Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

Jun 282014
 

di Daniela Nutini

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Riguardo ai matrimoni nel periodo tardo medievale, abbiamo alcune testimonianze che ci trasmettono come quelle unioni fossero in genere felici. Parliamo ovviamente della borghesia, i matrimoni della nobiltà erano spesso combinati per motivi dinastici e di terre, e molto spesso mandati all’aria con la scusa della parentela, difatti la parentela fino al quarto grado rendeva un matrimonio spiritualmente illegale. E così fabbricando un falso albero genealogico, un uomo poteva liberarsi della moglie, ammesso che fosse in condizioni di pagarsi le spese. Per principi e sovrani vi erano poi dispense papali a volontà, anche se talvolta rimaneggiate se non andavano bene agli interessi del momento. Esemplare il caso di Enrico VIII Tudor con la prima moglie, Caterina di Aragona.

Ma per la borghesia, allora in ascesa, i casi erano ben diversi. Vi sono testimonianze che concordano, per esempio, un anziano funzionario di Parigi (1) scrisse intorno al 1393 un manuale di comportamento per la moglie-bambina, un’orfana, con pagine colme di grande affetto e comprensione, e sappiamo come la giovanissima moglie lo ricambiasse con un tenero amore.

Abbiamo, per continuare, le parole del cavaliere Geoffroy La Tour Landry (1320 ca-1391 ca.) che diceva essere felicemente sposato, poi inconsolabile per la perdita della moglie, e di molti altri (2). E ancora: la scrittrice e poetessa Christine de Pisan (1362-1431 ca.) rimase triste fino alla fine dei suoi giorni per la perdita del marito, teneramente amato, morto nella terribile epidemia di peste del 1402.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Preziosa è la vicenda di Thomas Betson, un mercante inglese di circa quarant’anni, che viveva a Calais. Questi aveva una fidanzata giovanissima, come si usava frequentemente all’epoca, e ne era innamoratissimo. Annoterà nel 1476:

Mia teneramente amata cugina Katherine mi raccomando a te con tutto il cuore… Se tu mangiassi sempre con appetito cosa che ti farebbe diventare presto donna, mi renderesti l’uomo più felice del mondo… Ti prego di portare i miei saluti al mio cavallo e di chiedergli in dono quattro dei suoi anni per crescere più in fretta. E quando tornerò gli darò quattro dei miei anni e quattro focacce da cavallo in compenso. Digli che sono io di pregarlo di questo favore. E l’onnipotente Gesù ti faccia diventare una donna buona… Nella grande Calais il primo giorno di giugno, quando ogni uomo è già andato a pranzo e l’orologio batte le nove e tutta la tua famiglia si metterebbe a chiamarmi dicendo di andare subito a cena… Da parte del tuo fedele cugino e innamorato Thomas Betson. Ti mando questo anello per ricordo.” (3)

Dalla lettera traspare una pace domestica e serena. Più tardi scriverà ancora alla madre di lei:

… ho sognato che Katherine aveva trent’anni e quando mi svegliai desiderai che ne avesse solo venti così il mio desiderio si avverrà prima del mio sogno.” (4)

Poco tempo dopo, Thomas sposò la sua Katherine e sappiamo che ella divenne una moglie amorevole e sollecita. Quando un anno dopo Thomas si ammalò gravemente, Katherine, benché solo sedicenne e in attesa del primo figlio, lo curò con grande affetto e si occupò dei suoi affari con quella competenza che le donne medioevali delle classi superiori apprendevano fin dalla prima infanzia.

Venivano, infatti, tali donne, istruite sulle erbe medicinali e sui massaggi ed era indice di buona cultura sapere giocare a scacchi e a dama, oltre che tirare d’arco. Importante era avere un’infarinatura in materia legale perché spesso la moglie era lasciata a custodire le terre e i commerci del marito, talvolta assente. A tal pro, testimonia una lettera che, nel 1465, Margaret Paston scriveva al marito John:

Mio adorato marito hai fatto bene a parlare con i giudici prima che venissero qui. Se vuoi che io porti avanti il nostro affare, se Dio mi aiuta farò come tu mi consigli… il mio fisico è debole e il mio umore molto basso ma secondo le mia capacità farò ciò che posso e devo per le tue faccende”. (5)

©Daniela Nutini

*****

– 1. a cura di Eileen Power, The Goodman of Paris (Le Ménegier de Paris), Londra 1928.
– 2. La Tour Landry, Livre por l’éducation de mes filles, a cura di A. de Montaiglon, Paris, 1854.
– 3, 4. in Barbara A. Hanawalt, The Wealth of Wives: Women, Law, and Economy in Late Medieval London, Oxford University Press, New York, 2007.
– 5. in Sir John Fenn, Paston Letters, London, 1840.

May 222014
 

di Daniela Nutini

Alla Eccellentissima Donna Adriana De Leyva, monaca professa del Convento delle Francescane Scalze a Madrid.

La Monaca di Monza, di Giuseppe Molteni, 1847

La Monaca di Monza, di Giuseppe Molteni, 1847

Scrivo a voi, cara Sorella, anche se non vi ho mai conosciuta, abbiamo tuttavia lo stesso padre, e da lui abbiamo avuto in sorte lo stesso destino. Nel vostro convento di Madrid avrete sicuramente saputa la storia della mia infelice vita. Ma non voglio che abbiate pensieri troppo severi verso di me. Non mi discolpo certamente con voi: non ho più forza di mentire. E poi a che mi gioverebbe? Non mi aspetto più nulla, ho espiata la mia pena. Solo che… mi siete sorella e donna e siete lontana. Sento che potreste capire quegli impulsi del mio cuore che mi hanno portato alla rovina. Non dico giustificarli, questo mai. Il delitto non si giustifica. Ma capire e comprendere forse per quel richiamo di sangue che ci unisce, ecco, questo lo vorrei da voi.

Non so come sia venuta la vostra vocazione, sorella mia. Se siete felice tra le vostre consorelle nella vostra vita di preghiera. Mi auguro di sì. E faccio voto che il vostro Ordine sia più attento a non esporre giovani suore a troppi contatti con il mondo. Spesso monacate per forza, si troverebbe più pace fra mura riparate che in conventi troppo esposti alle visite inopportune. Per parte mia, lo sapete, per il mio dovere di feudataria, come Contessa di Monza, ero inoltre obbligata a parlare con i miei amministratori. E da lì, maldicenze, obblighi, pettegolezzi, preoccupazioni di denaro, richieste di favori… Che dirvi: ero una ragazza con nessuna esperienza del mondo, come potete ben immaginare. E il mondo, al di là delle mura del convento, mi ha preso. Credevo che fosse quello che sentivo al di là della mia grata, mentre invece non ne era che la parte peggiore.

Divenni monaca a sedici anni. Non mi dispiacque allora. D’altronde nel monastero benedettino di Monza vi vivevo da vario tempo, si trattò solo di cambiare stato. Avevo le mie compagne, le mie amiche, ero cresciuta con loro. Eravamo come sorelle, l’unica famiglia che abbia mai avuto. Eravamo ragazze giovani, allegre. Pur con i nostri doveri monacali, ci scappavano allegre incursioni in cucina di notte, chiacchiere fino a tarda ora nelle celle delle amiche, confidenze, racconti. E che dire quando arrivava una nuova novizia? Era subito subissata di domande sulla sua parentela, le sue amiche, i loro fidanzati, i loro mariti. Tenevamo ora per l’uno, ora per l’altro. Ognuna aveva i suoi favoriti.

E non crediate, sorella mia, che ne avessimo invidia o rancore. Eravamo ragazze e giocavamo. Ci si divertiva, ecco tutto. Come se fossimo in un collegio dal quale presto si sarebbe uscite non tenevamo conto che la nostra clausura fosse perpetua. Confusamente ci pareva che un fatto esterno dovesse sopraggiungere, non sapevamo nemmeno noi cosa. Nei nostri sogni e racconti, le più audaci di noi immaginavano un bel cavaliere che sopraggiungesse e gridasse a tutti “ecco la mia sposa”, portando via la prescelta in arcioni, su di un focoso cavallo. Altre, più realiste, immaginavano interventi di zii cardinali, cugini vescovi che le riconducessero in famiglia, tra feste, cacce e galanti innamorati. Da parte mia coltivavo vagamente il pensiero che mio padre, per qualche sopraggiunta ragione, mi togliesse dal convento, destinandomi un marito per perpetuare la famiglia De Leyva.

Ma erano sogni di ragazzine. E intanto si facevano scherzi alla Superiore Imbersaga – Dio, come era severa, povera donna – e ci si perdeva nell’odore dei gelsomini a primavera.

Velàzquez, Venere allo specchio, 1650 ca.

Velàzquez, Venere allo specchio, 1650 ca.

Poi gli anni passarono. E quei sogni non ci furono più. Ero cresciuta. Ero una buona suora, a detta delle mie superiore. Ed anche a me pareva di esserlo. Recitavo i miei Offici ed esercitavo i miei doveri di feudataria. Debbo dire che questo mi inorgogliva: in fin dei conti ero una aristocratica e le mie compagne non potevano certo vantare le mie origini. Fui anche nominata maestra delle educande che ci venivano affidate dalle migliori famiglie di Monza e di Milano. Facevo del mio meglio ma avevo solo vent’anni: e quelle ragazze mi erano antipatiche. Superbiose, pensavano solo a quando se ne sarebbero andate, ai loro matrimoni, ai belli abiti che le aspettavano. Come dare loro torto? Ma a me, a me non aspettava più nulla. Se guardavo le mie superiore mi si agghiacciava il sangue dallo spavento da tanto che erano vecchie e riscemite a furia di vivere tra quelle quattro mura. Che fossero riscemite mi sembrava palese dal fatto che mi avessero nominata maestra delle educande alla mia età e con la mia inesperienza. Ma ero la feudataria di Monza, Donna Virginia Maria de Leyva, e tanto bastava a quelle vecchie ipocrite.

Per fortuna avevo le mie amiche, Ottavia e Benedetta. Dormivamo insieme spesso, anche se ognuna aveva la sua cella. Ma si era come gattine: ci si stringeva per non patire la solitudine. Ed anche suor Colomba, l’organista. Perché quando suonava mi pareva di essere trasportata in Cielo, un cielo fatto di angeli, di dolci e di carezze. E cantavamo insieme le lodi alla Vergine, con quelle litanie che parevano tanti fiori carnali: ne scorrevamo la corona – Turris eburnea, Virgo benedicta – e quelle parole ce le sussurravamo a vicenda nell’ombra della cappella.

E poi vi era Giuseppe Molteno. Caro Molteno, così devoto e arrendevole. Curava i miei affari e lo chiamavo spesso alla grata. Mi adulava, mi confortava, mi raccontava i pettegolezzi della città, mi faceva ridere. Da lui venni a sapere dei nostri vicini, di Teodoro e di Gian Paolo Osio e della loro madre. Di quanto questi due ragazzi fossero ribaldi e frequentassero le peggiori compagnie di Monza, con i loro “bravi”. Di come Teodoro avesse rapito una ragazza e fosse stato ricercato dagli sbirri – questa avventura fu oggetto di lunghi discorsi e ragionamenti fra noi monache. Una ragazza rapita! Un ratto per amore! Come eravamo sciocche, povere ingenue: ci si contentava di queste briciole di vita elargite come un osso ad un cane e quanti castelli ci si costruiva sopra.

E poi Gian Paolo… Giuseppe Molteno mi narrava di come avesse amicizie potenti a Milano – i Borromeo, i Visconti, i Taverna -, di come avesse accompagnato a Loreto la contessa Taverna, di come collezionasse armi antiche, di come fosse intimo amico del parroco Paolo Arrigone della nostra vicina Chiesa, di come fosse bravo nella danza e nella caccia, di quanto fosse galante…

Caro Molteno! Quando venne ucciso ne provai grande pena. Ne sentii enormemente la mancanza. Gli volevo molto bene. Lo so che al momento del mio processo fui accusata anche di avere amoreggiato con lui, ma non era vero. Anche Gian Paolo mi accusò di questo – ma non vi voglio annoiare con questi atti del processo che voi sicuramente conoscete. Non voglio difendermi da nulla, come vi ho detto: le prove sono quelle che sono e non è a questo che voglio pensare.

E ora vi parlerò di Gian Paolo – Gian Paolo Osio… Prima ancora di conoscerlo lo sognavo. Mi si era cacciato in mente, aveva la mia età e lo sapevo bello. Ed anche io mi vedevo bella nel mio abito nero e con i miei occhi neri ed i capelli che mi facevano onda quando li liberavo dal soggolo. Avevo gli occhi che sembravano due stelle, mi diceva Benedetta. Splendenti come i gioielli della Madonna. E anche la mia pelle era bianca, bianca, di latte…

Fu quella una primavera dolce come il miele. La pianta di gelsomino spandeva il suo odore e nelle notti stellate vedevo di là dal muro la casa degli Osio. Mi figuravo Gian Paolo dietro ogni finestra illuminata. Non sapevo come potesse essere l’intimità di un uomo, il suo spogliarsi, i suoi atti, il suo corpo ma rimanevo inginocchiata alla finestra fino a che l’ultima luce non si spengeva. Allora lo salutavo dentro di me e andavo nel letto, per sognarlo.

Poi, un giorno, ci vedemmo. Rammento il vestito rosso scuro che portava, il piccolo collare bianco che isolava i lineamenti, i suoi capelli castani e rossicci, folti, accomodati in riccioli dal calamistro, i suoi occhi, la sua voce… Ero con Suor Ottavia e come rapita, fuori di me, le sussurrai “Si potrebbe mai vedere la più bella cosa”. Ottavia mi guardò sorpresa ma non disse nulla. Ma doveva esserle rimasta proprio impressa quella frase se dopo tanti anni, al processo, la ripeté davanti a i giudici. “Una cosa più bella”, proprio. Ed era davvero bello Gian Paolo, visto così nel suo giardino, tra il verde delle foglie e tutta la natura in festa, così agile, così aggraziato, con i capelli fulvi come il manto di una volpe che rilucevano sotto il sole.

Anche lui mi volle, subito. Dimenticò quella ragazza per cui si erano fatte tante storie in convento. Cominciò a scrivermi lettere, una dopo l’altra. Me le portava il parroco Arrigone, figuriamoci. Ma ero impaurita, angosciata. La notte piangevo, smaniavo nel mio letto, pregavo tutti i Santi perché mi aiutassero. Mi rammentavo chi ero, dove ero. Ma le altre consorelle, le mie amiche mi incitavano invece, mi parlavano di lui. In fondo cosa avevamo fatto in tutti questi anni se non parlare di amore fra di noi. Ed ora che l’amore era giunto pareva loro che fosse una bella cosa viverlo tutte insieme.

