Sep 202011
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.

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Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.

(Bianca Maria Rizzoli)

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Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.

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Jun 302011
 

Come si presentava Roma nel ‘500, cosa vedevano (o volevano vedere!) gli occhi di un forestiero?
Bartholomäus Sastrow (1520-1603) fu un luterano moderato che viaggiò in Italia nella primavera del 1546, visitando la Città Eterna, essendo papa Paolo III (1469-1549). Figlio di un mercante di Greifswald, attraversò la Germania, raggiungendo il nostro paese, il tutto a piedi salvo alcune lunghe distanze che soleva percorrere sul carro di qualche buon uomo. Stesse modalità nel viaggio di ritorno. Sastrow aveva l’abitudine, arrivato in un luogo, di mettersi a lavorare, vuoi da cuoco, vuoi da infermiere, come quella volta che, a Roma, entrò ad assistere nell’ospedale di Santa Brigida, una maniera sia per entrare nelle dinamiche della società che visitava, sia per rifornirsi di quattrini e proseguire il viaggio.
Scandalizzato, annotava nei suoi diari:

A Roma ci sono molte persone di ambo i sessi di stato libero; oltre al papa, di solito non meno di quindici o sedici cardinali che mantengono corti come i principi in Germania e possiedono quindi molti ufficiali e cortigiani; qualche centinaio di vescovi con servitù ed altri garzoni della loro corte; molte migliaia di prelati, canonici e preti che hanno pure i loro servi; per non parlare di molte migliaia di giovani monaci, i quali tengono fede al loro voto di castità come il cane osserva il digiuno. A ciò si aggiungano migliaia di assessori, avvocati, procuratori, altri giuristi, notai e così via, presso diversi tribunali, che non hanno moglie e ai quali è vietato prenderla. In mezzo a loro sono migliaia coloro che solo per salvare le apparenze tengono in casa donne come cuoche, lavandaie, cameriere, e quante migliaia di giovani meretrici?! Per esse grande libertà a Roma. Preferirei accoltellare a morte o ferire un uomo piuttosto che percuotere sul collo di una di queste prostitute. I gran signori, il papa, i cardinali, i vescovi e i prelati ordinano, verso sera, al crepuscolo, di portargliele in abiti maschili (…). Le meretrici, però, cedono la loro merce a caro prezzo per poter vestirsi con abiti di velluto e di damaschino, di broccato e di seta; non potrebbero, del resto, venderla meno cara, perché devono pagare un altro tributo, per il fatto che tutta quella pretaglia, che a Roma non è poca, oltre all’obolo dei fedeli, non ha altra entrata se non quella tassa dalle donne libere…” (1)

Accennando al problema della gran quantità di fanciulli orfani, e sebbene Sisto IV (1414-1471) aveva fatto costruire un ospizio, quello di Santo Spirito in Sassia, che funzionava anche come ospedale per adulti, riferiva:

Potrei quasi dire che a Roma tanti bambini innocenti periscano affogati o assassinati per mano dei loro padri o delle loro madri, quanto Erode, il tiranno di Betlemme, ordinò di soffocare e uccidere.” (2)

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1. in Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 363.
2. op. cit., pag. 364.

Jun 142011
 

Nato a Oberkammlach, paesino vicino Kammlach, oggi nella Baviera tedesca, Homann (1664-1724) all’età di 38 anni apre una casa editrice, occupandosi di atlanti e mappe: è il 1702, epoca in cui olandesi e francesi fanno da protagonisti nel campo delle carte geografiche. Norimberga lo ospiterà per il resto della sua vita. Prima di convertirsi al protestantesimo, intorno al 1687, era entrato in una scuola di gesuiti con il desiderio di diventare sacerdote domenicano. Nel 1707 diviene membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino e, qualche anno dopo, 1715, è nominato Cartografo Imperiale dall’imperatore Carlo VI, nomina che gli comporta la privilegia impressoria, una specie di diritto d’autore che protegge le sue opere per un certo periodo di tempo. La sua azienda sarà una delle più forti della Germania, grazie ai costi mantenuti bassi e alla buona qualità del prodotto, non dimenticando l’attenzione per i particolari e i dettagli che caratterizzano le sue carte. Del 1716 è il suo lavoro maggiore, il Grande Atlante del Mondo.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1724, l’eredità passerà ai figli che continueranno sulla linea del padre.
Di seguito alcune sue mappe.

