Feb 152013
 

Usualmente quando si scrive del XVI sec. si parla degli eventi che hanno caratterizzato i grandi centri, tralasciando accennare alle periferie, a quelle periferie che talvolta hanno dato prova di coraggio, di sviluppo, di determinazione, periferie luoghi di nascita di personaggi di un certo rilievo.
E per avere un quadro quando più completo di quegli anni, a volte serve scendere nei particolari di realtà poco conosciute, lasciate nel dimenticatoio e destinate ad interesse di studiosi regionali.

Teatro Selinus, Castelvetrano, Trapani

Teatro Selinus, Castelvetrano, Trapani

Serve dunque, per fare uno dei tanti esempi disponibili, accennare a Castelvetrano, cittadina del trapanese, cittadina che ospitò il famoso Goethe – 21 aprile 1787 -, tanto da segnalarlo addirittura nel suo Viaggio in Italia. Ospite di un albergo che non esiste più, dove oggi sorge il Teatro Selinus.
Per meglio comprendere gli accadimenti locali, inquadriamo il periodo storico in questione, necessario per quel gioco di relazione-interelazione, di causa-effetto, di cui spesso parliamo in questo blog, giacché, non è vano menzionarlo, la storia è una grande ragnatela dove ogni filo è sorretto dagli altri, dove le ripercussioni di un evento si trasmettono sia nel lungo periodo sia nelle lunghe distanze.
Siamo, dunque, in pieno Rinascimento, periodo inoltre del protestantesimo e del successivo Concilio di Trento (1545), decenni, i primi del XVI, delle Guerre d’Italia, dello scontro fra spagnoli e francesi per l’egemonia sull’Italia, epoca di Michelangelo di Raffaello di Erasmo da Rotterdam di Machiavelli di Shakespeare, fra i tantissimi. Per non dimenticare la diffusione dei libri a stampa, dell’arrivo in Spagna e in Europa in generale dell’oro americano, della conquista dell’America e i problemi che ne derivarono…

Grande sviluppo ebbe, orbene, la città di Castelvetrano nel XVI sec., secolo in cui Carlo V di Spagna la elevò a Contea (1522) e suo figlio Filippo II a Principato (1564), epoca in cui sorsero e furono abbellite tante chiese, dalla Matrice (1520) a quella di San Domenico (1509) a quella del Carmine (1509). Merito si deve al primo conte castelvetranese Giovan Vincenzo Tagliavia, gran sostenitore di Carlo V, tanto da allestire tre navi che inviò all’imperatore durante l’assedio di Tunisi (1535).
Castelvetrano ben presto divenne un centro fiorente, di artigianato, di commercio, si fondò finanche il Monte di Pietànel 1549, per dare aiuto ai poveri e bisognosi.
Il XVII secolo si apre invece con carestie, epidemie – ricordiamo la peste del 1630 che colpì l’Italia e l’Europa (Russia 1654), e quella del 1656 che si accanì principalmente nel Regno di Napoli -, cattivi raccolti, a tal punto che i castelvetranesi insorsero nel 1647 guidati dai conciapelle - non trascuriamo la rivolta di Masianello dello stesso anno -, insurrezione piegata con la forza da Doña Stefania Cortes e Mendoza, reggente in assenza del marito Diego Aragona Tagliavia Pignatelli.

Chiesa Matrice, Castelvetrano

Chiesa Matrice, Castelvetrano

Ristrutturata a partire del 1520 per volere di Giovan Vincenzo Tagliavia, la chiesa della Matrice, dedicata alla Madonna Assunta – prodotto di costruzioni già esistenti, chiesa di Santa Maria, cappella di Santa Chiara e San Giorgio -, presenta influenze architettoniche normanne e rinascimentali, il tutto in un armonioso gioco di navate, tre, con un corto transetto e presbitero rialzato. Il portone sembra risentire ancora dell’influenza medievale araba, con la presenza di rivestimenti arabeschi.

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Chiesa di San Giovanni, Castelvetrano, Trapani

Chiesa di San Giovanni, Castelvetrano, Trapani

Il 1589 è l’anno d’inizio della costruzione della chiesa di san Giovanni, chiesa voluta dalla famiglia Majo che ne agevolò la realizzazione grazie ai mezzi finanziari messi a disposizione. Opera terminata intorno il 1660 con la fabbricazione della cupola maggiore, che protegge la statua in marmo proprio di San Giovanni Battista (1522), di Antonello Gagini (1478-1536).

Il suddetto resoconto, volutamente breve e molto riassuntivo, è solo a rilevare che le sfaccettature della storia sono presenti anche altrove, che talvolta è bene, necessario, utile e, perché no, divertente e curioso, indagare magari in quelle terre dove pochi si addentrano perché credono, erroneamente, che non è “successo nulla”.

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Foto di Giacomo Armato 

Jan 202012
 

Il 20 gennaio 1554 nasceva a Lisbona il Desiderato, re del Portogallo come Sebastiano I (1554-1578), da Giovanni Manuele d’Avíz (1537-1554) e da Giovanna d’Asburgo (1537-1573). Il padre morì qualche giorno prima della sua nascita, mentre la madre lo abbandonò ben presto, ritirandosi in un convento.
L’infanzia non fu certo facile, re ad appena 3 anni, dopo la morte del nonno Giovanni III (1502-1557). Ancor piccolo per dirigere le sorti di un impero in piena espansione coloniale, la reggenza passò prima alla nonna Caterina d’Asburgo (1507-1578), sorella di Carlo V, e poi al cardinal Enrico del Portogallo (1512-1580), futuro re alla morte di Sebastiano I.


Fragile di salute, poco propenso verso le donne e il matrimonio, educato al culto dell’eroismo militare, dedicava lunghi periodi alla caccia e alla preghiera. Crebbe sotto l’insegnamento dei gesuiti che lo condizionarono non poco, a tal punto da voler intraprendere una crociata contro i turchi che dilagavano per l’Europa orientale e l’Africa del nord, minacciando i commerci e la cristianità in generale. Nella sua mente vagava sempre l’idea di lottare contro coloro che minacciavano la fede, chiunque essi fossero.
E in effetti, contro il volere dello zio Filippo II di Spagna che lo induceva alla prudenza, alla testa di un esercito formato per lo più da mercenari stranieri, si mise in marcia verso la città di Fez in Marocco, ma nella battaglia di Alcazarquivir fu sconfitto pesantemente, trovando la morte insieme alla maggior parte dei suoi uomini. Era il 4 agosto 1578, battaglia in cui persero la vita altri due sovrani, due sultani che si disputavano il trono in Marocco, Muley al-Mutawakil, alleato di Sebastiano I, e Abd el-Malik.

