Feb 172015
 
Denis Diderot

Denis Diderot

L’epoca da noi considerata non erano certo decenni di libertà d’espressione, la pubblicazione di libri libelli periodici era sottoposta a un controllo regio a volte duro e spietato, tutti i manoscritti dovevano passare per le mani di un censore che ne vagliava il contenuto e aggiudicava o respingeva la stampa. Con Lamoignon de Malesherbes (1721-1794) forse si ebbe una leggera maggiore tolleranza, fu lui ad appoggiare, per esempio, il prosieguo dell’Encyclopédie. 

Lo stesso Diderot (1713-1784) fu incarcerato dal 24 luglio al 3 novembre 1749 per aver dato alle stampe Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, o ricordiamo l’ordine di arresto a Rousseau (1712-1778) per l’Emilio o dell’educazione, nel 1762, Rousseau che dovette fuggire.

La produzione francese di volumi autorizzati o per privilegio o tacitamente ebbe un incremento notevole nel secolo da noi considerato, basti pensare che dal 1723 al 1789 più di 30.000 testi (1) ottennero il beneplacito per passare ai torchi. La maggior parte dei libri venuti alla luce erano dedicati alle scienze, all’arte, alla medicina, all’agricoltura, alla politica, mentre quelli sulla religione iniziavano ad avere minor interesse fra i lettori. La maggior parte in lingua francese, il latino oramai declinava sempre più.

Tale, tanta e varia fu la produzione che in una lettera a Malesherbes del 5 novembre 1760, Rousseau scriverà:

La vendita di libri in Francia è prodigiosa, grande quasi come in tutto il resto d’Europa. In Olanda, è quasi nulla. Al contrario, si imprimono proporzionalmente più libri in Olanda che in Francia. Cosicché, potrebbe dirsi in un certo qual modo che il consumo è in Francia e la produzione in Olanda.” (2)

In effetti la stessa Enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1717-1783) aveva ricevuto offerte per essere data alla luce a Neuchâtel, a Cléveris o nella stessa Olanda, ma alla fine sarà Andrés Le Breton (1708-1779) ad avere la concessione. All’estero, clandestinamente, usciranno gli scritti di tanti autori, fra cui Voltaire che si affiderà ai fratelli Gabriel e Philibert Cramer di Ginevra, Rousseau sarà impresso ad Amsterdam dalla tipografia di Marc Michel Rey, etc. (3)

Un gioco economico talvolta proibito che andava a finire dunque fuori i confini gallici e che non riportava il luogo di pubblicazione quando il testo non era tollerato dalle autorità. Lione e Rouen saranno nella Francia di quei decenni le due città dalle quali usciranno una gran quantità di libri (4) che non avevano ottenuto autorizzazione.

La tirature variavano a secondo l’autore e l’argomento, dai 1.000 esemplari della prima edizione de Il Secolo di Carlo XII di Voltaire ai 3.000 della Storia Naturale di Buffon (1707-1788), e se parliamo di periodici, 7.000 erano le copie normalmente impresse del Mercurio di Francia (5).

Già che ci siamo, diamo qualche cenno sui foglietti dell’epoca, sui libelli, sui bollettini, sui notiziari che andavano per la maggiore.

Esiste un genere di libri che in Persia non conosciamo per niente e che qui mi sembra molto alla moda: i giornali. La pigrizia si sente lusingata leggendoli: si è estasiati di poter scorrere trenta volumi in un quarto d’ora.” (6)

faceva dire Montesquieu al suo Usbek (1721).

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Fra i più noti al tempo, o poco prima, la Gazette de France (1631) di Teophraste Renaudot (1586-1653), il già citato Mercure de France (1672) a cura di Jean Donneau de Visé (1638-1710), poi il Journal des Savants, sicuramente il primo giornale scientifico d’Europa (1665), e tanti altri che spesso duravano lo spazio temporale di pochi mesi.

A chi erano dirette queste pagine date alle stampe?

Generalmente e con le dovute eccezioni i lettori, gli acquirenti, erano per lo più la classe abbiente, aristocratici, nobili, i religiosi, inoltre coloro che avevano avuto possibilità di studiare, seguiva poi la borghesia, i mercanti più colti. Rilievo ebbe peraltro l’apertura dei gabinetti di lettura, ricordiamo a Parigi quello del libraio Grangé (1762) o quello di Moureau (1779), luoghi in cui si poteva entrare e leggere al prezzo di pochi spiccioli e, magari, iniziare una conversazione che permetteva creare una specie di circolo informale. Una passione che attraversò l’epoca e permise altresì il diffondersi dell’Illuminismo.

Per la classe meno “alfabeta” che desiderava avvicinarsi alle pagine scritte e illustrate, ecco la letteratura cosiddetta popolare, quei romanzi di evasione comprati con pochi denari, talvolta meno di 2 soldi, stampati in carta grossolana, male impaginati, di solito meno di 120 pagine, così come pure tutta quella serie di libelli che trattavano di catechismo, vita dei santi, cantici, pratiche religiose, racconti di avventura, miti, leggende, fantasia. E non bisogna dimenticare i famosi almanacchi, come Il Grande Calendario, in cui si illustravano i lavori agricoli, i giorni della settimana, tradizione orale, astrologia, e via dicendo.

Queste poche righe per entrare in un continuum storico che conduce alla realtà odierna, quel passaggio iniziato da Gutenberg a metà del XV sec. e che permetterà, lentamente e lungo il trascorso dei secoli, una maggiore alfabetizzazione delle classi sociali più basse. E l’Epoca Illuminista è da considerare come punto di svolta dell’intero sistema culturale.

*****

- 1. ‪Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, El siglo de las Luces, ed. Akal, 2013, pag. 524.
– 2. in Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 526 (trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato).
– 3. Gaspare Armato, Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, UK, 2009, pag. 214.
– 4. A volte erano indicate le città di Amsterdam o Ginevra come luogo di stampa, altre volte erano luoghi di fantasia.
– 5. Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 527.
– 6. Montesquieu, Lettere Persiane, lettera CV.

