Feb 252014
 
A sinistra, esecuzione di Carlo I d'Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

A sinistra, esecuzione di Carlo I d’Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l’unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°.” (1)

Londra, 30 gennaio 1649, decapitano Carlo I d’Inghilterra;
Parigi, 21 gennaio 1793, Luigi XVI di Francia subisce la stessa sorte: la Rivoluzione francese accelera il passo.

La testa del sovrano inglese, di rimbalzo, ha colpito quella di Luigi XVI facendola cadere a distanza di 144 anni. Due eventi distanti nel tempo e nello spazio, un lungo percorso storico che, in un certo qual senso, è collegato. Se l’hanno fatto gli inglesi, possono farlo anche i francesi, si potrebbe suggerire (sic!).

Nella storia, gli avvenimenti hanno sempre una causa e una conseguenza, così come se di primo acchito possono sembrare slegati, discontinui e indipendenti, alla fine risultano essere, analizzati a distanza di anni, un insieme di fili che si sorreggono a vicenda, una matassa intrecciata dall’uomo nella quale, lo ripetiamo spesso, tutto ha una relazione-interrelazione.

E in effetti, lo scossone che ebbe nel XVII secolo l’Inghilterra degli Stuart, la ricerca di un miglior modo di vivere e governare, quelle tasse – certamente non solo – che gravavano sulle spalle dei meno abbienti, ebbe ripercussioni, con il trascorrere dei decenni, anche nella Francia dell’Ancien Régime di fine XVIII secolo, una Francia in crisi economica e sociale, una Francia che spesso insorgeva per la mancanza di pane, una Francia che vedrà peraltro nella guerra d’indipendenza delle colonie americane motivo d’ispirazione per la sua.

Leggiamo di seguito una serie di articoli riguardanti alcuni particolari della Rivoluzione francese.

- Introduzione alla Rivoluzione francese del 1789.
- La marcia su Versailles, ottobre 1789.
- L’abolizione dei diritti feudali in Francia: 1789.
- I cahiers de doléances nella Francia del XVIII secolo.
- Le donne della Rivoluzione francese.

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- 1. Petr Alekseevic Kropotkin, La Grande Rivoluzione: 1789-1793, kindle pos. 2195.

Dec 132013
 

Con un calendario e un orologio, era possibile,
a trecento leghe di distanza,
dire con precisione cosa facesse.” (1)

Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.

Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.

Luigi XIV e la Francia del suo tempo

Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca. E allora inquadrarlo nella rispettiva epoca è punto di partenza per meglio entrare nelle dinamiche del suo essere stato.

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Memorie di Luigi XIV

Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui Gigliola Pasquinelli è la redattrice, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari. Documenti necessari e preziosi che permettono capire la mentalità di un sovrano che influì nelle idee del tempo.

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Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne

Interessante lo spaccato che ci offre Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere, certamente influenzato dalla figura materna. Furono le donne, in un certo qual modo, a dare vitalità alla sua variegata corte, una corte dove il Re Sole era protagonista indiscusso.

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- 1. Louis de Rouvroy de Saint-Simon, in Parallele des trois premiers rois bourbons

Aug 262013
 

Annotava lo scrittore francese Jean de La Bruyère (1645-1696):

L’attitudine alla conversazione non consiste nel mostrarne molta, quanto nel suscitarla negli altri.

La sapeva lunga Jean, autore di Les Caractères ou les Mœurs de ce siècle, testo in cui si soffermava ad analizzare, peraltro, i vari comportamenti dell’uomo nella società.
Ben sappiamo che il periodo che va dal Seicento al Settecento ci è noto anche per i famosi salotti francesi, ricordiamo quello di marchesa di Sablé, quello di Madame de Pompadour o ancora quello di Madame de Staël, donne che coltivavano l’arte della conversazione.

Vera e propria arte, giacché conversare era ed è davvero maestria, con regole e convezioni da tenere in conto, evitando argomenti che potrebbero portare a inutili liti verbali e non, lasciando la parola prima alle donne e agli anziani, dove nessuno è superiore e nessuno è escluso, suggerendo con educazione punti di vista diversi e poco consueti, insomma quasi un vademecum da seguire se si voleva far parte di un determinato salotto… un galateo.

Galateo che ci ricorda il nostro Giovanni della Casa (1503-1556) e il suo Galateo overo de’ costumi, del 1558, nel cui libro scriveva Sul linguaggio da tenere durante la conversazione: chiarezza, onestà; evitare parole sconce o dal doppio senso:

“… Dee oltre acciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, con ciò sia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e non di meno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà… “

Non dobbiamo dimenticare che, sebbene sia pratica antica, fu nel Rinascimento italiano che riprese voga e vigore, posto d’onore nei banchetti, nelle serate dedicate alla poesia e alla musica, nei dialoghi fra dotti e meno dotti, nella vita civile.

