Mar 202012
 

Segue (»»» qua la I parte) la descrizione di Madame de Maintenon, di Daniela Nutini.
II parte
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E così Françoise si insedia nel menage reale. Dapprima Luigi non la gradì. Aubignette era sempre vestita di lana e di grisette, una stoffa incolore, indossava un soggolo bianco come le suore e vestiti da sartina. Tutti portavano alle stelle il suo decoro, ma il re si irritava: ”Udrò sempre e soltanto parlare della vedova Scarron?”.
Athénais invece era molto contenta dato che Françoise allevava molto bene i suoi bambini, li curava, li coccolava ed era la discrezione in persona sulla loro provenienza. Erano sei alla fine: Athénais partoriva senza sosta.
Veniva di rado a corte, dove era stimata in quanto educata e servizievole, inoltre conversava con spirito. La Montespan ne era entusiasta ed anche il re a poco a poco ne fu conquistato. Vi fu un episodio galeotto: Luigi spesso si recava al fronte delle sue interminabili guerre e Madame de Montespan, che era praticamente analfabeta, aveva difficoltà a scrivergli. Ad un tratto il re fu sorpreso di ricevere missive colme di grazia infuocata. Sospettò e si fece dire il nome del vero autore, la vedova Scarron. Iniziò così un gioco erotico e avvincente: Luigi scriveva lettere piene di verve, poi leggeva le risposte alle due donne, imbarazzate, commentandole e lodandole. Aubignette gli si era presentata sotto una luce diversa.
Il re ne apprezzava sempre di più la discrezione, il suo ordine, il suo metodo, al contrario di Athénais, eccessiva e spendacciona. La quale non si accorgeva di nulla e giunse al punto di supplicare il sovrano di donare un castello a Françoise, che divenne così Marchesa di Maintenon.
Luigi era felicissimo con le sue tre donne, la regina, la Montespan e la Maintenon.
Giunse però il momento che Athénais si accorse da che parte tirava il vento e ne fu sbalordita. Si era coltivata una serpe in seno, quella santocchia che ora usurpava il suo posto. Ma la campagna denigratoria che all’improvviso aprì presso il re, ottenne esattamente l’effetto contrario. Luigi aveva debiti di riconoscenza per la governante dei suoi figli, la rispettava, aveva 45 anni, era spesso ammalato, Athénais lo dissanguava con i suoi debiti mentre la Maintenon lo ascoltava con pazienza e parlava di Dio. Giunse persino a raccomandargli di essere più buono con la regina.
Poi Athénais fu travolta dall’”Affare dei veleni”, la regina Maria Teresa morì e la strada rimase libera. La Maintenon diceva di lavorare per la salvezza della sua anima e Luigi, tra guerre, decimazioni familiari, problemi e tasse, ne aveva bisogno. La chiamava “Sua Solidità” e la faceva assistere a tutte le riunioni dei ministri. E la sposò morganaticamente, con grande scandalo e orrore di tutti. Avrebbe potuto fare un matrimonio importante con qualche principessa europea, ma era stanco e aveva bisogno di una donna con cui non dovesse sfoggiare nulla.
E così cominciò il dominio della Maintenon. Con lei entrarono a Corte i gesuiti, i bigotti, gli intransigenti, che quasi costrinsero Luigi a proclamare la revoca dell’illuminato Editto di Nantes, con lo spauracchio dell’inferno.
Aubignette fu universalmente odiata a corte, eppure non danneggiò nessuno. Dicevano che era ipocrita ed avevano forse ragione. La cognata del re, la principessa Palatina, ce ne ha lasciato un ritratto terribile di falsità e sorniona cattiveria, nel suo monumentale carteggio. Poco sappiamo di lei, oltre le maldicenze, di questo periodo. Suo merito fu quello di fondare l’Accademia di Saint Cyr, dove si educavano fanciulle secondo un metodo rigoroso. A loro scrisse quella che doveva essere stata la regola di tutta la sua vita: ”Non volevo essere amata da nessuno in particolare, volevo esserlo da tutti e far che il mio nome venisse pronunziato con amore e con rispetto.” Le sue lettere sono un modello di stile e di contenuti: Napoleone a Sant’Elena le leggeva continuamente, “esprimono molte cose”, diceva.
Dopo la morte del re, Aubignette si ritirò subito nell’amato collegio di Saint Cyr presso le sue ragazze. Questa donna enigmatica non ci fa carpire il suo segreto. Ha passato gli anni sgranando il rosario in un canto della stanza del re, lo ha sostenuto negli ultimi anni tra i dolori del corpo e quelli del cuore, mentre l’inetto medico Fagon faceva strage della sua famiglia. Non amava la corte, non amava il fasto, forse amava il potere. Eppure fu quasi regina di Francia. E magari, nel grigiore del suo collegio di Saint Cyr, negli ultimi giorni, avrà ricordato il sole della Martinica, quando correva scalza sulla spiaggia e il Re, la Francia, la Corte, gli intrighi, le preghiere, gli amori, le fatiche del vivere erano ancora molto, molto lontani.

