Apr 212013
 

di Daniela Nutini

Paesaggio invernale, 1565, Pieter Bruegel il VecchioIl Trecento fu un secolo “destinato” alla sventura, segnato da calamità naturali e dalle terribili azioni dell’uomo. Fin dai primissimi anni calò un clima gelido che dette vita a sofferenze a non finire. Il Mar Baltico gelò due volte. Seguirono periodi di freddo fuori stagione e tempeste. Era l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione che terminò, secondo alcuni autori, nel ‘700: le coltivazioni sparirono dalla Groenlandia e dalla Islanda, il grano dalla Scandinavia, si ebbero ripetute carestie, piogge incessanti che fecero marcire i raccolti. Si aggiunse poi un’altra calamità non meno spaventosa per le conseguenze che ebbe il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e da lì lo scadimento morale della Chiesa.

In seguito allo scontro tra autorità temporale e autorità papale, tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si ebbe, alla morte del papa, l’elezione di un Pontefice francese, Clemente V – ricordiamo che Benedetto XI governò solo per circa otto mesi -, che non andò a Roma a prendere possesso della Santa Sede. I maligni dissero che la ragione fosse la sua amante francese, la bella contessa del Perigord, figlia del conte di Foix. In ogni caso, Clemente si stabilì ad Avignone, in Provenza, in quel tempo feudo del Regno di Napoli e di Sicilia, ma comunque nel raggio della sfera francese: egli doveva al sovrano francese la sua elezione al Soglio Pontificio.

Filippo IV di Francia, detto il BelloSi ebbero così sei papi francesi che fecero di Avignone uno stato eminentemente temporale, di grande attrazione culturale certamente, oltre che di illimitata simonia, vale a dire traffico di compra-vendita delle cariche, a tal punto che tutto era in vendita, le indulgenze, tasse sulle crociate, regali, doni, scomuniche revocate, dispense per matrimoni, per legittimare i figli, con tariffe fissate anche per commercio con gli infedeli e nomine pagate di ecclesiasti giovanissimi. Le banche italiane prosperavano.

Fu costruito frattanto, a più riprese, l’immenso palazzo papale di Avignone, sovrastante il Rodano, un enorme edificio in forma di fortezza, intorno a cortili interni, con spalti dello spessore di tre metri e mezzo, strani camini piramidali, saloni per banchetti, giardini, uffici, cappelle con finestre a rosoni, aprendosi sulla pubblica piazza da dove uscivano i cardinali ”ricchi, arroganti e rapaci”, a sentire il Petrarca, con lo sfarzo dei rispettivi seguiti. Nel palazzo era tutto un brulicare di persone, famigli, parenti, postulanti, ecclesiastici, il complesso dei cerimonieri di corte sembra si aggirasse sulle 400 persone.
Il palazzo stesso era lussuosissimo con i pavimenti decorati. Clemente VI, che amava il lusso e aveva 1800 pelli di ermellino per il proprio guardaroba, fece venire a decorare le pareti Matteo Giovannetti della scuola di Simone Martini. Le quattro pareti dello studio del papa erano interamente affrescate con scene di caccia al cervo, con giardini, frutteti e con un gruppo di ambigui bagnanti nudi. Niente di religioso, quindi. Si banchettava in piatti d’oro e d’argento, vi erano arazzi fiamminghi e tappezzerie di seta, si mangiavano le fragole con forchettine di cristallo.

Bonifacio VIIITutti i benpensanti stigmatizzavano tale andazzo di cose, ma inutilmente. Si elevavano grida di indignazione da tutte le parti. Il Petrarca nel 1340 scriveva: ”vivo tra prelati coperti d’oro, masticanti oro”. Tanti speculavano intorno a questo stato di cose: re, banchieri, governanti. La credibilità della Chiesa sprofondava, lo stesso clero tralignava, si udivano lamenti da parte di vescovi probi sul fatto che il clero vestiva come i laici a scacchi rossi e verdi, con corpetti succinti, maniche larghe per far vedere pellicce e sete, lunghissimi cappucci e lunghissime scarpe a punta, pietre preziose e capelli fino alle spalle e barbe lunghe e curate. La corruzione si propagò dappertutto.

La permanenza del papa ad Avignone aiutò inoltre Filippo il Bello a provocare la caduta dei Templari.
Mai crollo fu più totale e spettacolare. Re Filippo, avendo esaurito ogni altra sorgente di fondi, pensò di impadronirsi delle immense ricchezze dei Cavalieri, servendosi dell’appoggio del papa ad Avignone. Costoro, esenti dalle tasse, avevano accumulato ricchezze ingentissime facendo anche i banchieri per la Santa Sede, prestando denaro a tasso bassissimo. Furono anche danneggiati dalla loro segretezza, dal vivere come un’enclave virtualmente autonoma, che attirava odi, pettegolezzi, sospetti.
Clemente VCon un balzo felino, Filippo s’impadronì del Tempio di Parigi e fece arrestare tutti i membri in una sola notte, di sorpresa. L’accusa era eresia, dalla quale era impossibile salvarsi. Torture a non finire fecero confessare anche l’inconfessabile. L’Ordine venne soppresso da papa Clemente V e alla fine ci fu la morte sul rogo del Gran Maestro, Jacques de Molay, che era stato amico personale del re e padrino di sua figlia. Costui mandò una maledizione di morte allo stesso sovrano e al papa – morirono nel giro di un anno -, e alla dinastia del re. Ciò si avverò: i tre figli del re decedettero a breve distanza, al trono salì un parente. Più tragico fu il destino della figlia del sovrano, data in moglie al reggente d’Inghilterra.

Con l’inaridirsi della dinastia, furono così aperte le porte alla rivendicazione inglese sulla corona francese che dette inizio alla Guerra dei Cent’anni, che devastò la Francia e l’Europa in generale, oltre alla nascita delle compagnie di ventura. Venne poi la Peste Nera, immane flagello, che si presentò in varie ondate e decimò la popolazione europea, e a finire lo Scisma di Occidente con il seguente raddoppio della simonia, delle varie discussioni, delle violente battaglie.
Vedremo tutto questo nei prossimi articoli.

©Daniela Nutini

Mar 172013
 

di Daniela Nutini

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Madame de PompadourJean Antoinette Poisson era parigina.
Figlia di un vettovagliatore, François Poisson, dell’esercito che fu preso in simpatia dai fratelli Pâris, i famosi commissari degli approvvigionamenti che lo usarono in mille modi; poi incappò in un processo ingiusto, fu riabilitato ed ebbe incarichi sempre di maggior spicco, stavolta dal governo del Re.
La madre fu Maddalena de La Motte, bellissima, ricca borghese che durante la disgrazia del marito intrecciò un legame con uno dei fratelli Pâris, e anche con l’appaltatore Le Normant, amico e protettore di artisti e letterati. Al ritorno di Poisson, vissero tutti d’amore e d’accordo: quello era il clima dell’epoca!
E tutti, a quanto pare, in adorazione di Jeanne, subito soprannominata Reinette, per la profezia di una indovina, ”sarai quasi regina“, le fu detto e tutti parvero lavorare per attuarla, questa profezia.

Reinette era graziosissima e aveva “spirito”, che allora voleva dire intelligenza, buon gusto, contegno, finezza, senso dell’arte, cultura. La ragazza fu allevata senza badare a spese: sapeva cantare, ballare, recitare benissimo, incideva pietre preziose, conosceva diverse lingue, dipingeva. Si mise in luce cantando l’aria dell’Armida di Lully in una serata in cui ricevette l’abbraccio della contessa di Mailly, prima favorita del re, e da allora fu l’astro di tutti i salotti.
Reinette ebbe così modo di frequentare i più bei spiriti dell’epoca. Oltretutto era graziosissima: una carnagione di alabastro, le sue mani e le sue braccia erano un incanto. I capelli tra il castano e il biondo, gli occhi variavano dal nero al grigio al celeste secondo la luce e l’espressione del viso. Una splendida giovane donna, insomma. Come tutte le belle donne dell’epoca aveva un segreto desiderio, arrivare al Re.

Intanto, Le Normant la fa sposare con il proprio figlioccio, signore di Étiolles. I due giovani si amano abbastanza, Reinette, pur nel turbine della vita mondana, gli è fedele. Dice scherzando che soltanto Sua Maestà potrebbe farle dimenticare il “dovere”.
Intanto si industria di incontrarlo in tutti i modi possibili. Confinando le sue terre con le foreste in cui Luigi va a caccia, si fa vedere da lui come una ninfa fuggitiva, vestita di blu o di rosa, mentre guida lei stessa la sua elegante vettura.
Lei dispone anche di un potente alleato, Beinet, primo cameriere del Delfino e lontano parente del marito. Arrivano in tal modo gli inviti: piccole feste, intrattenimenti, fino al fatale carnevale del ’43, dove Reinette si presenta vestita da Diana Cacciatrice. Il Re adora i balli mascherati, stavolta si è vestito da alberello di tasso con altri amici, tutti uguali, per non farsi riconoscere. Egli vede la splendida Diana, la corteggia, la riconosce poi per la Ninfa dei boschi vestita di rosa, con lei va via dalla festa e da quel momento in poi Madame d’Étiolles si vede spesso a Palazzo, conquista il Sovrano, lo fa innamorare, lo seduce con le sue virtù e la bellezza del suo cuore, lo avvince.

Il Re ha in mente di presentarla a Corte, farla nobile e farne la sua amante. Nel frattempo Monsieur Le Normant d’Étiolles si incarica di avvertire il nipote che la moglie è destinata al Re e che quindi non faccia storie: il giovane piange, ma si rassegna, ritirandosi nelle sue terre e seguendo la sorte di tutti i mariti delle amanti in carica ai Sovrani di Francia.
Luigi vuole che la sua Reinette sia impeccabile negli usi di corte, sa già quali scogli dovrà superare questa semplice borghese e desidera evitarle ogni critica sulle questioni di etichetta. Versailles è difatti un mondo a parte dove le dame di corte si distinguono, per esempio, per l’andatura a passi piccolissimi, che le fa sembrare tante bamboline che scivolano su lucidi pavimenti. Così Jeanne passa la sua ultima estate da sola, a Étiolles, in campagna, con Voltaire e l’abate Bernis e la figlia Alexandrine, un’estate felice, e mentre riceve le missive d’amore del Re, che è al campo in guerra contro gli inglesi, impara la condotta perfetta, il tratto personalissimo, la nobiltà dei modi e di cuore che la distingueranno d’ora in poi negli anni in cui sarà Jeanne Antoinette, Marchesa di Pompadour.

© Daniela Nutini

Mar 062013
 

di Daniela Nutini

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Luigi XVLuigi XV di Francia era bello.
Addirittura era considerato il più bell’uomo del regno. Scampato alla decimazione di tutta la sua famiglia da parte del morbillo e dell’inetto medico reale Fagon, si salvò perché la sua governante lo nascose. E così succedette al nonno, il Re sole. Ma era ancora troppo piccolo, e Reggente fu Filippo, duca di Orleans, figlio del fratello di suo nonno. Un uomo strano, intelligente e buono, immerso in tutti i vizi, figlio di due strani genitori, l’effeminato Monsieur e la mascolina Madame, la Principessa Palatina.

Filippo amò il suo pupillo: era affettuoso pieno di attenzioni, ma morì presto in seguito ai bagordi, alle donne, al buon cibo, agli eccessi di ogni tipo. Gli successe come reggente il Duca di Borbone, futuro principe di Condè. Anche lui si prese a cuore il real fanciullo, che era un ragazzo affabile, buono, intelligente, afflitto da una timidezza patologica che lo rese sempre simpaticissimo tra gli intimi, seppur duro e scostante nella folla.
La sua infanzia fu di un orfano. A sette anni fu tolto dalle mani della governante e dato in custodia agli uomini. Il piccolo re si attaccò alle gonne di Madame de Ventadour, piangendo disperatamente, ”Maman, maman”.

Poi fu allevato da Re. Latino, storia, matematica, comportamento, astronomia, disegno, incisione e, come manualità, la tipografia. Poi ancora tutta la macchina del governo. Lui cacciava e correva per i boschi con una vitalità che conserverà sempre per tutta la vita.
Era fidanzato con una principessa spagnola che già abitava a corte, ma era una bambina di 5 anni, Luigi 13. Gli erano stati allontanati d’attorno alcuni amici: stava scivolando lungo una china non molto edificante e alle sue domande gli era stato detto che erano stati mandati via ”perché avevano rotto le cancellate del parco”. Lui stette zitto, ma fu poco convinto.

Maria LeszczyńskaUn matrimonio urgeva e dei figli anche: l’Infanta era troppo giovane. Così fu rimandata da suo padre con grande strepito di cancellerie e la scelta cadde sulla polacca Maria Leszczynska, figlia dello spodestato re di Polonia. Aveva vent’anni, non era bella, era povera, era pia, buona, onesta, educata a stare tra la folla, ballava e cantava, era grata alla sua sorte. Il matrimonio si fece e Luigi si innamorò della sua polacca: era felice, allegro, si dava da fare, proteggeva le arti, abbelliva Versailles. Ebbe 10 figli in brevissimo tempo. Maria si lamentava: ”toujiours cocher, toujours accoucher!” Ma anche il Re si stancò. Lei sfiorì e sembrava sua madre. Lui era giovane, bello, con il temperamento ardente dei Borboni.

Presto arrivò tutta una serie di amanti in carica!
Luigi era timido anche in questo: non andò a cercare troppo lontano. Praticamente passò da una sorella all’altra, 5, cominciando da Madame de Mailly, l’unica che lo amò veramente e non chiese nulla per sé, alle altre su sorelle, una per una, ma i maligni dicevano anche due per volta, fino all’ultima, la bellissima duchessa di Chateauroux. Il fatto era che si trovava a suo agio solo con persone che conosceva veramente, ricominciare da capo era per lui una tortura. E così, ecco le sorelle, sebbene l’ultima fosse più difficile: era infatti innamorata del Duca di Agenois, che fu subito spedito lontano. Lei pose delle condizioni onerose, fu spavalda e intrigante tanto che al suo decesso si parlò di veleno.

Alla morte di questa, il posto risultò vacante. Erano state così avide e spinte dai vari partiti dei personaggi di corte, che Luigi cominciò a pensare che forse una parigina, borghese, di quella classe ricca in ascesa, poteva andargli meglio in confronto a tutte quelle aristocratiche che gli si proponevano ora ad ogni piè sospinto. Entra in scena, tempestivamente Jeanne- Antoinette Poisson.
Ma questa è un’altra storia.

© Daniela Nutini

Feb 102013
 

di Daniela Nutini

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Enrico IV di Francia. jpg.Enrico IV di Francia (1553-1610), il Borbone il Bernaese il Re di Navarra, l’uomo dalle mille conversioni, il marito della graziosissima Margot di Valois e poi della ricca mercantessa Maria de Medici, che sale al trono di Francia quasi per caso dopo la morte di tutti i rampolli di Madama Caterina.
Enrico III Valois (1551-1589) viene infatti assassinato e con lui si estingue la sua dinastia. Sul letto di morte, riconosce come successore il Borbone, lontano parente e suo cognato. Lo esorta a farsi cattolico e a pacificare la Francia. Enrico esegue puntualmente le ultime raccomandazioni del morente, si converte. Lui, ugonotto già scampato alla Strage di San Bartolomeo ordita dai suoi parenti: è il pacificatore dello Stato fino a stipulare l’Editto di Nantes che fu la “carta dei privilegi e dei diritti dei protestanti di Francia”, il primo grande atto di tolleranza religiosa del mondo moderno.

Enrico è re ed è amatissimo. Egli è buon estimatore dei consigli di Montaigne, ed i suoi sogni sono la salute dei suoi sudditi e l’amore di tutte le belle donne.
Le Vert Galant, come è soprannominato, è infatti un infaticabile amatore. Divorziato dalla bella Margot e marito di Maria non si risparmia certo: ha amanti in carica, belle e famose che si fanno ritrarre in pose audaci, favorite di passaggio, amori ancillari, e lui vive fra tutte le sue donne come in un harem, occupandosi alacremente dei suoi figli e figlie, sei legittimi e otto naturali.
Ma ora ha cinquantaquattro anni ed è stanco per le tante battaglie sia di guerra, sia d’amore. Si trascura – non è mai stato un modello né di pulizia né di ben vestire –, canta canzoni oscene con i suoi vecchi compagni d’arme, insomma torna ad essere il ragazzo selvatico e malmesso della sua giovinezza in Navarra.
Ecco però che un’ultima storia romantica è in serbo per lui.

Charlotte Marguerite de MontmorencySiamo nel 1608. A corte compare per la prima volta Carlotta de Montmorency (1594-1650), la figlia del Conestabile. Appare nella irresistibile freschezza dei suoi quindici anni, è un frutto bellissimo verso cui si tendono le mani avide di ogni uomo. Lei è fidanzata ad un aitante gentiluomo lorenese di ventisei anni, François de Bassompierre, amico intimo del re, con il quale condivide la passione per la guerra e le donne e il gioco.
Il destino è tuttavia in agguato, e si presenta nel più seducente dei modi: durante una festa in costume di carattere mitologico, il 16 gennaio del 1609, il re incontra Carlotta. Lei è vestita da Diana cacciatrice, coperta appena da veli svolazzanti e corre come una Ninfa. In mano ha un giavellotto e con un gesto birichino lo punta diritto al cuore del re. Enrico ne è trafitto. Da quel momento s’infiamma di una passione travolgente, lui, oramai attempato e con i capelli bianchi, per la splendida quindicenne.

Le sue pazzie non si contano, si profuma, si arriccia barba e baffi come i damerini di corte, ordina abiti sontuosi. Poi fa sfidanzare la ragazza dall’avvenente e ben piantato Bassompierre che riempie il palazzo delle sue grida e delle sue proteste, e la destina al Principe di Condè, bel giovane, ma di cui si mormorano le tendenze particolari. Forse, avrà pensato, con un marito simile mi sarà più facile l’accesso alla bella ritrosa. Intanto, dopo infinite suppliche, ottiene che Carlotta si faccia vedere in camicia, con i capelli sciolti alla finestra della sua camera: è notte e mentre il re la guarda rapito, la ragazza, ritta in piedi tra due ceri, muore dal ridere, “Ma che matto!”, esclama tutta allegra.

La faccenda si complica. Si arriva al matrimonio di Carlotta, mentre tutta la corte, regina Maria compresa, stanno a guardare allibiti. La cosa già prendeva la piega dello scandalo.
Il neo marito Condè si mostra tuttavia meno arrendevole di quanto il sovrano avesse immaginato. Sia che amasse la moglie, sia che tenesse alla propria dignità, scappa con lei al di là dei confini francesi, a Bruxelles prima, feudo degli Asburgo, a Milano poi, dominio della Spagna.
L'uccisione di Enrico IV di FranciaIntanto Enrico ricopre la sua bella di lettere e regali, che lei non respinge. Inviava rubini, preziosi, e poesie scritte da altri. Lui invece in un dispaccio al suo agente di Bruxelles annotava: ”Ho scritto or ora al mio dolce angelo…”. Insomma, era alla disperazione. La rivoleva indietro ad ogni costo e accusava il marito di essere un fuoriuscito pericoloso, il candidato degli spagnoli al trono di Francia. Lei lo incoraggiava da lontano, non le dispiacevano i regali del suo coronato spasimante.
Si arrivò al punto che tra offese, pressioni politiche, minacce, parve quasi che stesse per scoppiare la guerra. Vecchi rancori con la Spagna tornavano a galla. Ci si armava, “et tout cela à cause de Charlotte!”.

Ma una tragedia doveva porre fine a questa commedia d’amore.
Il 14 maggio del 1610 il re è in carrozza per le strade di Parigi, in una viuzza stretta dovette rallentare per un ingorgo al traffico e i valletti della scorta si dispersero nella confusione. Si fa avanti il regicida François Ravaillac: colpisce il re una prima volta al fianco e al suo grido lo finisce con una pugnalata al cuore. Nessuno intorno si rende ben conto dell’accaduto. Il duca di Epernon che è seduto accanto al sovrano e gli stava leggendo un dispaccio impedisce di uccidere l’assassino e grida al popolo: “Il re è soltanto ferito”, mentre la carrozza, di gran carriera, riportava al Louvre solamente il cadavere di Enrico IV di Borbone, re di Francia.

© Daniela Nutini

Nov 122012
 

di Daniela Nutini.

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Niccolò III d’Este è ora insediato stabilmente come marchese di Ferrara, dopo varie lotte per la successione dovute alla sua nascita illegittima. Siamo alla fine del 1300 primi del 1400, e Niccolò governa la sua città con mano ferma, abbellendola, ingrandendo la corte, in quella tradizione fastosa che è sempre stata peculiare di casa d’Este. Niccolò è un libertino, un uomo carnale, tanto da essere coniato per lui il motto burlesco: ”di qua e di là da Po son tutti figli di Niccolò”. È però sposato con Gigliola da Carrara, per suggellare un’alleanza politica. La moglie è scialba, schiva e non gli ha dato figli. Niccolò ha un’amante ufficiale, la bellissima Stella de Tolomei, che gli ha dato vari figli, Ugo, Borso, Lionello e due fanciulle gemelle, ma le sue conquiste amorose sono ancora molteplici .
Quando viene a mancare la moglie, gli occhi inquieti di Niccolò si rivolgono verso la quindicenne Parisina Malatesta, allevata presso lo zio Carlo Malatesta a Rimini. Parisina è colta, allegra, vivace, bionda e graziosa. Si può vedere ancora da una medaglia che la raffigura un viso infantile, dal naso breve, un’aria di allegria, un’eleganza puntigliosa anche nell’acconciatura.
Arriva in una Ferrara dilaniata dalla peste, ma subito si accomoda nel bel palazzo, negli appartamenti di Rigobello, che arreda con gusto semplice e fresco. La corte è rallegrata da questa fanciulla che suona melodie d’amore con la sua piccola arpa fissata al collo con un cordone di seta, che riempie le sale con le sue risate. Anche Niccolò ne è entusiasta. Solo punto oscuro in tanta felicità coniugale è il comportamento di Ugo, primogenito del marchese e suo erede. Ugo è un bel ragazzo, amatissimo dal padre e dai cortigiani. Egli odia la matrigna che ha solo un anno più di lui, la considera usurpatrice del posto che sarebbe spettato alla madre Stella, che intanto languisce in un profondo dolore che presto la porterà alla morte.
Gli anni passano, Parisina dà al marito due figlie e un figlio. È cresciuta, è maturata, la bambina di un tempo è scomparsa. Anche Ugo è fiorito in un uomo forte, dai corti capelli biondi, alla moda dell’epoca. Gioca a palla nel cortile, sotto la Torre di Rigobello e Parisina lo guarda dalle sue finestre: lo ammira, e sente per lui un sentimento che ancora non vuole definire. I due giovani suonano insieme le conchiuse arie trecentesche e Ugo non può fare a meno di accorgersi che la tanto detestata matrigna è solo una giovane e bella ragazza, festosa e sorridente.
Intanto è in progetto un viaggio a Loreto e Niccolò vuole a tutti i costi che il figlio accompagni Parisina per tentare di dissipare la freddezza del figlio verso la matrigna. I due giovani partono in bucintoro, per i fiumi e i canali, attraverso la Romagna, in un paesaggio da sogno. Ma la vicinanza ha un diverso effetto da quello sperato dall’incauto Niccolò: Parisina è bellissima e l’amore tra i due scoppia irruento, una passione troppo a lungo trattenuta.
La relazione continua anche al ritorno a Ferrara, tra mille precauzioni. Ugo si confida con l’amico Aldobrandino Rangoni che lo aiuta nei suoi incontri, mentre Parisina confida il suo segreto a un’ancella. Sarà proprio lei a dare inizio alla tragedia: un giorno, Parisina, in un accesso di collera è arrivata persino a batterla e così, tra le lacrime, ella si lascia sfuggire delle parole che mettono tutti sull’avviso, primo di tutti Zoese, uomo di fiducia del marchese. Niccolò non vuole credere a questa infamia, ma ne è ben presto convinto: ha potuto vedere con i suoi occhi i due giovani insieme, nel letto, attraverso un’apertura nel pavimento del suo studio, sovrastante la camera della moglie.
La sua collera è terribile, li fa arrestare e li condanna in un processo il cui esito è già scontato, malgrado alcuni cortigiani siano venuti, tra le lacrime, ad implorare clemenza. Intanto Parisina, nella sua cella, invoca a gran voce il nome dell’amato, si odono le sue grida disperate che oltrepassano le spesse mura della prigione. Ma entrambi verranno decapitati e la stessa sorte toccherà perfino al fedele amico Aldobrandino Rangoni.
È una tiepida sera di maggio del 1425, Parisina ha vent’anni e Ugo diciannove. Ella è rassegnata e pare che nulla più le importi, ferma i suoi capelli con un velo e poggia la testa sul ceppo, dove prima era già stato giustiziato Ugo.
Niccolò è in preda ad un dolore lancinante. Invoca il figlio perduto, la moglie che ama, e proclama un editto, quasi a voler confermare per tutti i suoi sudditi la sua intima tragedia: tutte le mogli trovate in stato di adulterio dovranno essere decapitate, e, per ironia di una sorte beffarda, la prima a cadere vittima del suo forsennato dolore sarà una sua antica amante.

©Daniela Nutini

Oct 272012
 

di Daniela Nutini

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La vita politica del duca di Richelieu è conosciutissima. Giudico inutile il soffermarci. Meno conosciuti sono alcuni suoi aspetti personali e caratteriali che furono tipici di colui che fondò la politica moderna.
Nato da una modesta famiglia nobile, orfano di padre, fu allevato dalla madre Suzanne de la Porte, per la quale aveva un’adorazione, e dalla nonna, in campagna, fra gli orrori di una guerra civile. Era un ragazzo malaticcio, pensieroso, assai studioso.
A causa dei parti difficili della madre, lui e i suoi fratelli furono danneggiati fisicamente e mentalmente. Una sorella morì pazza. Un suo fratello, eccellente prelato e cardinale di Lione, era soggetto ad occasionali crisi di squilibrio mentale, durante questi accessi indossava abiti cremisi ricamati d’oro e affermava di essere Dio Padre.
Più modestamente Armand si credeva un cavallo, galoppava in camera sua, nitriva e tirava calci ai servi che erano costretti a legarlo a una finta greppia in attesa che la crisi finisse. Allora piombava in un sonno profondo e al risveglio non ricordava nulla. Soffriva inoltre di terribili emicranie ed era preda di crisi di epilessia che secondo Anna Gonzaga de Cleves lo portavano alle soglie della demenza e causavano la sua trasformazione in cavallo.
Il suo carattere fu sempre alterato dalle malattie di cui soffriva e lo portarono ad una crudeltà e ad una spregiudicatezza senza limiti. Soleva dire: ”in materia di delitto di Stato bisogna chiudere le porte alla pietà”. Era debolissimo di salute e soffriva molto fisicamente e questo lo indusse ad esercitare un forte autocontrollo. Abituatosi a disprezzare il proprio dolore, era spietatamente indifferente a quello degli altri, e così adottò quella durezza che fu il tratto principale del suo comportamento.

Si sentiva destinato alla carriera delle armi, la famiglia aveva però il vescovato di Lucon e uno dei ragazzi doveva occuparlo. Alphonse, in un primo momento doveva essere Cavaliere di Malta, ma dato che non aveva mai imparato a nuotare, dovere primo dei Cavalieri, fu insignito del vescovato al quale rinunciò per farsi monaco certosino. Toccò così ad Armand, a diciassette anni. Studiò teologia, barò sui suoi anni per essere consacrato vescovo a Roma, ventisettenne, divenne prediletto di papa Paolo V Borghese, e al suo ritorno a Parigi si fa notare, scrive preziosi libretti per la vita di corte.
Ma è con la morte di Enrico IV che gli si spalancano le porte della gloria. Viene nominato Grande Elemosiniere di Anna d’Austria, la futura regina, comincia così la sua scalata, prima come consigliere di Maria de’ Medici e poi come ministro di Luigi XIII e arbitro dei destini d’Europa. Era un maestro nei doppi, tripli giochi con le grandi potenze europee, era astuto, intelligente, tenace malgrado la sua salute malferma, uno statista dal prodigioso autocontrollo. Patisce quotidianamente di febbriciattole, dolori, emicranie, nevralgie, ciononostante il bilancio della sua giornata è superlativo, la sua capacità di lavoro inesauribile. Soffre di emorroidi e ascessi che gli hanno reso un braccio tutto piagato, e la maledizione di dover dividere il suo tempo con medici e medicine lo demoralizza e lo devasta, tanto da avere anche violenti esplosioni di emozioni, crisi di pianto, nonché i suoi famosi attacchi epilettici.
Non ha avuto amori o forti sentimenti. Si conosce solo la sua devozione a Luigi XIII e alla Francia. Con le due regine con le quali ebbe a che fare, si comportò da astuto galante: suona il liuto con Maria de’ Medici, ai suoi piedi, e la regina scoppia in lacrime a sentire le arie italiane. È consunto, affilato, i baffi alla moschettiera, ha il volto emaciato per le notti insonni, tende la lunga mano bianca per ricevere i baci. La manipola, le toglie i suoi amici italiani, le ruba il figlio e le prepara una triste vecchiaia in esilio.
Con Anna d’Austria è diverso. Ne è quasi innamorato, ma lei lo odia. Il suo matrimonio è sterile perché il re si occupa più dei suoi favoriti che di lei. Al cardinale viene quasi in mente di sostituirsi al marito per dare un Delfino alla Francia. Sennonché ad Anna il cardinale non piace per nulla, autoritario, nervoso violento e padrone dell’anima del marito. A quei tempi era ancora bello, con i baffi e il pizzo ben curati, l’alta, magra persona, i begli occhi malinconici, ma la regina aveva ancora nel cuore il duca di Buckingham, il suo amore, che il cardinale aveva brutalmente interrotto. E il Delfino fu concepito miracolosamente in un monastero in una notte di tempesta. Lei amò però il successore e protetto del cardinale, Mazzarino, il bell’italiano.
Richelieu muore a 57 anni nel 1642. Tutti alla fine lo sfuggirono. “Non ha altri amici – dicevano a Parigi – che il carnefice Laffemas, che esegue le sue condanne a morte”.
Il corpo piagato da ascessi purulenti, trova però il modo di dire: ”voglio che Mazzarino mi succeda”. Come ultimo disperato rimedio viene chiamata una medichessa che gli propina la sua panacea: un elisir a base di urina di cavallo. Così, con il sapore degli escrementi animali in bocca, muore l’arbitro dei destini d’Europa.

©Daniela Nutini

Oct 192012
 

di Daniela Nutini

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Dopo l’annullamento del matrimonio con Giovanni Sforza (1497) – annullamento chiacchieratissimo in tutte le corti italiane, sia per le sue motivazioni, sia per le accuse tremende lanciate dallo Sforza al suocero pontefice Alessandro Borgia –, Lucrezia è di nuovo libera e pronta a nuove nozze. Il matrimonio sarà ovviamente politico: troppo il duca Valentino e il papa tradivano le loro ambizioni per non considerare Lucrezia una semplice pedina nei loro intrighi. La politica del pontefice oscillava tra Casa d’Aragona che regnava a Napoli e il re di Francia che su Napoli aveva delle pretese dinastiche. Figuriamoci come Alessandro VI dovesse destreggiarsi in questi frangenti, tanto più che il Valentino aveva bisogno di un aiuto concreto di truppe e quant’altro per le sue ambizioni personali. Aiuti che non potevano che venire dal re di Francia, che comunque in quel periodo non dava a che vedere nulla delle sue intenzioni. Casa d’Aragona era comunque spagnola e il papa pareva inclinare da quella parte, proprio per le sue origini spagnole. Si risolvette così di dare in moglie Lucrezia ad Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di re Alfonso II di Napoli e di madonna Tuscia Gazzullo. Alfonso era inoltre fratello di Sancha, che aveva sposato il più piccolo di casa Borgia, Jofrè, e viveva abitualmente in Vaticano.
E così inizia per Lucrezia il suo secondo matrimonio. Sarà un matrimonio d’amore. Alfonso ha 19 anni ed è ”l’adolescente più bello che si sia mai visto a Roma”. Per la ventenne Lucrezia, questo ragazzo galante, bello, colto e gentile sarà una folgorazione. I due giovani si amano appassionatamente, il loro è stato un colpo di fulmine. Il matrimonio fu celebrato con gran pompa nell’appartamento Borgia, e così inizia una vita fatta di feste, omaggi, cacce, cavalcate e passione amorosa: i loro sguardi amorosi intenerivano il popolo e i cortigiani canterellavano maliziosi ”piovono baci”.
E questo amore diede il suo frutto nella nascita del piccolo Rodrigo, battezzato così in onore del nonno.
Intorno ai due duchi di Bisceglie – Alfonso aveva avuto il ducato al momento del matrimonio -, nel palazzo di Santa Maria in Portico, si era intanto riunita una corte letteraria composta dagli umanisti più in voga del tempo: Pomponio Leto e i suoi discepoli, il poeta Serafino Aquilano, il Sannazzaro, musicisti provetti, uomini di lettere e di diritto, cardinali e diplomatici. Si era anche riunito un circolo di scontenti, di sostenitori della Spagna e di conseguenza di Napoli, preoccupati della nuova politica filo-francofona del pontefice. Infatti Cesare, partito in grande pompa per la corte di Francia, per sposare l’aragonese Carlotta, era tornato sposato ad un’altra Carlotta, figlia del re di Navarra, e con questo gesto si era legato definitivamente alla Casa di Francia.
Così ora gli Aragonesi non sono più ben visti in Vaticano. Lucrezia ne è terrorizzata, conosce il padre e il fratello, e teme per la sorte dell’amato Alfonso. Il quale, visto l’aria pericolosa che tirava per lui, se ne fugge una notte per Napoli, con pochi bagagli e amici, cercando poi alla disperata di riavere la moglie con sé. Seguono mesi durissimi per Lucrezia, che cerca con ogni mezzo un riavvicinamento tra il papa e il re di Napoli, il quale, incautamente, si fa convincere a rimandare il figlio a Roma, anche per scongiurare quella venuta dei francesi che cercavano di impossessarsi del regno napoletano. L’ultimo tentativo che casa d’Aragona faceva perché il papa tornasse protettore e amico doveva risolversi in un sacrificio.
Troppe erano le congiunture politiche sfavorevoli. Cesare si sente chiamato a grandi imprese, i francesi sono già calati una volta in Italia spezzando la forza sforzesca, e stati e staterelli, feudi papali si sentono minacciati dal Valentino che ha bisogno del re di Francia per le sue imprese. Lucrezia lotta con tutte le armi possibili per avere il favore del padre, fino a tenere presso di sé una fanciulla, giovane e bellissima, che è in quel momento la favorita del papa. Ma Cesare non sopporta più niente di aragonese, perfino vedere il cognato, così bello e dolce, accarezzato e amato dalla sorella, gli pare un affronto insostenibile. Il papa è ora completamente dominato dal figlio. Il destino di Alfonso è segnato.
La sera del 15 luglio 1500, in pieno Anno Santo, Alfonso rientra a casa dopo una cena in Vaticano. È accompagnato dall’amico Tommaso Albanese e da uno staffiere. Sta camminando in Piazza San Pietro quando viene aggredito improvvisamente da alcuni uomini armati. Alfonso, bravo e coraggioso, comincia a difendersi con l’arte della spada dell’eccellente scuola napoletana. Non aspettandosi tale reazione, gli assalitori perdono il loro impeto, riuscendo solo a ferire, seppur gravemente, il giovane duca, mentre lo staffiere invoca soccorso e Albanese copre splendidamente il corpo di Alfonso. Intanto, alle grida, le porte del Vaticano si aprono, e gli assalitori si danno alla fuga. Alfonso viene portato al sicuro.
Si può immaginare da ora in poi lo strazio di Lucrezia. Cura personalmente il marito, che è stato ricoverato in una delle stanze Borgia, la stanza detta “delle Sibille”, con la cognata Sancha al fianco, chiamando i migliori medici, arriva ella stessa a preparare il cibo per l’ammalato su un fornelletto da campo. S’immagina chi è stato il mandante dell’assassinio. Le ritorna in mente il modo della morte del duca di Gandìa, così simile. Alfonso risana lentamente, ma nessuno si fa illusioni sulla sua sorte e tanto meno Lucrezia che concorda con re Federico di farlo partire appena possibile per Napoli, sognando di raggiungerlo ella stessa, per vivere una vita propria nella loro terra di Bisceglie. Ma erano sogni vani, destinati a non durare. Il 18 agosto Cesare, con uno stratagemma, fa allontanare gli amici, la sorella e la cognata dalla stanza di Alfonso. Ed ecco che avanza don Micheletto, l’anima dannata di Cesare. Alfonso si alza in piedi vacillando, in un angosciato tentativo di protesta, in un ultimo gesto di dignità umana, e cade con la mano alzata, come per chiedere grazia per la sua giovinezza.
Per Lucrezia fu uno schianto di orrore. Non ebbe nemmeno il permesso di seguire il modestissimo funerale del marito, sepolto la sera stessa in Santa Maria della Febbre.
Porta un lutto stretto, alla spagnola, angosciata anche per la sorte del figlioletto Rodrigo, legata alla rovina della Casa Aragonese. Le è insoffribile vedere anche il padre, che da parte sua non si capacita di tanto dolore. In quanto a Cesare, appena lo vede, gli getta in faccia amare parole: ”da te, niente mi meraviglia”. Chiede e ottiene di andare a nascondere la sua disperazione nel castello di Nepi da dove scrive agli amici firmandosi “la Infelicissima” e dove copia sul suo libro di ore questo bellissimo verso del Sannazzaro: “per pianto la mia carne si distilla”.
Altri destini si preparano per lei. Tornata in Vaticano, fa pressione sul padre affinché perori la sua causa presso la corte di Ferrara. Lucrezia vuole un porto sicuro, una vita non più legata alle sorti del padre e del fratello, una lontananza dai palazzi del Vaticano dove ha visto uccidere l’amato marito. Ottiene il matrimonio estense e così sarà terminato il tempo di Lucrezia Borgia e inizierà quello, fruttuoso e ammirato da tutti, di Lucrezia, duchessa di Ferrara.

© Daniela Nutini

Sep 152012
 

di Daniela Nutini

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Juan Borgia, figlio prediletto di papa Alessandro VI Borgia, oltre ai possedimenti e al ducato di Gandìa, aveva ereditato alla morte del fratellastro Pedro Luis anche la promessa sposa Maria Enriquez de Luna, cugina del re di Spagna, e con lei la protezione regale spagnola.
Si avviano così le nozze, sontuosissime per volere del papa. Juan ha sedici anni e la fidanzata attende con gioia quello sposo, che arriva bello, ridente, con le mani ricolme di doni. Anche lei ha sedici anni e il padre è don Enrico Enriquez, cugino del re, che qualche mese prima si era fatto un caso di coscienza per la moralità papale, tanto da richiedere una curiosa lettera di esaltazione e giustificazione a favore dei Borgia. Persuaso, don Enrico dette via, a Roma, alle preparazioni cui il papa aveva dato tutto il credito possibile. E sovrintendeva di persona l’allestimento del corredo del figlio: pellicce di lince, zibellino, vaio e broccati, e velluti e rasi, arazzi, argenterie, tappeti, e poi i gioielli come ci informa Gianandrea Boccaccio: perle grossissime, rubini, smeraldi, zaffiri, legati in collane e anelli. Tutto per Juan. Inoltre il padre si preoccupava molto anche del comportamento del figlio affiancandogli don Ginès Furia e Mossen Jayme Pertusa, suoi fidatissimi, con una lista di ordini che avrebbero regolato la vita di Juan una volta sbarcato in Spagna, pena la scomunica se qualcosa non fosse andato per il verso giusto. Il papa conosceva bene gli usi della sua terra natale, ma conosceva anche la sventatezza del figlio amatissimo: troppe infatti le proibizioni di uscire di notte, giocare ai dadi e alle carte, di toccare le rendite del ducato e le esortazioni a comportarsi bene con la sposa. In Spagna ci sarebbe stato poi il vescovo di Oristano, suo parente, a sovraintendere meglio.
Ed ecco che Juan parte, ma lo raggiunge subito, a Civitavecchia, un messaggio del padre che gli intima di curarsi, nella traversata, la carnagione e i capelli, di vestirsi bene e di mettersi i guanti perché la salsedine non avesse a rovinargli le mani, dato che in Spagna si fa gran caso alla loro morbidezza e bianchezza.
Infine, il 24 di agosto 1493, il duca approda a Barcellona, dove l’attendono la sposa col padre. Il matrimonio avviene alla presenza dei reali di Spagna. Gli sposi partirono poi per Valencia e quindi per Gandìa. L’abitazione dove essi vissero, consumando la loro breve e appassionata storia, si può ancora visitare, con la sua nobile scala scoperta, il salone d’armi a travature dipinte e lo stemma dei Borgia col toro e le fasce e a cui fa da contrappunto, nella piccola cappella, lo stemma reale di Maria Enriquez, i castelli di Castiglia e il leone aragonese.
Vi erano stati dissapori tra il padre e Juan, lettere di accuse e di scuse, presunte spese pazze del duca e sue scappate notturne, ma il tutto venne tacitato dall’annuncio che stava per nascere l’erede del Ducato di Gandìa. Qualche anno dopo Juan veniva richiamato in patria dal padre, trovando la morte efferata (1497) che sappiamo, forse per mano del fratello Cesare.
E per lo stesso Cesare si profilò in un primo momento, dopo la riduzione allo stato laicale, l’ipotesi di sposare la vedova del fratello, cosa che fu rigettata con orrore dalla stessa Maria, perfino dalla corte spagnola fu fatto sapere che non ci pensassero nemmeno in Vaticano ad una simile ipotesi.
Maria Enriquez dedicò tutta la sua vita al culto del marito, racchiusa nel suo palazzo di Gandìa, con quelle preghiere ardenti e tristi che accompagnarono i suoi giorni, e alla cura per i figli, i piccoli Juan II e Isabella, una bambina nata probabilmente in assenza del padre e che il giovane duca non poté mai vedere. In quanto a Juan II, ebbe in sorte di tenere alto il nome dei Borgia con il figlio Francesco, consigliere di Carlo V, quarto Generale della Compagnia di Gesù in Spagna, e che poi assurgerà agli onori dell’altare: San Francesco Borgia.
Maria Enriquez rimase comunque sempre in contatto con la famiglia del marito. Fu sempre in corrispondenza con Lucrezia e sappiamo come si scambiassero doni. Quando già era duchessa di Ferrara, Lucrezia ricevette per esempio “due casse, una piena di odori e di oli e l’altra di confezioni di zucchero”, certamente dolci spagnoli pesanti di zucchero e miele, oli di bergamotto e gelsomino, estratti di fiori di arancio, cui ella rispondeva con un dono di un rosario di corallo rosa, per la cognata che si era ritirata in convento alla maggiore età del figlio Juan. E anche don Enrico Enriquez era passato dalla corte di Ferrara, ricevendone magnifici doni, assicurando la duchessa della sua somiglianza con il nipotino Juan. Lo sventurato Juan riviveva nell’amore della moglie e della sorella, uniche testimoni rimaste della sua breve, abbagliante e infelice vita.

© Daniela Nutini

Aug 202012
 

Una delle amanti di papa Alessandro VI nella descrizione di Daniela Nutini.

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Giulia Farnese (1474-1524) era così giovane e splendente che appena arrivata a Roma fu chiamata col nome di Giulia la Bella. Di questa mitica bellezza si era innamorato caldamente l’allora cardinale Rodrigo Borgia – futuro papa Alessandro VI (1431-1503) -, tanto da aprire il suo palazzo alle nozze della fanciulla.
Vediamo chi fossero i protagonisti di questo intrigo amoroso.
Giulia apparteneva alla famiglia Farnese, nobiltà di provincia che darà alla storia il futuro papa Paolo III (1468-1549), che per adesso era solo il protonotario ecclesiastico Alessandro Farnese, fratello maggiore di Giulia. Nel 1489, la giovane aveva sposato in quelle famose nozze patrocinate dal cardinal Rodrigo, Orsino Orsini, figlio di un Orsini di Bassanello e di Adriana Mila, parente dei Borgia. Ma il cardinale Borgia era anche l’amante di Giulia, aiutato in quella conquista proprio da Adriana Mila, sua suocera e madre dello sventurato Orsino.
Come si fosse giunto a questo punto, non si sa. Era uno scandalo che amareggiava i Farnese e gli Orsini, e che pone interrogativi a tutt’oggi, considerando lo spirito tollerante dei tempi e la potenza maestosa e prevaricante del Borgia. In ogni caso, il fatto rimane e le due donne, Giulia, con la figlioletta Laura – avuta nel 1492 -, e Adriana vivevano insieme nel palazzo adiacente al Vaticano, in Santa Maria dei Portici, che con la giovanissima Lucrezia ricevevano visitatori, ambasciate, accoglievano suppliche .

Abbiamo testimonianze della bellezza di Giulia. Una di suo cognato, Lorenzo Pucci, in una lettera al fratello: ”… Madonna Giulia si è ingrassata e fatta bellissima: in mia presenza si scapigliò e si fece acconciare i capelli, i quali gli andavano insino a i piè, ed ha i più belli; e si abbigliò con un cuffione di renza e con una certa rete sottile come fumo con certi profili d’oro… aveva un fodero addosso, alla napoletana… ”. Poi, un ritrattino, poche parole che la dipingono nel suo tipo di bellezza e nei suoi precisi colori, per opera di un dottore apostolico, Jacopo Dragazio, inviato da Cesare Borgia: ”Un colorito bruno, occhi neri, viso rotondo e un certo qual ardore, ornano Giulia”.

Si ebbero episodi stranissimi e quasi esilaranti quando tutte le cancellerie italiane furono messe in moto per recuperare la recalcitrante Giulia che, o per capriccio o per calcolo, si era intestardita a restare con il marito, nel corso di un viaggio che l’aveva dapprima portata a Capodimonte, al capezzale di un fratello morente. L’episodio si inserisce nella prima venuta dei francesi in Italia, fra scaramucce, corteggiamenti di uomini d’arme, focosi diritti maritali, rapimenti, e straordinarie lettere del pontefice a Giulia, allo stesso Orsino, al cardinal Farnese, che reagì per primo a tali imposizioni papali per una sua dignità morale che così a lungo aveva patito della relazione della sorella, lui che sopportava di essere chiamato cardinale della Gonnella o addirittura cardinale Fregnese. Sia come sia, alla fine, tra minacce di scomuniche, preghiere e imposizioni, furore amatorio, lettere stupefacenti ad Adriana Mila, la suocera maneggiona, tutti cedettero, compreso il povero marito oltraggiato, e Giulia, nella sua cavalcata di ritorno verso Roma, ebbe anche la ventura di incappare in un drappello di galanti soldati francesi che ebbero però cura di chiedere un enorme riscatto al pontefice. Che pagò tutto, spazzò via tutti gli impedimenti e alla fine, colei per la quale si erano fatte tante pazzie arrivò a Roma, scortata dai francesi, accolta dal Pontefice vestito da soldato. I cronisti dicono che Giulia passò la notte in Vaticano.

Tuttavia in poco tempo il favore di Giulia verso il pontefice diminuì fino a scomparire e nell’anno del Giubileo, 1500, non era più la favorita ufficiale. Il distacco avvenne per gradi, senza drammi per nessuno e Giulia rimase sempre nella tenerezza del pontefice, che sempre conservava affetto e protezione per donne che aveva amato.
Perdiamo poi di vista la bella Farnese. La ritroviamo a Roma per le nozze della figlia Laura. Era rimasta vedova del disgraziato Orsino, morto per la caduta accidentale di un solaio, mentre dormiva. Giulia però aveva contratto un secondo matrimonio. E da donna accorta e amante della vita era convolata a nozze con Ottaviano Caetani, Signore di Fondi, ricco e “benissimo fornito di ciò che non si vedea”.

© Daniela Nutini

Aug 012012
 

Un articolo di Daniela Nutini sul Duca di Gandia Giovanni Borgia, la sua morte e l’ascesa al potere del fratello Cesare.

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Vannozza Cattanei, madre dei figli di papa Alessandro VI Borgia, al principio dell’estate del 1497 dette un gran convito per i suoi tre figli maschi, insieme ad altri parenti di casa Borgia ed alcuni famigli, in una sua vigna, all’aperto, che possedeva vicino alla chiesa di Santa Maria a Monti a Roma, invitando il figlio Cesare, vescovo di Valenza, Juan, comandante dell’esercito Pontificio, il cardinale Borgia di Monreale e altri intimi. La festa si svolgeva felice e briosa anche grazie alle spacconate del duca di Gandia, al vino che scorreva a fiotti, ai racconti piccanti che si scambiavano i convitati. Ad un tratto, si avvicinò al duca un uomo mascherato, bisbigliandogli qualcosa all’orecchio, ma nessuno se ne dette peso, sussurrandosi l’un l’altro accenni a storie amorose, segrete come tutte le imprese passionali dei gentiluomini. A notte alta, finita la cena, i convitati se ne uscirono a piccoli gruppi. Juan, messosi in arcioni l’uomo mascherato e seguito da un solo palafreniere, si avviò ad un suo convegno, incurante di chi lo consigliava di farsi accompagnare da una scorta armata.
Fu il suo un convegno con la morte.
Per tutto il giorno seguente non si ebbero notizie del giovane duca. La sera fu però trovato il palafreniere, ferito a morte, che non poté parlare. Tutti allora capirono che Juan era perduto: era il 14 giugno 1497.
Le ricerche della Guardia Pontificia continuarono affannose, quando dietro l’indicazione di un barcaiolo, dragando il Tevere, fu incontrato la sera stessa il cadavere del Duca, sfigurato da molteplici ferite, con la gola tagliata, insudiciato il corpo e l’abito dai rifiuti del fiume. Fu portato in Castel Sant’Angelo, lavato, rivestito e restituito alla sua disperante bellezza dei vent’anni e sepolto in quelle stesse ore, al lume delle torce. Il corteo funebre uscì quasi correndo, tra i pianti, i canti e le preghiere, ma soprattutto si elevò l’urlo paterno, l’urlo del pontefice che chiamava il figlio morto. “Juan, Juan “, gridava Alessandro VI, in un parossismo di dolore per il giovane scomparso: e per due giorni non mangiò, non bevve, esprimendo il proprio lacerante lamento con pianti profondissimi.
Le ricerche dell’assassino cominciarono subito. Si seguirono varie piste – mariti gelosi, la famiglia Sforza di Milano, minacciata dalla politica filo-francese del Borgia, gli Orsini –, ma tutto senza risultato. Perché la pista più certa, e questo lo capirono tutti subito, era quella che portava a Cesare Borgia, cardinale di Valenza, fratello dell’ucciso.
Cesare era maggiore di Juan. Era inoltre capace, accorto, buon politico e comandante militare. Era stato destinato alla carriera ecclesiastica, poiché vi era un fratello maggiore Pedro Luis, nato da donna ignota, che aveva su di sé tutte le cariche politiche. Morto Pedro Luis, era tutto passato al cadetto, per il quale il padre aveva come un accecamento di innamorato, ma che era incapace di tali onori, considerando la vita una sola e perpetua festa. Cesare era amatissimo e stimatissimo dal padre, ma Juan era idoleggiato e lui sapeva che quel fratello non solo gli avrebbe impedito ogni conquista, ma avrebbe anche guastato per sé e quindi per la famiglia tutte le occasioni, sciupato piani e possibilità con la sua fatale inettitudine.
Andava tolto di mezzo.
Dopo un po’ di tempo pareva che anche Alessandro VI avesse compreso che il colpevole non potesse essere mai trovato, proprio perché non doveva essere trovato. Le indagini furono sospese. Cesare fu allontanato, malvisto dal pontefice, per poi tornare in Vaticano, fortissimo, quando si accorse che il padre aveva comunque bisogno di lui e del suo ingegno. E nel concistoro del 17 agosto 1498, depose la porpora cardinalizia. Si parlò di farlo sposare proprio con la vedova di Juan, prima cugina del re di Spagna, Maria Enriquez de Luna, già madre di un bimbo del giovane duca assassinato, ma il progetto andò in fumo proprio per l’opposizione spagnola. Il pontefice si rivolse allora alla Francia, verso la quale si stava inclinando anche politicamente. Cesare, alla testa di un corteo fastosissimo – nella sua entrata a Parigi i suoi cavalli erano ferrati d’argento -, cominciò così la sua avventura sposando alla fine una parente del re francese, la graziosissima Carlotta d’Albret. Ebbe da Luigi XII il ducato di Valentinois e assunse così quel nome che fu terrore e gioia per tutta l’Italia di allora: Cesare Borgia, il Duca Valentino.

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