Maitre du Jugement de Salomon, Les Philosophes (1615-1625)

Andiamo per quadri dipinti e pittori, ascoltiamo questi due filosofi filosofi (Les Philosophes, 1615-1625) che, quasi in intimità, chiacchierano su manoscritti di due pensatori greci, uno Anassagora di Clazomene, l’altro Lacide di Sirene, uno scambio di idee vivace che ha come base i testi, le parole scritte, sebbene sembra che di Lacide non sia rimasto nulla.
Dialogo in cui, per dirla con François de La Rochefoucauld, “La confidenza alimenta la conversazione più dell’intelligenza” (Massime, 1678).

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Pieter de Hooch, Donna che beve con soldati, 1658
Facciamo un salto nell’Olanda del Seicento, quell’Olanda in cui la borghesia inizia a solidificarsi come ceto privilegiato dai commerci.
Due uomini e due donne conversano bevendo, verrebbe da dire che “Dentro al bicchiere le conversazioni galleggiano lievi”, citando un ipotetico proverbio cinese. Una scena a carattere familiare descritta da Pieter de Hooch (1629-1684), nel 1658.

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Jean-Baptiste Charpentier, Il duca di Penthièvre e sua famiglia, 1767 ca.
Entriamo adesso nella casa del duca di Penthièvre e della sua famiglia, con questo dipinto del 1767 ca. di Jean-Baptiste Charpentier (1728-1806). Incontro fra nobili francesi del Settecento, sorseggiando una tazza di tè e offrendo qualcosa da mangiare al cagnolino, conversazioni qualche decennio prima della Rivoluzione francese.

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Gabriel Lemonnier, Il salotto di Madame Geoffrin, 1812
Restiamo nella Francia degli Illuministi di fine XVIII secolo, con Gabriel Lemmonier (1743-1824), nel salotto di madame Geoffrin, a Parigi, mentre si recita e si parla dell’opera di Voltaire – nella statua al centro -, L’orfano della Cina del 1755. Chissà se si ricordavano delle parole di Michel de Montaigne quando scriveva che “Il silenzio e la modestia sono qualità utilissime alla conversazione”.

Un cammino, un viaggio, quello della conversazione, almeno in Francia, che passa dal puro piacere estetico del dialogo nel Seicento, alla ricerca della “verità” nel Settecento, ad affrontare argomenti di carattere anche sociale, critico, aperti alla molteplicità delle nuove idee che nascono crescono e si concretizzano in un’epoca rivoluzionaria. Conversazioni che

“… assomigliano ai viaggi per mare: ci si stacca da terra quasi senza accorgersene, per avvedersi poi di aver lasciato riva solo quando si è già molto lontani

diceva Nicolas de Chamfort (1741-1794), nel suo Maximes et pensées, caractères et anecdotes, del 1796.

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Giochiamo con la macchina del tempo e saltiamo al XXI secolo, due dei tanti film in cui si parla del tema in questione.
Ne L’ultimo samurai, del 2003, del regista Edward Zwick, a un certo punto Katsumoto dice a Nathan Algren: “… preferisco fare una buona conversazione…”, insistendo: “… la gente del tuo paese non ama la conversazione?…” Ma Nathan si rifà quando alla fine sussurra: “Mi mancheranno le nostre conversazioni.”

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In questo di sopra sono invece i ricordi a fare da protagonisti indiscussi, ricordi storia passato, legami fisici e morali, parole d’altri tempi che germogliano nel presente.
Lontano da qualsiasi moralismo, nel film franco-canadese Le invasioni barbariche dello stesso anno 2003, del regista Denys Arcand, Remy, un professore di storia, cui scoprono un tumore, intrattiene su temi di religione di guerre di economia di società, ma anche sul senso della vita, sulla felicità, sulla morte, sul declino degli imperi, con i suoi vecchi amici, conversazioni dal buon livello culturale affrontati con naturalezza, con un apparente distacco.

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Piccola bibliografia
- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, 2006.
- Peter Burke, L’arte della conversazione, il Mulino, 1997.
- André Morellet, L’arte di conversare. Note per un saggio sulla conversazione, Il nuovo Melangolo, 1999.

Aug 082013
 

La storia è fatta anche di caricature, di satira, di ironie, parodie, “vista” con gli occhi dei personaggi coevi all’epoca considerata acquista una diversa prospettiva critica, una angolazione che ci permette entrare in un dialogo sicuramente più “intimo”, forse e in questo caso “burlesco”.

Proseguendo la serie di articoli su Nadar [»»qua una breve presentazione, »»qua le Donne di Nadar, »»qua i Musicisti di Nadar], soffermiamoci per un attimo sulle sue caricature, su alcune delle centinaia rimasteci e che a distanza di secoli esprimono ancora quella vitalità espressiva che li caratterizza.

