Apr 192014
 
Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Geniale figura del Cinquecento, uomo più intuitivo che sistematico e meditativo, cresciuto in un ambiente cattolico severo, contadino e volgare, ma anche superstizioso, Martin Lutero incarnò le “scosse” religiose dell’epoca, preparando e aprendo il terreno a scissioni che smuoveranno le basi della Chiesa. Lutero, in poche parole, riaccese un fuoco che da decenni covava, un fuoco che aspettava essere rimosso per propagarsi per le vie che oggi conosciamo.

Bisogna pur ricordare che

Perché un’idea nuova ottenga successo, è decisivo che attorno ad essa si formi una corrente che la sostenga e la propaghi. Colui che la enuncia deve trovare degli uditori pronti a diffonderla, dei partigiani dei quali divenire il capo.
Lutero trovò e si formò un tale ambiente, dapprima nelle aule, tra i colleghi dell’università di Wittenberg, poi nel suo ordine. (1)

Insomma,

Lutero poi, sotto tutti i punti di vista, esercitava un prodigioso potere di attrazione sulla gioventù studiosa di tutti i paesi. (2)

E allora, la stessa università di Wittenberg – fondata da Federico il Saggio nel 1502/3 in cui lo stesso Martin insegnerà -, sebbene non ancora luterana, sarà focolaio di propagazione delle idee del riformatore tedesco, studenti colleghi amici nemici saranno veicoli di trasmissione, varcando i limiti locali, paesani, territoriali, della stessa scuola e dello stesso ordine.

Giacché, dicono,

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

[…] Lutero era uno spirito bellicoso e fanatico, amante della lotta e dello scontro frontale […].
Lutero aveva un concetto fortemente pessimistico dell’uomo e considerava ogni sua forma di agire intellettuale e morale assolutamente impotente in ordine alla salvezza, per cui non poteva giudicare positivamente né gli sforzi della filosofia né quelli della morale: tutto questo andava disprezzato e calpestato in nome della theologia crucis. (3)

In tutto ciò, nella sua “umiltà” scriveva:

Mi ha dato [Dio] vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie e figlio, campo, bestiame e tutti i beni… e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia, per pura, paterna, divina misericordia. Per tutto questo io devo ringraziarlo e lodarlo, servirgli e obbedirgli.”(4)

La cui conversione interiore

[…] per quanto riguarda la teologia, era già maturata nella convinzione che la teologia avesse bisogno di una riorganizzazione, che la portasse ad un rinnovamento radicale. La Bibbia, Agostino e la mistica avevano orientato e condotto a maturazione la sua conversione teologica. Già le prime dichiarazioni di Lutero permettono di cogliere la sua ribellione contro il vuoto del meccanicismo teologico.”(5)

E così, mentre

[…] in Germania Lutero divulgava le sue tesi, in Vaticano si allestivano spettacoli teatrali. Sotto Giulio II la situazione era stata seria, ma non disperata; adesso era disperata, ma non la si considerava seriamente. Tra lazzi e  danze, si andava incontro alla rovina. (6)

*****

– 1. Joseph Lortz,  La Riforma, ed. Jaca Book, Milano, 1971, vol.1, pag. 240.
– 2. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 328.
– 3. Battista Mondin, Storia della teologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1996, vol. 3, pag. 189.
– 4. Martin Lutero, Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, Utet, Torino, 1967.
– 5. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 240.
– 6. Ludwig Hertling, Angiolino Bulla, Storia della Chiesa, Città Nuova editrice, Roma, 2001, pag. 304.

Jul 092013
 

“… Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli… “ (1),

scriveva Manzoni ne I promessi Sposi.

Lanzichenecchi, Daniel Hopfer, 1530 circa

Lanzichenecchi, Daniel Hopfer, 1530 circa

Soldati rimasti nell’immaginario collettivo come feroci accaniti pronti a tutto, legati altresì al Sacco di Roma del 1527, i lanzichenecchi, servitori della terra della patria, ebbero un ruolo di primo piano nell’esercito del Sacro romano impero, almeno dalla loro creazione, fine XV secolo, agli ultimi decenni del XVII secolo.
Sempre lesti al combattimento, erano esperti nel corpo a corpo, dopo che, infranto l’attacco nemico con il loro potente quadrato, si buttavano nella mischia con forza e ferocia a cominciare dal loro comandante, spesso di origine non nobile, magari eletto dagli stessi soldati.