© Daniela Nutini

Mar 112012
 

Si sa, le parole hanno una propria vita, hanno una storia, un’evoluzione, nascono nei momenti più impensabili, a volte durano nel tempo, altre volte si perdono, altre volte ancora si trasformano. E molte di loro sono connesse a eventi storici.
Ivana Palomba ci parla della “Camera ardente”.

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Il titolo del fortunato libro di Bruno Migliorini è l’occasione per ricordarci che alcune parole sono strettamente legate a fatti storici. È il caso del sintagma “camera ardente” che origina alla corte di Francia nel 1547.
Già Francesco I (1494-1547), re di Francia dal 1515, si ritrovò a fronteggiare l’ondata dei calvinisti e luterani. Infatti, ben sei anni prima che cominciasse l’azione di Lutero, era iniziato in terra francese un movimento evangelistico ad opera dell’umanista Lefèvre d’Étaples (1450 ca.-1538 ca.) che sosteneva la necessità di leggere le Sacre Scritture, “fonte d’ogni vita”, e di “ricondurre la religione alla sua primitiva purezza”. Lo stesso Lefèvre aveva pubblicato una traduzione della Bibbia in francese quasi contemporanea alla traduzione tedesca di Lutero. La riforma luterana trovò dunque in Francia un terreno fertile dove le nuove dottrine si diffusero dapprima fra gli umili, fra gli operai, che ne adottarono con entusiasmo le idee generali, e ad essi si aggiunse a poco a poco un certo numero di preti.
Questi primi dissidenti non furono perseguitati, ed anzi fino al 1534, Francesco I, forse con la segreta speranza dell’appoggio dei luterani di Germania contro Carlo V, si mostrò assai favorevole ai riformati e a parecchie riprese impedì al Parlamento di agire contro gli eretici. Ma poi di fronte alle violenze permise la loro persecuzione ed in pochi mesi circa una quarantina furono condannati e bruciati vivi. Nel 1535 ebbe però un ripensamento e si avvicinò agli eretici promulgando anche un editto che ponesse fine alle persecuzioni per una conciliazione fra dottrine. Ripensamento che fu di breve durata e quindi si riaccesero le persecuzioni e le condanne.
Gli successe nel 1547 il figlio Enrico II (1519-1559) che fu decisamente intransigente con gli eretici ed infatti istituì nel Parlamento una sezione speciale, detta “Camera ardente”, ch’ebbe l’unico incarico di sbrigare i processi di eresia. Il tribunale si componeva di giudici delegati dal papa.
A capo di questo tribunale vi era Antoine De Mouchy (1494-1574) che si faceva chiamare Democharès, dottore di Sorbona. “Questo monaco si disimpegnò con tanto zelo nel suo alto offizio che corre fama che da lui sia derivato poscia il vocabolo francese mouchard” (1). Il termine, che significa informatore di polizia, spione, identificava le persone impiegate da De Mouchy per scoprire gli eretici. Il tribunale dell’inquisizione faceva i requisitorii, informava i processi, e la Camera ardente del parlamento giudicava per ultimo e infliggeva le pene, che per gli eretici e i riformati era quasi sempre il fuoco, da ciò il suo appellativo.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:
- 1. Girolamo Tasso, Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione, vol.5, pag. 325, Venezia, 1842.
- Ugo Bianchi, Storia delle religioni, Piccin,Padova, 1970.

Mar 092012
 

Un affresco della vita di una delle più particolari amanti di Luigi XIV nelle parole di Daniela Nutini.
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La vita di Madame de Maintenon, moglie morganatica di Luigi XIV, è una storia da romanzo di appendice. Nasce Françoise d’Aubigné, da un padre avventuriero e da una madre sconsiderata. Il nonno è Agrippa d’Aubignè, famoso poeta ugonotto. Venuta alla luce nella portineria del carcere che ospitava il padre, rinchiuso per debiti, assassino per onore della prima moglie e ora sposato a Jeanne de Chardillac, dopo averla sedotta. Jeanne è cattolica, anche Costant d’Aubigné si converte con grande dolore del padre, fervido protestante. Poi tutta la famigliola si imbarca per le Antille. Prima a Guadalupe, poi nella Martinica dove la piccola Aubignette, come la chiama la madre, si trasforma in una graziosa adolescente, legge Plutarco e la Bibbia, e trascorre anni spensierati. Durarono poco. Costant muore e Jeanne torna in Francia con i figli, talmente povera da mendicare un tozzo di pane dai gesuiti, con grande umiliazione della piccola Françoise. La madre riesce a mandarla da una zia, ma è calvinista e riporta la ragazza alla fede del nonno. Interviene allora la sua madrina, Madame de Neuillant, che la prende con sé, ne fa una specie di serva, le fa governare gli animali da cortile, mentre Aubignette si protegge la pelle dal sole con una veletta e rifiuta di tornate al cattolicesimo. Per punizione, viene segregata in un convento di orsoline. Lì conosce Suor Cecilia con cui inizia un rapporto particolare che fa nascere in Françoise una propensione per il suo stesso sesso.
Povera Françoise: trasferita di casa in casa, trasferita in varie isole delle Antille, privata di ogni affetto, dal sole al grigio inverno francese, un giorno cattolica, poi ugonotta, poi ancora cattolica, con un padre mascalzone e una madre invisibile, non è strano che si affezioni a donne gentili e che pianga disperatamente quando è allontanata da Suor Cecilia. Viene messa in un altro convento, ma ora è una graziosa sedicenne, intelligente e colta. Un marito è quello che ci vorrebbe per risolvere tutti i suoi guai.
Ed il marito si presenta. È il poeta satirico Paul Scarron, quarantenne, orrendo, deforme ma intelligentissimo e brillante. È ammirato dall’intelligenza sveglia di Françoise e dallo stile delle sue lettere, la lusinga, se ne innamora e la chiede in sposa con queste parole: ”Maledizione, quanto vi amo! È una sciocchezza amare tanto”. Aubignette non esita, a chi le fa notare la bruttezza di Scarron e la sua salute malferma risponde: ”Sono povera, rischio di andare in convento, preferisco sposarlo“. Ecco, qui è tutta Aubignette: ragionatrice, calma, preveggente.
Ma fu una buona moglie. Nessuno ebbe nulla da dire sulla fedeltà al marito e fu molto ammirata dai letterati che frequentavano casa Scarron, ammirata anche dalla famosa cortigiana Ninon de Lenclos, alle cui attenzioni fu molto sensibile, persino dalla regina Cristina di Svezia, donna dai gusti sessuali arditi. Eppur fu sempre serena, sempre signora. Quando rimane vedova, a 25 anni, è di nuovo povera, ma è sempre apprezzata e invitata in tutti i salotti che contano. Sbarca il lunario rendendosi utile presso case signorili dove talvolta ha rapporti ambigui con le padrone. È una brava governante e un’appassionata amante per le signore, ma sempre rispettata: recita la parte della nobile decaduta con infinita dignità. Diventa ad un certo punto la factotum nella casa del duca di Albret, che dicono innamorato di lei. Aubignette organizza la casa come meglio non si potrebbe, ma affitta anche un appartamento in cui vive con Ninon de Lenclos e l’ultimo amante di lei, in un festoso menage a trois. La sua caratteristica è sempre quella di restare un’amante di alto profilo, una dama di gran livello.
E finalmente la Montespan, cugina del duca di Albret, scopre a casa di lui questa perla rara, questa graziosa e timida vedova, che già da allora aveva il tratto che conserverà per tutta la vita: quello di essere la personificazione della saggezza, della riservatezza e della religiosità. Un po’ ipocrita, in verità, ma nessuno se ne accorgeva. Le si affeziona e Françoise si affeziona a lei. Athénais ne è talmente conquistata che, dopo la nascita del suo primo figlio, ha l’idea di fare di Aubignette la governante dei fanciulli che verranno. Il re acconsente. Ed ecco formarsi questo trio dagli sviluppi imprevedibili: Luigi ha trentanni, Athénais ventisette e Françoise trentatré. Inizia la seconda parte della vita di Françoise d’Aubignè, vedova Scarron, che dette la scalata al trono di Francia.

(»»» qua continua II parte)

© Daniela Nutini

Feb 272012
 

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

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- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
- 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

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Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

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Una serie di documenti:

- La pace di Vestfalia fra “due tempi” storici.
La lezione del Trattato di Vestfalia del 1648.
- 1648: con la pace di Vestfalia nasce un nuovo ordine mondiale.
- mappa di eventi.

Feb 232012
 

Spionaggio industriale nel XVII secolo? Un intrigante articolo di Ivana Palomba.

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André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “Punto Venezia”.

Gli innumerevoli fili che si intrecciano a formare la trama della storia, a volte, si rivelano essere impalpabili ed eterei merletti.
Le leggi suntuarie, che miravano a limitare l’eccesso di ornamento, e che si erano susseguite nei secoli, erano state regolarmente disattese. Ancora nel ‘600 così si cercava di mettere un freno all’eccesso di trine:

Le Parlement de Paris, le 12 décembre 1603 défendit, sous peine de 1500 liv. d’amende, de porter des dentelles de plus de neuf livres l’aune, ni d’en vendre d’un plus haut prix, à peine d’une amende de 3000 livres”.

