May 012011
 

Le Corti Rinascimentali furono – anche, ma non solo – luoghi di passioni, di amore, di odio, di intrighi, luoghi dove la centralità dell’essere umano prendeva forma e si palesava nei più disparati modi.
Di seguito un articolo di Daniela Nutini in cui si sofferma sull’amore fra Pietro Bembo (1470-1547) e Lucrezia Borgia (1480-1519).

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Pietro Bembo è a Ostellato, nel ducato estense, ospite del raffinato poeta e umanista Ercole Strozzi, pubblico funzionario della corte ferrarese, latinista. Il Bembo, veneziano, ha 32 anni, splendidi: di bell’aspetto, abile nel maneggio delle armi, nel cavalcare, preceduto da una fama di conoscitore dell’animo umano, di una eleganza e vivezza spirituali tutte sue, invitatissimo nelle Corti Rinascimentali dove era riconosciuto, senza contrasti, principe degli umanisti di Italia. È appena uscito da una sua storia d’amore con la gentildonna veneziana Maria Savorgnan che gli aveva ispirato lettere appassionate e ardite, ”Amatemi, amatemi, mille volte amatemi”, “Vi piaccia di amarmi un poco più che non fare”. L’amore del Bembo e di Maria era durato un anno, finendo senza reciprochi contrasti ed il delicato umanista si confida con l’amico Strozzi, una particolare simpatia lo lega in una complicità letteraria al cortigiano estense che adesso lo ospita e veglia sul suo soggiorno e che sta per offrirgli una inaspettata sorpresa d’amore. Lo Strozzi ha infatti libero accesso alle stanze della duchessa di Ferrara, a lei ha parlato del veneziano, il figlio di Bernardo Bembo, ambasciatore della serenissima e ha magnificato le doti dell’amico, accendendone la curiosità. E così, in un giorno di Ottobre, in quel rifugio meditativo di Ostellato, ecco presentarsi Lucrezia, la Duchessa di Ferrara, la Borgia. Lucrezia arriva con i suoi vent’anni, le sue vesti colorate, i suoi capelli biondi e leggeri, la sua esilità di pittura gotica, con le sue donzelle ridenti, i suoi musici, i suoi smeraldi, le sue perle. Arriva, ed il bel cavaliere è subito conquistato. Subito ne parla all’amico Strozzi, tesse le lodi di Lucrezia, ne è ammaliato. Ed anche Lucrezia risponde fervorosa a questo amore, lei che “non è superstiziosa di nulla“ come afferma il Bembo, lei che scrive di suo pugno l’indirizzo dell’amato in una lettera cancelleresca, lei che gli manda bigliettini spagnoli e trascrive per lui una cobla di Lopez de Esuniga: ”Yo pienso si me muriese… que todo el mundo quedase sin amar”.
Lucrezia è alla sua seconda stagione di amore. La prima, con il dolce marito aragonese, fu troncata brutalmente dall’omicidio compiuto dal fratello Cesare che assassinò il giovane cognato in un intrigo fatto di torbidi desideri e accuse politiche. Ed ora si abbandona tutta a questo nuovo sentimento, pur con la cautela che le convenienze impongono. Il Bembo le fa dono di una bella sfera di cristallo, accompagnata da un sonetto in lingua italiana, va e viene da Venezia e Ferrara, partecipa alle feste dell’inverno ducale, conversa con Ercole Strozzi su questioni di lingua latina e italiana, guida le letture delle duchessa, è, come sempre, ornamento di quella corte fastosa, amatissimo dal vecchio Duca Ercole. Si intrecciano così giorni su giorni e continua la vicenda d’amore. A fine Giugno Lucrezia fa coniare una medaglia su cui era incisa una fiamma e l’umanista veneziano conia il motto latino da incidere come divisa: “Est animum”, consuma l’anima. Per ringraziarlo la duchessa gli fece avere una sua ciocca di capelli, quella che ancora oggi si ammira nella biblioteca di Milano da cui Byron si vantò di averne sottratti alcuni fili dorati. Il Bembo è ancora a Ferrara e alla sua partenza le fa giungere una lettera, “Io parto, o dolcissima vita mia”, lettera che come le altre sono arrivate per lunghi giri allo Strozzi che fa da intermediario.
Ma si addensano nubi: Alfonso d’Este, il marito di Lucrezia comincia a sospettare qualcosa dell’intrigo amoroso. Alfonso non ha mai amato Ercole Strozzi, si occupa di lettere quel tanto che basta ad un principe del rinascimento e non ha quindi una particolare predilezione per gli umanisti di cui si circonda il vecchio Duca. Poi ecco, ad un tratto muore il Papa, Alessandro VI, il padre di Lucrezia. Lei ne è schiantata, annientata, assiste anche alla rovina della sua casata, non può essere consolata da nessuno. Pietro Bembo lo sa, lo intuisce. Sa che questo amore è alla fine, che gli ardenti giorni di Ostellato sono lontani. Ora le parole sono di rimpianto, di dolcezze. A lei la dedica degli Asolani, la sua più compiuta fatica, ragionamenti e versi d’amore. Morirà poi anche il vecchio Duca Ercole e Lucrezia sarà realmente al potere al fianco di Alfonso, più prigioniera ancora in questa sua dignità. Alfonso osteggia il Bembo come e dove può, non lo invita, gli fa capire di non essere più gradito. I due amanti sanno che tra poco non sarà più nemmeno concesso loro di vedersi, dopo il loro ultimo incontro nel viaggio che il Bembo compie a Roma, a capo di una ambasceria veneziana.
Non si vedranno in effetti mai più. Ed anche le loro lettere cesseranno. Pietro Bembo fu alla corte di Urbino e poi a Roma, segretario in fluentissimo di Leone X e infine cardinale, e quale magnifico cardinale, potentissimo, ed ammirato da tutte le corti. Anche da quella corte di Ferrara ove ora Alfonso gli mandava a dire che venisse il tempo che voleva. Anche Lucrezia scriveva e ripeteva le offerte del marito ma entrambi lo capivano che non si sarebbero mai più rivisti. Ai perfetti amanti di una volta doveva parere insoffribile il pensiero di rincontrarsi non più raggianti della tenerezza amorosa della gioventù. Lucrezia muore, ancora giovane, con l’abito di terziaria francescana. Pietro Bembo continuò la sua ascesa politica e letteraria in quella Roma, fastosa e sfavillante, ebbe altri amori, ebbe dei figli, assurse alla gloria, ma rileggendo la dedica dei suoi Asolani si sarà rammentato “la bella treccia simile ad oro” e “le ciglia d’ebano”, e “le morbide guance”, e “l’agile piede che si abbandonava al ritmo della danza”, come ebbe a scrivere molti anni addietro, affascinato e ammaliato dalla “sua Duchessa”, Lucrezia Borgia, Signora di Ferrara.

