Mar 112012
 

Si sa, le parole hanno una propria vita, hanno una storia, un’evoluzione, nascono nei momenti più impensabili, a volte durano nel tempo, altre volte si perdono, altre volte ancora si trasformano. E molte di loro sono connesse a eventi storici.
Ivana Palomba ci parla della “Camera ardente”.

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Il titolo del fortunato libro di Bruno Migliorini è l’occasione per ricordarci che alcune parole sono strettamente legate a fatti storici. È il caso del sintagma “camera ardente” che origina alla corte di Francia nel 1547.
Già Francesco I (1494-1547), re di Francia dal 1515, si ritrovò a fronteggiare l’ondata dei calvinisti e luterani. Infatti, ben sei anni prima che cominciasse l’azione di Lutero, era iniziato in terra francese un movimento evangelistico ad opera dell’umanista Lefèvre d’Étaples (1450 ca.-1538 ca.) che sosteneva la necessità di leggere le Sacre Scritture, “fonte d’ogni vita”, e di “ricondurre la religione alla sua primitiva purezza”. Lo stesso Lefèvre aveva pubblicato una traduzione della Bibbia in francese quasi contemporanea alla traduzione tedesca di Lutero. La riforma luterana trovò dunque in Francia un terreno fertile dove le nuove dottrine si diffusero dapprima fra gli umili, fra gli operai, che ne adottarono con entusiasmo le idee generali, e ad essi si aggiunse a poco a poco un certo numero di preti.
Questi primi dissidenti non furono perseguitati, ed anzi fino al 1534, Francesco I, forse con la segreta speranza dell’appoggio dei luterani di Germania contro Carlo V, si mostrò assai favorevole ai riformati e a parecchie riprese impedì al Parlamento di agire contro gli eretici. Ma poi di fronte alle violenze permise la loro persecuzione ed in pochi mesi circa una quarantina furono condannati e bruciati vivi. Nel 1535 ebbe però un ripensamento e si avvicinò agli eretici promulgando anche un editto che ponesse fine alle persecuzioni per una conciliazione fra dottrine. Ripensamento che fu di breve durata e quindi si riaccesero le persecuzioni e le condanne.
Gli successe nel 1547 il figlio Enrico II (1519-1559) che fu decisamente intransigente con gli eretici ed infatti istituì nel Parlamento una sezione speciale, detta “Camera ardente”, ch’ebbe l’unico incarico di sbrigare i processi di eresia. Il tribunale si componeva di giudici delegati dal papa.
A capo di questo tribunale vi era Antoine De Mouchy (1494-1574) che si faceva chiamare Democharès, dottore di Sorbona. “Questo monaco si disimpegnò con tanto zelo nel suo alto offizio che corre fama che da lui sia derivato poscia il vocabolo francese mouchard” (1). Il termine, che significa informatore di polizia, spione, identificava le persone impiegate da De Mouchy per scoprire gli eretici. Il tribunale dell’inquisizione faceva i requisitorii, informava i processi, e la Camera ardente del parlamento giudicava per ultimo e infliggeva le pene, che per gli eretici e i riformati era quasi sempre il fuoco, da ciò il suo appellativo.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:
- 1. Girolamo Tasso, Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione, vol.5, pag. 325, Venezia, 1842.
- Ugo Bianchi, Storia delle religioni, Piccin,Padova, 1970.

Aug 152011
 

Un video sulla famosa battaglia di Pavia del febbraio 1525, che rientra nella cronologia degli eventi delle guerre d’Italia, uno scontro fra le truppe di Carlo V e quelle di Francesco I di Francia, in cui quest’ultimo viene fatto prigioniero insieme a molti nobili illustri. Alcuni storici portano la cifra di 8.000 soldati morti nelle file francesi e 1.000 in quelle imperiali, altri invece 12.000 fra morti e feriti nel campo di Francesco I e appena 500 in quello di Carlo V. In ogni caso fu una vittoria schiacciante malgrado l’inferiorità di quest’ultimo.

