Nov 062011
 

Vi sono episodi della storia che restano legati alla memoria collettiva in modo indelebile, piccoli fatti che segnano un periodo, una reggenza, un luogo, e che si tramandano in modo quasi naturale, spontaneo.
Daniela Nutini ci parla di un famoso ballo avvenuto in Francia a fine XIV secolo e rimasto tristemente famoso.

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Alla fine del trecento, sul trono di Francia, vi è un giovane re, Carlo VI, debole di salute e soggetto ad attacchi momentanei di pazzia. Curato con successo dal vecchio medico di corte Harsigny, gli è stato consigliato riposo, svago e nessuna preoccupazione. Ovviamente questo consiglio si accorda totalmente agli interessi dei duchi reali, zii del re. Sovrano solo di nome, Carlo si gode nei giardini di Saint–Pol i divertimenti ed i festeggiamenti organizzati dalla moglie Isabella di Baviera e dal fratello Luigi, sposato con Valentina Visconti. Rimedio alla follia, le frivolezze abbondano e gli zii si guardano bene dall’intervenire “poiché, fino a quando la regina e il Duca di Orleans si davano alle danze non erano pericolosi, anzi nemmeno fastidiosi”.
Ma vi fu una notte in cui questi giochi toccarono l’autentico orrore.
È un martedì, primo giorno della Candelora, il 28 gennaio 1393. La regina dà un ballo mascherato per festeggiare le nozze di una sua dama di compagnia, sua favorita, già due volte vedova: un’occasione di burlesche serenate, travestimenti, disordini e fracasso di cimbali assordanti davanti alla camera nuziale.
Per partecipare alla festa, sei giovani, tra i quali il re e Yvain, figlio illegittimo del conte di Foix, si travestono da “selvaggi della foresta”, con panni strettamente avvolti imbevuti di cera resinosa e pece a cui era stato appiccicato uno strato di canapa che “li faceva apparire folti di pelo dalla testa a i piedi”, e delle maschere che coprono loro completamente il viso. Consapevoli del rischio che corrono, è vietato a chiunque portasse una torcia di accedere alla sala. In questo gioco vi è evidentemente qualcosa della roulette russa, quel lasciarsi tentare dalla morte che in varie epoche è stato motivo di eccitazione per la gioventù altolocata e decadente, a dimostrazione che alcuni particolari comportamenti non subiscono variazioni sensibili attraverso i secoli. Altrettanto chiaramente vi è una crudeltà e una incoscienza nel coinvolgere in un gioco del genere un uomo il cui stato mentale così a fatica si distingueva dalla follia.
Intanto i selvaggi, legati insieme da corde, fanno capriole davanti ai partecipanti, ululano come lupi e fanno gesti osceni, sfidando i partecipanti alla festa ad indovinarne l’identità. Mente Carlo è intento a molestare la quindicenne duchessa di Berry, ecco entrare nella sala il fratello Luigi d’Orleans e Filippo di Bar, reduci da altri bagordi e con tanto di torce, malgrado il divieto. Luigi solleva la torcia sopra le maschere che fanno capriole, per scoprirne l’identità ed ecco che una scintilla cade su uno di essi che prende fuoco e poi su un altro che si trova subito avvolto nelle fiamme. La regina, l’unica a sapere che Carlo fa parte del gruppo, sviene, mentre la duchessa di Berry che ha riconosciuto il re getta su di lui la sua gonna, salvandogli così la vita. Presto la sala risuona delle grida degli astanti e dalle urla di dolore delle torce umane che non possono essere soccorsi a causa dei loro costumi. A parte il re, solo il Signore di Nantouillet riuscì a scampare, gettandosi in un grosso refrigeratore colmo d’acqua. Il conte di Joigny morì sul posto, ustionato a morte, mentre Yvain de Foix, Aimery Poitiers e Huguet de Guisay – universalmente odiato per il suo carattere violento – vissero ancora tre giorni di terribile agonia.
Questa tragica mascherata, chiamata da subito il Bal des Ardentes, suscitò una grande commozione tra il popolo e si diffuse un sentimento di ira contro chi aveva contribuito a mettere a repentaglio la vita e l’onore del re, con stupida e vergognosa frivolezza. Allarmati da tali pericolosi sentimenti, gli zii reali convinsero Carlo a cavalcare in solenne processione verso Notre Dame, mentre loro con il fratello del re seguivano a piedi nudi, come penitenti. Luigi, come responsabile della tragedia venne aspramente rimproverato per i suoi costumi dissoluti e per espiazione fece erigere una cappella per i celestini con meravigliose vetrate colorate, ricchi addobbi e una dotazione per preghiere perpetue. Fece però fronte alle spese con le entrate delle proprietà confiscate a Pierre de Craon, da lui odiato e perseguitato fino alla morte: rimane quindi il dubbio a quale delle anime andasse l’assoluzione, alla sua o a quella dell’uomo, oggetto del suo implacabile odio.