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Johann Baptist Homann, Mappa della Luna, 1707

Johann Baptist Homann, Planisferio terrestre, 1707

May 242011
 

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.
Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.
In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).
Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?
Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.
E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1). In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.
Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.
L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.
Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.
Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

Apr 252011
 

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che “la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1). Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc. Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne - ricordiamo la figura del trinciante - o comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano di spunto altrove.
Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, Nos italicus luxus corrupti, la lussuria italica ci sta corrompendo.
Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, partita dall’Italia, attraverserà, influenzando, buona parte delle terre europee.

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1. in Peter Burke,Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.

Feb 042011
 

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo (qua). Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, quasi mai era accettata in quei luoghi, raramente nei paesi islamici.
Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, iniziando forse dalla metà del XV secolo, potendosi notare i risultati nel secolo successivo.
Questi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nella vecchia Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche. Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.: “Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”(1), insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna. Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. Città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.
Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquista una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dai preziosi metalli, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno. Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa. “Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

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1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Aug 202010
 

Con l’affissione delle sue 95 Tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517, Lutero mise in dubbio una istituzione millenaria, scavando un profondo solco tra sé e la Chiesa cattolica e preparando il terreno a una riformata concezione religiosa. Nell’intimo di molti si desiderava più la distruzione dell’intero organismo che una semplice revisione, l’abolizione del culto e di numerosi sacramenti. Quasi tutti gli scritti dell’epoca, gli scritti dei riformatori, reclamavano lo sterminio della vecchia istituzione, ricordiamo Zwingli affermare che l’uccisione dei vescovi e degli ecclesiastici fosse opera comandata necessariamente da Dio o le parole di Martin Butzer che nei suoi Dialoghi del 1535 insisteva in un universale sterminio del papa, dei vescovi e di tutto il loro seguito.
Ogni mediazione, ogni contatto con il passato doveva essere rimesso in dubbio per porre le basi alla nuova fede. La predicazione da sola non poteva né sarebbe riuscita a rimuovere la vecchia e creare una nuova coscienza religiosa, e allora i governi locali dell’epoca svolsero un ruolo determinate, importante, decisivo, senza loro, senza un appoggio politico statale non sarebbe stata possibile la vittoria sul cattolicesimo. Sostenuti, è vero, anche dal fatto che alla popolazione avrebbe fatto piacere rompere con il passato, abbandonare la confessione, i digiuni, le penitenze, liberarsi dei voti, delle indulgenze: tutto ciò era una forza attraente.
Le nuove Chiese territoriali nacquero sulle ceneri delle vecchie, sui beni materiali acquisisti con la forza, con la confisca, spesso con la lotta e l’uso delle armi. Il saccheggio, azzarderemo affermare, era tollerato, le guerriglie urbane e contadine all’ordine del giorno, talvolta più per odio verso la Chiesa che non per amore al Vangelo, più per lotte tribali e personali che per vera e propria riforma. Nella Germania di quei tempi c’era più pericolo per chi restava legato al vecchio culto che non al nuovo.
Ai governi premeva una fede salda, una fede che loro stessi avrebbero adoperato per arricchirsi e per stordire la massa. Certo, le dovute eccezioni erano palesi, basti pensare alla corrente di Münzer, all’anabattismo, a Zwingli che desideravano un riconoscimento politico e poter governare. Dove c’era divisione territoriale era più facile per i protestanti prendere il sopravvento, cosa contraria in Francia dove la forza cattolica e l’appoggio del re non permise una sicura penetrazione delle nuove dottrine luterane.
Lutero non organizzò mai la sua Chiesa, si rimise ai governi laici dei luoghi che ben volentieri lo appoggiarono sia per potenziarsi sia per ampliare i propri possedimenti. Lui, Lutero, era più propenso a insegnare, a scrivere, a predicare, difeso inoltre da Federico il Savio, elettore di Sassonia, suo ammiratore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori.
Il protestantesimo, dice Burckhardt, è nato come Chiesa di Stato, e quando lo Stato diventa indifferente, esso si trova in una posizione precaria” (1), i sovrani dunque avranno una funzione fondamentale e, senza che Lutero lo desiderasse, i governi diventarono così autorità religiose.

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1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE edizioni, Milano, 2009, pag.125.