(Daniela Nutini)

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Apr 192011
 

Il romanzo storico è un genere letterario che, a mio avviso, dovrebbe avvicinare il “cuore” del lettore al “cuore” degli avvenimenti di una determinata epoca, una forma narrativa in cui, su basi storiche, su fatti accertati, su personaggi realmente esistiti, lo scrittore si sforza di palesare intimità, pensieri, mentalità, caratteri, temperamenti, emozioni, di quegli esseri umani che hanno dato un volto alla storia, quel volto psicologico che la rigorosità della ricerca talvolta nasconde o mette in secondo piano.
Daniela Nutini, nel racconto che segue e potete scaricare, ci mostra le tribolazioni sentimentali della Monaca di Monza, Marianna de Leyva o suor Maria Virginia (1575-1650), protagonista di una vicenda accaduta a Monza nei primi anni del ‘600.

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Scarica il pdf: Un significato dell’amore, la Monaca di Monza, di Daniela Nutini.

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Jan 132010
 

La settimana scorsa ho invitato alcuni amici di Facebook (qua il link) a commentare su un tema che mi sembra attuale, un tema il cui futuro è tutto da scoprire, da inventare, da aggiornare:

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Il web sta modificando il nostro modo di vivere, sta trasformando le nostre letture, sta riformando la nostra struttura culturale, aiutando gli studiosi nelle loro ricerche, agevolando gli alunni nei loro studi

