Jun 112015
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Prepariamo una ricetta di Martino di Como? Passeggiamo per la Roma rinascimentale, fra concubine prelati e papi? E Firenze, che ruolo ha avuto nel Quattro-Cinquecento?
Facciamo due chiacchiere con Erasmo, Vives e Moro? Entriamo nella corte di Lorenzo de’ Medici? E se nella spinta culturale italiana ci siano stati elementi della Rinascita di Costantinopoli prima della sua caduta?

Il presente ebook ci introduce in particolari aspetti del Rinascimento, periodo storico che tuttavia influenza il nostro quotidiano e che ha determinato la civilizzazione occidentale.

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Mar 162015
 

Francia XVIII secolo, illuminismo e rivoluzione


Si può dire l’Illuminismo esser stato uno spartiacque fra un vecchio regime politico e il tentativo di uno nuovo più libero e partecipativo? Avrà il Terzo Stato peso politico nelle decisioni comunitarie?

Uno dei tanti argomenti trattati in questo ebook che ci introduce al periodo pre-illuminista, epoca di cambi e rivoluzioni sociali e politiche, rivoluzioni che porteranno lentamente alle sommosse francesi e al futuro dell’Europa così come la viviamo oggi.

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Aug 272014
 

Francia XVIII secolo, illuminismo e rivoluzione


Da quale forma politica è stato caratterizzato il Seicento? C’è differenza fra Assolutismo borghese e Assolutismo aristocratico-feudale? Che cosa si inizieranno a formare negli ultimi decenni del secolo? Furono uguali gli esisti dell’Assolutismo nei vari paesi d’Europa?

Fra i tanti argomenti di questo ebook, uno dedicato a una caratteristica dell’epoca, banco di prova per i successivi sviluppi socio-politico.

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Jun 202014
 

Raccontano che le cose stanno così.

L'Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

L’Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

Agenore, re di Tiro, cittadina situata a poco oltre 80 km. dall’odierna Beirut, aveva avuto insieme alla moglie Telefassa una figlia da tutti ammirata per la bellezza, chiamata Europa.

Zeus, il divino signore che tutto comandava e dirigeva, se ne innamorò e la volle con sé a tutti i costi. Ma la cosa non era facile. E allora, dicono ancora gli anziani (1), Zeus inviò suo figlio Ermes a condurre i buoi di Agenore proprio in quella spiaggia dove Europa stava raccogliendo dei fiori.

Il dio, furbo, prese le sembianze di un toro bianco adagiandosi sulla sabbia, sul cui dorso la fanciulla salì. Boccone facile per il potente, che ne approfittò e la portò via fino all’isola di Creta!

Difatti così Ovidio narra:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace.” (2)

La storia prosegue.

Zeus, trasformatosi in aquila, la conquista. Europa divenne la prima regina di Creta. Tre figli nacquero dall’unione. Nello stesso tempo, Agenore aveva mandato i figli alla ricerca della sorella, ma il “misfatto” oramai era stato commesso.

Tranquilli, non finisce qua!

Il grande capo, a sua volta, la diede in sposa al re di Creta, tal Asterione che, incredulo del bellissimo dono, adottò perfino i tre figli.

Quanti poeti letterati scultori pittori filosofi se ne sono occupati! Assaporiamo ora la bellezza di questi tre dipinti dell’Epoca Moderna:

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto d'Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Ratto d’Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

I fatti, che mi piace trasportare dalla mitologia alla pura e cruda realtà storica (sic!) per meglio entrare nelle dinamiche contemporanee del tema – giacché il confine fra le due sfaccettature è in un certo qual modo davvero invisibile -, potrebbero invitarci a pensare che l’Europa, la nostra odierna Europa, nacque su quelle sponde del Mediterraneo che si rivolgono verso l’Asia e l’Africa, quasi a significare il movimento delle idee che generate di là si sviluppano di qua (o viceversa). Una multiculturalità che dovrebbe affascinare almeno dal punto di vista storico. Una migrazione e immigrazione – in lato sensu – su cui si basa l’evoluzione umana, frontiere che non dovrebbero esistere neanche nella mente.

