Apr 012015
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Ci fu un Risveglio culturale a Costantinopoli? Ebbe tale avvenimento influenza nel nostro Rinascimento? Quale importanza giocò il Concilio di Ferrara e poi quello di Firenze? Che ruolo ebbero i testi portati in Italia da quelle terre orientali? Oltre a rapporti commerciali, vi furono scambi culturali con quelle “esotiche” realtà?

Tema affrontato, fra i tanti, in questo ebook che ci propone una tesi che sarebbe bene approfondire ulteriormente per meglio capire un periodo storico di rilevante valore.

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Jan 062014
 
Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Giovanni di Bicci de’ Medici (1360-1429), fondatore del Banco Medici, viene considerato come uno dei primi esponenti di rilievo di una famiglia che tanta influenza ha avuto dagli ultimi decenni del Medioevo fino a inoltrata l’Età moderna, epoca in cui le loro decisioni hanno contribuito a dare un corso ben determinato alla storia dell’Europa. Condottieri, mecenati, duchi, granduchi, papi, cardinali, banchieri, i Medici di Firenze giocarono ruoli ben decisivi.

E fra tutti, Lorenzo de’ Medici è colui che ha rappresentato la famiglia, rendendola famosa ben oltre i confini patri, uomo che, grazie ai vari artisti di cui ha avuto intelligenza circondarsi, ha fatto sì che la Firenze di oggi – ma non solo la città – sia visitata da migliaia di turisti l’anno.

L’immagine di sopra (»»qua), Trionfo della fama (1449), è rappresentata in un vassoio commemorativo dell’epoca – desco da parto -, vassoio adoperato per portare vivande alla nuova madre, nel nostro caso a Lucrezia Tornabuoni (1425-1482), dipinto dallo Scheggia, Giovanni di Ser Giovanni (1406-1486) per celebrare la nascita di Lorenzo de’ Medici, 1449.

Di seguito, una serie di articoli per approfondire alcuni aspetti dell’epoca.

L’Italia rinascimentale in Europa.
I Medici rappresentati da Botticelli.
Lorenzo il Magnifico e alcuni suoi contemporanei.
I Medici e la congiura dei Pazzi nella Firenze del 1478.
Cosimo I de’ Medici e l’orologio.
Gli ultimi Medici.

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Jul 132011
 

Il palazzo del Monte di Pietà, Milano

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. In effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.

Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo.

La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative.

Nella realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio, sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.

Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva l’esigenza gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Affermava che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti.

Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale scriveva nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) il bisogno di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.

Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca sia i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne organizzarono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.

Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominavano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.

Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato.

All’apertura di un Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, inoltre si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò alla fine che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, e lo si negò per ultimo agli ebrei.

I Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”.

Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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– Nella foto, il Monte di Pietà di Milano oggi.
– 1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
– 2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).

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Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età storica da noi studiata, Moderna, era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga, si stimò che questi doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo.

Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti ammontarono a una somma non indifferente. I Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano inoltre a corrompere.

Il credito era dunque motore dell’economia, di un’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.

Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva. Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.

Andiamo a scomodare qualche pittore dell’epoca, affinché ci mostri visivamente la realtà. Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele (1490 ca.-1546 ca.), che ci offrono un aspetto della quotidianità cinquecentesca.

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515)

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515) 

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

 

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1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001).

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May 062011
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Che ruolo svolsero le biblioteche? Che cosa era il “corsivo umanistico“, e la “littera antiqua”? Quanti libri conteneva la biblioteca di Palla di Nofri Strozzi? Che importanza ebbe il formato dei libri di Aldo Manuzio?

Uno dei tanti argomenti trattati in questo ebook che ci apre il cammino per comprendere un periodo storico di rilevante importanza nella nostra storia occidentale.

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Mar 152011
 

Jan van der Straet o Giovanni Stradano o Jan van der Straat o Stradanus o Stratesis (1523-1605) fu un pittore fiammingo che lavorò principalmente in Italia, a Firenze in particolare, sebbene presente anche a Venezia e a Roma. Fra le altre cose, Cosimo I gli commissionò una serie di cartoni per arazzi e tappezzerie. Decorò, inoltre, lo studiolo di Francesco I de’ Medici nel Palazzo Vecchio sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Di seguito una serie di disegni tratti da Nova reperta (1584), pubblicato da Philip Galle (1537-1612) ad Anversa, che descrivono il suo minuzioso e dettagliato lavoro, presentandoci la quotidianità industriosa del XVI secolo.

Jan van der Straat, Stamperia

Jan van der Straat, Bottega d’incisione

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini a vento

Jan van der Straat, Bottega orologiaia

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Mar 082011
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Perché si pensa comunemente che vi siano dei tagli netti fra i vari periodi storici, per esempio fra Medioevo ed Età moderna? È davvero così? Che cosa avviene e da che angolatura conviene studiare il continuum che ci interessa? Che cosa resta, quali legami ci sono ancora fra il XV secolo e il XVI?

Esaminiamolo, insieme ad altre caratteristiche, in questo ebook.

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Feb 222011
 

Livorno, XVII secolo

Lo sviluppo di uno Stato passa anche attraverso i commerci marittimi, attraverso strutture e infrastrutture portuali che possano permettere l’andirivieni di beni. Firenze ha sempre perseguito una politica espansionistica per avere uno sbocco a mare: conquista Pisa nel 1406, poi nel 1421 compra Livorno ai genovesi per 100.000 fiorini (qua), poi ancora fortifica le coste con la costruzione di fortezze, infine, ma non per ultimo, intraprende l’ampliamento del porto livornese con Cosimo I (1519-1574). E Livorno sarà una delle città che fra il 1600 e il 1750 avrà un incremento demografico e mercantile davvero notevole (1).

L’idea di Cosimo I, nel 1574, era quella di un nuovo molo, per passare all’ingrandimento di Livorno costruendo una forte e robusta cinta muraria per ospitare, col passare degli anni, almeno 12.000 persone, con il progetto di iniziare scambi commerciali con i turchi e avere dai portoghesi il monopolio del commercio del pepe. Tentativi, questi ultimi due, destinati a fallire, ma non quello di continuare a rivalutare Livorno come porto fondamentale e necessario per i commerci con l’estero. Gli inglesi ne approfittano ben presto, per giungere, già nel marzo del 1573, con 5 navi. Del resto, lo stesso granduca Francesco I (1541-1587) raccomanderà al provveditore di Livorno dare loro ogni possibile agevolazione e ospitalità, affinché possano ritornare.

Livorno, disegnata da Bernardo Buontalenti.

Il progetto della nuova città è affidato a Bernardo Buontalenti (1536-1608), che disegna un contorno pentagonale. Ben presto iniziano gli espropri che, sebbene con qualche contrasto, procedono in modo determinato, grazie anche a un valido notaio quale Lorenzo Sani. Organizzato il cantiere, edificati i forni per la cottura dei mattoni, trovate le cave per i materiali nelle adiacenze della città, pronti gli operai che, generalmente, provengono dalle galere, resta da formare il personale qualificato per l’organizzazione amministrativa, problema di non facile soluzione. Francesco I si reca poche volte nella città in costruzione, forse per le zone paludose e malariche che la circondavano, forse perché riusciva dalla sua Firenze a controllare il tutto tramite funzionari che lo informavano dettagliatamente.

In dieci anni, siamo già alla morte di Francesco I, la costruzione della cinta muraria è completata, pronti magazzini e depositi merci, approntata una rete fognaria, lastricate vie, riorganizzato il vecchio centro abitato.

Con Ferdinando I (1549-1609), successo al fratello Francesco I, viene un nuovo ed energico impulso, sebbene il periodo di carestia del 1590-’92 segni fortemente la storia di molti paesi europei. Il nuovo granduca invita le maestranze e i contadini dei paesi vicini a lavorare nell’opera, concedendo privilegi, impiega più schiavi e forzati, insomma, sembra aver voglia finire quanto prima.

Nel 1591, si stipula un accordo commerciale con l’Inghilterra di Elisabetta I, per favorire le navi e agevolare i commerci. “Nel 1591 la fioritura del porto di Livorno è evidente […]” (2). Nello stesso anno si incitano i mercanti di qualsiasi nazione a venire a Livorno, commerciare con Livorno, sbarcare a Livorno, assicurando, oltre a facilitazioni, anche libertà religiosa, protezione alle persone e ai beni. In effetti, fra gli altri, intorno al 1595 si stabiliscono nella città un gruppo di ebrei, si istituisce un consolato inglese e uno olandese, consentendo, grazie a concessioni ed esenzioni, una lenta e costante migrazione sia dalle vicine terre che da paesi più lontani.

Nel 1606, Livorno ha il titolo di città, una città di 5.046 abitanti (1609), ma che nel 1645 ne ha già 12.000 (3). Città che nei primi decenni del ‘600, in piena Guerra dei Trent’anni, sarà porto neutrale per gli scambi commerciali, con un ritmo di crescita che, azzarderemo dire, forse unico nel panorama italiano di quei decenni.

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1. J. de Vries, European Urbanization 1500-1800, Londra 1984.
2. L. Frattarelli Fischer, Livorno, città nuova (1574-1609), in “Società e Storia”, n. 46, 1989, pag. 885.
3. L. Frattarelli Fischer, op. cit., pag 890.

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F. Zucchi, Livorno, inizi ‘700

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Feb 182011
 

Nicolaum Visscher, mappa d’Italia, 1690 ca.

L’economia del passato, nel nostro caso durante la Storia moderna, è stata generalmente mossa da piccoli gruppi di persone che possedevano ampie possibilità di negoziare e muovere ingenti capitali, almeno per l’epoca.

E Firenze non faceva eccezione alla regola. Sebbene già dai primi decenni del Seicento e almeno fino alla metà del Settecento, la città, e il Granducato in generale, non rappresentassero più una parte fondamentale negli affari dell’Europa – ricordiamo per esempio l’importanza dei banchieri del ’400-’500 -, Firenze restava tuttavia uno dei centri più attivi dell’area mediterranea.

Si calcola che a fine del XVII secolo vi fossero, nella città dei Medici, circa 2.000 persone (1) che muovevano i loro patrimoni e che, in un modo o nell’altro, influenzavano la vita economica della zona. Cifra che col passare dei decenni andava riducendosi, fino a essere di 314 famiglie intorno al 1760. Famiglie normalmente di origine nobile, sia di dichiarata antichità sia di recente acquisizione, famiglie che partecipavano negli affari dello stato, nell’economia, nelle decisioni. Il tutto in un territorio di circa 900.000 anime (metà XVIII sec.).

Verso la metà del Settecento, la famiglia più ricca era quella dei marchesi Riccardi, casata di fresca nomina affermatasi intorno alla fine del XVI secolo, con 20.000 scudi annui (2), poi seguivano i duchi Salviati e i duchi Corsini, di vecchia nobiltà e ricchezza, per seguire con i Rinucci, i Torrigiani, i Corsi, i Capponi. Per una migliore comprensione della suddetta cifra, si stima che intorno al 1769 il reddito medio pro capite di un mezzadro in Toscana fosse circa 12 scudi all’anno (3).

Dalla seconda metà del Cinquecento e per tutto il trascorso del secolo successivo, gli acquisti immobiliari e fondiari furono parte dominante dell’economia, rallentando con l’inizio del Settecento. Giocoforza fu l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, per cui l’investimento in terreni coltivabili fu uno dei prodotti più redditizi, specialmente dopo il periodo di crisi bancaria avvenuta nel 1573-’75, e il lento declino dell’industria della lana dei primi decenni del Seicento.

Non solo nei dintorni di Firenze i nobili si accinsero ad acquistare terreni, ma anche al di fuori della Toscana: i Corsi nell’Agro romano, i Corsini nella zona di Terni, nel Regno di Napoli e in Sicilia, i Salviati nello Stato pontificio, e via dicendo. Usualmente questi “poderi” erano tenuti da famiglie di coltivatori, in base a un contratto di mezzadria.

Un altro investimento delle famiglie ricche fiorentine era nei mercati mobiliari, perfino le famiglie giunte al successo grazie ai commerci, alle industrie, alle attività bancarie.

Carlo Ginori

Carlo Ginori

La famiglia Frescobaldi si interessò dell’industria della seta, in particolar modo dalla metà del Seicento e parte del Settecento, così come i Ridolfi, i Capponi, i Pucci, i Gerini, etc., che operavano spesso in società accomandite, in cui la responsabilità era limitata, assicurando agli investitori una certa sicurezza. Inoltre, la famiglia Ginori che aveva una società commerciale con sede a Lisbona e operava con le terre americane. Poi ancora, Carlo, degli stessi Ginori, nel 1737, diede l’avvio alla manifattura delle porcellane, nei pressi di Firenze.

I Salviati si dettero da fare anche nel campo del cuoio, della seta, della lana, in settori dove si credesse poter aver un sicuro guadagno.
Accanto a queste famiglie di origine nobiliare, si affermarono anche uomini abituati al piccolo commercio che avevano accumulato una modesta fortuna, specialmente quando gli Asburgo-Lorena, succeduti ai Medici nel 1737, presero posto nel granducato, credendo, i fiorentini, che costoro non avessero interesse a proteggere i commerci e le industrie.

Per seguire con questi accenni, bisogna pur considerare un’altra forma d’investimento a cui i nobili erano dediti, i prestiti, prestiti per lo più effettuati alle società di commercio, quelle stesse società in cui erano azionisti.

Usanza comune era il prestito fra nobili, o nobili con i propri coloni. L’aristocrazia fiorentina possedeva altresì titoli di debito pubblico, e non solo della stessa città (Monte del Sale, Monte di Pietà, Monte delle Graticole), perfino dei Monti di Roma, dei Monti di Bologna o dei Monti di Napoli.

Generalmente, gli investimenti, nella Firenze del Seicento e buona parte del Settecento, erano riservati all’aristocrazia e, una piccola quota, ai cittadini medi come i commercianti, i professionisti, gli artigiani agiati, persone che vivevano principalmente grazie all’economia mossa dai primi.

Per fare un esempio, fra la fine del XVI secolo e tutto il XVII secolo, Firenze fu caratterizzata dalla costruzione di palazzi signorili e dalla ristrutturazione di quelli esistenti (4), per cui si muovevano capitali per comprare mobili, quadri, argenterie, materiali da costruzione, manodopera semplice e specializzata, per seguire con la domanda di servitù. Oltre al fatto che già dalla fine del XVI secolo si affermò l’uso della carrozza, per cui stallieri, costruzione di stalle, mantenimento degli animali, e via dicendo. Un movimento che dava possibilità di vivere a buona parte della popolazione.

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– 1. R. B. Litchfield, Demografic characteristichs of Florentine Patrician families, sixtheenth to nineteenth centuries, in “The Journal of economic history”, 1969, p.191-205.
– 2. P. Malanima, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici, Firenze, 1977.
– 3. F. Paoletti, De’ veri mezzi di render felici le società, Firenze 1772, p. 12.
– 4. P. Malanima, L’economia dei nobili a Firenze nei secoli XVII e XVIII, in “Società e storia”, n. 54, 1991, pp. 846-47.

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Feb 112011
 

Homann Heirs, mappa d’Italia, 1752

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).

Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.

Johann Jacob Volkmann

Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”.

D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.

Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).

Johann Wilhelm von Archenholz

Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.

Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.

In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.

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