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Françoise-Athénaïs de Mortemart, l’amante splendente di Luigi XIV

La più famosa maîtresse-en-titre, amante principale, del re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli, di cui sei legittimati, raccontata da Daniela Nutini.

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Françoise-Athénaïs de Mortemart fu l’amante più splendente di Luigi XIV. Era dama di corte della regina quando il re la notò e lei fece di tutto per essere notata. Con i suoi capelli biondi, gli occhi blu, la sua taglia statuaria, passabilmente colta, altera e orgogliosa, era il trionfo che qualsiasi uomo avrebbe voluto avere al suo fianco. E figuriamoci se non intrigò Luigi XIV che aveva fatto del fasto e della magnificenza la sua ragione di vita.
Athénaïs era però sposata con Louis de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, un giovane guascone, con il quale conduceva una vita pazza, di prodigalità estrema, sempre sommersi di debiti a causa del gioco. Montespan era andato in guerra contro i pirati barbareschi, era violento, attaccabrighe e stravagante. Avevano due bambini. Ma quando il re ebbe la compiacenza di notare sua moglie, questo nobile guascone si comportò in maniera tale da sbalordire tutti: arrivò a corte su una carrozza parata a lutto sopra la quale ondeggiavano due immense corna di cervo. I cortigiani scoppiarono dal ridere, ma Luigi la prese malissimo. Gli offrì 200.000 lire per ripagarlo, e perché non esigesse i propri diritti coniugali, ma Montespan che non aveva uno spirito compiacente, caricò la moglie di botte causando di nuovo lo stupore di tutti i cortigiani per questo trattamento così contrario allo spirito dell’epoca. Il re si seccò definitivamente e, dopo un breve soggiorno alla Bastiglia, bandì definitivamente l’irruente marchese dalla corte. Questi, irriducibile, appena giunto nel suo castello di Bonnefont, vi fece celebrare in gran pompa e alla presenza di amici e parenti i “funerali” della marchesa. Informò che commemorava “la morte della moglie uccisa dalla civetteria e dall’ambizione”, esequie che divertirono tutta Parigi.
Intanto Athénaïs proseguiva la sua trionfale carriera. Il re ne era affascinato, la esibiva. Sentiamo come la descrive Madame de Sévigné: ”La sua bellezza è sorprendente… era vestita da capo a piedi in punto di Francia, pettinata a mille riccioli. Due stupendi cannelloni le sgorgavano dalle tempie e le ricadevano fino in fondo alle gote. In vetta al capo dei nastri e delle perle… e pendenti di brillanti di una luce rara… In due parole: una bellezza «trionfante» che gli ambasciatori avrebbero ammirato stupefatti”. Ed in un’altra occasione: ”Un vestito oro su oro, ricamato d’oro: sopra delle ritorciture d’oro, un trapunto d’oro mescolato ad un certo oro che fa la più bella stoffa che si sia vista al mondo”.
Il desiderio di essere all’altezza di tale suprema arroganza portò anche il re ad essere prodigo e splendidamente fastoso. Furono anni meravigliosi in cui i due amanti si trastullavano nello splendido Ninfeo sotterraneo, arredavano palazzi e giardini come un incanto di fate, ed il Re Sole troneggiava in Europa come faro abbagliante di cultura e splendore.
Però il tempo trascorreva e Luigi con il passare degli anni e con il crescere dei problemi aspirava ad un po’ di tranquillità, ad una vita più raccolta e si seccava di queste propensioni così frivole della marchesa. E intanto le guerre non avevano termine, le tasse non avevano limite, i migliori invecchiavano e morivano, e tutte le grane ingigantivano.
Una storia che avrebbe potuto durare chissà quanto se non fosse intervenuto l’Affare dei Veleni in cui la Montespan si trovò coinvolta in misura tale da non poterne uscire in alcun modo. Fu un processo lungo e spettacolare: furono scoperti avvelenatori e avvelenatrici in ogni parte della corte, della nobiltà e del popolo. Si scoprì che il re stesso era stato fatto oggetto di filtri d’amore di ogni tipo – erano magari questi che gli avevano procurato la sua cattiva salute – e che la Montespan stessa non aveva inoltre esitato a fare uso di veleni per sbarazzarsi di rivali in amore e in politica. Fu la sua fine.
Luigi non la punì, dopotutto era anche la madre dei suoi figli, ma si allontanò completamente da lei, pur concedendole di vivere ancora a corte, pagando ancora le sue pazze spese di gioco. Era giunto per lui ormai il tempo della penitenza, il tempo delle braccia di Madame de Maintenon, il tempo della revoca dell’Editto di Nantes, il tempo dei gesuiti, della vita più raccolta, della tristezza e dell’eclissi. In quanto alla marchesa, quando alla fine capì che tutto era finito e che l’ora della penitenza era giunta, sbalordì per il rigore e le severità dell’autopunizione anche quelli che l’avevano odiata.