Il percorso, dunque, dalla mitologia alla realtà è stato lungo, tortuoso, contraddittorio, ché nel Medioevo il termine era più espressione geografica che politica. Certo, potremmo dare a Carlo Magno l’appellativo di “padre d’Europa” -siamo nel IX secolo -, ma… lo fu davvero? O forse desiderava rimettere in piedi il vecchio Impero Romano? E che cosa si pensava nell’immaginario popolare collettivo? Non entro nella questione, è troppo ampia e polemica per un breve articolo come questo.

Cosicché il concetto d’Europa, con il trascorrere degli anni, iniziò a esser sempre più adoperato, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli, 1453, e l’avanzare dell’impero ottomano. Era necessario unire le genti europee per fermare il passo ai nemici: papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, ne fu l’emblema espressivo.

In tempi passati siamo stati colpiti in Asia e in Africa, e cioè in terra altrui, ma ora siano colpiti e sconfitti in Europa, e cioè nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra dimora.” (3)

Poi tanti altri se ne sono interessati, Rousseau per esempio nelle sue Considérations sur le gouvernements de Pologne parlava che non ci sono più francesi spagnoli tedeschi inglesi, ma solo europei, e allora va oltre:

Oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli, nemmeno inglesi, checché se ne dica; ci sono soltanto europei. Tutti hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi, poiché nessuno ha ricevuto modalità nazionali che provenissero da un particolare principio. Tutti nelle stesse circostanze faranno le medesime cose; tutti si diranno disinteressati e saranno disonesti (o birboni); tutti parleranno del bene pubblico e non penseranno che a se stessi; tutti vanteranno la mediocrità e vorranno esser opulenti; questi non hanno ambizioni che per il lusso, non hanno che passione per l’oro. Sicuri d’avere con esso tutto ciò che li tenta, si venderanno al primo che vorrà pagarli. Che cosa importa loro a quale padrone obbedire, di quale stato seguire le leggi? A patto che trovino denaro da rubare e donne da corrompere, sono ovunque nei loro paesi.” (4),

allo stesso modo Hume considerava importante e da conservare la pluralità della ricchezza culturale.

Suvvia però, facciamo un lungo salto temporale, poggiamo i piedi nell’oggi, proprio mentre si è votato qualche settimana fa (25 maggio 2014) per il Parlamento Europeo, e leggiamo il buon Croce quando accennava, più o meno a metà Novecento, al suo concetto d’Europa contemporanea:

Per intanto, già in ogni parte di Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad Europei e i lori pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate.
Questo processo di Unione Europea che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberare completamente l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà a pieno restaurato negli animi.” (5)

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Il dibattito, nell’Europa sì nell’Europa no, continua ancora oggi, oggi che siamo già entrati nell’epoca internettiana, epoca che dovrebbe portare a una maggiore “unione transnazionale”, una unione rappresentata dalle più disparate forze storico-culturali, dalle più variegate reminiscenza mitiche, una unione, insomma, che dovrebbe conquistare e cambiare prima di tutto la nostra forma mentis.

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– 1. Sembra che le prime prove scritte sul mito d’Europa siano quelle di Omero, nella cui Iliade (750 a. C. circa) Zeus relata, fra i tanti, l’amore con Europa (vedi »»qua). Anche Esiodo nel suo Teogonia (700 a. C. circa) parla di Europa e di sua figlia Teti (vedi »»qua).
– 2. Ovidio, Metamorfosi, II (»» qua).
– 3. Enea Silvio Piccolomini, De constantinopolitana clade et bello contra Turchos congregando, in PIUS II, Orationes politicae et ecclesiasticae, a cura di J. D. Mansi, 1755, p. 263.
– 4. Jean Jacques Rousseau, Considérations sur le gouvernements de Pologne, 1782 (»»qua, tradotto da Serena Zampini).
– 5. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Adelphi, 1991.