Assemblea di gente di guerra, Dürer, 1496

Assemblea di gente di guerra, Dürer, 1496

Abilmente organizzate, le truppe, nel loro apparato logistico, erano accompagnate talvolta dalle mogli dei mercenari che servivano come cuoche, infermiere, alcune, tollerate, come peripatetiche; erano, le donne, insomma, fattore sociale d’incontro e d’unione.

Ufficiale dei lanzichenecchi, Charles Bianchini, 1886

Ufficiale dei lanzichenecchi, Charles Bianchini, 1886

La paga nel XVI secolo, secondo i resoconti dell’epoca, era, per il soldato semplice, di 4 fiorini il mese, cioè ogni ventotto giorni secondo gli assoldati, trenta per i signori che dovevano sborsare il denaro, diverso per gli ufficiali che potevano arrivare a percepirne anche 12 il mese fino a 40 per il capitano e 100 per il tenente colonnello. Fatto sta che spesso e volentieri, le truppe non venivano compensate, per cui i saccheggi erano all’ordine del giorno, unico modo per arricchirsi e portare a casa un buon bottino.

Dama a cavallo con lanzichenecco, Dürer, 1497

Dama a cavallo con lanzichenecco, Dürer, 1497

Il colonnello era l’incaricato di reclutare gli uomini, dopo aver eletto il suo secondo, ossia il tenente colonnello e i vari capitani di compagnie, colonnello che condivideva con i suoi il campo di battaglia. Qualcuno poi, distinguendosi nella lotta, poteva raggiungere i bassi gradi e dirigere piccole squadre, come il Feldwebel, maresciallo.

Lanzichenecchi in marcia, Michael Ostendorfer, 1532

Lanzichenecchi in marcia, Michael Ostendorfer, 1532

Eterogenee e vistose erano le divise, spesso semplici vestiti portati da casa, così come era compito loro comprarsi le armi, armi che potevano costare da poco meno di un fiorino, una lancia, a quindici-sedici, una buona corazza.

“… Nella Magna [Alemagna, Germania] in soldati non spendono, perché tengono li uomini loro armati ed esercitati; e li giorni delle feste tali uomini, in cambio delli giuochi, chi si esercita collo scoppietto, chi colla picca, e chi con una arme e chi con una altra, giocando tra loro onori et similia […] Le fanterie sono bonissime, e uomini di bella statura: al contrario de’ Svizzeri, che sono piccoli e non puliti né belli personaggi; ma non si armono, o pochi, con altro che con la picca o daga, per essere più destri e spediti e leggeri. E usano dire che fanno così per non avere altro nemico che le artiglierie, dalle quali o petto o corsaletto o gorzarino non li difenderebbe. Delle altre arme non temono, perché dicono tenere tale ordine che non è possibile entrare tra loro, né accostarsegli quando è la picca lunga… “ (2).

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-1. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXIX.
-2. Niccolò Machiavelli, Ritratto delle cose della Magna, 1512.

Jun 302011
 

Roma alla fine del XV-primi XVI sec.

Come si presentava Roma nel ‘500, che cosa vedevano (o volevano vedere!) gli occhi di un forestiero?

Bartholomäus Sastrow (1520-1603) fu un luterano moderato che viaggiò in Italia nella primavera del 1546, visitando la Città Eterna, essendo papa Paolo III (1469-1549). Figlio di un mercante di Greifswald, attraversò la Germania, raggiungendo il nostro paese, il tutto a piedi salvo alcune lunghe distanze che soleva percorrere sul carro di qualche buon uomo. Stesse modalità nel viaggio di ritorno. Sastrow aveva l’abitudine, arrivato in un luogo, di mettersi a lavorare, vuoi da cuoco, vuoi da infermiere, come quella volta che, a Roma, entrò ad assistere nell’ospedale di Santa Brigida, una maniera sia per entrare nelle dinamiche della società che visitava, sia per rifornirsi di quattrini e proseguire il viaggio.
Scandalizzato, annotava nei suoi diari:

A Roma ci sono molte persone di ambo i sessi di stato libero; oltre al papa, di solito non meno di quindici o sedici cardinali che mantengono corti come i principi in Germania e possiedono quindi molti ufficiali e cortigiani; qualche centinaio di vescovi con servitù ed altri garzoni della loro corte; molte migliaia di prelati, canonici e preti che hanno pure i loro servi; per non parlare di molte migliaia di giovani monaci, i quali tengono fede al loro voto di castità come il cane osserva il digiuno. A ciò si aggiungano migliaia di assessori, avvocati, procuratori, altri giuristi, notai e così via, presso diversi tribunali, che non hanno moglie e ai quali è vietato prenderla. In mezzo a loro sono migliaia coloro che solo per salvare le apparenze tengono in casa donne come cuoche, lavandaie, cameriere, e quante migliaia di giovani meretrici?! Per esse grande libertà a Roma. Preferirei accoltellare a morte o ferire un uomo piuttosto che percuotere sul collo di una di queste prostitute. I gran signori, il papa, i cardinali, i vescovi e i prelati ordinano, verso sera, al crepuscolo, di portargliele in abiti maschili (…). Le meretrici, però, cedono la loro merce a caro prezzo per poter vestirsi con abiti di velluto e di damaschino, di broccato e di seta; non potrebbero, del resto, venderla meno cara, perché devono pagare un altro tributo, per il fatto che tutta quella pretaglia, che a Roma non è poca, oltre all’obolo dei fedeli, non ha altra entrata se non quella tassa dalle donne libere…” (1)

Accennando al problema della gran quantità di fanciulli orfani, e sebbene Sisto IV (1414-1471) aveva fatto costruire un ospizio, quello di Santo Spirito in Sassia, che funzionava anche come ospedale per adulti, riferiva:

Potrei quasi dire che a Roma tanti bambini innocenti periscano affogati o assassinati per mano dei loro padri o delle loro madri, quanto Erode, il tiranno di Betlemme, ordinò di soffocare e uccidere.” (2)

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Le Cronache di Bartholomäus Sastrow

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1. in Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 363.
2. op. cit., pag. 364.

Jun 142011
 

Nato a Oberkammlach, paesino vicino Kammlach, oggi nella Baviera tedesca, Homann (1664-1724) all’età di 38 anni apre una casa editrice, occupandosi di atlanti e mappe: è il 1702, epoca in cui olandesi e francesi fanno da protagonisti nel campo delle carte geografiche. Norimberga lo ospiterà per il resto della sua vita.

Prima di convertirsi al protestantesimo, intorno al 1687, era entrato in una scuola di gesuiti con il desiderio di diventare sacerdote domenicano. Nel 1707 diviene membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino e, qualche anno dopo, 1715, è nominato Cartografo Imperiale dall’imperatore Carlo VI, nomina che gli comporta la privilegia impressoria, una specie di diritto d’autore che protegge le sue opere per un certo periodo di tempo.

La sua azienda sarà una delle più forti della Germania, grazie ai costi mantenuti bassi e alla buona qualità del prodotto, non dimenticando l’attenzione per i particolari e i dettagli che caratterizzano le sue carte. Del 1716 è il suo lavoro maggiore, il Grande Atlante del Mondo.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1724, l’eredità passerà ai figli che continueranno sulla linea del padre.
Di seguito alcune sue mappe.

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Johann Baptist Homann, Mappa della Luna, 1707

Johann Baptist Homann, Planisferio terrestre, 1707

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Letture suggerite:

– David Buisseret, I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna, Sylvestre Bonnard, 2004.
– Juergen Schulz, La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano, F. C. Panini, 2006.
– Francesca Fiorani, Carte dipinte. Arte, cartografia e politica nel Rinascimento, F. C. Panini, 2010.

May 242011
 

Juan Luis Vives

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.

Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.

In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).

Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?

Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.

E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1).

Pass-Room di Bridewell

In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.

Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.

L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.

Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.

Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

Apr 252011
 

La scuola di Atene, Raffaello

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che

la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre”. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1).

Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc.

Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne – ricordiamo la figura del trinciante – o il comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano di spunto altrove.

Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, “Nos italicus luxus corrupti”, la lussuria italica ci sta corrompendo.

Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, coniata in Italia, si propagherà in buona parte delle terre europee.

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- 1. in Peter Burke, Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.

Feb 042011
 

Reales de a Ocho, Spagna

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo. Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, era ben poco accettata in oriente, raramente nei paesi islamici.

Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, forse già dalla fine del XV secolo, potendosi notare i risultati nei decenni successivi.

Questi, parliamo dei metalli preziosi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nell’Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche.

Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.:

Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”.(1)

Insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna.

Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. La città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.

Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquisterà una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dall’argento, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno.

Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa.

Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

Una delle monete che più circolava in Europa e nelle terre americane, ma anche in oriente, oltre che in Africa, come oggi potremmo dire del dollaro, era il real a ocho spagnolo, moneta ben accolta, moneta tramite la quale si comprava di tutto.

