Sebbene si abbiano dati della presenza in Spagna di banchieri genovesi sin dalla fine del Medioevo, solo durante il regno di Filippo II (1527-1598) e almeno sino al 1640 questi riuscirono ad imporsi in modo più continuo e massiccio come principali creditori della corona spagnola, somministrando i denari necessari al funzionamento della politica. Misurarsi con i tedeschi o con gli olandesi o con i portoghesi o con altri stessi italiani non era facile, ma il loro esito si deve all’essere stati competitivi e aver conquistato la fiducia del sovrano e dei suoi collaboratori. Cosicché, date le buone opportunità di guadagno che Madrid offriva, molti di loro andarono a risiedere nella capitale.
Sappiamo che nelle zone più evolute d’Europa si lavorava con lettere di cambio emesse da entità pubbliche e private, si accettavano depositi, si concedevano ipoteche, assicurazioni, si gestiva compra-vendita di debiti pubblici, e via dicendo: e il paese iberico, e Castiglia in particolare, e Madrid nel caso nostro, non era di meno. Certamente i genovesi non furono gli unici a lavorare con la monarchia spagnola, ma di sicuro i più abili e coloro i quali somministravano più credito rispetto agli altri, almeno in modo costante. Risalta che, malgrado gli alti bassi dell’economia spagnola e i mancati pagamenti, furono coloro che subirono le minore perdite (1).
Fra il 1601 e il 1606, Valladolid prima e Madrid poi furono i centri di maggiore concentrazione di banchieri genovesi: Ottavio Centurione, Carlo Strata, Giovanni Luca Pallavicino, Lelio Invrea, Nicolo Antonio Baldi, Francesco Maria Pichenotti, Bartolomeo Spinola, Vincenzo Squarciafico, alcuni dei nomi che fino al 1640 circa negoziarono crediti di un certo rilievo. Banchieri che, per meglio dirigere la propria attività, stabilirono la loro residenza a Madrid, non perdendo però i contatti con Genova, contatti che servivano per essere meglio informati, per comunicare le eventuali richieste e ponderare le decisioni, contatti che furono, in un modo o nell’altro, necessari alla loro sopravvivenza. E fu grazie a questi “cordoni ombelicali” che, per esempio, Giovanni Luca Pallavicino commerciava agevolmente lana, che i fratelli Balbi lavoravano con successo la seta e il velluto, che Bartolomeo Spinola trafficava sia con la lana che con lo zucchero. Queste società solitamente non attuavano mai prima di avere le informazioni necessarie affinché un negozio potesse andare a buon fine. Pertanto, comunicazione e contatti, scambi di notizie e public relation, come diremmo oggi, erano alla base del loro successo. Intermediari che prestavano anche denari degli altri, risorse che si trovavano disponibili generalmente nelle fiere italiane. I banchieri, dunque, erano gli interlocutori della Real Hacienda spagnola, coloro che decidevano come organizzare una provvigione, come trasferire i soldi richiesti, etc., garantendo con la propria reputazione quel particolare affare.
Ogni banchiere aveva un obiettivo da perseguire, un dato interesse da difendere, una società cui far capo. Società che, accadeva talvolta, operavano insieme quando si trattava di grossi affari, o grosse partite di merci, o quando il rischio era così grande da dover agire congiuntamente per suddividere il pericolo.
Ma le cose andavano ben oltre.
Per salvaguardare e aumentare i loro capitali, i matrimoni facevano parte del gioco, vuoi fra gli stessi mercanti genovesi residenti sia in Spagna sia a Genova, vuoi fra genovesi e spagnoli, e non sempre di sangue nobile. Esempio sono le due figlie di Giulio Spinola sposatesi con due banchieri genovesi già residenti nella corte madrilena. La famiglia Spinola, Giulio in particolare, era in affari con la Corona dalla fine del 1590, famiglia che accettava depositi dai privati, pagando, in quella prima decade del 1600, finanche un interesse del 7% annuale, denari che a loro potevano rendere anche un 15% (2).
Ottavio Centurione era uno dei pochi a negoziare con il re asientos milionari – una volta, si dice, anticipò al re 10.000.000 di scudi -, a differenza degli altri concorrenti i quali si dedicavano a operazioni di relativamente piccolo credito.
Carlo Strata, giunto in Spagna ancora giovane, e iniziando la carriera come agente di Ambrogio Spinola, era riuscito ad avere completa fiducia da parte di Filippo IV (1605-1665), lavorando a stretto contatto, tanto che il re fu ospite a casa sua (3). Persone capaci di stipulare con lo stato spagnolo contratti contenenti decine di clausole, di chiuse, di condizioni per salvaguardasi le spalle.
Con il passare degli anni, i banchieri giunti nel paese iberico alla fine del 1500 principi del 1600 iniziarono a invecchiare, per cui si cercavano i sostituti, i continuatori, problema di difficile soluzione. Carlo Strata morì nel 1639, l’anno dopo suo cognato e un suo stretto amico collaboratore, poi nel 1643 Antonio Balbi, Bartolomeo Spinola nel ‘44, e così via. In pochi anni, chi aveva realizzato una forte e sicura economicamente compagine di banchieri lasciava per causa di forza maggiore i propri negozi, privando la corona spagnola di un valido e sicuro appoggio finanziario. Quasi nessuno dei successori proseguì con l’attività: i vecchi mercanti, che avevano fatto esperienza sul campo giorno dopo giorno, avevano creato società a loro immagine e somiglianza, con il loro modo di vedere e fare affari, avevano dato alle compagnie un’impronta personale difficile da seguitare, erano rimasti in contatto con Genova, formato aziende basate sulla famiglia, sui legami. Non furono quindi le bancarotte della corona, ricordiamo quella di Filippo IV nel 1627, a creare la caduta di una generazione di banchieri, giacché quasi nessuno, forse escludendo Vincenzo Squarciafico, si vide gravemente coinvolto.
Accadde pertanto che gli eredi non fecero altro che pagare i creditori, azzerare le spese, litigare con la Contaduría Mayor de Cuentas e chiudere, salvo pochi casi, le società. L’epoca d’oro dei banchieri genovesi a Madrid, che erano riusciti a proporre imprese solide, confidabili, serie, capaci di stare ai passi con le richieste reali, essere competitive, era in declino.
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1. Felipe Ruiz Martin, La banca en España hasta 1782, in VV.AA. El banco de España. Una historia económica, Madrid, 1970, pag. 45.
2. Silvano Ghilino, Un banchiere del ‘600: Stefano Balbi. Affari di stato e fiere dei cambi, Università di Genova, 1996, pag.121.
3. Dominguez Ortiz, Politica y hacienda de Felipe IV, Pegaso, Madrid, 1983, pp. 114-116.