Tiziano, Ritratto di gentiluomo

Tiziano, Ritratto di gentiluomo

Erano arrivati i giorni di Pasqua con le campane, le lunghe preghiere, i crepuscoli che si allungavano. Ero più sfinita che mai. Un giorno Ottavia venne da me, nella mia cella e mi disse che Gian Paolo era in giardino e che andassi con lei a vederlo. Piangendo le risposi che morivo dalla voglia di vederlo, ma che non volevo e che andasse lei a vederlo per me – sapevo che erano le mie ultime, povere resistenze. Che dovevo fare? Avevo vent’anni, ero innamorata e tutto intorno pareva congiurasse per quell’amore. Erano tutti complici per gettarmi tra le braccia di quell’uomo – le mie amiche, i preti, i dolci canti della Chiesa, i fiori del gelsomino sul muricciolo, le rondini nel cielo, i giorni di maggio che stavano per arrivare –, tutti complici per farmi arrendere pur tra i pianti e le lacrime. E allora… per un poco, pensai, un poco solamente. Che per un poco possa anche io essere felice, essere una donna, stringere un uomo tra le braccia. Un poco solamente, un breve barlume di gioia, una fiamma di passione da espiarsi poi in lunghi anni di preghiera.

Ma quanto lunghi e terribili dovessero essere questi anni non lo immaginavo allora. E nemmeno immaginavo quanto a lungo dovesse durare la catena di quell’amore. Una catena fatta di amore e di delitti condivisi per salvare quell’amore. Sembrava fragile quella catena ma gli anelli venivano rinsaldati mano a mano che si rompevano: erano anelli dapprima fatti di gioia e leggerezza, di baci rapidi e di amplessi felici e poi si tramutarono in anelli di vizi nascosti, patti inconfessabili, segreti e morte.

Mi ammalai di sfinimento e tutta l’estate passò in un sonnecchiare affannoso. Mi arrivavano i doni di Gian Paolo – guanti di seta e palle muschiate e dolci e ceste di frutta. Giugno avvampava nel sole al di là della mia finestra. A me sembrava che fosse tutto un andare e venire di lettere, di bisbigli, di corse frettolose e la mia cella era sempre piena di consorelle. D’altronde era sempre stato così: noi monache giovani tutte radunate a sostenerci l’un l’altra e le monache anziane sempre insieme a raccontarsi della loro gioventù e a sparlare di noi.

Con il primo fresco mi alzai, risanata. Magra come ero sembravo una bambina e mi prese la paura che Gian Paolo non mi volesse più. Presi a cospargermi di succo d’uva le ciglia e le sopracciglia per farle più splendenti e a curarmi la pelle delle mani, lo facevano quasi tutte le monache quando c’era qualcuno al parlatorio: erano i trucchi del monastero, si diceva, per renderci più belle anche per il Signore.

Poi… non voglio dirvi nulla che possa darvi inquietudine, cara sorella. Anche se vi so molto avanti negli anni – come me del resto -, non commetterò il peccato di turbarvi intenzionalmente. E poi non è una storia dei fatti, questa è la storia del mio cuore.

Fui presa di lui fino da subito, fino ai capelli. E come fu quel primo inverno! Ancora non erano cadute le illusioni e tutto era fresco, di rugiada. Ci scoprivamo a vicenda, io e Gian Paolo. Avevo creduto che fosse tanto più esperto di mondo e di donne e invece non era vero. Oppure esperto lo era, ma di donne da taverna, di contadine, di cortigiane, e invece noi avevamo la stessa età ed eravamo innamorati. Veniva nel monastero di notte, con chiavi false. Alle volte lo aspettavo nella corte, ma quando fu più freddo restavo nella cella accanto al fuoco. Arrivava, con ancora le neve sulle ciglia. Se la scuoteva di dosso e si cacciava sotto le lenzuola, e mi abbracciava stretta stretta, con il cuore che gli batteva. Anche il mio batteva d’amore, impazzito, e poi restavamo a guardare le stelle dalla finestra o la neve che cadeva e parlavamo, parlavamo fino a sfinirci. Mi portava sempre qualcosa, un frutto, un dolce, un libro e alle volte delle poesie che pretendeva di avere scritto lui stesso.

Presto, dicevo tra me, presto. Presto, stringi tra le mani queste ore, questi giorni, perché presto dovrai dirgli addio. Non può durare ancora, non può. Guardalo ancora, abbraccialo, metti le mani nei suoi capelli, segui con le dita il contorno delle sue sopracciglia, imprimitelo a fuoco nella mente, perché il tempo sta per scadere. Ancora un giorno, un mese , fatemi aspettare ancora un poco, vi prego, ancora un poco perché non ho il cuore per dirgli addio. Fate passare l’inverno che a Pasqua è una anno e allora lo saluterò e pianterò un albero alto davanti alla mia finestra che non possa più guardare la sua casa e le stelle nel cielo…

Intanto la complicità delle consorelle mi era di aiuto. E anche la mia posizione di feudataria, che contribuì ad eleggere una superiora molto poco severa, che sapeva di dovere a me la sua carica. Cominciava a piacermi la mia autorità e la esercitavo. Diventai prepotente: avevo preso l’abitudine di stirare e inamidare con le mie mani i larghi collari dei begli abiti di Gian Paolo – d’altronde molte monache facevano quel lavoro per i loro parenti. Prima raccontai che erano per il nostro comune fratello, Don Luigi, poi no, dissi proprio che erano del mio vicino e che lo facevo per carità verso sua madre che era anziana. Per carità, davvero! Il fatto era che mi piaceva toccare qualcosa di lui, che lo rendesse più bello: mi pareva quasi di mettergli al collo il mio sigillo. E il dirlo apertamente mi inorgogliva come se proclamassi a tutti la verità del mio amore. Lo ostentavo quasi, con un’aria da adolescente borioso e con un sorriso stampato sulle labbra.

Stemma della famiglia Leyva

Stemma della famiglia Leyva

Intanto il tempo passava. Gian Paolo si assentava, anche per lunghi periodi. Aveva i suoi affari da curare, le sue terre, le sue relazioni che non poteva trascurare. E la mia vita allora riprendeva il suo scorrere monotono. Avevo periodi di pentimento e allora erano macerazioni e digiuni e novene e pianti. Ma non pensavo quasi più a lasciarlo. Le altre monache mie amiche parevano accettare il fatto con noncuranza. Se ne parlava come di una storia normale, semplice. Non c’era nulla di male, a quanto sembrava. Bastava essere accorte, prudenti, ecco tutto. E si poteva pregare il Signore con lo stesso fervore di prima.

E poi, quando tornava, che festa! Carico di doni per tutte noi. Era gentile con le mie amiche e stava volentieri in loro compagnia. Ero contenta di questo, che le mie amiche gli piacessero e che lui piacesse a loro. Questo contribuiva a perpetuare l’inganno nel quale vivevamo tutte noi, ora me ne accorgo. Ma allora non ci si pensava: eravamo giovani, sorelle, e la vita ci pulsava dentro. Un paio di notti ebbi anche l’ardire di uscire dal monastero e di andare a casa sua. Mi fece vestire di un bell’abito per la prima volta in vita mia, scarpe rosse con il tacco e i fiocchi, e suonò una gagliarda e mi fece provare a ballare. Bevvi del vino puro e mangiai buone cose mai immaginate. Lui rideva nel vedermi così impacciata. L’adoravo allora, povera ragazza che ero.

La vita del Monastero è scandita da Feste Religiose, da un Anno Liturgico che si ripete sempre uguale, come ben sai, sorella carissima. E questo porta ad una accelerazione degli anni, sembrandoci il tempo sempre uguale, come una ruota che gira incessantemente e rimane sempre allo stesso punto. Questo per dirti che gli anni passavano, così in fretta che quasi non me ne accorgevo. Si era a Natale e da subito dopo era Pasqua e poi le Feste dei Santi e Gian Paolo che andava e che tornava per i suoi affari e la campana che ci scandiva le ore. Cambiavano solo i fiori con cui si ornavano gli altari: solo quelli ci davano un senso dell’alternarsi delle stagioni.

E con il passare del tempo, passavano anche lo stupore e la freschezza: arrivavano le piccole noie, le sordide liti di tutti gli amanti. E arrivavano anche le incomprensioni con le amiche, i loro dispetti, le loro velate parole di ricatto. Silvia, Benedetta, Ottavia, Candida: non sono mai arrivata a capirle del tutto. Loro parlavano fra di loro, sembrava complottassero, erano le mie complici ma anche le mie nemiche, alla fine. E poi le converse, i pettegolezzi delle donne che ci servivano, del mio nuovo amministratore, di tutta Monza: cercavo di scrollarmele di dosso, ma avevo paura.

Vi parlo ora brevemente di mia figlia. Non vi rivelo alcun segreto essendo anche questa parte della mia vita negli atti del processo. Devo essere grata a Gian Paolo anche di questo. Fu un ottimo padre. Si preoccupò di tutto – come potevo infatti farlo io. Ma con una sollecitudine tale da meravigliarmi. Cambiò diverse balie non sembrandogli adatte abbastanza. E se la tenne in casa per lungo tempo, imprudentemente, malgrado le voci malevole che circolavano a Monza. Pensavo che non gli sarebbe importato nulla di una femminuccia e invece mi sbagliavo ancora una volta. Da non credere con che tenerezza la baciasse e la tenesse tra le braccia, e come una volta quando la bambina si ammalò gravemente, corse come un pazzo da Milano e come si arrabbiò con sua madre per non essere stato avvertito in tempo.

Convocò i migliori medici che poté trovare e passò ore al capezzale della bambina. Forse era commosso dalla sua innocenza, da quel suo non avere un posto nel mondo. La battezzò Alma Francesca… Me la mandava spesso, alla grata del monastero. La cullavo, la baciavo, la vezzeggiavo “sei la mia donnina? È vero che se la mia donnina?” ed ero contenta che non fosse bella. A me la mia bellezza non aveva causato altro che dolori. Speravo che lei vivesse una vita quieta e raccolta e paga di quello che il destino poteva offrirle. Le donne brutte sono spesso le più felici: sanno fin da piccole che la vita darà loro poco e nel loro contentarsi trovano una semplice serenità. La amavo, ma la davo per perduta, fino da subito. Seppi in seguito che era stata adottata da una buona famiglia. Anche il mio amore materno mi fu strappato, fino da subito.

Ed ora vengo risolutamente a quello che parte della mia storia che, dagli atti del processo, risulta essere la più strana e incomprensibile. Il fatto cioè che le mie due amiche e complici divenissero col tempo anche esse amanti di Gian Paolo. Se ne fece un gran parlare: i miei giudici non se ne capacitarono. Fui svelta a volgere a mio favore tutta la questione. Dissi che ero stata preda di un maleficio, che quell’uomo mi aveva stregata, che quelle due donne mi odiavano. Insomma, tanta era l’enormità del fatto che prestarono fede a storie di malefizi e stregonerie: come avrei infatti potuto sopportare simili infamie! Ma non era vero: ero stata io.

Tutto mi rammento di quel periodo torbido. Spaventata dal timore di perdere Gian Paolo, avevo sentito mormorare di un ricco matrimonio che si preparava per lui, ebbi l’idea di incatenarlo a me con il lacci del vizio più brutale. Quelle due sciocche mi dettero subito retta: la tresca tra me e Gian Paolo le dominava interamente, ormai. Avevano favorito questo amore per viverlo di seconda mano. Lo avevano protetto, cercavano di conoscerlo nei più intimi particolari nelle incertezze, nelle inquietudini, nei ritorni felici: ora non pareva loro vero di conoscerlo nella loro carne.

Devo anche ammettere che mi invadeva un desiderio, preciso, pungente e che quelle torbide sensazioni mi davano un potere sconosciuto. Non avevo più paura di loro; mi erano sottomesse, come cani. Le disprezzavo, ma mi servivano. La nostra amicizia non esisteva più: erano solo due strumenti per la nostra lussuria, per le gioie crudeli di questo amore… Anche Gian Paolo mi era interamente avvinto ormai. Alle volte sorprendevo in lui uno sguardo di angoscia. Sapevo che mi amava con una furia tormentosa: lo avevo rivelato a se stesso. Accettai questo ulteriore peccato, lo pretesi, intesi assaporarlo fino in fondo, non temevo più ormai che mi lasciasse. Mentre ci addentravamo sempre più nella nostra torbida vita, le nostre nature ne erano stravolte. Sapevo ora che avrebbe arrischiato sempre il tutto e per tutto pur di salvare la nostra relazione, che avrebbe spazzato via qualsiasi ostacolo che vi si fosse frapposto. Il male era diventato un lusso, un fiore appuntato nei capelli, un diamante appeso alla fronte.

Avevo dei rimorsi tuttavia. Non per quello che stavo facendo, ormai ero troppo addentro nella strada del peccato per poterne sentire. Avevo dei rimorsi verso di lui perché lo avevo privato di una vita normale, di un matrimonio, di una casa, di figli legittimi. Lo esponevo sempre al pericolo, ne avevo fatto un bandito, un fuoricasta, a poco a poco lo avevo estraniato dalle sue importanti amicizie, ne avevo pervertito il carattere, impaniato tra le nostre sottane di monache. Sentivo la nostalgia dei primi tempi di questo amore, dei due ragazzi che eravamo, ben lontani da ciò che eravamo diventati.

Ma non potevamo fermarci. Sembrava che intorno a noi si spandesse il lezzo della corruzione. Suor Candida da parte sua era diventata l’amante del parroco Paolo Arrigone. Non mi era mai piaciuto quel prete biondo, con i suoi riccioli e i suoi occhi azzurri: e infatti divenne il mio più implacabile accusatore al processo, mio e di Gian Paolo, che era suo amico. Non me ne meravigliai, però, ognuno cercava di salvare se stesso come meglio poteva, gettando la colpa sui complici. Io, per prima. L’unico che mi difese fino all’ultimo, come poteva, pur nella sua fuga, fu Gian Paolo.

Ma intanto pareva che si corresse tutti verso la disgrazia, con una pervicacia da lasciare fuori di senno. Si lavorava alla nostra rovina. La nostra accortezza era ridotta al minimo, giusto per salvare le apparenze. Tutti sapevano, in convento e fuori. Imprudenze, vanterie ci stavano portando alla rovina. Le chiacchiere si sprecavano. Fu inoltre nominata una superiora che mi era nemica, alla cui elezione non mi potei opporre. Mi viene da pensare che fossimo, tutti noi, complici, talmente disgustati dalla vita che si conduceva, talmente impaniati in una strada che sapevamo senza uscita, da affrettare la fine con le nostre mani, qualsiasi essa fosse.

Come spiegare altrimenti l’assassinio della povera conversa, questo delitto così inutile, così male eseguito. Il padre della Cassina venne poi per cercare la figlia ma gli dissi che era fuggita. Mi guardò con sorpresa e sospetto ma cosa poteva fare? Era un poveruomo e io ero la Signora di Monza. Ma anche a lui era giunte le chiacchiere della gente.