E allora ci è utile, per iniziare, leggere qualche pensiero di Benjamin:

“… La disputa, che ebbe luogo nel corso del secolo XIX, tra la pittura e la fotografia, intorno al valore artistico dei reciproci prodotti appare oggi fuori luogo e confusa. Ciò non intacca tuttavia il suo significato e anzi potrebbe anche sottolinearlo. Di fatto questa disputa era espressione di un rivolgimento di portata storica mondiale, di cui nessuno dei due contendenti era consapevole. Privando l’arte del suo fondamento culturale, l’epoca della sua riproducibilità tecnica estinse anche e per sempre l’apparenza della sua autonomia. Ma la modificazione della funzione dell’arte, che così si delineava, oltrepassava il campo di visuale del secolo. E del resto sfuggì a lungo anche al secolo XX, che stava vivendo lo sviluppo del cinema…” (1).

Già, perché Nadar, prima di essere un fotografo, era un ritrattista, un pittore che usava abilmente i suoi attrezzi e che versava nel volto del soggetto tutta la sua abilità sia tecnica sia investigativa. Investigativa, ché l’individuo risaltava per una delle sue peculiarità, una caratterizzazione che palesava il suo apparire agli occhi degli altri.

E lo possiamo notare da questa serie di personaggi più o meno famosi dell’epoca, presi da Le Pantheon Nadar, di cui Félix, esperto nella fisiognomica, ne risaltava umoristicamente o satiricamente dettagli che lo colpivano – non dimentichiamo che fu caricaturista per Le Charivari già nel 1848. Dal tratto semplice immediato spontaneo elegante accurato, del suo Pantheon fanno parte sia uomini sia donne che, dal punto di vista storico, hanno un valore davvero inestimabile per meglio entrare nella cultura sociale di metà-fine XIX e inizi XX secolo.

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Adolphe Crémieux (1796-1880), il cui vero nome era Isaac Jacob Crémieux, ebreo, avvocato e politico francese a favore della libertà di stampa, era un tenace difensore del liberalismo politico, sostenendo l’idea di abolire la schiavitù e la pena di morte.

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Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell'800

Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell’800

Henri Rodakowski (1823-1894), artista di origine polacca, si trasferì prima a Vienna, per studiare, e poi a Parigi, dove trascorse 20 anni della sua vita, dedicandosi alla pittura. Ritornato in patria, fu nominato, 1894, direttore della Scuola d’Arte di Cracovia, ma morì quattro giorni dopo.

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Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Émile Marcelin (1825-1887), il cui vero nome era Émile Planat, fu un famoso vignettista francese dell’epoca, avendo lavorato, fra l’altro, ne Le Journal Amusant, ne L’Illustration, ne La Vie Parisienne. Nei suoi lavori si denota una certa eleganza umoristica, lavori che, come lui stesso affermava, non desideravano essere dei capolavori, bensì testimonianze di un’epoca.

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- 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011 [Kindle, pos. 209-215].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
- Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
- Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Aug 052013
 

Boton quiz

Domande:

1. Dove nacque Luigi XVI? A Bruxelles, Londra, Vienna, Versailles?
2. Che carattere aveva il re? Indeciso e conservatore o determinato e irrisoluto?
3. Chi era ministro delle finanze nel 1774? Jean Baptiste Colbert, Anne Robert Jacques Turgot, Nicolas Fouquet?
4. Chi fu poi, nel 1776, ministro delle finanze? Jaques Necker, Chretien Malesherbes, Charles Gravier?
5. Dopo quanti anni Luigi XVI convocò gli Stati Generali nel 1789? 25, 50, 175?
6. Chi era la moglie del re francese? Caterina d’Aragona, Maria Antonietta, Maria Elisabetta?
7. Come morì Luigi XVI? Ucciso da un colpo di pistola, ghigliottinato, affogato nella Senna?

Luigi XVI nella Torre del Tempio, di Jean-François Garneray

Luigi XVI nella Torre del Tempio, di Jean-François Garneray

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Risposte:

1. A Versailles, il 23 agosto 1754.
2. Usualmente era conservatore, indeciso, fortemente legato al potere assolutista, poco propenso a rompere con le tradizioni.
3. Anne Robert Jacques Turgot che rifacendosi a un modello economico fisiocratico, tentò sviluppare e dar forza, fra l’altro, all’agricoltura.
4. Jaques Necker, avvocato e padre di Madame de Staël, dirige le finanze dello stato in un periodo di lotte nell’America del Nord, territori coloniali che richiedono sempre più denari.
5. Dopo 175 anni, l’ultima volta era stato nel 1614.
6. Si sposò, nell’aprile del 1770, con una delle figlie di Maria Teresa Austria, Maria Antonietta d’Asburgo, morta ghigliottinata il 16 ottobre 1793, da cui aveva avuto quattro figli.
7. Morì ghigliottinato, il 21 gennaio 1793, a poco meno di 39 anni, condannato per alto tradimento.

