Mar 202012
 

Segue (»»» qua la I parte) la descrizione di Madame de Maintenon, di Daniela Nutini.
II parte
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E così Françoise si insedia nel menage reale. Dapprima Luigi non la gradì. Aubignette era sempre vestita di lana e di grisette, una stoffa incolore, indossava un soggolo bianco come le suore e vestiti da sartina. Tutti portavano alle stelle il suo decoro, ma il re si irritava: ”Udrò sempre e soltanto parlare della vedova Scarron?”.
Athénais invece era molto contenta dato che Françoise allevava molto bene i suoi bambini, li curava, li coccolava ed era la discrezione in persona sulla loro provenienza. Erano sei alla fine: Athénais partoriva senza sosta.
Veniva di rado a corte, dove era stimata in quanto educata e servizievole, inoltre conversava con spirito. La Montespan ne era entusiasta ed anche il re a poco a poco ne fu conquistato. Vi fu un episodio galeotto: Luigi spesso si recava al fronte delle sue interminabili guerre e Madame de Montespan, che era praticamente analfabeta, aveva difficoltà a scrivergli. Ad un tratto il re fu sorpreso di ricevere missive colme di grazia infuocata. Sospettò e si fece dire il nome del vero autore, la vedova Scarron. Iniziò così un gioco erotico e avvincente: Luigi scriveva lettere piene di verve, poi leggeva le risposte alle due donne, imbarazzate, commentandole e lodandole. Aubignette gli si era presentata sotto una luce diversa.
Il re ne apprezzava sempre di più la discrezione, il suo ordine, il suo metodo, al contrario di Athénais, eccessiva e spendacciona. La quale non si accorgeva di nulla e giunse al punto di supplicare il sovrano di donare un castello a Françoise, che divenne così Marchesa di Maintenon.
Luigi era felicissimo con le sue tre donne, la regina, la Montespan e la Maintenon.
Giunse però il momento che Athénais si accorse da che parte tirava il vento e ne fu sbalordita. Si era coltivata una serpe in seno, quella santocchia che ora usurpava il suo posto. Ma la campagna denigratoria che all’improvviso aprì presso il re, ottenne esattamente l’effetto contrario. Luigi aveva debiti di riconoscenza per la governante dei suoi figli, la rispettava, aveva 45 anni, era spesso ammalato, Athénais lo dissanguava con i suoi debiti mentre la Maintenon lo ascoltava con pazienza e parlava di Dio. Giunse persino a raccomandargli di essere più buono con la regina.
Poi Athénais fu travolta dall’”Affare dei veleni”, la regina Maria Teresa morì e la strada rimase libera. La Maintenon diceva di lavorare per la salvezza della sua anima e Luigi, tra guerre, decimazioni familiari, problemi e tasse, ne aveva bisogno. La chiamava “Sua Solidità” e la faceva assistere a tutte le riunioni dei ministri. E la sposò morganaticamente, con grande scandalo e orrore di tutti. Avrebbe potuto fare un matrimonio importante con qualche principessa europea, ma era stanco e aveva bisogno di una donna con cui non dovesse sfoggiare nulla.
E così cominciò il dominio della Maintenon. Con lei entrarono a Corte i gesuiti, i bigotti, gli intransigenti, che quasi costrinsero Luigi a proclamare la revoca dell’illuminato Editto di Nantes, con lo spauracchio dell’inferno.
Aubignette fu universalmente odiata a corte, eppure non danneggiò nessuno. Dicevano che era ipocrita ed avevano forse ragione. La cognata del re, la principessa Palatina, ce ne ha lasciato un ritratto terribile di falsità e sorniona cattiveria, nel suo monumentale carteggio. Poco sappiamo di lei, oltre le maldicenze, di questo periodo. Suo merito fu quello di fondare l’Accademia di Saint Cyr, dove si educavano fanciulle secondo un metodo rigoroso. A loro scrisse quella che doveva essere stata la regola di tutta la sua vita: ”Non volevo essere amata da nessuno in particolare, volevo esserlo da tutti e far che il mio nome venisse pronunziato con amore e con rispetto.” Le sue lettere sono un modello di stile e di contenuti: Napoleone a Sant’Elena le leggeva continuamente, “esprimono molte cose”, diceva.
Dopo la morte del re, Aubignette si ritirò subito nell’amato collegio di Saint Cyr presso le sue ragazze. Questa donna enigmatica non ci fa carpire il suo segreto. Ha passato gli anni sgranando il rosario in un canto della stanza del re, lo ha sostenuto negli ultimi anni tra i dolori del corpo e quelli del cuore, mentre l’inetto medico Fagon faceva strage della sua famiglia. Non amava la corte, non amava il fasto, forse amava il potere. Eppure fu quasi regina di Francia. E magari, nel grigiore del suo collegio di Saint Cyr, negli ultimi giorni, avrà ricordato il sole della Martinica, quando correva scalza sulla spiaggia e il Re, la Francia, la Corte, gli intrighi, le preghiere, gli amori, le fatiche del vivere erano ancora molto, molto lontani.

© Daniela Nutini

Mar 092012
 

Un affresco della vita di una delle più particolari amanti di Luigi XIV nelle parole di Daniela Nutini.
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La vita di Madame de Maintenon, moglie morganatica di Luigi XIV, è una storia da romanzo di appendice. Nasce Françoise d’Aubigné, da un padre avventuriero e da una madre sconsiderata. Il nonno è Agrippa d’Aubignè, famoso poeta ugonotto. Venuta alla luce nella portineria del carcere che ospitava il padre, rinchiuso per debiti, assassino per onore della prima moglie e ora sposato a Jeanne de Chardillac, dopo averla sedotta. Jeanne è cattolica, anche Costant d’Aubigné si converte con grande dolore del padre, fervido protestante. Poi tutta la famigliola si imbarca per le Antille. Prima a Guadalupe, poi nella Martinica dove la piccola Aubignette, come la chiama la madre, si trasforma in una graziosa adolescente, legge Plutarco e la Bibbia, e trascorre anni spensierati. Durarono poco. Costant muore e Jeanne torna in Francia con i figli, talmente povera da mendicare un tozzo di pane dai gesuiti, con grande umiliazione della piccola Françoise. La madre riesce a mandarla da una zia, ma è calvinista e riporta la ragazza alla fede del nonno. Interviene allora la sua madrina, Madame de Neuillant, che la prende con sé, ne fa una specie di serva, le fa governare gli animali da cortile, mentre Aubignette si protegge la pelle dal sole con una veletta e rifiuta di tornate al cattolicesimo. Per punizione, viene segregata in un convento di orsoline. Lì conosce Suor Cecilia con cui inizia un rapporto particolare che fa nascere in Françoise una propensione per il suo stesso sesso.
Povera Françoise: trasferita di casa in casa, trasferita in varie isole delle Antille, privata di ogni affetto, dal sole al grigio inverno francese, un giorno cattolica, poi ugonotta, poi ancora cattolica, con un padre mascalzone e una madre invisibile, non è strano che si affezioni a donne gentili e che pianga disperatamente quando è allontanata da Suor Cecilia. Viene messa in un altro convento, ma ora è una graziosa sedicenne, intelligente e colta. Un marito è quello che ci vorrebbe per risolvere tutti i suoi guai.
Ed il marito si presenta. È il poeta satirico Paul Scarron, quarantenne, orrendo, deforme ma intelligentissimo e brillante. È ammirato dall’intelligenza sveglia di Françoise e dallo stile delle sue lettere, la lusinga, se ne innamora e la chiede in sposa con queste parole: ”Maledizione, quanto vi amo! È una sciocchezza amare tanto”. Aubignette non esita, a chi le fa notare la bruttezza di Scarron e la sua salute malferma risponde: ”Sono povera, rischio di andare in convento, preferisco sposarlo“. Ecco, qui è tutta Aubignette: ragionatrice, calma, preveggente.
Ma fu una buona moglie. Nessuno ebbe nulla da dire sulla fedeltà al marito e fu molto ammirata dai letterati che frequentavano casa Scarron, ammirata anche dalla famosa cortigiana Ninon de Lenclos, alle cui attenzioni fu molto sensibile, persino dalla regina Cristina di Svezia, donna dai gusti sessuali arditi. Eppur fu sempre serena, sempre signora. Quando rimane vedova, a 25 anni, è di nuovo povera, ma è sempre apprezzata e invitata in tutti i salotti che contano. Sbarca il lunario rendendosi utile presso case signorili dove talvolta ha rapporti ambigui con le padrone. È una brava governante e un’appassionata amante per le signore, ma sempre rispettata: recita la parte della nobile decaduta con infinita dignità. Diventa ad un certo punto la factotum nella casa del duca di Albret, che dicono innamorato di lei. Aubignette organizza la casa come meglio non si potrebbe, ma affitta anche un appartamento in cui vive con Ninon de Lenclos e l’ultimo amante di lei, in un festoso menage a trois. La sua caratteristica è sempre quella di restare un’amante di alto profilo, una dama di gran livello.
E finalmente la Montespan, cugina del duca di Albret, scopre a casa di lui questa perla rara, questa graziosa e timida vedova, che già da allora aveva il tratto che conserverà per tutta la vita: quello di essere la personificazione della saggezza, della riservatezza e della religiosità. Un po’ ipocrita, in verità, ma nessuno se ne accorgeva. Le si affeziona e Françoise si affeziona a lei. Athénais ne è talmente conquistata che, dopo la nascita del suo primo figlio, ha l’idea di fare di Aubignette la governante dei fanciulli che verranno. Il re acconsente. Ed ecco formarsi questo trio dagli sviluppi imprevedibili: Luigi ha trentanni, Athénais ventisette e Françoise trentatré. Inizia la seconda parte della vita di Françoise d’Aubignè, vedova Scarron, che dette la scalata al trono di Francia.

(»»» qua continua II parte)

© Daniela Nutini

Feb 112012
 

La più famosa maîtresse-en-titre, amante principale, del re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli, di cui sei legittimati, raccontata da Daniela Nutini.

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Françoise-Athénaïs de Mortemart fu l’amante più splendente di Luigi XIV. Era dama di corte della regina quando il re la notò e lei fece di tutto per essere notata. Con i suoi capelli biondi, gli occhi blu, la sua taglia statuaria, passabilmente colta, altera e orgogliosa, era il trionfo che qualsiasi uomo avrebbe voluto avere al suo fianco. E figuriamoci se non intrigò Luigi XIV che aveva fatto del fasto e della magnificenza la sua ragione di vita.
Athénaïs era però sposata con Louis de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, un giovane guascone, con il quale conduceva una vita pazza, di prodigalità estrema, sempre sommersi di debiti a causa del gioco. Montespan era andato in guerra contro i pirati barbareschi, era violento, attaccabrighe e stravagante. Avevano due bambini. Ma quando il re ebbe la compiacenza di notare sua moglie, questo nobile guascone si comportò in maniera tale da sbalordire tutti: arrivò a corte su una carrozza parata a lutto sopra la quale ondeggiavano due immense corna di cervo. I cortigiani scoppiarono dal ridere, ma Luigi la prese malissimo. Gli offrì 200.000 lire per ripagarlo, e perché non esigesse i propri diritti coniugali, ma Montespan che non aveva uno spirito compiacente, caricò la moglie di botte causando di nuovo lo stupore di tutti i cortigiani per questo trattamento così contrario allo spirito dell’epoca. Il re si seccò definitivamente e, dopo un breve soggiorno alla Bastiglia, bandì definitivamente l’irruente marchese dalla corte. Questi, irriducibile, appena giunto nel suo castello di Bonnefont, vi fece celebrare in gran pompa e alla presenza di amici e parenti i “funerali” della marchesa. Informò che commemorava “la morte della moglie uccisa dalla civetteria e dall’ambizione”, esequie che divertirono tutta Parigi.
Intanto Athénaïs proseguiva la sua trionfale carriera. Il re ne era affascinato, la esibiva. Sentiamo come la descrive Madame de Sévigné: ”La sua bellezza è sorprendente… era vestita da capo a piedi in punto di Francia, pettinata a mille riccioli. Due stupendi cannelloni le sgorgavano dalle tempie e le ricadevano fino in fondo alle gote. In vetta al capo dei nastri e delle perle… e pendenti di brillanti di una luce rara… In due parole: una bellezza «trionfante» che gli ambasciatori avrebbero ammirato stupefatti”. Ed in un’altra occasione: ”Un vestito oro su oro, ricamato d’oro: sopra delle ritorciture d’oro, un trapunto d’oro mescolato ad un certo oro che fa la più bella stoffa che si sia vista al mondo”.
Il desiderio di essere all’altezza di tale suprema arroganza portò anche il re ad essere prodigo e splendidamente fastoso. Furono anni meravigliosi in cui i due amanti si trastullavano nello splendido Ninfeo sotterraneo, arredavano palazzi e giardini come un incanto di fate, ed il Re Sole troneggiava in Europa come faro abbagliante di cultura e splendore.
Però il tempo trascorreva e Luigi con il passare degli anni e con il crescere dei problemi aspirava ad un po’ di tranquillità, ad una vita più raccolta e si seccava di queste propensioni così frivole della marchesa. E intanto le guerre non avevano termine, le tasse non avevano limite, i migliori invecchiavano e morivano, e tutte le grane ingigantivano.
Una storia che avrebbe potuto durare chissà quanto se non fosse intervenuto l’Affare dei Veleni in cui la Montespan si trovò coinvolta in misura tale da non poterne uscire in alcun modo. Fu un processo lungo e spettacolare: furono scoperti avvelenatori e avvelenatrici in ogni parte della corte, della nobiltà e del popolo. Si scoprì che il re stesso era stato fatto oggetto di filtri d’amore di ogni tipo – erano magari questi che gli avevano procurato la sua cattiva salute – e che la Montespan stessa non aveva inoltre esitato a fare uso di veleni per sbarazzarsi di rivali in amore e in politica. Fu la sua fine.
Luigi non la punì, dopotutto era anche la madre dei suoi figli, ma si allontanò completamente da lei, pur concedendole di vivere ancora a corte, pagando ancora le sue pazze spese di gioco. Era giunto per lui ormai il tempo della penitenza, il tempo delle braccia di Madame de Maintenon, il tempo della revoca dell’Editto di Nantes, il tempo dei gesuiti, della vita più raccolta, della tristezza e dell’eclissi. In quanto alla marchesa, quando alla fine capì che tutto era finito e che l’ora della penitenza era giunta, sbalordì per il rigore e le severità dell’autopunizione anche quelli che l’avevano odiata.

© Daniela Nutini

Jan 272012
 

L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.

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Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.

©Daniela Nutini

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Luigi XIV dichiara il suo amore a Louise de La Vallière, Jean-Frederic Schall

Jan 112012
 

Le mazarinettes: un’interessante descrizione di alcune delle nipoti condotte in Francia dal cardinale Mazzarino, scritto da Daniela Nutini.

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Nel settembre del 1647, la Corte di Francia vide arrivare dall’Italia la banda sfrontata delle nipoti del cardinale Mazzarino, guidata dalle loro madri Mancini e Martinozzi. Alloggiarono, dopo vari spostamenti, nell’appartamento di Madame di Sénecé, dama di compagnia della regina e governante del re. Le ragazze avevano da otto a quindici anni e furono compagne di giochi del re, ragazzo molto bello e precocemente virile, che adorò subito la loro vivacità: passava tutte le giornate con loro, che avevano, a dire dello zio cardinale, “Il diavolo in corpo”. A lui piacevano tutte, e cominciò l’avventura con Olimpia, di sedici anni, uno meno di lui. Lei, con sano realismo, sposò poi il principe Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons, che non si oppose mai a quella relazione, che continuò a sprazzi per decenni. La bella Olimpia, con una vita tumultuosa, ebbe in sorte di dare i natali al grande condottiero Eugenio di Savoia. Grazie a lei, scriveva Saint Simon, ”Il re cominciò a formarsi a quella galanteria e cortesia che ha conservato per tutta la vita a livelli più alti”.
Luigi testimoniò la propria ammirazione anche a Laura Mancini, sposata al figlio del duca di Vendôme, e alla sfolgorante Anna Maria Martinozzi, data in moglie ad Armando di Borbone, principe di Conti, fratello del Gran Condé, il più bel nome di Francia. Conti ebbe a dire: ”Non mi importa quale nipote mi date, io sposo il cardinale e non una donna”.
Infine il re si accorse dell’ultima della covata, Maria, una piccola dea: ad entrambi i vent’anni ridevano nel cuore. Fu un colpo di fulmine in ritardo. Lei era stata al suo capezzale durante una grave malattia e lui, una volta guarito, se ne trovò perdutamente innamorato.
Maria Mancini era una diciannovenne alta, molto bruna, magra, con due occhi di carbone fiammeggiante, dal naso piccolo, le braccia finemente disegnate e abbondantissimi capelli neri. Tutto il contrario del tipo di bellezza che imperava a corte, ma forse proprio per questo molto più piccante e seducente, con il fascino dell’esotico. Era una ragazza ribelle e anticonformista, anche un po’ rozza, ma con una volontà di ferro. Diceva di lei Madame de La Fayette: ”Aveva uno spirito ardito, risoluto collerico e bizzoso, libertino e ribelle ad ogni sorta di civiltà e gentilezza”. Ma quello spirito doveva anche essere molto vivace, dato che il re ammirava la finezza dei suoi giudizi e la scelta felice delle sue letture. Per piacerle, imparò l’italiano. Insieme leggevano Petrarca, l’Astrea, i grandi romanzi alla moda. Ne subiva l’ascendente intellettuale. Maria gli suggeriva romanzi, poemi, commedie e lui faceva suonare i violini lungo il fiume, cavalcava nella foresta con tutta la corte, e ballava con lei per tutta la notte. Annotava Guy Patin: ”Il re testimonia grande passione e un indicibile amore per Maria Mancini”. Anche lei era pazza d’amore e non ascoltava nessuno: pensavano di sposarsi.
L’unione era però ostacolata dalla regina: non ci si poteva pensare neppure per scherzo, dato che Luigi doveva fare un matrimonio di Stato, con solide alleanze. Il cardinale, a malincuore, cedette. Anzi si sbrigò con solerzia a cercare una moglie per il re. Il pericolo era grande, Luigi aveva organizzato un torneo in cui portava i colori dell’amata con il motto: ”Né uno più grande, né uno pari”. Ovviamente era sottinteso che si parlasse dell’amore.
Per porre fine alla guerra con la Spagna la scelta cadde, dopo alcune indecisioni, sull’Infanta di Spagna, Maria Teresa, nipote della regina. Luigi si piegava così alla ragion di stato, ma, umiliandosi, si gettava in ginocchio davanti alla madre e al cardinale affinché non lo separassero subito dalla amata. Non l’ascoltarono: al momento di andare a Hendaye per negoziare la pace dei Pirenei con la Spagna, il cardinale ordinò a Maria di ritirarsi per un po’ in un convento vicino a La Rochelle, accompagnata dalle sorelle Ortensia e Maria Anna. La partenza fu dolorosissima, con Luigi che la saluta alla carrozza, visibilmente commosso. Maria gli diceva: ”Voi piangete, voi mi amate, voi vi disperate, voi siete re, ma tuttavia il sono infelice e parto”.
I due giovani continuarono a scriversi per un po’ con l’autorizzazione della regina e del cardinale e poi di nascosto, quando questa autorizzazione venne negata. Alla fine tutti perdettero la pazienza e Luigi venne severamente redarguito: non era una galanteria con una delle tante dame di corte, era un amore con la nipote di Mazzarino e come tale non veniva tollerato. Luigi alla fine si piegò: inviò all’amata alcuni biglietti, un cagnolino, supplicando di poterla vedere ancora una volta. Ottenne l’incontro mentre era in viaggio verso i Pirenei, una festa il ritrovarsi, con carezze, lacrime e con la certezza di doversi lasciare per sempre. Si separarono a stento e si scrissero ancora, era un dramma senza fine, ma il matrimonio di Luigi era imminente e Maria venne tenuta lontana, a Brouage, prigioniera del lusso. Era tutto finito. Sei mesi dopo lo zio l’autorizzò a tornare a Parigi dove assistette al matrimonio di re, e apprese che anche il suo era stato combinato, con il principe Onofrio Lorenzo Colonna, Duca di Tagliacoti, Gran Connestabile di Napoli e futuro Viceré d’Aragona.
Maria non l’amò mai: eppure era un bell’uomo, prestante, un cavaliere gagliardo coraggioso, fastoso e non badava a spese. Durante tutte le feste e i balli a Milano e a Roma, conservò una malinconia profonda, un male oscuro, una torturante gelosia per Luigi, che la consumava come una febbre dolorosa, amplificato dalla estrema fragilità del suo equilibrio nervoso.
Il marito invece era felice perché aveva avuto la più grande sorpresa della sua vita: nonostante l’avventura con Luigi, la giovane donna era arrivata vergine sul letto nuziale. Scrisse sua sorella Ortensia: “Il Connestabile fu incantato… e non gli importò più di non essere stato il primo padrone del suo cuore dal momento che lo era stato del suo corpo… e volle che Maria gioisse anche a Roma di quella libertà che aveva avuto in Francia dal momento che sapeva farne così buon uso”.

©Daniela Nutini

Dec 262011
 

Il potere e l’influenza di Mazzarino non sono da sottovalutare, conquistata la fiducia della regina, ebbe un ruolo determinante negli avvenimenti europei del XVII secolo. Leggiamo come lo descrive Daniela Nutini.

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Giulio Mazzarino nella sua biblioteca

Si era in tempo di guerra, la Francia combatteva contro la Spagna e l’Impero. La Savoia era invasa dai francesi, mentre la peste – quella ricordata dal Manzoni – stava devastando Milano. Casale Monferrato era teatro di guerra e sarebbe caduta in mano ai francesi se, contro gli ordini precisi di Richelieu, i generali francesi non fossero stati fermati, proprio mentre attaccavano, da un abate a cavallo, che, sventolando da lontano un fazzoletto bianco, gridava, noncurante dei colpi di archibugio, ”la pace, la pace”. Quell’abate caracollante era l’inviato del papa, un meridionale, un giovanotto dai modi simpatici, dai capelli neri. Si chiamava Giulio Mazzarino.
Anna d’Austria aveva avuto la reggenza. Il potere nelle sue mani era troppo. Lo aveva voluto ma le pesava. Le piaceva restare a letto fino a mezzogiorno, farsi vestire con trine e pizze, mangiare cibi succulenti. Ingrassava. Profumi, sete, drappi, merletti, dolciumi: preferiva questo all’esercizio del potere. Anna contava tra i suoi ministri l’avvenente italiano che aveva galoppato a Casale davanti agli archibugi spianati di Crequì, e a cui Richelieu aveva procurato il cappello cardinalizio, raccomandandolo a re. E a lui si affidò.
L’educazione di Giulio Mazzarino era stata pagata dalla famiglia Colonna, di cui suo padre era maggiordomo. Aveva studiato al Collegio Romano dei Gesuiti e alla università di Alcalà, in Spagna, fatto diversi mestieri prima di arrivare ad essere canonico di San Giovanni in Laterano, legato pontificio alla corte di Francia ed infine segretario di Richelieu. Non fu mai ordinato prete, ma secondo i costumi del tempo poté essere cardinale. Mazzarino era energico, umile, squisitamente addobbato di porpora e merletti, e si trascinava dietro una interminabile coda di seta rossa: i valletti dovevano aspettare che fosse passata tutta prima di richiudere la porta. Assomigliava a Lord Buckingam, grande passione di Anna d’Austria, con il pizzo e lo sguardo pensoso di Richelieu. I suoi grandi occhi neri erano tutto fuoco. Era maestro di buone maniere, scriveva versi, recitava travestito da Pulcinella, aveva letto ed imparato moltissimo, era stato attentissimo agli insegnamenti politici del suo maestro. Quasi fosse un prodigioso commediante era capace di entrare in ogni grande parte e recitarla senza spogliarsi di quello stile plebeo che gli era naturale. Ma il suo colpo da maestro fu di conquistare il cuore della Regina.
Anna aveva quarant’anni ed era bella con i suoi occhi verdi, i suoi abbondanti e ricciuti capelli biondissimi, la sua pelle di un bianco latte e le splendide mani. Aveva avuto un matrimonio poco felice, senza amore e aveva bisogno di sentirsi adorata. Mazzarino, parlava un castigliano perfetto e la regina spagnola era estasiata dal poter conversare nella sua lingua. Lui mostrava di essere sopraffatto dall’amore: umile e devoto, dava l’impressione di sacrificarsi interamente alla causa della sovrana, in quei tempi torbidi della reggenza e della Fronda. La Regina lo amava appassionatamente ”con una passione che fu la follia dei suoi quarant’anni”. Aveva disprezzato l’amore di un gigante come Richelieu, trovandolo rigido e scostante, invece impazzì per il piccolo italiano. Si parla anche di un matrimonio religioso tra loro, officiato da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo inoltre del loro amore numerose testimonianze ed un carteggio tenerissimo dove si riscontra da parte di lui una dedizione incondizionata, quasi l’amore di un bel paggio per la sua splendente regina.
Ebbe anche una fortuna sfacciata Giulio Mazzarino: poté valersi di condottieri di straordinario valore per porre fine alla lunga guerra contro l’Impero e arrivare a quella pace di Münster così vantaggiosa per la Francia. Il duca di Enghien, nella battaglia di Recroi, sbaragliò tutta l’armata spagnola nei Paesi Bassi e il visconte di Turenne a Lens distrusse l’esercito dell’arciduca Leopoldo, gli tolse tutte le bandiere e centoventi cannoni e marciò su Vienna. Turenne fu il genio militare dell’epoca, secondogenito del duca di Bouillon, gli si aprì la carriera dei cadetti, il destino delle piume e delle cannonate e della morte a cavallo. A tredici anni le prime armi in Olanda, a trentatré in Italia il bastone di maresciallo. Marciò dunque su Vienna ma i negoziati posero fine a questa guerra: l’imperatore Ferdinando mollò tutto, paragrafo dopo paragrafo, firmando i Trattati di Westfalia con Francia e Svezia, mentre la Spagna continuava una solitaria e noiosa guerra di scaramucce per conto suo.
Mazzarino e Anna avevano così posto fine alla lunga guerra con l’Impero, ma non ebbero modo di riposarsi. Li aspettava la Fronda. Fu un moto di insofferenza un po’ di tutti i ceti e tutte le classi, in un paese stanco di guerra, economicamente esaurito che vedeva Mazzarino arricchirsi con la noncuranza dello straniero e il governo in mano ad una spagnola e ad un napoletano, un letterato avido di denaro, un porporato senza sacramenti. Il cardinale seppe fronteggiare la tempesta e conservare il regno per il giovane re Luigi: le sue espressioni concilianti, i suoi sorrisi da diplomatico disposto sempre a trattare, celavano la più ferma ed ostinata energia, una fedeltà tenace ai disegni, un lungo sogno di potenza. Spezzata la volontà e la forza dei nobili francesi e del Parlamento, si aprirono anni di buon governo e di fasto. Mazzarino fece venire da Roma le sue due sorelle, Margherita Martinozzi e Geronima Mancini e i nipoti. Vi erano tre ragazzi e sette ragazze, dette le “Mazzarinette” e “Mancinette, che furono ricevute a corte come vere principesse, divennero compagne di giochi fisse del piccolo re e di suo fratello e la regina si occupò personalmente della loro educazione, trovandole assai graziose. Per il cardinale erano una carta da giocare nella buona società, con sorvegliati e brillanti matrimoni, che gli avrebbero procurato preziose alleanze: “i Grandi del regno già me le chiedono in spose”, diceva orgoglioso. E le nipoti lo assecondavano perché erano belle, avevano fascino e adoravano la vita mondana. Aggiunse il maresciallo di Villeroy: ”Ecco delle signorine che per ora non sono affatto ricche ma che ben presto avranno bei castelli, buone rendite, pietre preziose, vasellame d’argento e quadri importanti.”
Ma la storia del cardinale, delle Mancinette, delle Mazzarinette, del re e della regina e della piccola Mancini è tutta un’altra storia, tutta da raccontare.

©Daniela Nutini

Nov 062011
 

Vi sono episodi della storia che restano legati alla memoria collettiva in modo indelebile, piccoli fatti che segnano un periodo, una reggenza, un luogo, e che si tramandano in modo quasi naturale, spontaneo.
Daniela Nutini ci parla di un famoso ballo avvenuto in Francia a fine XIV secolo e rimasto tristemente famoso.

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Alla fine del trecento, sul trono di Francia, vi è un giovane re, Carlo VI, debole di salute e soggetto ad attacchi momentanei di pazzia. Curato con successo dal vecchio medico di corte Harsigny, gli è stato consigliato riposo, svago e nessuna preoccupazione. Ovviamente questo consiglio si accorda totalmente agli interessi dei duchi reali, zii del re. Sovrano solo di nome, Carlo si gode nei giardini di Saint–Pol i divertimenti ed i festeggiamenti organizzati dalla moglie Isabella di Baviera e dal fratello Luigi, sposato con Valentina Visconti. Rimedio alla follia, le frivolezze abbondano e gli zii si guardano bene dall’intervenire “poiché, fino a quando la regina e il Duca di Orleans si davano alle danze non erano pericolosi, anzi nemmeno fastidiosi”.
Ma vi fu una notte in cui questi giochi toccarono l’autentico orrore.
È un martedì, primo giorno della Candelora, il 28 gennaio 1393. La regina dà un ballo mascherato per festeggiare le nozze di una sua dama di compagnia, sua favorita, già due volte vedova: un’occasione di burlesche serenate, travestimenti, disordini e fracasso di cimbali assordanti davanti alla camera nuziale.
Per partecipare alla festa, sei giovani, tra i quali il re e Yvain, figlio illegittimo del conte di Foix, si travestono da “selvaggi della foresta”, con panni strettamente avvolti imbevuti di cera resinosa e pece a cui era stato appiccicato uno strato di canapa che “li faceva apparire folti di pelo dalla testa a i piedi”, e delle maschere che coprono loro completamente il viso. Consapevoli del rischio che corrono, è vietato a chiunque portasse una torcia di accedere alla sala. In questo gioco vi è evidentemente qualcosa della roulette russa, quel lasciarsi tentare dalla morte che in varie epoche è stato motivo di eccitazione per la gioventù altolocata e decadente, a dimostrazione che alcuni particolari comportamenti non subiscono variazioni sensibili attraverso i secoli. Altrettanto chiaramente vi è una crudeltà e una incoscienza nel coinvolgere in un gioco del genere un uomo il cui stato mentale così a fatica si distingueva dalla follia.
Intanto i selvaggi, legati insieme da corde, fanno capriole davanti ai partecipanti, ululano come lupi e fanno gesti osceni, sfidando i partecipanti alla festa ad indovinarne l’identità. Mente Carlo è intento a molestare la quindicenne duchessa di Berry, ecco entrare nella sala il fratello Luigi d’Orleans e Filippo di Bar, reduci da altri bagordi e con tanto di torce, malgrado il divieto. Luigi solleva la torcia sopra le maschere che fanno capriole, per scoprirne l’identità ed ecco che una scintilla cade su uno di essi che prende fuoco e poi su un altro che si trova subito avvolto nelle fiamme. La regina, l’unica a sapere che Carlo fa parte del gruppo, sviene, mentre la duchessa di Berry che ha riconosciuto il re getta su di lui la sua gonna, salvandogli così la vita. Presto la sala risuona delle grida degli astanti e dalle urla di dolore delle torce umane che non possono essere soccorsi a causa dei loro costumi. A parte il re, solo il Signore di Nantouillet riuscì a scampare, gettandosi in un grosso refrigeratore colmo d’acqua. Il conte di Joigny morì sul posto, ustionato a morte, mentre Yvain de Foix, Aimery Poitiers e Huguet de Guisay – universalmente odiato per il suo carattere violento – vissero ancora tre giorni di terribile agonia.
Questa tragica mascherata, chiamata da subito il Bal des Ardentes, suscitò una grande commozione tra il popolo e si diffuse un sentimento di ira contro chi aveva contribuito a mettere a repentaglio la vita e l’onore del re, con stupida e vergognosa frivolezza. Allarmati da tali pericolosi sentimenti, gli zii reali convinsero Carlo a cavalcare in solenne processione verso Notre Dame, mentre loro con il fratello del re seguivano a piedi nudi, come penitenti. Luigi, come responsabile della tragedia venne aspramente rimproverato per i suoi costumi dissoluti e per espiazione fece erigere una cappella per i celestini con meravigliose vetrate colorate, ricchi addobbi e una dotazione per preghiere perpetue. Fece però fronte alle spese con le entrate delle proprietà confiscate a Pierre de Craon, da lui odiato e perseguitato fino alla morte: rimane quindi il dubbio a quale delle anime andasse l’assoluzione, alla sua o a quella dell’uomo, oggetto del suo implacabile odio.

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Oct 192011
 

Personaggio poco conosciuto, la contessa di Bentinck sembra aver avuto una certa influenza nella vita della futura Zarina. Ce ne parla Daniela Nutini.

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Seconda metà del Diciottesimo secolo.
Principato di Anhalt-Zerbst, uno dei trecento piccoli stati di lingua tedesca.
Prima attrice: Sofia Augusta Federica.
Comprimari: il padre Cristiano Augusto e la madre Giovanna di Holstein–Gottorp, povera, ma di nobili natali.
Teatro dell’azione: il suddetto principato, poche centinaia di chilometri quadrati, confinante con l’elettorato della Sassonia, con l’arcivescovato di Magdeburgo e con la Prussia, il cui re era protettore e nemico di tutti quei principati, arcivescovati, libere città, ducati, uniti solo dal labile legame politico della decaduta autorità del Sacro Romano Impero.

Ora mi immagino i pascoli, le paludi, le pinete di quella terra desolata, la lugubre Stettino dell’epoca, ai confini della Pomerania, dove Cristiano Augusto era di guarnigione al soldo del re di Prussia, i lunghi inverni, il freddo glaciale di quelle case male arredate, squallide, le lunghe ore di noia totale, la povertà intellettuale. E con quanta sorpresa ho saputo che per curare la piccola Sofia, che aveva riportato la deviazione della colonna vertebrale per una caduta, fu chiamato il boia locale. Per un minimo di pudore, di nascosto e di notte. D’altronde, ripensandoci mi pare logico: chi meglio di uno che per mestiere rendeva storpia la gente avrebbe saputo curare una deformità grave? Rendendo onore alla maestria del suddetto boia, bisogna riconoscere che medicò la fanciulla perfettamente: con saliva di vergine e con un busto strettissimo da portare giorno e notte. In pochi mesi la restituì guarita e più forte di prima.
Sofia aveva un precettore tedesco, un maestro di ballo francese un professore di musica, un istitutore calvinista che le insegnava calligrafia e una governante di origine francese che conosceva bene Moliere e Racine. Babette commentò che Sofia aveva un “esprit gauche”: ritengo intendesse un’indole eccentrica e uno spirito individualista, oltre a due occhi grandi azzurri, una figura esile, un volto irregolare, ricciuti capelli castani, una mente acutissima e ragionatrice, una salute di ferro, e una vitalità a tutta prova.

Caterina di Russia a 16 anni ca.

A quattordici anni Sofia è una ragazza adulta per gli standard dell’epoca. Vive a Zerbst, città medioevale, cinta da alte mura, con strade buie e tortuose e un delizioso palazzo. Ha ereditato un possedimento a Jever, sulla costa del Mare del Nord e qui, insieme alla sua famiglia, incontra la donna che avrebbe ricordato per tutta la vita, la Contessa di Bentinck, la donna che dà il nome al nostro breve articolo.
In effetti, non si sa molto di lei, ma quel poco mi ha lasciata stupefatta. Forse c’erano molte donne come lei, in quel tempo, nei cadenti castelli dell’Europa Settecentesca, confinate in terre desolate, che riuscivano a vivere la loro vita seguendo la propria indole fino in fondo. Forse quell’epoca era meno formale della nostra e simili amazzoni avevano più libertà di essere se stesse a qualsiasi strato sociale appartenessero. Di sicuro non importava nulla a nessuno cosa facessero queste oscure figure, mentre per le altre, imperatrici come Maria Teresa d’Austria o Elisabetta di Russia, vi era un plauso profondo e un rispetto senza limiti. Queste donne facevano ciò che volevano, e lo facevano a dispetto o con l’approvazione di chi le circondava.

Entra quindi in scena sul teatro della storia, nelle desolate regioni della Frisia, la nostra contessa. Aveva trenta anni all’epoca e non era bella: alta e robusta, aveva un aspetto mascolino, era esuberante e di animo generoso, intelligente, colto e informale. Era sposata con il conte di Bentinck – che nessuno sapeva dove fosse – e viveva delle rendite materne insieme a un’altra donna che sembrava la sua amante. Aveva anche un figlio di tre anni il cui padre era il domestico della madre.
Questo il ritratto della donna, uno spirito libero. Quando incontrò Sofia, la prese per mano e la coinvolse in una danza campestre sotto gli sguardi di una piccola folla. Mi sembra di vedere la donna, alta, robusta, ridanciana, mentre balla l’allegra danza con la graziosa quattordicenne, sua signora. E mentre cavalcano sfrenate nelle terre della Frisia “come dei corrieri”, e chiacchierano concitate, i capelli al vento, la pelle irrigidita dal freddo, con la gioia di essere stanche, esuberanti e felici. Sofia avrebbe ricordato molti anni dopo: ”da allora il cavalcare divenne la mia passione principale”.
Ma l’aneddoto più delizioso di questa amicizia è il seguente: la contessa condusse la fanciulla nei suoi appartamenti privati dove vi era il ritratto di un uomo molto bello che indicò come suo consorte, con la stupefacente affermazione: ”Se non fosse stato mio marito, sarei stata pazzamente innamorata di lui”.

Charlotte Sophie contessa di Bentinck

Considero questo episodio, delizioso. Vi è in esso tutto l’esprit del secolo. Pare essere stato detto alla corte di Versailles, tanto rispecchia lo spirito caustico, leggero dell’epoca, che tuttavia non scandalizzava nessuno oltre misura.
Parole di una donna intelligente e spiritosa che viveva come le pareva, che era sposata, ma indipendente, amoreggiava con i domestici e aveva un’amicizia particolare con un’altra donna, era aperta e libera, e contenta di sé e delle proprie scelte.
Sofia, bambina, sentiva la contessa affine a sé stessa e in quei giorni a Jever si era probabilmente resa conto che avrebbe potuto diventare anche lei una donna eccezionale come la contessa. E lo divenne.
Perché Sofia Augusta Federica non è altro che l’imperatrice Caterina di Russia, la Zarina, che regnò dopo un’altra donna eccezionale, che prese il potere a dispetto del marito, aiutata dal suo amante Grigory Orlov, che ebbe figli da uomini diversi, che regnò per un lunghissimo tempo l’Impero Russo con saggezza e mano di ferro, che licenziava i suoi amanti quando le erano venuti a noia, che era amica personale di Voltaire e Diderot, che cavalcava come una pazza per l’intera giornata. Sono certa che ricordò sempre la contessa di Bentinck e la sua indipendenza di spirito. Nelle sue memorie scrisse ”questa donna avrebbe fatto scalpore sulla scena mondiale”, e ora questo scalpore lo stava facendo lei.

Sofia Augusta: hai fatto un lungo viaggio, sei partita dalle terre della Frisia per regnare su un impero, una piccola e povera principessa di un insignificante staterello tedesco, hai abbandonato tutto, lingua, genitori, religione, abitudini, nome, ma hai conservato nelle tue memorie un gradito ricordo della gioviale contessa di Bentinck e della sua indimenticabile affermazione ”Se non fosse stato mio marito, sarei stata pazzamente innamorata di lui”. Complimenti, cara contessa.
Non sappiamo altro di lei: sarebbe rimasta una figura senza volto, persa come tante altre nelle pieghe della storia, e non avremmo dunque nemmeno conosciuto questa sua straordinaria asserzione, se una giovane quattordicenne non ne fosse rimasta colpita a tal punto da conservarla per noi nelle sue Memorie da Imperatrice di tutte le Russie.

©Daniela Nutini

Oct 022011
 

Un articolo sull’amore di Elisabetta I d’Inghilterra e Francesco duca d’Angiò, nell’inconfondibile stile di Daniela Nutini.

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Elisabetta, regina d’Inghilterra, aveva 45 anni, una pelle bianchissima, capelli rossi e lunghe mani bianche. Malgrado avesse avuto favoriti in notevole quantità, non si era mai sposata. La sua repulsione al matrimonio era tale da considerasi addirittura patologica ed i suoi consiglieri avevano deposto ogni speranza di indurre la loro sovrana a tale passo.
Ed ecco che ora, tra lo stupore generale, Elisabetta si fidanzò con il più improbabile tra i pretendenti che da sempre, con puntuale cadenza, si offrivano alla sua mano da tutte le corti d’Europa: Francesco, duca di Alençon, fratello di Enrico III, re di Francia, più giovane di 20 anni della regina inglese, mestatore politico di prima riga, intrigante, sempre pronto a cospirare contro i fratelli, e spina nel fianco di Madama Caterina che non si capacitava come il suo ultimogenito fosse riuscito così, un agguerrito individualista, capace di tessere intrighi con tale incurante abbandono. Figuriamoci dunque alla corte di Francia come si respirò di sollievo quando ci si accorse che Elisabetta si stava infatuando davvero del giovane principe: sistemarlo in Inghilterra sarebbe stata l’occasione buona per tutti.
Alençon ed Elisabetta avevano infatti intrecciato un rapporto sempre più ardente per lettera e tramite intermediari. Uno di essi, Jean de Simier, prediletto del duca, era stato spedito a Londra affinché sussurrasse all’orecchio della regina carezzevoli lusinghe da parte del suo signore. Ed infatti le lusinghe erotiche del bel francese la facevano arrossire e sorridere come una fanciulla di vent’anni: sembrò ringiovanita, come notò l’ambasciatore francese Mauvissière, con una tale trasformazione da lasciare tutti sbalorditi.
L’infatuazione crebbe, alimentata da feste, banchetti a lume di candela, mentre dal duca giungevano lettere e pegni d’amore. Si temeva però da tutte le parti l’incontro tra i due innamorati: Alençon era piccolissimo di statura, molto brutto e sfigurato dal vaiolo: era tuttavia un combattente d’innegabile valore, colto, parlava diverse lingue, elegantissimo, charmant e la sua spregiudicatezza in politica sarebbe stata molto apprezzata da Elisabetta. Ma sarebbe davvero andata fino in fondo dopo averlo visto di persona?
Tutti, al di qua e al di là della Manica, erano preoccupati. Intanto i negoziati andavano avanti tra richieste di denaro sempre più forti da parte del duca – era infatti impegnato a combattere con i calvinisti francesi contro gli spagnoli -, tra i pareri discordanti dei consiglieri di Elisabetta e le crisi di gelosia del favorito Leicester, che fu però alquanto ammansito da un ingente somma di denaro e dall’invio di due focosi destrieri spagnoli, nonché reso innocuo dalla rivelazione del suo matrimonio segreto con Lettice Knollys.
Finalmente arrivò il giorno tanto atteso. I due fidanzati erano così preparati al peggio che, sorprendentemente, finirono per infatuarsi sul serio. Elisabetta era “conquistata dalle sue innumerevoli doti” e lo trovava delizioso nei modi. Prontamente divenne il suo “Ranocchio” – Elisabetta adorava dare soprannomi a tutti -, e, nello stupore attonito della corte, la regina e il suo Ranocchio cominciarono a filare la favola del perfetto amore. Parlavano speditamente in italiano che Elisabetta si piccava di conoscere benissimo e che il duca padroneggiava alla perfezione, essendo la lingua di sua madre. Lui le regalò una spilla a ricordo del soprannome, una rana d’oro appollaiata su di un fiore, lei ballava per lui con vigore e audacia facendogli segni segreti, e prima di partire il duca le infilò nell’esile dito un anello sfavillante di diamanti mentre Elisabetta affermava “che non avrebbe impedito che lui diventasse suo marito.”

Elisabetta era tuttavia tormentata dai suoi consiglieri che alternavano consigli differenti ogni qualvolta lo scenario internazionale cambiava, dai puritani che odiavano come la peste il cattolicissimo duca con i suoi modi sofisticati e che pur tuttavia gli erano necessari per governare, dai favoriti che le mettevano intorno gli avversari al matrimonio francese, dalle pretese di Enrico III, dalle richieste di denaro del suo Ranocchio, dagli insistenti lamenti degli spagnoli.
Pur tuttavia la sua passione divampava. Alençon, tornato a Londra, fu accolto con feste fiabesche, banchetti, mascherate e, quello che più conta, con teneri incontri privati. Fu appunto al culmine di un tale incontro, in una galleria di palazzo, che Elisabetta, alla presenza dell’ambasciatore francese che la sollecitava, del suo sbalordito consigliere Walsingham e del favorito Leicester, si sfilò un anello e lo diede ad Alençon, baciandolo sulla bocca, nell’antico rito matrimoniale dell’anello e della promessa. Deliziato, Alençon prese l’anello e toltosi uno dei suoi lo diede ad Elisabetta.
Ma come tutte le cose terrene anche questa ebbe a raggiungere il suo culmine e a sfiorire.
Alençon era sempre invischiato nelle sue guerre – aveva combattuto valorosamente contro gli spagnoli ai quali aveva strappato Cambrai – e aveva un cronico bisogno di denaro. Per di più i corteggiamenti alla regina gli erano costati moltissimo e non poteva attingere alle casse francesi, disperatamente vuote. Chiedeva quindi denari ad Elisabetta che era invece sempre stata parsimoniosa se non addirittura avara. Per di più cominciava ad essere palese l’ipocrisia del suo ”bruciante desiderio”: si seppe che frequentava prostitute a Londra, alcune delle quali gli avevano sottratto parte dei documenti ufficiali. In più, il re di Francia dava per certo la restituzione di Calais e una dichiarazione di guerra alla Spagna. Eventualità ugualmente inaccettabili, oltre alla sempre più accanita opposizione degli inglesi al matrimonio col fratello del re di Francia.
Elisabetta fece vedere il suo palese malcontento. Alençon comprese allora che il progetto gli sfumava tra le mani e divenne furioso: in una scenata memorabile ricordò le lettere, le promesse, il dono dell’anello, e giunse al punto di minacciare: “No Signora, voi siete mia: se non posso avervi in moglie con le buone maniere sarò costretto ad usare la forza”, finendo per scoppiare in lacrime davanti alla intera corte allibita.
L’avventura era dunque sfumata, le ultime briciole di romanticismo consumate. La partenza del duca fu quasi immediata e benché fosse stato dato ad intendere un suo ritorno, la verità era evidente: l’ultima speranza di matrimonio per Elisabetta se ne andava per sempre.
Così il principe Ranocchio ritornò veleggiando alla sua terra. “Patisco e non oso mostrare il mio scontento, amo, ma sono costretta a simulare odio”, si sfogava Elisabetta in rime petrarchesche.
Ancora una volta la regina si era piegata alla dimensione politica e la donna era stata messa da parte. Annunciò di essere stata costretta a quel passo per amore del suo popolo, ed era vero. Nelle sue poesie toccava corde diverse: ”Sono e non sono; gelo eppure ardo come fuoco, perché a me stessa, l’altra me stessa volta le spalle”. Aveva quarantotto anni e poteva vedere l’assurdità ma insieme l’intensità del suo amore per il giovane e galante duca francese: e di lì
a qualche anno doveva portarne il lutto, in velluto nero, rischiarato da molte fila di perle.

Come over the born Bessy, come over the born Bessy, sweet Bessy come over to me; and will the take. And my dere Lady make, before all other that ever I see.

“Vieni piccola Bessy, vieni piccola Bessy, dolce Bessy vieni qui da me; ed io ti prenderò. E mia adorata Signora ti faro, perché nessuna è come te.”

©Daniela Nutini

Jun 172011
 

Le guerre di religione, nella Francia del XVI sec., furono lotte intestine che insanguinarono un paese diviso, lotte che spesso erano regolamenti di conti a prescindere dal credo religioso. Fratello contro fratello, famiglia contro famiglia, cattolici contro ugonotti, migliaia di esseri umani uccisi fronteggiandosi per la libertà di culto.
Qua di seguito, Daniela Nutini ci descrive Enrico di Guisa.

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Enrico di Guisa ha vent’anni ed è abituato alla lotta sui campi di battaglia. I suoi riccioli biondi e la sua grazia gli sono venuti in eredità da Lucrezia Borgia, nonna di sua madre, quella Anna d’Este che ebbe a sposare Francesco I di Lorena. Enrico è alto, ottimo spadaccino, uomo di corte e cattolico fervente. Nella Francia di quel tempo, lacerata dalle lotte di religione, la sua famiglia è il faro luminoso cui tutti i cattolici guardano.
La politica di Caterina dei Medici è infatti troppo altalenante fra ugonotti e cattolici, in un bilanciamento di forze che dovrebbe tenere a bada tutte le fazioni e che invece scontenta tutti. Francesco di Lorena, suo padre, è assassinato (1563). Enrico ne prende il posto, lo seguono una moltitudine di parenti e consanguinei, a vario titolo legati al partito cattolico. Intanto la vita di corte è piacevole, tra gente che, nonostante i tempi siano calamitosi, cerca di cogliere il frutto della felicità come e quando può. Le feste si susseguono alle feste, il figlio prediletto di Madama Caterina, il duca di Anjou, le anima con la sua grazia festosa mentre appare la sedicenne Margherita di Valois, ammirata e festeggiata dai cortigiani.
È bellissima, con la sua pelle bianca e i capelli neri, colta, arguta, incanta il cuore di molti con una facilità di sedurre che l’accompagnerà per tutta la vita. Enrico ne è subito preso e l’amore scoppia tra i due ragazzi. Il Guisa vorrebbe sposare Margherita ed in questo è sostenuto da tutta la sua casata. Non hanno importanza per lui le dicerie che la vogliono essere stata iniziata all’amore dai fratelli. Ne è conquistato e la osserva mentre monta all’amazzone per mostrare l’esilità delle sue caviglie, o quando si profuma, o mangia marmellate o legge i classici direttamente in latino.
Anche a Margot piace questo bel ragazzo di cui scrive un cronista dell’epoca “di quell’uomo la Francia andava pazza, dire che ne fosse innamorata sarebbe anche troppo poco”. Ma Madama Caterina decide diversamente, per un suo disegno politico. E dà in sposa Margot ad Enrico di Navarra, capo della fazione degli ugonotti, in un matrimonio fastoso che attira a Parigi tutto il fior fiore della nobiltà protestante. L’amore con il Guisa è interrotto bruscamente e Margherita sposa il parente di Navarra. Il Borbone è di bell’aspetto, ma di modi piuttosto rozzi e selvatici, allevato dalla severa madre protestante tra i suoi monti della Navarra. Ci si dimentica comunque di chiedere la dispensa al Papa per la consanguineità tra cugini e questo sarà un errore che farà molto comodo in seguito per la domanda di nullità del matrimonio.
Nella notte delle nozze regali, Enrico di Guisa, privato della ragazza che ama, delle speranze di un regno, delle sue ambizioni, attenta alla vita dell’Ammiraglio Gaspard de Coligny, uno dei capi più influenti del partito degli Ugonotti, il cui cadavere gli fu poi portato davanti e steso ai suoi piedi. Si scatena così la famosa e famigerata Notte di San Bartolomeo (24 agosto 1572), un massacro assurdo, feroce e inutile politicamente. Ripresero in Francia le guerre tra le fazioni religiose, alimentate dalle discordie tra i fratelli Valois.
Intanto muore Carlo IX e sale al trono Enrico III, con i suoi “mignon”, i suoi orecchini di diamanti, il suo pesante belletto. Egli tresca con il cognato Navarra, vengono stipulati patti che nessuno rispetta, mentre il fratello minore, Alençon, contribuisce ad intorbidire le acque con tradimenti ed ondeggiamenti tra Inghilterra e Spagna. Periodo, questo, chiamato dei “Tre Enrichi”, in cui il Guisa, il Valois e il Borbone lottano con tutte le armi in loro possesso per la conquista del potere. Vincerà il più astuto, chi si sarà malleabile agli eventi, fino al punto di arrivare ad una pubblica conversione di fede.
Frattanto la corte diviene un luogo di scandalo, fra corruzione, liberi costumi, con il re che si veste da donna, ricoperto da gioielli, il volto truccato. Enrico di Guisa sente che il suo momento è giunto e si mette a capo di una Lega di cattolici, conquista fortezze e paesi, e con l’accordo di Nemours tiene virtualmente prigionieri Caterina e il Re. Parigi è tutta per lui e quando entra il 9 maggio del 1588 nella città, a cavallo, avvolto in un ampio mantello con un cappuccio sul volto, è immediatamente riconosciuto, acclamato come re.
Gli avvenimenti languono. Caterina si ammala, poi risana, vengono convocati gli Stati Generali, favorevoli alla Lega Cattolica. Intanto matura nella mente del Re il piano dell’assassinio di Enrico di Guisa. Madama Caterina vorrebbe opporsi a questa idea sciagurata, ma ormai non ha più alcun ascendente sul figlio. Il re ha finito col pensare che l’unica soluzione del problema sarebbe quella dell’assassinio del rivale, da compiersi nel Castello di Blois, dove sono stati convocati gli Stati Generali e dove il Guisa si è attardato, anche per amore della bella Marchesa di Noirmoutier che gli ha finalmente concesso i suoi favori. Difatti trascorrerà la notte tra il 22 e il 23 dicembre 1588 con la bella marchesa così esigente in fatto d’amore che al mattino, stanchissimo, si avvierà inconsapevole dell’imminente pericolo verso la Sala del Consiglio, dove si riuniscono gli Stati Generali. Assalito da un gruppo di gentiluomini, compagni del Re, cadrà a terra, colpito a morte da più colpi di spada. “Come è alto: più di quello che non sembrasse da vivo”, è il solo commento del Re, osservando trionfante il cadavere. Lo seguirà nella morte il fratello, cardinale di Lorena, pugnalato in una cella di un torrione del castello e di lì a qualche mese anche l’irriducibile Caterina dei Medici morirà, lasciando la Francia in un vuoto di potere di cui beneficerà meritatamente Enrico di Borbone, il marito dell’irrequieta e splendida Margot.

(Daniela Nutini)

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Enrico III di Francia osserva il cadavere di Enrico di Guisa