La battaglia di Alcazarquivir, 1578

Una parte dei pochi sopravvissuti si diresse verso la cittadina di Arcila in cerca di rifugio, che per indurre gli abitanti ad aprire le porte finsero aver con loro anche il re. Ne nacque una leggenda che si propagò rapidamente per tutto il regno, una leggenda che diceva il re essere vivo e ritornato in Portogallo a riscattare il suo popolo nelle ore più difficili. Sorse così il Sebastianesimo.
La morte del regnante portoghese lasciò un paese in piena crisi, in bancarotta e senza successori. Fu il cardinal Enrico a prendere le redini del potere, solo per pochi anni, fino al 1580, anno della sua morte, dopodiché Filippo II inviò il duca d’Alba ad annettere il territorio alla corona spagnola.

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Piccola bibliografia sul Portogallo:
– José H. Saraiva, Storia del Portogallo, Bruno Mondadori, 2007
– Giuseppe Marcocci, L’invenzione di un impero. Politica e cultura nel mondo portoghese (1450-1600), Carocci, 2011
– Elia Boccara, In fuga dall’Inquisizione. Ebrei portoghesi a Tunisi: due famiglie, quattro secoli di storia, Giuntina, 2011

Jan 052012
 

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani – La Malinche ne fu testimone attiva »»qua -, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra gli stessi abitanti del luogo. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, inoltre c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya.

Il tutto si complicò ancor più con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, portatori di altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento.

Alfabetizzare dunque quella massa di persone non era certo semplice, compito che ricadde principalmente sui frati francescani e domenicani, frati che in un primo tempo cercarono di farsi capire tramite gesti e segni corporali, passando poco a poco all’interpretazione delle parole amerindie e alla traduzione allo spagnolo.

Sembra che i bambini aiutarono in un certo qual modo i missionari, i quali, a contatto giornaliero e giocando con loro, si sforzarono comprendere il significato dei termini:

E avevano [i frati] sempre carta e inchiostro a portata di mano e, appena sentivano una parola detta dal piccolo Indio, la trascrivevano, insieme al significato che aveva la parola pronunciata.” (2).

Una pagina de Arte para aprender la lengua mexicana, di Andrés de Olmoss

Una pagina de Arte para aprender la lengua mexicana, di Andrés de Olmoss.

Così, parola dopo parola, sia il Náhuatl sia il Quechua furono traslitterati al latino, un lavoro certosino e lento non facile, in quanto bisognava distinguere fra sostantivi, verbi, suffissi, meccanismi insomma del tutto ignoti ai predicatori.

La prima grammatica Náhuatl risale al 1547 e si deve al frate francescano Andrés de Olmos (1485-1571), la Quechua al 1560 grazie al domenicano Domingo de Santo Tomás (1499-1570), e tantissime altre. Più o meno verso la fine del XVI secolo, la maggior parte delle lingue indigene avevano una grammatica e potevano essere intese.

Tutto ciò non fu semplice, né prodotto di pochi anni o decenni, né si potevano in poco tempo sostituire lingue ancestrali con lo spagnolo, anche perché, fra l’altro, l’amministrazione coloniale non aveva le idee chiare al riguardo, basta solo riflettere sul fatto che i francescani erano propensi a divulgare, per esempio in Guatemala, più il Náhuatl che lo spagnolo.

Nel 1550 un’ordinanza regia ordinava di insegnare il castigliano agli indios, poi, intorno al 1570, si ritornò a imporre il linguaggio Náhuatl, per vietare addirittura ai bambini indios la loro lingua madre nel 1590 e obbligare alla fine studiare lo spagnolo.

Il problema dell’ispanizzazione durò ancora per lungo tempo e addirittura lo stesso Filippo II era poco convinto nel costringere i nativi ad abbandonare definitivamente la loro lingua naturale.

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– 1. George Baudot, La vita quotidiana nell’America latina ai tempi di Filippo II, Rizzoli, Milano, 1996.
– 2. Fray Gerónimo de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, I, cap. XXVII, pag. 75.

Aug 182011
 

Obbligazione della Compagnia olandese delle Indie Orientali, 1623

Sebbene si abbiano dati della loro presenza in Spagna sin dalla fine del Medioevo, solo durante il regno di Filippo II (1527-1598) e almeno sino al 1640 questi riuscirono ad imporsi in modo più continuo e massiccio come principali creditori della corona spagnola, somministrando i denari necessari al funzionamento della politica. Misurarsi con i tedeschi o con gli olandesi o con i portoghesi o con altri stessi italiani non era facile, ma il loro esito si deve all’essere stati competitivi e aver conquistato la fiducia del sovrano e dei suoi collaboratori. Cosicché, date le buone opportunità di guadagno che Madrid offriva, molti di loro andarono a risiedere nella capitale.

Sappiamo che nelle zone più evolute d’Europa si lavorava con lettere di cambio emesse da entità pubbliche e private, si accettavano depositi, si concedevano ipoteche, assicurazioni, si gestiva compra-vendita di debiti pubblici, e via dicendo: il paese iberico, e Castiglia in particolare, e Madrid nel caso nostro, non era di meno.

Certamente i genovesi non furono gli unici a lavorare con la monarchia spagnola, ma di sicuro i più abili e coloro i quali somministravano più credito rispetto agli altri, almeno in modo costante.

Risalta che, nonostante gli alti bassi dell’economia spagnola e i mancati pagamenti, furono coloro che subirono le minori perdite (1).