© Daniela Nutini

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Louise de La Vallière e il giovane Luigi XIV

L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.

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Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.

©Daniela Nutini

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Luigi XIV dichiara il suo amore a Louise de La Vallière, Jean-Frederic Schall

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Le Mancinette, italiane alla corte francese del XVII sec.

Le mazarinettes: un’interessante descrizione di alcune delle nipoti condotte in Francia dal cardinale Mazzarino, scritto da Daniela Nutini.

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Nel settembre del 1647, la Corte di Francia vide arrivare dall’Italia la banda sfrontata delle nipoti del cardinale Mazzarino, guidata dalle loro madri Mancini e Martinozzi. Alloggiarono, dopo vari spostamenti, nell’appartamento di Madame di Sénecé, dama di compagnia della regina e governante del re. Le ragazze avevano da otto a quindici anni e furono compagne di giochi del re, ragazzo molto bello e precocemente virile, che adorò subito la loro vivacità: passava tutte le giornate con loro, che avevano, a dire dello zio cardinale, “Il diavolo in corpo”. A lui piacevano tutte, e cominciò l’avventura con Olimpia, di sedici anni, uno meno di lui. Lei, con sano realismo, sposò poi il principe Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons, che non si oppose mai a quella relazione, che continuò a sprazzi per decenni. La bella Olimpia, con una vita tumultuosa, ebbe in sorte di dare i natali al grande condottiero Eugenio di Savoia. Grazie a lei, scriveva Saint Simon, ”Il re cominciò a formarsi a quella galanteria e cortesia che ha conservato per tutta la vita a livelli più alti”.
Luigi testimoniò la propria ammirazione anche a Laura Mancini, sposata al figlio del duca di Vendôme, e alla sfolgorante Anna Maria Martinozzi, data in moglie ad Armando di Borbone, principe di Conti, fratello del Gran Condé, il più bel nome di Francia. Conti ebbe a dire: ”Non mi importa quale nipote mi date, io sposo il cardinale e non una donna”.
Infine il re si accorse dell’ultima della covata, Maria, una piccola dea: ad entrambi i vent’anni ridevano nel cuore. Fu un colpo di fulmine in ritardo. Lei era stata al suo capezzale durante una grave malattia e lui, una volta guarito, se ne trovò perdutamente innamorato.
Maria Mancini era una diciannovenne alta, molto bruna, magra, con due occhi di carbone fiammeggiante, dal naso piccolo, le braccia finemente disegnate e abbondantissimi capelli neri. Tutto il contrario del tipo di bellezza che imperava a corte, ma forse proprio per questo molto più piccante e seducente, con il fascino dell’esotico. Era una ragazza ribelle e anticonformista, anche un po’ rozza, ma con una volontà di ferro. Diceva di lei Madame de La Fayette: ”Aveva uno spirito ardito, risoluto collerico e bizzoso, libertino e ribelle ad ogni sorta di civiltà e gentilezza”. Ma quello spirito doveva anche essere molto vivace, dato che il re ammirava la finezza dei suoi giudizi e la scelta felice delle sue letture. Per piacerle, imparò l’italiano. Insieme leggevano Petrarca, l’Astrea, i grandi romanzi alla moda. Ne subiva l’ascendente intellettuale. Maria gli suggeriva romanzi, poemi, commedie e lui faceva suonare i violini lungo il fiume, cavalcava nella foresta con tutta la corte, e ballava con lei per tutta la notte. Annotava Guy Patin: ”Il re testimonia grande passione e un indicibile amore per Maria Mancini”. Anche lei era pazza d’amore e non ascoltava nessuno: pensavano di sposarsi.