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Tavola che illustra Lutero e gli eroi della Riforma

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Altri articoli correlati:
- Censura, roghi e libri clandestini nel XVI secolo.
- Zwingli e il protestantesimo in Svizzera.
- La rivolta dei contadini tedeschi del 1524-26, Münzer e Lutero.
- Il Sacro Romano Impero nell’epoca di Martin Lutero.
- L’Europa religiosa del XVI secolo.

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Piccola bibliografia:

- Roland H. Bainton, La riforma protestante, Einaudi, 2000.
- Florian Mussgnug, Lutero. Il padre della Riforma protestante, Giunti, 2008.
- Luise Schorn Schütte, La riforma protestante, il Mulino, 2001.
- Giuseppe Alberigo, La riforma protestante. Origini e cause, Queriniana, 2000.

Aug 052010
 

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.
Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).
Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ’400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.
Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.
Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna. E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.
Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.
La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

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1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

Jul 152010
 

Abbiamo già accennato diverse volte e addirittura dedicato uno studio alla storia del libro, iniziando dai manoscritti, passando per i caratteri mobili e continuando con internet, gli e.reader, gli e.book. Una trasformazione che, oltre a interessare la vera e propria struttura del libro, si evidenziò nella forma di lettura, una volta ad alta voce, poi, pian piano, a bassa voce fino ad essere silenziosa, acquistando così, il lettore, una specie di potere sull’oggetto e sul testo scritto, un potere finanche critico.
Bene, ma come si presentava Magonza, città in cui il buon Gutenberg sviluppò l’ars artificialiter scribendi, verso la metà fine del secolo XV?

La storia di Magonza (Mainz in tedesco e Mayence in francese), oggi città nella Germania occidentale, che sorge alla confluenza dei fiumi Reno e Meno, si perde nei segni ancestrali del tempo. Di dubbie radici galliche e/o celtiche, solo con i romani, arrivati dopo le guerre galliche, si iniziano ad avere notizie sicure, siamo intorno al 52-55 a.C. Resterà sotto la cura dell’impero romano per oltre 500 anni.
Il vero sviluppo della città avvenne grazie al suo compito di evangelizzazione dei popoli germanici verso il 745-750 d.C. per opera del vescovo Bonifacio, nominato tale dal papa Gregorio III. Fu tanta la crescita religiosa del centro, che l’arcivescovo di Magonza era considerato il sostituto del pontefice al nord delle Alpi. La libera città imperiale, parte del Sacro Romano Impero, sarà punto di riferimento della chiesa Cattolica, anche per il motivo di essere stata governata generalmente da principi elettori cattolici.
Ai tempi di Gutenberg, ancora legata a tradizioni medievali, era soprattutto centro di scambi commerciali, centro particolarmente ricco per l’epoca. Nei mercati si vendevano spezie di Alessandria, limoni di Castiglia, tessuti e tele d’Olanda e di Borgogna, sete del Levante. La città, quando il nostro personaggio era giovane, era governata dagli uomini della Zecca, ma col passare degli anni l’influenza dei nuovi reggitori provenienti dalle gilde si fece palese. Proprio poco tempo dopo l’uscita della Bibbia, la città raggiunse il massimo dello splendore, seppur in un periodo di cambi sociali e di conflitti.
Grazie alla stampa e all’interesse sia dei governanti che degli studiosi, nel 1477 sorse la prima università con annessa la prima biblioteca, Bibliotheca Universitatis Moguntinae: la nuova classe, il nuovo ceto borghese aveva voglia di sapere, di conoscere, di studiare, di fare quel salto sociale che lo avrebbe portato, in un futuro prossimo, a prendere decisioni che avrebbero influito sulla politica, sull’economia.
Tutto ciò è importante per capire in quale ambiente nascerà e si svilupperà l’opera di Johann Gutenberg, giacché il contesto in cui scaturisce e si sviluppa un progetto, una idea, è sempre e indissolubilmente legato ad essa e lo influenzerà vuoi in modo positivo o negativo o vuoi con indifferenza.

May 122010
 

Seguiamo il nostro cammino nel mondo della moda, stavolta Bianca Maria Rizzoli ci parla dei costumi nel 1800.

