Le Guerre di religione, che avevano lacerato la Francia per oltre 30 anni e avuto come culmine la strage della Notte di San Bartolomeo del 1572, si potrebbero dire concluse con l’Editto di Nantes promulgato da Enrico IV di Francia, il 13 aprile 1598. Il re francese, protestante convertito al cattolicesimo per poter salire sul trono, promulgava così una serie di leggi che davano una certa libertà di culto ai calvinisti, e sebbene editti precedenti avevano cercato di porre fine alle discordie religiose, solo con questo si ebbe un certo risultato grazie alla forte e autorevole determinazione del sovrano.
Concedendo ai protestanti piena libertà di culto, i 92 o 95 articoli principali con i 56 segreti assicuravano loro anche diritti e privilegi pur essendo una minoranza, come possibilità di concorrere a cariche pubbliche, scuole, concedendo inoltre un centinaio di piazzeforti come quella di La Rochelle, mantenendo perfino un esercito.
A ben vedere l’editto aveva affermato il cattolicesimo come religione dominante, dovendo, fra le altre cose, i protestanti pagare la decima ecclesiastica, rispettare le feste cattoliche e le restrizioni canoniche sul matrimonio. In ogni caso fu un passo avanti sul piano della convivenza pacifica, sebbene non accettato, l’editto, immediatamente da tutti, ricordiamo per esempio la città di Parigi che lo ratificò ben dieci anni dopo.
L’Editto di Nantes venne poco a poco messo da parte, iniziando da Luigi XIII fino a Luigi XIV che lo revocò definitivamente nel 1685 con il suo Editto di Fontainebleau.

Di seguito parte del discorso che Enrico IV pronunciò al parlamento di Parigi, che rifiutava, i vescovi in particolare, la registrazione dell’Editto di Nantes, in una seduta al Louvre il 7 gennaio 1599:
“Mi avete esortato al mio dovere; vi esorto al vostro. Facciamo a gara gli uni con gli altri. I miei predecessori vi hanno offerto bei discorsi; ma io, con il mio abito dimesso, vi offrirò dei buoni risultati: esaminerò le vostre lagnanze, e vi risponderò il più favorevolmente possibile”. E rispose al parlamento che era venuto a presentargli delle rimostranze: “Voi mi vedete nel mio ufficio, dove mi sono appena intrattenuto con voi, non in veste regale, né in cappa e spada, come i miei predecessori, ma vestito come un padre di famiglia, in farsetto, per parlare familiarmente ai suoi figli. Voglio dirvi soltanto che vi prego di ratificare l’editto che ho accordato agli Ugonotti. Ho preso queste disposizioni per il bene della pace. L’ho instaurata all’esterno, voglio instaurarla all’interno del mio regno”. Dopo aver loro esposto per quali motivi aveva fatto l’editto, aggiunse: “Quando tentano d’impedire al mio editto di passare, vogliono la guerra; la dichiarerò domani agli Ugonotti; ma io non la farò; ce li manderò. Ho fatto l’editto; voglio che sia osservato. La mia volontà dovrebbe servire da motivo; non lo si chiede mai al principe in uno Stato obbediente. Sono il re. Vi parlo da re. Voglio essere obbedito”. (1)
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- 1. Voltaire, Histoire du parlement de Paris, cap. XL, Louis Moland, XV, pp. 571-572.
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