Apr 052012
 

Parliamo spesso di cartografia (»»»qua), di seguito quattro città italiane del XV sec. rappresentate in altrettante mappe di Hartmann Schedel (1440-1514), famoso per le sue Cronache di Norimberga, uno dei primi cartografi ad avvalersi dei torchi gutenberghiani.

Firenze, 1493

Genova, 1493

Roma, 1493

Venezia, 1493

Jul 132011
 

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. E in effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.
Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo. La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative. In realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.
Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva la necessità gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Diceva difatti che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti. Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale affermava nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) la necessità di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.
Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca che i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne gestirono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.
Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.
Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato. All’apertura di un determinato Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò inoltre che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, lo si negò infine agli ebrei.
Tali Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”. Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento (!) della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).

Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età da noi studiata era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga si stimò che doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo. Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti furono davvero ragguardevoli (»» vedi articolo qua): i Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano a corrompere.
Il credito era dunque motore dell’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.
Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva (»» vedi articolo qua).
Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.
Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele, che ci mostrano un aspetto della realtà cinquecentesca.

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1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001)

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Quentin Metsys - Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro, ca. 1515

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

May 132011
 

Accanto ai grandi eventi, alla storia nota, c’è anche il dettaglio, il piccolo accadimento, quei fatti poco conosciuti che non sono di meno, giacché per completare un mosaico c’è pur bisogno dei piccoli tasselli che lo definiscono e lo fanno apparire più chiaro.
Ringrazio Mitì Vigliero per permettermi di compartire questa sua deliziosa ricerca.

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A Firenze, in un palazzo di via de’ Calzaiuoli d’angolo con via delle Oche, verso la fine del 1300 abitavano Francesco Agolanti e sua moglie, Ginevra degli Armieri (o Amieri).
Aveva 18 anni la bellissima Ginevra, e da sempre era innamorata – ricambiata – di Antonio Rondinelli; ma suo padre Bernardo, come s’usava allora, l’aveva destinata sin da bambina al più potente e ricco Agolanti.
Pochi mesi dopo il matrimonio scoppiò una terribile epidemia di peste. Anche Ginevra si ammalò, ma non di peste bensì di qualche strana febbre violentissima che la fece cadere in una sorta di coma profondo.
I parenti, pensando fosse morta a causa dell’orribile nonché contagiosissimo morbo, la seppellirono in fretta e furia nella cappella di famiglia nel cimitero del Duomo.
Dopo qualche ora Ginevra si svegliò; immaginate il suo terrore nello scoprirsi sepolta viva…
Ma fu proprio il terrore a darle la forza disperata di sollevare la pietra del sepolcro e di fuggire nelle strade immerse nella notte fiorentina.
Era ottobre, gelida la notte rischiarata soltanto dalla Luna piena.
Ginevra, vestita soltanto di un candido e sottile sudario, percorse nel buio una stradina stretta stretta, che dall’Arciconfraternita arriva in via delle Oche – e proprio per quel fatto la stradina si chiamò a lungo via della Morta o della Morte, mentre oggi si chiama Via Campanile.
Arrivò alla casa del marito bussando fortemente al portone ma Francesco, affacciandosi e vedendola, pensando a un fantasma si spaventò cacciandola via dicendo: “Vattene anima inquieta! Ti prometto delle messe in suffragio, ma scompari per sempre!”
Allora Ginevra andò alla casa del padre ma pure lì venne cacciata dai genitori terrorizzati; si quindi trascinò alla casa dei parenti della madre, ma questi addirittura fecero gli scongiuri barricando porte e finestre.
Stravolta, in preda alla febbre, esausta, Ginevra riuscì infine ad arrivare alla casa di Antonio Rondinelli e il giovane – senza porsi il minimo problema – corse immediatamente per strada, la prese tra le braccia accorgendosi che non era per nulla uno spettro e la condusse all’interno del suo palazzo.
Dopo aver spedito immediatamente un fidato servo a richiudere la pietra tombale in Duomo si dedicò, con l’aiuto della madre e di un medico amico, alla cura della sua amata, che ben presto guarì.
Dopo sei mesi Ginevra ricomparve in pubblico, bellissima, sana e felice, nonché sposata col suo Antonio.
Subito il marito Agolanti reclamò i propri diritti, e così tutta la famiglia Armieri; il caso, che i parenti della donna denunciarono come abbandono del tetto coniugale e bigamia, finì di fronte al Tribunale Ecclesiastico.
Ma la sentenza della Corte, straordinariamente intelligente e illuminata per l’epoca, decretò che Ginevra, essendo stata considerata morta da tutti e da tutti poi cacciata via, era divenuta padrona assoluta di se stessa e quindi liberissima di vivere come le pareva e, soprattutto, di amare chi voleva.

©Mitì Vigliero

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Forse l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in sensu latu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.
Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si facava viepiù capillare.
Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).
Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei propri libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nella propria biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.
Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.
In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.
Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva:

Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

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1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
2. in G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

Mar 152011
 

Jan van der Straet o Giovanni Stradano o Jan van der Straat o Stradanus o Stratesis (1523-1605) fu un pittore fiammingo che lavorò principalmente in Italia, a Firenze in particolare, sebbene presente anche a Venezia e a Roma. Fra le altre cose, Cosimo I gli commissionò una serie di cartoni per arazzi e tappezzerie. Decorò, inoltre, lo studiolo di Francesco I de’ Medici nel Palazzo Vecchio sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Di seguito una serie di disegni tratti da Nova reperta (1584), pubblicato da Philip Galle (1537-1612) ad Anversa, che descrivono il suo minuzioso e dettagliato lavoro, presentandoci la quotidianità industriosa del XVI secolo.

Jan van der Straat, Stamperia

Jan van der Straat, Bottega d'incisione

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini a vento

Jan van der Straat, Bottega orologiaia

Mar 082011
 

Diverse volte abbiamo accennato al fatto che la Storia è un continuum, un susseguirsi di eventi frutto di decisioni del passato che si ripercuotono sul presente, presente che prepara con la sua volontà il futuro. E il fatto che si affermi esserci un passaggio, per esempio, dal medioevo all’età moderna, non significa svegliarsi un giorno e trovare una completa scissione, un evidente taglio tra fatti di ieri e fatti di oggi. Sebbene si indichi il 1492 come data per l’inizio dell’età moderna, non vuole dire che il 31 dicembre 1491 eravamo nel medioevo e il 1° gennaio 1492 ci siamo svegliati nell’epoca moderna (vedi articolo sulle periodizzazioni, qua), no, i cambi storici, lo sappiamo, avvengono, nella maggior parte delle volte, in modo lento, in modo talvolta così sottile che bisogna attendere decenni prima di poter affermare essere entrati in una nuova stagione.Tutto ciò per rilevare che il transito verso l’epoca moderna avviene, in un certo qual modo, in maniera graduale sotto alcuni aspetti, meno progressiva sotto altri. I legami restano, sono duri a sciogliersi, a volte sembrano vivi, vigorosi, forti, si rinnovano sotto nuove forme e caratteristiche, con altri nomi e determinazioni, ecco perché è difficile parlare di cesura netta, di palese nuova stagione.
Con il lento declino in Italia del potere comunale e degli Stati cittadini, si ebbe l’affermazione delle Signorie e dei Principati, un continuum che vide sviluppare un sistema politico più complesso che configurava nuove strutture su domini territoriali sempre più grandi. Cosicché potremmo considerare queste ultime realtà come evoluzione, come sviluppo, come un dinamico passo verso modelli più efficaci di organizzazione, per raggiungere, nel lungo periodo, la formazione dello Stato italiano. Ricordiamo che l’Europa almeno fino a metà Seicento sarà ben lontana dall’avere forti realtà compatte, unitarie e compiute.
Esempio del continuum storico di cui abbiamo accennato potrebbe vedersi nello sviluppo dello Stato toscano iniziato intorno i primi decenni del ‘400, fino ad acquistare potenza territoriale e finire con le ultime riforme dei regnanti lorenesi. Stato organizzato burocraticamente, stato con un certo ordine, stato con un dialogo fra centro e periferia – consideriamo Firenze e l’evolversi portuale di Livorno (qua) -, stato rappresentato all’estero, stato con un peso politico nelle decisioni italiane, stato armato militarmente. Cosicché, l’ampliamento del territorio produce di conseguenza tutta una serie di interventi che vengono dal centro atti a tenere fermo e saldo l’avanzamento della nuova forma politica, interventi militari, fiscali, economici, sociali, interventi che sono, potremmo azzardare dire, prodotto del processo storico iniziato nel medioevo con i comuni, limitati nel territorio, poco sviluppati, più facili da controllare. Ciò non significa che la nuova realtà italiana porta all’esclusione o all’eliminazione del vecchio potere feudale, cittadino, comunale, difatti questi ultimi conservano ancora un’autonomia locale che garantirà quel continuum di cui parlavamo. “Statuti e consuetudini locali non vengono soppressi; ma in molti casi si tende a sovrapporvi una legislazione centrale più estesa […]. Le autonomie comunali e feudali non sono eliminate completamente; ma si vuole limitare la giurisdizione dei tribunali periferici, subordinandola a quella dei tribunali centrali”. (1)
Questo, chiamiamolo, cordone ombelicale serve ad alimentare l’espansione delle città, dei commerci, della nuova classe borghese, serve come punto di riferimento fino a quando la nuova realtà non sarà matura e si potrà distaccare, se non mai del tutto, dalle proprie radici per formarne altre.
La nobiltà italiana è “l’evoluzione finale di quella aristocratica urbana a sua volta prodotta dal progressivo inglobamento nei ceti nobiliari feudali dei ceti mercantili emergenti nel medioevo” (per dirla con Philip Jones) (2).
Sarà dunque col passare del tempo e con le nuove dinamiche storiche – rinascita cittadina, espansione mercantile, contatto con altre realtà europee, e via dicendo – che l’età moderna si caratterizzerà e prenderà una forma diversa dalla precedente, ma pur sempre, insistiamo, figlia del passato che la produsse.

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1. E. Fasano Guarini, Gli Stati dell’Italia centro-settentrionale tra Quattro e Cinquecento: continuità e trasformazioni, in “Società e Storia”, 1983, n. 21. pag. 634.
2. F. Angiolini, I ceti dominanti in Italia tra medioevo ed età moderna: continuità e mutamenti, in “Società e storia”, anno 1980, n. 10, pag. 912.

Feb 222011
 

Lo sviluppo di uno Stato passa anche attraverso i commerci marittimi, attraverso strutture e infrastrutture portuali che possano permettere l’andirivieni di beni. Firenze ha sempre perseguito una politica espansionistica per avere uno sbocco a mare: conquista Pisa nel 1406, poi nel 1421 compra Livorno ai genovesi per 100.000 fiorini (qua), poi ancora fortifica le coste con la costruzione di fortezze, infine, ma non per ultimo, intraprende l’ampliamento del porto livornese con Cosimo I (1519-1574). E Livorno sarà una delle città che fra il 1600 e il 1750 avrà un incremento demografico e mercantile davvero notevole (1).
L’idea di Cosimo I, nel 1574, era quella di un nuovo molo, per passare all’ingrandimento di Livorno costruendo una forte e robusta cinta muraria per ospitare, col passare degli anni, almeno 12.000 persone, con il progetto di iniziare scambi commerciali con i turchi e avere dai portoghesi il monopolio del commercio del pepe. Tentativi, questi ultimi due, destinati a fallire, ma non quello di continuare a rivalutare Livorno come porto fondamentale e necessario per i commerci con l’estero. Gli inglesi ne approfittano ben presto, per giungere, già nel marzo del 1573, con 5 navi. Del resto, lo stesso granduca Francesco I (1541-1587) raccomanderà al provveditore di Livorno dare loro ogni possibile agevolazione e ospitalità, affinché possano ritornare.
Il progetto della nuova città è affidato a Bernardo Buontalenti (1536-1608), che disegna un contorno pentagonale. Ben presto iniziano gli espropri che, sebbene con qualche contrasto, procedono in modo determinato, grazie anche a un valido notaio quale Lorenzo Sani. Organizzato il cantiere, edificati i forni per la cottura dei mattoni, trovate le cave per i materiali nelle adiacenze della città, pronti gli operai che, generalmente, provengono dalle galere, resta da formare il personale qualificato per l’organizzazione amministrativa, problema di non facile soluzione. Francesco I si reca poche volte nella città in costruzione, forse per le zone paludose e malariche che la circondavano, forse perché riusciva dalla sua Firenze a controllare il tutto tramite funzionari che lo informavano dettagliatamente.
In dieci anni, siamo già alla morte di Francesco I, la costruzione della cinta muraria è completata, pronti magazzini e depositi merci, approntata una rete fognaria, lastricate vie, riorganizzato il vecchio centro abitato.
Con Ferdinando I (1549-1609), successo al fratello Francesco I, viene un nuovo ed energico impulso, sebbene il periodo di carestia del 1590-’92 segni fortemente la storia di molti paesi europei. Il nuovo granduca invita le maestranze e i contadini dei paesi vicini a lavorare nell’opera, concedendo privilegi, impiega più schiavi e forzati, insomma, sembra aver voglia finire quanto prima.
Nel 1591, si stipula un accordo commerciale con l’Inghilterra di Elisabetta I, per favorire le navi e agevolare i commerci. “Nel 1591 la fioritura del porto di Livorno è evidente […]” (2). Nello stesso anno si incitano i mercanti di qualsiasi nazione a venire a Livorno, commerciare con Livorno, sbarcare a Livorno, assicurando, oltre a facilitazioni, anche libertà religiosa, protezione alle persone e ai beni. In effetti, fra gli altri, intorno al 1595 si stabiliscono nella città un gruppo di ebrei, si istituisce un consolato inglese e uno olandese, consentendo, grazie a concessioni ed esenzioni, una lenta e costante migrazione sia dalle vicine terre che da paesi più lontani.
Nel 1606, Livorno ha il titolo di città, una città multinazionale di 5.046 abitanti (1609), ma che nel 1645 ne ha già 12.000 (3). Città ancora che nei primi decenni del ‘600, in piena Guerra dei Trent’anni, sarà porto neutrale per gli scambi commerciali, con un ritmo di crescita che, azzarderemo dire, forse unico nel panorama italiano di quei decenni.

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1. J. de Vries, European Urbanization 1500-1800, Londra 1984.
2. L. Frattarelli Fischer, Livorno, città nuova (1574-1609), in “Società e Storia”, n. 46, 1989, pag. 885.
3. L. Frattarelli Fischer, op. cit., pag 890.

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Feb 182011
 

Nicolaum Visscher, mappa d'Italia, 1690 ca.

L’economia del passato, nel nostro caso durante la Storia moderna, è stata generalmente – con le dovute eccezioni – mossa da piccoli gruppi di persone che possedevano ampie possibilità di negoziare e muovere ingenti capitali, almeno per l’epoca.
E Firenze non faceva eccezione alla regola. Sebbene già dai primi decenni del Seicento e almeno fino alla metà del Settecento, la città, e il Granducato in generale, non rappresentassero più una parte fondamentale negli affari dell’Europa – ricordiamo per esempio l’importanza dei banchieri del ’400-’500 -, Firenze restava tuttavia uno dei centri più attivi dell’area mediterranea. Si calcola che a fine del XVII secolo vi fossero, nella città dei Medici, circa 2.000 persone (1) che muovevano i loro patrimoni e che, in un modo o nell’altro, influenzavano la vita economica della zona. Cifra che col passare dei decenni andava riducendosi, fino a essere di 314 famiglie intorno al 1760. Famiglie normalmente di origine nobile, sia di dichiarata antichità sia di recente acquisizione, famiglie che partecipavano negli affari dello stato, nell’economia, nelle decisioni. Il tutto in un territorio di circa 900.000 anime (metà XVIII sec.).
Verso la metà del Settecento, la famiglia più ricca era quella dei marchesi Riccardi, casata di fresca nomina affermatasi intorno alla fine del XVI secolo, con 20.000 scudi annui (2), poi seguivano i duchi Salviati e i duchi Corsini, di vecchia nobiltà e ricchezza, per seguire con i Rinucci, i Torrigiani, i Corsi, i Capponi. Per una migliore comprensione della suddetta cifra, si stima che intorno al 1769 il reddito medio pro capite di un mezzadro in Toscana fosse circa 12 scudi all’anno (3).
Dalla seconda metà del Cinquecento e per tutto il trascorso del secolo successivo, gli acquisti immobiliari e fondiari furono parte dominante dell’economia, rallentando con l’inizio del Settecento. Giocoforza fu l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, per cui l’investimento in terreni coltivabili fu uno dei prodotti più redditizi, specialmente dopo il periodo di crisi bancaria avvenuta nel 1573-’75, e il lento declino dell’industria della lana dei primi decenni del Seicento. Non solo nei dintorni di Firenze i nobili si accinsero ad acquistare terreni, ma anche al di fuori della Toscana: i Corsi nell’Agro romano, i Corsini nella zona di Terni, nel Regno di Napoli e in Sicilia, i Salviati nello Stato pontificio, e via dicendo. Usualmente questi “poderi” erano tenuti da famiglie di coltivatori, in base a un contratto di mezzadria.
Un altro investimento delle famiglie ricche fiorentine era nei mercati mobiliari, perfino le famiglie giunte al successo grazie ai commerci, alle industrie, alle attività bancarie. La famiglia Frescobaldi si interessò dell’industria della seta, in particolar modo dalla metà del Seicento e parte del Settecento, così come i Ridolfi, i Capponi, i Pucci, i Gerini, etc., che operavano spesso in società accomandite, in cui la responsabilità era limitata, assicurando agli investitori una certa sicurezza. Inoltre, la famiglia Ginori che aveva una società commerciale con sede a Lisbona e operava con le terre americane. Poi ancora, Carlo, degli stessi Ginori, nel 1737, diede l’avvio alla manifattura delle porcellane, nei pressi di Firenze. I Salviati si dettero da fare anche nel campo del cuoio, della seta, della lana, in settori dove si credesse poter aver un sicuro guadagno.
Accanto a queste famiglie di origine nobiliare, si affermarono anche uomini abituati al piccolo commercio che avevano accumulato una piccola fortuna, specialmente quando gli Asburgo-Lorena, succeduti ai Medici nel 1737, presero posto nel granducato, credendo, i fiorentini, che costoro non avessero interesse a proteggere i commerci e le industrie.
Per seguire con questi accenni, bisogna pur considerare un’altra forma di investimento a cui i nobili erano dediti, i prestiti, prestiti per lo più effettuati alle società di commercio, quelle stesse società in cui erano azionisti. Di comune uso era il prestito fra nobili, o nobili con i propri coloni. L’aristocrazia fiorentina possedeva altresì titoli di debito pubblico, e non solo della stessa città (Monte del Sale, Monte di Pietà, Monte delle Graticole), perfino dei Monti di Roma, dei Monti di Bologna o dei Monti di Napoli.
Non dimentichiamo che più dell’80% della popolazione non aveva possibilità di risparmiare, giacché le esigue entrate erano divise fra alimentazione e vestiario. Pertanto, generalmente, gli investimenti, nella Firenze del Seicento e buona parte del Settecento, erano riservati all’aristocrazia e, una piccola quota, ai cittadini medi come i commercianti, i professionisti, gli artigiani agiati, persone che vivevano principalmente grazie all’economia mossa dai primi. Per fare un esempio, fra la fine del XVI secolo e tutto il XVII secolo, Firenze fu caratterizzata dalla costruzione di palazzi signorili e dalla ristrutturazione di quelli esistenti (3), per cui si muovevano capitali per comprare mobili, quadri, argenti, materiali da costruzione, manodopera semplice e specializzata, per seguire con la domanda di servitù. Oltre al fatto che già dalla fine del XVI secolo si affermò l’uso della carrozza, per cui stallieri, costruzione di stalle, mantenimento degli animali, e via dicendo. Un movimento che dava possibilità di vivere a buona parte della popolazione.

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1. R. B. Litchfield, Demografic characteristichs of Florentine Patrician families, sixtheenth to nineteenth centuries, in “The Journal of economic history”, 1969, p.191-205.
2. P. Malanima, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici. Firenze, 1977.
3. F. Paoletti, De’ veri mezzi di render felici le società, Firenze 1772, p. 12.
3. P. Malanima, L’economia dei nobili a Firenze nei secoli XVII e XVIII, in “Società e storia”, n. 54, 1991, pp. 846-47.

Feb 112011
 

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.