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- 1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
– 2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Aug 202010
 

Le 95 Tesi di Lutero

Con l’affissione delle sue 95 Tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517, Lutero mise in dubbio una istituzione millenaria, scavando un profondo solco tra sé e la Chiesa cattolica e preparando il terreno a una riformata concezione religiosa.

Nell’intimo di alcuni, si desiderava più la distruzione dell’intero organismo che una semplice revisione, l’abolizione del culto e di numerosi sacramenti.

Quasi tutti gli scritti dell’epoca, gli scritti dei riformatori, reclamavano la “morte fisica” della vecchia istituzione, ricordiamo Zwingli affermare che l’uccisione dei vescovi e degli ecclesiastici fosse opera comandata necessariamente da Dio, o le parole di Martin Butzer che nei suoi Dialoghi del 1535 insisteva in un universale sterminio del papa, dei vescovi e di tutto il loro seguito.

Un malcontento che veniva dal passato, sicuramente ancor prima del ritorno del papato a Roma nel 1378, una crisi morale insomma che Lutero raccoglieva in pieno – non dimentichiamo inoltre i movimenti di Huss in Boemia, Wycliffe in Inghilterra, Savonarola in Italia, e via dicendo.

Ogni mediazione, ogni contatto con il passato doveva essere rimesso in dubbio per porre le basi alla nuova fede. La predicazione da sola non poteva né sarebbe riuscita a rimuovere la vecchia e creare una nuova coscienza religiosa, e allora i governi locali dell’epoca svolsero un ruolo determinate, senza loro, senza un appoggio politico statale, non sarebbe stata possibile la vittoria sul cattolicesimo.

Sostenuti, è vero, anche dal fatto che alla popolazione avrebbe fatto piacere rompere con il passato, abbandonare la confessione, i digiuni, le penitenze, liberarsi dei voti, delle indulgenze: tutto ciò era una forza attraente. Oltre al fatto che fra fedele e Dio non doveva esserci un mediatore, nel senso che lo stesso fedele è sacerdote di sé stesso.

Le nuove Chiese territoriali nacquero sulle ceneri delle vecchie, sui beni materiali acquisisti con la forza, con la confisca, spesso con la lotta e l’uso delle armi. Il saccheggio, azzarderemo affermare, era tollerato, le guerriglie urbane e contadine all’ordine del giorno, talvolta più per odio verso la Chiesa che non per amore al Vangelo, più per lotte tribali e personali che per vera e propria riforma.

Nella Germania di quei tempi c’era più pericolo per chi restava legato al vecchio culto che non al nuovo.

Ai governi premeva una fede salda, una fede che loro stessi avrebbero adoperato per arricchirsi e per stordire la massa. Certo, le dovute eccezioni erano palesi, basti pensare alla corrente di Münzer, all’anabattismo, a Zwingli che desideravano un riconoscimento politico e poter governare.

Dove c’era divisione territoriale era più facile per i protestanti prendere il sopravvento, cosa contraria in Francia dove la forza cattolica e l’appoggio del re non permise una sicura penetrazione delle nuove dottrine luterane.

Lutero non organizzò mai la sua Chiesa, si rimise ai governi laici dei luoghi che ben volentieri lo appoggiarono sia per potenziarsi sia per ampliare i propri possedimenti. Lui, Lutero, era più propenso a insegnare, a scrivere, a predicare, difeso inoltre da Federico il Savio, elettore di Sassonia, suo ammiratore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori.

Il protestantesimo, nell’opinione di Burckhardt, è nato come Chiesa di Stato, e quando lo Stato diventa indifferente, esso si trova in una posizione precaria” (1), i sovrani dunque avranno una funzione fondamentale e, senza che Lutero lo desiderasse, i governi diventarono così autorità religiose.

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- 1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE edizioni, Milano, 2009, pag.125.

Aug 052010
 

Mulino ad acqua di Braine-le-Château, XII secolo

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.

Mulino ad acqua orizzontale

Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).

Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ‘400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.

Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.

Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna.

Descrizione medievale di un mulino a vento, 1340 c.

E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.

Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.

La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

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1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

Jul 152010
 

Stamperia nel Rinascimento

Come si presentava Magonza, città in cui Gutenberg sviluppò l’ars artificialiter scribendi, verso la metà fine del secolo XV?