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Feb 212014
 

Gli scambi commerciali fra Oriente e Occidente videro un incremento dal XVII secolo in poi. La Cina del periodo in questione è uno dei paesi più ricchi e popolosi del mondo, produce tè, sete, porcellane, spezie, beni di lusso. L’arte ha buona fioritura, nonostante la politica conservatrice del potere, un’arte in cui i pittori e gli artisti in generale preservano le tradizioni, cercando di reinterpretare il passato, sviluppando, dove possibile, temi e tecniche ancestrali.

Affermatisi con la dinastia Ming, i lavori in porcellana si estesero maggiormente con gli imperatori Qing. Accanto a scene di figure campestri o di corte, entra nella rappresentazione anche la mitologia, si aggiungono colori ai classici bianco e azzurro, il tutto si fa più articolato, composto.

E proprio la Cina, in quei decenni fu all’attenzione delle diplomazie europee (leggi »»qua), oltre che terreno di evangelizzazione cattolica. Ricordiamo solo il ruolo che svolsero i gesuiti (leggi »»qua), fra gli altri, nel portare non solo la Parola Divina, ma anche innovazioni tecniche e cultura. Così come, sempre questi, furono tramite per far conoscere una civiltà esotica che stava sempre più conquistando case palazzi e dimore dell’occidente.

La moda sempre crescente degli oggetti orientali è documentata anche dal costante aumento di prezzi che ne permetteva l’acquisto solo ai più ricchi, ma col diffondersi di questa moda anche fra gli strati sociali meno abbienti si cominciò ad avere un’insistente richiesta di oggetti più economici. Le arti cinesi erano diventate di gran moda e gli artigiani europei furono costretti ad imitare gli oggetti orientali, per soddisfare anche collezionisti meno ricchi.” (1)

Case palazzi e dimore, sì, giacché l’arte cinese ebbe buona accoglienza fra i nobili e i borghesi del tempo: era di moda! Arte che, prodotta in gran quantità, viaggerà verso il vecchio continente, influenzando architettura, tessuti, ceramiche, un’esportazione che avrà un certo effetto sulle arti visive di buona parte d’Europa.

Fu tale il successo che intorno al 1709, a Dresda, attuale Germania, si cercò imitarla.

Di seguito, qualche esempio per illustrare visivamente alcuni oggetti di manifattura cinese dell’epoca.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shou-lao è il dio della longevità, caratterizzato dalla grossa testa calva, qua con una giacca vivamente decorata da motivi cinesi tipici per augurare la lunga vita.

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Piatto cinese, XVII secolo

Piatto cinese, XVII secolo

Piatto di manifattura cinese del XVII secolo destinato al mercato europeo. Nel centro della ceramica possiamo notare un ricorrente tema, anatre in uno stagno, tema, spesso e volentieri, presente nelle tante variazioni.

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Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu è il Signore del Palazzo del Nord, divinità molto importante fra i taoisti. Conosciuto anche come Guerriero Oscuro, altresì rappresentato con un serpente attorcigliato intorno a una tartaruga, protettore sia dello stato sia della famiglia imperiale.

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– 1. Mauro Sebastianelli, Maria Rosaria Paternò, Dallo studio tecnico al restauro: le chinoiserie del Museo Regionale di Palazzo Mirto di Palermo, OADI, DOI: 10.7431/RIV01102010.
– immagini da MMA.

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Nov 212013
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo.

Un argomento, uno dei tanti di questo ebook, che ci aiuta a capire l’importanza dei giochi economici in un’economia sempre mutevole e varia, che oramai interessa l’intero globo, prodotto della Rivoluzione industriale inglese del Settecento.

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Sep 252012
 

Quantunque nel Medioevo si siano registrate rivolte contadine di un certo rilievo – ricordiamo fra l’altro la Jaquerie del 1358, quella inglese di Tyler del 1381 -, queste non sembrano, con le debite eccezioni, essere state di tali dimensioni estensioni problematiche come nell’Età moderna. Rivolte che si estesero dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Inghilterra, e via dicendo, interessando buona parte del territorio europeo, a tal punto che quelle tedesche, per lo storico Leopold von Ranke (1795-1886), sono state parte integrante del futuro sviluppo del suddetto stato. Rivolta, quella tedesca del 1525, che resta particolarmente viva per la sua violenza e diffusione che preoccupò, e non poco, le autorità civili e religiose del tempo.
Procediamo con un certo ordine e diamo degli accenni generali che ci possano far conoscere meglio alcuni dettagli.