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Invasione del campo francese e fuga delle dame e dei civili al seguito di Francesco I. Quarto dei sette arazzi che rappresentano la Battaglia di Pavia (cartoni di Bernard van Orley)

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(Rivisto e aggiornato il 13 ottobre 2011)

 

Jun 232011
 

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia, e viceversa. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.
Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò possedeva testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 circa-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) si appassionò alla cultura italiana e agli studi umanistici che avevano preso piede nel nostro paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.
Lo stesso sultano ottomano Maometto II il Conquistatore (1432-1481), il vincitore di Costantinopoli (1453), era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.
Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del sovrano di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.
A tal modo che nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello la fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.
Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 circa-1509) tratterà degli studia humanitatis.
Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.

Apr 082011
 

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.
Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.
Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.
Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

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1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

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1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.
Mar 162010
 

Andrea Doria ritratto come Nettuno dal pittore fiorentino Agnolo Bronzino

25 novembre 1560, ore dieci: moriva nel suo letto del bel palazzo di Fassolo l’ammiraglio Andrea Doria. Aveva quasi 94 anni.
Nato il 30 novembre 1466 a Oneglia, vicino Genova, aveva visto passare ben dodici papi, da Innocenzo VIII a Giulio II, da Clemente VII a Pio IV, e ne aveva servito qualcuno. Era stato alle dipendenze, fra i tanti, di Francesco I di Francia, di Carlo V d’Asburgo e, per breve tempo, di Filippo II di Spagna. Ma il suo cuore rimaneva a Genova, città che conquistò e difese con tutte le sue forze e sulla quale ebbe sempre l’ultima parola.
Andrea Doria, orfano ad appena 17 anni, si era formato sul mare in età già adulta, aveva carattere marinaio, fermo, deciso, impavido, sempre pronto all’attacco, rispettoso del nemico. Corsaro come lui era il famoso Khair-ad-din Barbarossa, con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, i due avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno
Le sue navi trasportarono di tutto, da mercanzie a soldati, da cavalli ad armi, da re a principi, da schiavi a uomini liberi, da oro e gioielli a dame di compagnia.
Al genovese importava poco la conquista in sé per sé, desiderava accaparrarsi un buon bottino, venderlo, ricavare un utile e continuare la lotta. Nella sua dimora di Fassolo ebbe il piacere di ricevere cardinali, principi, re e imperatori, ebbe il piacere di dimostrare la sua forza e la sua tenacità. Anche quando Filippo II venne un giorno del 1548 con l’intenzione di costringere i genovesi a ricostruire la fortezza di Castelletto per ospitare una guarnigione spagnola, e il Doria s’impose con tutte le sue forze: Genova, sebbene sotto l’influenza di Carlo V, restava nelle mani dei genovesi.
Sopravvisse a vari complotti, ricordiamo solo quello tramato da Gianluigi Fieschi, sulla cui famiglia Andrea Doria riverserà tutta la sua ira.
Una delle sue ultime battaglie fu nei mari e nella terra di Corsica, dove erano sbarcati i francesi per prendesi un’isola in cui vi erano interessi del Banco di San Giorgio. Quell’anno, 1553, Andrea aveva ben 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere non erano venute meno e la sua lucidità era ancora in buono stato, così come la sua influenza su Carlo V che, ad una lettera del Doria in cui chiedeva il suo aiuto, gli rispose di prendere tutto ciò ritenesse utile per il buon fine dell’impresa.
Vecchio, già stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio di Carlo V si ritirò nella sua tenuta di Fassolo. Le forze iniziavano a mancare, la moglie, donna Peretta Usodimare, unica consorte, gli era morta qualche anno prima, la gotta lo tormentava. Il suo cameriere Antonio Piscina fu colui che ricevette le ultime volontà, quelle di comunicare al suo erede Giannandrea di rimanere fedele servitore del re di Spagna e del cattolicesimo, di quel cattolicesimo a cui lui, Andrea Doria, si era rivolto con devozione negli ultimi momenti della sua vita.

Jul 222009
 
Jul 022009
 

Boton quiz

1. Chi erano i lanzichenecchi?
2. In che anno si ebbe il Sacco di Roma da parte di Carlo V?
3. Chi era papa ai tempi del Sacco di Roma?
4. In che anno i turchi di Solimano I assediarono Vienna?
5. In che battaglia fu fatto prigioniero Francesco I in Italia?
6. In che periodo si svolsero le guerre d’Italia?
7. Quale sovrano francese contrastava le aspirazioni di Carlo V?

