Feb 042011
 

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo (qua). Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, quasi mai era accettata in quei luoghi, raramente nei paesi islamici.
Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, iniziando forse dalla metà del XV secolo, potendosi notare i risultati nel secolo successivo.
Questi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nella vecchia Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche. Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.: “Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”(1), insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna. Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. Città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.
Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquista una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dai preziosi metalli, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno. Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa. “Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

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1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Apr 252010
 

Nei giochi della Storia, Cosimo II incarna la figura di uomo mite e benevolo, afflitto dalla vita, destinato a vivere pochi anni.
Nato nel 1590, da Ferdinando I de’ Medici e Cristina di Lorena, Cosimo II si spense giovanissimo all’età di trent’anni, nel 1621, di tubercolosi, lasciando le redini in mano del discendente Ferdinando II de’ Medici. Si era sposato nel 1608 con l’arciduchessa Maria Maddalena d’Austria, procreando ben otto figli.
Durante il suo regno, Cosimo riuscì a dare alla Toscana un periodo di pace e di un certo benessere economico. In politica si destreggiò, favorendo francesi e spagnoli in egual modo, spesso con truppe spesso con denaro, per non creare conflitti che avrebbero portato a conseguenze poco desiderate. Amante delle scienze, uno dei suoi precettori fu proprio Galileo Galilei, con il quale conserverà una buona amicizia fino alla prematura morte. Galileo, dal Granduca protetto, riconoscente, gli dedicherà il Sidereus Nuncius.

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 Cosimo II con la moglie Maria Maddalena d'Austria e il figlio Ferdinando II

Cosimo II con la moglie Maria Maddalena d'Austria e il figlio Ferdinando II

Apr 192010
 

Indelebilmente legati alla storia di Firenze, i Medici ebbero un ruolo di primo piano nella conduzione e nell’edificazione della città, nonché nell’economia e nella cultura. Iniziando da Cosimo il Vecchio, padre riconosciuto della Firenze tardo medievale, sino all’ultimo Granduca, Gian Gastone, la famiglia de’ Medici esercitò un potere che durò, fra momenti aurei e meno aurei, circa quattro secoli, grazie anche all’appoggio imperiale, alla loro ricchezza, certe volte al consenso popolare, certe volte al sostegno del papato.
In questo breve articolo prenderemo in esame gli ultimi Medici che governarono Firenze.

Ferdinando II (1610-1670) era figlio di Cosimo II e Maria Maddalena d’Austria. Di carattere mite, cercò di vivere in modo semplice, diminuendo le spese di corte. Sebbene la Toscana in quegli anni viveva un lento periodo di declino economico e sociale, durante il suo regno si cercò di diminuire i dazi e agevolare il commercio, riorganizzando le culture agricole e favorendo la produzione di vini e oli. Ricordiamo il suo mecenatismo, specialmente in campo scientifico, appoggiando la prima società scientifica europea a carattere sperimentale, l’Accademia del Cimento, fondata dal fratello Leopoldo nel 1657. Scrive di lui Acton: “Era un toscano frugale e furbo, con molta bonarietà inconcludente, studioso, ma amante degli scherzi. Durante la peste del 1630, mentre tutti i cittadini ricchi fuggivano o si rinchiudevano nelle loro ville, Ferdinando, che allora aveva vent’anni, rimase coi suoi fratelli in città, facendo tutto quello che poteva per alleviare l’angoscia generale. I suoi sudditi non lo dimenticarono mai.” (1)

Cosimo III (1642-1723) nacque dall’unione di Ferdinando II e Vittoria della Rovere. Il carattere religioso e pio della madre influenzò il figlio che si rivelerà fervente cattolico. Dedicato alla religione, trascurò lo stato, in un’epoca in cui l’economia versava in brutte acque. Contro gli ebrei e le prostitute emise una serie di leggi che li condannavano e li costringeva a pagare ingenti tasse. Firenze diventerà una città piena di prelati, monaci, religiosi di ogni classe e ordine. Il suo sogno era quello di trasformare il granducato in un regno, per cui dilapidò ingenti somme di denaro in spese di rappresentanza. Uno dei tanti pensieri del Granduca era quello di trovare una degna successione al trono, successione che lo farà impensierire a tal punto da indurre il fratello cardinale, Francesco Maria, a rinunciare alla porpora e sposarsi. Ma la storia prese ben altro percorso.
Il governo di Cosimo III fu, in ordine di tempo, il più lungo a durare di ogni altro principe della Casa de’ Medici, poco più di 53 anni.