Feb 022015
 
Encyclopédie, D'Alembert e Diderot

Encyclopédie, D’Alembert e Diderot

La pubblicazione dell’Encyclopédie da parte di Diderot e compagnia bella, a partire dalla metà del Settecento, fu momento di riflessione culturale, un’opera che abbracciava i più svariati campi del sapere umano e che tentava rompere un sistema tuttavia legato al passato. L’Enciclopedia francese, che oltretutto fu manifesto – in lato sensu – dell’Illuminismo, si interessò inoltre del problema dell’istruzione tanto a cuore ai filosofi dell’epoca, un’istruzione legata alle classi privilegiate, mentre quelle popolari si mantenevano in-con una cultura orale tramandata da padre in figlio, da anziano a giovane, e che raramente superava i limiti del villaggio o del paesino.

Se passeggiamo per l’Europa di quei decenni, l’analfabetismo si estendeva dalla Russia di Caterina II la Grande alla Spagna di Ferdinando VI Borbone e successori ancorata al mondo agricolo, dall’Italia politicamente frammentata alla Francia di Luigi XVI all’Austria di Maria Teresa, quasi a dire che la persistenza di una certa struttura feudale faceva sì che la massa rurale restasse passiva, poco attiva e ignorante.

Cosa leggermente diversa se guardiamo la parte protestante del continente, dove la lettura delle Bibbia, necessità religiosa per avvicinarsi direttamente a Dio, era pratica quotidiana di tutti, sicché l’istruzione, almeno quella legata alla capacità di leggere, era considerata necessaria. Vedi, per esempio, la Svizzera, l’Olanda, la Scozia, parti della Germania…

Federico II di Prussia, viceversa, nel 1763 aveva promulgato un regolamento che obbligava l’insegnamento elementare per i bambini dai 5 ai 13 anni: sarebbe interessante analizzare l’effettività della legge.

In Francia i giochi in generale stavano così: la zona Nord-Est sembrava più alfabetizzata rispetto a quella Sud-Ovest. Un resoconto afferma che su 344.220 matrimoni celebrati fra il 1786 e il 1789 il 47% erano firmati da uomini e un 26% da donne (1). Con il trascorso dei decenni, l’importanza delle scuole nei villaggi veniva sempre più tenuta in conto, al punto tale che la comunità locale costruiva o affittava gli edifici necessari pagando altresì i maestri. Un’educazione ancora elementare in cui l’istruttore poteva essere un sacrestano, uno scrivano, qualcuno appena alfabeta, per offrire rudimenti di lettura, poi di scrittura e qualche cenno di calcolo matematico. Per le fanciulle esisteva peraltro la possibilità di entrare nelle congregazioni religiose.

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Nelle medie e grandi città, artigiani bottegai commercianti piccoli borghesi possedevano una cultura superiore alla media, una formazione che permise una maggiore diffusione delle idee illuministe. Nel 1785 a Tolosa, a mo’ d’esempio, si rileva un leggero progresso dell’alfabetizzazione cittadina rispetto al 1749: la percentuale delle donne della piccola borghesia che non sanno leggere era scesa dal 30 al 25%, proporzionalmente anche quella dei ceti inferiori (2).

Ma era davvero priorità dell’Illuminismo offrire conoscenze al popolo?

Il dibattito fu certamente vivo e variegato, da quando i fisiocratici avevano affermato la necessità di un’educazione gratuita, obbligatoria e laica, in opposizione, per esempio, all’abate Noël-Antoine Pluche (1688-1761) o a Charles Pinot Duclos (1704-1772) nel cui Essais sur les Ponts et Chaussées, la Voirie et les Corvées (1759) diceva che l’istruzione rendeva il contadino orgoglioso. Più duro l’intervento di Louis-René de Caradeuc de La Chalotais (1701-1785) in cui insisteva nel suo Essai d’éducation nationale (1763) sull’eccessiva diffusione dell’educazione elementare. L’argomento è vasto e controverso per esser sviluppato in questa sede, considerando fra l’altro gli interventi di Kant (1724-1804) per il quale ogni individuo doveva esser capare di riflettere con la propria testa o di Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) quando scriveva:

Se per educazione si intende semplicemente quella che si riceve negli stessi luoghi, e da parte degli stessi maestri, essa risulta allora la medesima per un’infinità di uomini.

Ma se a questo termine si attribuisce un significato più autentico e più esteso, comprensivo di tutto quello che coopera alla nostra istruzione, si può dire che nessuno riceve la stessa educazione. Infatti ognuno ha per propri maestri, per così dire, la forma di governo sotto la quale vive, i suoi amici, le sue amanti, la gente da cui è circondato, le sue letture, e infine il caso – cioè un’infinità di avvenimenti di cui, per la nostra ignoranza, non siamo in grado di scorgere la concatenazione e le cause. Questo caso ha una parte assai maggiore di quella che si ritiene nella nostra educazione. Esso pone certi oggetti sotto i nostri occhi, ed è quindi occasione delle idee più felici; talvolta esso ci conduce alle più grandi scoperte.” (3)

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Per non dimenticare le opinioni di Diderot a favore di un’educazione che avesse legami con il mondo reale, quello di tutti i giorni, magari più scientifica rispetto al passato. O, anni prima, il sostituire la memoria passiva con il ragionamento, di John Locke (1632-1704) con il suo Pensieri sull’educazione che tanta influenza avrà nel tempo.

Da secoli, poi, l’istruzione in Francia era nelle mani per lo più di religiosi, gesuiti in primo piano, almeno fino al 1762, anno della soppressione dell’Ordine, quell’istruzione secondaria fondata sul latino, sulla retorica, sulla scolastica. Passando poi sulle spalle degli Oratoriani che a poco a poco aprirono le porte a materie come la lingua francese e alla storia. Piccoli cambiamenti che preannunceranno l’effettività della rivoluzione illuminista.

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– 1. ‪Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, El siglo de las Luces, ed. Akal, Madrid, 1992, vol. II, pag. 517.
– 2. Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, op. cit., pag. 519.
– 3. Claude-Adrien Helvétius, Sullo Spirito, III, I, 1758, in Pietro Rossi, Gli illuministi francesi, Loescher, Torino, 1987, pag. 283.

Jan 202015
 

Ogni condannato a morte avrà tagliata la testa.”
(1)

Joseph-Ignace Guillotin

Joseph-Ignace Guillotin

Quest’uomo dagli occhi azzurri e parrucca bianca nell’immagine a sinistra fu il medico e politico francese Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), celebre per aver dato il nome alla triste macchina “taglia-teste”, protagonista indiscussa della Rivoluzione francese.

Ma il vero padre della Louisette, nome con cui inizialmente venne chiamata la ghigliottina, fu il chirurgo, sempre francese, Antoine Louis (1738-1792), incaricato proprio da Guillotin, che gli aveva suggerito disegnare un arnese che potesse decapitare senza dolore, una macchina “democratica”, non più riservata a nobili e ad aristocratici, ma a tutti indistintamente, preti, artigiani, contadini, borghesi, alta società. Giacché sotto l’Ancien Régime, secondo il reato commesso, la vittima poteva esser uccisa con un colpo di spada, bruciata sul rogo, con la ruota della tortura e via dicendo.

E Antoine Louis, sulla base di altre già esistenti – ricordiamo che oggetti simili erano già stati adoperati in Boemia nel XIII sec., in Germania (chiamata Fallbeil), in Scozia (la Maiden di Edimburgo), in Inghilterra (il Patibolo di Halifax), in Italia (la Mannaia) – e avendo come assessore il boia ufficiale di Parigi Charles-Henri Sanson (1739-1806), ne abbozza una che poi sarà fabbricata dal costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmidt (1768-1821) per la modica somma, si fa per dire, di 960 franchi d’oro.

Le prime prove si eseguono nel 1792 su pecore e poi su cadaveri nell’ospedale parigino di Bicêtre, modificando la lama orizzontale per una di forma obliqua, più efficace nel taglio. I risultati furono tali che l’Assemblea Nazionale l’adottò immediatamente, adoperandola per tutti, senza distinzione di ceto sociale.

Ma la vera grande protagonista della Rivoluzione è proprio la ghigliottina ed è lei a ottenere il meritato riconoscimento artistico. Durante il Terrore questo strumento di vendetta è talmente idolatrato da divenire l’eroina di un’opera teatrale, La Guillotine d’amour. Il 16 luglio 1793 il «Journal des spectacles» annunciava:

«Si preparano due nuove pantomime al teatro Lycée, i cui titoli sono Adéle de Sacy e La Guillotine d’amour. Ignoriamo quali sono i soggetti dell’una e dell’altra, ma il titolo orribilmente singolare della seconda è ben capace senza dubbio di stimolare la curiosità pubblica.»” (2)

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Esecuzione di Robespierre, 1794

Esecuzione di Robespierre, 1794

Così fu.
Fra i tanti ghigliottinati della Rivoluzione francese ricordiamo il re di Francia Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, Maximilien de Robespierre, Georges Jacques Danton, Antoine Lavoisier, per seguire con Camille Desmoulins, Louis Saint-Just, Charlotte Corday e tanti altri, essendo stato Nicolas-Jean Pelletier, accusato di furto e omicidio, il primo della serie, 25 aprile 1792.

La ghigliottina, marchingegno di orrore, fu altresì rito teatrale, fu spettacolo cui partecipava il pubblico, un pubblico spesso diverso a secondo del soggetto decapitato e natura del crimine, e talvolta il “programma”

“[…] sfortunatamente non funziona a dovere, perché si scopre che la maggior parte degli aristocratici non ha paura di morire: noblesse oblige. Spesso, una volta issati sul patibolo, ridono, scherzano e prendono in giro boia e spettatori, continuando a guardare dall’alto in basso il Terzo Stato, e non solo per la scomoda posizione in cui si trovano. In preda a una luttuosa euforia, c’è anche chi balla elegantemente sulla carretta che lo conduce al supplizio.” (3)

Eppure

Ciò non toglie che, durante la dittatura di quaranta giorni dello stesso Robespierre, la ghigliottina non smise di funzionare. Dal 10 giugno al 27 luglio 1794, milletrecentosettantatre teste caddero «come tegole»: l’espressione da costruttore è di Fouquier-Tinville in persona. Fu l’apogeo dell’applicazione legale della pena di morte in Francia.” (4)

Nel corso della Rivoluzione, la definizione di reato punibile con la pena di morte diventò vieppiù vaga, passando dal cospirare contro la repubblica al dichiarare esser per il ritorno della monarchia, dall’esser sfavorevoli a ulteriori cambiamenti rivoluzionari a opinioni discutibili, dal semplice omicidio-vendetta al furto per la sopravvivenza e addirittura all’offrire cibo e acqua a soldati austriaci contro cui si combatteva. La testa poteva cadere facilmente! Cosicché il suo uso fu sempre più ampio ed equivoco.

Un oggetto che conquisterà rapidamente l’interesse dell’epoca:

Che la ghigliottina costituisca una perversa «macchina estetica» lo comprovavo unanimemente la sua poetica e la sua efficacia e lo conferma perfino una somma di circostanze empiriche, solo in apparenza gratuite. La poetica è riassunta nelle parole pronunciate da Saint-Just all’Assemblea Nazionale: essere la ghigliottina una macchina gradita aux âmes sensibles, ‘alle anime sensibili’. L’attenzione spettacolare è attestata dal nereggiare della folla che, nei suoi giorni di gloria, non si stancherà mai di accalcarglisi attorno. Così il palco della ghigliottina si trasforma in un palcoscenico tanto per le vittime che per la massa degli spettatori.” (5)

Dal peso totale di circa 550 kg. e una lama di 39 kg., la ghigliottina resterà in vigore in Francia fino al 1977, la cui ultima decapitazione avverrà nel carcere di Marsiglia.

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– 1. Code pénal, 6 ottobre 1791, art. 3.
– 2. Antonio Fichera, Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria, ed. Castelvecchi, Roma, 2004, pag. 175.
– 3. Antonio Fichera, op. cit., pag. 277.
– 4. Julia Kristeva, La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, ed. Donzelli, Roma, 2009, pag. 122.
– 5. Alberto Boatto, Della ghigliottina considerata una macchina célibe, Libri Scheiwiller, Milano, 2008 pag. 11.

Nov 272014
 
Pierre Corneille all'Hotel de Rambouillet

Pierre Corneille all’Hotel de Rambouillet

Non c’è stato e non c’è movimento rivoluzionario che non abbia avuto la propria genesi nell’incontro-scontro di idee, nei dialoghi, nei dibattiti privati o pubblici, un gioco trasversale che inizia, a volte, nei caffè, nei circoli, nei luoghi meno immaginabili.

Sappiamo bene che le idee illuministe ebbero una certa influenza nelle decisioni seguenti della rivoluzione francese, pensieri sviluppatisi, certamente non solo, nei salotti letterari francesi dell’epoca. Luoghi frequentati dai più disparati personaggi, con i dovuti distinguo:

Nel Settecento inoltre si devono oramai distinguere i salons letterari dalle «conversazioni» o salotti mondani, in base al criterio di una specifica vocazione culturale contrapposta alla mera socialità o «galanteria». Il termine salons del resto è posteriore al dispiegarsi del fenomeno: si usava piuttosto compagnia o cotérie. L’Inghilterra fu caso a parte, con ben pochi luoghi di socialità d’influenza francese; Italia e Germania, Vienna e Berlino ebbero i loro salons, che tuttavia non attinsero mai al primato assoluto dei modelli parigini nella direzione del movimento dei Lumi.” (1)

Salon che si potrebbe far risalire nel 1625, in un certo qual modo, a quello della marchesa di Rambouillet e del suo hotel, poco distante dal palazzo reale del Louvre, là, in quella Parigi poco prima che Luigi XIV assumesse potere assoluto. Salotti che dalla reggenza di Anna d’Austria e Mazzarino si moltiplicarono a vista d’occhio e, quasi sempre, condotti da “dame letterate”. Ecco dunque quello della ricca borghese Madame Geoffrin, il vivace e animato del barone Paul Henri Thiry d’Holbach, forse l’unico salotto parigino promosso da un uomo, quello di Madame de Staël, quello di Marie Anne Doublet, ecc. Mezza Europa ne fu interessata, menzioniamo le conversazioni (»»qua un relativo articolo) avvenute, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, nei salotti berlinesi ebraico-tedeschi di Henriette Herz, figlia di un benestante medico, Rahel Levin Varnhagen, figlia di un ricco gioielliere, e Dorothea Veit, compagna di Friedrich Schlegel, uno dei padri fondatori del romanticismo.

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L'orfano della Cina, 1812

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L’orfano della Cina, 1812

Luoghi di incontri altresì, accettando ricevere una società mista uomini e donne – chiaramente tuttavia elitaria -, spesso forniti di ricche biblioteche a disposizione dei frequentatori, come in Italia:

“[…] biblioteche fruibili da chiunque frequentasse la casa, sono segnalati dai viaggiatori un po’ in tutta Italia, da Napoli a Torino, a Roma, a Milano. Basti solo ricordare, come esempio, la biblioteca ed il salotto, tra Mergellina e Posillipo, dei fratelli di Gennaro a Napoli, luogo di incontro massonico e di dibattiti sulle grandi questioni delle riforme politiche ed economiche del momento. Anche i Berio avevano, a Napoli, una fornita biblioteca e un palazzo sempre aperto alle «dotte conversazioni».” (2)

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

La regia delle discussioni era per lo più relegata alle donne che con sapiente e intelligente intuito riuscivano a moderare e condurre i dibattiti, argomenti di carattere letterario, scientifico, artistico, musicali, a volte frivoli, altre volte politici, una “gestione” non certo semplice, ché accadeva che qualcuno offendesse altrui sentimenti.

Donne che, emancipandosi lentamente e assurgendo più numerose sulla scena pubblica, seppero distinguersi e imporsi, e non solo in Francia. In Italia, a mo’ di semplice nota, ricordiamo:

Nella prima metà del Settecento, avevano animato le conversazioni dei salotti napoletani qualificate presenze femminili, come Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone. […] Queste donne, che parlavano e scrivevano correttamente in almeno una lingua straniera, potevano in genere vantare la traduzione in italiano di note opere scientifiche.” (3)

In poche parole, non è da sottovalutare l’influenza che i salotti ebbero nello sviluppo storico del tempo e di quelli che seguirono (»»qua un articolo conversare ieri e oggi): concetti e argomenti dibattuti dentro quattro mura uscivano fuori per esser messi in pratica e coinvolgere gli avvenimenti. E nello stesso tempo è d’annotare l’azione di quelle donne che difendevano e propagandavano i nuovi ideali, una lenta rottura con l’Ancien Régime che vedrà sorgere, poco a poco, il mondo a noi contemporaneo.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Non si può certamente racchiudere in un breve articolo come questo il fenomeno “salon”, un fenomeno che interessò e prese piede in mezzo continente, oltrepassando l’oceano e raggiungendo i nascenti Stati americani. Abbiamo solo voluto dar vetrina a un “costume”, un “abito” che sarebbe interessante poter riportare in vita, magari coinvolgendo un pubblico più ampio che in passato.

Lascio di seguito alcuni testi per approfondire:

- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2006.
– Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi, Milano, 2001.
– Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013.
– Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013.
– Giuseppina Rossi, Salotti letterari in Toscana. I tempi, l’ambiente, i personaggi, ed. Le Lettere, Firenze, 1992.
– a cura di Maria Luisa Betri e Elena Brambilla, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.

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– 1. Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013, pag. 54.
– 2. Maria Consiglia Napoli, Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 9.
– 3. Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 251.

Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

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Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
Nov 022014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Illuminismo?
  2. In quale Paese europeo ebbe inizio e in che secolo?
  3. Chi furono i principali esponenti?
  4. Quale pubblicazione potremmo considerare essere emblema di quel periodo?
  5. Quali sovrani europei abbracciarono tale pensiero filosofico?
  6. Quali conseguenze ebbe l’Illuminismo nella politica europea, e non solo?
  7. In quali ambienti francesi si dibatterono concetti cari all’Illuminismo?
  8. In quali Paesi si diffuse l’Illuminismo?
da sinistra a destra, d'Alembert, Diderot, Kant, Jean-Jacques Rousseau, Voltaire

da sinistra a destra, d’Alembert, Diderot, Kant, Jean-Jacques Rousseau, Voltaire

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Risposte:

  1. Fu un movimento di idee politiche sociali culturali filosofiche che si valeva dell’intelletto per dare risposte all’ignoranza e alla superstizione. La ragione come veicolo per illuminare la mente degli uomini (»»qua uno scritto di Kant).
  2. Sebbene ebbe genesi nell’Inghilterra di fine Seicento primi del Settecento – ricordiamo la figura di John Locke -, la Francia fu il paese in cui principalmente si sviluppò poco prima della metà del XVIII sec.
  3. Potremmo dire esser stati, in Francia, Diderot, D’Alembert, Antoine-Laurent de Lavoisier, Voltaire, Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, e tanti altri (»»qua).
  4. Certamente l’Encyclopédie, volumi stampati fra il 1751 e il 1772, con successivi supplementi e revisioni.
  5. Il sovrano di Prussia Federico II, Giuseppe II d’Austria, Caterina II di Russia, e vari altri.
  6. Alla luce delle nuove idee, si ruppe con un passato legato all’Ancien Régime e alle aristocrazie. La Rivoluzione americana potremmo affermare, in un certo modo, aver avuto semi nell’Illuminismo, così come, sicuramente, quella francese di fine XVIII sec. (»»qua altri spunti).
  7. I salotti letterari del XVIII secolo (»»qua), e, poi, i caffè (»»qua), furono i luoghi dove si incontrarono-scontrarono le nuove idee, avendo avuto una funzione sociale e politica non indifferente.
  8. Partendo dalla Francia, si propagò verso l’Austria, la Russia, la Prussia, l’Italia, in alcuni Paesi più palese in altri meno.
Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

*****

– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Feb 252014
 
A sinistra, esecuzione di Carlo I d'Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

A sinistra, esecuzione di Carlo I d’Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l’unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°.” (1)

Londra, 30 gennaio 1649, decapitano Carlo I d’Inghilterra;
Parigi, 21 gennaio 1793, Luigi XVI di Francia subisce la stessa sorte: la Rivoluzione francese accelera il passo.

La testa del sovrano inglese, di rimbalzo, ha colpito quella di Luigi XVI facendola cadere a distanza di 144 anni. Due eventi distanti nel tempo e nello spazio, un lungo percorso storico che, in un certo qual senso, è collegato. Se l’hanno fatto gli inglesi, possono farlo anche i francesi, si potrebbe suggerire (sic!).

Nella storia, gli avvenimenti hanno sempre una causa e una conseguenza, così come se di primo acchito possono sembrare slegati, discontinui e indipendenti, alla fine risultano essere, analizzati a distanza di anni, un insieme di fili che si sorreggono a vicenda, una matassa intrecciata dall’uomo nella quale, lo ripetiamo spesso, tutto ha una relazione-interrelazione.

E in effetti, lo scossone che ebbe nel XVII secolo l’Inghilterra degli Stuart, la ricerca di un miglior modo di vivere e governare, quelle tasse – certamente non solo – che gravavano sulle spalle dei meno abbienti, ebbe ripercussioni, con il trascorrere dei decenni, anche nella Francia dell’Ancien Régime di fine XVIII secolo, una Francia in crisi economica e sociale, una Francia che spesso insorgeva per la mancanza di pane, una Francia che vedrà peraltro nella guerra d’indipendenza delle colonie americane motivo d’ispirazione per la sua.

Leggiamo di seguito una serie di articoli riguardanti alcuni particolari della Rivoluzione francese.

Introduzione alla Rivoluzione francese del 1789.
La marcia su Versailles, ottobre 1789.
L’abolizione dei diritti feudali in Francia: 1789.
I cahiers de doléances nella Francia del XVIII secolo.
Le donne della Rivoluzione francese.

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- 1. Petr Alekseevic Kropotkin, La Grande Rivoluzione: 1789-1793, kindle pos. 2195.

Dec 132013
 

Con un calendario e un orologio, era possibile,
a trecento leghe di distanza,
dire con precisione cosa facesse.” (1)

Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.

Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.

Luigi XIV e la Francia del suo tempo

Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca. E allora inquadrarlo nella rispettiva epoca è punto di partenza per meglio entrare nelle dinamiche del suo essere stato.

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Memorie di Luigi XIV

Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui Gigliola Pasquinelli è la redattrice, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari. Documenti necessari e preziosi che permettono capire la mentalità di un sovrano che influì nelle idee del tempo.

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Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne

Interessante lo spaccato che ci offre Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere, certamente influenzato dalla figura materna. Furono le donne, in un certo qual modo, a dare vitalità alla sua variegata corte, una corte dove il Re Sole era protagonista indiscusso.

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- 1. Louis de Rouvroy de Saint-Simon, in Parallele des trois premiers rois bourbons

Aug 262013
 

Annotava lo scrittore francese Jean de La Bruyère (1645-1696):

L’attitudine alla conversazione non consiste nel mostrarne molta, quanto nel suscitarla negli altri.

La sapeva lunga Jean, autore di Les Caractères ou les Mœurs de ce siècle, testo in cui si soffermava ad analizzare, peraltro, i vari comportamenti dell’uomo nella società.
Ben sappiamo che il periodo che va dal Seicento al Settecento ci è noto anche per i famosi salotti francesi, ricordiamo quello di marchesa di Sablé, quello di Madame de Pompadour o ancora quello di Madame de Staël, donne che coltivavano l’arte della conversazione.

Vera e propria arte, giacché conversare era ed è davvero maestria, con regole e convezioni da tenere in conto, evitando argomenti che potrebbero portare a inutili liti verbali e non, lasciando la parola prima alle donne e agli anziani, dove nessuno è superiore e nessuno è escluso, suggerendo con educazione punti di vista diversi e poco consueti, insomma quasi un vademecum da seguire se si voleva far parte di un determinato salotto… un galateo.

Galateo che ci ricorda il nostro Giovanni della Casa (1503-1556) e il suo Galateo overo de’ costumi, del 1558, nel cui libro scriveva Sul linguaggio da tenere durante la conversazione: chiarezza, onestà; evitare parole sconce o dal doppio senso:

“… Dee oltre acciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, con ciò sia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e non di meno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà… “

Non dobbiamo dimenticare che, sebbene sia pratica antica, fu nel Rinascimento italiano che riprese voga e vigore, posto d’onore nei banchetti, nelle serate dedicate alla poesia e alla musica, nei dialoghi fra dotti e meno dotti, nella vita civile.

Maitre du Jugement de Salomon, Les Philosophes (1615-1625)

Andiamo per quadri dipinti e pittori, ascoltiamo questi due filosofi filosofi (Les Philosophes, 1615-1625) che, quasi in intimità, chiacchierano su manoscritti di due pensatori greci, uno Anassagora di Clazomene, l’altro Lacide di Sirene, uno scambio di idee vivace che ha come base i testi, le parole scritte, sebbene sembra che di Lacide non sia rimasto nulla.
Dialogo in cui, per dirla con François de La Rochefoucauld, “La confidenza alimenta la conversazione più dell’intelligenza” (Massime, 1678).