In quest’epoca un uomo si reputava elegante se aveva addosso, tra polsini, lattughe (una sorta di colletto) e guarnizioni di stivali alti, merletti per un valore di almeno 13 mila scudi. Si narra che il cardinale Mazzarino (1602-1661), nel 1653, pur impegnato in vicende guerresche, trovò il tempo di scrivere a Jean Baptiste Colbert (1619-1683), a quel tempo suo segretario, per raccomandargli di comprare trine di Fiandra, di Venezia e di Genova per le quali avrebbe speso ben volentieri una somma da 30 a 40 mila lire.
L’amore che i francesi avevano per la “dentelle” non aveva limiti e reputando quella nazionale pesante e volgare aggiravano le varie leggi che proibivano le importazioni da paesi esteri mandando ordinazioni ai maggiori centri di produzione: Venezia, Genova, Lilles e Bruxelles.
Questa continua emorragia di denaro nazionale aveva reso insonne Colbert, divenuto ministro alle Finanze di Luigi XIV, e dal 1663 al 1683 attuò un’accorta politica di riorganizzazione di tutte le arti perché la sua finalità, come si evince dalla relazione di Marc’Antonio Giustiniani, ambasciatore veneto in Francia dal 1665 al 1668, era:

“… di rendere tutto il regno superiore nell’opulenza di ogni altro, abbondante di ogni merce… bisognevole di niente e dispensatore agli altri stati di tutto; con ogni industria perciò procura di condurre in Francia le Arti migliori di tutti i luoghi…”

Per giungere a questo fine Colbert sviluppò il protezionismo che di fatto impediva con barriere doganali l’importazione ed in parallelo aumentò sia l’esportazione che la produzione interna.
Specificatamente per i merletti, Colbert accordava, il 5 agosto 1665, un privilegio esclusivo per dieci anni e una gratificazione di 36000 livres a una Compagnia i cui primi azionisti furono Pluymers, Talon, ed altri. La Compagnia scelse di impiantare stabilimenti dove già era nota una produzione di pizzi, sia ad ago che a fusello, in modo da ottimizzare i risultati. I principali centri furono: Sedan, Reims, Duquesnoy, Alençon, Arras, Loudun, ecc. Secondo un editto reale tutti i prodotti ottenuti da tali manifatture dovevano portare il nome di “Punto di Francia”.
Ma ciò non fu sufficiente, perché la bellezza del prodotto italiano era insuperabile ed allora Colbert si industriò affinché tramite un vero e proprio spionaggio industriale potesse essere messo a conoscenza delle ultime novità. A tale scopo scrisse il 16 agosto 1666 all’ambasciatore a Venezia Saint André:

“[Sua Maestà] desidera che vi informiate con cura sullo stato delle manifatture di cristalli e ricami che si fanno a Venezia e Murano, se se ne produce una quantità grande come in passato e dove avvengono i loro consumi; desidera allo stesso tempo che vi informiate di cosa si fa delle nostre stoffe, mercerie e in genere di tutte le nostre manifatture negli Stati di questa repubblica e in particolare a Venezia, per inviarmi subito una memoria su tutto ciò che avrete potuto sapere su questi argomenti; teniate presente che è di grande importanza fare queste ricerche in segreto e senza farsi notare, perché non si pensi lo scopo per il quale le farete.

Ne risultò da tutti questi maneggi che un primo nucleo di trenta merlettaie abbandonò la laguna alla volta della Francia per insegnare il segreto del “punto” alle artigiane francesi. Nel tempo, al primo nucleo se ne aggiunsero altre, stimate secondo alcuni in circa duecento. Fu così che il famoso “Punto di Venezia”, vanto della città lagunare, fu copiato dalle artigiane francesi che in un breve lasso di tempo divennero così esperte da superare in bellezza e perizia tecnica i merletti italiani.
Il danno per l’economia veneziana era ormai compiuto e a nulla valse il decreto del Senato della Serenissima:

Si ordina alle merlettaie che trasportano questa industria in paese straniero con detrimento della Repubblica, il ritorno in Patria. Se non ritornano si imprigionino i loro parenti più stretti per indurli all’obbedienza per l’affetto verso di essi. Ritornando, si perdonerà il passato e si troverà loro un posto a Venezia; ma se, nonostante l’arresto dei loro parenti, esse si ostinano a rimanere all’estero, si darà incarico a degli emissari di ucciderle, e soltanto dopo la loro morte i loro parenti riacquisteranno la libertà.

Le lusinghe e le minacce non sortirono alcun effetto e ben presto Venezia dovette correre ai ripari inventando sempre più peculiari punti per controbattere, ma ormai senza successo, la raggiunta superiorità francese.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
- Jacques Savary Des Bruslons, Dictionnaire universel de commerce, tome 3, Paris, 1741.
- Remigio Strinati, I merletti ad ago e la “Scuola di Burano”, Società Editrice d’arte illustrata, Roma-Milano, 1926.
- J.B. Colbert, Lettres, instructions, mémoires, vol. II, parte II, in Industrie, commerce, a cura di P. Clément, Paris, 1863, riportato da A. De Bernardi, S. Guarracino, L’operazione storica, Mondadori, 1991.

Feb 052012
 

Enrico IV insieme a Maria de' Medici e ai loro figli.