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Articoli che potrebbero aiutare a trovare alcune risposte.

- I lanzichenecchi e il Sacco di Roma.
- L’elezione di Carlo V e la lettera della zia Margherita.

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Carlo V, ritratto da Tiziano, 1548

Carlo V, ritratto da Tiziano, 1548

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Risposte:

1. Mercenari tedeschi, soprattutto di fede luterana.
2. 1527.
3. Clemente VII.
4. 1529.
5. Nella battaglia di Pavia.
6. 1494-1559.
7. Francesco I di Francia.

Apr 092009
 

Costume tipico dei lanzichenecchiI lanzichenecchi, che dal tedesco significa servo del paese, erano truppe speciali, mercenari di fanteria del Sacro romano impero, istituiti ufficialmente dall’imperatore Massimiliano I nel 1493. La maggior parte erano volontari, combattevano dietro ricompenso, diventando soldati a tutti gli effetti, nel senso che la vita militare era il loro lavoro per sostentarsi economicamente. Erano pagati ogni cinque giorni e nel caso non fosse disponibile il denaro avevano l’autorizzazione a saccheggiare per la durata di un giorno la città dove si sarebbero trovati.
Carlo V era diventato imperatore di un grande regno e un pericolo per l’esistenza della Francia, che era stata accerchiata politicamente e militarmente. Cosicché Francesco I, per resistergli, si era alleato con una serie di stati minori, fra i quali Venezia, Firenze e lo Stato della Chiesa. E fu contro quest’ultimo che le truppe mercenarie imperiali lanciarono il loro attacco.
Scesero, dunque, quei combattenti dal nord, attraversando l’Italia, solleticati qua e là da Giovanni (dei Medici) dalle Bande Nere, capitano e abile stratega che morirà ad appena 28 anni, colpito gravemente da un’archibugiata a una gamba.
Spaventato dall’arrivo di questi assoldati tedeschi, la maggior parte luterani, il papa aveva imprecato i romani di rimanere in città e difenderla sino all’ultimo respiro. Qualcuno ascoltò l’esortazione, altri invece fuggirono, altri ancora nascosero i loro beni e tesori, addirittura qualcuno mise in convento mogli e figlie, con la speranza di proteggerle, pochi, in verità, si arruolarono per dar manforte alle truppe pontificie. A comandare la difesa della capitale c’era Renzo di Ceri, con circa 5.000 soldati e una forte artiglieria.
Ma la battaglia non fu facile quel 6 maggio, quando i 30.000 soldati di Carlo V, di cui 14.000 lanzichenecchi comandati dal tirolese Georg Frundsberg, guardarono Roma da Monte Mario. Il conestabile di Borbone, in piedi davanti ai suoi uomini stanchi, affamati e pronti a tutto, disse: “Se mai vi è capitato di pensare al saccheggio di una città per guadagnare ricchezza e tesori, eccovela! La più ricca: la signora del mondo.Papa Clemente VII
Avviliti e da tempo non pagati, si lanciarono all’assalto, ma i difensori in un primo momento ebbero la meglio e li respinsero. Ritornarono all’attacco con alla testa il proprio conestabile. La resistenza fu tanto feroce che Carlo di Borbone, 38 anni, cadde morto colpito da un tiro d’archibugio, si dice sparato da Benvenuto Cellini, famoso orafo e artista. Purtroppo la difesa non durò a lungo. Non appena una piccola pattuglia riuscì a entrare per una finestra di una cantina del cardinale Armellini, lo sconforto prese il sopravvento e i difensori non ebbero altra scelta che ritirarsi. Papa Clemente VII, nipote di Lorenzo il Magnifico di Firenze, non volendo lasciare l’altare dove stava pregando, fu trascinato con la forza dai suoi cardinali e vescovi che si stavano rifugiando a Castel Sant’Angelo.
Castel Sant’Angelo non era stato preparato a dovere, mai si sarebbe immaginata una tale sconfitta. Non c’erano viveri, munizioni, riserve, nessuna difesa era stata approntata: la situazione era davvero drammatica. Tutti volevano entrare per fuggire da quelle masse infuriate e barbare che stavano devastando Roma. Quest’ultima resistenza durò circa un mese, fino a quando il 5 giugno 1527 il papa fu costretto a capitolare, pagando un’ingente somma di denaro – una cosa come 400 mila ducati -, perdendo parte dei territori dello Stato Pontificio, sottomettendosi al Sacro romano impero.
Per quasi nove mesi i lanzichenecchi restarono a Roma, depredandola, distruggendola, razziandola, a tal punto che buona parte dell’edilizia civile della città fu incenerita. Solo una tremenda peste, che ridusse gli effettivi di molte unità, e la discesa di un corpo di spedizione francese, li costrinse a ritirarsi. Era il 17 febbraio del 1528.
Dei circa 90.000 abitanti (alcuni dicono essere stati poco più di 50 mila), i superstiti erano appena 30.000. Le chiese erano state rovinate, profanate, spogliate dei loro tesori. Molti quadri e opere d’arte erano stati fatti a pezzi, i monasteri distrutti, quasi nessuna casa fu risparmiata, colpiti specialmente i palazzi dei ricchi che vennero dati alle fiamme. Migliaia di persone furono torturate affinché rivelassero il nascondiglio dei loro beni, le donne violentate. Le vie erano piene di cadaveri, di ubriachi, di feriti, di gente che girovagava senza sapere dove andare, l’acqua del Tevere, si diceva, era diventata rossa dal sangue versato: Roma era uno squallore.
Il 1527 passerà alla storia come uno degli anni più tristi dell’Urbe.

