Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta neraNell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ’300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.” Crollo demografico del  1300

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, siccome la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi, poco a poco, con sacrifici, con forza, con volontà.

Dec 062008
 

Goya, Il grande Capro, 1797-1798“… colui che invoca il demonio rendendogli un culto di latria, confessandolo o essendone convinto a livello giudiziario, non sarà considerato né indovino né mago, ma eretico…”                                                            

Così scriveva il frate domenicano catalano Nicolau Eymerich (1316-1399), nel suo Manuale dell’inquisitore del 1376. Tale fu la situazione nell’Europa che va, più meno, dal ’400 al ’600, quando si assiste alla ben famosa caccia delle streghe.

In certi territori, il nome dato dagli inquisitori ai cosiddetti stregoni fu lo stesso di quello di alcune sette ereticali. Per esempio, nelle Alpi occidentali abbiamo i “valdesi”, per indicare il partecipante al sabba, cioè a riunioni periodiche di streghe e stregoni, chiamandosi vauderie le attività stregonesche connesse. L’eretico veniva accomunato alla peste, al veleno, alla lebbra, era considerato malato mentale, emblema della superbia, spesso chiamato con il nome di un animale, “volpe che devasta la vigna“, “lupo che aggredisce il gregge del Signore“, e via dicendo. E nelle riunioni notturne si dedicava, dicevano, al cannibalismo, alle orge incestuose, all’adorazione di satana.  

Gli stregoni si videro accusati non solo di rinnegare la fede cristiana, ma anche di adorare il demonio con il quale stipulavano un patto satanico, oltre a essere ritenuti responsabili di complottare con le loro arti magiche contro la comunità. La strega diventerà il simbolo della ribellione a Dio, alla società umana, al mondo intero, per tanto dovrà essere castigata come un eretico, davanti al tribunale inquisitorio, indi messa al rogo, dopo aver sopportato inumane torture fisiche e psicologiche. In Spagna, l’Inquisizione fu particolarmente accanita, giustiziando migliaia di donne tacciate di diavoleria, si riteneva, infatti, che si riunivano durante la notte con il diavolo per celebrare riti e rituali.

Come per l’Inquisizione religiosa, la lotta contro la stregoneria era anche, ma non solo, un modo di arricchimento da parte della chiesa, in quanto i beni confiscati andavano in sua proprietà. Non mancavano casi di vendetta personale, né di interessi politici.                                                                          

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P.s.: L’immagine di sopra è la famosa tela del pittore Goya, Il grande Capro (1797-1798), dove si rappresenta un sabba.

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Sassetta, Rogo di un eretico, 1430 circa

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(Rivisto e aggiornato il 17 Giugno 2011)

Apr 212008
 


L’estate passata mi dilettai con un buon volume curato da Maria Antonietta Visceglia, Le radici storiche dell’Europa – L’età moderna.

E’ una raccolta di 12 relazioni tenute alla conferenza della SISEM, la Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna, nel 2005, redatte da dodici storici europei. Il tema era La costruzione storica dell’Europa, l’apporto dell’età moderna.

Si discusse della circolazione delle idee, della cultura giuridica, dei costumi, della società e dei mercanti, della storia delle scienze e delle tecniche, si ricercò l’autore che per primo parlò del concetto di Europa, il tutto affrontato con la serietà e professionalità di storici come Daniel Roche, Bartolomé Yun Casalilla, Giuseppe Galasso, Heinz Schilling e tanti altri.

“Per l’uso del termine - dice Galasso – pare che un primo esempio possa essere ravvisato in quel ‘De Europa’ (1501) di Pio II (…) o nella ‘Istoria d’Europa’ di Pier Francesco Giambullari (1566).

Da quegli anni in poi l’Europa continuò a essere nei titoli della storiografia del tempo, eravamo, quindi, nei secoli XVI e XVII. Ecco dunque il Brusoni con Delle historie universali dell’Europa (Venezia, 1657), il Birago Avogadro con Turbolenze dell’Europa dall’anno 1640 all’anno 1650 (Venezia, 1654), e tanti altri sia italiani che non, come l’opera dello spagnolo Julian de Castillo del 1582 dal lungo titolo Historia de los reyes Godos que vinieron de la Scythia de Europa contro el Imperio romano y a Españaetc.

Ricordiamo, che già Pio II aveva unito moralmente e militarmente vari paesi per difendere l’Europa dal turco - pensiamo alla famosa battaglia di Lepanto del 1571.