Le Guerre di religione, che avevano lacerato la Francia per oltre 30 anni e avuto come culmine la strage della Notte di San Bartolomeo del 1572, si potrebbero dire concluse con l’Editto di Nantes promulgato da Enrico IV di Francia, il 13 aprile 1598. Il re francese, protestante convertito al cattolicesimo per poter salire sul trono, promulgava così una serie di leggi che davano una certa libertà di culto ai calvinisti, e sebbene editti precedenti avevano cercato di porre fine alle discordie religiose, solo con questo si ebbe un certo risultato grazie alla forte e autorevole determinazione del sovrano.
Concedendo ai protestanti piena libertà di culto, i 92 o 95 articoli principali con i 56 segreti assicuravano loro anche diritti e privilegi pur essendo una minoranza, come possibilità di concorrere a cariche pubbliche, scuole, concedendo inoltre un centinaio di piazzeforti come quella di La Rochelle, mantenendo perfino un esercito.
A ben vedere l’editto aveva affermato il cattolicesimo come religione dominante, dovendo, fra le altre cose, i protestanti pagare la decima ecclesiastica, rispettare le feste cattoliche e le restrizioni canoniche sul matrimonio. In ogni caso fu un passo avanti sul piano della convivenza pacifica, sebbene non accettato, l’editto, immediatamente da tutti, ricordiamo per esempio la città di Parigi che lo ratificò ben dieci anni dopo.
L’Editto di Nantes venne poco a poco messo da parte, iniziando da Luigi XIII fino a Luigi XIV che lo revocò definitivamente nel 1685 con il suo Editto di Fontainebleau.


Di seguito parte del discorso che Enrico IV pronunciò al parlamento di Parigi, che rifiutava, i vescovi in particolare, la registrazione dell’Editto di Nantes, in una seduta al Louvre il 7 gennaio 1599:

Mi avete esortato al mio dovere; vi esorto al vostro. Facciamo a gara gli uni con gli altri. I miei predecessori vi hanno offerto bei discorsi; ma io, con il mio abito dimesso, vi offrirò dei buoni risultati: esaminerò le vostre lagnanze, e vi risponderò il più favorevolmente possibile”. E rispose al parlamento che era venuto a presentargli delle rimostranze: “Voi mi vedete nel mio ufficio, dove mi sono appena intrattenuto con voi, non in veste regale, né in cappa e spada, come i miei predecessori, ma vestito come un padre di famiglia, in farsetto, per parlare familiarmente ai suoi figli. Voglio dirvi soltanto che vi prego di ratificare l’editto che ho accordato agli Ugonotti. Ho preso queste disposizioni per il bene della pace. L’ho instaurata all’esterno, voglio instaurarla all’interno del mio regno”. Dopo aver loro esposto per quali motivi aveva fatto l’editto, aggiunse: “Quando tentano d’impedire al mio editto di passare, vogliono la guerra; la dichiarerò domani agli Ugonotti; ma io non la farò; ce li manderò. Ho fatto l’editto; voglio che sia osservato. La mia volontà dovrebbe servire da motivo; non lo si chiede mai al principe in uno Stato obbediente. Sono il re. Vi parlo da re. Voglio essere obbedito”. (1)

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- 1. Voltaire, Histoire du parlement de Paris, cap. XL, Louis Moland, XV, pp. 571-572.
– Editto di Nantes »»»qua
- Editto di Nantes, articoli segreti »»»qua
- Voltaire, Histoire du Parlement de Paris »»»qua

Jan 272012
 

L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.

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Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.

©Daniela Nutini

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Luigi XIV dichiara il suo amore a Louise de La Vallière, Jean-Frederic Schall

Jan 112012
 

Le mazarinettes: un’interessante descrizione di alcune delle nipoti condotte in Francia dal cardinale Mazzarino, scritto da Daniela Nutini.