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Oct 152011
 

Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.
Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.

Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca.

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Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui G. Pasquinelli è il redattore, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari.

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Interessante lo spaccato che appronta Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere.

Oct 022011
 

Un articolo sull’amore di Elisabetta I d’Inghilterra e Francesco duca d’Angiò, nell’inconfondibile stile di Daniela Nutini.

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Elisabetta, regina d’Inghilterra, aveva 45 anni, una pelle bianchissima, capelli rossi e lunghe mani bianche. Malgrado avesse avuto favoriti in notevole quantità, non si era mai sposata. La sua repulsione al matrimonio era tale da considerasi addirittura patologica ed i suoi consiglieri avevano deposto ogni speranza di indurre la loro sovrana a tale passo.
Ed ecco che ora, tra lo stupore generale, Elisabetta si fidanzò con il più improbabile tra i pretendenti che da sempre, con puntuale cadenza, si offrivano alla sua mano da tutte le corti d’Europa: Francesco, duca di Alençon, fratello di Enrico III, re di Francia, più giovane di 20 anni della regina inglese, mestatore politico di prima riga, intrigante, sempre pronto a cospirare contro i fratelli, e spina nel fianco di Madama Caterina che non si capacitava come il suo ultimogenito fosse riuscito così, un agguerrito individualista, capace di tessere intrighi con tale incurante abbandono. Figuriamoci dunque alla corte di Francia come si respirò di sollievo quando ci si accorse che Elisabetta si stava infatuando davvero del giovane principe: sistemarlo in Inghilterra sarebbe stata l’occasione buona per tutti.
Alençon ed Elisabetta avevano infatti intrecciato un rapporto sempre più ardente per lettera e tramite intermediari. Uno di essi, Jean de Simier, prediletto del duca, era stato spedito a Londra affinché sussurrasse all’orecchio della regina carezzevoli lusinghe da parte del suo signore. Ed infatti le lusinghe erotiche del bel francese la facevano arrossire e sorridere come una fanciulla di vent’anni: sembrò ringiovanita, come notò l’ambasciatore francese Mauvissière, con una tale trasformazione da lasciare tutti sbalorditi.
L’infatuazione crebbe, alimentata da feste, banchetti a lume di candela, mentre dal duca giungevano lettere e pegni d’amore. Si temeva però da tutte le parti l’incontro tra i due innamorati: Alençon era piccolissimo di statura, molto brutto e sfigurato dal vaiolo: era tuttavia un combattente d’innegabile valore, colto, parlava diverse lingue, elegantissimo, charmant e la sua spregiudicatezza in politica sarebbe stata molto apprezzata da Elisabetta. Ma sarebbe davvero andata fino in fondo dopo averlo visto di persona?
Tutti, al di qua e al di là della Manica, erano preoccupati. Intanto i negoziati andavano avanti tra richieste di denaro sempre più forti da parte del duca – era infatti impegnato a combattere con i calvinisti francesi contro gli spagnoli -, tra i pareri discordanti dei consiglieri di Elisabetta e le crisi di gelosia del favorito Leicester, che fu però alquanto ammansito da un ingente somma di denaro e dall’invio di due focosi destrieri spagnoli, nonché reso innocuo dalla rivelazione del suo matrimonio segreto con Lettice Knollys.
Finalmente arrivò il giorno tanto atteso. I due fidanzati erano così preparati al peggio che, sorprendentemente, finirono per infatuarsi sul serio. Elisabetta era “conquistata dalle sue innumerevoli doti” e lo trovava delizioso nei modi. Prontamente divenne il suo “Ranocchio” – Elisabetta adorava dare soprannomi a tutti -, e, nello stupore attonito della corte, la regina e il suo Ranocchio cominciarono a filare la favola del perfetto amore. Parlavano speditamente in italiano che Elisabetta si piccava di conoscere benissimo e che il duca padroneggiava alla perfezione, essendo la lingua di sua madre. Lui le regalò una spilla a ricordo del soprannome, una rana d’oro appollaiata su di un fiore, lei ballava per lui con vigore e audacia facendogli segni segreti, e prima di partire il duca le infilò nell’esile dito un anello sfavillante di diamanti mentre Elisabetta affermava “che non avrebbe impedito che lui diventasse suo marito.”