Martin Schongauer, Famiglia contadini si reca al mercato

Partiamo da un elemento spesso sottovalutato, il fatto che, usualmente, si crede che i contadini non abbiano avuto armi a disposizione, o che esse siano state di poco valore e consistenza. Bisogna però considerare che buona parte di loro avevano combattuto e combattevano come soldati agli ordini di signori duchi principi re, e ritornando a casa portavano parte del loro armamento (almeno fino ad avanzato XVIII sec.), inoltre, vivendo talvolta isolati e lontano dai centri abitati, ne avevano bisogno per difendersi vuoi dalle bestie feroci vuoi dai ladri vuoi da vicini invasivi, così come coloro che, conducendo al pascolo gli animali, viaggiavano ben lontano, spesso per diverse settimane o mesi, dalle loro case. Armi non potenti, ma di sicura offesa quando a riunirsi erano centinaia e migliaia, uniti dalla stessa causa e sotto lo stesso comando.

Seguiamo con un secondo argomento da tenere in evidenza. Le loro sommosse erano dovute a una rottura dei diritti consuetudinari, al forte aumento delle imposte, a un’interruzione dello status quo in cui vivevano da decenni da secoli, erano contro abusi e innovazioni che minavano il loro conservatorismo. Potevano peraltro essere indotte dall’arrivo di un nuovo signore, un nuovo padrone che poteva provocare precarietà e incertezza tentando sovvertire usi e costumi ancorati al passato e come tali accettati. Motivi, questi, generali, ma potevano esserci casi ben diversi, oltre alla fame alle crisi alle carestie. Per esempio la sommossa della Catalogna del maggio 1640 – siamo in piena Guerra dei Trent’anni – contro i soldati che, attraversando le montagne della frontiera, si alloggiavano da quelle parti, con conseguenti saccheggi furti e problemi vari, contadini costretti ad alimentare e sostentare le truppe.
E il loro numero, come accennavamo, poteva raggiungere cifre consistenti, menzioniamo i circa 20.000 russi, nel 1774, al comando di Pugačëv (1740 ca.-1775), uomini non molto disciplinati e ordinati, ma che rappresentavano un’insidia per l’autorità, uomini che, dopo una battaglia, tornavano a casa o si disperdevano per le zone.

Emel’jan Ivanovič Pugačëv

C’è inoltre da notare che i dirigenti, chi comandava le fila contadine, solitamente non provenivano dalle terre, erano per lo più borghesi artigiani nobili ex-militari sacerdoti e così via. E nonostante il già citato Pugačëv era figlio di un proprietario terriero, Georg Dózsa (1470-1514) apparteneva alla piccola nobiltà ungara, Stenka Razin (1630-1671) era un cosacco del Volga, Matija Gubec (1548 ca.-1573) si era distinto nella guerra contro i turchi, etc. Contadini che pensavano che non era il re il loro nemico, sicuramente ignaro degli abusi che commettevano i suoi avidi funzionari, e che mai sarebbe andato contro i suoi sudditi, ma erano quei nobili che volevano tassarli ancor più con il fine di arricchirsi alle spalle dello stesso sovrano.

Resta chiaro che in poche righe non si può affrontare un argomento complesso dinamico multiforme che ha influito e partecipato attivamente nella costruzione degli stati quali oggi li viviamo. Argomento che, insieme alla rivoluzione francese, a quella industriale, e via dicendo, dovrebbe essere affrontato da un ben diverso angolo, da quell’angolo che, entrando nei loro ranghi, nella loro vita quotidiana, nelle loro case, nella mentalità dell’epoca, dovrebbe evidenziare particolari che hanno condotto alla loro affermazione come individui, come classe sociale importante nella Storia.

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Piccola bibliografia:
– M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto, Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento, Firenze University Press, 2009.
– James C. Scott, I contadini tra sopravvivenza e rivolta, Liguori, 1983.
– Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 2010.

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Jul 292011
 

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.

Parte orientale dell’impero portoghese

Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602.