La storia di Magonza (Mainz in tedesco e Mayence in francese), oggi città nella Germania occidentale, che sorge alla confluenza dei fiumi Reno e Meno, si perde nei segni ancestrali del tempo. Di dubbie radici galliche e/o celtiche, solo con i romani, arrivati dopo le guerre galliche, si iniziano ad avere notizie sicure, siamo intorno al 52-55 a.C. Resterà sotto la “cura” dell’impero romano per oltre 500 anni.

Il vero sviluppo della città avvenne grazie al suo compito di evangelizzazione dei popoli germanici verso il 745-750 d.C. per opera del vescovo Bonifacio, nominato tale dal papa Gregorio III. Fu tanta la crescita religiosa del centro, che l’arcivescovo di Magonza era considerato il sostituto del pontefice al nord delle Alpi.

La libera città imperiale, parte del Sacro Romano Impero, sarà punto di riferimento della chiesa Cattolica, anche per il motivo di essere stata governata generalmente da principi elettori cattolici.

Ai tempi di Gutenberg, ancora legata a tradizioni medievali, era soprattutto centro di scambi commerciali, centro particolarmente ricco per l’epoca. Nei mercati si vendevano spezie di Alessandria, limoni di Castiglia, tessuti e tele d’Olanda e di Borgogna, sete del Levante.

La città, quando il nostro personaggio era giovane, era governata dagli uomini della Zecca, ma col passare degli anni l’influenza dei nuovi reggitori provenienti dalle gilde si fece palese. Poco tempo dopo l’uscita della Bibbia, la città raggiunse il massimo dello splendore, seppur in un periodo di cambi sociali e di conflitti.

Grazie alla stampa e all’interesse sia dei governanti che degli studiosi, nel 1477 sorse la prima università con annessa la prima biblioteca, Bibliotheca Universitatis Moguntinae.

Aug 192009
 

Caratteri mobili

Una delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione.

Agli inizi del ‘500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica.

E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire “… le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango”.

Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che “La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo”.

Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano.

Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa.

La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandestina.

Index Librorum ProhibitorumDal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice era aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica.

Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.

In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.

In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur.

La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.

In Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con una legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno alla seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.

Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere.

A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.

Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.

Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi.

Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: “[…] Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno”.

Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del ‘500.

La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.

Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.

L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.

Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato.

Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.

Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti.

Secondo il de Santillana, “preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia”.

Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique di Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.

May 242009
 

Ben sappiamo che si trattò di una lunga serie di battaglie in apparenza a scopo religioso, ma effettivamente a fine politico. Cosicché le alleanze, che avrebbero dovuto essere cattoliche contro protestanti, talvolta si intrecciavano e capitava che la Francia cattolica combattesse contro l’Austria cattolica o la luterana Svezia contro la luterana Danimarca. Nello stesso tempo, i tantissimi staterelli tedeschi – 236 principati – guerreggiavano fra loro senza importare di che credenza fossero.

Gustavo II AdolfoEssendo quindi un conflitto in cui partecipavano tanti stati e non avendo gli eserciti un’unica uniforme, accadeva che si uccidessero soldati dello stessa banda, non potendo distinguersi gli alleati dai nemici. Una delle tante soluzioni fu quella di inserire, gli appartenenti al medesimo schieramento, un rametto di una pianta sull’elmo. In un secondo tempo, il re di Svezia Gustavo Adolfo fece portare ai suoi soldati una fascia blu orlata di giallo, mentre i sassoni si legarono un fiocco verde. Gli spagnoli, italiani e austriaci adoperarono un nastro o una piuma.

Durante la guerra si sviluppò e si perfezionò l’arte militare: nuove invenzioni, nuove tecniche, nuove armi si rendevano disponibili ogni giorno. Già in quei tempi si costituirono i primi eserciti permanenti: iniziava così il mestiere delle armi. Il reclutamento, a volte, era l’unica soluzione per il povero contadino che vedeva saccheggiati i suoi pochi averi dal nemico e non sapeva né dove andare né cosa fare. Non importava sotto quale bandiera arruolarsi. Avveniva, dunque, che fratelli, padri, figli si trovassero in differenti formazioni, lottando per sopravvivere.

Con la Guerra dei Trent’anni, la cavalleria aristocratica iniziava a perdere importanza. L’uso in massa degli archibugi frenava rapidamente i loro attacchi e morti e feriti si contavano a decine, le corazze servivano a ben poco, per cui il loro impiego verrà ridimensionato. La fanteria, al contrario, diventò la regina delle battaglie, forte, compatta, agguerrita, ben strutturata e ben preparata.