Jul 302013
 

È ben noto che un lungo articolo in un blog viene letto solo da pochissime persone, per cui, approfondendo un dato argomento, è conveniente dividerlo in vari post per coinvolgere un maggior numero di lettori, magari inserendo immagini, magari aggiungendo un buon apparato didascalico, magari analizzandone poco a poco i diversi aspetti, sicuramente è altresì un modo per meglio entrare nelle dinamiche vuoi dell’epoca in questione vuoi del personaggio senza far pesare l’eventuale complessità. Se a un primo acchito l’insieme potrebbe sembrare slegato, sarà cura del lettore rileggere i vari frammenti per poi unirli investigando ancor più.

Bene, considerando che abbiamo già scritto di Nadar [»»qua un accenno generale, »»qua le sue donne], proseguiamo con gli uomini, stavolta con una serie di immagini che ci ha lasciato a testimonianza di alcuni dei musicisti a lui coevi più rappresentativi. Immagini che contengono l’energia del momento, l’aura, per dirla con Benjamin, “impressioni” che raccontano il dialogo fra soggetto e fotografo, Nadar, la cui abitudine era mettere a proprio agio la persona. Quelle “riprese fotografiche cominciano a diventare documenti di prova nel processo storico” (1), erano già storia, consapevolmente o inconsapevolmente.

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz (1803-1869), francese, musicista, compositore, critico, celebre all’epoca di Wagner, Chopin, Liszt, che conobbe e con cui intrattenne più o meno buona amicizia.
Scrivendo di Beethoven nelle sue Memoirs diceva:

“… Beethoven ha aperto davanti a me un nuovo mondo di musica, come Shakespeare aveva rivelato un nuovo universo di poesia…” (2).

Nadar lo fotografa in piedi, serio, pensieroso, con lo sguardo che va oltre il muro del suo atelier, gli occhi di Berlioz sembrano perdersi fra le note di una sua sinfonia.

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Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Abbiamo accennato all’amicizia fra Berlioz e Frank Liszt (1811-1886), altra autorità dedicata alla musica che il nostro Félix Nadar ebbe occasione di imprimere nelle lastre del tempo. Liszt conobbe Berlioz alla “prima” della sua Sinfonia Fantastica che quest’ultimo diede a Parigi nel 1830, amico, Frank, inoltre di tante personalità dell’epoca, ricordiamo a mo’ d’esempio la scrittrice George Sand.
In questa immagine del 1886, il compositore è già avanti con gli anni, ha quasi 75 anni, poco prima della sua morte: un volto che ricorda l’essere stato bambino prodigio, sguardo svanito, compassionevole, capelli bianchi, labbra appena dischiuse sembrano sussurrare alcune delle sue opere.

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Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi '900

Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi ’900

Henri Marteau (1874-1934) fu un violinista e compositore francese che al tempo di Nadar ebbe una certa fama. Il suo esordio avvenne nella “Vienna Philharmonic Society” nel 1884 ad appena 10 anni, mentre il vero debutto come professionista fu a Londra qualche anno dopo, 1886, in un concerto di Hans Richter. Esibitosi, fra l’altro, in Germania, in Russia, in Svezia, in America, in questa foto, Nadar ce lo lascia intravedere serio, fortemente presente, con il suo violino appoggiato a un tavolo, come preparandosi per iniziare a suonare in un concerto.

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Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Abile nel suonare il mandolino, Giovanni Vailati (1815-1890), italiano, era noto anche come “il cieco di Crema”, musicista lombardo immortalato da Nadar a Parigi nel 1863. Raccontano le cronache che era cieco dalla più tenera età, ché a due mesi perdette la vista: malgrado ciò era considerato un virtuoso. Dopo l’esibizione nel Regio Teatro di Parma del 2 dicembre 1852, così scrivevano:

“… Egli seppe mostrare quanto può agil mano e non superabile maestria nell’eseguire sopra uno stromenti di così limitati mezzi una infinità di note, senza che insieme confondansi, ma possano invece spicccar distinte, per modo che il ritmo ed il tema giungano chiari e perfetti all’orecchio degli ascoltanti… ” (3)

Se abbiamo fatto caso, c’è un particolare, fra i tanti – per esempio gli sfondi -, che salta alla vista fra il fotografare, Nadar, le donne e gli uomini, un particolare che mette gli uomini a posare seri, austeri, solenni, mentre le donne le lascia libere di esprimere la loro indole gioiosa, allegra, caratteriale, una differenza che, per carità, nulla toglie sia alla professionalità di Nadar – ricordiamo siamo agli inizi dell’arte fotografica per cui le sperimentazioni sono all’ordine del giorno, così come, sebbene diversamente, oggi – sia alla bravura e capacità dei due sessi di mettersi in posa davanti un “aggeggio” che mai avevano visto in vita loro, un ritratto che passava dal pennello e una tela a una lastra.

E allora ritorniamo a Benjamin:

“… Nel culto del ricordo dei cari lontani o defunti il valore culturale del quadro trova il suo ultimo rifugio. Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalle prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura. È questo che ne costituisce la malinconia e incomparabile bellezza…” (4).