“[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)

Prezzo delle spezie in Spagna fra il 1601 e il 1700

Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.

Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.

Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).

I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.

Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

*****
– 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
– 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
– 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
– 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
– La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.

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Jun 232011
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Si diffuse la Rinascita italiana equamente per l’Europa? Che importanza ebbe nella civilizzazione occidentale? Quali furono i luoghi di partenza? Quali testi preferiva Maometto II il Conquistatore e quali artisti italiani aveva chiamato alla sua corte? E l’ungherese Mattia I Corvino?

Uno stimolante argomento, trattato in questo ebook insieme a tanti altri, che vale la pena approfondire per comprendere fino a che punto si “propagò” il Rinascimento italiano.

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Mar 172011
 

Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, 1565

Generalmente le ripercussioni di alcuni elementi di un evento si possono analizzare solo nel lungo periodo, in particolar modo quando si tratta di economia e/o demografia. Così come la crisi del XVII secolo, le cui cause possiamo ricondurre negli ultimi decenni del ‘500, come conseguenza – anche ma non solo (1) – di un piccolo ma determinato cambio climatico (qua) che ostacolò la buona riuscita dei raccolti e causò gravi risultati nei periodi che seguirono. E, in effetti, la storia riporta alcune date in cui si verificarono profonde recessioni: 1630, 1649, 1679, 1693-’94 (2), con altri anni di minore rilevanza, ma pur sempre complementari ai fini della mancata crescita demografica europea.

Dopo il sostanziale periodo di sviluppo economico e sociale del XVI secolo, molte zone dell’Europa e dell’Italia assistono a un arretramento dell’agricoltura, seguito da un crollo delle economie urbane e a una diminuzione della popolazione. Lo sviluppo delle città, caratteristica del secolo precedente, si vede arrestare e ristagnare, fino a cadere, sia a causa delle migliaia di morti che delle poche nascite. Le campagne non riuscivano a soddisfare la richiesta, i campi congelati da inverni freddi non davano più la produzione di una volta, e le bocche da sfamare erano aumentate nei decenni anteriori grazie al decollo economico. Non sempre le riserve alimentari accumulate dalle istituzioni annonarie cittadine erano in grado di sfamare le centinaia e centinaia di bocche, sebbene avvantaggiate, le città, rispetto alle campagne.

La peste del 1630, certamente meno grave rispetto a quella del 1347-49 (qua) che colpì soprattutto gli strati sociali meno avvantaggiati, fu poi causa di ulteriore aggravamento della situazione, una epidemia che causò una crisi demografica di una certa importanza, in cui i poveri, i mendicanti, gli indesiderati, sembrano essere stati i più colpiti, talvolta allontanati dalle città o confinati in spazi circoscritti e sorvegliati. Bologna città, per fare qualche esempio, passò da 62.000 abitanti (1624) a 47.000 (1631) (3). Sono anni di carestia alimentare, di crisi industriale, commerciale, sono anni in cui le città si spopolano e le campagne restano isolate e con poca manodopera (con le dovute e debite eccezioni) e, per di più, fra il 1618 e il 1648 nel nord dell’Europa infuria la Guerra dei Trent’anni. Non dimenticando altresì l’impatto che certe sollevazioni, vedi quella di Napoli e di Palermo o la Fronda francese o ancora il periodo di Cromwell in Inghilterra, ebbero sulla popolazione locale.

A metà di quel secolo travagliato, intorno al 1649, una nuova ondata di maltempo provoca, ancora una volta, scarsi raccolti, conseguente aumento dei prezzi e crisi alimentare accompagnata da malattie epidemiche. Poi l’ultima grande crisi, quella di fine XVII secolo.

L’Europa per rialzarsi avrà bisogno di interi decenni.

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– 1. G. Alfani, Il Grand Tour dei cavalieri dell’Apocalisse. L’Italia del «lungo Cinquecento» (1494-1529), Marsilio, 2011, ebook.
– 2. A. Bellettini, Ricerche sulle crisi demografiche del Seicento, in “Società e storia”, anno 1978, n. 1, pag. 37.
– 3. A. Bellettini, op. cit.

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