Jan 062014
 
Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Giovanni di Bicci de’ Medici (1360-1429), fondatore del Banco Medici, viene considerato come uno dei primi esponenti di rilievo di una famiglia che tanta influenza ha avuto dagli ultimi decenni del Medioevo fino a inoltrata l’Età moderna, epoca in cui le loro decisioni hanno contribuito a dare un corso ben determinato alla storia dell’Europa. Condottieri, mecenati, duchi, granduchi, papi, cardinali, banchieri, i Medici di Firenze giocarono ruoli ben decisivi.

E fra tutti, Lorenzo de’ Medici è colui che ha rappresentato la famiglia, rendendola famosa ben oltre i confini patri, uomo che, grazie ai vari artisti di cui ha avuto intelligenza circondarsi, ha fatto sì che la Firenze di oggi – ma non solo la città – sia visitata da migliaia di turisti l’anno.

L’immagine di sopra (»»qua), Trionfo della fama (1449), è rappresentata in un vassoio commemorativo dell’epoca – desco da parto -, vassoio adoperato per portare vivande alla nuova madre, nel nostro caso a Lucrezia Tornabuoni (1425-1482), dipinto dallo Scheggia, Giovanni di Ser Giovanni (1406-1486) per celebrare la nascita di Lorenzo de’ Medici, 1449.

Di seguito, una serie di articoli per approfondire alcuni aspetti dell’epoca.

- L’Italia rinascimentale in Europa.
I Medici rappresentati da Botticelli.
Lorenzo il Magnifico e alcuni suoi contemporanei.
I Medici e la congiura dei Pazzi nella Firenze del 1478.
Cosimo I de’ Medici e l’orologio.
Gli ultimi Medici.

Jul 132011
 

Il palazzo del Monte di Pietà, Milano

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. In effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.

Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo.

La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative.

Nella realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio, sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.

Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva l’esigenza gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Affermava che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti.

Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale scriveva nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) il bisogno di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.

Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca sia i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne organizzarono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.

Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominavano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.

Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato.

All’apertura di un Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, inoltre si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò alla fine che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, e lo si negò per ultimo agli ebrei.

I Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”.

Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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- Nella foto, il Monte di Pietà di Milano oggi.
– 1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
– 2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).

Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età storica da noi studiata, Moderna, era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga, si stimò che questi doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo.

Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti ammontarono a una somma non indifferente. I Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano inoltre a corrompere.

Il credito era dunque motore dell’economia, di un’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.

Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva. Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.

Andiamo a scomodare qualche pittore dell’epoca, affinché ci mostri visivamente la realtà. Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele (1490 ca.-1546 ca.), che ci offrono un aspetto della quotidianità cinquecentesca.

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515)

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515) 

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

 

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1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001).

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Nulla, sicuramente l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in lato sensu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura scritta ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.

Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si faceva viepiù capillare.

Littera antiqua, La congiura di Catilina, Sallustio

Littera antiqua, La congiura di Catilina, Sallustio

Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).

Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei suoi libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nelle sua biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.

Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.

In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.

Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva: 

“Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

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-1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
– 2. G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

Mar 152011
 

Jan van der Straet o Giovanni Stradano o Jan van der Straat o Stradanus o Stratesis (1523-1605) fu un pittore fiammingo che lavorò principalmente in Italia, a Firenze in particolare, sebbene presente anche a Venezia e a Roma. Fra le altre cose, Cosimo I gli commissionò una serie di cartoni per arazzi e tappezzerie. Decorò, inoltre, lo studiolo di Francesco I de’ Medici nel Palazzo Vecchio sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Di seguito una serie di disegni tratti da Nova reperta (1584), pubblicato da Philip Galle (1537-1612) ad Anversa, che descrivono il suo minuzioso e dettagliato lavoro, presentandoci la quotidianità industriosa del XVI secolo.

Jan van der Straat, Stamperia

Jan van der Straat, Bottega d’incisione

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini a vento

Jan van der Straat, Bottega orologiaia

Mar 082011
 

L’Italia agli inizi del ‘300

Non è mai vano sottolineare che la Storia è un continuum, un susseguirsi di eventi frutto di decisioni del passato che si ripercuotono sul presente, presente che prepara con la sua volontà il futuro.

E il fatto che si affermi esserci un passaggio, per esempio, dal medioevo all’età moderna, non significa svegliarsi un giorno e trovare una completa scissione, un evidente taglio tra fatti di ieri e fatti di oggi.

Sebbene si indichi il 1492 come data per l’inizio dell’età moderna, non vuole dire che il 31 dicembre 1491 eravamo nel medioevo e il 1° gennaio 1492 ci siamo svegliati nell’epoca moderna, no, i cambi storici, lo sappiamo, avvengono, nella maggior parte delle volte, in modo lento, in modo talvolta così sottile che bisogna attendere decenni prima di poter affermare essere entrati in una nuova stagione.

Tutto ciò per rilevare che il transito verso l’epoca moderna avviene, in un certo qual modo, in maniera graduale sotto alcuni aspetti, meno progressiva sotto altri. I legami restano, sono duri a sciogliersi, a volte sembrano vivi, vigorosi, forti, si rinnovano sotto nuove forme e caratteristiche, con altri nomi e determinazioni, ecco perché è difficile parlare di cesura netta, di palese nuova stagione.

Con il lento declino in Italia del potere comunale e degli Stati cittadini, si ebbe l’affermazione delle Signorie e dei Principati, un continuum che vide sviluppare un sistema politico più complesso che configurava nuove strutture su domini territoriali sempre più grandi.

Potremmo considerare queste ultime realtà come evoluzione, come sviluppo, come un dinamico passo verso modelli più efficaci di organizzazione, per raggiungere, nel lungo periodo, la formazione dello Stato italiano. Ricordiamo che l’Europa almeno fino a metà Seicento sarà ben lontana dall’avere forti realtà compatte, unitarie e compiute.

Esempio del continuum storico di cui abbiamo accennato potrebbe vedersi nello sviluppo dello Stato toscano iniziato intorno i primi decenni del ‘400, fino ad acquistare potenza territoriale e finire con le ultime riforme dei regnanti lorenesi. Stato organizzato burocraticamente, stato con un certo ordine, stato con un dialogo fra centro e periferia – consideriamo Firenze e l’evolversi portuale di Livorno -, stato rappresentato all’estero, stato con un peso politico nelle decisioni italiane, stato armato militarmente.

Cosicché, l’ampliamento del territorio produce di conseguenza tutta una serie di interventi che vengono dal centro atti a tenere fermo e saldo l’avanzamento della nuova forma politica, interventi militari, fiscali, economici, sociali, interventi che sono, potremmo azzardare dire, prodotto del processo storico iniziato nel medioevo con i comuni, limitati nel territorio, poco sviluppati, più facili da controllare.

Ciò non significa che la nuova realtà italiana porta all’esclusione o all’eliminazione del vecchio potere feudale, cittadino, comunale, difatti questi ultimi conservano ancora un’autonomia locale che garantirà quel continuum di cui parlavamo.

Statuti e consuetudini locali non vengono soppressi; ma in molti casi si tende a sovrapporvi una legislazione centrale più estesa […]. Le autonomie comunali e feudali non sono eliminate completamente; ma si vuole limitare la giurisdizione dei tribunali periferici, subordinandola a quella dei tribunali centrali”. (1)

Questo, chiamiamolo, cordone ombelicale serve ad alimentare l’espansione delle città, dei commerci, della nuova classe borghese, serve come punto di riferimento fino a quando la nuova realtà non sarà matura e si potrà distaccare, se non mai del tutto, dalle proprie radici per formarne altre.

La nobiltà italiana è “l’evoluzione finale di quella aristocratica urbana a sua volta prodotta dal progressivo inglobamento nei ceti nobiliari feudali dei ceti mercantili emergenti nel medioevo”, per dirla con Philip Jones (2).

Sarà dunque col passare del tempo e con le nuove dinamiche storiche – rinascita cittadina, espansione mercantile, contatto con altre realtà europee, e via dicendo – che l’età moderna si caratterizzerà e prenderà una forma diversa dalla precedente, ma pur sempre, insistiamo, figlia del passato che la produsse.