L’unione era però ostacolata dalla regina: non ci si poteva pensare neppure per scherzo, dato che Luigi doveva fare un matrimonio di Stato, con solide alleanze. Il cardinale, a malincuore, cedette. Anzi si sbrigò con solerzia a cercare una moglie per il re. Il pericolo era grande, Luigi aveva organizzato un torneo in cui portava i colori dell’amata con il motto: ”Né uno più grande, né uno pari”. Ovviamente era sottinteso che si parlasse dell’amore.
Per porre fine alla guerra con la Spagna la scelta cadde, dopo alcune indecisioni, sull’Infanta di Spagna, Maria Teresa, nipote della regina. Luigi si piegava così alla ragion di stato, ma, umiliandosi, si gettava in ginocchio davanti alla madre e al cardinale affinché non lo separassero subito dalla amata. Non l’ascoltarono: al momento di andare a Hendaye per negoziare la pace dei Pirenei con la Spagna, il cardinale ordinò a Maria di ritirarsi per un po’ in un convento vicino a La Rochelle, accompagnata dalle sorelle Ortensia e Maria Anna. La partenza fu dolorosissima, con Luigi che la saluta alla carrozza, visibilmente commosso. Maria gli diceva: ”Voi piangete, voi mi amate, voi vi disperate, voi siete re, ma tuttavia il sono infelice e parto”.
I due giovani continuarono a scriversi per un po’ con l’autorizzazione della regina e del cardinale e poi di nascosto, quando questa autorizzazione venne negata. Alla fine tutti perdettero la pazienza e Luigi venne severamente redarguito: non era una galanteria con una delle tante dame di corte, era un amore con la nipote di Mazzarino e come tale non veniva tollerato. Luigi alla fine si piegò: inviò all’amata alcuni biglietti, un cagnolino, supplicando di poterla vedere ancora una volta. Ottenne l’incontro mentre era in viaggio verso i Pirenei, una festa il ritrovarsi, con carezze, lacrime e con la certezza di doversi lasciare per sempre. Si separarono a stento e si scrissero ancora, era un dramma senza fine, ma il matrimonio di Luigi era imminente e Maria venne tenuta lontana, a Brouage, prigioniera del lusso. Era tutto finito. Sei mesi dopo lo zio l’autorizzò a tornare a Parigi dove assistette al matrimonio di re, e apprese che anche il suo era stato combinato, con il principe Onofrio Lorenzo Colonna, Duca di Tagliacoti, Gran Connestabile di Napoli e futuro Viceré d’Aragona.
Maria non l’amò mai: eppure era un bell’uomo, prestante, un cavaliere gagliardo coraggioso, fastoso e non badava a spese. Durante tutte le feste e i balli a Milano e a Roma, conservò una malinconia profonda, un male oscuro, una torturante gelosia per Luigi, che la consumava come una febbre dolorosa, amplificato dalla estrema fragilità del suo equilibrio nervoso.
Il marito invece era felice perché aveva avuto la più grande sorpresa della sua vita: nonostante l’avventura con Luigi, la giovane donna era arrivata vergine sul letto nuziale. Scrisse sua sorella Ortensia: “Il Connestabile fu incantato… e non gli importò più di non essere stato il primo padrone del suo cuore dal momento che lo era stato del suo corpo… e volle che Maria gioisse anche a Roma di quella libertà che aveva avuto in Francia dal momento che sapeva farne così buon uso”.

©Daniela Nutini

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Mazzarino, un cardinale italiano in Francia

Il potere e l’influenza di Mazzarino non sono da sottovalutare, conquistata la fiducia della regina, ebbe un ruolo determinante negli avvenimenti europei del XVII secolo. Leggiamo come lo descrive Daniela Nutini.

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Giulio Mazzarino nella sua biblioteca

Si era in tempo di guerra, la Francia combatteva contro la Spagna e l’Impero. La Savoia era invasa dai francesi, mentre la peste – quella ricordata dal Manzoni – stava devastando Milano. Casale Monferrato era teatro di guerra e sarebbe caduta in mano ai francesi se, contro gli ordini precisi di Richelieu, i generali francesi non fossero stati fermati, proprio mentre attaccavano, da un abate a cavallo, che, sventolando da lontano un fazzoletto bianco, gridava, noncurante dei colpi di archibugio, ”la pace, la pace”. Quell’abate caracollante era l’inviato del papa, un meridionale, un giovanotto dai modi simpatici, dai capelli neri. Si chiamava Giulio Mazzarino.
Anna d’Austria aveva avuto la reggenza. Il potere nelle sue mani era troppo. Lo aveva voluto ma le pesava. Le piaceva restare a letto fino a mezzogiorno, farsi vestire con trine e pizze, mangiare cibi succulenti. Ingrassava. Profumi, sete, drappi, merletti, dolciumi: preferiva questo all’esercizio del potere. Anna contava tra i suoi ministri l’avvenente italiano che aveva galoppato a Casale davanti agli archibugi spianati di Crequì, e a cui Richelieu aveva procurato il cappello cardinalizio, raccomandandolo a re. E a lui si affidò.
L’educazione di Giulio Mazzarino era stata pagata dalla famiglia Colonna, di cui suo padre era maggiordomo. Aveva studiato al Collegio Romano dei Gesuiti e alla università di Alcalà, in Spagna, fatto diversi mestieri prima di arrivare ad essere canonico di San Giovanni in Laterano, legato pontificio alla corte di Francia ed infine segretario di Richelieu. Non fu mai ordinato prete, ma secondo i costumi del tempo poté essere cardinale. Mazzarino era energico, umile, squisitamente addobbato di porpora e merletti, e si trascinava dietro una interminabile coda di seta rossa: i valletti dovevano aspettare che fosse passata tutta prima di richiudere la porta. Assomigliava a Lord Buckingam, grande passione di Anna d’Austria, con il pizzo e lo sguardo pensoso di Richelieu. I suoi grandi occhi neri erano tutto fuoco. Era maestro di buone maniere, scriveva versi, recitava travestito da Pulcinella, aveva letto ed imparato moltissimo, era stato attentissimo agli insegnamenti politici del suo maestro. Quasi fosse un prodigioso commediante era capace di entrare in ogni grande parte e recitarla senza spogliarsi di quello stile plebeo che gli era naturale. Ma il suo colpo da maestro fu di conquistare il cuore della Regina.
Anna aveva quarant’anni ed era bella con i suoi occhi verdi, i suoi abbondanti e ricciuti capelli biondissimi, la sua pelle di un bianco latte e le splendide mani. Aveva avuto un matrimonio poco felice, senza amore e aveva bisogno di sentirsi adorata. Mazzarino, parlava un castigliano perfetto e la regina spagnola era estasiata dal poter conversare nella sua lingua. Lui mostrava di essere sopraffatto dall’amore: umile e devoto, dava l’impressione di sacrificarsi interamente alla causa della sovrana, in quei tempi torbidi della reggenza e della Fronda. La Regina lo amava appassionatamente ”con una passione che fu la follia dei suoi quarant’anni”. Aveva disprezzato l’amore di un gigante come Richelieu, trovandolo rigido e scostante, invece impazzì per il piccolo italiano. Si parla anche di un matrimonio religioso tra loro, officiato da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo inoltre del loro amore numerose testimonianze ed un carteggio tenerissimo dove si riscontra da parte di lui una dedizione incondizionata, quasi l’amore di un bel paggio per la sua splendente regina.
Ebbe anche una fortuna sfacciata Giulio Mazzarino: poté valersi di condottieri di straordinario valore per porre fine alla lunga guerra contro l’Impero e arrivare a quella pace di Münster così vantaggiosa per la Francia. Il duca di Enghien, nella battaglia di Recroi, sbaragliò tutta l’armata spagnola nei Paesi Bassi e il visconte di Turenne a Lens distrusse l’esercito dell’arciduca Leopoldo, gli tolse tutte le bandiere e centoventi cannoni e marciò su Vienna. Turenne fu il genio militare dell’epoca, secondogenito del duca di Bouillon, gli si aprì la carriera dei cadetti, il destino delle piume e delle cannonate e della morte a cavallo. A tredici anni le prime armi in Olanda, a trentatré in Italia il bastone di maresciallo. Marciò dunque su Vienna ma i negoziati posero fine a questa guerra: l’imperatore Ferdinando mollò tutto, paragrafo dopo paragrafo, firmando i Trattati di Westfalia con Francia e Svezia, mentre la Spagna continuava una solitaria e noiosa guerra di scaramucce per conto suo.
Mazzarino e Anna avevano così posto fine alla lunga guerra con l’Impero, ma non ebbero modo di riposarsi. Li aspettava la Fronda. Fu un moto di insofferenza un po’ di tutti i ceti e tutte le classi, in un paese stanco di guerra, economicamente esaurito che vedeva Mazzarino arricchirsi con la noncuranza dello straniero e il governo in mano ad una spagnola e ad un napoletano, un letterato avido di denaro, un porporato senza sacramenti. Il cardinale seppe fronteggiare la tempesta e conservare il regno per il giovane re Luigi: le sue espressioni concilianti, i suoi sorrisi da diplomatico disposto sempre a trattare, celavano la più ferma ed ostinata energia, una fedeltà tenace ai disegni, un lungo sogno di potenza. Spezzata la volontà e la forza dei nobili francesi e del Parlamento, si aprirono anni di buon governo e di fasto. Mazzarino fece venire da Roma le sue due sorelle, Margherita Martinozzi e Geronima Mancini e i nipoti. Vi erano tre ragazzi e sette ragazze, dette le “Mazzarinette” e “Mancinette, che furono ricevute a corte come vere principesse, divennero compagne di giochi fisse del piccolo re e di suo fratello e la regina si occupò personalmente della loro educazione, trovandole assai graziose. Per il cardinale erano una carta da giocare nella buona società, con sorvegliati e brillanti matrimoni, che gli avrebbero procurato preziose alleanze: “i Grandi del regno già me le chiedono in spose”, diceva orgoglioso. E le nipoti lo assecondavano perché erano belle, avevano fascino e adoravano la vita mondana. Aggiunse il maresciallo di Villeroy: ”Ecco delle signorine che per ora non sono affatto ricche ma che ben presto avranno bei castelli, buone rendite, pietre preziose, vasellame d’argento e quadri importanti.”
Ma la storia del cardinale, delle Mancinette, delle Mazzarinette, del re e della regina e della piccola Mancini è tutta un’altra storia, tutta da raccontare.

©Daniela Nutini

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Bal des Ardents, Ballo degli ardenti, 1393

Vi sono episodi della storia che restano legati alla memoria collettiva in modo indelebile, piccoli fatti che segnano un periodo, una reggenza, un luogo, e che si tramandano in modo quasi naturale, spontaneo.
Daniela Nutini ci parla di un famoso ballo avvenuto in Francia a fine XIV secolo e rimasto tristemente famoso.

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Alla fine del trecento, sul trono di Francia, vi è un giovane re, Carlo VI, debole di salute e soggetto ad attacchi momentanei di pazzia. Curato con successo dal vecchio medico di corte Harsigny, gli è stato consigliato riposo, svago e nessuna preoccupazione. Ovviamente questo consiglio si accorda totalmente agli interessi dei duchi reali, zii del re. Sovrano solo di nome, Carlo si gode nei giardini di Saint–Pol i divertimenti ed i festeggiamenti organizzati dalla moglie Isabella di Baviera e dal fratello Luigi, sposato con Valentina Visconti. Rimedio alla follia, le frivolezze abbondano e gli zii si guardano bene dall’intervenire “poiché, fino a quando la regina e il Duca di Orleans si davano alle danze non erano pericolosi, anzi nemmeno fastidiosi”.
Ma vi fu una notte in cui questi giochi toccarono l’autentico orrore.
È un martedì, primo giorno della Candelora, il 28 gennaio 1393. La regina dà un ballo mascherato per festeggiare le nozze di una sua dama di compagnia, sua favorita, già due volte vedova: un’occasione di burlesche serenate, travestimenti, disordini e fracasso di cimbali assordanti davanti alla camera nuziale.
Per partecipare alla festa, sei giovani, tra i quali il re e Yvain, figlio illegittimo del conte di Foix, si travestono da “selvaggi della foresta”, con panni strettamente avvolti imbevuti di cera resinosa e pece a cui era stato appiccicato uno strato di canapa che “li faceva apparire folti di pelo dalla testa a i piedi”, e delle maschere che coprono loro completamente il viso. Consapevoli del rischio che corrono, è vietato a chiunque portasse una torcia di accedere alla sala. In questo gioco vi è evidentemente qualcosa della roulette russa, quel lasciarsi tentare dalla morte che in varie epoche è stato motivo di eccitazione per la gioventù altolocata e decadente, a dimostrazione che alcuni particolari comportamenti non subiscono variazioni sensibili attraverso i secoli. Altrettanto chiaramente vi è una crudeltà e una incoscienza nel coinvolgere in un gioco del genere un uomo il cui stato mentale così a fatica si distingueva dalla follia.
Intanto i selvaggi, legati insieme da corde, fanno capriole davanti ai partecipanti, ululano come lupi e fanno gesti osceni, sfidando i partecipanti alla festa ad indovinarne l’identità. Mente Carlo è intento a molestare la quindicenne duchessa di Berry, ecco entrare nella sala il fratello Luigi d’Orleans e Filippo di Bar, reduci da altri bagordi e con tanto di torce, malgrado il divieto. Luigi solleva la torcia sopra le maschere che fanno capriole, per scoprirne l’identità ed ecco che una scintilla cade su uno di essi che prende fuoco e poi su un altro che si trova subito avvolto nelle fiamme. La regina, l’unica a sapere che Carlo fa parte del gruppo, sviene, mentre la duchessa di Berry che ha riconosciuto il re getta su di lui la sua gonna, salvandogli così la vita. Presto la sala risuona delle grida degli astanti e dalle urla di dolore delle torce umane che non possono essere soccorsi a causa dei loro costumi. A parte il re, solo il Signore di Nantouillet riuscì a scampare, gettandosi in un grosso refrigeratore colmo d’acqua. Il conte di Joigny morì sul posto, ustionato a morte, mentre Yvain de Foix, Aimery Poitiers e Huguet de Guisay – universalmente odiato per il suo carattere violento – vissero ancora tre giorni di terribile agonia.
Questa tragica mascherata, chiamata da subito il Bal des Ardentes, suscitò una grande commozione tra il popolo e si diffuse un sentimento di ira contro chi aveva contribuito a mettere a repentaglio la vita e l’onore del re, con stupida e vergognosa frivolezza. Allarmati da tali pericolosi sentimenti, gli zii reali convinsero Carlo a cavalcare in solenne processione verso Notre Dame, mentre loro con il fratello del re seguivano a piedi nudi, come penitenti. Luigi, come responsabile della tragedia venne aspramente rimproverato per i suoi costumi dissoluti e per espiazione fece erigere una cappella per i celestini con meravigliose vetrate colorate, ricchi addobbi e una dotazione per preghiere perpetue. Fece però fronte alle spese con le entrate delle proprietà confiscate a Pierre de Craon, da lui odiato e perseguitato fino alla morte: rimane quindi il dubbio a quale delle anime andasse l’assoluzione, alla sua o a quella dell’uomo, oggetto del suo implacabile odio.

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