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Nel settembre del 1647, la Corte di Francia vide arrivare dall’Italia la banda sfrontata delle nipoti del cardinale Mazzarino, guidata dalle loro madri Mancini e Martinozzi. Alloggiarono, dopo vari spostamenti, nell’appartamento di Madame di Sénecé, dama di compagnia della regina e governante del re. Le ragazze avevano da otto a quindici anni e furono compagne di giochi del re, ragazzo molto bello e precocemente virile, che adorò subito la loro vivacità: passava tutte le giornate con loro, che avevano, a dire dello zio cardinale, “Il diavolo in corpo”. A lui piacevano tutte, e cominciò l’avventura con Olimpia, di sedici anni, uno meno di lui. Lei, con sano realismo, sposò poi il principe Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons, che non si oppose mai a quella relazione, che continuò a sprazzi per decenni. La bella Olimpia, con una vita tumultuosa, ebbe in sorte di dare i natali al grande condottiero Eugenio di Savoia. Grazie a lei, scriveva Saint Simon, ”Il re cominciò a formarsi a quella galanteria e cortesia che ha conservato per tutta la vita a livelli più alti”.
Luigi testimoniò la propria ammirazione anche a Laura Mancini, sposata al figlio del duca di Vendôme, e alla sfolgorante Anna Maria Martinozzi, data in moglie ad Armando di Borbone, principe di Conti, fratello del Gran Condé, il più bel nome di Francia. Conti ebbe a dire: ”Non mi importa quale nipote mi date, io sposo il cardinale e non una donna”.
Infine il re si accorse dell’ultima della covata, Maria, una piccola dea: ad entrambi i vent’anni ridevano nel cuore. Fu un colpo di fulmine in ritardo. Lei era stata al suo capezzale durante una grave malattia e lui, una volta guarito, se ne trovò perdutamente innamorato.
Maria Mancini era una diciannovenne alta, molto bruna, magra, con due occhi di carbone fiammeggiante, dal naso piccolo, le braccia finemente disegnate e abbondantissimi capelli neri. Tutto il contrario del tipo di bellezza che imperava a corte, ma forse proprio per questo molto più piccante e seducente, con il fascino dell’esotico. Era una ragazza ribelle e anticonformista, anche un po’ rozza, ma con una volontà di ferro. Diceva di lei Madame de La Fayette: ”Aveva uno spirito ardito, risoluto collerico e bizzoso, libertino e ribelle ad ogni sorta di civiltà e gentilezza”. Ma quello spirito doveva anche essere molto vivace, dato che il re ammirava la finezza dei suoi giudizi e la scelta felice delle sue letture. Per piacerle, imparò l’italiano. Insieme leggevano Petrarca, l’Astrea, i grandi romanzi alla moda. Ne subiva l’ascendente intellettuale. Maria gli suggeriva romanzi, poemi, commedie e lui faceva suonare i violini lungo il fiume, cavalcava nella foresta con tutta la corte, e ballava con lei per tutta la notte. Annotava Guy Patin: ”Il re testimonia grande passione e un indicibile amore per Maria Mancini”. Anche lei era pazza d’amore e non ascoltava nessuno: pensavano di sposarsi.
L’unione era però ostacolata dalla regina: non ci si poteva pensare neppure per scherzo, dato che Luigi doveva fare un matrimonio di Stato, con solide alleanze. Il cardinale, a malincuore, cedette. Anzi si sbrigò con solerzia a cercare una moglie per il re. Il pericolo era grande, Luigi aveva organizzato un torneo in cui portava i colori dell’amata con il motto: ”Né uno più grande, né uno pari”. Ovviamente era sottinteso che si parlasse dell’amore.
Per porre fine alla guerra con la Spagna la scelta cadde, dopo alcune indecisioni, sull’Infanta di Spagna, Maria Teresa, nipote della regina. Luigi si piegava così alla ragion di stato, ma, umiliandosi, si gettava in ginocchio davanti alla madre e al cardinale affinché non lo separassero subito dalla amata. Non l’ascoltarono: al momento di andare a Hendaye per negoziare la pace dei Pirenei con la Spagna, il cardinale ordinò a Maria di ritirarsi per un po’ in un convento vicino a La Rochelle, accompagnata dalle sorelle Ortensia e Maria Anna. La partenza fu dolorosissima, con Luigi che la saluta alla carrozza, visibilmente commosso. Maria gli diceva: ”Voi piangete, voi mi amate, voi vi disperate, voi siete re, ma tuttavia il sono infelice e parto”.
I due giovani continuarono a scriversi per un po’ con l’autorizzazione della regina e del cardinale e poi di nascosto, quando questa autorizzazione venne negata. Alla fine tutti perdettero la pazienza e Luigi venne severamente redarguito: non era una galanteria con una delle tante dame di corte, era un amore con la nipote di Mazzarino e come tale non veniva tollerato. Luigi alla fine si piegò: inviò all’amata alcuni biglietti, un cagnolino, supplicando di poterla vedere ancora una volta. Ottenne l’incontro mentre era in viaggio verso i Pirenei, una festa il ritrovarsi, con carezze, lacrime e con la certezza di doversi lasciare per sempre. Si separarono a stento e si scrissero ancora, era un dramma senza fine, ma il matrimonio di Luigi era imminente e Maria venne tenuta lontana, a Brouage, prigioniera del lusso. Era tutto finito. Sei mesi dopo lo zio l’autorizzò a tornare a Parigi dove assistette al matrimonio di re, e apprese che anche il suo era stato combinato, con il principe Onofrio Lorenzo Colonna, Duca di Tagliacoti, Gran Connestabile di Napoli e futuro Viceré d’Aragona.
Maria non l’amò mai: eppure era un bell’uomo, prestante, un cavaliere gagliardo coraggioso, fastoso e non badava a spese. Durante tutte le feste e i balli a Milano e a Roma, conservò una malinconia profonda, un male oscuro, una torturante gelosia per Luigi, che la consumava come una febbre dolorosa, amplificato dalla estrema fragilità del suo equilibrio nervoso.
Il marito invece era felice perché aveva avuto la più grande sorpresa della sua vita: nonostante l’avventura con Luigi, la giovane donna era arrivata vergine sul letto nuziale. Scrisse sua sorella Ortensia: “Il Connestabile fu incantato… e non gli importò più di non essere stato il primo padrone del suo cuore dal momento che lo era stato del suo corpo… e volle che Maria gioisse anche a Roma di quella libertà che aveva avuto in Francia dal momento che sapeva farne così buon uso”.