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- 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011, [Kindle, pos. 196].
- 2. Hector Berlioz, Memoirs, Everyman’s Library, pag. 104.
- 3. Gazzetta di Parma, 6 dicembre 1852, N. 278.
- 4. Walter Benjamin, op. cit., [Kindle, pos. 193].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
- Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
- Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 222013
 

Abbiamo sempre sottolineato l’importanza delle immagini, vuoi dipinti dell’epoca, vuoi fotografie, vuoi filmati, immagini che, sia come fonte storica primaria che secondaria, danno possibilità di avvicinarci “visivamente” al periodo a cui si riferiscono. La foto ha dato e dà un contributo davvero speciale alla Storia, registrando i più disparati avvenimenti, quella foto che, per dirla con Robert Frank “… deve contenere, l’umanità del momento”.

Nadar, di cui abbiamo già accennato, fu uno dei pionieri della nuova arte, un’arte che al tempo mise addirittura in discussione la pittura, la ritrattistica in particolare, un’arte che lui seppe incarnare in uno dei momenti più decisivi di sviluppo e cambio della società, metà-fine ‘800 inizi ‘900.

E fra le tante rappresentazioni fotografiche che ci ha lasciato, abbiamo deciso dedicare la nostra attenzione ai personaggi femminili, personaggi con cui era sua abitudine dialogare prima di scattare una foto, cercando di cogliere non solo il puro aspetto esterno, ma anche il sentimento, il carattere, il pensiero, entrare cioè all’interno del corpo per sviscerarne l’anima. Lui stesso affermava: “Il ritratto è l’applicazione più preziosa e nello stesso tempo più delicato della Fotografia”.

Un gioco fra luci e ombre che riusciva a completare in modo davvero esemplare, quel suo essere caricaturista che riversava abilmente nella fotografia – mi sovviene lo scatto al Pierrot fotografo, detto anche Il mimo Deburau del 1854.

George Sand, Nadar, 1864

George Sand, Nadar, 1864

Decine furono le donne che passarono per il suo atelier in Boulevard des Capucines a Parigi, fra cui Amandine Aurore Lucile Dupin, in arte, George Sand, prolifica scrittrice francese.
Nadar la ritrae con uno sguardo profondo, pensieroso, che sembra andare oltre i limiti fisici della realtà e penetrare la fantasia dei suoi romanzi. Di lei diceva Gustave Flaubert:

Si doveva conoscerla come l’ho conosciuta io per sapere quanto vi era di femminile in questo grande uomo, per conoscere l’immensa tenerezza di questo genio.”

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La cantante soprano Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Qua sopra Noémie Marcus, soprano, nei costumi di scena. Fra le sue tante interpretazioni la ricordiamo nella Principessa Fantasia nell’anteprima del 26 ottobre 1875 a Parigi da Le voyage dans la lune, un’Opéra féerie, con musiche di Jacques Offenbach, libretto di Albert Vanloo, Eugène Leterrier e Arnold Mortier, liberamente basato nel romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna.

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Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Due immagini, in posa che può sembrare spontanea, sorridente, elegante in quella di destra, di un’altra donna immortalata da Nadar, Mariette Sully, soprano belga, attiva principalmente nell’Operetta. Il suo debutto avvenne nel 1894 con il ruolo di Clotilde ne Les Forains. Attuò anche in due film, L’Enfant de l’amour (1930) e La chanson du souvenir (1936).

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Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Louise Grandjean, soprano francese, particolarmente nota per le sue eccellenti attuazioni nei personaggi femminili di Wagner e Verdi. Il suo esordio avvenne nel 1893 nell’Opéra comique Le Pré aux clercs come Isabella. Lavorò in vari teatri europei fra i quali a Berlino e a Monte Carlo.
Nadar consegna alla storia Louise nei suoi costumi teatrali, accanto a oggetti della scena, due foto, queste, piene di movimento, dinamiche, dove l’attrice sembra essere nel mezzo dello spettacolo. E in questi ultimi scatti, siamo verso il 1904/5 – Nadar morirà nel 1910 -, si avverte già una certa crescita, una maturità artistica che inizia a ben definirsi, notandosi, inoltre, fra soggetto e fotografo una tacita relazione d’intesa.

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Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
- Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
- Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 172013
 

Alcune illustrazioni che ci presentano vari aspetti sociali della Francia di fine XVII sec. L’autore, l’incisore Bernard Picart (1673-1733), in una serie di stampe, caratterizzate dalla precisione e dall’abbondanza di particolari, ci dà la possibilità di “vedere” la società dell’epoca, oggetti e soggetti storici, scene di costume, modi di vivere, una realtà in cui Luigi XIV dominava incontrastato come protagonista assoluto. Di lui ricordiamo la grande opera Cérémonies et coutumes religieuses de tous les peuples du monde (1723-1743) dove tenta immortalare riti religiosi e credenze di “tutti i popoli del mondo”.

