Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

*****

– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Jun 202014
 

Raccontano che le cose stanno così.

L'Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

L’Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

Agenore, re di Tiro, cittadina situata a poco oltre 80 km. dall’odierna Beirut, aveva avuto insieme alla moglie Telefassa una figlia da tutti ammirata per la bellezza, chiamata Europa.

Zeus, il divino signore che tutto comandava e dirigeva, se ne innamorò e la volle con sé a tutti i costi. Ma la cosa non era facile. E allora, dicono ancora gli anziani (1), Zeus inviò suo figlio Ermes a condurre i buoi di Agenore proprio in quella spiaggia dove Europa stava raccogliendo dei fiori.

Il dio, furbo, prese le sembianze di un toro bianco adagiandosi sulla sabbia, sul cui dorso la fanciulla salì. Boccone facile per il potente, che ne approfittò e la portò via fino all’isola di Creta!

Difatti così Ovidio narra:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace.” (2)

La storia prosegue.

Zeus, trasformatosi in aquila, la conquista. Europa divenne la prima regina di Creta. Tre figli nacquero dall’unione. Nello stesso tempo, Agenore aveva mandato i figli alla ricerca della sorella, ma il “misfatto” oramai era stato commesso.

Tranquilli, non finisce qua!

Il grande capo, a sua volta, la diede in sposa al re di Creta, tal Asterione che, incredulo del bellissimo dono, adottò perfino i tre figli.

Quanti poeti letterati scultori pittori filosofi se ne sono occupati! Assaporiamo ora la bellezza di questi tre dipinti dell’Epoca Moderna:

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto d'Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Ratto d’Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

I fatti, che mi piace trasportare dalla mitologia alla pura e cruda realtà storica (sic!) per meglio entrare nelle dinamiche contemporanee del tema – giacché il confine fra le due sfaccettature è in un certo qual modo davvero invisibile -, potrebbero invitarci a pensare che l’Europa, la nostra odierna Europa, nacque su quelle sponde del Mediterraneo che si rivolgono verso l’Asia e l’Africa, quasi a significare il movimento delle idee che generate di là si sviluppano di qua (o viceversa). Una multiculturalità che dovrebbe affascinare almeno dal punto di vista storico. Una migrazione e immigrazione – in lato sensu – su cui si basa l’evoluzione umana, frontiere che non dovrebbero esistere neanche nella mente.

Il percorso, dunque, dalla mitologia alla realtà è stato lungo, tortuoso, contraddittorio, ché nel Medioevo il termine era più espressione geografica che politica. Certo, potremmo dare a Carlo Magno l’appellativo di “padre d’Europa” -siamo nel IX secolo -, ma… lo fu davvero? O forse desiderava rimettere in piedi il vecchio Impero Romano? E che cosa si pensava nell’immaginario popolare collettivo? Non entro nella questione, è troppo ampia e polemica per un breve articolo come questo.

Cosicché il concetto d’Europa, con il trascorrere degli anni, iniziò a esser sempre più adoperato, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli, 1453, e l’avanzare dell’impero ottomano. Era necessario unire le genti europee per fermare il passo ai nemici: papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, ne fu l’emblema espressivo.

In tempi passati siamo stati colpiti in Asia e in Africa, e cioè in terra altrui, ma ora siano colpiti e sconfitti in Europa, e cioè nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra dimora.” (3)

Poi tanti altri se ne sono interessati, Rousseau per esempio nelle sue Considérations sur le gouvernements de Pologne parlava che non ci sono più francesi spagnoli tedeschi inglesi, ma solo europei, e allora va oltre:

Oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli, nemmeno inglesi, checché se ne dica; ci sono soltanto europei. Tutti hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi, poiché nessuno ha ricevuto modalità nazionali che provenissero da un particolare principio. Tutti nelle stesse circostanze faranno le medesime cose; tutti si diranno disinteressati e saranno disonesti (o birboni); tutti parleranno del bene pubblico e non penseranno che a se stessi; tutti vanteranno la mediocrità e vorranno esser opulenti; questi non hanno ambizioni che per il lusso, non hanno che passione per l’oro. Sicuri d’avere con esso tutto ciò che li tenta, si venderanno al primo che vorrà pagarli. Che cosa importa loro a quale padrone obbedire, di quale stato seguire le leggi? A patto che trovino denaro da rubare e donne da corrompere, sono ovunque nei loro paesi.” (4),

allo stesso modo Hume considerava importante e da conservare la pluralità della ricchezza culturale.

Suvvia però, facciamo un lungo salto temporale, poggiamo i piedi nell’oggi, proprio mentre si è votato qualche settimana fa (25 maggio 2014) per il Parlamento Europeo, e leggiamo il buon Croce quando accennava, più o meno a metà Novecento, al suo concetto d’Europa contemporanea:

Per intanto, già in ogni parte di Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad Europei e i lori pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate.
Questo processo di Unione Europea che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberare completamente l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà a pieno restaurato negli animi.” (5)

YouTube Preview Image

Il dibattito, nell’Europa sì nell’Europa no, continua ancora oggi, oggi che siamo già entrati nell’epoca internettiana, epoca che dovrebbe portare a una maggiore “unione transnazionale”, una unione rappresentata dalle più disparate forze storico-culturali, dalle più variegate reminiscenza mitiche, una unione, insomma, che dovrebbe conquistare e cambiare prima di tutto la nostra forma mentis.

