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La battaglia di Pavia, 1525, un video

Un video sulla famosa battaglia di Pavia del febbraio 1525, che rientra nella cronologia degli eventi delle guerre d’Italia, uno scontro fra le truppe di Carlo V e quelle di Francesco I di Francia, in cui quest’ultimo viene fatto prigioniero insieme a molti nobili illustri. Alcuni storici portano la cifra di 8.000 soldati morti nelle file francesi e 1.000 in quelle imperiali, altri invece 12.000 fra morti e feriti nel campo di Francesco I e appena 500 in quello di Carlo V. In ogni caso fu una vittoria schiacciante malgrado l’inferiorità di quest’ultimo.

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Invasione del campo francese e fuga delle dame e dei civili al seguito di Francesco I. Quarto dei sette arazzi che rappresentano la Battaglia di Pavia (cartoni di Bernard van Orley)

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(Rivisto e aggiornato il 13 ottobre 2011)

 


La diffusione del Rinascimento in Europa, cenni

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia, e viceversa. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.
Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò possedeva testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 circa-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) si appassionò alla cultura italiana e agli studi umanistici che avevano preso piede nel nostra paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.
Lo stesso sultano ottomano Maometto II il Conquistatore (1432-1481), il vincitore di Costantinopoli (1453), era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.
Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del sovrano di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.
A tal modo che nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello la fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.
Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 circa-1509) tratterà degli studia humanitatis.
Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.


Trattato di Aquisgrana, 1748

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.
Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.
Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.
Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

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1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

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1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.

Il corsaro Andrea Doria

Andrea Doria ritratto come Nettuno dal pittore fiorentino Agnolo Bronzino

25 novembre 1560, ore dieci: moriva nel suo letto del bel palazzo di Fassolo l’ammiraglio Andrea Doria. Aveva quasi 94 anni.
Nato il 30 novembre 1466 a Oneglia, vicino Genova, aveva visto passare ben dodici papi, da Innocenzo VIII a Giulio II, da Clemente VII a Pio IV, e ne aveva servito qualcuno. Era stato alle dipendenze, fra i tanti, di Francesco I di Francia, di Carlo V d’Asburgo e, per breve tempo, di Filippo II di Spagna. Ma il suo cuore rimaneva a Genova, città che conquistò e difese con tutte le sue forze e sulla quale ebbe sempre l’ultima parola.
Andrea Doria, orfano ad appena 17 anni, si era formato sul mare in età già adulta, aveva carattere marinaio, fermo, deciso, impavido, sempre pronto all’attacco, rispettoso del nemico. Corsaro come lui era il famoso Khair-ad-din Barbarossa, con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, i due avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno
Le sue navi trasportarono di tutto, da mercanzie a soldati, da cavalli ad armi, da re a principi, da schiavi a uomini liberi, da oro e gioielli a dame di compagnia.
Al genovese importava poco la conquista in sé per sé, desiderava accaparrarsi un buon bottino, venderlo, ricavare un utile e continuare la lotta. Nella sua dimora di Fassolo ebbe il piacere di ricevere cardinali, principi, re e imperatori, ebbe il piacere di dimostrare la sua forza e la sua tenacità. Anche quando Filippo II venne un giorno del 1548 con l’intenzione di costringere i genovesi a ricostruire la fortezza di Castelletto per ospitare una guarnigione spagnola, e il Doria s’impose con tutte le sue forze: Genova, sebbene sotto l’influenza di Carlo V, restava nelle mani dei genovesi.
Sopravvisse a vari complotti, ricordiamo solo quello tramato da Gianluigi Fieschi, sulla cui famiglia Andrea Doria riverserà tutta la sua ira.
Una delle sue ultime battaglie fu nei mari e nella terra di Corsica, dove erano sbarcati i francesi per prendesi un’isola in cui vi erano interessi del Banco di San Giorgio. Quell’anno, 1553, Andrea aveva ben 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere non erano venute meno e la sua lucidità era ancora in buono stato, così come la sua influenza su Carlo V che, ad una lettera del Doria in cui chiedeva il suo aiuto, gli rispose di prendere tutto ciò ritenesse utile per il buon fine dell’impresa.
Vecchio, già stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio di Carlo V si ritirò nella sua tenuta di Fassolo. Le forze iniziavano a mancare, la moglie, donna Peretta Usodimare, unica consorte, gli era morta qualche anno prima, la gotta lo tormentava. Il suo cameriere Antonio Piscina fu colui che ricevette le ultime volontà, quelle di comunicare al suo erede Giannandrea di rimanere fedele servitore del re di Spagna e del cattolicesimo, di quel cattolicesimo a cui lui, Andrea Doria, si era rivolto con devozione negli ultimi momenti della sua vita.


L’Italia fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500

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Approfondimenti:

La civiltà del Rinascimento in Italia, Burckhardt

Roma, tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500

Il 1400 in Italia, eventi e personaggi

Roma, lo Stato pontificio, l’usura

Il Rinascimento e Firenze fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500

Girolamo Savonarola


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