Poi Gian Paolo attentò alla vita del Roncino, farmacista del convento per metterlo a tacere. Sbagliò, come sbagliavamo tutti noi. E fu da lì cominciò la nostra rovina: le inchieste, gli interrogatori, il processo. La fuga di Gian Paolo con Ottavia e Benedetta, attraverso i campi, il suo tentativo di ucciderle. Le odiava, lo sapevo: le accusava di avermi pervertito, di avermi cambiato, dava a loro tutta la colpa, pensava che fossi la loro vittima, non si accorgeva invece di quanto fossimo cambiati tutti noi… So però che si lamentò ”Povera Suor Virginia, dove è andato il vostro onore”. Quando lo seppi ebbi lacrime di tenerezza. Povero Gian Paolo, era proprio da lui preoccuparsi del mio onore a quel punto! Eppure rifiutò di fuggire al sicuro nei territori della Serenissima, forse con l’illusione di potermi essere di aiuto in qualche modo, mentre io lo stavo rinnegando e accusando di mille sortilegi. Sono felice che non l’abbia mai saputo, però fu ucciso nella casa di un amico, Francesco Taverna, dove pensava di essere al sicuro. Intascata la ricca taglia, l’amico fece portare la sua testa a Milano per provare la sua buona fede.

Fui condannata. Me lo aspettavo comunque e devo dire che la condanna fu relativamente mite, visti i capi di accusa. Su quei tredici anni di reclusione orrenda non vi dirò nulla. Il Signore Iddio fu misericordioso con me. Li vissi in uno stupore estatico, dimentica delle ore, dimentica dei giorni, dimentica di tutto. Fu un interminabile presente di storie mai vissute, di visioni, di suoni, ma stranamente non ci fu mai nulla che mi ricordasse la mia vita passata al di fuori di quelle quattro mura.

Cardinale Federigo Borromeo

Cardinale Federigo Borromeo

Sono libera, adesso. E so che è stato per ordine del Cardinale Federigo Borromeo che mi trovo in questo ritiro di Santa Valeria, tra queste penitenti. Questa casa è quanto mai povera e le mie compagne sono ex prostitute. Capisco benissimo l’intenzione del Cardinale: nessuna altra compagnia potrebbero essere più adatta per me. Ma visto il tenore morale delle mie consorelle di Santa Margherita, mi pare di averci guadagnato nel cambio.

Abituata come sono alla solitudine mi dà persino noia, vi confesso sorella mia, l’interessamento del Cardinale per me. Dovete sapere infatti che ho preso a leggere certi libri di cultura religiosa, libri mistici che, quando ero nel convento di Monza, non mi ero mai curata di leggere. Le “Lettere” di Santa Teresa, di Santa Matilde mi fanno ora una compagnia quotidiana: tutti libri che voi certamente conoscete e apprezzate nel vostro monastero di Madrid. Ebbene, le povere recluse che mi sono compagne, meravigliate di questo mio atteggiamento, non hanno trovato di meglio che informarne il Cardinale. Ammetto di essere una specie di celebrità in questa Casa: la Signora di Monza, la Condannata, la Pentita, la famosa Suor Virginia – ma è una celebrità di cui farei volentieri a meno. Infatti il Cardinale si è subito occupato di me, per le medesime ragioni suppongo. Mi scrive, ci incontriamo, parla con me, di sicuro si preoccupa della salute della mia anima, del mio pentimento di cui certo si sente responsabile.

Io sto facendo del mio meglio cara sorella. Non voglio deluderlo. Pentita lo sono, certo: cosa altro potrei essere a questo punto. Alle volte mi chiede delle mie visioni in quella prigione, ma spesso discutiamo dei libri che sto leggendo. Lo sapete che, anche se può sembrarvi strano, non ho mai perso la mia Fede, e così amo discutere dei misteri della Religione nostra che mi danno un conforto mai provato. E forse lo faccio anche troppo bene visto che mi è stato dato l’incarico di scrivere a certe monache della Diocesi per aiutarle nel loro cammino. Così mi ritrovo ancora maestra di educande! Mi viene anche il dubbio che sia tutto un espediente per saggiare la mia vera natura, ma cosa mi importa. Qualsiasi sia la ragione mi trovo a dover compiacere il caro cardinale, come nostro padre prima di lui. E così all’inizio e alla fine della mia vita, due uomini potenti mi dicono come devo essere e cosa debbo fare.

Comunque il Cardinale è un uomo buono. E bisognoso di affetto, anche lui. Ho saputo dalle mie compagne – i pettegolezzi come vedete non hanno mai fine nei nostri ambienti – come abbia speciale predilezione per noi donne peccatrici, ma redente… So che sta proteggendo una ragazza, una prostituta pentita, una specie di bambina, tal Caterina Vannini, senese, che vive anche lei tra le convertite. Anche a lei scrive di continuo e i maldicenti asseriscono che le manda pure scatoline di rose e di viole, tuniche da portare, e che abbia intenzione di farle fare un ritratto e che la chiama la sua “unica“, la sua “piccinina”. Non so se sia vero. Ma sono contenta di essere vecchia. Non vorrei essere la “piccina” di questo Borromeo, così bisognoso di affetto e di attenzioni.

Ora sono a questo punto, cara sorella. Aspetto la morte con una qualche serenità, la prima che abbia provata in tutta la mia vita. Sono felice di avervi potuto scrivere e senza fingere pentimenti ed espiazioni. Non so come ma sono certa della vostra comprensione: ambedue siamo orfane di due tenere madri che non hanno avuto la forza di vivere tra uomini spietati della debolezza femminile.

Mi credevo forte: invece ho deturpato le vite di chi amavo, pervertendole. Se fossi stata solo la causa della mia rovina, sarebbe stato giusto. Ma sono stata la causa della rovina delle mie consorelle, di Gian Paolo, di sua madre, e della sua famiglia che è rimasta spogliata di tutti i suoi beni, di mia figlia, del parroco Arrigone. Ho pure portato alla rovina il Convento di Santa Margherita e tutte altre monache. Sono stata la causa della morte del Molteno e della povera Caterina Cassina, e dell’onta della mia famiglia. Sono stata io la causa di tutto. Avrei invece potuto essere una buona religiosa come indubbiamente voi siete, e la famiglia Osio sarebbe ancora ricca e potente, il mio convento prospero e rispettabile, due persone sarebbero ancora in vita e la mia famiglia non avrebbe avuto di che vergognarsi di me.

Certo, avrei potuto! Solo che, anche adesso che sono vecchia e che tutti coloro che amavo sono morti, anche adesso dopo gli anni terribili della mia prigionia, anche adesso so che se tornassi indietro rifarei le medesime azioni, direi le stesse cose. Perché, vedete sorella mia, il cuore mi batte nel petto quando rammento quella primavera e quei grappoli di glicini, pesanti null’altro che del loro odore. E il chiaro di luna che faceva luccicare i lastroni del cortile e tutta quella festa di vita e le note dell’organo che venivano dalla chiesa, il lieve trillare delle risate delle educande che come passerotti correvano al sole. E Gian Paolo, così bello nel suo abito rosso, con i suoi capelli fulvi sulla fronte, Gian Paolo, ancora così giovane, così ignaro, agile e aggraziato che mi salutava con il suo galante inchino… e tutto intorno vi era una tale emozione di vita da mandarmi come fuori di senno e da farmi esclamare in quell’impeto di amore e di passione: “Mai si è mai potuta vedere cosa più bella!”

Ora ho terminato questa mia storia, cara sorella. Sicuramente non mi aspetto alcuna risposta da parte vostra. Cosa infatti potreste dirmi che io non mi sia già detta. Ma sicuramente sento che le mie parole troveranno una corresponsione nel vostro cuore. Ve le mando per amici fidati. Sappiate che in questi miei ultimi giorni le mie preghiere per voi sono sincere e mi affido alle vostre con fiducioso abbandono

La vostra infelice sorella, vostra in Dio, Suor Maria Virginia de Leyva.

©Daniela Nutini

Oct 012013
 

di Daniela Nutini

Cavalieri di Cristo, Jan van Eyck, 1432, particolare

Cavalieri di Cristo, Jan van Eyck, 1432, particolare

Alla metà del Trecento, in Francia, non esisteva un esercito permanente. In caso di necessità venivano convocati i Gran Signori ed ognuno aveva i propri uomini, pagati con la propria tesoreria, ma in caso di prolungarsi della guerra era inteso che il re dovesse ricompensarli.

In un esercito così strutturato la gerarchia del comando lasciava a desiderare. A parte il re, gli ufficiali permanenti erano costituiti dal connestabile – una specie di capo amministrativo delle forze armate – e due marescialli, per il resto pare che le decisioni militari venissero prese in gruppo, tra i Gran Signori.

Oltretutto c’era il problema delle armi, per cui la battaglia era un appuntamento più o meno fisso data la necessità di indossare l’armatura con tutte le relative cinghie e fibbie. Questa era una lamina di metallo che comprendeva una corazza, un gonnellino di maglia di ferro, bracciali, cosciali e gambiere, il tutto sopra un usbergo o camicia di maglia di metallo e una tunica di cuoio imbottita. Sopra vi era un giustacuore su cui era ricamato lo stemma del cavaliere. Le giunture erano riparate da maglie di metallo, le mani protette da manopole anch’esse di metallo. L’elmo aveva una visiera con viti, e poteva pesare da tre a cinque chili, era oscura e senz’aria. Si danno casi di cavalieri morti di infarto in questa specie di gabbia di tortura.

Il cavaliere montava molto in alto sulla schiena del cavallo con lunghissime staffe. Cominciava a combattere con una lancia per disarcionare l’avversario, poi aveva una spada da reggere con entrambi le mani, e un lungo pugnale. Attaccata alla sella, c’era inoltre una spada più lunga, un’asta fornita di un uncino e una lama ricurva, oltre a una mazza a testa ferrata fornita di punte. Quest’arma era la prediletta di vescovi e abati guerrieri, perché una norma vietava agli ecclesiastici di colpire col filo della spada.

Anche il cavallo era ugualmente difeso. Il cavaliere doveva stare attento a non cadere, impacciato da tutto quel ferro era facilmente catturato prima di riuscire ad alzarsi.

La battaglia prevedeva una carica di cavalleria seguita da un corpo a corpo. Protetto dall’armatura metallica e dall’orgoglio cavalleresco, il nobile si sentiva invulnerabile e invincibile e il suo disprezzo per i soldati a piedi andava aumentando. Balestrieri, arcieri, soldati a piedi non erano considerati. E ciò determinò la prima grande sconfitta francese nella battaglia campale di Crécy (1346).

Si era, dunque, all’inizio della guerra dei Cento anni: Edoardo III rivendicava la corona francese, sua madre era la figlia del re di Francia Filippo il Bello ed inoltre intendeva ottenere la definitiva sovranità della Guiana e della Guascogna che era quanto restava del ducato di Aquitania, che alcune generazioni prima era passato alla corona Inglese.

Era sbarcato per la seconda volta in Francia accompagnato dal quindicenne Edoardo Principe di Galles. Penetrò fino alle porte di Parigi, saccheggiando la Normandia. A questo punto re Filippo VI di Francia promulgò la mobilitazione generale, le truppe vennero raccolte e il 26 agosto del 1346, gli eserciti si scontrarono a Crécy, in Piccardia.

Battaglia di Crecy, 1346

Battaglia di Crecy, 1346

Gli inglesi avevano una buona posizione difensiva sopra una larga collina, da dove il sovrano dava ordini, col sole alle spalle delle quattro del pomeriggio, i francesi l’avevano in faccia. Inoltre le corde dei balestrieri erano bagnate per un improvviso temporale mentre gli inglesi le avevano tenute asciutte. Fu un caos di audacia insensata, errori, sfortuna e senza nessun senso tattico o pianificazione articolata.

I cavalieri francesi si slanciarono travolgendo i loro stessi balestrieri genovesi, mentre quelli inglesi avanzavano preceduti dagli arcieri e picchieri, e da feroci combattenti gallesi. La mischia andò avanti fino a mezzanotte fino a che il re di Francia, Filippo, ferito, fu portato via dal conte di Hainaut, che prendendo la briglia del suo cavallo gli disse: “Sire, non rovinatevi con le vostre mani”.

Morti sul campo di battaglia giacevano migliaia di soldati francesi, i più bei nomi della cavalleria, fra cui re Giovanni di Boemia, il re cieco, il cui cimiero con le tre piume di struzzo e il motto “Ich dien” fu preso dal Principe di Galles e unito poi al suo titolo. Il figlio del re boemo, Giovanni, futuro imperatore, vide bene quello che stava per accadere e si mise in salvo.

Non fu la mancanza di valore a causare la sconfitta, quanto il vantaggio dell’Inghilterra che riusciva a combinare l’azione di arcieri, balestrieri, fanti, con quella dei cavalieri in armatura. L’inseguimento a scopo strategico per distruggere le forze del nemico non era contemplato dal lessico medievale. Evidentemente, sorpreso dalla propria vittoria, Edoardo non cercò di inseguire nessuno.

Nei giorni seguenti seppellirono i loro morti e calcolarono il riscatto dei prigionieri, uno dei moventi meno nobili, ma più redditizi delle guerre dell’epoca. Poi si diressero verso Calais, conquistandola dopo un assedio lungo un anno. Alla fine il sovrano inglese se ne tornò a casa con un nulla di fatto per quanto riguardava la corona, una tregua stipulata, due battaglie vinte e una testa di ponte conquistata, ma con un tale bottino di splendidi oggetti e ricchi riscatti, canti di gloria e fama da riscaldare il sangue di qualsiasi suddito inglese.

© Daniela Nutini

Sep 252013
 

di Daniela Nutini

Cavalieri di Cristo, Jan van Eyck, 1432, particolare

Cavalieri di Cristo, Jan van Eyck, 1432, particolare

La cavalleria fu alimento e vita della cultura di ogni nobile del XIV secolo. Più che un codice di comportamento, la cavalleria era un sistema morale che governava tutta la sua vita. Per poter conciliare la Spada con la Chiesa, grazie all’aiuto dei pensatori benedettini, venne creato un codice che metteva teoricamente la spada del cavaliere al servizio della giustizia, della pietà, della Chiesa, degli orfani e degli oppressi. Ma ben presto si creò un codice tutto suo: l’essere “prode” – una combinazione di coraggio, forza e abilità – era l’elemento essenziale. Vi erano inoltre l’onore e la lealtà, e l’amore cortese. L’amore avrebbe reso il cavaliere più raffinato, cortese, gaio e galante e di conseguenza la società sarebbe risultata più gioiosa. Che questo amore fosse poi in genere rivolto alla moglie di un altro, non turbava minimamente le coscienze dell’epoca.

