La più famosa maîtresse-en-titre, amante principale, del re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli, di cui sei legittimati, raccontata da Daniela Nutini.
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Françoise-Athénaïs de Mortemart fu l’amante più splendente di Luigi XIV. Era dama di corte della regina quando il re la notò e lei fece di tutto per essere notata. Con i suoi capelli biondi, gli occhi blu, la sua taglia statuaria, passabilmente colta, altera e orgogliosa, era il trionfo che qualsiasi uomo avrebbe voluto avere al suo fianco. E figuriamoci se non intrigò Luigi XIV che aveva fatto del fasto e della magnificenza la sua ragione di vita.
Athénaïs era però sposata con Louis de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, un giovane guascone, con il quale conduceva una vita pazza, di prodigalità estrema, sempre sommersi di debiti a causa del gioco. Montespan era andato in guerra contro i pirati barbareschi, era violento, attaccabrighe e stravagante. Avevano due bambini. Ma quando il re ebbe la compiacenza di notare sua moglie, questo nobile guascone si comportò in maniera tale da sbalordire tutti: arrivò a corte su una carrozza parata a lutto sopra la quale ondeggiavano due immense corna di cervo. I cortigiani scoppiarono dal ridere, ma Luigi la prese malissimo. Gli offrì 200.000 lire per ripagarlo, e perché non esigesse i propri diritti coniugali, ma Montespan che non aveva uno spirito compiacente, caricò la moglie di botte causando di nuovo lo stupore di tutti i cortigiani per questo trattamento così contrario allo spirito dell’epoca. Il re si seccò definitivamente e, dopo un breve soggiorno alla Bastiglia, bandì definitivamente l’irruente marchese dalla corte. Questi, irriducibile, appena giunto nel suo castello di Bonnefont, vi fece celebrare in gran pompa e alla presenza di amici e parenti i “funerali” della marchesa. Informò che commemorava “la morte della moglie uccisa dalla civetteria e dall’ambizione”, esequie che divertirono tutta Parigi.
Intanto Athénaïs proseguiva la sua trionfale carriera. Il re ne era affascinato, la esibiva. Sentiamo come la descrive Madame de Sévigné: ”La sua bellezza è sorprendente… era vestita da capo a piedi in punto di Francia, pettinata a mille riccioli. Due stupendi cannelloni le sgorgavano dalle tempie e le ricadevano fino in fondo alle gote. In vetta al capo dei nastri e delle perle… e pendenti di brillanti di una luce rara… In due parole: una bellezza «trionfante» che gli ambasciatori avrebbero ammirato stupefatti”. Ed in un’altra occasione: ”Un vestito oro su oro, ricamato d’oro: sopra delle ritorciture d’oro, un trapunto d’oro mescolato ad un certo oro che fa la più bella stoffa che si sia vista al mondo”.
Il desiderio di essere all’altezza di tale suprema arroganza portò anche il re ad essere prodigo e splendidamente fastoso. Furono anni meravigliosi in cui i due amanti si trastullavano nello splendido Ninfeo sotterraneo, arredavano palazzi e giardini come un incanto di fate, ed il Re Sole troneggiava in Europa come faro abbagliante di cultura e splendore.
Però il tempo trascorreva e Luigi con il passare degli anni e con il crescere dei problemi aspirava ad un po’ di tranquillità, ad una vita più raccolta e si seccava di queste propensioni così frivole della marchesa. E intanto le guerre non avevano termine, le tasse non avevano limite, i migliori invecchiavano e morivano, e tutte le grane ingigantivano.
Una storia che avrebbe potuto durare chissà quanto se non fosse intervenuto l’Affare dei Veleni in cui la Montespan si trovò coinvolta in misura tale da non poterne uscire in alcun modo. Fu un processo lungo e spettacolare: furono scoperti avvelenatori e avvelenatrici in ogni parte della corte, della nobiltà e del popolo. Si scoprì che il re stesso era stato fatto oggetto di filtri d’amore di ogni tipo – erano magari questi che gli avevano procurato la sua cattiva salute – e che la Montespan stessa non aveva inoltre esitato a fare uso di veleni per sbarazzarsi di rivali in amore e in politica. Fu la sua fine.
Luigi non la punì, dopotutto era anche la madre dei suoi figli, ma si allontanò completamente da lei, pur concedendole di vivere ancora a corte, pagando ancora le sue pazze spese di gioco. Era giunto per lui ormai il tempo della penitenza, il tempo delle braccia di Madame de Maintenon, il tempo della revoca dell’Editto di Nantes, il tempo dei gesuiti, della vita più raccolta, della tristezza e dell’eclissi. In quanto alla marchesa, quando alla fine capì che tutto era finito e che l’ora della penitenza era giunta, sbalordì per il rigore e le severità dell’autopunizione anche quelli che l’avevano odiata.
© Daniela Nutini
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