Apr 262013
 

Presente nelle famiglie che potevano permetterselo, il Libro delle ore era quasi il simbolo della religiosità del tempo, libro in cui si racchiudevano, fra le altre cose, salmi canti inni, un libro suddiviso per periodi dell’anno, per ore.

Dei tanti famosi accenniamo a quello di Filippo II o del Duca di Berry, mentre l’immagine di seguito è presa da quello di Enrico VIII (1491-1547), illustrato negli ultimi anni del XV sec. dall’artista francese rinascimentale Jean Poyer (?-1503). Vissuto principalmente a Tours, Poyer fu un grande miniaturista che lavorò alla corte di Luigi XI di Francia, Carlo VIII di Francia e Luigi XII di Francia. Il Libro è una vera miniera d’oro, fonte di preziose informazioni storiche, nonché artistiche. Ricordiamo, di Poyer, il suo viaggio in Italia alla scoperta delle opere di Mantegna e dei Bellini, il suo buon lavoro nella prospettiva, così come un uso elegante dei colori pastello.

L’immagine di seguito rappresenta il mese di marzo, mese che dà l’avvio ai lavori nei campi, alle potature della vite, alle arature e via dicendo.

Libro d'Ore di Enrico VIII, mese di marzo

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E se ricerchiamo nella nostra memoria, potremmo andare a Palazzo Schifanoia a Ferrara, disturbare Francesco del Cossa (1436-1478), ed ammirare un qualcosa di simile, un affresco che ci ricorda anch’esso il mese di marzo: lavori agricoli che si somigliano!

Allegoria del mese di marzo, Francecso del Cossa, 1470 ca.

Apr 212013
 

di Daniela Nutini

Paesaggio invernale, 1565, Pieter Bruegel il VecchioIl Trecento fu un secolo “destinato” alla sventura, segnato da calamità naturali e dalle terribili azioni dell’uomo. Fin dai primissimi anni calò un clima gelido che dette vita a sofferenze a non finire. Il Mar Baltico gelò due volte. Seguirono periodi di freddo fuori stagione e tempeste. Era l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione che terminò, secondo alcuni autori, nel ‘700: le coltivazioni sparirono dalla Groenlandia e dalla Islanda, il grano dalla Scandinavia, si ebbero ripetute carestie, piogge incessanti che fecero marcire i raccolti. Si aggiunse poi un’altra calamità non meno spaventosa per le conseguenze che ebbe il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e da lì lo scadimento morale della Chiesa.

In seguito allo scontro tra autorità temporale e autorità papale, tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si ebbe, alla morte del papa, l’elezione di un Pontefice francese, Clemente V – ricordiamo che Benedetto XI governò solo per circa otto mesi -, che non andò a Roma a prendere possesso della Santa Sede. I maligni dissero che la ragione fosse la sua amante francese, la bella contessa del Perigord, figlia del conte di Foix. In ogni caso, Clemente si stabilì ad Avignone, in Provenza, in quel tempo feudo del Regno di Napoli e di Sicilia, ma comunque nel raggio della sfera francese: egli doveva al sovrano francese la sua elezione al Soglio Pontificio.

Filippo IV di Francia, detto il BelloSi ebbero così sei papi francesi che fecero di Avignone uno stato eminentemente temporale, di grande attrazione culturale certamente, oltre che di illimitata simonia, vale a dire traffico di compra-vendita delle cariche, a tal punto che tutto era in vendita, le indulgenze, tasse sulle crociate, regali, doni, scomuniche revocate, dispense per matrimoni, per legittimare i figli, con tariffe fissate anche per commercio con gli infedeli e nomine pagate di ecclesiasti giovanissimi. Le banche italiane prosperavano.

Fu costruito frattanto, a più riprese, l’immenso palazzo papale di Avignone, sovrastante il Rodano, un enorme edificio in forma di fortezza, intorno a cortili interni, con spalti dello spessore di tre metri e mezzo, strani camini piramidali, saloni per banchetti, giardini, uffici, cappelle con finestre a rosoni, aprendosi sulla pubblica piazza da dove uscivano i cardinali ”ricchi, arroganti e rapaci”, a sentire il Petrarca, con lo sfarzo dei rispettivi seguiti. Nel palazzo era tutto un brulicare di persone, famigli, parenti, postulanti, ecclesiastici, il complesso dei cerimonieri di corte sembra si aggirasse sulle 400 persone.
Il palazzo stesso era lussuosissimo con i pavimenti decorati. Clemente VI, che amava il lusso e aveva 1800 pelli di ermellino per il proprio guardaroba, fece venire a decorare le pareti Matteo Giovannetti della scuola di Simone Martini. Le quattro pareti dello studio del papa erano interamente affrescate con scene di caccia al cervo, con giardini, frutteti e con un gruppo di ambigui bagnanti nudi. Niente di religioso, quindi. Si banchettava in piatti d’oro e d’argento, vi erano arazzi fiamminghi e tappezzerie di seta, si mangiavano le fragole con forchettine di cristallo.

Bonifacio VIIITutti i benpensanti stigmatizzavano tale andazzo di cose, ma inutilmente. Si elevavano grida di indignazione da tutte le parti. Il Petrarca nel 1340 scriveva: ”vivo tra prelati coperti d’oro, masticanti oro”. Tanti speculavano intorno a questo stato di cose: re, banchieri, governanti. La credibilità della Chiesa sprofondava, lo stesso clero tralignava, si udivano lamenti da parte di vescovi probi sul fatto che il clero vestiva come i laici a scacchi rossi e verdi, con corpetti succinti, maniche larghe per far vedere pellicce e sete, lunghissimi cappucci e lunghissime scarpe a punta, pietre preziose e capelli fino alle spalle e barbe lunghe e curate. La corruzione si propagò dappertutto.

La permanenza del papa ad Avignone aiutò inoltre Filippo il Bello a provocare la caduta dei Templari.
Mai crollo fu più totale e spettacolare. Re Filippo, avendo esaurito ogni altra sorgente di fondi, pensò di impadronirsi delle immense ricchezze dei Cavalieri, servendosi dell’appoggio del papa ad Avignone. Costoro, esenti dalle tasse, avevano accumulato ricchezze ingentissime facendo anche i banchieri per la Santa Sede, prestando denaro a tasso bassissimo. Furono anche danneggiati dalla loro segretezza, dal vivere come un’enclave virtualmente autonoma, che attirava odi, pettegolezzi, sospetti.
Clemente VCon un balzo felino, Filippo s’impadronì del Tempio di Parigi e fece arrestare tutti i membri in una sola notte, di sorpresa. L’accusa era eresia, dalla quale era impossibile salvarsi. Torture a non finire fecero confessare anche l’inconfessabile. L’Ordine venne soppresso da papa Clemente V e alla fine ci fu la morte sul rogo del Gran Maestro, Jacques de Molay, che era stato amico personale del re e padrino di sua figlia. Costui mandò una maledizione di morte allo stesso sovrano e al papa – morirono nel giro di un anno -, e alla dinastia del re. Ciò si avverò: i tre figli del re decedettero a breve distanza, al trono salì un parente. Più tragico fu il destino della figlia del sovrano, data in moglie al reggente d’Inghilterra.

Con l’inaridirsi della dinastia, furono così aperte le porte alla rivendicazione inglese sulla corona francese che dette inizio alla Guerra dei Cent’anni, che devastò la Francia e l’Europa in generale, oltre alla nascita delle compagnie di ventura. Venne poi la Peste Nera, immane flagello, che si presentò in varie ondate e decimò la popolazione europea, e a finire lo Scisma di Occidente con il seguente raddoppio della simonia, delle varie discussioni, delle violente battaglie.
Vedremo tutto questo nei prossimi articoli.

©Daniela Nutini

Mar 172013
 

di Daniela Nutini

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Madame de PompadourJean Antoinette Poisson era parigina.
Figlia di un vettovagliatore, François Poisson, dell’esercito che fu preso in simpatia dai fratelli Pâris, i famosi commissari degli approvvigionamenti che lo usarono in mille modi; poi incappò in un processo ingiusto, fu riabilitato ed ebbe incarichi sempre di maggior spicco, stavolta dal governo del Re.
La madre fu Maddalena de La Motte, bellissima, ricca borghese che durante la disgrazia del marito intrecciò un legame con uno dei fratelli Pâris, e anche con l’appaltatore Le Normant, amico e protettore di artisti e letterati. Al ritorno di Poisson, vissero tutti d’amore e d’accordo: quello era il clima dell’epoca!
E tutti, a quanto pare, in adorazione di Jeanne, subito soprannominata Reinette, per la profezia di una indovina, ”sarai quasi regina“, le fu detto e tutti parvero lavorare per attuarla, questa profezia.

Reinette era graziosissima e aveva “spirito”, che allora voleva dire intelligenza, buon gusto, contegno, finezza, senso dell’arte, cultura. La ragazza fu allevata senza badare a spese: sapeva cantare, ballare, recitare benissimo, incideva pietre preziose, conosceva diverse lingue, dipingeva. Si mise in luce cantando l’aria dell’Armida di Lully in una serata in cui ricevette l’abbraccio della contessa di Mailly, prima favorita del re, e da allora fu l’astro di tutti i salotti.
Reinette ebbe così modo di frequentare i più bei spiriti dell’epoca. Oltretutto era graziosissima: una carnagione di alabastro, le sue mani e le sue braccia erano un incanto. I capelli tra il castano e il biondo, gli occhi variavano dal nero al grigio al celeste secondo la luce e l’espressione del viso. Una splendida giovane donna, insomma. Come tutte le belle donne dell’epoca aveva un segreto desiderio, arrivare al Re.

Intanto, Le Normant la fa sposare con il proprio figlioccio, signore di Étiolles. I due giovani si amano abbastanza, Reinette, pur nel turbine della vita mondana, gli è fedele. Dice scherzando che soltanto Sua Maestà potrebbe farle dimenticare il “dovere”.
Intanto si industria di incontrarlo in tutti i modi possibili. Confinando le sue terre con le foreste in cui Luigi va a caccia, si fa vedere da lui come una ninfa fuggitiva, vestita di blu o di rosa, mentre guida lei stessa la sua elegante vettura.
Lei dispone anche di un potente alleato, Beinet, primo cameriere del Delfino e lontano parente del marito. Arrivano in tal modo gli inviti: piccole feste, intrattenimenti, fino al fatale carnevale del ’43, dove Reinette si presenta vestita da Diana Cacciatrice. Il Re adora i balli mascherati, stavolta si è vestito da alberello di tasso con altri amici, tutti uguali, per non farsi riconoscere. Egli vede la splendida Diana, la corteggia, la riconosce poi per la Ninfa dei boschi vestita di rosa, con lei va via dalla festa e da quel momento in poi Madame d’Étiolles si vede spesso a Palazzo, conquista il Sovrano, lo fa innamorare, lo seduce con le sue virtù e la bellezza del suo cuore, lo avvince.

Il Re ha in mente di presentarla a Corte, farla nobile e farne la sua amante. Nel frattempo Monsieur Le Normant d’Étiolles si incarica di avvertire il nipote che la moglie è destinata al Re e che quindi non faccia storie: il giovane piange, ma si rassegna, ritirandosi nelle sue terre e seguendo la sorte di tutti i mariti delle amanti in carica ai Sovrani di Francia.
Luigi vuole che la sua Reinette sia impeccabile negli usi di corte, sa già quali scogli dovrà superare questa semplice borghese e desidera evitarle ogni critica sulle questioni di etichetta. Versailles è difatti un mondo a parte dove le dame di corte si distinguono, per esempio, per l’andatura a passi piccolissimi, che le fa sembrare tante bamboline che scivolano su lucidi pavimenti. Così Jeanne passa la sua ultima estate da sola, a Étiolles, in campagna, con Voltaire e l’abate Bernis e la figlia Alexandrine, un’estate felice, e mentre riceve le missive d’amore del Re, che è al campo in guerra contro gli inglesi, impara la condotta perfetta, il tratto personalissimo, la nobiltà dei modi e di cuore che la distingueranno d’ora in poi negli anni in cui sarà Jeanne Antoinette, Marchesa di Pompadour.

© Daniela Nutini

Mar 062013
 

di Daniela Nutini

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Luigi XVLuigi XV di Francia era bello.
Addirittura era considerato il più bell’uomo del regno. Scampato alla decimazione di tutta la sua famiglia da parte del morbillo e dell’inetto medico reale Fagon, si salvò perché la sua governante lo nascose. E così succedette al nonno, il Re sole. Ma era ancora troppo piccolo, e Reggente fu Filippo, duca di Orleans, figlio del fratello di suo nonno. Un uomo strano, intelligente e buono, immerso in tutti i vizi, figlio di due strani genitori, l’effeminato Monsieur e la mascolina Madame, la Principessa Palatina.

Filippo amò il suo pupillo: era affettuoso pieno di attenzioni, ma morì presto in seguito ai bagordi, alle donne, al buon cibo, agli eccessi di ogni tipo. Gli successe come reggente il Duca di Borbone, futuro principe di Condè. Anche lui si prese a cuore il real fanciullo, che era un ragazzo affabile, buono, intelligente, afflitto da una timidezza patologica che lo rese sempre simpaticissimo tra gli intimi, seppur duro e scostante nella folla.
La sua infanzia fu di un orfano. A sette anni fu tolto dalle mani della governante e dato in custodia agli uomini. Il piccolo re si attaccò alle gonne di Madame de Ventadour, piangendo disperatamente, ”Maman, maman”.

Poi fu allevato da Re. Latino, storia, matematica, comportamento, astronomia, disegno, incisione e, come manualità, la tipografia. Poi ancora tutta la macchina del governo. Lui cacciava e correva per i boschi con una vitalità che conserverà sempre per tutta la vita.
Era fidanzato con una principessa spagnola che già abitava a corte, ma era una bambina di 5 anni, Luigi 13. Gli erano stati allontanati d’attorno alcuni amici: stava scivolando lungo una china non molto edificante e alle sue domande gli era stato detto che erano stati mandati via ”perché avevano rotto le cancellate del parco”. Lui stette zitto, ma fu poco convinto.

Maria LeszczyńskaUn matrimonio urgeva e dei figli anche: l’Infanta era troppo giovane. Così fu rimandata da suo padre con grande strepito di cancellerie e la scelta cadde sulla polacca Maria Leszczynska, figlia dello spodestato re di Polonia. Aveva vent’anni, non era bella, era povera, era pia, buona, onesta, educata a stare tra la folla, ballava e cantava, era grata alla sua sorte. Il matrimonio si fece e Luigi si innamorò della sua polacca: era felice, allegro, si dava da fare, proteggeva le arti, abbelliva Versailles. Ebbe 10 figli in brevissimo tempo. Maria si lamentava: ”toujiours cocher, toujours accoucher!” Ma anche il Re si stancò. Lei sfiorì e sembrava sua madre. Lui era giovane, bello, con il temperamento ardente dei Borboni.

Presto arrivò tutta una serie di amanti in carica!
Luigi era timido anche in questo: non andò a cercare troppo lontano. Praticamente passò da una sorella all’altra, 5, cominciando da Madame de Mailly, l’unica che lo amò veramente e non chiese nulla per sé, alle altre su sorelle, una per una, ma i maligni dicevano anche due per volta, fino all’ultima, la bellissima duchessa di Chateauroux. Il fatto era che si trovava a suo agio solo con persone che conosceva veramente, ricominciare da capo era per lui una tortura. E così, ecco le sorelle, sebbene l’ultima fosse più difficile: era infatti innamorata del Duca di Agenois, che fu subito spedito lontano. Lei pose delle condizioni onerose, fu spavalda e intrigante tanto che al suo decesso si parlò di veleno.

Alla morte di questa, il posto risultò vacante. Erano state così avide e spinte dai vari partiti dei personaggi di corte, che Luigi cominciò a pensare che forse una parigina, borghese, di quella classe ricca in ascesa, poteva andargli meglio in confronto a tutte quelle aristocratiche che gli si proponevano ora ad ogni piè sospinto. Entra in scena, tempestivamente Jeanne- Antoinette Poisson.
Ma questa è un’altra storia.

© Daniela Nutini

Feb 102013
 

di Daniela Nutini

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Enrico IV di Francia. jpg.Enrico IV di Francia (1553-1610), il Borbone il Bernaese il Re di Navarra, l’uomo dalle mille conversioni, il marito della graziosissima Margot di Valois e poi della ricca mercantessa Maria de Medici, che sale al trono di Francia quasi per caso dopo la morte di tutti i rampolli di Madama Caterina.
Enrico III Valois (1551-1589) viene infatti assassinato e con lui si estingue la sua dinastia. Sul letto di morte, riconosce come successore il Borbone, lontano parente e suo cognato. Lo esorta a farsi cattolico e a pacificare la Francia. Enrico esegue puntualmente le ultime raccomandazioni del morente, si converte. Lui, ugonotto già scampato alla Strage di San Bartolomeo ordita dai suoi parenti: è il pacificatore dello Stato fino a stipulare l’Editto di Nantes che fu la “carta dei privilegi e dei diritti dei protestanti di Francia”, il primo grande atto di tolleranza religiosa del mondo moderno.

Enrico è re ed è amatissimo. Egli è buon estimatore dei consigli di Montaigne, ed i suoi sogni sono la salute dei suoi sudditi e l’amore di tutte le belle donne.
Le Vert Galant, come è soprannominato, è infatti un infaticabile amatore. Divorziato dalla bella Margot e marito di Maria non si risparmia certo: ha amanti in carica, belle e famose che si fanno ritrarre in pose audaci, favorite di passaggio, amori ancillari, e lui vive fra tutte le sue donne come in un harem, occupandosi alacremente dei suoi figli e figlie, sei legittimi e otto naturali.
Ma ora ha cinquantaquattro anni ed è stanco per le tante battaglie sia di guerra, sia d’amore. Si trascura – non è mai stato un modello né di pulizia né di ben vestire –, canta canzoni oscene con i suoi vecchi compagni d’arme, insomma torna ad essere il ragazzo selvatico e malmesso della sua giovinezza in Navarra.
Ecco però che un’ultima storia romantica è in serbo per lui.

Charlotte Marguerite de MontmorencySiamo nel 1608. A corte compare per la prima volta Carlotta de Montmorency (1594-1650), la figlia del Conestabile. Appare nella irresistibile freschezza dei suoi quindici anni, è un frutto bellissimo verso cui si tendono le mani avide di ogni uomo. Lei è fidanzata ad un aitante gentiluomo lorenese di ventisei anni, François de Bassompierre, amico intimo del re, con il quale condivide la passione per la guerra e le donne e il gioco.
Il destino è tuttavia in agguato, e si presenta nel più seducente dei modi: durante una festa in costume di carattere mitologico, il 16 gennaio del 1609, il re incontra Carlotta. Lei è vestita da Diana cacciatrice, coperta appena da veli svolazzanti e corre come una Ninfa. In mano ha un giavellotto e con un gesto birichino lo punta diritto al cuore del re. Enrico ne è trafitto. Da quel momento s’infiamma di una passione travolgente, lui, oramai attempato e con i capelli bianchi, per la splendida quindicenne.

Le sue pazzie non si contano, si profuma, si arriccia barba e baffi come i damerini di corte, ordina abiti sontuosi. Poi fa sfidanzare la ragazza dall’avvenente e ben piantato Bassompierre che riempie il palazzo delle sue grida e delle sue proteste, e la destina al Principe di Condè, bel giovane, ma di cui si mormorano le tendenze particolari. Forse, avrà pensato, con un marito simile mi sarà più facile l’accesso alla bella ritrosa. Intanto, dopo infinite suppliche, ottiene che Carlotta si faccia vedere in camicia, con i capelli sciolti alla finestra della sua camera: è notte e mentre il re la guarda rapito, la ragazza, ritta in piedi tra due ceri, muore dal ridere, “Ma che matto!”, esclama tutta allegra.

La faccenda si complica. Si arriva al matrimonio di Carlotta, mentre tutta la corte, regina Maria compresa, stanno a guardare allibiti. La cosa già prendeva la piega dello scandalo.
Il neo marito Condè si mostra tuttavia meno arrendevole di quanto il sovrano avesse immaginato. Sia che amasse la moglie, sia che tenesse alla propria dignità, scappa con lei al di là dei confini francesi, a Bruxelles prima, feudo degli Asburgo, a Milano poi, dominio della Spagna.
L'uccisione di Enrico IV di FranciaIntanto Enrico ricopre la sua bella di lettere e regali, che lei non respinge. Inviava rubini, preziosi, e poesie scritte da altri. Lui invece in un dispaccio al suo agente di Bruxelles annotava: ”Ho scritto or ora al mio dolce angelo…”. Insomma, era alla disperazione. La rivoleva indietro ad ogni costo e accusava il marito di essere un fuoriuscito pericoloso, il candidato degli spagnoli al trono di Francia. Lei lo incoraggiava da lontano, non le dispiacevano i regali del suo coronato spasimante.
Si arrivò al punto che tra offese, pressioni politiche, minacce, parve quasi che stesse per scoppiare la guerra. Vecchi rancori con la Spagna tornavano a galla. Ci si armava, “et tout cela à cause de Charlotte!”.

Ma una tragedia doveva porre fine a questa commedia d’amore.
Il 14 maggio del 1610 il re è in carrozza per le strade di Parigi, in una viuzza stretta dovette rallentare per un ingorgo al traffico e i valletti della scorta si dispersero nella confusione. Si fa avanti il regicida François Ravaillac: colpisce il re una prima volta al fianco e al suo grido lo finisce con una pugnalata al cuore. Nessuno intorno si rende ben conto dell’accaduto. Il duca di Epernon che è seduto accanto al sovrano e gli stava leggendo un dispaccio impedisce di uccidere l’assassino e grida al popolo: “Il re è soltanto ferito”, mentre la carrozza, di gran carriera, riportava al Louvre solamente il cadavere di Enrico IV di Borbone, re di Francia.

© Daniela Nutini

Dec 192012
 

di Ivana Palomba

Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di RichelieuQuesta prelibata salsa dal sapore delicato, delizia del palato e degli occhi, è attestata nel nostro lessico dal 1905, prestito dal francese mayonnaise, documentato dal 1807.
La sua storia, almeno la più accreditata dai linguisti, è strettamente legata ad una delle battaglie più ardimentose di Francia e al nome di Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di Richelieu (1696-1788), pronipote del grande cardinale.
Il duca, sempre azzimato e profumato come un damerino, era il dominatore assoluto della scena galante del suo tempo tanto che ingelosì due monarchi, ingannò alcune centinaia di mariti e subì quattordici mesi di detenzione per le eccessive attenzioni nei confronti della duchessa di Borgogna.
Nonostante i suoi eccessi amorosi, le biografie parlano di ben cinquecento femminee torri crollate sotto il suo ardimento, trovò anche il tempo di partecipare all’assedio di Friburgo (1713), di combattere con valore in varie campagne (1733-1734) e nella guerra per la successione d’Austria, meritandosi il bastone di maresciallo di Francia (1748).
Le memorie della sua vita, contenenti un fedele ritratto dell’ambiente di corte durante la Reggenza e sotto Luigi XV, furono compilate sulla base di suoi appunti da Jean Louis Soulavie (1753-1813), abate letterario di dubbia reputazione.

Gli anni precedenti la guerra dei Sette Anni (1756-1763) vedeva la rivalità coloniale tra Francia e Inghilterra farsi sempre più accesa poiché le navi inglesi facevano da padrone nel Mediterraneo rendendo sempre più dura la vita ai vascelli francesi.
Durante uno dei soliti festini, cui era solito partecipare ed esserne il centro di eleganza e facezie, il duca propose al re di togliere Minorca agli inglesi.
La proposta che all’inizio sembrava una boutade fu invece approvata in pieno dal monarca che permise al duca di condurre in prima persona l’impresa.
Agghindato come andasse a una festa, Richelieu partì da Tolone e il 18 aprile1756 sbarcò a Port Mahon cominciando l’assedio alla cittadella fortificata.
Il duca però non aveva fretta e trovato un angolino ben riparato dai cannoni inglesi, di mare e di terra, fece approntare il campo che ben presto assunse il carattere di un gaio festino, con pasti pantagruelici e spassose rappresentazioni su un teatrino improvvisato, allietato dalla presenza delle belle minorchesi che avevano applaudito alla bandiera gigliata francese.
Piatto comune era il pesce, data la naturale abbondanza a portata di mano, anzi di acqua, ed ogni giorno era ammannito in maniera diversa.

Un giorno, il cuoco del maresciallo presentò il pesce con una salsa a base di olio e tuorlo d’uovo, preparata a freddo perché il fuoco acceso avrebbe attirato i colpi di moschetto, che fu graditissima da tutta la brigata.
Fu un vero e proprio trionfo che Richelieu battezzò “sauce mahonnaise” a imperituro ricordo del luogo dove era stata presentata per la prima volta rimpiazzando così la “bayon-naise” salsa di Bayonne. Il tempo ha poi trasformato mahonnaise in majonnaise.
La storia ci dice poi che l’assalto al forte di San Filippo avvenne il 28 giugno 1756 con la vittoria dei francesi, mentre la salsa maionese avrebbe vinto una ben più duratura battaglia, quella del palato.

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Bibliografia:
- Dizionario della letteratura francese, 2002, ad vocem .
- Aldo Gabrielli, Dizionario dello stile corretto, Mondadori, 1960.
- Louis François Armand Du Plessis Richelieu (duc de), François Barrière, Jean Louis Giraud Soulavie, Memorie del duca de Richelieu, Société des bibliofili, 1903.

© Ivana Palomba

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