Fra il 1601 e il 1606, Valladolid prima e Madrid poi furono i centri di maggiore concentrazione di banchieri genovesi: Ottavio Centurione, Carlo Strata, Giovanni Luca Pallavicino, Lelio Invrea, Nicolo Antonio Baldi, Francesco Maria Pichenotti, Bartolomeo Spinola, Vincenzo Squarciafico, alcuni dei nomi che fino al 1640 circa negoziarono crediti di un certo rilievo. Banchieri che, per meglio dirigere la propria attività, stabilirono la loro residenza a Madrid, non perdendo però i contatti con Genova, contatti che servivano per essere meglio informati, per comunicare le eventuali richieste e ponderare le decisioni, contatti che furono, in un modo o nell’altro, necessari alla loro sopravvivenza.

E fu grazie a questi “cordoni ombelicali” che, per esempio, Giovanni Luca Pallavicino commerciava agevolmente lana, che i fratelli Balbi lavoravano con successo la seta e il velluto, che Bartolomeo Spinola trafficava sia con la lana che con lo zucchero.

Queste società solitamente non attuavano mai prima di avere le informazioni necessarie affinché un negozio potesse andare a buon fine. Pertanto, comunicazione e contatti, scambi di notizie e public relation, come diremmo oggi, erano alla base del loro successo. Intermediari che prestavano anche denari degli altri, risorse che si trovavano disponibili generalmente nelle fiere italiane.

I banchieri, dunque, erano gli interlocutori della Real Hacienda spagnola, coloro che decidevano come organizzare una provvigione, come trasferire i soldi richiesti, etc., garantendo con la propria reputazione quel particolare affare.
Ogni banchiere aveva un obiettivo da perseguire, un dato interesse da difendere, una società cui far capo. Società che, accadeva talvolta, operavano insieme quando si trattava di grossi affari, o grosse partite di merci, o quando il rischio era così grande da dover agire congiuntamente per suddividere il pericolo.

Ma le cose andavano ben oltre.

Per salvaguardare e aumentare i loro capitali, i matrimoni facevano parte del gioco, vuoi fra gli stessi mercanti genovesi residenti sia in Spagna sia a Genova, vuoi fra genovesi e spagnoli, e non sempre di sangue nobile. Esempio sono le due figlie di Giulio Spinola sposatesi con due banchieri genovesi già residenti nella corte madrilena.

La famiglia Spinola, Giulio in particolare, era in affari con la Corona dalla fine del 1590, famiglia che accettava depositi dai privati, pagando, in quella prima decade del 1600, finanche un interesse del 7% annuale, denari che a loro potevano rendere anche un 15% (2).

Ottavio Centurione era uno dei pochi a negoziare con il re asientos milionari – una volta, si dice, anticipò al re 10.000.000 di scudi -, a differenza degli altri concorrenti i quali si dedicavano a operazioni di relativamente piccolo credito. Famiglia Centurione che, per esempio, era stata pioniera, nella figura di Matteo e poi di Gaspare, nella produzione e commercio di zucchero in Brasile dalla metà del XVI sec.

Carlo Strata, giunto in Spagna ancora giovane, e iniziando la carriera come agente di Ambrogio Spinola, era riuscito ad avere completa fiducia da parte di Filippo IV (1605-1665), lavorando a stretto contatto, tanto che il re fu ospite a casa sua (3). Persone capaci di stipulare con lo stato spagnolo contratti contenenti decine di clausole, di chiuse, di condizioni per salvaguardasi le spalle.

Casa de contratación de Sevilla

Casa de contratación de Sevilla

Con il passare degli anni, i banchieri giunti nel paese iberico alla fine del ‘500 principi del ‘600 iniziarono a invecchiare, per cui si cercavano i sostituti, i continuatori, problema di difficile soluzione.

Carlo Strata morì nel 1639, l’anno dopo suo cognato e un suo stretto amico collaboratore, poi nel 1643 Antonio Balbi, Bartolomeo Spinola nel ‘44, e così via. In pochi anni, chi aveva realizzato una forte e sicura economicamente compagine di banchieri lasciava per causa di forza maggiore i propri negozi, privando la corona spagnola di un valido e sicuro appoggio finanziario.

Quasi nessuno dei successori proseguì con le attività: i vecchi mercanti, che avevano fatto esperienza sul campo giorno dopo giorno, avevano creato società a loro immagine e somiglianza, con il loro modo di vedere e fare affari, avevano dato alle compagnie un’impronta personale difficile da mandare avanti, erano rimasti in contatto con Genova, formato aziende basate sulla famiglia, sui legami.

Non furono quindi le bancarotte della corona – quanto meno non la causa principale -, ricordiamo quella di Filippo IV nel 1627, a creare la caduta di una generazione di banchieri, giacché quasi nessuno, forse escludendo Vincenzo Squarciafico, si vide gravemente coinvolto.

Accadde pertanto che gli eredi non fecero altro che pagare i creditori, azzerare le spese, litigare con la Contaduría Mayor de Cuentas e chiudere, salvo pochi casi, le società.

L’epoca d’oro dei banchieri genovesi a Madrid, che erano riusciti a proporre imprese solide, confidabili, serie, capaci di stare ai passi con le richieste reali, essere competitive, era in declino.

Lettera di cambio prestampata, 1650, Monte dei Paschi di Siena.

Lettera di cambio prestampata, 1650, Monte dei Paschi di Siena.

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- 1. Felipe Ruiz Martin, La banca en España hasta 1782, in VV.AA. El banco de España. Una historia económica, Madrid, 1970, pag. 45.
– 2. Silvano Ghilino, Un banchiere del ‘600: Stefano Balbi. Affari di stato e fiere dei cambi, Università di Genova, 1996, pag.121.
– 3. Dominguez Ortiz, Politica y hacienda de Felipe IV, Pegaso, Madrid, 1983, pp. 114-116.

Jul 102011
 
San Quintino, 1557

San Quintino, 1557

Nessun evento nella vita è isolato, tutto è un concatenarsi di accadimenti che hanno ripercussioni sia nel breve periodo sia nel lungo periodo, sia nel luogo più vicino che nello spazio più lontano.

San Quintino è una città della Francia settentrionale, nella regione della Piccardia, vicino al fiume Somme e al canale di San Quintino, oggi prospero centro con circa 60.000 abitanti. E fu proprio là che si combatté la battaglia che diede seguito alla pace di Cateau-Cambrésis e alla fine delle cosiddette guerre d’Italia.