©Daniela Nutini

Dec 262011
 

Il potere e l’influenza di Mazzarino non sono da sottovalutare, conquistata la fiducia della regina, ebbe un ruolo determinante negli avvenimenti europei del XVII secolo. Leggiamo come lo descrive Daniela Nutini.

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Giulio Mazzarino nella sua biblioteca

Si era in tempo di guerra, la Francia combatteva contro la Spagna e l’Impero. La Savoia era invasa dai francesi, mentre la peste – quella ricordata dal Manzoni – stava devastando Milano. Casale Monferrato era teatro di guerra e sarebbe caduta in mano ai francesi se, contro gli ordini precisi di Richelieu, i generali francesi non fossero stati fermati, proprio mentre attaccavano, da un abate a cavallo, che, sventolando da lontano un fazzoletto bianco, gridava, noncurante dei colpi di archibugio, ”la pace, la pace”. Quell’abate caracollante era l’inviato del papa, un meridionale, un giovanotto dai modi simpatici, dai capelli neri. Si chiamava Giulio Mazzarino.
Anna d’Austria aveva avuto la reggenza. Il potere nelle sue mani era troppo. Lo aveva voluto ma le pesava. Le piaceva restare a letto fino a mezzogiorno, farsi vestire con trine e pizze, mangiare cibi succulenti. Ingrassava. Profumi, sete, drappi, merletti, dolciumi: preferiva questo all’esercizio del potere. Anna contava tra i suoi ministri l’avvenente italiano che aveva galoppato a Casale davanti agli archibugi spianati di Crequì, e a cui Richelieu aveva procurato il cappello cardinalizio, raccomandandolo a re. E a lui si affidò.
L’educazione di Giulio Mazzarino era stata pagata dalla famiglia Colonna, di cui suo padre era maggiordomo. Aveva studiato al Collegio Romano dei Gesuiti e alla università di Alcalà, in Spagna, fatto diversi mestieri prima di arrivare ad essere canonico di San Giovanni in Laterano, legato pontificio alla corte di Francia ed infine segretario di Richelieu. Non fu mai ordinato prete, ma secondo i costumi del tempo poté essere cardinale. Mazzarino era energico, umile, squisitamente addobbato di porpora e merletti, e si trascinava dietro una interminabile coda di seta rossa: i valletti dovevano aspettare che fosse passata tutta prima di richiudere la porta. Assomigliava a Lord Buckingam, grande passione di Anna d’Austria, con il pizzo e lo sguardo pensoso di Richelieu. I suoi grandi occhi neri erano tutto fuoco. Era maestro di buone maniere, scriveva versi, recitava travestito da Pulcinella, aveva letto ed imparato moltissimo, era stato attentissimo agli insegnamenti politici del suo maestro. Quasi fosse un prodigioso commediante era capace di entrare in ogni grande parte e recitarla senza spogliarsi di quello stile plebeo che gli era naturale. Ma il suo colpo da maestro fu di conquistare il cuore della Regina.
Anna aveva quarant’anni ed era bella con i suoi occhi verdi, i suoi abbondanti e ricciuti capelli biondissimi, la sua pelle di un bianco latte e le splendide mani. Aveva avuto un matrimonio poco felice, senza amore e aveva bisogno di sentirsi adorata. Mazzarino, parlava un castigliano perfetto e la regina spagnola era estasiata dal poter conversare nella sua lingua. Lui mostrava di essere sopraffatto dall’amore: umile e devoto, dava l’impressione di sacrificarsi interamente alla causa della sovrana, in quei tempi torbidi della reggenza e della Fronda. La Regina lo amava appassionatamente ”con una passione che fu la follia dei suoi quarant’anni”. Aveva disprezzato l’amore di un gigante come Richelieu, trovandolo rigido e scostante, invece impazzì per il piccolo italiano. Si parla anche di un matrimonio religioso tra loro, officiato da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo inoltre del loro amore numerose testimonianze ed un carteggio tenerissimo dove si riscontra da parte di lui una dedizione incondizionata, quasi l’amore di un bel paggio per la sua splendente regina.
Ebbe anche una fortuna sfacciata Giulio Mazzarino: poté valersi di condottieri di straordinario valore per porre fine alla lunga guerra contro l’Impero e arrivare a quella pace di Münster così vantaggiosa per la Francia. Il duca di Enghien, nella battaglia di Recroi, sbaragliò tutta l’armata spagnola nei Paesi Bassi e il visconte di Turenne a Lens distrusse l’esercito dell’arciduca Leopoldo, gli tolse tutte le bandiere e centoventi cannoni e marciò su Vienna. Turenne fu il genio militare dell’epoca, secondogenito del duca di Bouillon, gli si aprì la carriera dei cadetti, il destino delle piume e delle cannonate e della morte a cavallo. A tredici anni le prime armi in Olanda, a trentatré in Italia il bastone di maresciallo. Marciò dunque su Vienna ma i negoziati posero fine a questa guerra: l’imperatore Ferdinando mollò tutto, paragrafo dopo paragrafo, firmando i Trattati di Westfalia con Francia e Svezia, mentre la Spagna continuava una solitaria e noiosa guerra di scaramucce per conto suo.
Mazzarino e Anna avevano così posto fine alla lunga guerra con l’Impero, ma non ebbero modo di riposarsi. Li aspettava la Fronda. Fu un moto di insofferenza un po’ di tutti i ceti e tutte le classi, in un paese stanco di guerra, economicamente esaurito che vedeva Mazzarino arricchirsi con la noncuranza dello straniero e il governo in mano ad una spagnola e ad un napoletano, un letterato avido di denaro, un porporato senza sacramenti. Il cardinale seppe fronteggiare la tempesta e conservare il regno per il giovane re Luigi: le sue espressioni concilianti, i suoi sorrisi da diplomatico disposto sempre a trattare, celavano la più ferma ed ostinata energia, una fedeltà tenace ai disegni, un lungo sogno di potenza. Spezzata la volontà e la forza dei nobili francesi e del Parlamento, si aprirono anni di buon governo e di fasto. Mazzarino fece venire da Roma le sue due sorelle, Margherita Martinozzi e Geronima Mancini e i nipoti. Vi erano tre ragazzi e sette ragazze, dette le “Mazzarinette” e “Mancinette, che furono ricevute a corte come vere principesse, divennero compagne di giochi fisse del piccolo re e di suo fratello e la regina si occupò personalmente della loro educazione, trovandole assai graziose. Per il cardinale erano una carta da giocare nella buona società, con sorvegliati e brillanti matrimoni, che gli avrebbero procurato preziose alleanze: “i Grandi del regno già me le chiedono in spose”, diceva orgoglioso. E le nipoti lo assecondavano perché erano belle, avevano fascino e adoravano la vita mondana. Aggiunse il maresciallo di Villeroy: ”Ecco delle signorine che per ora non sono affatto ricche ma che ben presto avranno bei castelli, buone rendite, pietre preziose, vasellame d’argento e quadri importanti.”
Ma la storia del cardinale, delle Mancinette, delle Mazzarinette, del re e della regina e della piccola Mancini è tutta un’altra storia, tutta da raccontare.