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Pieter de Hooch, Donna che beve con soldati, 1658
Facciamo un salto nell’Olanda del Seicento, quell’Olanda in cui la borghesia inizia a solidificarsi come ceto privilegiato dai commerci.
Due uomini e due donne conversano bevendo, verrebbe da dire che “Dentro al bicchiere le conversazioni galleggiano lievi”, citando un ipotetico proverbio cinese. Una scena a carattere familiare descritta da Pieter de Hooch (1629-1684), nel 1658.

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Jean-Baptiste Charpentier, Il duca di Penthièvre e sua famiglia, 1767 ca.
Entriamo adesso nella casa del duca di Penthièvre e della sua famiglia, con questo dipinto del 1767 ca. di Jean-Baptiste Charpentier (1728-1806). Incontro fra nobili francesi del Settecento, sorseggiando una tazza di tè e offrendo qualcosa da mangiare al cagnolino, conversazioni qualche decennio prima della Rivoluzione francese.

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Gabriel Lemonnier, Il salotto di Madame Geoffrin, 1812
Restiamo nella Francia degli Illuministi di fine XVIII secolo, con Gabriel Lemmonier (1743-1824), nel salotto di madame Geoffrin, a Parigi, mentre si recita e si parla dell’opera di Voltaire – nella statua al centro -, L’orfano della Cina del 1755. Chissà se si ricordavano delle parole di Michel de Montaigne quando scriveva che “Il silenzio e la modestia sono qualità utilissime alla conversazione”.

Un cammino, un viaggio, quello della conversazione, almeno in Francia, che passa dal puro piacere estetico del dialogo nel Seicento, alla ricerca della “verità” nel Settecento, ad affrontare argomenti di carattere anche sociale, critico, aperti alla molteplicità delle nuove idee che nascono crescono e si concretizzano in un’epoca rivoluzionaria. Conversazioni che

“… assomigliano ai viaggi per mare: ci si stacca da terra quasi senza accorgersene, per avvedersi poi di aver lasciato riva solo quando si è già molto lontani

diceva Nicolas de Chamfort (1741-1794), nel suo Maximes et pensées, caractères et anecdotes, del 1796.

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Giochiamo con la macchina del tempo e saltiamo al XXI secolo, due dei tanti film in cui si parla del tema in questione.
Ne L’ultimo samurai, del 2003, del regista Edward Zwick, a un certo punto Katsumoto dice a Nathan Algren: “… preferisco fare una buona conversazione…”, insistendo: “… la gente del tuo paese non ama la conversazione?…” Ma Nathan si rifà quando alla fine sussurra: “Mi mancheranno le nostre conversazioni.”

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In questo di sopra sono invece i ricordi a fare da protagonisti indiscussi, ricordi storia passato, legami fisici e morali, parole d’altri tempi che germogliano nel presente.
Lontano da qualsiasi moralismo, nel film franco-canadese Le invasioni barbariche dello stesso anno 2003, del regista Denys Arcand, Remy, un professore di storia, cui scoprono un tumore, intrattiene su temi di religione di guerre di economia di società, ma anche sul senso della vita, sulla felicità, sulla morte, sul declino degli imperi, con i suoi vecchi amici, conversazioni dal buon livello culturale affrontati con naturalezza, con un apparente distacco.

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Piccola bibliografia
– Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, 2006.
– Peter Burke, L’arte della conversazione, il Mulino, 1997.
– André Morellet, L’arte di conversare. Note per un saggio sulla conversazione, Il nuovo Melangolo, 1999.

Aug 082013
 

La storia è fatta anche di caricature, di satira, di ironie, parodie, “vista” con gli occhi dei personaggi coevi all’epoca considerata acquista una diversa prospettiva critica, una angolazione che ci permette entrare in un dialogo sicuramente più “intimo”, forse e in questo caso “burlesco”.

Proseguendo la serie di articoli su Nadar [»»qua una breve presentazione, »»qua le Donne di Nadar, »»qua i Musicisti di Nadar], soffermiamoci per un attimo sulle sue caricature, su alcune delle centinaia rimasteci e che a distanza di secoli esprimono ancora quella vitalità espressiva che li caratterizza.

E allora ci è utile, per iniziare, leggere qualche pensiero di Benjamin:

“… La disputa, che ebbe luogo nel corso del secolo XIX, tra la pittura e la fotografia, intorno al valore artistico dei reciproci prodotti appare oggi fuori luogo e confusa. Ciò non intacca tuttavia il suo significato e anzi potrebbe anche sottolinearlo. Di fatto questa disputa era espressione di un rivolgimento di portata storica mondiale, di cui nessuno dei due contendenti era consapevole. Privando l’arte del suo fondamento culturale, l’epoca della sua riproducibilità tecnica estinse anche e per sempre l’apparenza della sua autonomia. Ma la modificazione della funzione dell’arte, che così si delineava, oltrepassava il campo di visuale del secolo. E del resto sfuggì a lungo anche al secolo XX, che stava vivendo lo sviluppo del cinema…” (1).

Già, perché Nadar, prima di essere un fotografo, era un ritrattista, un pittore che usava abilmente i suoi attrezzi e che versava nel volto del soggetto tutta la sua abilità sia tecnica sia investigativa. Investigativa, ché l’individuo risaltava per una delle sue peculiarità, una caratterizzazione che palesava il suo apparire agli occhi degli altri.

E lo possiamo notare da questa serie di personaggi più o meno famosi dell’epoca, presi da Le Pantheon Nadar, di cui Félix, esperto nella fisiognomica, ne risaltava umoristicamente o satiricamente dettagli che lo colpivano – non dimentichiamo che fu caricaturista per Le Charivari già nel 1848. Dal tratto semplice immediato spontaneo elegante accurato, del suo Pantheon fanno parte sia uomini sia donne che, dal punto di vista storico, hanno un valore davvero inestimabile per meglio entrare nella cultura sociale di metà-fine XIX e inizi XX secolo.

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Adolphe Crémieux (1796-1880), il cui vero nome era Isaac Jacob Crémieux, ebreo, avvocato e politico francese a favore della libertà di stampa, era un tenace difensore del liberalismo politico, sostenendo l’idea di abolire la schiavitù e la pena di morte.