Dicevamo degli archibugi. Questi col passare degli anni ebbero dei miglioramenti: si eliminò la forcella che tratteneva il loro peso, diventarono più leggeri, si cambiò la miccia con la ruota a pietra focaia, insomma sparare era meno complicato di una volta. Tra le varie innovazioni che apportò Gustavo Adolfo, ci fu l’adozione di moschetti più leggeri, diminuendo il numero delle file che sparavano, dando possibilità a due o tre file fare fuoco contemporaneamente – una in piedi una in ginocchio una accovacciata.

Quadro- archibugio Un giorno, il marchese Sebastien Vauban, ingegnere militare francese, notando che dopo il primo sparo gli archibugieri dovevano lasciare l’arma a terra e prendere la spada per continuare a lottare, s’inventò la baionetta, innestandola sulla canna dell’arma e adoperandola offensivamente: eravamo a Bayonne, in Francia.

Cambiavano, così, certi modi di combattere, di confrontarsi, di fare la guerra. I cannoni erano usualmente e già da tempo adoperati con lo scopo di aprire brecce nelle file nemiche. I fanti venivano addestrati con attenzione, con cura, con esperienza.
La guerra, alla fine, era un lavoro come un altro!

May 212009
 
Marsiglia, 1760

Marsiglia, 1760

Con la riduzione della mortalità e grazie a un alto tasso di natalità, il ‘700 fu un secolo di crescita demografica. A parte due isolati episodi di peste, a Marsiglia nel 1720 e a Messina nel 1743, in questi cento anni non abbiamo né pandemie né pestilenze di rilevante importanza, cosicché la popolazione europea aumentò di numero, merito anche a un buon sviluppo economico e a migliori condizioni igienico-sanitarie.

In Inghilterra si passò da 5.800.000 abitanti a circa 9.000.000, in Germania da 14 a 23 milioni, in Spagna da 13 a quasi 18 milioni, in Francia da 22 a 29 milioni, mentre in Italia da 13 a 17 milioni di persone. Il vero boom si ebbe in Russia che da 13 milioni raggiunse i 30 milioni. D’ora in avanti l’accrescimento demografico europeo sarà costante più o meno sino ai giorni d’oggi.

Un contributo notevole fu dato dal potenziamento di nuove forme di sostentamento alimentare, quali il mais e la patata, importati dall’America meridionale e oramai largamente diffusi. Mentre il mais ebbe un immediato successo e una notevole accettazione, per la patata dobbiamo aspettare quasi la fine del ’700.

Da notare che, se si sarebbe presentato un periodo di carestia, come quello del 1763-1764, i commerci fra le nazioni, europee e non, potevano supplire determinate carenze: le probabilità di mancanza di cibo erano più ridotte rispetto al passato.

Altri fattori che influirono sull’incremento della popolazione fu sia l’abbassamento dell’età al matrimonio delle donne, pertanto un’estensione del suo periodo fertile, sia una riduzione del celibato maschile e femminile, dovuti soprattutto a una nuova presa di coscienza popolare, alla sua alfabetizzazione e, certamente non meno, alla libertà di pensiero.

Ritornando ai numeri, notiamo come le grandi città ebbero un loro particolare sviluppo demografico: Londra passò da quasi 600.000 abitanti a 900.000, Parigi da 450.000 a 600.000, Napoli da 300.000 a 450.000. Stessa cosa accadde in quelle più piccole come Marsiglia, Amburgo, Liverpool, diventando importanti centri commerciali, e non dimenticando il peso che ebbe la rivoluzione industriale.

Per tale ragione nacquero infrastrutture, strade, ponti, canali navigabili, porti, nuove vie di comunicazioni. Nacquero altresì nuove forme di tecniche agricole produttive. Si pensi che nel ‘700 si pubblicarono un numero considerevole di libri riguardanti l’agronomia e, nello stesso tempo, si diffusero in tutta Europa accademie di agraria; tanta era l’attenzione a essa dedicata che il grande Voltaire, in uno dei suoi scritti, adoperò il termine agromania.

Londra 1751

Londra 1751

A seguito della crescita demografica e a un fiorire di un’agricoltura più redditizia, si sviluppò un mercato secondario, con attività legate alla trasformazione e alla lavorazione dei prodotti. Accrebbe la possibilità di lavorare, quindi di guadagnare. Lino, canapa, birra, vino, acquavite, seta e tanti altri prodotti derivati dalla terra venivano ora elaborati non in città, bensì nelle stesse campagne, con la conseguente proliferazione di un lavoro che definiremo a domicilio.