©Daniela Nutini

Dec 102011
 

Quando il 9 marzo 1762, a Tolosa, in Francia, fu ingiustamente condannato a morte il negoziante Jean Calas, protestante, Voltaire prese spunto per scrivere un Trattato sulla tolleranza - pubblicato nel 1763 -, sull’assurdità del fanatismo religioso, su un problema che aveva afflitto e affliggeva ancora ai suoi tempi l’Europa. Quel Voltaire che in altri scritti invitava a uscire dalle superstizioni, dai dogmi, dall’ignoranza, che suggeriva ragionare con la propria testa, che esortava a sganciare la storia dalla mitologia, ponderandola alla luce di documenti e testimonianze.
E il libro è così attuale che il mio invito è leggerlo e rileggerlo più volte, magari un capitolo al giorno, proprio quando fatti quotidiani ci spingono a meditare che l’unico vero progresso si ha nell’accettazione delle diversità, nel sapere che un popolo civile convive con la molteplicità degli aspetti della vita, che rispettare e tollerare le opinioni altrui, anche se diverse dalle nostre, è partecipare ai diritti degli altri.
Non desiderando entrare nei dettagli o in un’analisi, riporto di seguito qualche brevissimo estratto:

“ […] la tolleranza non ha mai suscitato guerre civili; l’intolleranza invece ha ricoperto la terra di massacri. Si giudichi ora fra queste due rivali, fra la madre che vuole che si sgozzi suo figlio e la madre che lo cede purché egli viva *. Non parlo qui che dell’interesse delle nazioni e rispettando, come è mio dovere, la teologia. Supplico ogni lettore imparziale di pesare queste verità, di correggerle di estenderle. I lettori attenti, che si scambiano e discutono le loro opinioni, si spingono più in là dell’autore.” (1)

I popoli di cui la storia ci ha trasmesso anche solo una modesta conoscenza hanno tutti considerato le loro differenti religioni come nodi che li univano insieme, come un’associazione del genere umano. C’era una specie di diritto di ospitalità fra gli dei come fra gli uomini. Uno straniero arrivava in una città e per prima cosa adorava gli dei locali. Non si mancava mai di venerare persino le divinità dei nemici.” (2)

Ottenere con la forza una professione di fede è una prova evidente che lo spirito che la cerca è nemico della verità (Dirois, dottore alla Sorbona, libro VI, cap. IV).” (3)

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* Si allude al famoso giudizio del re Salomone, di cui parla la Bibbia per suffragare la saggezza di questo re nell’Antico Testamento.
1. Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Giunti, Firenze, 2007, pag. 42.
2. op. cit. pag. 49.
3. op. cit. pag. 101.