Nella ricerca storica, l’alimentazione è una materia da tener presente per comprendere, fra le tante cose, un continuum storico che ci porta ai nostri giorni, sapori piatti cibi costumi abitudini che hanno caratterizzato determinate epoche e popoli, che hanno avuto un loro sviluppo, che hanno influito nella salute nel commercio nell’economia dell’Europa e del mondo in generale.
E solo negli ultimi decenni gli studiosi si sono interessati del tema.
Di seguito un accenno alle vivande più in voga fra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento.
Alla base dell’alimentazione c’erano i cereali, il cui pane era il prodotto maggiormente consumato, a tal punto che il grano, a partire dalla fine del XV sec., era il più ricercato. L’avena invece era ingerita sottoforma di zuppa, per esempio, nelle regioni atlantiche del nord Europa. Mentre la segale veniva coltivata nei terreni più difficili, il miglio prendeva forza nel sud-ovest della Francia e il grano saraceno, da poco arrivato, si diffondeva nella Bretagna.
Il pane bianco, solitamente di forma rotonda, di grano puro finemente setacciato, era abbastanza presente nei borghi medievali, mentre i contadini ne mangiavano uno più nero, aggiungendo la crusca. Conseguenza della richiesta fu lo sviluppo delle panetterie nelle città, intanto nelle campagne i contadini erano obbligati a cucinare il loro pane nei forni del loro signore.
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Gli stessi contadini erano soliti pranzare e cenare con vegetali, il cavolo era ingerito in abbondanza, insieme a spinaci, rape, porri, legumi vari; patate pomodori mais verranno dopo la scoperta dell’America. Nelle città girovagavano i venditori ambulanti venuti dai campi a vendere la loro mercanzia. Zuppe e purè erano sulle tavole di tutti, la carne era riservata ai ricchi. Solo verso al fine del Medioevo si aprirono le macellerie nelle città. Il pesce abbondava nelle zone costiere del Mediterraneo, dell’Atlantico, lungo i fiumi e i laghi, preparato fresco, ma anche salato, essiccato, affumicato.
La frutta era largamente diffusa, ricordiamo i nobili che per deliziare i loro invitati terminavano i pasti con le famose pere cotte nel vino. Normalmente frutta e verdura venivano cotte, giacché si pensava che crude producessero malattie.
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Latte e latticini erano fonte proteica per tutti, in particolar modo per coloro i quali non potevano permettersi la carne. Latte fresco di capra, di vacca, di pecora era destinato principalmente a malati, poveri e bambini. Difficile da conservare, il latte veniva trasformato in formaggio e burro.
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Le spezie erano abbastanza costose per i meno abbienti, spezie come pepe nero, cannella, noce moscata, zenzero, prodotti riservati usualmente per le tavole dei nobili. Erbe aromatiche tipo la salvia, prezzemolo, menta, aneto e via dicendo potevano permetterselo anche i contadini. Bisogna ricordare che la dieta di un nobile, pur nei valori nutritivi, era ben diversa da quella di un povero, dieta, quest’ultima, meno raffinata e molto semplice.
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Il vino, si diceva, aiutava la digestione, produceva buon sangue e metteva di buon umore, bevanda largamente consumata vuoi fra i nobili che i poveri che la gente comune. La vite era coltivata in buona parte dell’Europa, almeno nelle regioni a clima più o meno mite.
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Che cibi si cucinavano nelle pentole descritte dal buon
Cesi infranti con codeghe, del Cristoforo da Messisbugo, scalco alla Corte Estense a Ferrara: 