Elisabetta era tuttavia tormentata dai suoi consiglieri che alternavano consigli differenti ogni qualvolta lo scenario internazionale cambiava, dai puritani che odiavano come la peste il cattolicissimo duca con i suoi modi sofisticati e che pur tuttavia gli erano necessari per governare, dai favoriti che le mettevano intorno gli avversari al matrimonio francese, dalle pretese di Enrico III, dalle richieste di denaro del suo Ranocchio, dagli insistenti lamenti degli spagnoli.
Pur tuttavia la sua passione divampava. Alençon, tornato a Londra, fu accolto con feste fiabesche, banchetti, mascherate e, quello che più conta, con teneri incontri privati. Fu appunto al culmine di un tale incontro, in una galleria di palazzo, che Elisabetta, alla presenza dell’ambasciatore francese che la sollecitava, del suo sbalordito consigliere Walsingham e del favorito Leicester, si sfilò un anello e lo diede ad Alençon, baciandolo sulla bocca, nell’antico rito matrimoniale dell’anello e della promessa. Deliziato, Alençon prese l’anello e toltosi uno dei suoi lo diede ad Elisabetta.
Ma come tutte le cose terrene anche questa ebbe a raggiungere il suo culmine e a sfiorire.
Alençon era sempre invischiato nelle sue guerre – aveva combattuto valorosamente contro gli spagnoli ai quali aveva strappato Cambrai – e aveva un cronico bisogno di denaro. Per di più i corteggiamenti alla regina gli erano costati moltissimo e non poteva attingere alle casse francesi, disperatamente vuote. Chiedeva quindi denari ad Elisabetta che era invece sempre stata parsimoniosa se non addirittura avara. Per di più cominciava ad essere palese l’ipocrisia del suo ”bruciante desiderio”: si seppe che frequentava prostitute a Londra, alcune delle quali gli avevano sottratto parte dei documenti ufficiali. In più, il re di Francia dava per certo la restituzione di Calais e una dichiarazione di guerra alla Spagna. Eventualità ugualmente inaccettabili, oltre alla sempre più accanita opposizione degli inglesi al matrimonio col fratello del re di Francia.
Elisabetta fece vedere il suo palese malcontento. Alençon comprese allora che il progetto gli sfumava tra le mani e divenne furioso: in una scenata memorabile ricordò le lettere, le promesse, il dono dell’anello, e giunse al punto di minacciare: “No Signora, voi siete mia: se non posso avervi in moglie con le buone maniere sarò costretto ad usare la forza”, finendo per scoppiare in lacrime davanti alla intera corte allibita.
L’avventura era dunque sfumata, le ultime briciole di romanticismo consumate. La partenza del duca fu quasi immediata e benché fosse stato dato ad intendere un suo ritorno, la verità era evidente: l’ultima speranza di matrimonio per Elisabetta se ne andava per sempre.
Così il principe Ranocchio ritornò veleggiando alla sua terra. “Patisco e non oso mostrare il mio scontento, amo, ma sono costretta a simulare odio”, si sfogava Elisabetta in rime petrarchesche.
Ancora una volta la regina si era piegata alla dimensione politica e la donna era stata messa da parte. Annunciò di essere stata costretta a quel passo per amore del suo popolo, ed era vero. Nelle sue poesie toccava corde diverse: ”Sono e non sono; gelo eppure ardo come fuoco, perché a me stessa, l’altra me stessa volta le spalle”. Aveva quarantotto anni e poteva vedere l’assurdità ma insieme l’intensità del suo amore per il giovane e galante duca francese: e di lì
a qualche anno doveva portarne il lutto, in velluto nero, rischiarato da molte fila di perle.

