americane, ma anche in oriente, oltre che in Africa, come oggi potremmo dire del dollaro, era il real a ocho spagnolo, moneta ben accolta, moneta tramite la quale si comprava di tutto.

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– 1. Earl J. Hamilton, El tesoro americano y la revolución de los precios en España, 1501-1650, Editorial Ariel, 1975, pag. 9. (trad. a cura di G. Armato)
– 2. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
– 3. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

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Aug 202010
 

Le 95 Tesi di Lutero

Con l’affissione delle sue 95 Tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517, Lutero mise in dubbio una istituzione millenaria, scavando un profondo solco tra sé e la Chiesa cattolica e preparando il terreno a una riformata concezione religiosa.

Nell’intimo di alcuni, si desiderava più la distruzione dell’intero organismo che una semplice revisione, l’abolizione del culto e di numerosi sacramenti.

Quasi tutti gli scritti dell’epoca, gli scritti dei riformatori, reclamavano la “morte fisica” della vecchia istituzione, ricordiamo Zwingli affermare che l’uccisione dei vescovi e degli ecclesiastici fosse opera comandata necessariamente da Dio, o le parole di Martin Butzer che nei suoi Dialoghi del 1535 insisteva in un universale sterminio del papa, dei vescovi e di tutto il loro seguito.

Un malcontento che veniva dal passato, sicuramente ancor prima del ritorno del papato a Roma nel 1378, una crisi morale insomma che Lutero raccoglieva in pieno – non dimentichiamo inoltre i movimenti di Huss in Boemia, Wycliffe in Inghilterra, Savonarola in Italia, e via dicendo.

Ogni mediazione, ogni contatto con il passato doveva essere rimesso in dubbio per porre le basi alla nuova fede. La predicazione da sola non poteva né sarebbe riuscita a rimuovere la vecchia e creare una nuova coscienza religiosa, e allora i governi locali dell’epoca svolsero un ruolo determinate, senza loro, senza un appoggio politico statale, non sarebbe stata possibile la vittoria sul cattolicesimo.

Sostenuti, è vero, anche dal fatto che alla popolazione avrebbe fatto piacere rompere con il passato, abbandonare la confessione, i digiuni, le penitenze, liberarsi dei voti, delle indulgenze: tutto ciò era una forza attraente. Oltre al fatto che fra fedele e Dio non doveva esserci un mediatore, nel senso che lo stesso fedele è sacerdote di sé stesso.

Le nuove Chiese territoriali nacquero sulle ceneri delle vecchie, sui beni materiali acquisisti con la forza, con la confisca, spesso con la lotta e l’uso delle armi. Il saccheggio, azzarderemo affermare, era tollerato, le guerriglie urbane e contadine all’ordine del giorno, talvolta più per odio verso la Chiesa che non per amore al Vangelo, più per lotte tribali e personali che per vera e propria riforma.

Nella Germania di quei tempi c’era più pericolo per chi restava legato al vecchio culto che non al nuovo.

Ai governi premeva una fede salda, una fede che loro stessi avrebbero adoperato per arricchirsi e per stordire la massa. Certo, le dovute eccezioni erano palesi, basti pensare alla corrente di Münzer, all’anabattismo, a Zwingli che desideravano un riconoscimento politico e poter governare.

Dove c’era divisione territoriale era più facile per i protestanti prendere il sopravvento, cosa contraria in Francia dove la forza cattolica e l’appoggio del re non permise una sicura penetrazione delle nuove dottrine luterane.

Lutero non organizzò mai la sua Chiesa, si rimise ai governi laici dei luoghi che ben volentieri lo appoggiarono sia per potenziarsi sia per ampliare i propri possedimenti. Lui, Lutero, era più propenso a insegnare, a scrivere, a predicare, difeso inoltre da Federico il Savio, elettore di Sassonia, suo ammiratore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori.

Il protestantesimo, nell’opinione di Burckhardt, è nato come Chiesa di Stato, e quando lo Stato diventa indifferente, esso si trova in una posizione precaria” (1), i sovrani dunque avranno una funzione fondamentale e, senza che Lutero lo desiderasse, i governi diventarono così autorità religiose.

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- 1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE edizioni, Milano, 2009, pag.125.

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