di Daniela Nutini
Il Trecento fu un secolo “destinato” alla sventura, segnato da calamità naturali e dalle terribili azioni dell’uomo. Fin dai primissimi anni calò un clima gelido che dette vita a sofferenze a non finire. Il Mar Baltico gelò due volte. Seguirono periodi di freddo fuori stagione e tempeste. Era l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione che terminò, secondo alcuni autori, nel ‘700: le coltivazioni sparirono dalla Groenlandia e dalla Islanda, il grano dalla Scandinavia, si ebbero ripetute carestie, piogge incessanti che fecero marcire i raccolti. Si aggiunse poi un’altra calamità non meno spaventosa per le conseguenze che ebbe il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e da lì lo scadimento morale della Chiesa.
In seguito allo scontro tra autorità temporale e autorità papale, tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si ebbe, alla morte del papa, l’elezione di un Pontefice francese, Clemente V – ricordiamo che Benedetto XI governò solo per circa otto mesi -, che non andò a Roma a prendere possesso della Santa Sede. I maligni dissero che la ragione fosse la sua amante francese, la bella contessa del Perigord, figlia del conte di Foix. In ogni caso, Clemente si stabilì ad Avignone, in Provenza, in quel tempo feudo del Regno di Napoli e di Sicilia, ma comunque nel raggio della sfera francese: egli doveva al sovrano francese la sua elezione al Soglio Pontificio.
Si ebbero così sei papi francesi che fecero di Avignone uno stato eminentemente temporale, di grande attrazione culturale certamente, oltre che di illimitata simonia, vale a dire traffico di compra-vendita delle cariche, a tal punto che tutto era in vendita, le indulgenze, tasse sulle crociate, regali, doni, scomuniche revocate, dispense per matrimoni, per legittimare i figli, con tariffe fissate anche per commercio con gli infedeli e nomine pagate di ecclesiasti giovanissimi. Le banche italiane prosperavano.
Fu costruito frattanto, a più riprese, l’immenso palazzo papale di Avignone, sovrastante il Rodano, un enorme edificio in forma di fortezza, intorno a cortili interni, con spalti dello spessore di tre metri e mezzo, strani camini piramidali, saloni per banchetti, giardini, uffici, cappelle con finestre a rosoni, aprendosi sulla pubblica piazza da dove uscivano i cardinali ”ricchi, arroganti e rapaci”, a sentire il Petrarca, con lo sfarzo dei rispettivi seguiti. Nel palazzo era tutto un brulicare di persone, famigli, parenti, postulanti, ecclesiastici, il complesso dei cerimonieri di corte sembra si aggirasse sulle 400 persone.
Il palazzo stesso era lussuosissimo con i pavimenti decorati. Clemente VI, che amava il lusso e aveva 1800 pelli di ermellino per il proprio guardaroba, fece venire a decorare le pareti Matteo Giovannetti della scuola di Simone Martini. Le quattro pareti dello studio del papa erano interamente affrescate con scene di caccia al cervo, con giardini, frutteti e con un gruppo di ambigui bagnanti nudi. Niente di religioso, quindi. Si banchettava in piatti d’oro e d’argento, vi erano arazzi fiamminghi e tappezzerie di seta, si mangiavano le fragole con forchettine di cristallo.
Tutti i benpensanti stigmatizzavano tale andazzo di cose, ma inutilmente. Si elevavano grida di indignazione da tutte le parti. Il Petrarca nel 1340 scriveva: ”vivo tra prelati coperti d’oro, masticanti oro”. Tanti speculavano intorno a questo stato di cose: re, banchieri, governanti. La credibilità della Chiesa sprofondava, lo stesso clero tralignava, si udivano lamenti da parte di vescovi probi sul fatto che il clero vestiva come i laici a scacchi rossi e verdi, con corpetti succinti, maniche larghe per far vedere pellicce e sete, lunghissimi cappucci e lunghissime scarpe a punta, pietre preziose e capelli fino alle spalle e barbe lunghe e curate. La corruzione si propagò dappertutto.
La permanenza del papa ad Avignone aiutò inoltre Filippo il Bello a provocare la caduta dei Templari.
Mai crollo fu più totale e spettacolare. Re Filippo, avendo esaurito ogni altra sorgente di fondi, pensò di impadronirsi delle immense ricchezze dei Cavalieri, servendosi dell’appoggio del papa ad Avignone. Costoro, esenti dalle tasse, avevano accumulato ricchezze ingentissime facendo anche i banchieri per la Santa Sede, prestando denaro a tasso bassissimo. Furono anche danneggiati dalla loro segretezza, dal vivere come un’enclave virtualmente autonoma, che attirava odi, pettegolezzi, sospetti.
Con un balzo felino, Filippo s’impadronì del Tempio di Parigi e fece arrestare tutti i membri in una sola notte, di sorpresa. L’accusa era eresia, dalla quale era impossibile salvarsi. Torture a non finire fecero confessare anche l’inconfessabile. L’Ordine venne soppresso da papa Clemente V e alla fine ci fu la morte sul rogo del Gran Maestro, Jacques de Molay, che era stato amico personale del re e padrino di sua figlia. Costui mandò una maledizione di morte allo stesso sovrano e al papa – morirono nel giro di un anno -, e alla dinastia del re. Ciò si avverò: i tre figli del re decedettero a breve distanza, al trono salì un parente. Più tragico fu il destino della figlia del sovrano, data in moglie al reggente d’Inghilterra.
Con l’inaridirsi della dinastia, furono così aperte le porte alla rivendicazione inglese sulla corona francese che dette inizio alla Guerra dei Cent’anni, che devastò la Francia e l’Europa in generale, oltre alla nascita delle compagnie di ventura. Venne poi la Peste Nera, immane flagello, che si presentò in varie ondate e decimò la popolazione europea, e a finire lo Scisma di Occidente con il seguente raddoppio della simonia, delle varie discussioni, delle violente battaglie.
Vedremo tutto questo nei prossimi articoli.
©Daniela Nutini






Niccolò III d’Este è ora insediato stabilmente come marchese di Ferrara, dopo varie lotte per la successione dovute alla sua nascita illegittima. Siamo alla fine del 1300 primi del 1400, e Niccolò governa la sua città con mano ferma, abbellendola, ingrandendo la corte, in quella tradizione fastosa che è sempre stata peculiare di casa d’Este. Niccolò è un libertino, un uomo carnale, tanto da essere coniato per lui il motto burlesco: ”di qua e di là da Po son tutti figli di Niccolò”. È però sposato con Gigliola da Carrara, per suggellare un’alleanza politica. La moglie è scialba, schiva e non gli ha dato figli. Niccolò ha un’amante ufficiale, la bellissima Stella de Tolomei, che gli ha dato vari figli, Ugo, Borso, Lionello e due fanciulle gemelle, ma le sue conquiste amorose sono ancora molteplici .