Inoltre, come dice Schelling: ” (…) Il cuore della civiltà europea è stato modellato soprattutto da quei processi spirituali e culturali, che per oltre due millenni si sono fondati sulla religione.”

Si potrebbe continuare, ma vi esorto a leggere il libro che si rivela di piacevole lettura e contiene preziosi dettagli e informazioni.

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- Maria Antonietta Visceglia, Le radici storiche dell’Europa. L’età moderna, Viella, 2007.


Dec 192007
 

È risaputo, le prime forme di scrittura, geroglifici, furono lasciate da uomini primitivi tramite graffiti e dipinti di scene di caccia su rocce, pareti di caverne, su sassi, ossa, conchiglie. Poi, intorno al 3000-3500 a.C. in Egitto venne impiegato il Cyperus papyrus, una pianta palustre, per fare un qualcosa simile a ciò che noi oggi conosciamo come carta. Gli steli di quella bella specie botanica, tagliati longitudinalmente e disposti uno accanto all’altro, formavano una fine superficie su cui, dopo essersi seccata, si poteva scrivere. Per rendere più robusto e omogeneo il rotolo, si sovrapponeva al primo strato un secondo in modo trasversale.
Col tempo si scoprì la pergamena, fatta di pelli di animali, resistente materiale che costituì il prodotto più adoperato per vari secoli.

Le prime notizie sulla carta, come la vediamo oggi, ci vengono dalla Cina nel II sec. a.C., quando un eunuco, un tale Ts’ai Lum, della corte cinese dell’imperatore Ho Ti, la produsse per la prima volta ricavandola dalla corteccia di una pianta tipica di quelle zone, la Brussonetia papyrifera, pianta coltivata oggi anche in Italia, ma per altri scopi.
Fu Marco Polo che ci parlò, in un brano del suo famoso libro Il Milione, della carta, citando l’abilità dei cinesi nella sua lavorazione e fabbricazione.
Per molti anni la tecnica fu mantenuta segreta sino a quando si diffuse intorno al 610 prima in Corea e poi in Giappone, per passare verso il 750 in Asia centrale. Da lì, gli arabi, avendone imparato i segreti, la portano con loro nella conquista della Spagna, dove iniziarono a produrla nel 1150 a Xativa, vicino Valencia. Raccontano poeti e scrittori locali che si vedevano in quelle zone vaste aree di terra piene di fiori azzurri di lino, giacché si adoperavano gli stracci di lino per la sua lavorazione.
Un’altra ramificazione della via della carta giunse da Tunisi a Palermo. Da qui, dicono alcuni storici, si portò la sua tecnica di lavorazione a Fabriano.
Intorno al 1200 una crescente mancanza di stracci di lino portò la necessità di cercare altre fonti alternative: ecco dunque la pasta di legno, si ritorna al materiale originario adoperato dall’eunuco cinese.
La prima cartiera italiana sembra essere stata a Bologna, nel XII sec., mentre quella di Amalfi è datata 1220. Vari documenti attestano che già nel 1283 a Fabriano si produceva la migliore carta d’Italia, esportandosi in tutta Europa. Addirittura, raccontano i fatti, alcuni maestri cartai si stabilirono in varie città europee per produrla.
Dopo varie alterne vicende, crisi, periodi di peste, guerre, si giunse finalmente nel XV secolo, quando, introducendo i caratteri tipografici mobili, si stimolò la sua produzione in modo quasi industriale.
Furono i fratelli ed editori britannici Henry e Sealy Fourdrinier che, nel 1803, migliorando la macchina inventata dal francese Nicholas-Louis Robert nel 1798, diffusero maggiormente l’uso della carta, fabbricandola in modo industriale.
Da allora lo sviluppo delle tecnologie ha permesso di produrre carta di tutti i tipi e in modo relativamente economico.

Il futuro? Chissà, forse internet farà da padrona nella divulgazione delle notizie e della cultura, e i libri saranno solo un ricordo, come lo sono i geroglifici.

Oct 072007
 

L’Europa al tempo di Carlo V d’Asburgo, XVI secolo, imperatore appassionato alle mappe, alla cartografia, a tal punto da “contagiare” anche la moglie Isabella d’Aviz che, scrivendo nel 1536 al viceré del Messico, diceva: “Desideriamo fortemente ricevere una pianta o dipinti delle città principali, porti e contorni costieri del territorio…” (1).

L'Europa al tempo di Carlo V, XVI secolo

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1. in David Buisseret, I nuovi mondi. La cartografia nell’Europa moderna, ed. Sylvestre Bonnard, Milano, 2004, pag. 90.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 07 Febbraio 2012)