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Sacco di Roma, Johannes Lingelbach, XVII sec.

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Suggerimenti di lettura:

- Antonio Di Pierro, Il sacco di Roma. 6 maggio 1527: l’assalto dei lanzichenecchi, Mondadori, 2003.
- a cura di, P. P. Piergentili, G. Venditti, Scorribande, lanzichenecchi e soldati ai tempi del Sacco di Roma. Papato e Colonna in un inedito epistolare dall’Archivio Della Valle-Del Bufalo (1526-1527), Gangemi, 2009.
- Andrea Moneti, 1527. I lanzichenecchi a Roma, Nuovi Equilibri, 2005.

Feb 042009
 

Europa del 1690, Vincenzo Maria CoronelliPrendo spunto da uno scambio epistolare di qualche giorno fa con una giovane studentessa campana, Mirella, riguardante le frontiere dell’Europa nella storia moderna per accennare un tema che mi sembra interessante.

Parlare di confini terrestri e marittimi nella storia non è certamente facile, per il fatto che questi non erano ben definiti, in quanto le ripetute guerre cambiavano sovente gli assetti territoriali delle varie nazioni, e non solo europee. Per esempio, la guerra dei Cent’anni, quella dei Trent’anni, poi ancora quella dei Sette anni, dove le frontiere erano le prime file degli eserciti e dove la conformazione di un paese mutava dall’oggi al domani. Insomma, non poteva considerarsi stabile frontiera una semplice linea tracciata su una mappa, anche perché spesso fortificazioni, castelli, fortezze potevano incunearsi, isolandosi, in una determinata regione fuori del proprio stato di appartenenza. Melilla, in terre africane, era spagnola già nel 1497, così come il Peñon di Velez occupato nel 1508. La frontiera, dunque, è quasi sempre associata a un’idea di guerra… una frontiera non è mai immobile. 1

E ancor più nel mare dove questa non esisteva e non poteva facilmente essere segnalata, né difesa. Ecco dunque nascere denominazioni come mar di Sardegna, mar Nero, mar di Genova, e così via, solo per indicare una certa appartenenza. Solo col passare dei secoli si stabilì, per gli stati che si affacciavano sul Mediterraneo, essere a tre miglia nautiche, il massimo, di allora, della gittata dei cannoni, oltre tale distanza nessuno aveva potere giurisdizionale. Barbarossa, corsaro

Il Mediterraneo, che giocava un importantissimo ruolo nel commercio fra gli stati, addirittura fra cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, non era frontiera. Era luogo di incontri, scontri, era luogo di scambi, il Mediterraneo era denaro, era tratta di schiavi, era sviluppo, era cultura. Ricordiamo i corsari turchi attaccare ripetutamente le coste spagnole o italiane nel XVI secolo, la Calabria, la Sicilia, la Puglia, ma anche Nizza, citiamo Francesco I essere loro alleato contro Carlo V: una frontiera che non esisteva fisicamente, un mare che, generalmente, era di tutti, era del più forte, un mare che, a volte, era necessario solcare per rifornire, appunto, enclavi in terre straniere.