Tempo fa, parlando con un ricercatore storico, si discuteva sull’uso delle biblioteche e degli archivi pubblici e privati nell’era di internet. Si diceva che tante opere oramai sono a disposizione di tutti, basta entrare in un determinato sito, basta incontrare un link interessante, basta un click per scovare quel materiale che necessitiamo. La Library of Congress, il Progetto Manuzio, Gallica, Google-books e decine di altre istituzioni, stanno digitalizzando migliaia di documenti e di libri.
Dalla loro parte, gli studenti, comodamente seduti a casa, possono trovare ciò che ricercano, senza sforzo, senza dover percorrere chilometri per entrare in una biblioteca, e, nello stesso tempo, chiunque può sfogliare addirittura la Bibbia di Gutenberg, o il Sutra del diamante avendo a diposizione un computer e una connessione alla rete. Solo due fra i tanti esempi che si potrebbero fare.
E allora mi chiedo:

Che cosa ne sarà delle biblioteche pubbliche e private nell’era di internet?
Che ruolo avranno?
Come dovranno evolversi?

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Riporto di seguito le risposte ricevute sino alla data del 13 gennaio 2010 (ore 18:00) su Facebook, e nello stesso tempo invito anche i lettori del blog a esprimere la loro opinione.

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Giuseppe Fraccalvieri: …ne faccio un uso spropositato… sono veramente una salvezza, per certi testi… altrimenti uno sarebbe costretto a fare il giro d’Italia…

Annarita Verzola: Nell’avanzare della tecnologia vedo pro e contro; i vantaggi sono quelli che hai citato tu, le informazioni viaggiano con una rapidità impressionante e possiamo raggiungere risorse in ogni parte del globo. Probabilmente le biblioteche pubbliche dovranno cercare di mettersi al passo con i tempi per permettere ai fruitori di ampliare le loro ricerche. Lo svantaggio, dal mio punto di vista, è la perdita di personalizzazione della ricerca. Per quanto riguarda le biblioteche private, credo e spero possano continuare a mantenere la loro valenza intimo di cultura. Tutto sommato, nessun dispositivo elettronico, nessuna connessione, nessuno scambio di notizie in tempo reale ci darà mai il piacere che regala ai nostri sensi il contatto con un libro: la carta, l’inchiostro, il fruscio, anche un po’ di polvere, perché no?

Gino Tocchetti: In ambito tecnologico, da qualche anno non si discute se archiviare, ma come indicizzare e mappare i contenuti una volta digitalizzati, per facilitarne la ricerca. Capisco che non poter passare le dita sulla carta del libro puo’ provocare nostalgia – per me pure – ma la conquista di una maggiore reperibilita’ dei contenuti e’ una tappa epocale nell’evoluzione delle biblioteche. Gli archivi cartacei prenderanno un ruolo simile a quello dei musei d’arte antica, e in questa direzione si apriranno nuove opportunita’ potenzialmente molto interessanti.

Andrea Bruni: Mi preoccupano le piccole biblioteche, quelle di paese, falcidiate con risibili finanziamenti dai Comuni, in mezzo al silenzio generale…

Susanna Franceschi: Molto interessante il tuo intervento ed in modo particolare per me:la Fondazione che dirigo ha una bibloteca di 15.000 volumi ,di cui molti rari ed introvabili(pure un pò noiosetti,tipo:tutti i discorsi autentici del Cavour al Parlamento risorgimentale dal..al),sto cercando disperatamente aiuti dalle istituzioni per una seria cataloazione ed un proficua manutenzione.
Per ora un silenzio sconcertante

Cristina Galizia: Concordo con Gino: la digitalizzazione è necessaria perché comoda e veloce. Ed è la strada da percorrere: apre tutta una serie di possibilità di studio e di analisi che sul cartaceo sono complicate e lente: penso allo studio delle occorrenze in un testo letterario, all’analisi delle strutture rimiche, alle varianti linguistiche di una parola, all’analisi del contesto d’uso di un termine (tanto per accennare al solo ambito di storia della lingua).
Le biblioteche avranno il ruolo degli attuali musei di arte o archivistica.
Una domanda ora: come avviene la digitalizzazione dei contenuti? Copia anastatica, scanner, riscrittura?
La digitalizzazione, come una qualsiasi fase della trasmissione del sapere, non è esente da errori: i filologi sanno che ogni nuova copia è portatrice almeno di un nuovo errore. E questo per la riscrittura di testi antichi non è per niente un problema irrilevante. Nell’era del digitale, gli errori dell’amanuense?