Il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo (1), l’esercito francese al comando del maresciallo Anne de Montmorency (1492-1567), forte – secondo alcune stime – di 18.000 fanti e 6.500 cavalieri, si scontrò con quello spagnolo agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), spagnolo composto da 6.000 fanti e 4.000 cavalieri.

Il terreno di scontro fu nei pressi della roccaforte di Saint Quentin, che al tempo era assediata e chiedeva aiuto a Montmorency. Questi, in un modo o nell’altro, riusciva a far entrare un contingente di 500 militari alla testa di Gaspard de Châtillon (1519-1572). Contento del fatto suo, il maresciallo volle ritentare personalmente l’impresa per aiutare ancor più gli assediati, ma stavolta trovava sul campo un Emanuele Filiberto che lo costringeva di sorpresa alla lotta. Nel feroce scontro, 14.000 soldati francesi furono abbattuti o catturati, mentre nelle file spagnole solo 400 le vittime. Lo stesso Montmorency fu fatto prigioniero, così come tutto il parco artiglieria che portava con sé cadde in mano nemica. Il successo del Savoia fu tale che, per ricompensa, riottenne buona parte dei territori persi, nel frattempo in mano francese e spagnola.

La via per Parigi adesso era aperta. Il Duca di Savoia aveva chiesto a Filippo II il permesso di poter marciare sulla capitale, distante poco più di 150 km., per raccogliere i frutti della vittoria, ma il re decideva diversamente. La pace si firmava dunque qualche anno dopo, il 3 aprile 1559.

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1. Per celebrare la vittoria, Filippo II decise la costruzione del Monastero dell’Escorial.

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La battaglia di San Quintino, 1557

Feb 152011
 

Dall’età della “reconquista”, l’economia spagnola è stata sempre, più o meno, dipendente dalle attività internazionali. L’oro e l’argento, provenienti dalle terre americane conquistate durante il XVI secolo, era adoperato per comprare beni e servizi all’estero, non riuscendo, i produttori iberici, a soddisfare il fabbisogno di un grande impero quasi sempre in guerra. L’arretratezza dell’apparato produttivo spagnolo è evidente specialmente se si tiene conto della sua potenza militare e politica. E non dimenticando, inoltre, che gli spagnoli non riuscirono far a meno dei finanziamenti genovesi, né dei prodotti lombardi.
Nel 1535 Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, collocava sul ducato di Milano, alla morte di Francesco II Sforza, senza eredi, il figlio Filippo II. Da quell’anno e sino circa al 1620, Milano vivrà un lungo periodo di pace. Ma come si presentava economicamente quella regione? Sebbene il tema sia di non facile trattazione in poche righe, diamo quantomeno degli accenni.
Per quanto riguarda le capacità e le tecnologie, ma anche per la forza economico-produttiva, il ducato si dimostrava ben diverso dal sistema imperiale spagnolo, quest’ultimo meno dinamico, più legato alle tradizioni, con poca forza di penetrazione, poco concorrenziale. Milano, geograficamente al centro dell’Europa spagnola, era pronta a soddisfare i bisogni, con un traffico abile e agile, pronta a mettere in moto la propria capacità mercantile e industriale, approfittando, potremmo azzardare dire, delle potenzialità del vasto impero spagnolo che necessitava quasi di tutto, necessità che alimentavano, in un certo qual modo, l’economia lombarda, spinta peraltro a migliorarsi qualitativamente e fronteggiare, in alcuni settori, la concorrenza dei paesi del nord.
Le aree rurali, che riescono a sopportare con dignità la crisi della prima metà del Seicento, assumeranno nella seconda metà del secolo evidenti segni di progresso. In sintesi, durante il XVII secolo, le campagne del ducato milanese accentueranno quei cambiamenti iniziati nei decenni precedenti: gelso, lino, riso, vite vengono maggiormente incoraggiati, si diffondono i prati artificiali e foraggi, il commercio agricolo in generale si fa più aperto. I milanesi, inoltre, sono capaci anche con la loro industria siderurgica e metallurgica a far fronte alle richieste di armi da parte spagnola. In tutto ciò, le città sembrano evidenziare la loro atrofia, la loro debolezza, la perdita di supremazia economica (da ricordare la peste del 1630). Pertanto, la crisi generale del Seicento permetterà un rafforzamento delle campagne, quasi spostando l’asse economico e sociale verso quelle zone. Ma non bisogna pensare a una estesa “rifeudalizzazione”, giacché il fenomeno non fu tanto generalizzato quanto si possa immaginare (1).
Si potrebbe quasi affermare che i bisogni della potenza spagnola permisero all’agricoltura e all’economia lombarda prepararsi per il successivo sviluppo industriale del XVIII secolo e prepararla per accogliere le proposte riformatrici dei sovrani austriaci.

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1. D. Sella, Crisis and continuity. The economy of Spanish Lombardy in the seventeenth century. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1979, pp. 148-173.

Feb 082011
 

Schiavi in Senegal, XVIII sec.

Argomento delicato e complesso, gli schiavi, “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo.

E d’immediato ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.

L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi anche di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente di origine musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare.

Dalla stessa zona africana giungevano nelle nostre terre, vuoi tramite le incursioni cristiane, vuoi tramite i commerci, vuoi tramite le battaglie navali, prigionieri provenienti da zone interne, Ciad per esempio, e Tripoli potrebbe considerarsi un fiorente mercato del tempo (XV-XVI secolo) dal quale partivano carovane dirette verso l’Europa.

Un’altra testimonianza potrebbe indicarsi nella piccola isola di Tabarca, di fronte Tunisi, in mano ai genovesi (famiglia Comellini) dalla seconda metà del XVI secolo fino al 1741, isola ricevuta in cambio del corsaro Dragut fatto prigioniero da Giannettino Doria nel 1540, da dove salpavano navi cariche di merci, oltre che di schiavi, dirette sia verso le vicinissime terre africane sia verso l’Europa (1). 

Non bisogna poi dimenticare gli schiavi neri che, dalla metà del XV secolo e buona parte del XVI, i portoghesi avevano portato in Spagna e in Portogallo dalle loro scorribande lungo le coste africane atlantiche, Senegal e via dicendo, neri che, trasferiti principalmente a Tripoli, erano diretti verso la Sicilia.

Per esempio, intorno al 1516, la potente famiglia Fardella di Trapani, poteva contare su un centinaio di schiavi neri (2), mentre a Palermo, sempre agli inizi del Cinquecento, viene ricordato un mercante di schiavi col soprannome di lu nigreri (il negriero) (3) .

Anche in varie località pugliesi si ha notizia di negri, di piccoli gruppi isolati portati dai commercianti. Tutto ciò sembra indicare “una forza di frenesia, cioè quasi una smania degli schiavi, che attaccava la nobiltà e in generale le classi più agiate del Cinquecento” (4), in Sicilia.

Facciamo un salto temporale e avviciniamoci alla fine del XVII secolo. Essendo le nostre coste vicine ai Balcani, ecco che parte degli schiavi provenivano, in particolar modo dopo il fallito assedio di Vienna da parte dei turchi nel 1683, proprio da quei territori, vuoi portati da mercanti che approdavano a Brindisi, a Bari, o in Abruzzo, vuoi prigionieri di guerra. E c’erano anche donne e ragazzi destinati a “uso domestico”. Usualmente bosniaci, magiari, slavi, popoli che l’avanzata ottomana dei decenni precedenti aveva sottomesso. Non mancavano i greci, a volte al servizio turco, a volte schiavi anch’essi che remavano nelle navi.

Durante la conquista spagnola di città costiere africane, potevano inoltre essere catturati ebrei, e in buon numero. Il conte Pedro Navarro, che conquistò Tripoli (1510), mise all’asta diversi schiavi e fra questi vi erano ben 289 ebrei, condotti alla fine verso terre siciliane (5). Altri ebrei furono catturati a Tunisi dopo la caduta della città nelle mani di Carlo V nel 1535. Gli ebrei, a loro volta, potevano avere schiavi per conto loro, basti pensare alla comunità livornese che nel 1686 possedeva ben 95 schiavi (6).

Per terminare questo breve accenno, bisogna pur rilevare che la maggior parte degli schiavi presenti e commerciati in Italia erano di origine turca, della penisola anatolica, non di meno è da rilevare che le altre presenze qua considerate hanno avuto un certo ruolo nei commerci, nelle guerre, nelle dinamiche della storia moderna. Non dimentichiamo poi che alcuni di loro, convertiti al cristianesimo, e sposandosi spesso con persone del luogo, hanno dato vita a figli legittimi nel cui sangue scorreva il passato genetico.

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- 1. L. Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, Laterza, 1993, pp. 19-23.
– 2. S. Bono, Schiavi in Italia: Maghrebini, neri, schiavi, slavi, ebrei e altri (secc. XVI-XIX), in “Mediterranea”, anno VII, agosto 2010, pag. 235.
– 3. G. Bonaffini, Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (Secoli XVIII-XIX), in “Cahiers de la Méditerranée”, n. 65/2002.
– 4. G. Marrone, La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Caltanissetta-Roma, 1972, pp. 199-200.
– 5. N. Zeldes, Un tragico ritorno: schiavi ebrei in Sicilia dopo la conquista spagnola di Tripoli (1510), in “Nuove Effemeridi”, n. 54, 2001, pp. 47-55.
– 6. C. Piazza, Schiavitù e guerra dei Barbareschi. Orientamenti toscani di politica transmarina (1747-1768), Giuffrè ed., Milano, 1983, pag. 95.

Feb 042011
 

Reales de a Ocho, Spagna

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo. Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, era ben poco accettata in oriente, raramente nei paesi islamici.

Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, forse già dalla fine del XV secolo, potendosi notare i risultati nei decenni successivi.

Questi, parliamo dei metalli preziosi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nell’Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche.

Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.:

Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”.(1)

Insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna.

Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. La città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.

Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquisterà una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dall’argento, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno.

Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa.

Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

Una delle monete che più circolava in Europa e nelle terre americane, ma anche in oriente, oltre che in Africa, come oggi potremmo dire del dollaro, era il real a ocho spagnolo, moneta ben accolta, moneta tramite la quale si comprava di tutto.

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- 1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
– 2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Jun 192010
 

1. Quale fu la principale causa della guerra civile nella Francia della seconda metà del ‘500?
2. Erano favorevoli i re a concedere ai loro sudditi libertà di culto?
3. Quando avvenne la strage di San Bartolomeo?
4. Chi volle la strage?
5. Che cosa riconosceva l’Editto di Nantes?
6. In che anno fu firmato?
7. Chi era il sovrano di Francia in quel periodo?
8. Chi erano gli ugonotti?
9. Chi erano i regnanti d’Inghilterra e Spagna in quegli anni?

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Un articolo che potrebbero aiutare:

- Le guerre di religione del 1500.

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1. Il desiderio di libertà religiosa che in quei decenni serpeggiava con più vigore in Europa.
2. No, non erano favorevoli.
3. Nella notte fra il 23-24 agosto del 1572.
4. Caterina de’ Medici (vedi 1° e 2° commento a piè di pagina).
5. Riconosceva, fra le altre cose, la libertà religiosa agli ugonotti.
6. Fu firmato il 30 aprile del 1598.
7. Era Enrico IV.
8. Erano coloro che seguivano la fede calvinista in Francia.
9. Rispettivamente, Elisabetta I, Filippo II.

Mar 232010
 

Marc Welser

Grande importanza e peso hanno avuto i banchieri nel trascorso della storia moderna. Ci è ben noto che, per fare un esempio, l’elezione dell’imperatore Carlo V venne appoggiata finanziariamente anche dai Fugger, i quali prestarono al futuro reggente del Sacro Romano impero somme considerevoli durante tutto il suo regno, denari quasi mai restituiti.

Un’altra famiglia degna di nota fu quella dei Welser, originari d’Augusta, in Germania, i quali ricevettero dal padre Anton una ricca e fiorente attività commerciale. I quattro fratelli, Bartholomeus, Lucas, Ulrice, Jakob, seppero amministrare con cura ed efficienza una società, fondata nel 1476, che si occupava di commercio di tessuti, di lana proveniente dall’Inghilterra, di prodotti orientali e delle ricche miniere d’argento dell’Europa centrale.

Rivali diretti dei Fugger, i Welser giocarono un ruolo non secondario nella corte dell’Asburgo, Asburgo che gli darà l’esclusiva – 28 marzo 1528 – di investire nelle terre del Nuovo Mondo e in particolare in Venezuela: primi europei non spagnoli a partecipare al processo di colonizzazione dell’America e avere ampie concessioni commerciali con diritti privilegiati di sfruttamento. Principali fini della famiglia erano la ricerca dell’oro americano, il mito dell’El Dorado, e l’investigazione di un passaggio nei mari del Sud, il futuro Stretto di Magellano, aspettative mai realizzate.

Ben presto però si scontrarono con gli interessi dei castigliani che governavano la provincia, e, accusati di non rispettare il contratto di affitto, il Consejo de Indias gli ritirò la concessione (1546, 1556 secondo altri). In verità, sembra, che la ragione fondamentale sia stata quella di essere sospettati di appoggiare il nascente luteranesimo.

Le gravi crisi finanziarie durante il periodo di Filippo II intaccarono le attività dei Welser, oltre che dei Fugger, che si videro costretti a ridimensionare i propri affari. Divisione della famiglia, prestiti di denaro non restituito, ripetuti fallimenti del sovrano spagnolo, e la futura Guerra dei Trent’anni, misero in ginocchio il loro impero, tanto che Mathias Welser, discendente diretto, fu incarcerato dopo aver dichiarato bancarotta nel 1614.

 

Mar 162010
 

Andrea Doria ritratto come Nettuno dal pittore fiorentino Agnolo Bronzino

25 novembre 1560, ore dieci: moriva nel suo letto del bel palazzo di Fassolo l’ammiraglio Andrea Doria. Aveva quasi 94 anni.

Nato il 30 novembre 1466 a Oneglia, vicino Genova, aveva visto passare ben dodici papi, da Innocenzo VIII a Giulio II, da Clemente VII a Pio IV, e ne aveva servito qualcuno. Era stato alle dipendenze, fra i tanti, di Francesco I di Francia, di Carlo V d’Asburgo e, per breve tempo, di Filippo II di Spagna. Ma il suo cuore rimaneva fermamente legato a Genova, città che conquistò e difese con tutte le sue forze e sulla quale ebbe sempre l’ultima parola.

Andrea Doria, orfano ad appena 17 anni, si era formato sul mare in età già adulta, aveva carattere marinaio, fermo, deciso, impavido, sempre pronto all’attacco, rispettoso del nemico. Corsaro come lui era il famoso Khair-ad-din Barbarossa, con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, i due avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno.

Le sue navi trasportarono di tutto, da mercanzie a soldati, da cavalli ad armi, da re a principi, da schiavi a uomini liberi, da oro e gioielli a dame di compagnia.

Al genovese importava poco la conquista in sé per sé, desiderava accaparrarsi un buon bottino, venderlo, ricavare un utile e continuare la lotta. Nella sua dimora di Fassolo ebbe il piacere di ricevere cardinali, principi, re e imperatori, ebbe il piacere di dimostrare la sua forza e la sua tenacità. Anche quando Filippo II venne un giorno del 1548 con l’intenzione di costringere i genovesi a ricostruire la fortezza di Castelletto per ospitare una guarnigione spagnola, e il Doria s’impose con tutte le sue forze: Genova, sebbene sotto l’influenza di Carlo V, restava nelle mani dei genovesi.

Sopravvisse a vari complotti, ricordiamo solo quello tramato da Gianluigi Fieschi, sulla cui famiglia Andrea Doria riverserà tutta la sua ira.

Una delle sue ultime battaglie fu nei mari e nella terra di Corsica, dove erano sbarcati i francesi per prendesi un’isola in cui vi erano interessi del Banco di San Giorgio. Quell’anno, 1553, Andrea aveva ben 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere non erano venute meno e la sua lucidità era ancora in buono stato, così come la sua influenza su Carlo V che, ad una lettera del Doria in cui chiedeva il suo aiuto, gli rispose di prendere tutto ciò ritenesse utile per il buon fine dell’impresa.

Vecchio, già stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio di Carlo V si ritirò nella sua tenuta di Fassolo. Le forze iniziavano a mancare, la moglie, donna Peretta Usodimare, unica consorte, gli era morta qualche anno prima, la gotta lo tormentava. Il suo cameriere Antonio Piscina fu colui che ricevette le ultime volontà, quelle di comunicare al suo erede Giannandrea di rimanere fedele servitore del re di Spagna e del cattolicesimo, di quel cattolicesimo a cui lui, Andrea Doria, si era rivolto con devozione negli ultimi momenti della sua vita.

Feb 152010
 

L’archivista Manuel García Gonzáles riceve un giorno un memoriale da un certo militare in ritiro, tale Cayetano Orúe, un manoscritto contenente dettagli sull’uccisione di Carlo, principe di Spagna, primogenito del re Filippo II. A scrivere quel documento sembra essere stato un frate, Juan de Avilés, forse un nome inventato. Si affermava che Don Carlo era stato giudicato e assassinato segretamente il 23 febbraio del 1568 per ordine reale.
Ma diamo una sequenza agli avvenimenti.

Carlo nasce a Valladolid l’8 luglio 1545 da Filippo II di Spagna (1527-1598) e da sua cugina Maria Emanuela di Portogallo (1527-1545), che morirà dopo quattro giorni dal parto. Fu educato, dunque, senza madre, e neanche senza l’affetto del padre, giacché questi fu assente per ben undici anni dalla sua vita.
Fin da principio il bambino mostrava segna di debolezza, non solo fisica, perfino mentale, rivelandosi eccessivamente orgoglioso, egocentrico, e spesso squilibrato. Raccontano le cronache che aveva una testa più grande del normale, sproporzionata al corpo, una spalla più alta dell’altra, e una gamba, quella sinistra, più lunga della destra.
Inviato all’Università di Alcalá de Henares, un giorno del 1562 cadde dalle scale, procurandosi gravi ferite sulla testa – quasi al bordo di morire -, caduta che acutizzò la sua indole poco equilibrata. Al ritorno a casa, Filippo II cercò in tutti i modi coinvolgerlo negli affari reali, ma il giovanotto era poco propenso a intrattenersi con le faccende di governo. Dicono che una volta spinse da una finestra un suo servitore, un’altra volta ferì i suoi cavalli, un’altra volta ancora staccò il collo a uno scoiattolo con la bocca. Carlo riservava inoltre un certo odio verso il padre, anche per il fatto che il re gli aveva promesso che avrebbe governato i Paesi Bassi, promessa incompiuta sicuramente per le poco abilità politiche del figlio e per la instabile situazione di quelle terre.
Nella notte fra il 18 e 19 gennaio del 1568 Filippo II, insieme ad alcuni consiglieri e una manciata di soldati, entrò nella stanza del principe arrestandolo con l’accusa di inviare carte d’amore alla sua madrigna, Isabella de Valois, e appoggiare i ribelli favoriti dal barone de Montigny, oltre a essere sospettato di voler fuggire nei Paesi Bassi.
Il 24 luglio 1568 all’età di 23 anni moriva Don Carlo, ufficialmente per una malattia dovuta al suo squilibrio mentale.
Cosa era realmente accaduto?
Nessuno lo sa, e se fino a quel momento la storia di Carlo, principe delle Asturie, ci è più o meno documentata, il seguito è avvolto nel mistero.
Accadde però che poco tempo dopo iniziò a vociferarsi nella corte spagnola, ma anche per le corti europee, la notizia che il ragazzo era stato assassinato per ordine diretto del re. E qui ci ricolleghiamo al nostro incipit, al documento del frate Juan de Avilés.

Andiamo avanti.
Gonzalo Chacón, appartenente a una nobile famiglia spagnola molto vicina ai regnanti, era buon amico del giovane Carlo, forse la persona a lui più vicina, tanto vicina che i due avevano la passione del gioco d’azzardo e si divertivano insieme. Quando il principe fu arrestato e rinchiuso nella torre dell’Alcazar, Gonzalo fu uno di quelli che lo accompagnava, quindi ebbe l’opportunità di compartire gli ultimi giorni di vita del futuro regnante.
Ebbene, quattro anni dopo la morte di Carlo, Chacón fu sorpreso mantenendo relazioni sessuali con la giovane Luisa de Castro, dama di compagnia della regina Giovanna di Portogallo, che viveva nel Colegio de las Doncellas di Toledo. Questi, impaurito dalle possibili conseguenze, fuggì, abbandonando l’amante e rifugiandosi in vari monasteri, sino a quando fu rintracciato e detenuto nell’aprile del 1573.
Che segreti nascondeva quell’uomo così importanti da scomodare un re e indurlo a spiccare un ordine di cattura? Inoltre: perché lo si proibí scrivere lettere ai suoi familiari? Perché era sorvegliato tanto strettamente e insistentemente?
La Storia mostra sempre dei risvolti spesso inaspettati.
Gonzalo riuscì a spedire dal suo carcere tre missive, una a sua madre, una all’arcivescovo di Siviglia e una al marchese di Denia, suo parente, cercando apoggi per una sua liberazione. I tentativi furono vani: portato addirittura davanti al Consiglio Reale fu giudicato colpevole e decapitato di lì a poco.
Era davvero stato il movente sessuale a spingere la decisiones di mandarlo sul patibolo? O Gonzalo era a conoscenza di particolari sulla morte di Carlo che nessuno poteva sapere e quindi pericoloso per la stabilità del regno? Era dunque un testimone incomodo?
Si pensi solo che i delitti sessuali, in quel tempo, venivano castigati con l’obbligo di sposarsi con la donna offesa, se lei e la sua famiglia avessero accettato, o al massimo allontanati fuori dal paese. Solo in casi gravissimi, come nei delitti commessi con forza e senza consentimento, vigeva la pena di morte. E sembra che i due fossero consenzienti.
Nel manoscritto scritto dal frate Juan de Avilés, si diceva che lo stesso Filippo II aveva ordinato distruggere ogni prova, ogni documento, anzi sembra che bruciò proprio con le sue mani ogni possibile testimonianza.
Non finisce qua.

Il boia che uccise Carlo fu assassinato qualche tempo dopo, imputato di aver rubato delle pietre preziose che il principe aveva in mano proprio prima di morire, sembra due anelli.
Le prove che raccoglie il testo del frate Juan ancora oggi non sono state del tutto accertate, né accettate, tuttavia vari storici sono d’accordo nell’affermare che il principe fu ucciso per volere del padre, Filippo II, sicuramente perché squilibrato e poco atto a dirige un impero, quel grande impero che comprendeva, fra le tante terre, anche quelle americane.

Jan 162010
 

L’erede al trono è sempre stata una scommessa con la Storia, una scommessa che spingeva sovrani e regnanti a giocarsi anche la vita politica pur di avere un figlio, necessario a proseguire la dinastia.
Eccezione non faceva di certo Filippo II (1527-1598), figlio di Carlo V (1500-1558) e di Emanuela del Portogallo (1503-1539), sovrano di una Spagna al massimo del suo splendore e paladino della religione cattolica.
Filippo si sposò quattro volte, ricevendo ben otto figli.

Maria Emanuela d’Aviz del Portogallo (1527-1545), fu la prima consorte quando ancora non era sovrano. Era figlia di Giovanni III del Portogallo e Caterina d’Asburgo, quest’ultima sorella minore di Carlo V, quindi, Maria, cugina di Filippo II. Sposata nel 1543, ebbe il primo e unico figlio ad appena diciotto anni, nel 1545, Carlo, che morirà nel 1568. Poco tempo dopo aver partorito, Maria Emanuela decederà per le complicazioni del parto. Riportano le cronache che vivevano una vita separata, anche per la freddezza e il comportamento distaccato del marito.

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Maria I d’Inghilterra (1516-1558), figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, acconsentì unirsi (1554) a Filippo II dietro suggerimento di Carlo V, sebbene alcune fazioni nobiliari e una parte della chiesa, i protestanti, non fossero d’accordo. Buona cattolica, Maria cercava a tutti i costi un discendente, ma morì, sembra di tumore e senza figli, all’età di 42 anni. La Spagna ancora una volta restava senza regina.