Vi era inoltre la “liberalità”, cioè una generosità illimitata che doveva contrassegnare il gentiluomo affinché i suoi doni e ospitalità potessero attrarre altri cavalieri a combattere sotto il vessillo, la munificenza del ”Gran Signore”. Magnificata da trovatori e cronisti, questa famosa liberalità portava spesso ad incaute e spensierate bancarotte.

Comunque l’essere prodi non era solo una questione di parole, perché l’esercizio della violenza fisica richiedeva una straordinaria capacità di resistenza. Combattere a cavallo o a piedi con addosso 25 chili di armatura metallica, scontrarsi con un avversario lanciato al galoppo reggendo contemporaneamente una lancia di 5 metri e mezzo – la metà di un palo telefonico –, dare e ricevere colpi con spade e mazze che potevano con un colpo solo amputare un arto in una armatura, passare metà della propria vita in sella con qualunque tempo per giorni di seguito, non era un lavoro per gente gracile.

Inoltre privazioni, paure, dormire poco e con indosso l’armatura, fare la guardia, stare all’erta giorno e notte, provvedere al foraggiamento… insomma, non era facile, né per tutti! Le calorie medie per una vita simile si aggiravano sulle 5000 e il vino ne era una parte essenziale. Infatti, la penitenza più terribile era una dieta di “pane e acqua”, difficilmente sopportata.

La cavalleria era considerata un ordinamento universale che comprendeva tutti i cavalieri cristiani al di là delle nazioni, in quanto si riteneva che fosse mossa da un unico ideale. Si credeva che si dovesse sempre combattere in aiuto dei fratelli e sacrificare la vita sebbene molti fossero mossi più da genuino amore per la lotta che per amore di una causa.

Esempio perfetto fu il cieco re Giovanni I di Boemia: gli piaceva combattere per il gusto di farlo. Difficilmente si lasciava sfuggire una contesa in qualsiasi parte d’Europa e negli intervalli partecipava a tornei tra cavalieri, nel corso di uno dei quali ebbe a subire la ferita che lo rese cieco. Ma la menomazione non lo fece desistere dal combattere. Alleato con Filippo IV di Francia contro gli inglesi, a capo di 500 cavalieri, guerreggiò in lungo e largo per tutta la Piccardia, sempre temerario e in testa a tutti. Nella battaglia di Crecy chiese ai suoi cavalieri di portarlo nel mezzo della mischia per poter combattere di spada. Dodici di loro si legarono con le briglie al cavallo del re e si gettarono nel combattimento: i loro corpi furono poi trovati insieme a quello del re, tutti massacrati.

Premi in un torneo, Codice Manesse

Premi in un torneo, Codice Manesse

Si è parlato di tornei: essi furono l’attività più emozionante, dispendiosa, rovinosa e piacevole delle classi nobili del trecento.

Un torneo poteva durare anche due settimane. Si arrivava perfino ad ottanta partecipanti e poteva essere con armi spuntate oppure ad oltranza, senza limitazioni, nel qual caso molti contendenti potevano restare feriti e anche uccisi.

Il primo giorno si selezionava e si accoppiava i partecipanti, poi vi erano i giorni di riposo con feste e trattenimenti, una festa che richiamava tutto il popolo, mercanti, artigiani, ciarlatani, prostitute, borsaioli. In genere erano presenti un centinaio di cavalieri accompagnati da due gentiluomini a cavallo, un armaiolo e sei servitori in livrea. L’equipaggiamento consisteva in una preziosa armatura con elmo e pennacchio, molto cara, un palafreno, un cavallo da guerra, stendardi, gualdrappe e abiti eleganti. Tutto ciò costava moltissimo, tanto da indebitare il cavaliere stesso, ma dato che chi perdeva doveva cedere tutto il suo equipaggiamento, si sperava così di rifarsi vendendo subito ai mercanti presenti quello che si era conquistato.

Si assisteva comunque a molte bancarotte e i tornei furono denunciati da papi e re sia per l’altissimo costo sia per la violenza e la vanagloria: il tutto invano!

Anche quando San Bernardo tuonò che chi moriva in un torneo sarebbe andato all’Inferno, anche le minacce di scomunica restarono senza effetto.

Il torneo era l’apogeo dell’orgoglio e del diletto della nobiltà del trecento, un compiacimento del proprio valore e della propria bellezza: gli spettatori lussuosamente vestiti, l’ondeggiare delle bandiere, gli squilli di tromba degli araldi, la parata dei torneanti che facevano caracollare e impennare i propri cavalli ingualdrappati, le dame che gettavano sciarpe ai loro beniamini, l’araldo che annunciava i campioni, tutto ciò era una tradizione della cavalleria e in realtà nulla poteva affievolire l’entusiasmo che suscitavano.

Paradossalmente però i tornei furono l’attività più dannosa per la classe nobile, per quella che era la sua specifica funzione militare. Infatti ne assorbiva interessi e capacità, orientandoli verso aspetti formali e di gloria a detrimento della tattica e della strategia del vero combattimento. Le rovinose battaglie perdute della, se pur valorosissima, cavalleria francese in tutto il XIV secolo dimostrò questa teoria: la vanagloria di una bella armatura e la prodezza personale non portò mai vittorie, anzi, da Crecy ad Azincourt fu tutto un susseguirsi di sconfitte per mancanze di tattiche e strategie di guerra, impiegate invece dai loro avversari, sia che fossero inglesi, popolani fiamminghi, oppure guerrieri saraceni.

© Daniela Nutini

Mar 152013
 

di Daniela Nutini

Luigi XV di Francia

Luigi XV di Francia

Luigi XV di Francia era bello.

Addirittura era considerato il più bell’uomo del regno. Scampato alla decimazione di tutta la sua famiglia da parte del morbillo e dell’inetto medico reale Fagon, si salvò perché la sua governante lo nascose. E così succedette al nonno, il Re sole. Ma era ancora troppo piccolo, e Reggente fu Filippo, duca di Orleans, figlio del fratello di suo nonno. Un uomo strano, intelligente e buono, immerso in tutti i vizi, figlio di due strani genitori, l’effeminato Monsieur e la mascolina Madame, la Principessa Palatina.

Filippo amò il suo pupillo: era affettuoso pieno di attenzioni, ma morì presto in seguito ai bagordi, alle donne, al buon cibo, agli eccessi di ogni tipo. Gli successe come reggente il Duca di Borbone, futuro principe di Condè. Anche lui si prese a cuore il real fanciullo, che era un ragazzo affabile, buono, intelligente, afflitto da una timidezza patologica che lo rese sempre simpaticissimo tra gli intimi, seppur duro e scostante nella folla.

La sua infanzia fu di un orfano. A sette anni fu tolto dalle mani della governante e dato in custodia agli uomini. Il piccolo re si attaccò alle gonne di Madame de Ventadour, piangendo disperatamente, ”Maman, maman”.

Poi fu allevato da Re. Latino, storia, matematica, comportamento, astronomia, disegno, incisione e, come manualità, la tipografia. Poi ancora tutta la macchina del governo. Lui cacciava e correva per i boschi con una vitalità che conserverà sempre per tutta la vita.

Era fidanzato con una principessa spagnola che già abitava a corte, ma era una bambina di 5  anni, Luigi 13. Gli erano stati allontanati d’attorno alcuni amici: stava scivolando lungo una china non molto edificante e alle sue domande gli era stato detto che erano stati mandati via ”perché avevano rotto le cancellate del parco”. Lui stette zitto, ma fu poco convinto.

Un matrimonio urgeva e dei figli anche: l’Infanta era troppo giovane. Così fu rimandata da suo padre con grande strepito di cancellerie e la scelta cadde sulla polacca Maria Lescynska, figlia dello spodestato re di Polonia. Aveva vent’anni, non era bella, era povera, era pia, buona, onesta, educata a stare tra la folla, ballava e cantava, era grata alla sua sorte. Il matrimonio si fece e Luigi si innamorò della sua polacca: era felice, allegro, si dava da fare, proteggeva le arti, abbelliva Versailles.  Ebbe 10 figli in brevissimo tempo. Maria si lamentava ”toujiours cocher, toujours accoucher!” Ma anche il Re si stancò. Lei sfiorì e sembrava sua madre. Lui era giovane, bello, con il temperamento ardente dei Borboni.

Presto arrivò tutta una serie di amanti in carica!

Luigi era timido anche in questo: non andò a cercare troppo lontano. Praticamente passò da una sorella all’altra, 5, cominciando da Madame de Mailly, l’unica che lo amò veramente e non chiese nulla per sé, alle altre su sorelle, una per una, ma i maligni dicevano anche due per volta, fino all’ultima, la bellissima duchessa di Chateauroux. Il fatto era che si trovava a suo agio solo con persone che conosceva veramente, ricominciare da capo era per lui una tortura. E così, ecco le sorelle, sebbene l’ultima fosse più difficile: era infatti innamorata del Duca di Agenois, che fu subito spedito lontano. Lei pose delle condizioni onerose, fu spavalda e intrigante tanto che al suo decesso si parlò di veleno.

Alla morte di questa, il posto risultò vacante. Erano state così avide e spinte dai vari partiti dei personaggi di corte, che Luigi cominciò a pensare che forse una parigina, borghese, di quella classe ricca in ascesa, poteva andargli meglio in confronto a tutte quelle aristocratiche che gli si proponevano ora ad ogni piè sospinto. Entra in scena, tempestivamente Jeanne- Antoinette Poisson.

Ma questa è un’altra storia.

© Daniela Nutini

Feb 242013
 

di Daniela Nutini

Cardinale Mazzarino, di Robert Nanteuil, 1659

Cardinale Mazzarino, di Robert Nanteuil, 1659

Si era in tempo di guerra, la Francia combatteva contro la Spagna e l’Impero. La Savoia era invasa dai francesi, mentre la peste – quella ricordata dal Manzoni – stava devastando Milano. Casale Monferrato era teatro di guerra e sarebbe caduta in mano ai francesi se, contro gli ordini precisi di Richelieu, i generali francesi non fossero stati fermati, proprio mentre attaccavano, da un abate a cavallo, che, sventolando da lontano un fazzoletto bianco, gridava, noncurante dei colpi di archibugio, ”la pace, la pace”. Quell’abate caracollante era l’inviato del papa, un meridionale, un giovanotto dai modi simpatici, dai capelli neri. Si chiamava Giulio Mazzarino.

Anna d’Austria aveva avuto la reggenza. Il potere nelle sue mani era troppo. Lo aveva voluto ma le pesava. Le piaceva restare a letto fino a mezzogiorno, farsi vestire con trine e pizze, mangiare cibi succulenti. Ingrassava. Profumi, sete, drappi, merletti, dolciumi: preferiva questo all’esercizio del potere. Anna contava tra i suoi ministri l’avvenente italiano che aveva galoppato a Casale davanti agli archibugi spianati di Crequì, e a cui Richelieu aveva procurato il cappello cardinalizio, raccomandandolo a re. E a lui si affidò.

L’educazione di Giulio Mazzarino era stata pagata dalla famiglia Colonna, di cui suo padre era maggiordomo. Aveva studiato al Collegio Romano dei Gesuiti e alla università di Alcalà, in Spagna, fatto diversi mestieri prima di arrivare ad essere canonico di San Giovanni in Laterano, legato pontificio alla corte di Francia ed infine segretario di Richelieu. Non fu mai ordinato prete, ma secondo i costumi del tempo poté essere cardinale.

Mazzarino era energico, umile, squisitamente addobbato di porpora e merletti, e si trascinava dietro una interminabile coda di seta rossa: i valletti dovevano aspettare che fosse passata tutta prima di richiudere la porta. Assomigliava a Lord Buckingam, grande passione di Anna d’Austria, con il pizzo e lo sguardo pensoso di Richelieu. I suoi grandi occhi neri erano tutto fuoco. Era maestro di buone maniere, scriveva versi, recitava travestito da Pulcinella, aveva letto ed imparato moltissimo, era stato attentissimo agli insegnamenti politici del suo maestro. Quasi fosse un prodigioso commediante era capace di entrare in ogni grande parte e recitarla senza spogliarsi di quello stile plebeo che gli era naturale. Ma il suo colpo da maestro fu di conquistare il cuore della Regina.

Anna aveva quarant’anni ed era bella con i suoi occhi verdi, i suoi abbondanti e ricciuti capelli biondissimi, la sua pelle di un bianco latte e le splendide mani. Aveva avuto un matrimonio poco felice, senza amore e aveva bisogno di sentirsi adorata. Mazzarino, parlava un castigliano perfetto e la regina spagnola era estasiata dal poter conversare nella sua lingua. Lui mostrava di essere sopraffatto dall’amore: umile e devoto, dava l’impressione di sacrificarsi interamente alla causa della sovrana, in quei tempi torbidi della reggenza e della Fronda. La Regina lo amava appassionatamente ”con una passione che fu la follia dei suoi quarant’anni”.

Aveva disprezzato l’amore di un gigante come Richelieu, trovandolo rigido e scostante, invece impazzì per il piccolo italiano. Si parla anche di un matrimonio religioso tra loro, officiato da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo inoltre del loro amore numerose testimonianze ed un carteggio tenerissimo dove si riscontra da parte di lui una dedizione incondizionata, quasi l’amore di un bel paggio per la sua splendente regina.

Cardinale Mazzarino

Cardinale Mazzarino

Ebbe anche una fortuna sfacciata Giulio Mazzarino: poté valersi di condottieri di straordinario valore per porre fine alla lunga guerra contro l’Impero e arrivare a quella pace di Münster così vantaggiosa per la Francia. Il duca di Enghien, nella battaglia di Recroi, sbaragliò tutta l’armata spagnola nei Paesi Bassi e il visconte di Turenne a Lens distrusse l’esercito dell’arciduca Leopoldo, gli tolse tutte le bandiere e centoventi cannoni e marciò su Vienna. Turenne fu il genio militare dell’epoca, secondogenito del duca di Bouillon, gli si aprì la carriera dei cadetti, il destino delle piume e delle cannonate e della morte a cavallo. A tredici anni le prime armi in Olanda, a trentatré in Italia il bastone di maresciallo. Marciò dunque su Vienna, ma i negoziati posero fine a questa guerra: l’imperatore Ferdinando mollò tutto, paragrafo dopo paragrafo, firmando i Trattati di Westfalia con Francia e Svezia, mentre la Spagna continuava una solitaria e noiosa guerra di scaramucce per conto suo.

Mazzarino e Anna avevano così posto fine alla lunga guerra con l’Impero, ma non ebbero modo di riposarsi. Li aspettava la Fronda. Fu un moto di insofferenza un po’ di tutti i ceti e tutte le classi, in un paese stanco di guerra, economicamente esaurito che vedeva Mazzarino arricchirsi con la noncuranza dello straniero e il governo in mano ad una spagnola e ad un napoletano, un letterato avido di denaro, un porporato senza sacramenti.