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Apr 262013
 

Presente nelle famiglie che potevano permetterselo, il Libro delle ore era quasi il simbolo della religiosità del tempo, libro in cui si racchiudevano, fra le altre cose, salmi canti inni, un libro suddiviso per periodi dell’anno, per ore.

Dei tanti famosi accenniamo a quello di Filippo II o del Duca di Berry, mentre l’immagine di seguito è presa da quello di Enrico VIII (1491-1547), illustrato negli ultimi anni del XV sec. dall’artista francese rinascimentale Jean Poyer (?-1503).

Vissuto principalmente a Tours, Poyer fu un grande miniaturista che lavorò alla corte di Luigi XI di Francia, Carlo VIII di Francia e Luigi XII di Francia.

Il Libro è una vera miniera d’oro, fonte di preziose informazioni storiche, nonché artistiche. Ricordiamo, di Poyer, il suo viaggio in Italia alla scoperta delle opere di Mantegna e dei Bellini, il suo buon lavoro nella prospettiva, così come un uso elegante dei colori pastello.

L’immagine di seguito rappresenta il mese di marzo, mese che dà l’avvio ai lavori nei campi, alle potature della vite, alle arature e via dicendo.

Jean Poyer, Mese di marzo, fine XV sec.

Jean Poyer, Mese di marzo, fine XV sec.

 

E se ricerchiamo nella nostra memoria, potremmo andare a Palazzo Schifanoia a Ferrara, disturbare Francesco del Cossa (1436-1478), ed ammirare un qualcosa di simile, un affresco che ci ricorda anch’esso il mese di marzo: lavori agricoli che si somigliano!

Allegoria del mese di marzo, Francesco del Cossa, 1470 ca.

Allegoria del mese di marzo, Francesco del Cossa, 1470 ca.

Dec 092012
 

Con l’introduzione dei nuovi mezzi di comunicazione, il computer la rete il web, la storia diventa sempre più cosmopolita, nel senso che gli studi, agevolati dai recenti media, saranno non più legati all’ambito locale, ma acquisteranno una valenza sopranazionale, universale, una materia da affrontare nel suo unicum per meglio capire e inquadrare fatti ed eventi.

Ma non solo, bisogna andar oltre. Riporto di seguito l’esperienza dei figli di due miei amici.

Carolina, di origine colombiana, Thierry, francese, sposati da una quindicina di anni, hanno due figli, Charlotte 15 e Nicole 12 anni, cresciuti fra la Colombia la Francia gli Stati Uniti e ora da due anni a Shanghai. Parlano tre lingue e stanno imparando il cinese mandarino, non hanno paura dei cambi delle novità di mettersi in mondi sconosciuti, non temono abbracciare nuove realtà, giocano con la tecnologia, internet è nella loro vita quotidiana colloquiando con amici di mezzo mondo.

Nei vari Paesi in cui sono vissuti, hanno appreso la storia nazionale e, qualche giorno fa, parlando con me, riuscivano a interconnettere avvenimenti dello stesso periodo storico e lontani fisicamente, avvenimenti che, se a un primo acchito sembrano non aver nulla in comune, alla fine fanno parte di un percorso umano collegato a un grande insieme, riuscivano insomma, grazie a studi più estesi, ad avere un’ampia visione delle vicende, per nulla criticandole, ma semplicemente giocando con le relative informazioni.

Ecco, questo sarà sempre più il mondo di domani, un mondo in cui le materie scolastiche dovranno superare i confini locali per immergersi nelle acque della conoscenza globale, cultura che permetterà vincere le sfide del futuro.

Jun 012012
 

Costretto a inaugurare gli Stati Generali – 5 maggio 1789 -, Luigi XVI spera risolvere con nuove imposte il deficit della sua Francia e calmare gli animi di un paese in piena crisi sociale politica economica. La situazione non è certo piacevole, la tensione aumenta ancor più quando la folla parigina scende per le strade chiedendo pane, dopo periodi di carestia, perdite nei raccolti e forte inflazione. Il 14 luglio 1789 si prende d’assalto la Bastiglia, la Rivoluzione francese è oramai un evento in fase di sviluppo.

In quegli anni, fra il 1785-1789, Thomas Jefferson (1743-1826), futuro presidente degli Stati Uniti, si trovava a Parigi, inviato come diplomatico. E Jefferson, illuminista convinto, fu un testimone attivo di quel periodo di cambi, recatosi a Parigi e a Versailles per assistere in prima persona a quelle tensioni che avrebbero visto la morte di Luigi XVI, di Maria Antonietta, che, anni dopo, sarebbero sfociate nel Terrore, e così via.

In una serie di lettere dirette al Segretario di Stato americano, John Jay (1745-1829), Jefferson riporta la sua esperienza. Leggiamone qualche estratto per “vedere” la Parigi di fine Settecento con gli occhi di un americano democratico, che viveva in una casa vicino i Champs Élysées e che corrispondeva spesso con i sostenitori della rivoluzione, per esempio con il conte di Mirabeau e il marchese de La Fayette.