Come over the born Bessy, come over the born Bessy, sweet Bessy come over to me; and will the take. And my dere Lady make, before all other that ever I see.

“Vieni piccola Bessy, vieni piccola Bessy, dolce Bessy vieni qui da me; ed io ti prenderò. E mia adorata Signora ti faro, perché nessuna è come te.”

©Daniela Nutini

Sep 202011
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.

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Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.

(Bianca Maria Rizzoli)

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Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli »»qua.

Sep 062011
 

Vissuto durante la cosiddetta epoca barocca, Abraham Bosse (1602-1676) fu uno dei maggiori incisori francesi del XVII sec., membro dell‘Académie royale de peinture et de sculpture, nella quale insegnò prospettiva dal 1648 al 1661, ugonotto di fede e attento alla vita sociale quotidiana della sua epoca. Vita che descriverà in modo davvero esemplare in alcune delle sue incisioni. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il Traité des manières de graver en taille douce del 1645, e il Traité des manières de dessiner les ordres de l’architecture antique del 1665, quest’ultima in difesa del metodo proposto dal suo amico e maestro Girard Desargues.
Di seguito tre rappresentazioni.
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La Maestra di scuola, 1638:
Riunite probabilmente in un’abitazione della maestra, ecco un gruppo di allieve, tutte donne. A sinistra, una giovane è attenta, in solitario, alla lettura, mentre al centro, un gruppo di tre ragazze sembrano discutere con l’insegnate. Al fondo dell’incisione sulla parte destra, su una panchina vicino al letto, due di loro maneggiano il cestino con il pane e la frutta che hanno portato da casa. A destra in primo piano, una donna conduce la sorellina alla sua prima lezione. Poi, attraverso una porta, notiamo una cameriera spazzare il pavimento.
Un cagnolino rallegra la scena di stampo quasi familiare.
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Il negozio di un pasticciere, 1638:
Questo spaccato di vita quotidiana ci mostra il negozio di un pasticciere indaffarato a infornare dei dolci. Alcuni operai, o forse apprendisti, sono intenti chi con un rotolo di pasta, chi dando precisa forma a dei dolci. A destra, una cliente con un bambino paga una donna seduta comodamente. La scena è piena di dettagli: da forme per torte, a scaffali con oggetti vari, a cacciagione appesa e cosce di prosciutto. Prezioso il vaso decorativo con un girasole al centro dell’incisione.
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Il calzolaio, 1632-33:
Molteplici le forme di scarpe che pendono dal soffitto, fra cui alcuni stivali che, già adoperati per uso militare, entrano nella vita civile di tutti i giorni. Accanto al maestro calzolaio, la moglie che lo aiuta a controllare i tre ragazzi, distribuendo loro il lavoro. Mentre la donna fila su un piccolo aggeggio, l’uomo taglia un pezzo di cuoio che dà a uno dei lavoranti. Le ossa di cervo nel cesto vengono utilizzate per lucidare la pelle. Da notare la bottiglia di vino.

Aug 072011
 

Personaggio chiave della storia del Seicento, Richelieu (1585-1642) cercò di accentrare nelle mani del sovrano quanto più potere possibile. Uomo freddo, calcolatore, con i piedi in una realtà piena di congiure e in una Francia non certo facile da amministare, era propenso per una politica forte e dura, talvolta implacabile.
Di seguito una serie di immagini che lo rappresentano in alcuni momenti dei suoi 57 anni di vita.