Per fare un esempio: pirati turchi che depredavano le coste calabre portavano le merci sequestrate ad Algeri. In codesta città commercianti genovesi o veneziani compravano e riportavano la merce a Livorno. Se nel tragitto la nave veniva assalita da altri pirati, be’, ritornava in Africa o in altre città europee per essere rivenduta. Per continuare: la caduta di Costantinopoli nel 1453 aiutò il fiorire dell’Umanesimo e successivamente del Rinascimento in Italia e altrove; eccellenti studiosi, Bessarione per ricordarne uno, emigrarono verso terre europee, contribuendo allo sviluppo della cultura classica, delle arti, del greco. Ancora: Michelangelo era stato chiamato dal sultano turco per disegnarli un ponte e cose simili. Il Mediterraneo, pertanto, via di scambio nel senso più ampio della parola.

Il Mare Nostrum non lo si poteva definire frontiera, ma nello stesso tempo delimitava teoricamente l’Europa.

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1. Autori Vari, Le radici storiche dell’Europa, a cura di M. A. Visceglia, Viella, Roma, 2007, pag. 108.

Jul 052008
 

Spesso, le donne hanno una visione d’insieme differente da quella degli uomini, hanno maggiori capacità organizzative, godono di idee chiare, hanno un carattere fermo e deciso. Esempio è stato Maria Teresa d’Austria.

Figlia dell’imperatore Carlo VI, Maria Teresa (1717-1780) fu arciduchessa d’Austria, regina di Boemia e Ungheria e imperatrice. Si sposò con Francesco Stefano di Lorena, il futuro Francesco I, dal quale ebbe sedici figli, fra cui Maria Antonietta, regina di Francia.

Maria Teresa attuò numerose riforme interne, riorganizzando l’esercito, riformando l’amministrazione dello stato, consolidando, nello stesso tempo, la monarchia: il tutto grazie anche a un gruppo di funzionari attivi ed efficienti che seppero cogliere il suo slancio illuministico.

Come la maggior parte dei sovrani, credeva di possedere un incarico divino, diceva sempre che il suo fine era quello di dare benessere a tutto il suo popolo.

A Milano, la dominazione spagnola fu seguita da quella austriaca: era il 1706, epoca della Guerra di Successione spagnola. In un primo tempo, la città non risentì del cambio, causa perlopiù del perdurare delle vicende belliche. Solo verso la metà del XVIII sec., Milano iniziò a cambiare aspetto, anche dal punto di vista architettonico, grazie al famoso urbanista Giuseppe Piermarini, che, oltre a fare restaurare vecchi palazzi, diresse la costruzione di nuove dimore in stile neoclassico, risistemò piazze, vie, progettò viali alberati, e aumentò il numero dei giardini pubblici. Di lui ricordiamo il teatro alla Scala e l’Accademia delle Belle Arti di Brera, oltre che la Villa Reale a Monza.

Risentì, dunque, Milano, della visione illuministica di Maria Teresa, acquistando vigore economico e culturale. Fra le altre cose, l’imperatrice riformò sia il sistema tributario, sia le amministrazioni locali, dotandole di consigli elettivi. Furono soppressi i numerosi conventi, i monasteri e i luoghi di culto che erano giudicati superflui, gli edifici furono convertiti in uffici o istituti culturali.

Nel 1773 venne fondata la biblioteca e nel 1776 l’Accademia della Brera.

In quegli anni sorse il famoso giornale Il caffè, che si pubblicò fra il 1764 e il 1766. Fra i fondatori ricordiamo Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, noto per il libro Dei delitti e delle pene.