Vi sono episodi della storia che restano legati alla memoria collettiva in modo indelebile, piccoli fatti che segnano un periodo, una reggenza, un luogo, e che si tramandano in modo quasi naturale, spontaneo.
Daniela Nutini ci parla di un famoso ballo avvenuto in Francia a fine XIV secolo e rimasto tristemente famoso.
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Alla fine del trecento, sul trono di Francia, vi è un giovane re, Carlo VI, debole di salute e soggetto ad attacchi momentanei di pazzia. Curato con successo dal vecchio medico di corte Harsigny, gli è stato consigliato riposo, svago e nessuna preoccupazione. Ovviamente questo consiglio si accorda totalmente agli interessi dei duchi reali, zii del re. Sovrano solo di nome, Carlo si gode nei giardini di Saint–Pol i divertimenti ed i festeggiamenti organizzati dalla moglie Isabella di Baviera e dal fratello Luigi, sposato con Valentina Visconti. Rimedio alla follia, le frivolezze abbondano e gli zii si guardano bene dall’intervenire “poiché, fino a quando la regina e il Duca di Orleans si davano alle danze non erano pericolosi, anzi nemmeno fastidiosi”.
Ma vi fu una notte in cui questi giochi toccarono l’autentico orrore.
È un martedì, primo giorno della Candelora, il 28 gennaio 1393. La regina dà un ballo mascherato per festeggiare le nozze di una sua dama di compagnia, sua favorita, già due volte vedova: un’occasione di burlesche serenate, travestimenti, disordini e fracasso di cimbali assordanti davanti alla camera nuziale.
Per partecipare alla festa, sei giovani, tra i quali il re e Yvain, figlio illegittimo del conte di Foix, si travestono da “selvaggi della foresta”, con panni strettamente avvolti imbevuti di cera resinosa e pece a cui era stato appiccicato uno strato di canapa che “li faceva apparire folti di pelo dalla testa a i piedi”, e delle maschere che coprono loro completamente il viso. Consapevoli del rischio che corrono, è vietato a chiunque portasse una torcia di accedere alla sala. In questo gioco vi è evidentemente qualcosa della roulette russa, quel lasciarsi tentare dalla morte che in varie epoche è stato motivo di eccitazione per la gioventù altolocata e decadente, a dimostrazione che alcuni particolari comportamenti non subiscono variazioni sensibili attraverso i secoli. Altrettanto chiaramente vi è una crudeltà e una incoscienza nel coinvolgere in un gioco del genere un uomo il cui stato mentale così a fatica si distingueva dalla follia.
Intanto i selvaggi, legati insieme da corde, fanno capriole davanti ai partecipanti, ululano come lupi e fanno gesti osceni, sfidando i partecipanti alla festa ad indovinarne l’identità. Mente Carlo è intento a molestare la quindicenne duchessa di Berry, ecco entrare nella sala il fratello Luigi d’Orleans e Filippo di Bar, reduci da altri bagordi e con tanto di torce, malgrado il divieto. Luigi solleva la torcia sopra le maschere che fanno capriole, per scoprirne l’identità ed ecco che una scintilla cade su uno di essi che prende fuoco e poi su un altro che si trova subito avvolto nelle fiamme. La regina, l’unica a sapere che Carlo fa parte del gruppo, sviene, mentre la duchessa di Berry che ha riconosciuto il re getta su di lui la sua gonna, salvandogli così la vita. Presto la sala risuona delle grida degli astanti e dalle urla di dolore delle torce umane che non possono essere soccorsi a causa dei loro costumi. A parte il re, solo il Signore di Nantouillet riuscì a scampare, gettandosi in un grosso refrigeratore colmo d’acqua. Il conte di Joigny morì sul posto, ustionato a morte, mentre Yvain de Foix, Aimery Poitiers e Huguet de Guisay – universalmente odiato per il suo carattere violento – vissero ancora tre giorni di terribile agonia.
Questa tragica mascherata, chiamata da subito il Bal des Ardentes, suscitò una grande commozione tra il popolo e si diffuse un sentimento di ira contro chi aveva contribuito a mettere a repentaglio la vita e l’onore del re, con stupida e vergognosa frivolezza. Allarmati da tali pericolosi sentimenti, gli zii reali convinsero Carlo a cavalcare in solenne processione verso Notre Dame, mentre loro con il fratello del re seguivano a piedi nudi, come penitenti. Luigi, come responsabile della tragedia venne aspramente rimproverato per i suoi costumi dissoluti e per espiazione fece erigere una cappella per i celestini con meravigliose vetrate colorate, ricchi addobbi e una dotazione per preghiere perpetue. Fece però fronte alle spese con le entrate delle proprietà confiscate a Pierre de Craon, da lui odiato e perseguitato fino alla morte: rimane quindi il dubbio a quale delle anime andasse l’assoluzione, alla sua o a quella dell’uomo, oggetto del suo implacabile odio.
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