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Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell'800

Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell’800

Henri Rodakowski (1823-1894), artista di origine polacca, si trasferì prima a Vienna, per studiare, e poi a Parigi, dove trascorse 20 anni della sua vita, dedicandosi alla pittura. Ritornato in patria, fu nominato, 1894, direttore della Scuola d’Arte di Cracovia, ma morì quattro giorni dopo.

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Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Émile Marcelin (1825-1887), il cui vero nome era Émile Planat, fu un famoso vignettista francese dell’epoca, avendo lavorato, fra l’altro, ne Le Journal Amusant, ne L’Illustration, ne La Vie Parisienne. Nei suoi lavori si denota una certa eleganza umoristica, lavori che, come lui stesso affermava, non desideravano essere dei capolavori, bensì testimonianze di un’epoca.

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– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011 [Kindle, pos. 209-215].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Aug 052013
 

Boton quiz

Domande:

1. Dove nacque Luigi XVI? A Bruxelles, Londra, Vienna, Versailles?
2. Che carattere aveva il re? Indeciso e conservatore o determinato e irrisoluto?
3. Chi era ministro delle finanze nel 1774? Jean Baptiste Colbert, Anne Robert Jacques Turgot, Nicolas Fouquet?
4. Chi fu poi, nel 1776, ministro delle finanze? Jaques Necker, Chretien Malesherbes, Charles Gravier?
5. Dopo quanti anni Luigi XVI convocò gli Stati Generali nel 1789? 25, 50, 175?
6. Chi era la moglie del re francese? Caterina d’Aragona, Maria Antonietta, Maria Elisabetta?
7. Come morì Luigi XVI? Ucciso da un colpo di pistola, ghigliottinato, affogato nella Senna?

Luigi XVI nella Torre del Tempio, di Jean-François Garneray

Luigi XVI nella Torre del Tempio, di Jean-François Garneray

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Risposte:

1. A Versailles, il 23 agosto 1754.
2. Usualmente era conservatore, indeciso, fortemente legato al potere assolutista, poco propenso a rompere con le tradizioni.
3. Anne Robert Jacques Turgot che rifacendosi a un modello economico fisiocratico, tentò sviluppare e dar forza, fra l’altro, all’agricoltura.
4. Jaques Necker, avvocato e padre di Madame de Staël, dirige le finanze dello stato in un periodo di lotte nell’America del Nord, territori coloniali che richiedono sempre più denari.
5. Dopo 175 anni, l’ultima volta era stato nel 1614.
6. Si sposò, nell’aprile del 1770, con una delle figlie di Maria Teresa Austria, Maria Antonietta d’Asburgo, morta ghigliottinata il 16 ottobre 1793, da cui aveva avuto quattro figli.
7. Morì ghigliottinato, il 21 gennaio 1793, a poco meno di 39 anni, condannato per alto tradimento.

Jul 302013
 

È ben noto che un lungo articolo in un blog viene letto solo da pochissime persone, per cui, approfondendo un dato argomento, è conveniente dividerlo in vari post per coinvolgere un maggior numero di lettori, magari inserendo immagini, magari aggiungendo un buon apparato didascalico, magari analizzando poco a poco i diversi aspetti, sicuramente è altresì un modo per meglio entrare nelle dinamiche vuoi dell’epoca in questione vuoi del personaggio senza far pesare l’eventuale complessità. Se a un primo acchito l’insieme potrebbe sembrare slegato, sarà cura del lettore rileggere i vari frammenti per poi unirli investigando ancor più.

Bene, considerando che abbiamo già scritto di Nadar [»»qua un accenno generale, »»qua le sue donne], proseguiamo con gli uomini, stavolta con una serie di immagini che ci ha lasciato a testimonianza di alcuni dei musicisti a lui coevi più rappresentativi. Immagini che contengono l’energia del momento, l’aura, per dirla con Benjamin, “impressioni” che raccontano il dialogo fra soggetto e fotografo, Nadar, la cui abitudine era mettere a proprio agio la persona. Quelle “riprese fotografiche cominciano a diventare documenti di prova nel processo storico” (1), erano già storia, consapevolmente o inconsapevolmente.

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz (1803-1869), francese, musicista, compositore, critico, celebre all’epoca di Wagner, Chopin, Liszt, che conobbe e con cui intrattenne più o meno buona amicizia.
Scrivendo di Beethoven nelle sue Memoirs diceva:

“… Beethoven ha aperto davanti a me un nuovo mondo di musica, come Shakespeare aveva rivelato un nuovo universo di poesia…” (2).

Nadar lo fotografa in piedi, serio, pensieroso, con lo sguardo che va oltre il muro del suo atelier, gli occhi di Berlioz sembrano perdersi fra le note di una sua sinfonia.

*****

Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Abbiamo accennato all’amicizia fra Berlioz e Frank Liszt (1811-1886), altra autorità dedicata alla musica che il nostro Félix Nadar ebbe occasione di imprimere nelle lastre del tempo. Liszt conobbe Berlioz alla “prima” della sua Sinfonia Fantastica che quest’ultimo diede a Parigi nel 1830, amico, Frank, inoltre di tante personalità dell’epoca, ricordiamo a mo’ d’esempio la scrittrice George Sand.
In questa immagine del 1886, il compositore è già avanti con gli anni, ha quasi 75 anni, poco prima della sua morte: un volto che ricorda l’essere stato bambino prodigio, sguardo svanito, compassionevole, capelli bianchi, labbra appena dischiuse sembrano sussurrare alcune delle sue opere.

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Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi '900

Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi ‘900

Henri Marteau (1874-1934) fu un violinista e compositore francese che al tempo di Nadar ebbe una certa fama. Il suo esordio avvenne nella “Vienna Philharmonic Society” nel 1884 ad appena 10 anni, mentre il vero debutto come professionista fu a Londra qualche anno dopo, 1886, in un concerto di Hans Richter. Esibitosi, fra l’altro, in Germania, in Russia, in Svezia, in America, in questa foto, Nadar ce lo lascia intravedere serio, fortemente presente, con il suo violino appoggiato a un tavolo, come preparandosi per iniziare a suonare in un concerto.

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Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Abile nel suonare il mandolino, Giovanni Vailati (1815-1890), italiano, era noto anche come “il cieco di Crema”, musicista lombardo immortalato da Nadar a Parigi nel 1863. Raccontano le cronache che era cieco dalla più tenera età, ché a due mesi perdette la vista: malgrado ciò era considerato un virtuoso. Dopo l’esibizione nel Regio Teatro di Parma del 2 dicembre 1852, così scrivevano:

“… Egli seppe mostrare quanto può agil mano e non superabile maestria nell’eseguire sopra uno stromenti di così limitati mezzi una infinità di note, senza che insieme confondansi, ma possano invece spicccar distinte, per modo che il ritmo ed il tema giungano chiari e perfetti all’orecchio degli ascoltanti… ” (3)

Se abbiamo fatto caso, c’è un particolare, fra i tanti – per esempio gli sfondi -, che salta alla vista fra il fotografare, Nadar, le donne e gli uomini, un particolare che mette gli uomini a posare seri, austeri, solenni, mentre le donne le lascia libere di esprimere la loro indole gioiosa, allegra, caratteriale, una differenza che, per carità, nulla toglie sia alla professionalità di Nadar – ricordiamo siamo agli inizi dell’arte fotografica per cui le sperimentazioni sono all’ordine del giorno, così come, sebbene diversamente, oggi – sia alla bravura e capacità dei due sessi di mettersi in posa davanti un “aggeggio” che mai avevano visto in vita loro, un ritratto che passava dal pennello e una tela a una lastra.

E allora ritorniamo a Benjamin:

“… Nel culto del ricordo dei cari lontani o defunti il valore culturale del quadro trova il suo ultimo rifugio. Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalle prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura. È questo che ne costituisce la malinconia e incomparabile bellezza…” (4).

*****
– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011, [Kindle, pos. 196].
– 2. Hector Berlioz, Memoirs, Everyman’s Library, pag. 104.
– 3. Gazzetta di Parma, 6 dicembre 1852, N. 278.
– 4. Walter Benjamin, op. cit., [Kindle, pos. 193].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 222013
 

Abbiamo sempre sottolineato l’importanza delle immagini, vuoi dipinti dell’epoca, vuoi fotografie, vuoi filmati, immagini che, sia come fonte storica primaria che secondaria, danno possibilità di avvicinarci “visivamente” al periodo a cui si riferiscono. La foto ha dato e dà un contributo davvero speciale alla Storia, registrando i più disparati avvenimenti, quella foto che, per dirla con Robert Frank “… deve contenere l’umanità del momento”.

Nadar, di cui abbiamo già accennato, fu uno dei pionieri della nuova arte, un’arte che al tempo mise addirittura in discussione la pittura, la ritrattistica in particolare, un’arte che lui seppe incarnare in uno dei momenti più decisivi di sviluppo e cambio della società, metà-fine ‘800 inizi ‘900.

E fra le tante rappresentazioni fotografiche che ci ha lasciato, abbiamo deciso dedicare la nostra attenzione ai personaggi femminili, personaggi con cui era sua abitudine dialogare prima di scattare una foto, cercando di cogliere non solo il puro aspetto esterno, ma anche il sentimento, il carattere, il pensiero, entrare cioè all’interno del corpo per sviscerarne l’anima. Lui stesso affermava: “Il ritratto è l’applicazione più preziosa e nello stesso tempo più delicato della Fotografia”.

Un gioco fra luci e ombre che riusciva a completare, in modo davvero esemplare, quel suo essere caricaturista che riversava abilmente nella fotografia – mi sovviene lo scatto al Pierrot fotografo, detto anche Il mimo Deburau del 1854.

George Sand, Nadar, 1864

George Sand, Nadar, 1864

Decine furono le donne che passarono per il suo atelier in Boulevard des Capucines a Parigi, fra cui Amandine Aurore Lucile Dupin, in arte, George Sand, prolifica scrittrice francese.
Nadar la ritrae con uno sguardo profondo, pensieroso, che sembra andare oltre i limiti fisici della realtà e penetrare la fantasia dei suoi romanzi. Di lei diceva Gustave Flaubert:

Si doveva conoscerla come l’ho conosciuta io per sapere quanto vi era di femminile in questo grande uomo, per conoscere l’immensa tenerezza di questo genio.”

*****

La cantante soprano Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Qua sopra Noémie Marcus, soprano, nei costumi di scena. Fra le sue tante interpretazioni la ricordiamo nella Principessa Fantasia nell’anteprima del 26 ottobre 1875 a Parigi da Le voyage dans la lune, un’Opéra féerie, con musiche di Jacques Offenbach, libretto di Albert Vanloo, Eugène Leterrier e Arnold Mortier, liberamente basato nel romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna.

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Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Due immagini, in posa che può sembrare spontanea, sorridente, elegante in quella di destra, di un’altra donna immortalata da Nadar, Mariette Sully, soprano belga, attiva principalmente nell’Operetta. Il suo debutto avvenne nel 1894 con il ruolo di Clotilde ne Les Forains. Attuò anche in due film, L’Enfant de l’amour (1930) e La chanson du souvenir (1936).

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Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Louise Grandjean, soprano francese, particolarmente nota per le sue eccellenti attuazioni nei personaggi femminili di Wagner e Verdi. Il suo esordio avvenne nel 1893 nell’Opéra comique Le Pré aux clercs come Isabella. Lavorò in vari teatri europei fra i quali a Berlino e a Monte Carlo.
Nadar consegna alla storia Louise nei suoi costumi teatrali, accanto a oggetti della scena, due foto, queste, piene di movimento, dinamiche, dove l’attrice sembra essere nel mezzo dello spettacolo. E in questi ultimi scatti, siamo verso il 1904/5 – Nadar morirà nel 1910 -, si avverte già una certa crescita, una maturità artistica che inizia a ben definirsi, notandosi, inoltre, fra soggetto e fotografo una tacita relazione d’intesa.

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Piccola bibliografia:

– Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 172013
 

Alcune illustrazioni che ci presentano vari aspetti sociali della Francia di fine XVII sec. L’autore, l’incisore Bernard Picart (1673-1733), in una serie di stampe, caratterizzate dalla precisione e dall’abbondanza di particolari, ci dà la possibilità di “vedere” la società dell’epoca, oggetti e soggetti storici, scene di costume, modi di vivere, una realtà in cui Luigi XIV dominava incontrastato come protagonista assoluto. Di lui ricordiamo la grande opera Cérémonies et coutumes religieuses de tous les peuples du monde (1723-1743) dove tenta immortalare riti religiosi e credenze di “tutti i popoli del mondo”.

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart