L’archivista Manuel García Gonzáles riceve un giorno un memoriale da un certo militare in ritiro, tale Cayetano Orúe, un manoscritto contenente dettagli sull’uccisione di Carlo, principe di Spagna, primogenito del re Filippo II. A scrivere quel documento sembra essere stato un frate, Juan de Avilés, forse un nome inventato. Si affermava che Don Carlo era stato giudicato e assassinato segretamente il 23 febbraio del 1568 per ordine reale.
Ma diamo una sequenza agli avvenimenti.
Carlo nasce a Valladolid l’8 luglio 1545 da Filippo II di Spagna (1527-1598) e da sua cugina Maria Emanuela di Portogallo (1527-1545), che morirà dopo quattro giorni dal parto. Fu educato, dunque, senza madre, e neanche senza l’affetto del padre, giacché questi fu assente per ben undici anni dalla sua vita.
Fin da principio il bambino mostrava segna di debolezza, non solo fisica, perfino mentale, rivelandosi eccessivamente orgoglioso, egocentrico, e spesso squilibrato. Raccontano le cronache che aveva una testa più grande del normale, sproporzionata al corpo, una spalla più alta dell’altra, e una gamba, quella sinistra, più lunga della destra.
Inviato all’Università di Alcalá de Henares, un giorno del 1562 cadde dalle scale, procurandosi gravi ferite sulla testa – quasi al bordo di morire -, caduta che acutizzò la sua indole poco equilibrata. Al ritorno a casa, Filippo II cercò in tutti i modi coinvolgerlo negli affari reali, ma il giovanotto era poco propenso a intrattenersi con le faccende di governo. Dicono che una volta spinse da una finestra un suo servitore, un’altra volta ferì i suoi cavalli, un’altra volta ancora staccò il collo a uno scoiattolo con la bocca. Carlo riservava inoltre un certo odio verso il padre, anche per il fatto che il re gli aveva promesso che avrebbe governato i Paesi Bassi, promessa incompiuta sicuramente per le poco abilità politiche del figlio e per la instabile situazione di quelle terre.
Nella notte fra il 18 e 19 gennaio del 1568 Filippo II, insieme ad alcuni consiglieri e una manciata di soldati, entrò nella stanza del principe arrestandolo con l’accusa di inviare carte d’amore alla sua madrigna, Isabella de Valois, e appoggiare i ribelli favoriti dal barone de Montigny, oltre a essere sospettato di voler fuggire nei Paesi Bassi.
Il 24 luglio 1568 all’età di 23 anni moriva Don Carlo, ufficialmente per una malattia dovuta al suo squilibrio mentale.
Cosa era realmente accaduto?
Nessuno lo sa, e se fino a quel momento la storia di Carlo, principe delle Asturie, ci è più o meno documentata, il seguito è avvolto nel mistero.
Accadde però che poco tempo dopo iniziò a vociferarsi nella corte spagnola, ma anche per le corti europee, la notizia che il ragazzo era stato assassinato per ordine diretto del re. E qui ci ricolleghiamo al nostro incipit, al documento del frate Juan de Avilés.
Andiamo avanti.
Gonzalo Chacón, appartenente a una nobile famiglia spagnola molto vicina ai regnanti, era buon amico del giovane Carlo, forse la persona a lui più vicina, tanto vicina che i due avevano la passione del gioco d’azzardo e si divertivano insieme. Quando il principe fu arrestato e rinchiuso nella torre dell’Alcazar, Gonzalo fu uno di quelli che lo accompagnava, quindi ebbe l’opportunità di compartire gli ultimi giorni di vita del futuro regnante.
Ebbene, quattro anni dopo la morte di Carlo, Chacón fu sorpreso mantenendo relazioni sessuali con la giovane Luisa de Castro, dama di compagnia della regina Giovanna di Portogallo, che viveva nel Colegio de las Doncellas di Toledo. Questi, impaurito dalle possibili conseguenze, fuggì, abbandonando l’amante e rifugiandosi in vari monasteri, sino a quando fu rintracciato e detenuto nell’aprile del 1573.
Che segreti nascondeva quell’uomo così importanti da scomodare un re e indurlo a spiccare un ordine di cattura? Inoltre: perché lo si proibí scrivere lettere ai suoi familiari? Perché era sorvegliato tanto strettamente e insistentemente?
La Storia mostra sempre dei risvolti spesso inaspettati.
Gonzalo riuscì a spedire dal suo carcere tre missive, una a sua madre, una all’arcivescovo di Siviglia e una al marchese di Denia, suo parente, cercando apoggi per una sua liberazione. I tentativi furono vani: portato addirittura davanti al Consiglio Reale fu giudicato colpevole e decapitato di lì a poco.
Era davvero stato il movente sessuale a spingere la decisiones di mandarlo sul patibolo? O Gonzalo era a conoscenza di particolari sulla morte di Carlo che nessuno poteva sapere e quindi pericoloso per la stabilità del regno? Era dunque un testimone incomodo?
Si pensi solo che i delitti sessuali, in quel tempo, venivano castigati con l’obbligo di sposarsi con la donna offesa, se lei e la sua famiglia avessero accettato, o al massimo allontanati fuori dal paese. Solo in casi gravissimi, come nei delitti commessi con forza e senza consentimento, vigeva la pena di morte. E sembra che i due fossero consenzienti.
Nel manoscritto scritto dal frate Juan de Avilés, si diceva che lo stesso Filippo II aveva ordinato distruggere ogni prova, ogni documento, anzi sembra che bruciò proprio con le sue mani ogni possibile testimonianza.
Non finisce qua.
Il boia che uccise Carlo fu assassinato qualche tempo dopo, imputato di aver rubato delle pietre preziose che il principe aveva in mano proprio prima di morire, sembra due anelli.
Le prove che raccoglie il testo del frate Juan ancora oggi non sono state del tutto accertate, né accettate, tuttavia vari storici sono d’accordo nell’affermare che il principe fu ucciso per volere del padre, Filippo II, sicuramente perché squilibrato e poco atto a dirige un impero, quel grande impero che comprendeva, fra le tante terre, anche quelle americane.