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“Il secolo della borghesia”, come viene a volte menzionato l’Ottocento, porta il nome della classe sociale uscita vincente dalla Rivoluzione Francese, che impose il suo stile e i suoi ideali di vita su un’aristocrazia ormai al tramonto. Fu un periodo molto complesso a causa dei rapidi cambiamenti dovuti soprattutto alla crescente industrializzazione, che influì sulla moda femminile con nuove fogge e idee, subito diffuse dai giornali di moda. Al contrario della donna, la moda maschile si era ormai fissata sul completo tre pezzi: giacca, gilet, pantaloni, e/soprabito, ricercando solo ordine, rigore e perfezione, mentre quella femminile fioriva di addobbi che l’uomo non indossava, ma che servivano ad ostentare in tal modo i mezzi economici del marito.

L’Ottocento è suddiviso in diverse fasi stilistiche: Neoclassicismo (1800 – 1821) corrispondente all’ondata di favore che suscitò l’arte greco-romana e politicamente all’ascesa e caduta di Napoleone Bonaparte. Seguì il Romanticismo, che corrispose nella sua prima fase alla Restaurazione dei governi legittimi e alla corrente letteraria che ne porta il nome. Per la moda ricopre le date 1822-1835 che corrispondono in Italia ai moti Carbonari. Nonostante la corrente romantica si fosse esaurita, il soprannome “romantico” fu comunque applicato agli abiti femminili dal 1835 al 1865 che vedono in Francia il regno dell’imperatore Napoleone III e in Italia le guerre d’Indipendenza e la proclamazione dell’Unità del paese. Infine il periodo Eclettico (1868 – 1888) indica già nel nome la mescolanza degli stili che caratterizzò la moda femminile, mentre il cosiddetto Liberty o Art Nouveau scavalcò il secolo per immettersi e spegnersi nel primo decennio del ‘900.
Il rivoluzionario significato della moda neoclassica era per la donna la nuova libertà di movimento, con l’eliminazione definitiva dei cerchi e del busto. L’esiguo numero di indumenti intimi, limitati alla camicia e alle calze, e la linea allungata dell’abito bianco con la vita sotto al seno, corrispondeva a un altrettanto nuovo concetto di femminilità ispirato all’antica Grecia. All’inizio del secolo la veste femminile era leggerissima e scopriva il corpo; la “moda del nudo” non permetteva di oltrepassare i 200 grammi tra abito e scarpe e gioielli, anche nei gelidi inverni in cui al massimo ci si poteva coprire con uno scialle di cachemire. Tuttavia, nel periodo che seguì, in parte a causa di una epidemia di influenza che causò molte morti, in parte a causa del divieto di Napoleone di importare le leggere mussole orientali, il vestito fu fatto in tessuto più pesante.
Il Romanticismo, movimento artistico, culturale e letterario sviluppatosi in Germania al termine del XVIII secolo e poi diffusosi in tutta Europa, ebbe forti ripercussioni anche sull’estetica, in particolar modo nell’amore per l’esotismo e per la storia, nel ritorno alla religiosità e nell’esaltazione del sentimento sulla ragione.
Il ruolo che la Borghesia aveva assunto esaltava i valori del lavoro e della famiglia. Ma mentre all’uomo era permesso uscire e sulle sue spalle ricadeva il compito di mantenere moglie e figli, alla donna era riservato esclusivamente lo spazio privato dove era custode dell’ordine, del buon convivere, della pace e della moralità. Rappresentata come un’ancora di salvezza spirituale, portatrice di valori e di virtù, essa incarnò almeno fino alla metà del secolo l’ideale dell’angelo del focolare, modello di tutte le virtù, completamente lontana dalla sensualità e dalla carnalità. Per la donna il romanticismo finì per generare un curioso modo di vestire con nostalgiche reminiscenze medievali, rinascimentali e settecentesche, ispirate al romanzo storico e al trionfo del Melodramma sulle scene di tutta Europa. La veste cominciò ad allargarsi espandendosi prima in modo orizzontale, poi in profondità. L’abito doveva essere chiuso durante il giorno, scollato solo alla sera. Erano permesse le maniche corte solo nelle vesti estive e negli abiti da sera. Caratteri essenziali furono la scollatura ovale e la lunghezza del corpetto, in cui la vita tornò al punto naturale, mentre la gonna lasciava appena scoperto il piedino. La novità più assoluta fu, dopo il 1822, il ritorno del busto. D’ora in poi questo strumento di tortura entrerà stabilmente nel costume femminile ottocentesco per sparire solo nel secolo successivo.