Emilia Peatini: In estrema sintesi penso che in futuro le Biblioteche non perderanno la loro funzione e potranno essere invece poli culturali che si avvantaggiano della rete per poter comunicare la propria esistenza, documentare i fondi … Nell’era di internet la ricerca in biblioteca si è arricchita nei modi che Gaspare ha già citato molto bene nella sua nota, le opere più famose e consultate sono forse già state
digitalizzate, con un’economia di lavoro per i ricercatori notevole, ma i patrimoni delle nostre Biblioteche credo siano tanto numerosi che perfino i moderni amanuensi digitali avranno tempi simili agli antichi compilatori perchè il patrimonio di conoscenza è oggi assai più vasto. Proprio in questa fase, credo che le Biblioteche, le fondazioni…possano diventare dei centri culturali per promuovere la ricerca assistita, la formazione, la promozione culturale. Se “la nostra realtà è aumentata” come ha ben coniato l’amico Gino Tocchetti, c’è la necessità di vivere in rete ma anche di spazi fisici dove ritrovarci, toccare, consultare le vecchie carte … conoscere i patrimoni non solo librari delle Biblioteche … Concretamente, nella mia città ci sono due Biblioteche Comunali, una di antiche tradizioni con una raccolta di manoscritti, incunaboli, oggetti ed una Sala Studio, frequentata dagli studiosi, dai ricercatori, dagli studenti in tesi…che hanno modo di confrontarsi…ed una più “moderna”, sede di studio e di ritrovo degli studenti. Tanti di loro preferiscono studiare in Biblioteca, piuttosto che a casa …e, dimenticavo, ultima ma non meno importante la Brat, Biblioteca esclusivamente per i più piccoli, con servizio di prestito ed animazioni… No, non credo che l’era digitale significherà il tramonto delle Biblioteche.

Gino Tocchetti: Non sottovaluterei il problema dell’indicizzazione e delle ricerche. Anche se tutto il contenuto di tutte le biblioteche fosse digitalizzato, sappiamo benissimo che la ricerca non sara’ mai cosi’ semplice e veloce. Non mi riesce difficile immaginare che la “biblioteca” di domani (e il bibliotecario) diventi una specie di agenzia (e di specialista), che offre servizi quali mappe, report di sintesi su richiesta, e investigazioni… (che credo sia quello a cui alludeva Emilia, con “ricerca assistita”). Certo, rimane il fatto che il luogo fisico risultera’ sempre tutto da ripensare.

@emilia ti ringrazio, ma il termine “realta’ aumentata” non e’ stato coniato da me: io l’ho mutuato nell’ambito delle reti sociali

Gaspare Armato: Concordo con l’idea di Gino: così come oggi andiamo in certe biblioteche per assaporare un manoscritto o un papiro o un quotidiano del 1800, in un futuro (che di sicuro non sarà il mio) andremo a sfogliare, per esempio, i libri del 1900 e dei primi decenni del 2000, come fossero quadri esposti, opere d’arte d’altri tempi e allora ci sorprenderemo che avevano una copertina, che erano fatti di fogli di carta, che erano rilegati, che avevano elementi che gli e.reader di oggi non hanno (troppo futuro?).
Eppure, non tutto potrà essere messo in rete, qualcosa resterà depositato negli scaffali di quelle istituzioni, pubbliche e private, che conserveranno la nostra memoria storica di esseri umani, e allora alle istituzioni resterà il vecchio valore per il quale sono esistiti ed esisteranno.
Nasceranno di conseguenza nuovi lavori, nuove figure, una fra tutte, l’archivista di rete, esperto, oltre ad archiviare, anche a ricercare, giacché la ricerca, vista l’immensa mole di documenti che sarà mondiale, non sempre sarà facile…
Eppure, in tutto ciò, a mio avviso, le biblioteche di oggi avranno un nuovo compito, il compito da fare da piazze culturali, punti di ritrovo per letture, scambi di idee, visioni di filmati, convegni, dibattiti e via dicendo, dovranno, cioè, essere luoghi di incontro fisico per approfondire argomenti, proporre soluzioni, preparare lavori, e se già lo sono dovranno sforzarsi sempre più avvicinarsi alla gente, magari in centri popolosi, chissà anche nei centri commerciali…

L’argomento è vasto e piacevole…
Grazie a tutti per i vostri interventi, ne sono lusingato.