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Per la terza moglie, la scelta cadde su Elisabetta di Valois (1545-1568), figlia di Enrico II di Francia e dell’italiana Caterina de’ Medici. In verità, Elisabetta era destinata per interesse politico – come quasi sempre d’altronde – al figlio di Filippo II, Carlo, quel figlio nato dalla prima moglie. Il sovrano di Spagna riservava un certo affetto verso la nuova consorte – sposata nel 1559 -, a differenza del suo essere gelido e distaccato con le prime due. Dal loro matrimonio nacquero Isabella Clara Eugenia e Caterina Micaela. Elisabetta morirà a 23 anni, con accanto un marito che si rivelò premuroso.

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Lo stesso anno, 1568, morirà Carlo, l’erede al trono, figlio che si era dimostrato poco equilibrato. Filippo II doveva per forza maggiore risposarsi e cercare un maschio per la continuità della sua dinastia. Anna d’Asburgo (1549-1580) fu la sua quarta e ultima moglie, figlia di Massimiliano II d’Asburgo e Maria di Spagna, quest’ultima figlia di Carlo V, quindi, Anna, nipote di Filippo II. Dal loro rapporto presero vita cinque discendenti: Ferdinando, Carlo Lorenzo, Diégo Felix, Filippo, Maria. L’erede salirà al trono col nome di Filippo III. La dinastia era salva. Anna morirà ad appena 31 anni.

May 082009
 

Baule coloniale spagnolo XVI sec.

Con la conquista dell’America, e lo sfruttamento delle sue risorse, l’oro e l’argento arrivava per mezzo dei vascelli spagnoli usualmente una volta l’anno e durante quel periodo tutti erano presi dalla frenesia del comprare, dell’avere: alla fine, si aspettava il seguente carico.

Certi calcoli dicono che dagli inizi del ‘500 al 1650 approdarono in terra spagnola, principalmente nel porto di Siviglia, circa 180 tonnellate d’oro e 160.000 tonnellate d’argento, per lo più destinato ai mercanti e banchieri italiani, fiamminghi, tedeschi. La Spagna importava i metalli e li consumava rapidamente.

Si era creato, secondo alcuni studiosi, un incremento della quantità di denaro disponibile, con una grave conseguenza per l’economia spagnola: restando la produzione invariata e accrescendo il consumo, i prezzi rincararono. Per esempio, alla fine del ‘500, il valore del pane era cresciuto 16 volte dall’inizio del secolo.

Ma non solo materiali erano i mali che apportava il denaro, scriveva nel 1596 sir Walter Raleigh:

È il suo oro indiano che mette in pericolo e destabilizza le nazioni europee, esso carpisce ovunque informazioni riservate, s’insinua nei consigli e scioglie i vincoli di lealtà nelle più grandi monarchie d’Europa.“ (1)

Per soddisfare il fabbisogno interno, gli spagnoli necessitavano materie, prodotti, articoli che non producevano, pertanto iniziarono a comprare merce dall’Italia, dalla Francia, da altri paesi, al punto che l’import divenne  di conseguenza superiore all’export. In tal modo, scarseggiando la mercanzia, il costo della vita s’innalzò anche in altre nazioni europee.

Filippo II

Filippo II

Era il tempo in cui Filippo II di Spagna, fedele cattolico, forte dei suoi capitali, intraprese una lunga guerra, senza successo, contro i Paesi Bassi, a religione protestante. Nello stesso tempo, desiderava dimostrare che la sua nazione era una potenza, cercando per ben tre volte di sottomettere l’Inghilterra di Elisabetta I. Subì una clamorosa sconfitta nel 1588, da parte degli inglesi che distrussero un buon numero delle navi della cosiddetta Invincibile Armada.

Il suo regno si caratterizzò per il fanatismo religioso, cacciando dal paese sia gli ebrei sia i mori convertiti al cattolicesimo, i quali detenevano parte del potere economico. Aumentò le tasse e dilapidò i ricavi dei suoi domini americani in guerre e in spese militari. A causa di tale sperpero, per ben sei volte Filippo II dichiarò bancarotta, con gli effetti che tutti immaginiamo.

La Spagna, alla sua morte, era in ginocchio, non aveva più quella forte e solida economia di principio secolo: artigiani, operai specializzati, agricoltori dovettero lasciare il paese in cerca di una vita più confortevole. Le colonie americane si ribellavano, il commercio si deteneva, le flotte arrivavano con pochi carichi, il morale del popolo era davvero basso.
 Eppure, a costo di sacrifici gli spagnoli seppero esercitare un ruolo importante nell’Europa del ’600.

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- 1. V. T. Harlow (a cura di), The Discoverie of the Large and Beautifull Empire of Guiana, by Sir Walter Raleigh, London, 1928, p. 4.

May 262008
 

Stamani riflettevo su come cambia la vita, com’è varia, com’è, talvolta, fantasiosa. Ciò che oggi è certo, domani non lo è, ciò su cui facciamo affidamento spesso si rivela enigmatico. Dunque il cambio, il cambio, a mio avviso, è una delle realtà del nostro quotidiano vivere. Chi avrebbe mai potuto immaginare un francese sul trono spagnolo nel XVIII secolo!

Ecco quattro immagini degli ultimi Asburgo di Spagna, regnanti nei secoli XVI-XVII. Ognuno di loro con un determinato temperamento: chi considerato prudente, come Filippo II, che ricevette un grande e prosperoso regno dal padre Carlo V; chi dedicato a riappacificare i suoi domini, come Filippo III. Poi venne Filippo IV, debole di carattere, che affidò l’amministrazione del regno al conte de Olivares, Gaspar de Guzmàn. Infine Carlo II, che ereditò il trono ad appena 4 anni, troppo giovane per dirigere: la Guerra di successione spagnola era alle porte.

Filippo II (1527-1598), figlio di Carlo V e Isabella del Portogallo. Re dal 1556 al 1598.

Filippo III (1578-1621), figlio di Filippo II e Anna Maria d’Austria. Re dal 1598 al 1621.

Filippo IV (1605-1665), figlio di Filippo III e Margherita di Stiria. Re dal 1621 al 1665.

Carlo II (1661-1700) ultimo degli Asburgo di Spagna, figlio di Filippo IV e Marianna d’Austria. Re dal 1665 al 1700. Questi non ebbe eredi e per sua volontà la corona passò a Filippo d’Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV e di Maria Teresa d’Austria – sorella maggiore di Carlo -: iniziava l’epoca dei Borboni.