“12 luglio.

[…]

Nel pomeriggio un corpo di circa 100 cavalieri tedeschi affluirono in Place Louis XV e circa 300 soldati svizzeri si sistemarono a poca distanza dietro loro. Questo movimento ha attirato le persone in quel punto, che naturalmente in un primo momento si sono fermate davanti alle truppe solo per guardarle. Ma quando il loro numero è via via aumentato, la loro indignazione si fece più palese: si ritirarono di pochi passi, dietro grandi mucchi di pietra, raccolti in quel luogo per un ponte adiacente, e attaccarono i cavalli con le pietre. [...] Questo era il segnale dell’insurrezione generale, e il corpo di cavalleria, per evitare di essere massacrati, si ritirò verso Versailles.

La gente ora si impossessava di qualsiasi arma che potevano trovare nei negozi degli armaioli e che avevano in casa, e con mazze, e vagarono per tutta la notte attraverso la città […]

13 luglio.

[…]

La folla, ora appoggiata apertamente dalle guardie francesi, forza le carceri di St. Lazare, libera tutti i prigionieri, e assalta un grande negozio di grano, grano che portarono al mercato. Qui si appropriano di alcune armi, e guardie francesi cominciano a osteggiarli […]

14 luglio

[…]

La demolizione della Bastiglia è stata ordinata, e iniziata. Un corpo delle guardie svizzere, del reggimento di Ventimiglia, e le guardie cittadine a cavallo si uniscono al popolo. L’allarme a Versailles aumenta invece di diminuire. Credevano che i nobili di Parigi erano sotto saccheggio e strage, che 150.000 uomini in armi marciavano a Versailles per massacrare la famiglia reale, la corte, i ministri e quanti con loro […]

Gli aristocratici della nobiltà e del clero negli Stati Generali gareggiavano tra loro nel dichiarare quanto sinceramente sono pronti a sostenere la causa di giustizia del popolo[…]

16 luglio

[…]

Ogni ministro si dimise […] e quella notte e la mattina seguente il conte d’Artois e Monsieur de Montesson (un deputato) vicino a lui, Madame de Polignac, Madame de Guiche e il conte de Vaudreuil preferiti della regina, l’abate de Vermont suo confessore, il principe di Condé e il duca di Borbone, sono tutti fuggiti, non sappiamo dove.

Il re venne a Parigi, lasciando la regina nel dolore per il suo ritorno […] La carrozza reale era al centro, su ciascun lato di essa gli Stati Generali, in due file, a piedi, alla loro testa il marchese de la Fayette come comandante in capo, a cavallo, e le guardie davanti e dietro.

Il re si fermava all’Hotel de Ville. Lì, lo riceveva Monsieur Bailly che metteva nel suo cappello la coccarda popolare, rivolgendosi a lui. Il re sembrava impreparato e incapace di rispondere, Bailly gli si avvicina, raccoglie da lui alcuni frammenti di frasi, come dando una risposta, che riferisce all’auditorio da parte del re.

Al loro ritorno, il popolo gridava “vive il re e la nazione” […].”

*****

- traduzione libera di Gaspare Armato dal sito:
http://www.archives.gov/exhibits/eyewitness/html.php?section=1

Feb 272012
 

Pace di Vestfalia, 1648

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

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- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
- 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

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Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

Feb 052012
 

Enrico IV insieme a Maria de' Medici e ai loro figli.

Le Guerre di religione, che avevano lacerato la Francia per oltre 30 anni e avuto come culmine la strage della Notte di San Bartolomeo del 1572, si potrebbero dire concluse con l’Editto di Nantes promulgato da Enrico IV di Francia, il 13 aprile 1598. Il re francese, protestante convertito al cattolicesimo per poter salire sul trono, promulgava così una serie di leggi che davano una certa libertà di culto ai calvinisti, e sebbene editti precedenti avevano cercato di porre fine alle discordie religiose, solo con questo si ebbe un certo risultato grazie alla forte e autorevole determinazione del sovrano.
Concedendo ai protestanti piena libertà di culto, i 92 o 95 articoli principali con i 56 segreti assicuravano loro anche diritti e privilegi pur essendo una minoranza, come possibilità di concorrere a cariche pubbliche, scuole, concedendo inoltre un centinaio di piazzeforti come quella di La Rochelle, mantenendo perfino un esercito.
A ben vedere l’editto aveva affermato il cattolicesimo come religione dominante, dovendo, fra le altre cose, i protestanti pagare la decima ecclesiastica, rispettare le feste cattoliche e le restrizioni canoniche sul matrimonio. In ogni caso fu un passo avanti sul piano della convivenza pacifica, sebbene non accettato, l’editto, immediatamente da tutti, ricordiamo per esempio la città di Parigi che lo ratificò ben dieci anni dopo.
L’Editto di Nantes venne poco a poco messo da parte, iniziando da Luigi XIII fino a Luigi XIV che lo revocò definitivamente nel 1685 con il suo Editto di Fontainebleau.


Di seguito parte del discorso che Enrico IV pronunciò al parlamento di Parigi, che rifiutava, i vescovi in particolare, la registrazione dell’Editto di Nantes, in una seduta al Louvre il 7 gennaio 1599:

Mi avete esortato al mio dovere; vi esorto al vostro. Facciamo a gara gli uni con gli altri. I miei predecessori vi hanno offerto bei discorsi; ma io, con il mio abito dimesso, vi offrirò dei buoni risultati: esaminerò le vostre lagnanze, e vi risponderò il più favorevolmente possibile”. E rispose al parlamento che era venuto a presentargli delle rimostranze: “Voi mi vedete nel mio ufficio, dove mi sono appena intrattenuto con voi, non in veste regale, né in cappa e spada, come i miei predecessori, ma vestito come un padre di famiglia, in farsetto, per parlare familiarmente ai suoi figli. Voglio dirvi soltanto che vi prego di ratificare l’editto che ho accordato agli Ugonotti. Ho preso queste disposizioni per il bene della pace. L’ho instaurata all’esterno, voglio instaurarla all’interno del mio regno”. Dopo aver loro esposto per quali motivi aveva fatto l’editto, aggiunse: “Quando tentano d’impedire al mio editto di passare, vogliono la guerra; la dichiarerò domani agli Ugonotti; ma io non la farò; ce li manderò. Ho fatto l’editto; voglio che sia osservato. La mia volontà dovrebbe servire da motivo; non lo si chiede mai al principe in uno Stato obbediente. Sono il re. Vi parlo da re. Voglio essere obbedito”. (1)

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- 1. Voltaire, Histoire du parlement de Paris, cap. XL, Louis Moland, XV, pp. 571-572.
– Editto di Nantes »»»qua
- Editto di Nantes, articoli segreti »»»qua
- Voltaire, Histoire du Parlement de Paris »»»qua

Dec 102011
 

Quando il 9 marzo 1762, a Tolosa, in Francia, fu ingiustamente condannato a morte il negoziante Jean Calas, protestante, Voltaire prese spunto per scrivere un Trattato sulla tolleranza - pubblicato nel 1763 -, sull’assurdità del fanatismo religioso, su un problema che aveva afflitto e affliggeva ancora ai suoi tempi l’Europa. Quel Voltaire che in altri scritti invitava a uscire dalle superstizioni, dai dogmi, dall’ignoranza, che suggeriva ragionare con la propria testa, che esortava a sganciare la storia dalla mitologia, ponderandola alla luce di documenti e testimonianze.
E il libro è così attuale che il mio invito è leggerlo e rileggerlo più volte, magari un capitolo al giorno, proprio quando fatti quotidiani ci spingono a meditare che l’unico vero progresso si ha nell’accettazione delle diversità, nel sapere che un popolo civile convive con la molteplicità degli aspetti della vita, che rispettare e tollerare le opinioni altrui, anche se diverse dalle nostre, è partecipare ai diritti degli altri.
Non desiderando entrare nei dettagli o in un’analisi, riporto di seguito qualche brevissimo estratto:

“ […] la tolleranza non ha mai suscitato guerre civili; l’intolleranza invece ha ricoperto la terra di massacri. Si giudichi ora fra queste due rivali, fra la madre che vuole che si sgozzi suo figlio e la madre che lo cede purché egli viva *. Non parlo qui che dell’interesse delle nazioni e rispettando, come è mio dovere, la teologia. Supplico ogni lettore imparziale di pesare queste verità, di correggerle di estenderle. I lettori attenti, che si scambiano e discutono le loro opinioni, si spingono più in là dell’autore.” (1)

I popoli di cui la storia ci ha trasmesso anche solo una modesta conoscenza hanno tutti considerato le loro differenti religioni come nodi che li univano insieme, come un’associazione del genere umano. C’era una specie di diritto di ospitalità fra gli dei come fra gli uomini. Uno straniero arrivava in una città e per prima cosa adorava gli dei locali. Non si mancava mai di venerare persino le divinità dei nemici.” (2)

Ottenere con la forza una professione di fede è una prova evidente che lo spirito che la cerca è nemico della verità (Dirois, dottore alla Sorbona, libro VI, cap. IV).” (3)

*****
* Si allude al famoso giudizio del re Salomone, di cui parla la Bibbia per suffragare la saggezza di questo re nell’Antico Testamento.
1. Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Giunti, Firenze, 2007, pag. 42.
2. op. cit. pag. 49.
3. op. cit. pag. 101.

Dec 022011
 

Qualche video che ci introduce sia l’epoca francese in questione sia lo stesso Luigi XIV che incarnò un periodo storico di tutta rilevanza, periodo che influenzò modus vivendi, politica, economia, società…

 

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