Gaspare Armato: C’è un libro, sul tema qua proposto, che mi sembra interessante, ed è quello di Antonella Agnoli, “Le piazze del sapere, Biblioteche e libertà”, Ed. Laterza.

Gino Tocchetti: C’e’ una libreria commerciale, in provincia di Treviso, che oggi conta gia’ due sedi credo, che punta sulla forma dei grandi spazi, ad uso espositivo e di vendita (come al solito) e di ricreazione e intrattenimento. L’intento e’ quello di applicare l’approccio dei grandi centri commerciali. Credo che la seconda sede sia proprio nell’ambito di uno di questi mall. Personalmente mi piace l’idea che la libreria (commerciale o no) sia interpretata come luogo da vivere, e non solo come luogo in cui vendere. La presenza di tutti queli libri sulle mensole crea un’atmosfera comfortevole ed ispiratrice – io potrei passare ore tra banche e scaffali – che la digitalizzazione e l’indicizzazione non potrebbero mai replicare, e che anzi potrebbero far perdere.

Biblioteca Tuglie: interessante… la Agnoli sarà in zona molto presto tra l’altro

Gaspare Armato: @Biblioteca Tuglie: sarebbe interessante conoscere il vostro punto di vista, voi che lo vivete in prima persona, che cosa notate di diverso rispetto a 5-7 anni fa, come vi state organizzando, quale sarà lo sviluppo o il cambio?

Ibridamenti Venezia: io adoro le biblioteche, anche se in realtà ci vado quando sono all’estero, perché sono anche un posto dove studiare. Non è solo uan questione di libri da trovare, ma anche di spazi dove leggere e incontrare persone che fanno ricerca su quello che fai tu.

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Aggiornamento:

- Riporto di seguito ulteriori interventi ricevuti su Facebook fino alle ore 22:00 del 5 dicembre 2010.

Pina Bulciolu: Io penso che oggi i giovani specialmente si trovino a loro agio con questo nuovo modo di ricerca che è una fonte inesauribile di nozioni,notizie contemporanee, attuali, storiche,geografiche etc. penso che le biblioteche siano state disertate sopratutto dai più giovani per la necessità di avere tutto e subito. Anche i meno giovani si stanno adeguando al nuovo sistema d’informazione, anche se con maggiore difficoltà. Ora voglio leggere l’articolo della dott.ssa Agnoli.

Rosamaria Guido: Leggerò l’articolo non appena possibile. Intnto ti dico che adoro il digitale per la semplicità di consultazione e manipolazione dei testi,ma, come tutte le persone della nostra generazione resto sempre affascinata dai libro come oggetto capce di evocare sensazioni e suscitare attrazione per un’infinita serie di motivi. Mi pare che La sapienza abbia di recente regalato molti suoi libri o che li abbia addirittura mandati al macero per ragioni di spazio. Ecco, mi piace pensare che il libro resterà sempre un oggetto di antiquariato/modernariato, un oggetto di lusso, da conservare, osservare, preservare dall’incuria del tempo. Intanto gli spazi nelle case private si riducono, i libri pesano e le biblioteche… beh, le biblioteche si ispireranno a Pompei? ;) Io spero seriamente di no.

Elettra Bianchi: Gaspare, grazie innanzitutto per il tag e complimenti ad Andrea Bruni per il commento che condivido particolarmente. A proposito del libro di Antonella Agnoli, sebbene non l’abbia letto, tuttavia penso che sia di grande interesse e originalità per le proposte che l’autrice avanza, almeno per quanto si evince dalla recensione di Stefano Salis, apparsa sulla Domenica del Sole 24 Ore del 31 maggio dello scorso anno. Mi piace l’idea di liberarci dallo stereoptipo della biblioteca come tempio del sapere, austera, architettonicamente classica, per aprirci all’idea della biblioteca come piazza non solo per i lettori ma per i cittadini. Nell’articolo si precisa infatti che “il vero patrimonio fondamentale che una biblioteca deve gelosamene conservare e anzi sviluppare sono le persone che la vivono”.

Emanuela Vacca: grazie infinite,argomento di grandissimo interesse ma io faccio parte della vecchia guardia e il piacere fisico che provo nel toccare la carta,antica e moderna,è per me elemento irrinunciabile e fondamentale.

Pina Bulciolu: Grazie Gaspare per il tag,ho letto l’articolo della dott.ssa Agnoli e ti dico che condivido in pieno quanto lei ,assai meglio di me, dice e scrive. Certo è che tutti ci rendiamo conto della differenza che passa fra una nazione e l’altra anche nell’interesse dei polititici alla cultura, al patrimonio artistico,agli incentivi per i giovani che non si sentono piùspronati e stimolati ad interessarsi a cose che per la maggior parte passa in secondo piano.Si sentono abbandonati ed i loro interessi passano in fondo allecose più importanti come quelle così bene elencate dalla dott.ssa. Mi auguro che i tempi cambino e che si faccia buon uso delle scoperte tecnologiche e che prevalga sempre il buon senso e l’intelligenza per dare la precedenza alle giuste cause.

Marialuisa Toraldo: ecco Emanuela ha detto tutto: mai cesseranno di esistere le biblioteche finchè qualcuno sentirà il fascino dello sfogliare un libro. Di contro penso che internet abbia il grande merito di avere divulgato la cultura. Non tutti possono permettersi di andare in biblioteca (magari vivono in un paesino sperduto)… A me personalmente piace la ricerca via internet per l’immediatezza della notizia che cerco. Conviveranno amabilmente biblioteche e internet :-)

Rosalia de Vecchi: come sempre, ogni “novità” presenta aspetti contrastanti, e quelli relativi all’interessante argomento che ci proponi sono stati ben individuati e messi in evidenza dai pareri dei partecipanti alla discussione, pareri che peraltro condivido pienamente; ma c’è una cosa che io penso sia da tener presente, non soltanto per ciò che riguarda “il futuro delle biblioteche nell’era di internet” ma per i molti aspetti della vita umana: l’importanza di una lucidità della scelta, che fa dell’uomo un essere libero quando, usando una cosa o l’altra, egli ha la consapevolezza di quello di cui sta godendo e quello cui invece sta rinunciando; per questo mi auguro che la “comodità” di internet non stenda un velo d’oblio sul “caldo odore” delle biblioteche!

Emanuela Vacca: non temere Rosalia!finchè ci saranno persone come te,Marieluise,me e tanti altri il libro non morirà….il “piacere” della lettura è troppo insito al tatto oltre che la vista..

Patrizia Di Vincenz Filiputti: IO HO DUE NIPOTINI MOLTO TECNOLOGICI , NELLA LORO VITA E’ NORMALISSIMO L’USO DEL COMPIUTER PER QUALSIASI CONSULTAZIONE , MA GLI VIENE INSEGNATA LA LETTURA DEI LIBRI , LEGGONO REGOLARMENTE ! CREDO SIA NECESSARIA L’EDUCAZIONE AD USARE TUTTO !

Sergio Zanfrini: Ciao Rino, anch’io concordo con Emanuela e sono un avido frequentatore di biblioteche cartacee: passo tutta la mia giornata lavorativa davanti ad uno schermo e la pagina di un libro per me diventa un piacevole relax. Ma allo stesso tempo non potrei vivere senza internet, senza leggere la stampa sudamericana, quella francese e talvolta anche quella nordamericana, ed è grazie alla rete delle reti se dopo quasi vent’anni di assenza dalla Polonia non ho del tutto dimenticato quel poco che sapevo di quella splendida e poetica lingua.

Daniela Nutini: E poi , vuoi mettere leggere a letto?

Elena Bittasi: Grazie del tag, Gaspare. Occupandomi di ricerca musicologica e storico-letteraria, non posso fare a meno di constatare quanto gli strumenti messi a disposizione online abbiano enormemente facilitato il lavoro dello studioso, liberandolo da problemi logistici che spesso rendono lo studio una sequela di peripezie. Online molte utili risorse sono gratuite, consultabili 24 ore su 24, senza restrizioni nel numero di volumi da visionare, senza vincoli per la riproduzione ai fini di studio. Mi sono trovata a sfogliare virtualmente libri conservati in una biblioteca canadese perchè era più comodo che accedervi a poche decine di chilometri da casa. Certo in molti casi non si può prescindere dall’esame autoptico di un testo, ma non sarebbe meglio snellire le procedure di accesso ai documenti in modo che siano rispettose della loro integrità, della buona organizzazione del servizio, ma anche degli studiosi? Anche qui, purtroppo, è un problema di risorse non facilmente risolvibile… Ben vengano, quindi, questi preziosi strumenti informatici!


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