YouTube Preview Image

*****

– 1. Sembra che le prime prove scritte sul mito d’Europa siano quelle di Omero, nella cui Iliade (750 a. C. circa) Zeus relata, fra i tanti, l’amore con Europa (vedi »»qua). Anche Esiodo nel suo Teogonia (700 a. C. circa) parla di Europa e di sua figlia Teti (vedi »»qua).
– 2. Ovidio, Metamorfosi, II (»» qua).
– 3. Enea Silvio Piccolomini, De constantinopolitana clade et bello contra Turchos congregando, in PIUS II, Orationes politicae et ecclesiasticae, a cura di J. D. Mansi, 1755, p. 263.
– 4. Jean Jacques Rousseau, Considérations sur le gouvernements de Pologne, 1782 (»»qua, tradotto da Serena Zampini).
– 5. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Adelphi, 1991.

Feb 212014
 

Gli scambi commerciali fra Oriente e Occidente videro un incremento dal XVII secolo in poi. La Cina del periodo in questione è uno dei paesi più ricchi e popolosi del mondo, produce tè, sete, porcellane, spezie, beni di lusso. L’arte ha buona fioritura, nonostante la politica conservatrice del potere, un’arte in cui i pittori e gli artisti in generale preservano le tradizioni, cercando di reinterpretare il passato, sviluppando, dove possibile, temi e tecniche ancestrali.

Affermatisi con la dinastia Ming, i lavori in porcellana si estesero maggiormente con gli imperatori Qing. Accanto a scene di figure campestri o di corte, entra nella rappresentazione anche la mitologia, si aggiungono colori ai classici bianco e azzurro, il tutto si fa più articolato, composto.

E proprio la Cina, in quei decenni fu all’attenzione delle diplomazie europee (leggi »»qua), oltre che terreno di evangelizzazione cattolica. Ricordiamo solo il ruolo che svolsero i gesuiti (leggi »»qua), fra gli altri, nel portare non solo la Parola Divina, ma anche innovazioni tecniche e cultura. Così come, sempre questi, furono tramite per far conoscere una civiltà esotica che stava sempre più conquistando case palazzi e dimore dell’occidente.

La moda sempre crescente degli oggetti orientali è documentata anche dal costante aumento di prezzi che ne permetteva l’acquisto solo ai più ricchi, ma col diffondersi di questa moda anche fra gli strati sociali meno abbienti si cominciò ad avere un’insistente richiesta di oggetti più economici. Le arti cinesi erano diventate di gran moda e gli artigiani europei furono costretti ad imitare gli oggetti orientali, per soddisfare anche collezionisti meno ricchi.” (1)

Case palazzi e dimore, sì, giacché l’arte cinese ebbe buona accoglienza fra i nobili e i borghesi del tempo: era di moda! Arte che, prodotta in gran quantità, viaggerà verso il vecchio continente, influenzando architettura, tessuti, ceramiche, un’esportazione che avrà un certo effetto sulle arti visive di buona parte d’Europa.

Fu tale il successo che intorno al 1709, a Dresda, attuale Germania, si cercò imitarla.

Di seguito, qualche esempio per illustrare visivamente alcuni oggetti di manifattura cinese dell’epoca.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shou-lao è il dio della longevità, caratterizzato dalla grossa testa calva, qua con una giacca vivamente decorata da motivi cinesi tipici per augurare la lunga vita.

*****

Piatto cinese, XVII secolo

Piatto cinese, XVII secolo

Piatto di manifattura cinese del XVII secolo destinato al mercato europeo. Nel centro della ceramica possiamo notare un ricorrente tema, anatre in uno stagno, tema, spesso e volentieri, presente nelle tante variazioni.

*****

Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu è il Signore del Palazzo del Nord, divinità molto importante fra i taoisti. Conosciuto anche come Guerriero Oscuro, altresì rappresentato con un serpente attorcigliato intorno a una tartaruga, protettore sia dello stato sia della famiglia imperiale.

*****

- 1. Mauro Sebastianelli, Maria Rosaria Paternò, Dallo studio tecnico al restauro: le chinoiserie del Museo Regionale di Palazzo Mirto di Palermo, OADI, DOI: 10.7431/RIV01102010, »»qua.
– immagini da MMA.

Nov 212013
 

Ma dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore di coloro che, abbagliati da un esasperato materialismo, ritengono che un elemento molto importante e necessario sia per questo sufficiente. È facile ma assurdo dimenticare che non sono i capitali che fanno gli uomini, ma sono gli uomini che fanno i capitali.” (1)

Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo. Nel trascorso della storia, ciò che una volta era oggetto di desiderio di lusso di necessità, con il passar del tempo, poteva trasformarsi, rimpiazzato da un altro (ne abbiamo parlato qua).

Crisi depressioni crolli, alti e bassi, elementi costanti nel continuum storico. Oggi ci lamentiamo che il nostro stipendio non ci permette arrivare a fine mese, mentre i nostri genitori rimpiangono l’ieri dove tutto era più “maneggevole”, e i nostri nonni ci ricordano le difficoltà della loro epoca di guerra. Un costante lagnarsi che ci riporta, per esempio, al memorialista francese Gilles de Gouberville (1521-1578) quando nel 1560 scriveva nel suo Journal:

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.” (2)

Annibale Caracci, Il mangiafagioli – 1583

A fine XVIII sec., Thomas Malthus (1766-1834) sosteneva che

La popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica. I mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica” (3),

un concetto che influenzerà le idee dai suoi coevi in poi, da Charles Darwin a Alfred Russel Wallace a John Maynard Keynes, mentre l’economia diventava man mano sempre più globale, l’industria iniziava a far da protagonista.

Una rete commerciale, un “compra-vendi”, che andava da est a ovest da nord a sud. Una Cina, che fino al Quattrocento sembrava esser sviluppata tecnologicamente come o forse più dell’occidente, perderà terreno, così come Portogallo e Spagna lasceranno il dominio dei mari favorendo, con l’avanzare l’età moderna, Francia e Gran Bretagna. Giochi sociali spesso imprevedibili.

Come imprevedibili saranno, secoli dopo, le manipolazioni borsistiche degli anni ’20 del Novecento negli Stati Uniti, potenza mondiale che influisce oramai nelle decisioni di mezzo mondo.

YouTube Preview Image

Passano gli anni, l’Italia cambia la propria economia da agricola a industriale, la Vespa la Fiat 600 la televisione i frigoriferi, gli elettrodomestici in generale, saranno oggetti da tutti desiderati. Gli anni ’60 saranno così ricordati:

YouTube Preview Image

In tutto questo andirivieni, chissà se qualcuno si ricordava delle parole di Adam Smith (1723-1790), quando scriveva nel XVIII sec.:

“Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. “(4)

Cosicché resta la riflessione che i cambi sono il pane della nostra vita, nulla resta immutabile nel passaggio del tempo, ciò che ieri era vero oggi potrebbe essere da rivalutare e ciò che stiamo costruendo domani sarà modificato in qualcos’altro, entrando nella vita liquida contemporanea tanto cara a Bauman. Un percorso evolutivo economico che dovrebbe tener in conto delle risorse della nostra Terra, giacché sembrano essere limitate.

E per chiudere questo articolo non resta che affidarci a:

 YouTube Preview Image

*****

– 1. Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, 2009, cap. 28, pag. 242.
– 2. in Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.
– 3.  Robert Malthus, The Principle of Population, 1798.
– 4.  Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

Sep 252012
 

Quantunque nel Medioevo si siano registrate rivolte contadine di un certo rilievo – ricordiamo fra l’altro la Jaquerie del 1358, quella inglese di Tyler del 1381 -, queste non sembrano, con le debite eccezioni, essere state di tali dimensioni estensioni problematiche come nell’Età moderna. Rivolte che si estesero dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Inghilterra, e via dicendo, interessando buona parte del territorio europeo, a tal punto che quelle tedesche, per lo storico Leopold von Ranke (1795-1886), sono state parte integrante del futuro sviluppo del suddetto stato. Rivolta, quella tedesca del 1525, che resta particolarmente viva per la sua violenza e diffusione che preoccupò, e non poco, le autorità civili e religiose del tempo.
Procediamo con un certo ordine e diamo degli accenni generali che ci possano far conoscere meglio alcuni dettagli.

Martin Schongauer, Famiglia contadini si reca al mercato

Partiamo da un elemento spesso sottovalutato, il fatto che, usualmente, si crede che i contadini non abbiano avuto armi a disposizione, o che esse siano state di poco valore e consistenza. Bisogna però considerare che buona parte di loro avevano combattuto e combattevano come soldati agli ordini di signori duchi principi re, e ritornando a casa portavano parte del loro armamento (almeno fino ad avanzato XVIII sec.), inoltre, vivendo talvolta isolati e lontano dai centri abitati, ne avevano bisogno per difendersi vuoi dalle bestie feroci vuoi dai ladri vuoi da vicini invasivi, così come coloro che, conducendo al pascolo gli animali, viaggiavano ben lontano, spesso per diverse settimane o mesi, dalle loro case. Armi non potenti, ma di sicura offesa quando a riunirsi erano centinaia e migliaia, uniti dalla stessa causa e sotto lo stesso comando.

Seguiamo con un secondo argomento da tenere in evidenza. Le loro sommosse erano dovute a una rottura dei diritti consuetudinari, al forte aumento delle imposte, a un’interruzione dello status quo in cui vivevano da decenni da secoli, erano contro abusi e innovazioni che minavano il loro conservatorismo. Potevano peraltro essere indotte dall’arrivo di un nuovo signore, un nuovo padrone che poteva provocare precarietà e incertezza tentando sovvertire usi e costumi ancorati al passato e come tali accettati. Motivi, questi, generali, ma potevano esserci casi ben diversi, oltre alla fame alle crisi alle carestie. Per esempio la sommossa della Catalogna del maggio 1640 – siamo in piena Guerra dei Trent’anni – contro i soldati che, attraversando le montagne della frontiera, si alloggiavano da quelle parti, con conseguenti saccheggi furti e problemi vari, contadini costretti ad alimentare e sostentare le truppe.
E il loro numero, come accennavamo, poteva raggiungere cifre consistenti, menzioniamo i circa 20.000 russi, nel 1774, al comando di Pugačëv (1740 ca.-1775), uomini non molto disciplinati e ordinati, ma che rappresentavano un’insidia per l’autorità, uomini che, dopo una battaglia, tornavano a casa o si disperdevano per le zone.

Emel’jan Ivanovič Pugačëv

C’è inoltre da notare che i dirigenti, chi comandava le fila contadine, solitamente non provenivano dalle terre, erano per lo più borghesi artigiani nobili ex-militari sacerdoti e così via. E nonostante il già citato Pugačëv era figlio di un proprietario terriero, Georg Dózsa (1470-1514) apparteneva alla piccola nobiltà ungara, Stenka Razin (1630-1671) era un cosacco del Volga, Matija Gubec (1548 ca.-1573) si era distinto nella guerra contro i turchi, etc. Contadini che pensavano che non era il re il loro nemico, sicuramente ignaro degli abusi che commettevano i suoi avidi funzionari, e che mai sarebbe andato contro i suoi sudditi, ma erano quei nobili che volevano tassarli ancor più con il fine di arricchirsi alle spalle dello stesso sovrano.

Resta chiaro che in poche righe non si può affrontare un argomento complesso dinamico multiforme che ha influito e partecipato attivamente nella costruzione degli stati quali oggi li viviamo. Argomento che, insieme alla rivoluzione francese, a quella industriale, e via dicendo, dovrebbe essere affrontato da un ben diverso angolo, da quell’angolo che, entrando nei loro ranghi, nella loro vita quotidiana, nelle loro case, nella mentalità dell’epoca, dovrebbe evidenziare particolari che hanno condotto alla loro affermazione come individui, come classe sociale importante nella Storia.

*****
Piccola bibliografia:
– M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto, Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento, Firenze University Press, 2009.
– James C. Scott, I contadini tra sopravvivenza e rivolta, Liguori, 1983.
– Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 2010.

Jul 292011
 

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.

Parte orientale dell’impero portoghese

Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602.

“[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)

Prezzo delle spezie in Spagna fra il 1601 e il 1700

Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.

Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.

Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).

I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.

Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

*****
– 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
– 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
– 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
– 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
– La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.

Jun 232011
 

Lorenzo Valla

Abbiamo accennato al Rinascimento per lo più in terra italica, che cosa accadeva invece oltre le Alpi?

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.

Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò aveva nella sua biblioteca testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 ca.-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) s’innamorò della cultura italiana e degli studi umanistici che avevano preso piede nel nostra paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.

Lo stesso Maometto II il Conquistatore (1432-1481), colui che aveva attaccato e fatto cadere Costantinopoli nel 1453, era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei suoi preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.

Beatrice d’Aragona e Mattia Corvino

Beatrice d’Aragona e Mattia Corvino

Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del re di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.

Così come nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello quella fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.

Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 ca.-1509) tratterà degli studia humanitatis.

Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.

Mar 172011
 

Generalmente le ripercussioni di alcuni elementi di un evento si possono analizzare solo nel lungo periodo, in particolar modo quando si tratta di economia e/o demografia. Così come la crisi del XVII secolo, le cui cause possiamo ricondurre negli ultimi decenni del ‘500, come conseguenza – anche ma non solo (1)- di un piccolo ma determinato cambio climatico (qua) che ostacolò la buona riuscita dei raccolti e causò gravi risultati nei periodi che seguirono. E, in effetti, la storia riporta alcune date in cui si verificarono profonde recessioni: 1630, 1649, 1679, 1693-’94 (2), con altri anni di minore rilevanza, ma pur sempre complementari ai fini della mancata crescita demografica europea.
Dopo il sostanziale periodo di sviluppo economico e sociale del XVI secolo, molte zone dell’Europa e dell’Italia assistono a un arretramento dell’agricoltura, seguito da un crollo delle economie urbane e a una diminuzione della popolazione. Lo sviluppo delle città, caratteristica del secolo precedente, si vede arrestare e ristagnare, fino a cadere, sia a causa delle migliaia di morti che delle poche nascite. Le campagne non riuscivano a soddisfare la richiesta, i campi congelati da inverni freddi non davano più la produzione di una volta, e le bocche da sfamare erano aumentate nei decenni anteriori grazie al decollo economico. Non sempre le riserve alimentari accumulate dalle istituzioni annonarie cittadine erano in grado di sfamare le centinaia e centinaia di bocche, sebbene avvantaggiate, le città, rispetto alle campagne.
La peste del 1630, certamente meno grave rispetto a quella del 1347-49 (qua) che colpì soprattutto gli strati sociali meno avvantaggiati, fu poi causa di ulteriore aggravamento della situazione, una epidemia che causò una crisi demografica di una certa importanza, in cui i poveri, i mendicanti, gli indesiderati, sembrano essere stati i più colpiti, talvolta allontanati dalle città o confinati in spazi circoscritti e sorvegliati. Bologna città, per fare qualche esempio, passò da 62.000 abitanti (1624) a 47.000 (1631) (3). Sono anni di carestia alimentare, di crisi industriale, commerciale, sono anni in cui le città si spopolano e le campagne restano isolate e con poca manodopera (con le dovute e debite eccezioni) e, per di più, fra il 1618 e il 1648 nel nord dell’Europa infuria la Guerra dei Trent’anni.
A metà di quel secolo travagliato, intorno al 1649, una nuova ondata di maltempo provoca, ancora una volta, scarsi raccolti, conseguente aumento dei prezzi e crisi alimentare accompagnata da malattie epidemiche. Poi l’ultima grande crisi, quella di fine XVII secolo.
L’Europa per rialzarsi avrà bisogno di interi decenni.

*****
– 1. G. Alfani, Il Grand Tour dei cavalieri dell’Apocalisse. L’Italia del «lungo Cinquecento» (1494-1529), Marsilio, 2011, ebook.
– 2. A. Bellettini, Ricerche sulle crisi demografiche del Seicento, in “Società e storia”, anno 1978, n. 1, pag. 37.
– 3. A. Bellettini, op. cit.

Feb 082011
 

Schiavi in Senegal, XVIII sec.

Argomento delicato e complesso, gli schiavi, “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo.

E d’immediato ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.

L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi anche di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente di origine musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare.

Dalla stessa zona africana giungevano nelle nostre terre, vuoi tramite le incursioni cristiane, vuoi tramite i commerci, vuoi tramite le battaglie navali, prigionieri provenienti da zone interne, Ciad per esempio, e Tripoli potrebbe considerarsi un fiorente mercato del tempo (XV-XVI secolo) dal quale partivano carovane dirette verso l’Europa.

Un’altra testimonianza potrebbe indicarsi nella piccola isola di Tabarca, di fronte Tunisi, in mano ai genovesi (famiglia Comellini) dalla seconda metà del XVI secolo fino al 1741, isola ricevuta in cambio del corsaro Dragut fatto prigioniero da Giannettino Doria nel 1540, da dove salpavano navi cariche di merci, oltre che di schiavi, dirette sia verso le vicinissime terre africane sia verso l’Europa (1). 

Non bisogna poi dimenticare gli schiavi neri che, dalla metà del XV secolo e buona parte del XVI, i portoghesi avevano portato in Spagna e in Portogallo dalle loro scorribande lungo le coste africane atlantiche, Senegal e via dicendo, neri che, trasferiti principalmente a Tripoli, erano diretti verso la Sicilia.

Per esempio, intorno al 1516, la potente famiglia Fardella di Trapani, poteva contare su un centinaio di schiavi neri (2), mentre a Palermo, sempre agli inizi del Cinquecento, viene ricordato un mercante di schiavi col soprannome di lu nigreri (il negriero) (3) .

Anche in varie località pugliesi si ha notizia di negri, di piccoli gruppi isolati portati dai commercianti. Tutto ciò sembra indicare “una forza di frenesia, cioè quasi una smania degli schiavi, che attaccava la nobiltà e in generale le classi più agiate del Cinquecento” (4), in Sicilia.

Facciamo un salto temporale e avviciniamoci alla fine del XVII secolo. Essendo le nostre coste vicine ai Balcani, ecco che parte degli schiavi provenivano, in particolar modo dopo il fallito assedio di Vienna da parte dei turchi nel 1683, proprio da quei territori, vuoi portati da mercanti che approdavano a Brindisi, a Bari, o in Abruzzo, vuoi prigionieri di guerra. E c’erano anche donne e ragazzi destinati a “uso domestico”. Usualmente bosniaci, magiari, slavi, popoli che l’avanzata ottomana dei decenni precedenti aveva sottomesso. Non mancavano i greci, a volte al servizio turco, a volte schiavi anch’essi che remavano nelle navi.

Durante la conquista spagnola di città costiere africane, potevano inoltre essere catturati ebrei, e in buon numero. Il conte Pedro Navarro, che conquistò Tripoli (1510), mise all’asta diversi schiavi e fra questi vi erano ben 289 ebrei, condotti alla fine verso terre siciliane (5). Altri ebrei furono catturati a Tunisi dopo la caduta della città nelle mani di Carlo V nel 1535. Gli ebrei, a loro volta, potevano avere schiavi per conto loro, basti pensare alla comunità livornese che nel 1686 possedeva ben 95 schiavi (6).

Per terminare questo breve accenno, bisogna pur rilevare che la maggior parte degli schiavi presenti e commerciati in Italia erano di origine turca, della penisola anatolica, non di meno è da rilevare che le altre presenze qua considerate hanno avuto un certo ruolo nei commerci, nelle guerre, nelle dinamiche della storia moderna. Non dimentichiamo poi che alcuni di loro, convertiti al cristianesimo, e sposandosi spesso con persone del luogo, hanno dato vita a figli legittimi nel cui sangue scorreva il passato genetico.

*****

- 1. L. Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, Laterza, 1993, pp. 19-23.
– 2. S. Bono, Schiavi in Italia: Maghrebini, neri, schiavi, slavi, ebrei e altri (secc. XVI-XIX), in “Mediterranea”, anno VII, agosto 2010, pag. 235.
– 3. G. Bonaffini, Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (Secoli XVIII-XIX), in “Cahiers de la Méditerranée”, n. 65/2002.
– 4. G. Marrone, La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Caltanissetta-Roma, 1972, pp. 199-200.
– 5. N. Zeldes, Un tragico ritorno: schiavi ebrei in Sicilia dopo la conquista spagnola di Tripoli (1510), in “Nuove Effemeridi”, n. 54, 2001, pp. 47-55.
– 6. C. Piazza, Schiavitù e guerra dei Barbareschi. Orientamenti toscani di politica transmarina (1747-1768), Giuffrè ed., Milano, 1983, pag. 95.

Nov 282010
 

L’imperatore Qianlong pratica la calligrafia.

Con l’arrivo dei gesuiti in Cina e con l’accesso nel Mar Cinese delle flotte di paesi come Portogallo, Spagna, Olanda, l’Europa entrò a negoziare con un territorio che offriva ampie possibilità economiche. Nel 1685, a Canton, fu istituita una dogana marittima sotto il controllo di un sovraintendente imperiale e i primi ad avere l’autorizzazione ad aprire un ufficio commerciale furono gli inglesi nel 1699. Seguirono i francesi nel 1728, poi gli Stati Uniti nel 1784. Proprio verso la metà del XVIII secolo, alcune corporazioni, padroneggiate da ricchi mercanti dell’area di Canton, furono abilitate a trattare con gli europei.

Dall’Europa giungevano tessuti di cotone, minerali come lo stagno, il piombo, mentre si caricavano sulle navi di ritorno tè, medicine naturali, porcellana, il tutto con un valore di scambio quasi sempre a sfavore degli occidentali. La Cina vendeva più di quanto importava e, di conseguenza, la bilancia commerciale positiva pendeva dalla parte orientale.

Johann Adam Schall von Bell

Con la proposta di far conoscere maggiormente i mercati europei, nel 1793 fu inviata dalle autorità britanniche – ricordiamo essere re Giorgio III d’Inghilterra – un’ambasceria, guidata da lord George Macartney (1737-1806), i cui risultati furono davvero scarsi: dopo varie peripezie diplomatiche, l’imperatore Qianlong (1711-1799), rifiutò le offerte di dare un maggiore spazio ai prodotti britannici, anche perché pensava che la Cina fosse una grande potenza che non aveva bisogno di nulla e che gli stranieri generalmente fossero dei “barbari”.

Eppure l’influenza di certi missionari, come i gesuiti, non fu trascurabile, basti pensare che l’imperatore cinese chiese al gesuita Johann Adam Schall von Bell (1591-1666) di compilare un nuovo calendario sulla base di quello occidentale, affidandogli peraltro la direzione dell’Ufficio Astronomico. Dopotutto grazie ai successi in matematica, in geografia, in astronomia, in cartografia, i religiosi cattolici riuscirono ad avere il favore imperiale. E von Bell fondò la prima chiesa cattolica a Pechino.

L’ambiente di corte cinese fu, in un certo qual modo, attratto dall’esoticità occidentale, dalle decorazioni e dall’arredamento tipicamente europeo, così come dalle teorie religiose del monoteismo e dall’individualità dell’anima, teorie che trovavano una qualche accoglienza fra i neoconfuciani.

Ma le influenze erano reciproche. I resoconti dei gesuiti che giungevano in occidente erano tema di conversazione fra aristocratici, borghesi, re, principi, imperatori, così come l’attrazione che sviluppavano le porcellane cinesi.

Il declino dei gesuiti, l’abolizione nel 1773 del loro ordine da parte di papa Clemente XIV, le varie polemiche teologiche fra francescani e domenicani, segnarono il principio della fine delle prospettive missionarie in Cina.

L’ambasciata di Macartney, 1793

Sep 272010
 

Homann Heirs, mappa d'Italia, 1752

Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

Particolarmente popolosi erano i territori della Terraferma veneta e il Ducato di Milano, con una densità intorno ai 70 ab/km2, con punte di 120 nella provincia di Padova, così come la Liguria, verso la metà del secolo, di 90 ab/km2.

La città era sempre un punto di richiamo, luogo di scambi commerciali e operazioni finanziarie, città che nei periodi di crisi alimentare soffrivano maggiormente delle campagne. D’altra parte, spesso e volentieri, i confini fra le due realtà si confondevano, in quanto terreni coltivati si potevano incontrare a pochi passi dai centri urbani, oltre al fatto che le mura iniziano a perdere il loro peso e valore con il passare del tempo e con il potenziamento delle armi da fuoco. In ogni caso, le città conservavano il ruolo propulsore economico, sociale, culturale, politico.

Per fare un esempio, nel 1707 Torino che aveva 43.000 abitanti passava a 94.000 nel 1791, diventando un punto di riferimento per l’intero Piemonte, crescita dovuta alla migrazione per il fervore edilizio di quegli anni.

Di seguito due tabelle che ci danno un quadro generale della popolazione italiana ed europea.

Italia:

Zone 1650 1700 1750 1800
Italia Settentrionale (1) 4.225.000 5.660.000 6.511.000 7.206.000
Italia Centrale (2) 2.738.000 2.777.000 3.100.000 3.605.000
Regno di Napoli 2.850.000 3.300.000 3.900.000 4.847.000
Sicilia e Sardegna 1.522.000 1.456.000 1.776.000 2.136.000
Totale 11.365.000 13.193.000 15.287.000 17.794.000


1. Piemonte, Lombardia, Terraferma Veneta, Ducati.
2. Granducato di Toscana, Stato Pontificio.

Europa:

Anni Italia Resto d’Europa Totale
1700 13.200.000 101.800.000 115.000.000
1750 15.300.000 124.700.000 140.000.000
1800 17.800.000 170.200.000 188.000.000

Abbiamo accennato a Torino, ma anche Livorno, durante tutto il ‘700, ebbe una rilevante crescita demografica ed economica. Il porto, che nei primi anni del secolo era abitato da circa 31.000 persone, passerà a 41.000 verso la fine del XVIII secolo, sviluppo dovuto alle particolari franchigie di cui fruiva, centro di un florido commercio mercantile, sia come deposito che come transito, insomma una città in cui inglesi, francesi, fiamminghi, ebrei lavoravano con una certa libertà.

Città in crescita, ma anche città in decrescita, come Messina, dove nel 1743 un’epidemia di peste ridusse la popolazione a 40.000 abitanti, o città, come Pistoia e Arezzo che conservarono più o meno la stessa densità demografica.

*****

da:
- A. Bellettini, Aspetti e problemi della ripresa demografica nell’Italia del Settecento, in “Società e storia”, 6, 1979, pag. 820 e pag. 822.
- D. Carpanetto, G. Ricuperati, L’Italia del Settecento, Laterza, Roma-Bari, 1986.

Nov 112009
 

Dove sono andati a finire i vecchi caffè letterari di una volta, quelli in cui ci si riuniva e si parlava di cultura, di letteratura, poesia, arte, di idee spesso rivoluzionarie?

Caffè, Londra, XVII sec.

Ai tempi dell’Illuminismo a Venezia ce n’erano circa 25 soltanto in piazza San Marco, luoghi dove, fra un caffè bollente e un altro, si leggevano i fogli quotidiani e si scambiavano libri proibiti. E non era raro veder chiudere qualcuno, talvolta perché ritenuto frequentato da gente eversiva e pronta a diffondere idee troppo avanzate per l’epoca.

Anni prima, i salotti delle case dei nobili e della ricca borghesia erano frequentati da letterati, pittori, musicisti, diventando centri di vita mondana e culturale. Facevano, spesso, da intrattenitrici le donne, colte, preparate e raffinate, donne che “tenevano salotto” in modo davvero esemplare. Madame de Rambouillet, a cui spetta l’onore di aver dato il via alla vita di società nella Francia del XVII secolo, presidierà per oltre 40 anni un salotto frequentato da intellettuali, nobili, gente di un certo livello artistico, culturale, sociale. Ma non sarà la sola: la marchesa de Sablé, Madame de Sévigné, Madame de La Fayette, Madame de Tencin: alcuni nomi legati ai cenacoli francesi, nonché all’arte della conversazione.

Narratore turco in un caffè

Erano gli anni del grand tour, una moda sviluppatasi fra borghesi, nobili, ricchi mercanti, un viaggio attraverso l’Europa, la cui meta preferita era l’Italia. Ma non solo, non era raro peregrinare addirittura verso l’Egitto o terre d’Oriente in cerca anche di avventure. Ed erano altresì gli anni, quelli del XVIII secolo, di Winckelmann, degli scavi di Pompei, della cultura classica, di Goethe, e via dicendo.

La metà del Settecento vedrà svilupparsi un’altra usanza, quella di fornirsi di biblioteche private, quella di dedicare un luogo della casa alla raccolta dei libri, economici e meno economici, rari e popolari, manoscritti e incunaboli. Erano librerie protette da ante con vetri, e la stanza da tendaggi oscuri affinché la luce non disturbasse la vita dei volumi.

Dalla sale reali, dai palazzi dei nobili, la rappresentazione teatrale passava appunto al teatro, teatro aperto anche al popolo, teatro che divenne un luogo d’incontro per conoscere gente e conversare. Era d’uso che la sala restasse costantemente illuminata, a differenza di oggi. Commedie, musiche, qualche balletto: gli spettacoli per la maggiore.

La diffusione della cultura stava passando dalla classe elitaria alla classe popolare, poco a poco, un cambio iniziato con lo sviluppo dei torchi gutenberghiani, con la maggiore diffusione dei libri, attraverso le idee illuministiche, percorrendo insomma una strada spesso tortuosa, spesso piena di censure.

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

*****
Suggerimenti lettura:

– Dorinda Outram, L’Illuminismo, Il Mulino, 2006.
– Ulrich Im Of, L’Europa dell’Illuminismo, Laterza, 1993.
– Vincenzo Ferrone, I profeti dell’illuminismo, Laterza, 2000.

Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta nera

Dipinto gotico della pesta nera

Nell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ‘300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

Crollo demografico del '300

Crollo demografico del ‘300

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.”

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, considerato la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi.

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Dec 062008
 
Goya, Il grande Capro, 1797-1798

Goya, Il grande Capro, 1797-1798

“… colui che invoca il demonio rendendogli un culto di latria, confessandolo o essendone convinto a livello giudiziario, non sarà considerato né indovino né mago, ma eretico… “

 

Così scriveva il frate catalano Nicolau Eymerich (1316-1399), nel suo Manuale dell’inquisitore del 1376. Tale fu la situazione nell’Europa che va, più meno, dal ‘400 al ‘600, quando si assiste alla ben famosa caccia delle streghe.

In certi territori, il nome dato dagli inquisitori ai cosiddetti stregoni fu lo stesso di quello di alcune sette ereticali. Per esempio, nelle Alpi occidentali abbiamo i “valdesi”, per indicare il partecipante al sabba, cioè a riunioni periodiche di streghe e stregoni, chiamandosi vauderie le attività stregonesche connesse. L’eretico veniva accomunato alla peste, al veleno, alla lebbra, era considerato malato mentale, emblema della superbia, spesso chiamato con il nome di un animale, “volpe che devasta la vigna“, “lupo che aggredisce il gregge del Signore“, e via dicendo. E nelle riunioni notturne si dedicava, dicevano, al cannibalismo, alle orge incestuose, all’adorazione di satana.

Gli stregoni si videro accusati non solo di rinnegare la fede cristiana, ma anche di adorare il demonio con il quale stipulavano un patto satanico, oltre a essere ritenuti responsabili di complottare con le loro arti magiche contro la comunità. La strega diventerà il simbolo della ribellione a Dio, alla società umana, al mondo intero, per tanto dovrà essere castigata come un eretico, davanti al tribunale inquisitorio, indi messa al rogo, dopo aver sopportato inumane torture fisiche e psicologiche. In Spagna, l’Inquisizione fu particolarmente accanita, giustiziando migliaia di donne tacciate di diavoleria, si riteneva, infatti, che si riunivano durante la notte con il diavolo per celebrare riti e rituali.

Come per l’Inquisizione religiosa, la lotta contro la stregoneria era anche, ma non solo, un modo di arricchimento da parte della chiesa, in quanto i beni confiscati andavano in sua proprietà. Non mancavano casi di vendetta personale, né di interessi politici.  

                                                                       

*****

P.s.: L’immagine di sopra è la famosa tela del pittore Goya, Il grande Capro (1797-1798), dove si rappresenta un sabba.

*****

Sassetta, Rogo di un eretico, 1430 circa

*****

(Rivisto e aggiornato il 17 Giugno 2011)

Oct 072007
 

L’Europa al tempo di Carlo V d’Asburgo, XVI sec., imperatore appassionato alle mappe, alla cartografia, a tal punto da “contagiare” anche la moglie Isabella d’Aviz che, scrivendo nel 1536 al viceré del Messico, diceva:

Desideriamo fortemente ricevere una pianta o dipinti delle città principali, porti e contorni costieri del territorio…” (1).

L'Europa al tempo di Carlo V, XVI secolo

L’Europa al tempo di Carlo V, XVI secolo

*****
– 1. in David Buisseret, I nuovi mondi. La cartografia nell’Europa moderna, ed. Sylvestre Bonnard, Milano, 2004, pag. 90.

iscriviti alla babilonia61 newsletter

distinguiti dalla massa, ama la cultura

 

→ e scarica gratis un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli

dedicati alla storia moderna, con immagini e video: