
Andrea Doria ritratto come Nettuno dal pittore fiorentino Agnolo Bronzino
25 novembre 1560, ore dieci: moriva nel suo letto del bel palazzo di Fassolo l’ammiraglio Andrea Doria. Aveva quasi 94 anni.
Nato il 30 novembre 1466 a Oneglia, vicino Genova, aveva visto passare ben dodici papi, da Innocenzo VIII a Giulio II, da Clemente VII a Pio IV, e ne aveva servito qualcuno. Era stato alle dipendenze, fra i tanti, di Francesco I di Francia, di Carlo V d’Asburgo e, per breve tempo, di Filippo II di Spagna. Ma il suo cuore rimaneva a Genova, città che conquistò e difese con tutte le sue forze e sulla quale ebbe sempre l’ultima parola.
Andrea Doria, orfano ad appena 17 anni, si era formato sul mare in età già adulta, aveva carattere marinaio, fermo, deciso, impavido, sempre pronto all’attacco, rispettoso del nemico. Corsaro come lui era il famoso Khair-ad-din Barbarossa, con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, i due avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno
Le sue navi trasportarono di tutto, da mercanzie a soldati, da cavalli ad armi, da re a principi, da schiavi a uomini liberi, da oro e gioielli a dame di compagnia.
Al genovese importava poco la conquista in sé per sé, desiderava accaparrarsi un buon bottino, venderlo, ricavare un utile e continuare la lotta. Nella sua dimora di Fassolo ebbe il piacere di ricevere cardinali, principi, re e imperatori, ebbe il piacere di dimostrare la sua forza e la sua tenacità. Anche quando Filippo II venne un giorno del 1548 con l’intenzione di costringere i genovesi a ricostruire la fortezza di Castelletto per ospitare una guarnigione spagnola, e il Doria s’impose con tutte le sue forze: Genova, sebbene sotto l’influenza di Carlo V, restava nelle mani dei genovesi.
Sopravvisse a vari complotti, ricordiamo solo quello tramato da Gianluigi Fieschi, sulla cui famiglia Andrea Doria riverserà tutta la sua ira.
Una delle sue ultime battaglie fu nei mari e nella terra di Corsica, dove erano sbarcati i francesi per prendesi un’isola in cui vi erano interessi del Banco di San Giorgio. Quell’anno, 1553, Andrea aveva ben 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere non erano venute meno e la sua lucidità era ancora in buono stato, così come la sua influenza su Carlo V che, ad una lettera del Doria in cui chiedeva il suo aiuto, gli rispose di prendere tutto ciò ritenesse utile per il buon fine dell’impresa.
Vecchio, già stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio di Carlo V si ritirò nella sua tenuta di Fassolo. Le forze iniziavano a mancare, la moglie, donna Peretta Usodimare, unica consorte, gli era morta qualche anno prima, la gotta lo tormentava. Il suo cameriere Antonio Piscina fu colui che ricevette le ultime volontà, quelle di comunicare al suo erede Giannandrea di rimanere fedele servitore del re di Spagna e del cattolicesimo, di quel cattolicesimo a cui lui, Andrea Doria, si era rivolto con devozione negli ultimi momenti della sua vita.
Share this post. Condividi questo post. Grazie.