Il cardinale seppe fronteggiare la tempesta e conservare il regno per il giovane re Luigi: le sue espressioni concilianti, i suoi sorrisi da diplomatico disposto sempre a trattare, celavano la più ferma ed ostinata energia, una fedeltà tenace ai disegni, un lungo sogno di potenza.

Spezzata la volontà e la forza dei nobili francesi e del Parlamento, si aprirono anni di buon governo e di fasto. Mazzarino fece venire da Roma le sue due sorelle, Margherita Martinozzi e Geronima Mancini e i nipoti. Vi erano tre ragazzi e sette ragazze, dette le “Mazzarinette” e “Mancinette, che furono ricevute a corte come vere principesse, divennero compagne di giochi fisse del piccolo re e di suo fratello e la regina si occupò personalmente della loro educazione, trovandole assai graziose.

Per il cardinale erano una carta da giocare nella buona società, con sorvegliati e brillanti matrimoni, che gli avrebbero procurato preziose alleanze: “i Grandi del regno già me le chiedono in spose”, diceva orgoglioso. E le nipoti lo assecondavano perché erano belle, avevano fascino e adoravano la vita mondana. Aggiunse il maresciallo di Villeroy: ”Ecco delle signorine che per ora non sono affatto ricche ma che ben presto avranno bei castelli, buone rendite, pietre preziose, vasellame d’argento e quadri importanti.”

Ma la storia del cardinale, delle Mancinette, delle Mazzarinette, del re e della regina e della piccola Mancini è tutta un’altra storia, tutta da raccontare.

©Daniela Nutini

Dec 182012
 

di Daniela Nutini

Luigi I di Valois-Orléans

Luigi I di Valois-Orléans

Luigi di Turenna era fratello del re di Francia, CarloVI. Erano giovani e desiderosi di governare. Carlo VI a vent’anni aveva congedato gli ingombranti zii reali: non ne poteva di essere sotto tutela, fra lui e il fratello si riteneva capace di regnare. Alto, bello, biondo rappresentava il perfetto re agli occhi del popolo che lo amava moltissimo e che era stanco della rapacità degli zii reali. Tuttavia non era sano di mente, i suoi ricorrenti attacchi di pazzia portarono il regno sull’orlo del disastro.

Luigi era più intelligente e dinamico del sovrano di cui al momento era il presunto erede, a partire dal 1389 rimpiazzò lo zio duca di Borgogna nel Consiglio reale e per il resto della sua breve vita fu destinato a giocare un ruolo di primo piano.

Bell’uomo, amante del piacere, era anche religioso e devoto, solito a ritirarsi per due o tre giorni di fila presso un monastero di celestini, ordine penitenziale che osservava una rigida regola di astinenza e di meditazione sulla eternità. Si diceva di lui che fosse l’unico membro della famiglia reale a capire il latino della diplomazia ma, pur avendo in sé molto dello studioso, era anche appassionato di dadi, tennis e carte, perdendo somme ingenti, con sottoposti e cortigiani.

La sua corte annoverava i più bei nomi di Francia, studiosi e poeti fra cui il famoso Deschamps, sebbene composta anche da frivoli ed elegantissimi giovani dal dubbio coraggio, dalle abitudini equivoche e dalla fede quanto mai incerta.

Era un uomo di ambizione sfrenatissima: con le sue mire diede inizio a una faida che, come si vedrà in seguito, provocò la spaccatura tra Francia e Borgogna, riaprendo la strada agli inglesi.

Verso la fine della sua vita, Luigi di Orleans adottò nel suo abbigliamento un particolare dallo strano significato il “camal”, un cappuccio da chierico, ovvero il Cambien de Mal, che rappresentava tutto il male che veniva compiuto in quei tempi. Luigi aveva una visione tetra del mondo, secondo un verso del tempo era: ”dispiaciuto, quasi amareggiato, eppur bello/ né si capiva di tanta malinconia/ in un uomo dal cuore duro come il ferro”.

Il suo matrimonio con Valentina Visconti, che era anche sua cugina, fece scalpore per la dote immensa che la fanciulla portava, mezzo milione di franchi d’oro, la città di Asti e altri territori piemontesi, e per i festeggiamenti che ne seguirono. Il matrimonio avvenne nel 1389. Valentina era l’ultima figlia rimasta a Gian Galeazzo Visconti, che l’adorava e che se ne andò a Pavia in lacrime per non vederla partire. Ella parlava latino, francese, tedesco, portò i suoi libri, la sua arpa, i suoi Tarocchi, fu scortata da 1300 cavalieri, il suo abito di nozze era ricamato con 2500 perle e cosparso di diamanti, il lusso dell’appartamento nuziale era strabiliante, ma tutto ciò non impedì che la malinconia gettasse le sue ombre sui giovani sposi.

Infatti tra queste due coppie regali – anche Carlo VI si era sposato contemporaneamente con Isabella di Baviera -, così apparentemente felici, stava in agguato la morte e la distruzione. La pazzia del re aumentava e non dava tregua al povero giovane, si giunse al punto che non riconosceva né moglie né figli e voleva vedere solo la cognata Valentina. Non ci volle molto per accusare la Visconti di averlo affatturato con una pozione magica, di cogliere il pretesto per isolarlo, con il consenso del marito, mentre la regina diveniva l’amante di Luigi d’Orleans, oramai proclamato reggente per l’assoluta incapacità del sovrano di decidere alcunché.

Il povero sovrano si lamentava: “Nel nome di Gesù Cristo, se c’è qualcuno che è complice del male di cui soffro, lo scongiuro di smettere di torturarmi e di lasciarmi morire.” I suoi attacchi di follia erano imprevedibili fino a che arrivò ad acquattarsi in un angolo credendo di essere fatto di vetro, oppure di vagare per i corridoi abbaiando come un lupo. Negli intervalli tra un attacco e l’altro, Carlo voleva esercitare la sua funzione, ma non era una situazione che potesse durare. Odi, gelosie, l’ira furibonda di Gian Galeazzo che vedeva la figlia negletta e che mestava politicamente a sfavore della Francia, mettendosi dalla parte del duca di Borgogna e dell’Inghilterra, sempre pronta quest’ultima a rivendicare la corona francese e ora alleata della Borgogna, agitavano uomini e vicende.

Assassinio del Duca d'Orleans

Assassinio del Duca d’Orleans

E si viene all’epilogo di questa storia: Giovanni Senza Paura, succeduto come duca di Borgogna al padre Filippo, si trasformò in un assassino. Nel 1407 assoldò una banda di delinquenti e fece assassinare Luigi d’Orleans in una strada di Parigi, nottetempo. I sicari gli amputarono la mano sinistra con la quale reggeva le briglie, lo disarcionarono e lo colpirono a morte con asce e bastoni, lasciandone il cadavere in un rigagnolo. La scorta non si dimostrò di grande utilità e si diede alla fuga.

Giovanni Senza Paura riuscì a farsi passare per un tirannicida legittimo, accusando Luigi di depravazione, corruzione, stregoneria e altri crimini, e dato che l’immagine di Luigi era associata alle stravaganze, alla magia e alla licenziosità nonché ai suoi gusti dispendiosi, Giovanni di Borgogna riuscì a figurare come difensore del popolo anche perché, con un colpo di genio, si oppose alla riscossione delle tasse.

La regina Isabella passò armi e bagagli dalla parte e nel letto del borgognone, cercando di dargli una legittimità sostanziale. Incominciava così per la Francia il lungo periodo di guerre tra orleanisti, borgognoni e inglesi, e uno Stato del tutto impotente dopo il vuoto di potere lasciato dalla follia del re. Guerre si susseguirono a guerre, fino a quando non venne Giovanna d’Arco che contribuì in modo sostanziale alla rinascita della monarchia francese.

©Daniela Nutini

Nov 272012
 

di Daniela Nutini

Giovanni Borgia, duca di Gandia.

Giovanni Borgia, duca di Gandia.

Juan Borgia, figlio prediletto di papa Alessandro VI Borgia, oltre ai possedimenti e al ducato di Gandìa, aveva ereditato alla morte del fratellastro Pedro Luis anche la promessa sposa Maria Enriquez de Luna, cugina del re di Spagna, e con lei la protezione regale spagnola.

Si avviano così le nozze, sontuosissime per volere del papa. Juan ha sedici anni e la fidanzata attende con gioia quello sposo, che arriva bello, ridente, con le mani ricolme di doni. Anche lei ha sedici anni e il padre è don Enrico Enriquez, cugino del re, che qualche mese prima si era fatto un caso di coscienza per la moralità papale, tanto da richiedere una curiosa lettera  di esaltazione e giustificazione a favore dei Borgia. Persuaso, don Enrico dette via, a Roma, alle preparazioni cui il papa aveva dato tutto il credito possibile.

E sovrintendeva di persona l’allestimento del corredo del figlio: pellicce di lince, zibellino, vaio e broccati, e velluti e rasi, arazzi, argenterie, tappeti, e poi i gioielli come ci informa Gianandrea Boccaccio: perle grossissime, rubini, smeraldi, zaffiri, legati in collane e anelli. Tutto per Juan. Inoltre il padre si preoccupava molto anche del comportamento del figlio affiancandogli don Ginès Furia e Mossen Jayme Pertusa, suoi fidatissimi, con una lista di ordini che avrebbero regolato la vita di Juan una volta sbarcato in Spagna, pena la scomunica se qualcosa non fosse andato per il verso giusto.

Il papa conosceva bene gli usi della sua terra natale, ma conosceva anche la sventatezza del figlio amatissimo: troppe infatti le proibizioni di uscire di notte, giocare ai dadi e alle carte, di toccare le rendite del ducato e le esortazioni a comportarsi bene con la sposa. In Spagna ci sarebbe stato poi il vescovo di Oristano, suo parente, a sovraintendere meglio.

Ed ecco che Juan parte, ma lo raggiunge subito, a Civitavecchia, un messaggio del padre che gli intima di curarsi, nella traversata, la carnagione e i capelli, di vestirsi bene e di mettersi i guanti perché la salsedine non avesse a rovinargli le mani, dato che in Spagna si fa gran caso alla loro morbidezza e bianchezza.

Infine, il 24 di agosto 1493, il duca approda a Barcellona, dove l’attendono la sposa col padre. Il matrimonio avviene alla presenza dei reali di Spagna. Gli sposi partirono poi per Valencia e quindi per Gandìa. L’abitazione dove essi vissero, consumando la loro breve e appassionata storia, si può ancora visitare, con la sua nobile scala scoperta, il salone d’armi a travature dipinte e lo stemma dei Borgia col toro e le fasce e a cui fa da contrappunto, nella piccola cappella, lo stemma reale di Maria Enriquez, i castelli di Castiglia e il leone aragonese.

Vi erano stati dissapori tra il padre e Juan, lettere di accuse e di scuse, presunte  spese pazze del duca e sue scappate notturne, ma il tutto venne tacitato dall’annuncio che stava per nascere l’erede del Ducato di Gandìa. Qualche anno dopo Juan veniva richiamato in patria dal padre, trovando la morte efferata (1497) che sappiamo, forse per mano del fratello Cesare.

E per lo stesso Cesare si profilò in un primo momento, dopo la riduzione allo stato laicale, l’ipotesi di sposare la vedova del fratello, cosa che fu rigettata con orrore dalla stessa Maria, perfino dalla corte spagnola fu fatto sapere che non ci pensassero nemmeno in Vaticano ad una simile ipotesi.

Maria Enriquez dedicò tutta la sua vita al culto del marito, racchiusa nel suo palazzo di Gandìa, con quelle preghiere ardenti e tristi che accompagnarono i suoi giorni, e alla cura per i figli, i piccoli Juan II e Isabella, una bambina nata probabilmente in assenza del padre e che il giovane duca non poté mai vedere. In quanto a Juan II, ebbe in sorte di tenere alto il nome dei Borgia con il figlio Francesco, consigliere di Carlo V, quarto Generale della Compagnia di Gesù in Spagna, e che poi assurgerà agli onori dell’altare: San Francesco Borgia.

Maria Enriquez rimase comunque sempre in contatto con la famiglia del marito. Fu sempre in corrispondenza con Lucrezia e sappiamo come si scambiassero doni. Quando già era duchessa di Ferrara, Lucrezia ricevette per esempio “due casse, una piena di odori e di oli e l’altra di confezioni di zucchero”, certamente dolci spagnoli pesanti di zucchero e miele, oli di bergamotto e gelsomino, estratti di fiori di arancio, cui ella rispondeva con un dono di un rosario di corallo rosa, per la cognata che si era ritirata in convento alla maggiore età del figlio Juan.

Anche don Enrico Enriquez era passato dalla corte di Ferrara, ricevendone magnifici doni, assicurando la duchessa della sua somiglianza con il nipotino Juan. Lo sventurato Juan riviveva nell’amore della moglie e della sorella, uniche testimoni rimaste della sua breve, abbagliante e infelice vita.

© Daniela Nutini

Jan 132010
 

La settimana scorsa ho invitato alcuni amici di Facebook (qua il link) a commentare su un tema che mi sembra attuale, un tema il cui futuro è tutto da scoprire, da inventare, da aggiornare:

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Il web sta modificando il nostro modo di vivere, sta trasformando le nostre letture, sta riformando la nostra struttura culturale, aiutando gli studiosi nelle loro ricerche, agevolando gli alunni nei loro studi…

Tempo fa, parlando con un ricercatore storico, si discuteva sull’uso delle biblioteche e degli archivi pubblici e privati nell’era di internet. Si diceva che tante opere oramai sono a disposizione di tutti, basta entrare in un determinato sito, basta incontrare un link interessante, basta un click per scovare quel materiale che necessitiamo. La Library of Congress, il Progetto Manuzio, Gallica, Google-books e decine di altre istituzioni, stanno digitalizzando migliaia di documenti e di libri.
Dalla loro parte, gli studenti, comodamente seduti a casa, possono trovare ciò che ricercano, senza sforzo, senza dover percorrere chilometri per entrare in una biblioteca, e, nello stesso tempo, chiunque può sfogliare addirittura la Bibbia di Gutenberg, o il Sutra del diamante avendo a diposizione un computer e una connessione alla rete. Solo due fra i tanti esempi che si potrebbero fare.
E allora mi chiedo:

Che cosa ne sarà delle biblioteche pubbliche e private nell’era di internet?
Che ruolo avranno?
Come dovranno evolversi?

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Riporto di seguito le risposte ricevute sino alla data del 13 gennaio 2010 (ore 18:00) su Facebook, e nello stesso tempo invito anche i lettori del blog a esprimere la loro opinione.