Tra il 1836-1865 per allargare le sottane si usò la crinolina, una sottogonna di tessuto flessibile, imbottito di crine. Massima ambizione della donna era avere il vitino di vespa, ossia una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in contrasto con la larghezza della gonna. L’uso del busto portò anche a vere e proprie tragedie, come quella riferita da un giornale parigino nel 1850 di una giovane donna, morta durante un ballo, perché il corsetto strettissimo aveva causato la perforazione del fegato da parte delle costole. Dal 1856, la gonna rigida fu sostituita da una serie di cerchi e molle di acciaio concentrici che aumentavano ulteriormente il volume delle sottane. Grazie alla meccanizzazione e alla nascita dei primi Grandi Magazzini di abiti a buon mercato, quella della crinolina diventò una vera e propria industria che permise anche alle donne di condizione sociale più modesta di indossarla.
Proprio in questo periodo cominciò a codificarsi per le signore l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, solo quando si usciva si doveva usare una adeguata “toilette”. La scollatura in pieno giorno era considerata di pessimo gusto, come indossare abiti troppo vistosi. Le visite richiedevano un lusso modulato sulla classe sociale dei presenti: più ricco e a volte dotato di strascico per la buona società, molto semplice per la visita ai più poveri e sfortunati. Assieme alle commissioni e ai negozi, la passeggiata costituiva il punto centrale del pomeriggio. Al rientro un ulteriore tipo di abbigliamento doveva adattarsi a nuove circostanze: l’abito da ballo, in particolare, svolgeva un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati.
La “parigina” veniva vista in tutta Europa come ideale di femminilità ed eleganza, e la moda femminile era ancora dominata dalla corte di Francia soprattutto con Eugenia de Montijo (1826–1920) moglie di Napoleone III: il suo sarto fu l’inglese Charles Frederick Worth (1825 –1895) a cui si fa risalire l’origine della haute couture francese ossia della figura del sarto libero, indipendente, creativo.
Nel periodo Eclettico, dal 1868 al 1878 il costume femminile diventò sempre più carico e ingombrante. Eccessivi gli orpelli e le decorazioni, con frequenti richiami al passato mescolati in modo poco organico: colli alla moschettiera, maniche pendenti, nastri, coccarde e festoni. Scomparsa definitivamente la crinolina, l’abito fu portato completamente sul retro, con l’ausilio di un aggeggio a molle detto Tournure o più volgarmente “cul de Paris”. Tra alti e bassi la Tournure si impose fino all’avvento del periodo Liberty, detto in Francia Art Nouveau.
In opposizione alla “donna angelo” trionfò la femme fatale, simbolo seducente presente fin dall’antichità, il cui fascino poteva irretire i suoi amanti fino a comprometterli pericolosamente. She is an archetypal character of literature and art. Grazie a lei nell’abbigliamento femminile cominciarono ad affacciarsi alcuni elementi erotici. Ci si tinse i capelli di rosso, si misero in risalto i fianchi rotondi, mentre si andava affermando una tendenza al verticalismo, che comportava per il giorno colli alti, per la sera scollature molto profonde. La linea della veste era determinata principalmente dal busto. Dopo il 1895 comparve un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti. Il sarto inglese Redfern lanciò il primo tailleur da donna. Anche la biancheria intima subì modifiche: candida e ingombrante per tutto il secolo, diventò molto più ridotta verso la fine. Le gambe furono inguainate in calze colorate o nere, probabilmente imitate dalle ballerine parigine di can can. Il nuovo interesse per le attività sportive di fine secolo richiese vestiti più audaci di quelli precedenti. Con la nascita dei primi stabilimenti balneari si ebbero i costumi da bagno, completi di tunichetta, pantaloni alla zuava e berretto a visiera. Abiti da montagna, da tennis, da cavalcare, da viaggio avevano linee e strutture diverse tra loro. Nel 1890 sulle strade fece la sua comparsa l’automobile, che comportò l’uso di mantelli per difendersi dalla polvere detti appunto spolverini. L’invenzione della bicicletta dette il via, dopo il 1895 al costume da velocipedista, formato da un corpetto e da un paio di bragoni rigonfi. Ogni sport era praticato sempre col busto, che non si abbandonava nemmeno per nuotare: un’inserzione in un giornale americano consigliava “corsetti estivi a prova di ruggine”.

Bianca Maria Rizzoli.

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