Sulla globalizzazione, sull’occidentalizzazione, sull’Europa che conquista il mondo: dal XV sec., da Colombo in poi…
Quantunque nel Medioevo si siano registrate rivolte contadine di un certo rilievo – ricordiamo fra l’altro la Jaquerie del 1358, quella inglese di Tyler del 1381 -, queste non sembrano, con le debite eccezioni, essere state di tali dimensioni estensioni problematiche come nell’Età moderna. Rivolte che si estesero dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Inghilterra, e via dicendo, interessando buona parte del territorio europeo, a tal punto che quelle tedesche, per lo storico Leopold von Ranke (1795-1886), sono state parte integrante del futuro sviluppo del suddetto stato. Rivolta, quella tedesca del 1525, che resta particolarmente viva per la sua violenza e diffusione che preoccupò, e non poco, le autorità civili e religiose del tempo.
Procediamo con un certo ordine e diamo degli accenni generali che ci possano far conoscere meglio alcuni dettagli.
Partiamo da un elemento spesso sottovalutato, il fatto che, usualmente, si crede che i contadini non abbiano avuto armi a disposizione, o che esse siano state di poco valore e consistenza. Bisogna però considerare che buona parte di loro avevano combattuto e combattevano come soldati agli ordini di signori duchi principi re, e ritornando a casa portavano parte del loro armamento (almeno fino ad avanzato XVIII sec.), inoltre, vivendo talvolta isolati e lontano dai centri abitati, ne avevano bisogno per difendersi vuoi dalle bestie feroci vuoi dai ladri vuoi da vicini invasivi, così come coloro che, conducendo al pascolo gli animali, viaggiavano ben lontano, spesso per diverse settimane o mesi, dalle loro case. Armi non potenti, ma di sicura offesa quando a riunirsi erano centinaia e migliaia, uniti dalla stessa causa e sotto lo stesso comando.
Seguiamo con un secondo argomento da tenere in evidenza. Le loro sommosse erano dovute a una rottura dei diritti consuetudinari, al forte aumento delle imposte, a un’interruzione dello status quo in cui vivevano da decenni da secoli, erano contro abusi e innovazioni che minavano il loro conservatorismo. Potevano peraltro essere indotte dall’arrivo di un nuovo signore, un nuovo padrone che poteva provocare precarietà e incertezza tentando sovvertire usi e costumi ancorati al passato e come tali accettati. Motivi, questi, generali, ma potevano esserci casi ben diversi, oltre alla fame alle crisi alle carestie. Per esempio la sommossa della Catalogna del maggio 1640 – siamo in piena Guerra dei Trent’anni – contro i soldati che, attraversando le montagne della frontiera, si alloggiavano da quelle parti, con conseguenti saccheggi furti e problemi vari, contadini costretti ad alimentare e sostentare le truppe.
E il loro numero, come accennavamo, poteva raggiungere cifre consistenti, menzioniamo i circa 20.000 russi, nel 1774, al comando di Pugačëv (1740 ca.-1775), uomini non molto disciplinati e ordinati, ma che rappresentavano un’insidia per l’autorità, uomini che, dopo una battaglia, tornavano a casa o si disperdevano per le zone.
C’è inoltre da notare che i dirigenti, chi comandava le fila contadine, solitamente non provenivano dalle terre, erano per lo più borghesi artigiani nobili ex-militari sacerdoti e così via. E nonostante il già citato Pugačëv era figlio di un proprietario terriero, Georg Dózsa (1470-1514) apparteneva alla piccola nobiltà ungara, Stenka Razin (1630-1671) era un cosacco del Volga, Matija Gubec (1548 ca.-1573) si era distinto nella guerra contro i turchi, etc. Contadini che pensavano che non era il re il loro nemico, sicuramente ignaro degli abusi che commettevano i suoi avidi funzionari, e che mai sarebbe andato contro i suoi sudditi, ma erano quei nobili che volevano tassarli ancor più con il fine di arricchirsi alle spalle dello stesso sovrano.