Come conseguenza di tale progresso sorsero nei campi case, edifici, strutture. Le corporazioni di arti e mestieri, che controllavano, gestivano e regolamentavano l’economia del medioevo e che condannavano le iniziative individuali, iniziarono a decadere, a non avere più un ruolo decisivo.

Gli stati dovettero intervenire regolamentando la produzione, ma anche i traffici nazionali e internazionali, riconsiderando i dazi doganali, proteggendo i propri prodotti, favorendo lo sviluppo di determinate aeree. Fu nel 1709 che, per esempio, nacque in Inghilterra la prima banca centrale, mentre in Francia iniziarono a circolare le prime monete cartacee.

Lo sviluppo economico era appena abbozzato, i commerci avevano un peso nell’economia e nella politica dei singoli stati, la gente poteva esprimere le proprie idee, le proprie capacità, le proprie convinzioni: l’illuminismo aveva contribuito all’avvio di un’epoca davvero rivoluzionaria.

Jan 142009
 

Gustavo Adolfo vittorioso a Breitenfeld, 1631Distruzione e miseria furono le peculiarità della tristemente famosa Guerra dei Trent’anni, che dal 1618 al 1648 percorse il suolo europeo e la Germania in particolare. Potenze come l’Austria, la Spagna, la Svezia, la Francia, la Danimarca e tante altre intervennero in una lotta, spesso fratricida, per imporre, o quanto meno per far valere, un credo invece che un altro. Protestanti e cattolici si lanciarono all’attacco per difendere le proprie tesi e, nello stesso tempo, ampliare i propri possedimenti territoriali.

Dicevamo dunque che distruzione e miseria caratterizzarono quell’epoca, distruzione vuoi fisica, vuoi psicologica, mentale. Si pensi alle migliaia di famiglie rimaste senza padri, senza figli, si pensi ai mutamenti sociali, si pensi alla penuria di alimenti, si pensi ai saccheggi e agli stupri. Ed è indubbio, secondo alcuni storici, che “per il popolo tedesco la Guerra dei Trent’anni è un trauma dei cui effetti si risente fino al Novecento1.

Le terre germaniche passeranno da 15-17 milioni di abitanti del XVII sec. ad appena 10-12 milioni nel 1650. Le regioni più colpite saranno la Turingia, l’Assia, la Pomerania, il Meclemburgo, il ducato di Württemberg, e via dicendo, in alcune zone il decremento sarà addirittura del 50-60%. E non solo per le battaglie morivano gli uomini, ma anche, forse soprattutto, per colpa della peste, delle malattie, delle ferite che non venivano curate, delle epidemie spesso dilaganti. Di conseguenza a coltivare i campi non restava nessuno, così come a rattoppare una scarpa, a cucire un vestito. Risalta subito all’occhio un particolare, che contadini senza terra e senza casa approfittavano di quelle deserte per andare a viverle e per andare a produrre, alla fin fine terreni da seminare e fabbricati da abitare ce n’erano in abbondanza. L’economia tedesca in ogni modo andrà avanti.

Le tasse, le imposte erano state vieppiù alzate, c’era bisogno di denaro per sostenere una guerra, una decennale guerra, e chi non contribuiva poteva essere tacciato di nemico, di protestante o di cattolico a secondo del bando in cui si trovava. Gli eserciti avevano bisogno di mangiare, ogni uomo necessitava di circa un chilo di pane, mezzo chilo di carne, un paio di litri di birra, solo per fare un esempio. Immaginiamoci dunque un’armata di 35-40.000 soldati! Oltre all’attrezzatura, partendo da un semplice ago da cucire e continuando con le selle, i ferri degli zoccoli dei cavalli, l’acqua…

Le ruberie, i saccheggi, le scorrerie erano all’ordine del giorno. I soldati, ma anche gli stessi contadini, andavano a caccia di bestiame, di cavalli, mucche, buoi, e talvolta li rivendevano allo stesso esercito o al contadino della stessa o di un’altra regione, di un altro villaggio.

L’economia, a fine guerra, sebbene messa in ginocchio, poco a poco iniziò a risollevarsi, la Germania tornò in tempi più o meno rapidi alla normalità.

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- 1 Georg Schmidt, La guerra dei Trent’anni, il Mulino, 2008, pag. 89.

Jan 112009
 

Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, 1565

I cambiamenti climatici sono stati e saranno sempre peculiarità del nostro pianeta, cambiamenti che hanno caratterizzato e influito nella storia degli uomini, negli avvenimenti politici economici sociali.