Il cardinale Richelieu a sinistra in secondo piano con il re Luigi XIII, Luigi XIV da bambino, Anna d’Austria, ovvero la madre di Luigi XIV, e all’estrema destra la duchessa di Chevreuse. La collaborazione fra il sovrano e il cardinale iniziò nell’anno 1624, continuando sino alla morte di quest’ultimo, nel 1642. Qualche mese dopo morirà anche Luigi XIII.
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All’assemblea degli Stati Generali del 1614, Richelieu fu l’oratore del clero nella giornata di chiusura. Si fece notare dalla regina madre Maria de’ Medici per la sua eloquenza e le forti capacità di convincimento.
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Richelieu a colloquio con un ufficiale francese durante l’assedio alla roccaforte degli ugonotti, La Rochelle. Dietro lui, il suo grande amico di tutta la vita pére Joseph, al secolo François Le Clerc du Tremblay (1577-1638), uomo dotto e geniale.
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Il cardinale durante l’assedio di La Rochelle. Aveva fatto costruire una diga per meglio isolare la città e costringerla alla resa per fame. Così fu, dopo poco meno di 14 mesi, nel novembre 1628, La Rochelle deponeva le armi: i suoi abitanti erano passati da 25.000 a circa 5.000.
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Il re Luigi XIII concede a Nicolas Poussin (1594-1665) il titolo di pittore di corte. Richelieu, al centro della scena, lo indica con la mano.
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Il cardinale Richelieu davanti alla Sorbona, dove aveva studiato, diventandone poi rettore nel 1622.
Ricordiamo in quegli anni la fondazione della Gazette de France (1631) diretta da Théophraste Renaudot, un foglio piegato in otto pagine che raccoglieva le più disparate notizie, e piacque tanto a Luigi XIII che vi partecipò con una serie di articoli (ovviamente anonimi). Nel 1635 nasceva l’Accademia di Francia.

Aug 042011
 

Movimento di pensiero, movimento culturale e filosofico nato in Inghilterra verso la fine del XVII secolo, l’Illuminismo portò un’aria nuova nella storia della società occidentale tuttavia ancorata all’Ancién Regime, a tal punto da poter azzardare dire che siamo figli di quel periodo storico. Alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”, così rispondeva il filosofo Kant:

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve attribuire a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi della propria intelligenza senza la guida di un altro. […] Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell’Illuminismo. Sennonché all’Illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.

Di seguito cinque dei tanti personaggi che ebbero un ruolo essenziale nella diffusione delle nuove idee che vi invito ad approfondire.

Montesquieu (1689-1775) sosteneva, fra le altre cose, che il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario dovevano essere separati per un migliore esercizio della libertà del cittadino. “Le leggi, diceva, non devono accordarsi al principio di ciascun governo, meno di quei che si accordino con la sua natura” (da Lo spirito delle leggi).
Dotto giurista, appassionato di scienze naturali e di fisica, ammirava come gli inglesi amministravano il loro stato, ma non per ciò desiderava importare il modello. Dei tanti scritti, ricordiamo: Lo spirito delle leggi, Lettere persiane

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Jean Baptiste d’Alembert (1717-1783) lo ricordiamo per aver partecipato alla stesura dell’Encyclopédie. Matematico, fisico, filosofo, affermava che il progresso sociale è strettamente legato al processo della conoscenza, per cui l’uso della ragione era di vitale importanza. E giacché la vita è basata sull’utilità, è necessario avvicinarsi alle scienze che danno un immediato risultato pratico piuttosto che alla religione. In tutto ciò “la filosofia non è altro che l’applicazione della ragione ai differenti oggetti sui quali essa può essere esercitata” (da Philosophie expérimentale).

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Denis Diderot (1713-1784) era dell’idea che l’uomo è il principio primo e ultimo dell’esistenza, da lui si parte e a lui si ritorna, e l’esperienza è parte fondamentale, così come la libertà. “La libertà, insisteva, è un dono del cielo e ogni individuo della stessa specie ha il diritto di fruirne non appena è dotato di ragione. [...] Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono; sicché, se questi ultimi diventano a loro volta i più forti e si scrollano di dosso il giogo, lo fanno con altrettanto diritto e giustizia di chi l’aveva loro imposto. La stessa legge che ha fondato l’autorità la distrugge; è la legge del più forte” (in Il pensiero politico dell’illuminismo – a cura di Edoardo Tortarolo).
Promotore ed editore dell’Encyclopédie, insieme a d’Alembert, è un personaggio chiave dell’Illuminismo. La maggior parte dei suoi scritti sono stati pubblicati dopo la sua morte, annotiamo qua: Scritti politici, Memorie per Caterina II, Pensieri filosofici, L’uomo e la morale, e via dicendo.

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L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. […] finché un Popolo è costretto a obbedire e obbedisce fa bene, appena può scuotere il giogo e lo scuote fa ancora meglio, giacché, recuperando la sua libertà per mezzo dello stesso diritto con cui gli è stata sottratta, o è autorizzato a riprendersela o nessuno lo era mai stato a togliergliela. D’altra parte l’ordine sociale è un diritto sacro, che serve da base a tutti gli altri” (da Emilio). Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), riveste la figura ribelle dell’epoca, una figura che ebbe notevole influenza nel pensiero dell’epoca, ma anche dopo. Discorso sulle scienze e le arti, Contratto sociale, Emilio, sono alcuni dei libri più riusciti di Rousseau.

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Esponente sicuramente principale dell’Illuminismo, Voltaire (1694-1778) fu un filosofo, scrittore, drammaturgo, grande letterato, nonché storico. Era un ammiratore della politica illuministica di Federico II di Prussia, e riguardo alla forma di governo sosteneva che un sovrano doveva avere come obiettivo la felicità del popolo, evitando i conflitti bellici. “Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia” (da Il filosofo ignorante).
Era rimasto affascinato dalle idee innovative di Locke e di Newton.

Jul 192011
 

Tre libri da leggere con attenzione per entrare nelle dinamiche della Rivoluzione francese:

Iniziamo con i due tomi di François Furet e Denis Richet, La Rivoluzione francese, che partendo dall’Ancién Regime ci conducono passo a passo fino a Bonaparte.

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Lo storico inglese Alan Forrest, con la sua Rivoluzione francese, ci da un diverso punto di vista, entrando anche nell’aspetto popolare dell’evento.

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Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, non poteva mancare. Un libro che parla della forza delle donne, del loro coraggio, della loro essenziale parte nella rivoluzione dell’89.

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»»»Qua una serie di articoli sulla Rivoluzione francese.

Jul 102011
 

Nessun evento nella vita è isolato, tutto è un concatenarsi di accadimenti che hanno ripercussioni sia nel breve periodo sia nel lungo periodo, sia nel luogo più vicino che nello spazio più lontano.
San Quintino è una città della Francia settentrionale, nella regione della Piccardia, vicino al fiume Somme e al canale di San Quintino, oggi prospero centro con circa 60.000 abitanti. E fu proprio là che si combatté la battaglia che diede seguito alla pace di Cateau-Cambrésis e alla fine delle cosiddette guerre d’Italia.
Il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo (1), l’esercito francese al comando del maresciallo Anne de Montmorency (1492-1567), forte – secondo alcune stime – di 18.000 fanti e 6.500 cavalieri, si scontrò con quello spagnolo agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), spagnolo composto da 6.000 fanti e 4.000 cavalieri.
Il terreno di scontro fu nei pressi della roccaforte di Saint Quentin, che al tempo era assediata e chiedeva aiuto a Montmorency. Questi, in un modo o nell’altro, riusciva a far entrare un contingente di 500 militari alla testa di Gaspard de Châtillon (1519-1572). Contento del fatto suo, il maresciallo volle ritentare personalmente l’impresa per aiutare ancor più gli assediati, ma stavolta trovava sul campo un Emanuele Filiberto che lo costringeva di sorpresa alla lotta. Nel feroce scontro, 14.000 soldati francesi furono abbattuti o catturati, mentre nelle file spagnole solo 400 le vittime. Lo stesso Montmorency fu fatto prigioniero, così come tutto il parco artiglieria che portava con sé cadde in mano nemica. Il successo del Savoia fu tale che, per ricompensa, riottenne buona parte dei territori persi, nel frattempo in mano francese e spagnola.
La via per Parigi adesso era aperta. Il Duca di Savoia aveva chiesto a Filippo II il permesso di poter marciare sulla capitale, distante poco più di 150 km., per raccogliere i frutti della vittoria, ma il re decideva diversamente. La pace si firmava dunque qualche anno dopo, il 3 aprile 1559.

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1. Per celebrare la vittoria, Filippo II decise la costruzione del Monastero dell’Escorial.

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La battaglia di San Quintino, 1557

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.