Gian Gastone (1671-1737), terzogenito di Cosimo III e Margherita Luisa d’Orléans, era un tipo sensibile e intelligente, ma poco adatto a dirigere un regno che oramai volgeva alla fine. Di dichiarate tendenze omosessuali, il Medici si dedicò soprattutto alla bella vita, sebbene abbia diminuito le tasse, abolito vecchie leggi restrittive, specialmente contro ebrei e prostitute, e favorito in un certo qual modo il commercio, riducendo addirittura l’enorme debito pubblico. Il carattere laico prevalse durante la sua reggenza.
Dal suo matrimonio con Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg, non ebbe figli, per cui l’esperienza della vecchia casata de’ Medici si poteva dire conclusa. Le potenze europee stabiliranno che la Toscana sarebbe passata a Francesco Stefano di Lorena, degli Asburgo-Lorena.

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1. Harold Acton, Gli ultimi Medici, Einaudi, 1966, pag. 13.

Apr 122010
 

Particolarmente attratti da Livorno, intorno il XVII secolo, gli inglesi fecero della città un punto di riferimento nel Mediterraneo per i loro traffici mercantili. Marsiglia, parte del Regno francese, non sempre era disponibile, giacché sovente Inghilterra e Francia erano in guerra; Napoli, in mano alla Spagna, restava pur sempre un porto talvolta nemico; Genova, sebbene repubblica indipendente, era legata agli spagnoli; non restava che ripiegare nella città toscana, anche per certe agevolazioni che il Granducato concedeva. Livorno, pertanto, divenne un importante centro per smerciare i prodotti inglesi, prodotti talvolta provenienti dal Medio Oriente.
Intorno il 1630, Thomas Mun, nel suo England’s Treasure By Forrain Trade, scriveva che

“… in questi ultimi trent’anni il commercio nel porto di Livorno è così cresciuto che da una povera piccola città (quale io stesso la ho conosciuta) Livorno è diventata una città bella e forte e uno dei più famosi centri commerciali di tutta la Cristianità.”(1)

In effetti, Livorno era stata un piccolo villaggio di poco meno di un migliaio di anime nelle mani dei genovesi dal 1407 al 1421, fino a quando non fu comprata per centomila fiorini d’oro dai fiorentini, proprio nel 1421, fiorentini che aspiravano avere uno sbocco sul mare, considerato che il porto di Pisa sovente si insabbiava.
La situazione era talmente florida che Sir John Finch, residente inglese a Livorno, informava nel 1668:

Il commercio inglese a Livorno porta allo scalo merci per un valore di 50.000 dollari l’anno per ogni mille portati dagli Olandesi… non c’è proporzione fra il commercio inglese e quello olandese.”(2)

Il tutto grazie alla lungimiranza e all’apertura di idee dei Granduchi. Infatti, per invogliare a popolare la zona e incentivare lo sviluppo, Ferdinando I de’ Medici (1549-1609) proclamava il 30 luglio 1591:

“… A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri [...] concediamo [...] reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno…”

Nel porto, dopo un puntiglioso e spesso esagerato controllo sanitario, sbarcava di tutto, da spezie a tela, da lana a piombo, da zucchero ad aringhe e pesce salato in generale, da tabacco a cera e gomma arabica, e via dicendo.
Dicevamo puntiglioso e spesso esagerato controllo, in quanto gli italiani del Cinque e Seicento applicavano alla lettera i regolamenti sanitari in vigore dopo la famosa peste del XIV secolo, forse memori della devastazione di quegli anni. Viceversa degli inglesi che erano poco propensi a considerare la quarantena come una forma valida ed efficace per evitare negative conseguenze, definendola addirittura un inutile e costoso perditempo. Le pratiche per lo sdoganamento e la messa in circolazione della mercanzia poteva durare anche 40-50 e a volte 60 giorni, a scapito del mercante e del prezzo finale del prodotto. Considerando che la peste poteva essere causata e trasmessa da “invisibili atomi miasmatici” fortemente “appiccicaticci”, il Magistrato incaricato del controllo aveva tutto il diritto di velare sulla salute pubblica fino a quando non riteneva opportuno favorire l’ingresso della nave in porto o nel lazzaretto. E non sempre i rapporti fra Magistrato, Granduca e Console inglese erano buoni, a volte burrascosi, a volte mossi, ma quasi sempre si risolvevano per il meglio.
Per concludere questo brevissimo excursus, curiosiamo cosa scaricavano alcune navi di bandiera inglese:

- Dispaccio, giunta nel porto di Livorno il 3 febbraio 1665:
150 pani di piombo
122 balle di pepe
105 barili di salmone
500 barili di aringhe
27 balle di pannine

- Fior di Maggio, giunta nel porto di Livorno il 6 febbraio 1667:
500 barili di aringhe
250 pani di piombo
52 dozzine di vitellini
40 barili di catrame

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1. Mun, England’s Treasure By Forrain Trade, cap. IV.
2. G. Pagano de Divitiis, Mercanti inglesi nell’Italia del Seicento, Venezia, 1990, pag. 139-140.

Dec 242009
 

1. L’Umanesimo era una cultura laica o religiosa?
2. A chi si rifacevano gli umanisti?
3. In quale nazione si sviluppò inizialmente l’Umanesimo?
4. Da dove nasce il termine mecenate?
5. Cosa si indica con Rinascimento?
6. In che anno Gutenberg stampa la sua prima Bibbia?

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Articoli che potrebbero aiutare:

- La civiltà del Rinascimento in Italia, Burckhardt.
- Delle mode e del Galateo nel Rinascimento italiano.
- Il Rinascimento, un video.
- Riflessioni su Gutenberg, lettera a un amico (IX).
- Tre personaggi del Rinascimento italiano.
- Roma, tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500.
- Il 1400 in Italia, eventi e personaggi.
- Il Rinascimento e Firenze fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500.

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Risposte:

1. Laica.
2. Al mondo classico.
3. In Italia, in particolare a Firenze e a Roma, ma anche in tante altre città.
4. Deriva da Mecenate, collaboratore dell’imperatore romano Augusto (I sec. d.C.) che favorì le arti.
5. Si vuole significare una rinascita, anche, culturale dopo un lungo periodo “chiamato buio”.
6. Nel 1455.

Nov 192009
 

Dicono che la vita è un’illusione, dicono anche che la vista può essere ingannata, dicono inoltre che gli artisti ne sono esperti. Trompe l’oeil si chiama quest’arte, sebbene alcuni la trattino ingiustamente come arte minore, arte frivola, quest’arte, dicevamo, che riesce a confondere facilmente i nostri sensi, i nostri occhi, a riverlarci una verità che forse non esiste, una verità forse distorta.

Un ragazzo, suppongo spagnolo, con gli occhi spalancati, un piede quasi fuori dal quadro, con una sottile camiciola mi aspettava. Un quadro del 1874, In fuga dalla critica, del pittore catalano Pere Borrell del Caso (1835-1910), una tela in cui il giovane sembra realmente uscire dalla cornice, una pittura provocatrice al punto tale che mi avvicinai e gli sussurrai: fuggi! Un’opera che vuole essere “una metafora dell’arte stanca di sottostare immobile e indifesa ai giudizi critici”. Il ragazzo incarna, dunque, la voglia di scappare da questo ancestrale e spesso deleterio status quo.
Ma l’attrazione simpatica della prima sala è una grassoccia donna di mezza età vestita con una colorata camiciola stile hawaiano, che trattiene un passeggino pieno di pacchi, in cui un bambino sembra sonnecchiare. Stavo lì a guardare il quadro di cui sopra e non mi resi conto che quella figura in penombra non era una persona in carne e ossa, ma un meraviglioso lavoro dell’artista americano Duane Hanson (1925-1966), Donna con bambino nel passeggino (1985), lavoro tanto realistico che travisa con facilità la nostra visione della realtà. Mi soffermai un paio di minuti assorto, cercando di carpire l’iperrealismo di questo maestro che mi aveva ingannato.

A Firenze, nello storico Palazzo Strozzi, è in corso una bellissima mostra, sino al 24 gennaio 2010, dedicata proprio a meravigliare l’occhio, un itinerario che spinge il visitatore a indagare, a scoprire dove sta l’imbroglio, a toccare con mano, addirittura, in una sala dedicata alla sperimentazione.
Secoli di arte proposti davvero in maniera elegante, semplice, in una maniera che incuriosisce. Dalla natura morta all’autoritratto, dalle sculture al legno intarsiato, una deliziosa scorpacciata che per digerirla bisogna andare piano, lenti, a passo di formica, assaporando ogni singolo pezzo.
Non desidero togliervi le tante sorprese, ma altre due devo raccontarle, perché hanno avuto su di me un effetto dirompente.
Una è l’incantevole tela di Johannes Wumpp o Gumpp (1626-notizie fino al 1646), del 1646, Autoritratto. Il pittore, guardandosi in uno specchio ottagonale, dipinge con cura il suo viso. Elegante il gioco dei rimandi: lo vediamo di spalle rispecchiato mentre abbozza il suo ritratto. Inoltre: per rendere la scena realistica al massimo, un cane e un gatto sembrano litigare, mentre sul tavolo oggetti di vita quotidiana completano l’insieme. Sostai a lungo, trattenendo il respiro per meglio entrare nella dinamica, per meglio confondermi con il palpitante alito del quadro.
L’altra sorpresa fu il quadro di Gerrit Dou (1613-1675), pittore allievo di Rembrandt, Autoritratto con tenda verde, 1645 ca. Ciò che realmente colpisce è la tenda appesa da un’asta color bronzo, asta applicata in una finta cornice nera. La figura, in tal modo, sembra ancor più veritiera, in quando più profonda e più intrigante, profondità che ricalca anche il grande libro sporgendo dal davanzale della finestra. E ricordo che pure il Tiziano aveva usato tale motivo, quello della tenda, – Ritratto dell’arcivescovo Filippo Archinto, 1556-1558 ca. -, ma il contesto era ben differente.

Mi fermo. Vi suggerisco visitare la mostra.

 

Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta neraNell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ’300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.” Crollo demografico del  1300

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, siccome la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi, poco a poco, con sacrifici, con forza, con volontà.

Mar 292009
 

In un’epoca come la nostra in cui il matrimonio sembra essere passato di moda, in cui i divorzi sono all’ordine del giorno, mi sembra stimolante indagare nel passato e visto che noi ci occupiamo di Storia moderna ci siamo chiesti: Com’era il matrimonio nel ’400, nel ’500? Che significato aveva? Come si svolgeva?

Ebbene, curiosi come siamo, eccoci immersi nella ricerca.

Cassone nuziale del 1500Il matrimonio era quel momento decisivo che permetteva ai giovani, allora come oggi, di separarsi dai loro genitori, formare una famiglia, creare nuovi legami parentali, andare a vivere da soli e intraprendere un nuovo cammino. Usualmente, la moglie portava in dote un cassone, un nécessaire pieno di oggetti, di quegli oggetti che userà giornalmente: camicie, calze, maglie, grembiuli, fazzoletti, tovaglie da parto e fasce da neonato, vestiti da casa, zoccoli, pantofole, pettine, specchio, profumi, cinture e ornamenti, e l’occorrente per cucire. La tradizione voleva che qualche giorno prima dell’unione detto baule fosse portato – come in processione – nella nuova casa, magari su un carro seguito dai familiari, dai parenti, dagli amici, dalla comunità, quasi fosse una festa, e così era. Alla fine si mostrava il contenuto a tutti. La moglie aveva il dovere di recare con sé il letto coniugale, quel letto dove avverrà la vera unione con la procreazione dei figli, chiamando addirittura il sacerdote a benedirlo e a propiziare la fecondità degli sposi.

Per chi poteva, la dote dell’uomo era un pezzetto di terreno e qualche animale avuti dal padre, un terreno da lavorare e con cui potersi sostentare, sebbene il definitivo possesso avveniva solo con la morte del genitore. In linea di massima, il figlio maschio era il privilegiato, mentre per la donna si ricorreva, talvolta, al Monte delle doti, una istituzione creata a Firenze nel 1425, ma che si diffonderà rapidamente altrove, nella quale i genitori di una figlia depositavano poco a poco una certa quantità di denaro che ritireranno, con gli interessi, al momento delle nozze. Accadeva spesso che la signorina, prima di sposarsi, andava a lavorare come domestica o nei campi, per contribuire alla dote. La dote, dunque, era un elemento fondamentale, era qualcosa che si valutava, che si ponderava prima del matrimonio. Contadina del '400

Una volta sposati vigeva la comunione dei beni, anche se era il marito a gestire il tutto. Nel caso di vedovanza, la donna riconquistava il diritto alla dote e nel caso di morte della moglie, il marito era obbligato a ritornare i beni alla famiglia di lei. Il tutto con le dovute eccezioni che vigevano a secondo delle tradizioni del luogo.

L’età matrimoniale variava dai 27-28 anni per lui e i 24-25 per lei, anche se nel sud Italia le nozze avvenivano fra giovani ancora in tenera età, persino fra i 15 e i 18 anni, essendo le famiglie a decidere. Spesso gli amanti non riuscivano a coronare il loro sogno giacché vuoi per il lavoro dei genitori, vuoi per il loro non si risparmiava abbastanza e non si possedeva una base per iniziare a vivere insieme.

Gli usi e costumi, dicevamo, erano diversi a secondo delle zone d’Italia: mentre, generalmente, nel nostro meridione la moglie apportava anche la casa, nel nord i novelli sposi dovevano soggiornare in quella dei genitori di lui, sino al momento in cui i due non sarebbero stati economicamente indipendenti e avrebbero avuto un tetto tutto loro. Il finanziamento di una nuova coppia coinvolgeva sia la famiglia di lui che quella di lei, nonché le comunità a cui appartenevano.

Pane nel 1500, cottura, Calendario fiammingoNel ceto povero, la casa era una semplice stanza dove gli animali entravano a far parte della vita notturna, a tal punto che si sfruttava il loro calore per riscaldare l’ambiente. Poche cose, solo il necessario, l’arredavano: tegami, pentole, qualche sgabello, qualche panca, un tavolo; poi, col tempo, ci si riforniva del resto. Nel caso di una famiglia di pastori, la casa o rifugio era movibile, cioè poteva essere trasportata per seguire le greggi, quindi doveva contenere solo l’essenziale. V’erano poi situazioni estreme – e non poche – nelle quali intere famiglie vagavano qua e là senza una fissa dimora, non avendo avuto possibilità di affittarla o costruirla.

A quei tempi, i padri avevano ben pochi rapporti con i figli appena nati, certe volte neanche affettivi. Le cure erano demandate alla madre, che si prodigava per far crescere un bambino in condizioni igieniche non certo invidiabili, e malgrado tutte le attenzioni la mortalità infantile, in quei secoli XV e XVI, era davvero alta.

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- Georges Duby, Medioevo Maschio. Amore e matrimonio, Laterza, 2002.

- Georges Duby, Donne nello specchio del Medioevo, Laterza, 2002.

Mar 262009
 

Diciamolo chiaro e tondo, non c’è Paese al mondo che abbia maggiore concentrazione di opere d’arte quanto l’Italia. Artisti come Masaccio, Pinturicchio, Donatello, Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, Filippo Lippi, Verrocchio, Raffaello, Giotto, Canova, e centinaia di altri, hanno lasciato un tesoro incommensurabile, un patrimonio artistico che tutti ci invidiano e che esalta la nostra terra.

Museo statale, ArezzoEbbene, dopo il grande successo di qualche anno fa dell’esposizione dedicata a Piero della Francesca, adesso lo splendido Museo statale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo ha da poco inaugurato una mostra che raccoglie tre generazioni di maestri, la famiglia della Robbia, le cui opere sono presenti in buona parte dell’Italia. E proprio nella mia città, Pistoia, abbiamo diversi esempi della loro grandezza, come sul loggiato del Duomo, una lunetta di Andrea della Robbia che rappresenta la Madonna col Bambino e Angeli, o nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, dove Luca maneggia in modo esemplare la creta dando vita a una illuminata Visitazione (1445).

Ma andiamo con calma, magari con la stessa calma del treno che mi portò, qualche giorno fa, da Firenze ad Arezzo e il cui ritardo mi permise approfondire qualche mia lettura.

Luca della Robbia (1399/400-1482), dunque, della terracotta policroma invetriata sembra esserne il padre, il primo artefice conosciuto nell’Italia che usciva dal Medioevo per affacciarsi alla finestra del Rinascimento. Il nostro artista, che iniziò a lavorare accanto a Donatello e che condusse la ceramica da arte minore ad arte comparabile alla pittura e alla scultura, si distinse per eleganza, finezza, soavità, leggerezza. I visi delle sue Madonne, così come dei Bambini, hanno una grazia insita, risaltano per una decisa armonia, per una brillantezza che sembra richiamare la luce divina, quella luce che solo un artista dal buon cuore poteva dare. Sì, buon cuore, giacché le mani sono veicolo dei nostri sentimenti, ed emozioni e passioni sono il risultato del nostro carattere e quello sensibile di Luca lo porta a modellare in una maniera che incanta i nostri sensi. Luca della Robbia, Visitazione, 1445 ca. Chiesa San Giovanni Fuorcivitas, Pistoia

Pertanto, passeggiando lentamente per le sale del museo, mi soffermavo su un Ritratto di giovanetto (1445 ca.), un innocente e dolce volto di un ragazzo, su una Madonna col Bambino che stringe un pomo (1440-’45), in cui la pensierosa espressione della Vergine cattura immediatamente i nostri occhi, così come quella di un giocoso Gesù che stringe fra le mani una mela; poi ancora guardavo da tutti gli angoli un’altra Madonna con Bambino fra i santi Stefano e Caterina d’Alessandria e il podestà Brancadori (1428), opera giovanile: alcune delle tante terrecotte luchiane dove l’attimo è perpetuato dal vivace palpitare della ceramica. I colori che usualmente adoperava erano il blu cobalto, detto poi blu robbiano, per il fondo, il bianco o l’avorio per le figure, qualche volta il verde e il giallo per i festoni e le decorazioni. Luca sarà presente proprio in quel meraviglioso periodo in cui personaggi come Filippo Brunelleschi (1377-1446), Lorenzo Ghiberti (1378-1455), Donatello (1386 ca.-1466 ca.), Paolo Uccello (1397 ca.-1475), Masaccio (1401-1428), Michelozzo Michelozzi (1396-1472), e via dicendo, misero piede per onorare una terra che si preparava a un nuovo risveglio. 

Vado avanti, cambio sala, seguendo quel continuum che è anche dell’arte, così come della storia, dove l’esperienza e l’insegnamento del passato sono tesori per un miglioramento artistico.

Andrea della Robbia, Madonna col Bambino e angeli, Cattedrale, PistoiaAlla morte di Luca, il nipote Andrea (1435-1525) prende le redini della bottega di via Guelfa a Firenze, e segue gli insegnamenti che già da bambino aveva ricevuto proprio dallo zio, raggiungendo un lusinghiero successo e una fama che perdura sino ai giorni nostri. Perfeziona la tecnica dell’invetriatura, amplia la gamma dei soggetti, prepara nuove forme. Le sue doti sono altresì imprenditoriali, dando uno stampo protoindustriale all’azienda: prodotti di sua fattura si trovano in gran quantità in Toscana e Umbria, sebbene qualcuna sia giunta addirittura a Trapani, nella chiesa di Santa Maria di Gesù, o a Militello, vicino Catania, presso il Santuario di Santa Maria della Stella, ma anche oltre i nostri confini. Tutti lavori che, affrontando le intemperie, sopravvivono orgogliosi al passare del tempo, lavori degni di altissima lode: l’immobile vista del Ritratto di un fanciullo (1465), il Condottiero (1470 ca.), dove il deciso sguardo è sottolineato da marcate rughe e nere sopracciglia, mentre l’elmo identifica il carattere fermo e deciso dell’uomo, Santa Maria Maddalena (1510), i cui lunghissimi capelli coprono il nudo corpo, la triste scena de Il martirio (1490), la ferocia de La decollazione di santa Caterina (1500), il prezioso Arcangelo Michele (1478-79), e tantissimi altri che vale la pena assaporare con calma. Le ultime opere di Andrea risentono del fervore religioso di fine secolo, delle prediche del frate Savonarola, frate che questi ammirerà. E allora le sue figure saranno più semplici, meno policromate, rigide, ferme, poco vivaci. Ma tutto ciò non toglie nulla alla bravura del nostro, dà invece un diverso senso religioso alla sua arte, un concetto di primitiva spiritualità. Giovanni della Robbia, Visitazione, Ospedale del ceppo, Pistoia

Si sa, la terza generazione è abitualmente quella che conclude un percorso. I figli di Luca andranno avanti con l’arte plastica, Giovanni - di cui Pistoia conserva il fregio presente all’Ospedale del Ceppo raffigurante la Visitazione -, Marco, Francesco, Luca il giovane, Girolamo, appunto quella terza generazione che giungerà sino a quasi fine XVI secolo. Poi, la gloria di un passato!

Non mi dilungo, lascio solo l’invito di affrettarvi a godere della bellissima mostra, che alberga altresì stupende opere dei loro concorrenti, i Buglioni, e tante altre che non possiamo dimenticare.

I della Robbia lo meritano.

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Altri articoli relativi a mostre:

- Il Pinturicchio ritorna a Perugia;

- Il Canova e l’introspezione;

- Vincent van Gogh e la liberazione dell’anima.

Mar 182009
 

In una società come la nostra sempre più superficiale, fatta di oggetti passeggeri, di forte materialità e di mode di brevissimo periodo, che manca di cultura o in cui l’unica cultura è la non-cultura, mi vengono in mente le parole che i letterati del tempo solevano ripetere più o meno così:                                                                                                                                                     

Petrarca Francesco“Noi vogliamo restituire il mondo all’uomo, e l’uomo a se stesso. Egli acquisterà una nuova nobiltà. Non intendiamo distruggere la sua mente per salvare la sua anima immortale: senza una vigorosa e libera mente creativa l’uomo è semplicemente un animale, destinato a morire come un bruto, privo d’ogni spiritualità. Noi vogliamo ridare all’uomo le arti, la letteratura, le scienze, la libertà individuale di pensiero e di sentimento, perché non sia avvinto al dogma come uno schiavo e non abbia a marcire in catene.”                                                                                                    

L’Umanesimo fu un movimento intellettuale che si sviluppò principalmente in Italia intorno il  XV secolo. Prese l’avvio dalla ricerca e dallo studio dei testi antichi, classici, quali Omero, Virgilio, Ovidio, Cicerone, Platone, considerati come maestri di vita. Si partì dall’idea della centralità dell’uomo, sintesi di tutte le potenzialità della natura, l’uomo come nucleo dell’universo e non più, come nel passato, contemplativo del divino e delle cose soprannaturali. Riflessione, quindi, sull’uomo, sulla sua parola, sul suo comportamento sociale e mondano, sulla sua storia.

Nella corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico si riunivano letterati e filosofi, Poliziano, Luigi Pulci, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, oltre che pittori e scultori, Michelangelo, Verrocchio, Botticelli, Pollaiolo. Uno dei primi umanisti sembra sia stato Francesco Petrarca, grande amante dei classici della letteratura latina e greca, classici da lui considerati non in contrasto col suo tempo.

Dunque, le corti diventavano centro di sviluppo di nuove idee, nuove forme di pensare, di vedere la vita. Stessa cosa accadde con gli Estensi a Ferrara, i Montefeltro a Urbino, luoghi dove si leggevano poesie, si dibatteva di storia, filosofia, arte, dove le riunioni erano momenti di riflessione, di preparazione e di sviluppo.

Alla diffusione sia dell’Umanesimo che della cultura antica collaborò in modo specifico l’invenzione della stampa.      

Dall’Italia, in modo particolare da Firenze, Roma, Bologna, Venezia, Mantova e via dicendo, si propagò in Francia, Germania, Spagna, seppur a carattere locale. Di seguito una mappa che ci dà un’idea generale .            

E il termine Umanesimo è una parola coniata dagli storici tedeschi dell’Ottocento (1808 per l’esattezza). “Pierre de Nolhac, autore di Pétrarque et l’Humanisme, «reclamò l’onore di averla introdotta per primo nella lingua ufficiale dell’università francese, nel 1866, in occasione di un corso tenuto all’Ecole des Hautes-Etudes». Dunque è un termine «tardo», che per ciò stesso si presta facilmente alle interpretazioni personali, lecite o no. Fino a quel momento si era parlato di «umanisti», designando un gruppo di uomini ben identificati che, nei secoli XV e XVI, avevano adottato essi stessi quell’appellativo“. (1)

                                                                                                   

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Pensando di raffigurare l’Umanesimo con un dipinto dell’epoca, questo potrebbe ben essere La scuola di Atene, di Raffaello, opera in cui si cerca di risaltare le facoltà mentali dell’uomo, facoltà tramite le quali ci si avvicina alla razionalità della vita. Personaggi come Eraclito, Aristotele, Platone, Euclide e tanti altri sono rappresentati dagli artisti del tempo di Raffaello, vedi Michelangelo, Leonardo da Vinci, Bramante…, un rapporto fra età classica e moderna che continua, un legame imprescindibile per risaltare le capacità del pensiero umano.

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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 2, pag. 389.

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(Rivisto e aggiornato il 03 Febbraio 2012)