Intorno al 1570 avvenne in Europa una mutazione climatica, un certo raffreddamento delle temperature che porterà alla cosiddetta piccola glaciazione. Nell’autunno del 1589, per fare un esempio italiano, forti piogge causarono alluvioni in Campania, in Toscana, a Roma, maltempo che proseguì in maniera decisa nella primavera del 1590 anche in Emilia, Lombardia, nella Terraferma veneta. Situazione che non entrava nella norma di quei periodi (1).

Diminuirono i raccolti, aumentarono le carestie, si soffrì un periodo di fame e penuria di alimenti, penuria che in certe zone si trasformò in carestia specialmente quando mancava, oltre al raccolto cerealicolo, anche il foraggio. Molti poveri, mendicanti, forestieri senza “arte”, “bocche inutili” furono allontanati dalle città con il fine di tener in vita coloro i quali potevano essere utili. E il maltempo non aveva solo danneggiato le produzioni agricole, ma aveva favorito anche lo sviluppo di malattie nelle piante, basta solo ricordare la proliferazione di certi funghi favoriti dal caldo-umido di certe regioni. Per non dimenticare le epidemie di tipo petecchiale che presero, per continuare a parlare dell’Italia, Bologna, Piacenza, Ferrara, Mantova, oltre che certe zone del Veneto, della Toscana, del Lazio, con la conseguente diminuzione di nascite.

Dal 1450 fino ai primi decenni del ‘600, la popolazione europea aveva cresciuto il suo numero, passando da 60-80 milioni a 90-100 milioni. Per esempio, la Germania, intorno al 1620, contava 15-20 milioni di abitanti, la maggior parte contadini – ricordiamo l’Europa essere principalmente agricola -, gente poco mobile, ancorata alla terra e alle tradizioni, sebbene si siano rilevati veri e propri movimenti di massa, specialmente da parte della popolazione rurale rimasta senza risorse, verso le città che, si pensava (!), ricche di cibo.

Tamigi ghiacciato, Abraham Hondius, 1677

Tamigi ghiacciato, Abraham Hondius, 1677

I cereali, come altri beni di prima necessità, aumentarono di prezzo ed erano prerogativa dei ricchi, dei nobili, dei benestanti. Nello stesso tempo la crisi si affermava anche fra gli artigiani, calzolai, sarti, muratori e via dicendo, i quali vedevano ridotte gravemente le loro entrate. Chi se ne approfittava erano i proprietari terrieri, i grandi coltivatori, i mercanti, i mugnai, i macellai che facevano affari d’oro, modellando i prezzi a loro convenienza.

Il divario fra ricchi e poveri accrebbe, la carne sparì dalla tavola della gente comune, così come il burro e talvolta il pane, e i cereali furono sostituiti con semplici minestre di erbe di campo. Scriveva nel 1560 il memorialista francese Gilles de Gouberville (1521-1578) nel suo Journal:

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.” (2)                                                                              

L’inflazione era all’ordine del giorno, e sottolineiamo che l’andamento generale dei prezzi si basava sul fabbisogno di grano e di cereali (mi sovviene Braudel quando diceva: “La civiltà europea è una civiltà di mangiatori di pane“).

Ciò che rendeva furiosi i contadini era il fatto che i loro prodotti, dati alle autorità come contributo, come tassa da pagare, erano rivenduti a prezzi altissimi, mentre loro stentavano a vivere. E qui non è vano tener presente che, sebbene la situazione era di ordine generale, determinate aree come quelle montane o isolate furono colpite in maniera marginale dagli effetti del maltempo, parliamo delle carestie, dell’alimentazione, delle malattie, in quanto la popolazione poteva sostenersi con il poco che poteva offrire il proprio raccolto, sull’allevamento, sui latticini, e via dicendo, almeno rispetto ai centri urbani che dipendevano totalmente dalle campagne.

Alcuni governi reagirono cercando approvvigionarsi altrove per quanto possibile, altri poco, in ogni modo le autorità cercarono di tutelare le proprie economie vietando l’esportazione dei beni e controllando i prezzi. La crisi demografica del secolo successivo segnò indelebilmente l’Europa.

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- 1. Lo storico francese Emmanuel Le Roy Ladurie suggeriva esserci stata in quel fine secolo una “Piccola Era Glaciale”.
– 2. Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.

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(Rivisto e aggiornato il 21 Giugno 2012)