Resta chiaro che in poche righe non si può affrontare un argomento complesso dinamico multiforme che ha influito e partecipato attivamente nella costruzione degli stati quali oggi li viviamo. Argomento che, insieme alla rivoluzione francese, a quella industriale, e via dicendo, dovrebbe essere affrontato da un ben diverso angolo, da quell’angolo che, entrando nei loro ranghi, nella loro vita quotidiana, nelle loro case, nella mentalità dell’epoca, dovrebbe evidenziare particolari che hanno condotto alla loro affermazione come individui, come classe sociale importante nella Storia.
*****
Piccola bibliografia:
- M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto, Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento, Firenze University Press, 2009.
- James C. Scott, I contadini tra sopravvivenza e rivolta, Liguori, 1983.
- Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 2010.
Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.
*****
Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.
(Bianca Maria Rizzoli)
*****
Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.
*****
Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli »»qua.
Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.
Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602. “[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)
Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.
Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.
Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).
I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.
Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.
*****
- 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
- 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
- 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
- 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
- La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.
L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia, e viceversa. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.
Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò possedeva testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 circa-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) si appassionò alla cultura italiana e agli studi umanistici che avevano preso piede nel nostro paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise…
Nella Prefazione al bel libro di Peter Burke, The European Renaissance. Center and Peripheries, uscito a Oxford nel 1998, libro inserito nella collana “Fare l’Europa”, un’iniziativa che coinvolgeva cinque editori europei, fra cui l’italiano Laterza, così scriveva lo storico francese Jacques Le Goff sulla speranza di un’Europa unita:
“L’Europa si costruisce. È una grande speranza che si realizzerà soltanto se terrà conto della storia: un’Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile. Perché l’oggi discende dall’ieri, e il domani è frutto del passato. Un passato che non deve paralizzare il presente, ma aiutarlo a essere diverso nella fedeltà, e nuovo nel progresso. Tra l’Atlantico, l’Asia e l’Africa, la nostra Europa esiste infatti da un tempo lunghissimo, disegnata dalla geografia, modellata dalla storia, fin da quando i Greci le hanno dato il suo nome. L’avvenire deve poggiare su queste eredità che fin dall’antichità, e anzi fin dalla preistoria hanno progressivamente arricchito l’Europa, rendendola straordinariamente creativa nella sua unità e nella sua diversità, anche in un contesto mondiale più ampio.” (1)
*****
1. Peter Burke, Il Rinascimento Europeo. Centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. IX.
Generalmente le ripercussioni di alcuni elementi di un evento si possono analizzare solo nel lungo periodo, in particolar modo quando si tratta di economia e/o demografia. Così come la crisi del XVII secolo, le cui cause possiamo ricondurre negli ultimi decenni del ’500, come conseguenza – anche ma non solo (1)- di un piccolo ma determinato cambio climatico (qua) che ostacolò la buona riuscita dei raccolti e causò gravi risultati nei periodi che seguirono. E, in effetti, la storia riporta alcune date in cui si verificarono profonde recessioni: 1630, 1649, 1679, 1693-’94 (2), con altri anni di minore rilevanza, ma pur sempre complementari ai fini della mancata crescita demografica europea.
Dopo il sostanziale periodo di sviluppo economico e sociale del XVI secolo, molte zone dell’Europa e dell’Italia assistono a un arretramento dell’agricoltura, seguito da un crollo delle economie urbane e a una diminuzione della popolazione. Lo sviluppo delle città, caratteristica del secolo precedente, si vede arrestare e ristagnare, fino a cadere, sia a causa delle migliaia di morti che delle poche nascite. Le campagne non riuscivano a soddisfare la richiesta, i campi congelati da inverni freddi non davano più la produzione di una volta, e le bocche da sfamare erano aumentate nei decenni anteriori grazie al decollo economico. Non sempre le riserve alimentari accumulate dalle istituzioni annonarie cittadine erano in grado di sfamare le centinaia e centinaia di bocche, sebbene avvantaggiate, le città, rispetto alle campagne.
La peste del 1630, certamente meno grave rispetto a quella del 1347-49 (qua) che colpì soprattutto gli strati sociali meno avvantaggiati, fu poi causa di ulteriore aggravamento della situazione, una epidemia che causò una crisi demografica di una certa importanza, in cui i poveri, i mendicanti, gli indesiderati, sembrano essere stati i più colpiti, talvolta allontanati dalle città o confinati in spazi circoscritti e sorvegliati. Bologna città, per fare qualche esempio, passò da 62.000 abitanti (1624) a 47.000 (1631) (3). Sono anni di carestia alimentare, di crisi industriale, commerciale, sono anni in cui le città si spopolano e le campagne restano isolate e con poca manodopera (con le dovute e debite eccezioni) e, per di più, fra il 1618 e il 1648 nel nord dell’Europa infuria la Guerra dei Trent’anni.
A metà di quel secolo travagliato, intorno al 1649, una nuova ondata di maltempo provoca, ancora una volta, scarsi raccolti, conseguente aumento dei prezzi e crisi alimentare accompagnata da malattie epidemiche. Poi l’ultima grande crisi, quella di fine XVII secolo.
L’Europa per rialzarsi avrà bisogno di interi decenni.
*****
- 1. G. Alfani, Il Grand Tour dei cavalieri dell’Apocalisse. L’Italia del «lungo Cinquecento» (1494-1529), Marsilio, 2011, ebook.
- 2. A. Bellettini, Ricerche sulle crisi demografiche del Seicento, in “Società e storia”, anno 1978, n. 1, pag. 37.
- 3. A. Bellettini, op. cit.
Abbiamo varie volte accennato alla schiavitù nel trascorso della Storia moderna (qua), schiavitù “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo. E usualmente ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.
L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi anche di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente di origine musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare…
Con l’arrivo dei gesuiti in Cina e con l’accesso nel Mar Cinese delle flotte di paesi come Portogallo, Spagna, Olanda, l’Europa entrò a negoziare con un territorio che offriva ampie possibilità economiche. Nel 1685, a Canton, fu istituita una dogana marittima sotto il controllo di un sovraintendente imperiale e i primi ad avere l’autorizzazione ad aprire un ufficio commerciale furono gli inglesi nel 1699. Seguirono i francesi nel 1728, poi gli Stati Uniti nel 1784. Proprio verso la metà del XVIII secolo, alcune corporazioni, padroneggiate da ricchi mercanti dell’area di Canton, furono abilitate a trattare con gli europei.
Dall’Europa giungevano tessuti di cotone, minerali come lo stagno, il piombo, mentre si caricavano sulle navi di ritorno tè, medicine naturali, porcellana, il tutto con un valore di scambio quasi sempre a sfavore degli occidentali. La Cina vendeva più di quanto importava e, di conseguenza, la bilancia commerciale positiva pendeva dalla parte orientale.
Con la proposta di far conoscere maggiormente i mercati europei, nel 1793 fu inviata dalle autorità britanniche – ricordiamo essere re Giorgio III d’Inghilterra – un’ambasceria, guidata da lord George Macartney (1737-1806), i cui risultati furono davvero scarsi: dopo varie peripezie diplomatiche, l’imperatore Qianlong (1711-1799), rifiutò le offerte di dare un maggiore spazio ai prodotti britannici, anche perché pensava che la Cina fosse una grande potenza che non aveva bisogno di nulla e che gli stranieri generalmente fossero dei “barbari”.
Eppure l’influenza di certi missionari, come i gesuiti, non fu trascurabile, basti pensare che l’imperatore cinese chiese al gesuita Johann Adam Schall von Bell (1591-1666) di compilare un nuovo calendario sulla base di quello occidentale, affidandogli peraltro la direzione dell’Ufficio Astronomico. Dopotutto grazie ai successi in matematica, in geografia, in astronomia, in cartografia, i religiosi cattolici riuscirono ad avere il favore imperiale. E von Bell fondò la prima chiesa cattolica a Pechino.
L’ambiente di corte cinese fu, in un certo qual modo, attratto dall’esoticità occidentale, dalle decorazioni e dall’arredamento tipicamente europeo, così come dalle teorie religiose del monoteismo e dall’individualità dell’anima, teorie che trovavano una qualche accoglienza fra i neoconfuciani.
Ma le influenze erano reciproche. I resoconti dei gesuiti che giungevano in occidente erano tema di conversazione fra aristocratici, borghesi, re, principi, imperatori, così come l’attrazione che sviluppavano le porcellane cinesi.
Il declino dei gesuiti, l’abolizione nel 1773 del loro ordine da parte di papa Clemente XIV, le varie polemiche teologiche fra francescani e domenicani, segnarono il principio della fine delle prospettive missionarie in Cina.