 

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– 1. E. Fasano Guarini, Gli Stati dell’Italia centro-settentrionale tra Quattro e Cinquecento: continuità e trasformazioni, in “Società e Storia”, 1983, n. 21. pag. 634.
– 2. F. Angiolini, I ceti dominanti in Italia tra medioevo ed età moderna: continuità e mutamenti, in “Società e storia”, anno 1980, n. 10, pag. 912.

Feb 222011
 

Lo sviluppo di uno Stato passa anche attraverso i commerci marittimi, attraverso strutture e infrastrutture portuali che possano permettere l’andirivieni di beni. Firenze ha sempre perseguito una politica espansionistica per avere uno sbocco a mare: conquista Pisa nel 1406, poi nel 1421 compra Livorno ai genovesi per 100.000 fiorini (qua), poi ancora fortifica le coste con la costruzione di fortezze, infine, ma non per ultimo, intraprende l’ampliamento del porto livornese con Cosimo I (1519-1574). E Livorno sarà una delle città che fra il 1600 e il 1750 avrà un incremento demografico e mercantile davvero notevole (1).

L’idea di Cosimo I, nel 1574, era quella di un nuovo molo, per passare all’ingrandimento di Livorno costruendo una forte e robusta cinta muraria per ospitare, col passare degli anni, almeno 12.000 persone, con il progetto di iniziare scambi commerciali con i turchi e avere dai portoghesi il monopolio del commercio del pepe. Tentativi, questi ultimi due, destinati a fallire, ma non quello di continuare a rivalutare Livorno come porto fondamentale e necessario per i commerci con l’estero. Gli inglesi ne approfittano ben presto, per giungere, già nel marzo del 1573, con 5 navi. Del resto, lo stesso granduca Francesco I (1541-1587) raccomanderà al provveditore di Livorno dare loro ogni possibile agevolazione e ospitalità, affinché possano ritornare.

Il progetto della nuova città è affidato a Bernardo Buontalenti (1536-1608), che disegna un contorno pentagonale. Ben presto iniziano gli espropri che, sebbene con qualche contrasto, procedono in modo determinato, grazie anche a un valido notaio quale Lorenzo Sani. Organizzato il cantiere, edificati i forni per la cottura dei mattoni, trovate le cave per i materiali nelle adiacenze della città, pronti gli operai che, generalmente, provengono dalle galere, resta da formare il personale qualificato per l’organizzazione amministrativa, problema di non facile soluzione. Francesco I si reca poche volte nella città in costruzione, forse per le zone paludose e malariche che la circondavano, forse perché riusciva dalla sua Firenze a controllare il tutto tramite funzionari che lo informavano dettagliatamente.

In dieci anni, siamo già alla morte di Francesco I, la costruzione della cinta muraria è completata, pronti magazzini e depositi merci, approntata una rete fognaria, lastricate vie, riorganizzato il vecchio centro abitato.

Con Ferdinando I (1549-1609), successo al fratello Francesco I, viene un nuovo ed energico impulso, sebbene il periodo di carestia del 1590-’92 segni fortemente la storia di molti paesi europei. Il nuovo granduca invita le maestranze e i contadini dei paesi vicini a lavorare nell’opera, concedendo privilegi, impiega più schiavi e forzati, insomma, sembra aver voglia finire quanto prima.

Nel 1591, si stipula un accordo commerciale con l’Inghilterra di Elisabetta I, per favorire le navi e agevolare i commerci. “Nel 1591 la fioritura del porto di Livorno è evidente […]” (2). Nello stesso anno si incitano i mercanti di qualsiasi nazione a venire a Livorno, commerciare con Livorno, sbarcare a Livorno, assicurando, oltre a facilitazioni, anche libertà religiosa, protezione alle persone e ai beni. In effetti, fra gli altri, intorno al 1595 si stabiliscono nella città un gruppo di ebrei, si istituisce un consolato inglese e uno olandese, consentendo, grazie a concessioni ed esenzioni, una lenta e costante migrazione sia dalle vicine terre che da paesi più lontani.

Nel 1606, Livorno ha il titolo di città, una città di 5.046 abitanti (1609), ma che nel 1645 ne ha già 12.000 (3). Città che nei primi decenni del ‘600, in piena Guerra dei Trent’anni, sarà porto neutrale per gli scambi commerciali, con un ritmo di crescita che, azzarderemo dire, forse unico nel panorama italiano di quei decenni.

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1. J. de Vries, European Urbanization 1500-1800, Londra 1984.
2. L. Frattarelli Fischer, Livorno, città nuova (1574-1609), in “Società e Storia”, n. 46, 1989, pag. 885.
3. L. Frattarelli Fischer, op. cit., pag 890.

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Feb 182011
 

Nicolaum Visscher, mappa d’Italia, 1690 ca.

L’economia del passato, nel nostro caso durante la Storia moderna, è stata generalmente mossa da piccoli gruppi di persone che possedevano ampie possibilità di negoziare e muovere ingenti capitali, almeno per l’epoca.

E Firenze non faceva eccezione alla regola. Sebbene già dai primi decenni del Seicento e almeno fino alla metà del Settecento, la città, e il Granducato in generale, non rappresentassero più una parte fondamentale negli affari dell’Europa – ricordiamo per esempio l’importanza dei banchieri del ’400-’500 -, Firenze restava tuttavia uno dei centri più attivi dell’area mediterranea.

Si calcola che a fine del XVII secolo vi fossero, nella città dei Medici, circa 2.000 persone (1) che muovevano i loro patrimoni e che, in un modo o nell’altro, influenzavano la vita economica della zona. Cifra che col passare dei decenni andava riducendosi, fino a essere di 314 famiglie intorno al 1760. Famiglie normalmente di origine nobile, sia di dichiarata antichità sia di recente acquisizione, famiglie che partecipavano negli affari dello stato, nell’economia, nelle decisioni. Il tutto in un territorio di circa 900.000 anime (metà XVIII sec.).

Verso la metà del Settecento, la famiglia più ricca era quella dei marchesi Riccardi, casata di fresca nomina affermatasi intorno alla fine del XVI secolo, con 20.000 scudi annui (2), poi seguivano i duchi Salviati e i duchi Corsini, di vecchia nobiltà e ricchezza, per seguire con i Rinucci, i Torrigiani, i Corsi, i Capponi. Per una migliore comprensione della suddetta cifra, si stima che intorno al 1769 il reddito medio pro capite di un mezzadro in Toscana fosse circa 12 scudi all’anno (3).

Dalla seconda metà del Cinquecento e per tutto il trascorso del secolo successivo, gli acquisti immobiliari e fondiari furono parte dominante dell’economia, rallentando con l’inizio del Settecento. Giocoforza fu l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, per cui l’investimento in terreni coltivabili fu uno dei prodotti più redditizi, specialmente dopo il periodo di crisi bancaria avvenuta nel 1573-’75, e il lento declino dell’industria della lana dei primi decenni del Seicento.

Non solo nei dintorni di Firenze i nobili si accinsero ad acquistare terreni, ma anche al di fuori della Toscana: i Corsi nell’Agro romano, i Corsini nella zona di Terni, nel Regno di Napoli e in Sicilia, i Salviati nello Stato pontificio, e via dicendo. Usualmente questi “poderi” erano tenuti da famiglie di coltivatori, in base a un contratto di mezzadria.

Un altro investimento delle famiglie ricche fiorentine era nei mercati mobiliari, perfino le famiglie giunte al successo grazie ai commerci, alle industrie, alle attività bancarie.

Carlo Ginori

Carlo Ginori

La famiglia Frescobaldi si interessò dell’industria della seta, in particolar modo dalla metà del Seicento e parte del Settecento, così come i Ridolfi, i Capponi, i Pucci, i Gerini, etc., che operavano spesso in società accomandite, in cui la responsabilità era limitata, assicurando agli investitori una certa sicurezza. Inoltre, la famiglia Ginori che aveva una società commerciale con sede a Lisbona e operava con le terre americane. Poi ancora, Carlo, degli stessi Ginori, nel 1737, diede l’avvio alla manifattura delle porcellane, nei pressi di Firenze.

I Salviati si dettero da fare anche nel campo del cuoio, della seta, della lana, in settori dove si credesse poter aver un sicuro guadagno.
Accanto a queste famiglie di origine nobiliare, si affermarono anche uomini abituati al piccolo commercio che avevano accumulato una modesta fortuna, specialmente quando gli Asburgo-Lorena, succeduti ai Medici nel 1737, presero posto nel granducato, credendo, i fiorentini, che costoro non avessero interesse a proteggere i commerci e le industrie.

Per seguire con questi accenni, bisogna pur considerare un’altra forma d’investimento a cui i nobili erano dediti, i prestiti, prestiti per lo più effettuati alle società di commercio, quelle stesse società in cui erano azionisti.

Usanza comune era il prestito fra nobili, o nobili con i propri coloni. L’aristocrazia fiorentina possedeva altresì titoli di debito pubblico, e non solo della stessa città (Monte del Sale, Monte di Pietà, Monte delle Graticole), perfino dei Monti di Roma, dei Monti di Bologna o dei Monti di Napoli.

Generalmente, gli investimenti, nella Firenze del Seicento e buona parte del Settecento, erano riservati all’aristocrazia e, una piccola quota, ai cittadini medi come i commercianti, i professionisti, gli artigiani agiati, persone che vivevano principalmente grazie all’economia mossa dai primi.

Per fare un esempio, fra la fine del XVI secolo e tutto il XVII secolo, Firenze fu caratterizzata dalla costruzione di palazzi signorili e dalla ristrutturazione di quelli esistenti (4), per cui si muovevano capitali per comprare mobili, quadri, argenterie, materiali da costruzione, manodopera semplice e specializzata, per seguire con la domanda di servitù. Oltre al fatto che già dalla fine del XVI secolo si affermò l’uso della carrozza, per cui stallieri, costruzione di stalle, mantenimento degli animali, e via dicendo. Un movimento che dava possibilità di vivere a buona parte della popolazione.

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- 1. R. B. Litchfield, Demografic characteristichs of Florentine Patrician families, sixtheenth to nineteenth centuries, in “The Journal of economic history”, 1969, p.191-205.
– 2. P. Malanima, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici, Firenze, 1977.
– 3. F. Paoletti, De’ veri mezzi di render felici le società, Firenze 1772, p. 12.
– 4. P. Malanima, L’economia dei nobili a Firenze nei secoli XVII e XVIII, in “Società e storia”, n. 54, 1991, pp. 846-47.

Feb 112011
 

Homann Heirs, mappa d’Italia, 1752

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).

Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.

Johann Jacob Volkmann

Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”.

D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.

Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).

Johann Wilhelm von Archenholz

Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.

Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.

In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.

Feb 042011
 

Reales de a Ocho, Spagna

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo. Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, era ben poco accettata in oriente, raramente nei paesi islamici.

Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, forse già dalla fine del XV secolo, potendosi notare i risultati nei decenni successivi.

Questi, parliamo dei metalli preziosi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nell’Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche.

Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.:

Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”.(1)

Insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna.

Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. La città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.

Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquisterà una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dall’argento, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno.

Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa.

Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

Una delle monete che più circolava in Europa e nelle terre americane, ma anche in oriente, oltre che in Africa, come oggi potremmo dire del dollaro, era il real a ocho spagnolo, moneta ben accolta, moneta tramite la quale si comprava di tutto.

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- 1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
– 2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Apr 192010
 

Indelebilmente legati alla storia di Firenze, i Medici ebbero un ruolo di primo piano nella conduzione e nell’edificazione della città, nonché nell’economia e nella cultura. Iniziando da Cosimo il Vecchio, padre riconosciuto della Firenze tardo medievale, sino all’ultimo Granduca, Gian Gastone, la famiglia de’ Medici esercitò un potere che durò, fra momenti aurei e meno aurei, circa quattro secoli, grazie anche all’appoggio imperiale, alla loro ricchezza, certe volte al consenso popolare, certe volte al sostegno del papato.
In questo breve articolo prenderemo in esame gli ultimi Medici che governarono Firenze.

Ferdinando II (1610-1670) era figlio di Cosimo II e Maria Maddalena d’Austria. Di carattere mite, cercò di vivere in modo semplice, diminuendo le spese di corte. Sebbene la Toscana in quegli anni viveva un lento periodo di declino economico e sociale, durante il suo regno si cercò di diminuire i dazi e agevolare il commercio, riorganizzando l’agricoltura e favorendo la produzione di vini e oli. Ricordiamo il suo mecenatismo, specialmente in campo scientifico, appoggiando la prima società scientifica europea a carattere sperimentale, l’Accademia del Cimento, fondata dal fratello Leopoldo nel 1657. Scrive di lui Acton: “Era un toscano frugale e furbo, con molta bonarietà inconcludente, studioso, ma amante degli scherzi. Durante la peste del 1630, mentre tutti i cittadini ricchi fuggivano o si rinchiudevano nelle loro ville, Ferdinando, che allora aveva vent’anni, rimase coi suoi fratelli in città, facendo tutto quello che poteva per alleviare l’angoscia generale. I suoi sudditi non lo dimenticarono mai.” (1)

Cosimo III (1642-1723) nacque dall’unione di Ferdinando II e Vittoria della Rovere. Il carattere religioso e pio della madre influenzò il figlio che si rivelerà fervente cattolico. Dedicato alla religione, trascurò lo stato, in un’epoca in cui l’economia versava in brutte acque. Contro gli ebrei e le prostitute emise una serie di leggi che li condannavano e li costringeva a pagare ingenti tasse. Firenze diventerà una città piena di prelati, monaci, religiosi di ogni classe e ordine. Il suo sogno era quello di trasformare il granducato in un regno, per cui dilapidò ingenti somme di denaro in spese di rappresentanza. Uno dei tanti pensieri del Granduca era quello di trovare una degna successione al trono, successione che lo farà impensierire a tal punto da indurre il fratello cardinale, Francesco Maria, a rinunciare alla porpora e sposarsi. Ma la storia prese ben altro percorso.
Il governo di Cosimo III fu, in ordine di tempo, il più lungo a durare di ogni altro principe della Casa de’ Medici, poco più di 53 anni.

Gian Gastone (1671-1737), terzogenito di Cosimo III e Margherita Luisa d’Orléans, era un tipo sensibile e intelligente, ma poco adatto a dirigere un regno che oramai volgeva alla fine. Di dichiarate tendenze omosessuali, il Medici si dedicò soprattutto alla bella vita, sebbene abbia diminuito le tasse, abolito vecchie leggi restrittive, specialmente contro ebrei e prostitute, e favorito in un certo qual modo il commercio, riducendo addirittura l’enorme debito pubblico. Il carattere laico prevalse durante la sua reggenza.
Dal suo matrimonio con Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg, non ebbe figli, per cui l’esperienza della vecchia casata de’ Medici si poteva dire conclusa. Le potenze europee stabiliranno che la Toscana sarebbe passata a Francesco Stefano di Lorena, degli Asburgo-Lorena.

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1. Harold Acton, Gli ultimi Medici, Einaudi, 1966, pag. 13.

Apr 122010
 

Livorno, XVII secolo

Particolarmente attratti da Livorno, intorno il XVII secolo, gli inglesi fecero della città un punto di riferimento nel Mediterraneo per i loro traffici mercantili. Marsiglia, parte del Regno francese, non sempre era disponibile, giacché sovente Inghilterra e Francia erano in guerra; Napoli, in mano alla Spagna, restava pur sempre un porto talvolta nemico; Genova, sebbene repubblica indipendente, era legata agli spagnoli; non restava che ripiegare nella città toscana, anche per certe agevolazioni che il Granducato concedeva. Livorno, pertanto, divenne un importante centro per smerciare i prodotti inglesi, prodotti talvolta provenienti dal Medio Oriente.
Intorno il 1630, Thomas Mun, nel suo England’s Treasure By Forrain Trade, scriveva che

“… in questi ultimi trent’anni il commercio nel porto di Livorno è così cresciuto che da una povera piccola città (quale io stesso la ho conosciuta) Livorno è diventata una città bella e forte e uno dei più famosi centri commerciali di tutta la Cristianità.”(1)

In effetti, Livorno era stata un piccolo villaggio di poco meno di un migliaio di anime nelle mani dei genovesi dal 1407 al 1421, fino a quando non fu comprata per centomila fiorini d’oro dai fiorentini, proprio nel 1421, fiorentini che aspiravano avere uno sbocco sul mare, considerato che il porto di Pisa sovente si insabbiava.
La situazione era talmente florida che Sir John Finch, residente inglese a Livorno, informava nel 1668:

Il commercio inglese a Livorno porta allo scalo merci per un valore di 50.000 dollari l’anno per ogni mille portati dagli Olandesi… non c’è proporzione fra il commercio inglese e quello olandese.”(2)

Ferdinando I de’ Medici

Il tutto grazie alla lungimiranza e all’apertura di idee dei Granduchi. Infatti, per invogliare a popolare la zona e incentivare lo sviluppo, Ferdinando I de’ Medici (1549-1609) proclamava il 30 luglio 1591:

“… A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri […] concediamo […] reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno…”

Nel porto, dopo un puntiglioso e spesso esagerato controllo sanitario, sbarcava di tutto, da spezie a tela, da lana a piombo, da zucchero ad aringhe e pesce salato in generale, da tabacco a cera e gomma arabica, e via dicendo.
Dicevamo puntiglioso e spesso esagerato controllo, in quanto gli italiani del Cinque e Seicento applicavano alla lettera i regolamenti sanitari in vigore dopo la famosa peste del XIV secolo, forse memori della devastazione di quegli anni. Viceversa degli inglesi che erano poco propensi a considerare la quarantena come una forma valida ed efficace per evitare negative conseguenze, definendola addirittura un inutile e costoso perditempo. Le pratiche per lo sdoganamento e la messa in circolazione della mercanzia poteva durare anche 40-50 e a volte 60 giorni, a scapito del mercante e del prezzo finale del prodotto. Considerando che la peste poteva essere causata e trasmessa da “invisibili atomi miasmatici” fortemente “appiccicaticci”, il Magistrato incaricato del controllo aveva tutto il diritto di velare sulla salute pubblica fino a quando non riteneva opportuno favorire l’ingresso della nave in porto o nel lazzaretto. E non sempre i rapporti fra Magistrato, Granduca e Console inglese erano buoni, a volte burrascosi, a volte mossi, ma quasi sempre si risolvevano per il meglio.
Per concludere questo brevissimo excursus, curiosiamo cosa scaricavano alcune navi di bandiera inglese:

- Dispaccio, giunta nel porto di Livorno il 3 febbraio 1665:
150 pani di piombo
122 balle di pepe
105 barili di salmone
500 barili di aringhe
27 balle di pannine

- Fior di Maggio, giunta nel porto di Livorno il 6 febbraio 1667:
500 barili di aringhe
250 pani di piombo
52 dozzine di vitellini
40 barili di catrame

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1. Mun, England’s Treasure By Forrain Trade, cap. IV.
2. G. Pagano de Divitiis, Mercanti inglesi nell’Italia del Seicento, Venezia, 1990, pag. 139-140.

Dec 242009
 

1. L’Umanesimo era una cultura laica o religiosa?
2. A chi si rifacevano gli umanisti?
3. In quale nazione si sviluppò inizialmente l’Umanesimo?
4. Da dove nasce il termine mecenate?
5. Cosa si indica con Rinascimento?
6. In che anno Gutenberg stampa la sua prima Bibbia?

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Articoli che potrebbero aiutare:

- Delle mode e del Galateo nel Rinascimento italiano.
Tre personaggi del Rinascimento italiano.
Il ‘400 in Italia, eventi e personaggi.
Il Rinascimento e Firenze fra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500.

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Risposte:

1. Laica.
2. Al mondo classico.
3. In Italia, in particolare nelle città di Firenze, di Roma, ma anche Urbino, Mantova e via dicendo.
4. Deriva da Mecenate, collaboratore dell’imperatore romano Augusto (I sec. d.C.) che favorì le arti.
5. Si vuole significare una rinascita, anche, culturale dopo un lungo periodo “chiamato buio”.
6. Fra il 1452 e il 1455, a Magonza, Germania.

Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta nera

Dipinto gotico della pesta nera

Nell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ‘300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

Crollo demografico del '300

Crollo demografico del ‘300

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.”

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, considerato la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi.

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Mar 292009
 
Contadina di Roma, metà XVI sec. (da Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Contadina di Roma, metà XVI sec. (da Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Il matrimonio era quel momento decisivo che permetteva ai giovani, allora come oggi, di separarsi dai loro genitori, formare una famiglia, creare nuovi legami parentali, andare a vivere da soli e intraprendere un nuovo cammino.

Usualmente, la moglie portava in dote un cassone, un nécessaire pieno di oggetti, di quegli oggetti che userà giornalmente: camicie, calze, maglie, grembiuli, fazzoletti, tovaglie da parto e fasce da neonato, vestiti da casa, zoccoli, pantofole, pettine, specchio, profumi, cinture e ornamenti, e l’occorrente per cucire.

La tradizione voleva che qualche giorno prima dell’unione detto baule fosse trasportato – come in processione – nella nuova casa, magari su un carro seguito dai familiari, dai parenti, dagli amici, dalla comunità, quasi fosse una festa, e così era. Alla fine si mostrava il contenuto a tutti.

La moglie aveva il dovere di recare con sé il letto coniugale, letto dove avverrà la vera unione con la procreazione dei figli, chiamando addirittura il sacerdote a benedirlo e a propiziare la fecondità degli sposi.

Per chi poteva, la dote dell’uomo era un pezzetto di terreno e qualche animale avuti dal padre, un terreno da lavorare e con cui potersi sostentare, sebbene il definitivo possesso avveniva solo con la morte del genitore.

In linea di massima, il figlio maschio era il privilegiato, mentre per la donna si ricorreva, talvolta, al Monte delle doti, una istituzione creata a Firenze nel 1425, ma che si diffonderà rapidamente altrove, nella quale i genitori di una figlia depositavano poco a poco una certa quantità di denaro che ritireranno, con gli interessi, al momento delle nozze.

Accadeva spesso che la signorina, prima di sposarsi, andava a lavorare come domestica o nei campi, per contribuire alla dote. La dote, dunque, era un elemento fondamentale, era qualcosa che si valutava, che si ponderava prima del matrimonio.

Baule nuziale XV-XVI sec.

Una volta sposati vigeva la comunione dei beni, anche se era il marito a gestire il tutto. Nel caso di vedovanza, la donna riconquistava il diritto alla dote e nel caso di morte della moglie, il marito era obbligato a ritornare i beni alla famiglia di lei. Il tutto con le dovute eccezioni che vigevano a secondo delle tradizioni del luogo.

L’età matrimoniale variava dai 27-28 anni per lui e i 24-25 per lei, anche se nel sud Italia le nozze avvenivano fra giovani ancora in tenera età, persino fra i 15 e i 18 anni, essendo le famiglie a decidere. Spesso gli amanti non riuscivano a coronare il loro sogno giacché vuoi per il lavoro dei genitori, vuoi per il loro non si risparmiava abbastanza e non si possedeva una base per iniziare a vivere insieme.

Gli usi e costumi, dicevamo, erano diversi secondo delle zone d’Italia: mentre, generalmente, nel nostro meridione la moglie apportava anche la casa, nel nord i novelli sposi dovevano soggiornare in quella dei genitori di lui, fino al momento in cui i due non sarebbero stati economicamente indipendenti e avrebbero avuto un tetto tutto loro. Il finanziamento di una nuova coppia coinvolgeva sia ambedue famiglie, nonché le comunità a cui appartenevano.

Nel ceto povero, la casa era una semplice stanza dove gli animali entravano a far parte della vita notturna, a tal punto che si sfruttava il loro calore per riscaldare l’ambiente. Poche cose, solo il necessario, l’arredavano: tegami, pentole, qualche sgabello, qualche panca, un tavolo; poi, col tempo, ci si riforniva del resto.

Nel caso di una famiglia di pastori, la casa o rifugio era movibile, cioè poteva essere trasportata per seguire le greggi, quindi doveva contenere solo l’essenziale. V’erano poi situazioni estreme – e non poche – nelle quali intere famiglie vagavano qua e là senza una fissa dimora, non avendo avuto possibilità di affittarla o costruirla.

A quei tempi, i padri avevano ben pochi rapporti con i figli appena nati, certe volte neanche affettivi. Le cure erano demandate alla madre, che si prodigava per far crescere un bambino in condizioni igieniche non certo invidiabili, e malgrado tutte le attenzioni la mortalità infantile, in quei secoli XV e XVI, era davvero alta.