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Giuseppe Fraccalvieri: …ne faccio un uso spropositato… sono veramente una salvezza, per certi testi… altrimenti uno sarebbe costretto a fare il giro d’Italia…

Annarita Verzola: Nell’avanzare della tecnologia vedo pro e contro; i vantaggi sono quelli che hai citato tu, le informazioni viaggiano con una rapidità impressionante e possiamo raggiungere risorse in ogni parte del globo. Probabilmente le biblioteche pubbliche dovranno cercare di mettersi al passo con i tempi per permettere ai fruitori di ampliare le loro ricerche. Lo svantaggio, dal mio punto di vista, è la perdita di personalizzazione della ricerca. Per quanto riguarda le biblioteche private, credo e spero possano continuare a mantenere la loro valenza intimo di cultura. Tutto sommato, nessun dispositivo elettronico, nessuna connessione, nessuno scambio di notizie in tempo reale ci darà mai il piacere che regala ai nostri sensi il contatto con un libro: la carta, l’inchiostro, il fruscio, anche un po’ di polvere, perché no?

Gino Tocchetti: In ambito tecnologico, da qualche anno non si discute se archiviare, ma come indicizzare e mappare i contenuti una volta digitalizzati, per facilitarne la ricerca. Capisco che non poter passare le dita sulla carta del libro puo’ provocare nostalgia – per me pure – ma la conquista di una maggiore reperibilita’ dei contenuti e’ una tappa epocale nell’evoluzione delle biblioteche. Gli archivi cartacei prenderanno un ruolo simile a quello dei musei d’arte antica, e in questa direzione si apriranno nuove opportunita’ potenzialmente molto interessanti.

Andrea Bruni: Mi preoccupano le piccole biblioteche, quelle di paese, falcidiate con risibili finanziamenti dai Comuni, in mezzo al silenzio generale…

Susanna Franceschi: Molto interessante il tuo intervento ed in modo particolare per me:la Fondazione che dirigo ha una bibloteca di 15.000 volumi ,di cui molti rari ed introvabili(pure un pò noiosetti,tipo:tutti i discorsi autentici del Cavour al Parlamento risorgimentale dal..al),sto cercando disperatamente aiuti dalle istituzioni per una seria cataloazione ed un proficua manutenzione.
Per ora un silenzio sconcertante

Cristina Galizia: Concordo con Gino: la digitalizzazione è necessaria perché comoda e veloce. Ed è la strada da percorrere: apre tutta una serie di possibilità di studio e di analisi che sul cartaceo sono complicate e lente: penso allo studio delle occorrenze in un testo letterario, all’analisi delle strutture rimiche, alle varianti linguistiche di una parola, all’analisi del contesto d’uso di un termine (tanto per accennare al solo ambito di storia della lingua).
Le biblioteche avranno il ruolo degli attuali musei di arte o archivistica.
Una domanda ora: come avviene la digitalizzazione dei contenuti? Copia anastatica, scanner, riscrittura?
La digitalizzazione, come una qualsiasi fase della trasmissione del sapere, non è esente da errori: i filologi sanno che ogni nuova copia è portatrice almeno di un nuovo errore. E questo per la riscrittura di testi antichi non è per niente un problema irrilevante. Nell’era del digitale, gli errori dell’amanuense?

Emilia Peatini: In estrema sintesi penso che in futuro le Biblioteche non perderanno la loro funzione e potranno essere invece poli culturali che si avvantaggiano della rete per poter comunicare la propria esistenza, documentare i fondi … Nell’era di internet la ricerca in biblioteca si è arricchita nei modi che Gaspare ha già citato molto bene nella sua nota, le opere più famose e consultate sono forse già state
digitalizzate, con un’economia di lavoro per i ricercatori notevole, ma i patrimoni delle nostre Biblioteche credo siano tanto numerosi che perfino i moderni amanuensi digitali avranno tempi simili agli antichi compilatori perchè il patrimonio di conoscenza è oggi assai più vasto. Proprio in questa fase, credo che le Biblioteche, le fondazioni…possano diventare dei centri culturali per promuovere la ricerca assistita, la formazione, la promozione culturale. Se “la nostra realtà è aumentata” come ha ben coniato l’amico Gino Tocchetti, c’è la necessità di vivere in rete ma anche di spazi fisici dove ritrovarci, toccare, consultare le vecchie carte … conoscere i patrimoni non solo librari delle Biblioteche … Concretamente, nella mia città ci sono due Biblioteche Comunali, una di antiche tradizioni con una raccolta di manoscritti, incunaboli, oggetti ed una Sala Studio, frequentata dagli studiosi, dai ricercatori, dagli studenti in tesi…che hanno modo di confrontarsi…ed una più “moderna”, sede di studio e di ritrovo degli studenti. Tanti di loro preferiscono studiare in Biblioteca, piuttosto che a casa …e, dimenticavo, ultima ma non meno importante la Brat, Biblioteca esclusivamente per i più piccoli, con servizio di prestito ed animazioni… No, non credo che l’era digitale significherà il tramonto delle Biblioteche.

Gino Tocchetti: Non sottovaluterei il problema dell’indicizzazione e delle ricerche. Anche se tutto il contenuto di tutte le biblioteche fosse digitalizzato, sappiamo benissimo che la ricerca non sara’ mai cosi’ semplice e veloce. Non mi riesce difficile immaginare che la “biblioteca” di domani (e il bibliotecario) diventi una specie di agenzia (e di specialista), che offre servizi quali mappe, report di sintesi su richiesta, e investigazioni… (che credo sia quello a cui alludeva Emilia, con “ricerca assistita”). Certo, rimane il fatto che il luogo fisico risultera’ sempre tutto da ripensare.

@emilia ti ringrazio, ma il termine “realta’ aumentata” non e’ stato coniato da me: io l’ho mutuato nell’ambito delle reti sociali

Gaspare Armato: Concordo con l’idea di Gino: così come oggi andiamo in certe biblioteche per assaporare un manoscritto o un papiro o un quotidiano del 1800, in un futuro (che di sicuro non sarà il mio) andremo a sfogliare, per esempio, i libri del 1900 e dei primi decenni del 2000, come fossero quadri esposti, opere d’arte d’altri tempi e allora ci sorprenderemo che avevano una copertina, che erano fatti di fogli di carta, che erano rilegati, che avevano elementi che gli e.reader di oggi non hanno (troppo futuro?).
Eppure, non tutto potrà essere messo in rete, qualcosa resterà depositato negli scaffali di quelle istituzioni, pubbliche e private, che conserveranno la nostra memoria storica di esseri umani, e allora alle istituzioni resterà il vecchio valore per il quale sono esistiti ed esisteranno.
Nasceranno di conseguenza nuovi lavori, nuove figure, una fra tutte, l’archivista di rete, esperto, oltre ad archiviare, anche a ricercare, giacché la ricerca, vista l’immensa mole di documenti che sarà mondiale, non sempre sarà facile…
Eppure, in tutto ciò, a mio avviso, le biblioteche di oggi avranno un nuovo compito, il compito da fare da piazze culturali, punti di ritrovo per letture, scambi di idee, visioni di filmati, convegni, dibattiti e via dicendo, dovranno, cioè, essere luoghi di incontro fisico per approfondire argomenti, proporre soluzioni, preparare lavori, e se già lo sono dovranno sforzarsi sempre più avvicinarsi alla gente, magari in centri popolosi, chissà anche nei centri commerciali…

L’argomento è vasto e piacevole…
Grazie a tutti per i vostri interventi, ne sono lusingato.

Gaspare Armato: C’è un libro, sul tema qua proposto, che mi sembra interessante, ed è quello di Antonella Agnoli, “Le piazze del sapere, Biblioteche e libertà”, Ed. Laterza.

Gino Tocchetti: C’e’ una libreria commerciale, in provincia di Treviso, che oggi conta gia’ due sedi credo, che punta sulla forma dei grandi spazi, ad uso espositivo e di vendita (come al solito) e di ricreazione e intrattenimento. L’intento e’ quello di applicare l’approccio dei grandi centri commerciali. Credo che la seconda sede sia proprio nell’ambito di uno di questi mall. Personalmente mi piace l’idea che la libreria (commerciale o no) sia interpretata come luogo da vivere, e non solo come luogo in cui vendere. La presenza di tutti queli libri sulle mensole crea un’atmosfera comfortevole ed ispiratrice – io potrei passare ore tra banche e scaffali – che la digitalizzazione e l’indicizzazione non potrebbero mai replicare, e che anzi potrebbero far perdere.

Biblioteca Tuglie: interessante… la Agnoli sarà in zona molto presto tra l’altro

Gaspare Armato: @Biblioteca Tuglie: sarebbe interessante conoscere il vostro punto di vista, voi che lo vivete in prima persona, che cosa notate di diverso rispetto a 5-7 anni fa, come vi state organizzando, quale sarà lo sviluppo o il cambio?

Ibridamenti Venezia: io adoro le biblioteche, anche se in realtà ci vado quando sono all’estero, perché sono anche un posto dove studiare. Non è solo uan questione di libri da trovare, ma anche di spazi dove leggere e incontrare persone che fanno ricerca su quello che fai tu.

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Aggiornamento:

- Riporto di seguito ulteriori interventi ricevuti su Facebook fino alle ore 22:00 del 5 dicembre 2010.

Pina Bulciolu: Io penso che oggi i giovani specialmente si trovino a loro agio con questo nuovo modo di ricerca che è una fonte inesauribile di nozioni,notizie contemporanee, attuali, storiche,geografiche etc. penso che le biblioteche siano state disertate sopratutto dai più giovani per la necessità di avere tutto e subito. Anche i meno giovani si stanno adeguando al nuovo sistema d’informazione, anche se con maggiore difficoltà. Ora voglio leggere l’articolo della dott.ssa Agnoli.

Rosamaria Guido: Leggerò l’articolo non appena possibile. Intnto ti dico che adoro il digitale per la semplicità di consultazione e manipolazione dei testi,ma, come tutte le persone della nostra generazione resto sempre affascinata dai libro come oggetto capce di evocare sensazioni e suscitare attrazione per un’infinita serie di motivi. Mi pare che La sapienza abbia di recente regalato molti suoi libri o che li abbia addirittura mandati al macero per ragioni di spazio. Ecco, mi piace pensare che il libro resterà sempre un oggetto di antiquariato/modernariato, un oggetto di lusso, da conservare, osservare, preservare dall’incuria del tempo. Intanto gli spazi nelle case private si riducono, i libri pesano e le biblioteche… beh, le biblioteche si ispireranno a Pompei? ;) Io spero seriamente di no.

Elettra Bianchi: Gaspare, grazie innanzitutto per il tag e complimenti ad Andrea Bruni per il commento che condivido particolarmente. A proposito del libro di Antonella Agnoli, sebbene non l’abbia letto, tuttavia penso che sia di grande interesse e originalità per le proposte che l’autrice avanza, almeno per quanto si evince dalla recensione di Stefano Salis, apparsa sulla Domenica del Sole 24 Ore del 31 maggio dello scorso anno. Mi piace l’idea di liberarci dallo stereoptipo della biblioteca come tempio del sapere, austera, architettonicamente classica, per aprirci all’idea della biblioteca come piazza non solo per i lettori ma per i cittadini. Nell’articolo si precisa infatti che “il vero patrimonio fondamentale che una biblioteca deve gelosamene conservare e anzi sviluppare sono le persone che la vivono”.

Emanuela Vacca: grazie infinite,argomento di grandissimo interesse ma io faccio parte della vecchia guardia e il piacere fisico che provo nel toccare la carta,antica e moderna,è per me elemento irrinunciabile e fondamentale.

Pina Bulciolu: Grazie Gaspare per il tag,ho letto l’articolo della dott.ssa Agnoli e ti dico che condivido in pieno quanto lei ,assai meglio di me, dice e scrive. Certo è che tutti ci rendiamo conto della differenza che passa fra una nazione e l’altra anche nell’interesse dei polititici alla cultura, al patrimonio artistico,agli incentivi per i giovani che non si sentono piùspronati e stimolati ad interessarsi a cose che per la maggior parte passa in secondo piano.Si sentono abbandonati ed i loro interessi passano in fondo allecose più importanti come quelle così bene elencate dalla dott.ssa. Mi auguro che i tempi cambino e che si faccia buon uso delle scoperte tecnologiche e che prevalga sempre il buon senso e l’intelligenza per dare la precedenza alle giuste cause.

Marialuisa Toraldo: ecco Emanuela ha detto tutto: mai cesseranno di esistere le biblioteche finchè qualcuno sentirà il fascino dello sfogliare un libro. Di contro penso che internet abbia il grande merito di avere divulgato la cultura. Non tutti possono permettersi di andare in biblioteca (magari vivono in un paesino sperduto)… A me personalmente piace la ricerca via internet per l’immediatezza della notizia che cerco. Conviveranno amabilmente biblioteche e internet :-)

Rosalia de Vecchi: come sempre, ogni “novità” presenta aspetti contrastanti, e quelli relativi all’interessante argomento che ci proponi sono stati ben individuati e messi in evidenza dai pareri dei partecipanti alla discussione, pareri che peraltro condivido pienamente; ma c’è una cosa che io penso sia da tener presente, non soltanto per ciò che riguarda “il futuro delle biblioteche nell’era di internet” ma per i molti aspetti della vita umana: l’importanza di una lucidità della scelta, che fa dell’uomo un essere libero quando, usando una cosa o l’altra, egli ha la consapevolezza di quello di cui sta godendo e quello cui invece sta rinunciando; per questo mi auguro che la “comodità” di internet non stenda un velo d’oblio sul “caldo odore” delle biblioteche!

Emanuela Vacca: non temere Rosalia!finchè ci saranno persone come te,Marieluise,me e tanti altri il libro non morirà….il “piacere” della lettura è troppo insito al tatto oltre che la vista..

Patrizia Di Vincenz Filiputti: IO HO DUE NIPOTINI MOLTO TECNOLOGICI , NELLA LORO VITA E’ NORMALISSIMO L’USO DEL COMPIUTER PER QUALSIASI CONSULTAZIONE , MA GLI VIENE INSEGNATA LA LETTURA DEI LIBRI , LEGGONO REGOLARMENTE ! CREDO SIA NECESSARIA L’EDUCAZIONE AD USARE TUTTO !

Sergio Zanfrini: Ciao Rino, anch’io concordo con Emanuela e sono un avido frequentatore di biblioteche cartacee: passo tutta la mia giornata lavorativa davanti ad uno schermo e la pagina di un libro per me diventa un piacevole relax. Ma allo stesso tempo non potrei vivere senza internet, senza leggere la stampa sudamericana, quella francese e talvolta anche quella nordamericana, ed è grazie alla rete delle reti se dopo quasi vent’anni di assenza dalla Polonia non ho del tutto dimenticato quel poco che sapevo di quella splendida e poetica lingua.

Daniela Nutini: E poi , vuoi mettere leggere a letto?

Elena Bittasi: Grazie del tag, Gaspare. Occupandomi di ricerca musicologica e storico-letteraria, non posso fare a meno di constatare quanto gli strumenti messi a disposizione online abbiano enormemente facilitato il lavoro dello studioso, liberandolo da problemi logistici che spesso rendono lo studio una sequela di peripezie. Online molte utili risorse sono gratuite, consultabili 24 ore su 24, senza restrizioni nel numero di volumi da visionare, senza vincoli per la riproduzione ai fini di studio. Mi sono trovata a sfogliare virtualmente libri conservati in una biblioteca canadese perchè era più comodo che accedervi a poche decine di chilometri da casa. Certo in molti casi non si può prescindere dall’esame autoptico di un testo, ma non sarebbe meglio snellire le procedure di accesso ai documenti in modo che siano rispettose della loro integrità, della buona organizzazione del servizio, ma anche degli studiosi? Anche qui, purtroppo, è un problema di risorse non facilmente risolvibile… Ben vengano, quindi, questi preziosi strumenti informatici!


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Sep 252009
 

di Daniela Nutini

Clemente V

Clemente V

Il Trecento fu un secolo “destinato” alla sventura, segnato da calamità naturali e dalle terribili azioni dell’uomo. Fin dai primissimi anni calò un clima gelido che dette vita a sofferenze a non finire. Il Mar Baltico gelò due volte. Seguirono periodi di freddo fuori stagione e tempeste. Era l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione che terminò, secondo alcuni autori, nel ‘700: le coltivazioni sparirono dalla Groenlandia e dalla Islanda, il grano dalla Scandinavia, si ebbero ripetute carestie, piogge incessanti che fecero marcire i raccolti. Si aggiunse poi un’altra calamità non meno spaventosa per le conseguenze che ebbe il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e da lì lo scadimento morale della Chiesa.

In seguito allo scontro tra autorità temporale e autorità papale, tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si ebbe, alla morte del papa, l’elezione di un Pontefice francese, Clemente V – ricordiamo che Benedetto XI governò solo per circa otto mesi -, che non andò a Roma a prendere possesso della Santa Sede. I maligni dissero che la ragione fosse la sua amante francese, la bella contessa del Perigord, figlia del conte di Foix. In ogni caso, Clemente si stabilì ad Avignone, in Provenza, in quel tempo feudo del Regno di Napoli e di Sicilia, ma comunque nel raggio della sfera francese: egli doveva al sovrano francese la sua elezione al Soglio Pontificio.

Si ebbero così sei papi francesi che fecero di Avignone uno stato eminentemente temporale, di grande attrazione culturale certamente, oltre che di illimitata simonia, vale a dire traffico di compra-vendita delle cariche, a tal punto che tutto era in vendita, le indulgenze, tasse sulle crociate, regali, doni, scomuniche revocate, dispense per matrimoni, per legittimare i figli, con tariffe fissate anche per commercio con gli infedeli e nomine pagate di ecclesiasti giovanissimi. Le banche italiane prosperavano.

Fu costruito frattanto, a più riprese, l’immenso palazzo papale di Avignone, sovrastante il Rodano, un enorme edificio in forma di fortezza, intorno a cortili interni, con spalti dello spessore di tre metri e mezzo, strani camini piramidali, saloni per banchetti, giardini, uffici, cappelle con finestre a rosoni, aprendosi sulla pubblica piazza da dove uscivano i cardinali ”ricchi, arroganti e rapaci”, a sentire il Petrarca, con lo sfarzo dei rispettivi seguiti. Nel palazzo era tutto un brulicare di persone, famigli, parenti, postulanti, ecclesiastici, il complesso dei cerimonieri di corte sembra si aggirasse sulle 400 persone.

Il palazzo stesso era lussuosissimo con i pavimenti decorati. Clemente VI, che amava il lusso e aveva 1800 pelli di ermellino per il proprio guardaroba, fece venire a decorare le pareti Matteo Giovannetti della scuola di Simone Martini. Le quattro pareti dello studio del papa erano interamente affrescate con scene di caccia al cervo, con giardini, frutteti e con un gruppo di ambigui bagnanti nudi. Niente di religioso, quindi. Si banchettava in piatti d’oro e d’argento, vi erano arazzi fiamminghi e tappezzerie di seta, si mangiavano le fragole con forchettine di cristallo.

Filippo IV di Francia, detto il Bello

Filippo IV di Francia, detto il Bello

Tutti i benpensanti stigmatizzavano tale andazzo di cose, ma inutilmente. Si elevavano grida di indignazione da tutte le parti. Il Petrarca nel 1340 scriveva: ”vivo tra prelati coperti d’oro, masticanti oro”. Tanti speculavano intorno a questo stato di cose: re, banchieri, governanti. La credibilità della Chiesa sprofondava e anche lo stesso clero tralignava, si udivano lamenti da parte di vescovi probi sul fatto che il clero vestiva come i laici a scacchi rossi e verdi, con corpetti succinti, maniche larghe per far vedere pellicce e sete, lunghissimi cappucci e lunghissime scarpe a punta, pietre preziose e capelli fino alle spalle e barbe lunghe e curate. La corruzione si propagò dappertutto.

La permanenza del papa ad Avignone aiutò inoltre Filippo il Bello a provocare la caduta rovinosa dei Templari.

Mai crollo fu più totale e spettacolare. Re Filippo, avendo esaurito ogni altra sorgente di fondi, pensò di impadronirsi delle immense ricchezze dei Cavalieri, servendosi dell’appoggio del papa ad Avignone. Costoro, esenti dalle tasse, avevano accumulato ricchezze ingentissime facendo anche i banchieri per la Santa Sede, prestando denaro a tasso bassissimo. Furono anche danneggiati dalla loro segretezza, dal vivere come un’enclave virtualmente autonoma, che attirava odi, pettegolezzi, sospetti.

Con un balzo felino, Filippo s’impadronì del Tempio di Parigi e fece arrestare tutti i membri in una sola notte, di sorpresa. L’accusa era eresia, dalla quale era impossibile salvarsi. Torture a non finire fecero confessare anche l’inconfessabile. L’Ordine venne soppresso da papa Clemente V e alla fine ci fu la morte sul rogo del Gran Maestro, Jacques de Molay, che era stato amico personale del re e padrino di sua figlia. Costui mandò una maledizione di morte allo stesso sovrano e al papa – morirono nel giro di un anno -, e alla dinastia del re. Ciò si avverò: i tre figli del re decedettero a breve distanza, al trono salì un parente. Più tragico fu il destino della figlia del sovrano, data in moglie al reggente d’Inghilterra.

Con l’inaridirsi della dinastia, furono così aperte le porte alla rivendicazione inglese sulla corona francese che dette inizio alla Guerra dei Cent’anni, che devastò la Francia e l’Europa in generale, oltre alla nascita delle compagnie di ventura. Venne poi la Peste Nera, immane flagello, che si presentò in varie ondate e decimò la popolazione europea, e a finire lo Scisma di Occidente con il seguente raddoppio della simonia, delle varie discussioni, delle violente battaglie.

©Daniela Nutini

Aug 232009
 

di Daniela Nutini

Pietro Bembo, ritratto da  Raffaello Sanzio, 1504

Pietro Bembo, ritratto da Raffaello Sanzio, 1504

Pietro Bembo è a Ostellato, nel ducato estense, ospite del raffinato poeta e umanista Ercole Strozzi, pubblico funzionario della corte ferrarese, latinista. Il Bembo, veneziano, ha 32 anni, splendidi: di bell’aspetto, abile nel maneggio delle armi, nel cavalcare, preceduto da una fama di conoscitore dell’animo umano, di una eleganza e vivezza spirituali tutte sue, invitatissimo nelle Corti Rinascimentali dove era riconosciuto, senza contrasti, principe degli umanisti di Italia.

È appena uscito da una sua storia d’amore con la gentildonna veneziana Maria Savorgnan che gli aveva ispirato lettere appassionate e ardite, ”Amatemi, amatemi, mille volte amatemi”, “Vi piaccia di amarmi un poco più che non fare”. L’amore del Bembo e di Maria era durato un anno, finendo senza reciprochi contrasti ed il delicato umanista si confida con l’amico Strozzi, una particolare simpatia lo lega in una complicità letteraria al cortigiano estense che adesso lo ospita e veglia sul suo soggiorno e che sta per offrirgli una inaspettata sorpresa d’amore. Lo Strozzi ha infatti libero accesso alle stanze della duchessa di Ferrara, a lei ha parlato del veneziano, il figlio di Bernardo Bembo, ambasciatore della serenissima e  ha magnificato le doti dell’amico, accendendone la curiosità.

E così, in un giorno di Ottobre, in quel rifugio meditativo di Ostellato, ecco presentarsi Lucrezia, la Duchessa di Ferrara, la Borgia. Lucrezia arriva con i suoi vent’anni, le sue vesti colorate, i suoi capelli biondi e leggeri, la sua esilità di pittura gotica, con le sue donzelle ridenti, i suoi musici, i suoi smeraldi, le sue perle.

Arriva, ed il bel cavaliere è subito conquistato. Subito ne parla all’amico Strozzi, tesse le lodi di Lucrezia, ne è ammaliato. Ed anche Lucrezia risponde fervorosa a questo amore, lei che “non è superstiziosa di nulla“ come afferma il Bembo, lei che scrive di suo pugno l’indirizzo dell’amato in una lettera cancelleresca,  lei che gli manda bigliettini spagnoli e trascrive per lui una cobla di Lopez de Esuniga: ”Yo pienso si me muriese… que todo el mundo quedase sin amar”.

Presunto ritratto di Lucrezia Borgia, Bartolomeo Veneto, 1520 ca.

Presunto ritratto di Lucrezia Borgia, Bartolomeo Veneto, 1520 ca.

Lucrezia è alla sua seconda stagione di amore. La prima, con il dolce marito aragonese, fu troncata brutalmente dall’omicidio compiuto dal fratello Cesare che assassinò il giovane cognato in un intrigo fatto di torbidi desideri e accuse politiche. Ed ora si abbandona tutta a questo nuovo sentimento, pur con la cautela che le convenienze impongono.

Il Bembo le fa dono di una bella sfera di cristallo, accompagnata da un sonetto in lingua italiana, va e viene da Venezia e Ferrara, partecipa alle feste dell’inverno ducale, conversa con Ercole Strozzi su questioni di lingua latina e italiana, guida le letture delle duchessa, è, come sempre, ornamento di quella corte fastosa, amatissimo dal vecchio Duca Ercole.

Si intrecciano così giorni su giorni e continua la vicenda d’amore. A fine Giugno Lucrezia fa coniare una medaglia su cui era incisa una fiamma e l’umanista veneziano conia il motto latino da incidere come divisa: “Est animum”, consuma l’anima. Per ringraziarlo la duchessa gli fece avere una sua ciocca di capelli, quella che ancora oggi si ammira nella biblioteca di Milano da cui Byron si vantò di averne sottratti alcuni fili dorati. Il Bembo è ancora a Ferrara e alla sua partenza le fa giungere una lettera, “Io parto, o dolcissima vita mia”, lettera che come le altre sono arrivate per lunghi giri allo Strozzi che fa da intermediario.

Ma si addensano nubi: Alfonso d’Este, il marito di Lucrezia comincia a sospettare qualcosa dell’intrigo amoroso. Alfonso non ha mai amato Ercole Strozzi, si occupa di lettere quel tanto che basta ad un principe del rinascimento e non ha quindi una particolare predilezione per gli umanisti di cui si circonda il vecchio Duca. Poi ecco, ad un tratto muore il Papa, Alessandro VI, il padre di Lucrezia. Lei ne è schiantata, annientata, assiste anche alla rovina della sua casata, non può essere consolata da nessuno. Pietro Bembo lo sa, lo intuisce. Sa che questo amore è alla fine, che gli ardenti giorni di Ostellato sono  lontani. Ora le parole sono di rimpianto, di dolcezze. A lei la dedica degli Asolani, la sua più compiuta fatica, ragionamenti e versi d’amore.

Morirà poi anche il vecchio Duca Ercole e Lucrezia sarà realmente al potere al fianco di Alfonso, più prigioniera ancora in questa sua dignità. Alfonso osteggia il Bembo come e dove può, non lo invita, gli fa capire di non essere più gradito. I due amanti sanno che tra poco non sarà più nemmeno concesso loro di vedersi, dopo il loro ultimo incontro nel viaggio che il Bembo compie a Roma, a capo di una ambasceria veneziana.

Non si vedranno in effetti mai più. Ed anche le loro lettere cesseranno. Pietro Bembo fu alla corte di Urbino e poi a Roma, segretario in fluentissimo di Leone X e infine cardinale, e quale magnifico cardinale, potentissimo, ed ammirato da tutte le corti. Anche da quella corte di Ferrara ove ora Alfonso gli mandava a dire che venisse il tempo che voleva. Anche Lucrezia scriveva e ripeteva le offerte del marito ma entrambi lo capivano che non si sarebbero mai più rivisti. Ai perfetti amanti di una volta doveva parere insoffribile il pensiero di rincontrarsi non più raggianti della tenerezza amorosa della gioventù.

Lucrezia muore, ancora giovane, con l’abito di terziaria francescana. Pietro Bembo continuò la sua ascesa politica e letteraria in quella Roma, fastosa e sfavillante, ebbe altri amori, ebbe dei figli, assurse alla gloria, ma rileggendo la dedica dei suoi Asolani si sarà rammentato “la bella treccia simile ad oro” e “le ciglia d ‘ebano”, e  “le morbide guance”, e “l’agile piede che si abbandonava al ritmo della danza”, come ebbe a scrivere molti anni addietro, affascinato e ammaliato dalla “sua Duchessa”, Lucrezia Borgia, Signora di Ferrara.

©Daniela Nutini

Jul 312009
 

di Daniela Nutini

Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella Disputa di Santa Caterina del Pinturicchio

Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella Disputa di Santa Caterina del Pinturicchio

Nella primavera del 1513 arrivava a Ferrara, Prospero Colonna, famoso capitano e con un alto grado nell’esercito spagnolo-pontificio, oltre che eminente figura della Casata dei Colonna. Per Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, il bel profilo del signore romano doveva evocare una massa di ricordi, dolci e tristi al medesimo tempo. Il Colonna aveva protetto la fuga di Alfonso d’Este da Marino, l’anno precedente, ma era stato anche colui che aveva difeso Alfonso di Bisceglie, fuggente da Roma, aiutato Sancia d’Aragona nei tempi terribili della catastrofe borgiana, e accompagnato il Valentino verso la Spagna, nel suo ultimo disperato viaggio.

Tanti ricordi commuovevano la duchessa mentre correvano nei boschi di Belfiore e più  tardi al convito, in casa Constabili, improvvisato in ventiquattrore, con due tavole, quella ducale e quella dei cancellieri. Oltre a Lucrezia e al Colonna, che le sedeva accanto, vi erano Angela Borgia, cugina della duchessa, e Cesare Fieramosca, fratello del famoso Ettore, Diana d’Este e – scrivo i nomi per curiosità  di cronista – il Feruffini, Eleonora Pio, una Constabili,  Jeronima Bonaciolo, Elisabetta dall’Ara, damigelle di Lucrezia e molti altri, cancellieri e nobili minori addetti agli uffici di corte.

Si era di venerdì e si mangiò di magro, mostrando di essere una corte tutta cattolica. Furono cantati salmi a voce bassa mentre arrivavano gli antipasti: insalate di lattughine, di capperi, di asparagi, gamberi grossi, marzapani, pignoccate, cannelli ripiene di crema e sfogliate, con un più rinfrescante Moscatello. Smessi i salmi e dato fiato alle viole, ai liuti e alle cornette, furono portati il lesso di luccio, di storione, di rane e grosse anguille di Comacchio in salsa verde e il fritto di lucci, di tinche, di carpioni guarnito da limoni, arance e olive. Poi una zuppa all’ungherese e ravioli in attesa dei piatti forti, accompagnati dal più corposo Trebbiano. Lucci coperti di gelatina, storioni di fiume, arrosto in gratella, tortelli alla lombarda e anguille, al sugo o allo spiedo. Seguivano le robuste vivande, piatti di uova ripiene, frittate semplici o miste, castagne lesse nel latte, frittelle di riso, frappe fritte, ostriche e frutti di mare di ogni specie. Sicuramente non c’era da rimanere affamati dopo tanto ben di Dio. Si arrivò poi alla frutta, pere, mele, uva passa, insieme a lattemiele con cialdoni e vinelli frizzanti e dolci, infine girava l’acqua di rose per le mani. Gli ultimi discorsi si tenevano gustando le invenzioni del confettiere – di Mastro Vincenzo, come dicevano le dame golose -: marmellate, gelatine di frutta, conserve, canditi, mandorle e nocciole pralinate.

Banchetto rinascimentale

Banchetto rinascimentale

Era stato un convito superbo e con un’apparecchiatura d’argento massiccio “apparato degnissimo”, come ebbe a scrivere un corrispondente. La lista delle vivande circolava tra i cortigiani, con i nomi dei partecipanti e anche alle tavole dei cancellieri che erano coloro che a quei tempi facevano la cosiddetta opinione pubblica e che non tralasciavano occasione per diffondere a palazzo e nelle altre corti ogni manifestazione della splendida e lussuosa vita di corte degli Este di  Ferrara.

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Note:

- Alfonso di Bisceglie, della casa degli Aragona di Napoli, era stato il secondo, amatissimo, marito di Lucrezia. Fu ucciso dal duca Valentino nel capovolgimento delle alleanze dei Borgia a favore del Re di Francia.

- Sancia d’Aragona era la sorella di Alfonso di Boscaglie. Spostata con l’ultimo figlio del papa Juffrè, donna di mille estri e mattane, si salvò dalla catastrofe borgiana.

- Il Valentino, Cesare Borgia, fratello di Lucrezia, ebbe una fine misera e ingloriosa alla morte di Alessandro VI. L’unica di tutta una famiglia che ebbe una sorte onorata e sicura fu appunto Lucrezia, moglie del duca Alfonso d’Este.

©Daniela Nutini

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(aggiornamento in data 05 maggio 2014)

Nota dell’autrice dell’articolo:
Il convito in questione fu dato in onore di Prospero Colonna, capitano dell’esercito pontificio- spagnolo. Si è nel 1513. Tutte le informazioni di questo periodo sulla corte estense si possono trovare nella relazione quasi quotidiana di Bernardino de’ Prosperi ad Isabella d’Este, a Mantova. I dispacci si trovano sia all’archivio di Mantova che a quello di Ferrara. Le notizie sono state prese da testi di Maria Bellonci e di Genevieve Chastenet.

Jun 102009
 

di Daniela Nutini

Giovanni Borgia, duca di Gandia.

Giovanni Borgia, duca di Gandia.

Vannozza Cattanei, madre dei figli di papa Alessandro VI Borgia, al principio dell’estate del 1497 dette un gran convito per i suoi tre figli maschi, insieme ad altri parenti di casa Borgia ed alcuni famigli, in una sua vigna, all’aperto, che possedeva vicino alla chiesa di Santa Maria a Monti a Roma, invitando il figlio Cesare, vescovo di Valenza, Juan, comandante dell’esercito Pontificio, il cardinale Borgia di Monreale e altri intimi. La festa si svolgeva felice e briosa anche grazie alle spacconate del duca di Gandia, al vino che scorreva a fiotti, ai racconti piccanti che si scambiavano i convitati. Si avvicinò ad un tratto al duca un uomo mascherato, bisbigliandogli qualcosa all’orecchio, ma nessuno se ne dette peso, sussurrandosi l’un l’altro accenni a storie amorose, segrete come tutte le imprese passionali dei gentiluomini. A notte alta, finita la cena, i convitati se ne uscirono a piccoli gruppi. Juan, messosi in arcioni l’uomo mascherato e seguito da un solo palafreniere, si avviò ad un suo convegno, incurante di chi lo consigliava di farsi accompagnare da una scorta armata.

Fu il suo un convegno con la morte.

Per tutto il giorno seguente non si ebbero notizie del giovane duca. La sera fu però trovato il palafreniere, ferito a morte, che non poté parlare. Tutti allora capirono che Juan era perduto: era il 14 giugno 1497.

Le ricerche della Guardia Pontificia continuarono affannose, quando dietro l’indicazione di un barcaiolo, dragando il Tevere, fu incontrato la sera stessa il cadavere del Duca, sfigurato da molteplici ferite, con la gola tagliata, insudiciato il corpo e l’abito dai rifiuti del fiume. Fu portato in Castel Sant’Angelo, lavato, rivestito e restituito alla sua disperante bellezza dei vent’anni e sepolto in quelle stesse ore, al lume delle torce. Il corteo funebre uscì quasi correndo, tra i pianti, i canti e le preghiere, ma soprattutto si elevò l’urlo paterno, l’urlo del pontefice che chiamava il figlio morto. “Juan, Juan “, gridava Alessandro VI, in un parossismo di dolore per il giovane scomparso: e per due giorni non mangiò, non bevve, esprimendo il proprio lacerante lamento con pianti profondissimi.

Le ricerche dell’assassino cominciarono subito. Si seguirono varie piste – mariti gelosi, la famiglia Sforza di Milano, minacciata dalla politica filo-francese del Borgia, gli Orsini –, ma tutto senza risultato. Perché la pista più certa, e questo lo capirono tutti subito, era quella che portava a Cesare Borgia, cardinale di Valenza, fratello dell’ucciso.

Cesare era maggiore di Juan. Era inoltre capace, accorto, buon politico e comandante militare. Era stato destinato alla carriera ecclesiastica, poiché vi era un fratello maggiore Pedro Luis, nato da donna ignota, che aveva su di sé tutte le cariche politiche. Morto Pedro Luis, era tutto passato al cadetto, per il quale il padre aveva come un accecamento di innamorato, ma che era  incapace di tali onori, considerando la vita una sola e perpetua festa. Cesare era amatissimo e stimatissimo dal padre, ma Juan era idoleggiato e lui sapeva che quel fratello non solo gli avrebbe impedito ogni conquista, ma avrebbe anche guastato per sé e quindi per la famiglia tutte le occasioni, sciupato piani e possibilità con la sua fatale inettitudine.

Andava tolto di mezzo.

Dopo un po’ di tempo pareva che anche Alessandro VI avesse compreso che il colpevole non potesse essere mai trovato, proprio perché non doveva essere trovato. Le indagini furono sospese. Cesare fu allontanato, malvisto dal pontefice, per poi tornare in Vaticano, fortissimo, quando si accorse che il padre aveva comunque bisogno di lui e del suo ingegno. E nel concistoro del 17 agosto 1498, depose la porpora cardinalizia. Si parlò di farlo sposare proprio con la vedova di Juan, prima cugina del re di Spagna, Maria Enriquez de Luna, già madre di un bimbo del giovane duca assassinato, ma il progetto andò in fumo proprio per l’opposizione spagnola. Il pontefice si rivolse allora alla Francia, verso la quale si stava inclinando anche politicamente. Cesare, alla testa di un corteo fastosissimo – nella sua entrata a Parigi i suoi cavalli erano ferrati d’argento -, cominciò così la sua avventura sposando alla fine una parente del re francese, la graziosissima Carlotta d’Albret. Ebbe da Luigi XII il ducato di Valentinois e assunse così quel nome che fu terrore e gioia per tutta l’Italia di allora: Cesare Borgia, il Duca Valentino.

©Daniela Nutini

Feb 262009
 

di Daniela Nutini

Enrico IV di Francia.

Enrico IV di Francia.

Enrico IV di Francia (1553-1610), il Borbone il Bernaese il Re di Navarra, l’uomo dalle mille conversioni, il marito della graziosissima Margot di Valois e poi della ricca mercantessa Maria de Medici, che sale al trono di Francia quasi per caso dopo la morte di tutti i rampolli di Madama Caterina.

Enrico III Valois viene infatti assassinato e con lui si estingue la sua dinastia. Egli, sul letto di morte, riconosce come successore il Borbone, lontano parente e suo cognato. Lo esorta a farsi cattolico e a pacificare la Francia. Enrico esegue puntualmente le ultime raccomandazioni del morente, si converte, lui, ugonotto già scampato alla strage di San Bartolomeo ordita dai suoi parenti: è il pacificatore dello Stato fino a stipulare l’Editto di Nantes che fu la “carta dei privilegi e dei diritti dei protestanti di Francia”, il primo grande atto di tolleranza religiosa del mondo moderno.

Enrico è re ed è amatissimo. Egli è buon estimatore dei consigli di Montaigne, ed i suoi sogni sono la salute dei suoi sudditi e l’amore di tutte le belle donne.

Le Vert Galant, come è soprannominato, è infatti un infaticabile amatore. Divorziato dalla bella Margot e marito di Maria non si risparmia certo: ha amanti in carica, belle e famose che si fanno ritrarre in pose audaci, favorite di passaggio, amori ancillari e lui vive fra tutte le sue donne come in un harem, occupandosi alacremente dei suoi figli e figlie, sei legittimi e otto naturali.

Ma ora ha cinquantaquattro anni ed è stanco per le tante battaglie sia di guerra, sia d’amore. Si trascura – non è mai stato un modello né di pulizia né di ben vestire –, canta canzoni oscene con i suoi vecchi compagni d’arme, insomma torna ad essere il ragazzo selvatico e malmesso della sua giovinezza in Navarra.

Ecco però che un’ultima storia romantica è in serbo per lui.

Siamo nel 1608. A corte compare per la prima volta Carlotta de Montmorency (1594-1650), la figlia del Conestabile. Appare nella irresistibile freschezza dei suoi quindici anni, è un frutto bellissimo verso cui si tendono le mani avide di ogni uomo. Lei è fidanzata ad un aitante gentiluomo lorenese di ventisei anni, Francois de Bassompierre, amico intimo del re, con il quale condivide la passione per la guerra e le donne e il gioco.

Il destino è tuttavia in agguato, e si presenta nel più seducente dei modi: durante una festa in costume di carattere mitologico, il 16 gennaio del 1609, il re incontra Carlotta. Lei è vestita da Diana cacciatrice, coperta appena da veli svolazzanti e corre come una Ninfa. In mano ha un giavellotto e con un gesto birichino lo punta diritto al cuore del Re. Enrico ne è trafitto. Da quel momento s’infiamma di una passione travolgente, lui, oramai attempato e con i capelli bianchi, per la splendida quindicenne.

Le sue pazzie non si contano, si profuma, si arriccia barba e baffi come i damerini di corte, ordina abiti sontuosi. Poi fa sfidanzare la ragazza dall’avvenente e ben piantato Bassompierre che riempie il palazzo delle sue grida e delle sue proteste, e la destina al Principe di Condè, bel giovane, ma di cui si mormorano le tendenze particolari. Forse, avrà pensato, con un marito simile mi sarà più facile l’accesso alla bella ritrosa. Intanto, dopo infinite suppliche, ottiene che Carlotta si faccia vedere in camicia, con i capelli sciolti alla finestra della sua camera: è notte e mentre il re la guarda rapito, la ragazza, ritta in piedi tra due ceri, muore dal ridere, “Ma che matto!”, esclama tutta allegra.

La faccenda si complica. Si arriva al matrimonio di Carlotta, mentre tutta la corte, regina Maria compresa, stanno a guardare allibiti. La cosa già prendeva la piega dello scandalo.

Il neo marito Condè si mostra tuttavia meno arrendevole di quanto il sovrano avesse immaginato. Sia che amasse la moglie, sia che tenesse alla propria dignità, scappa con lei al di là dei confini francesi, a Bruxelles prima, feudo degli Asburgo, a Milano poi, dominio della Spagna.

Intanto Enrico ricopre la sua bella di lettere e regali, che lei non respinge. Inviava rubini, preziosi, e poesie scritte da altri. Lui invece in un dispaccio al suo agente di Bruxelles annotava: ”Ho scritto or ora al mio dolce angelo…”. Insomma, era alla disperazione. La rivoleva indietro ad ogni costo e accusava il marito di essere un fuoriuscito pericoloso, il candidato degli spagnoli al trono di Francia. Lei lo incoraggiava da lontano, non le dispiacevano i regali del suo coronato spasimante.

Si arrivò al punto che tra offese, pressioni politiche, minacce, parve quasi che stesse per scoppiare la guerra. Vecchi rancori con la Spagna tornavano a galla. Ci si armava e “et tout cela à cause de Charlotte!”.

L'uccisione di Enrico IV di Francia

L’uccisione di Enrico IV di Francia

Ma una tragedia doveva porre fine a questa commedia d’amore.

Il 14 maggio del 1610 il re è in carrozza per le strade di Parigi, in una viuzza stretta dovette rallentare per un ingorgo al traffico e i valletti della scorta si dispersero nella confusione. Si fa avanti il regicida FrançoisRavaillac: colpisce il re una prima volta al fianco e al suo grido lo finisce con una pugnalata al cuore. Nessuno intorno si rende ben conto dell’accaduto. Il duca di Epernon che è seduto accanto al sovrano e gli stava leggendo un dispaccio impedisce di uccidere l’assassino e grida al popolo: “il re è soltanto ferito”, mentre la carrozza, di gran carriera, riportava al Louvre solamente il cadavere di Enrico IV di Borbone, re di Francia.

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