Apr 112012
 

Nella ricerca storica, l’alimentazione è una materia da tener presente per comprendere, fra le tante cose, un continuum storico che ci porta ai nostri giorni, sapori piatti cibi costumi abitudini che hanno caratterizzato determinate epoche e popoli, che hanno avuto un loro sviluppo, che hanno influito nella salute nel commercio nell’economia dell’Europa e del mondo in generale.
E solo negli ultimi decenni gli studiosi si sono interessati del tema.
Di seguito un accenno alle vivande più in voga fra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento.

Alla base dell’alimentazione c’erano i cereali, il cui pane era il prodotto maggiormente consumato, a tal punto che il grano, a partire dalla fine del XV sec., era il più ricercato. L’avena invece era ingerita sottoforma di zuppa, per esempio, nelle regioni atlantiche del nord Europa. Mentre la segale veniva coltivata nei terreni più difficili, il miglio prendeva forza nel sud-ovest della Francia e il grano saraceno, da poco arrivato, si diffondeva nella Bretagna.

Il pane bianco, solitamente di forma rotonda, di grano puro finemente setacciato, era abbastanza presente nei borghi medievali, mentre i contadini ne mangiavano uno più nero, aggiungendo la crusca. Conseguenza della richiesta fu lo sviluppo delle panetterie nelle città, intanto nelle campagne i contadini erano obbligati a cucinare il loro pane nei forni del loro signore.

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Gli stessi contadini erano soliti pranzare e cenare con vegetali, il cavolo era ingerito in abbondanza, insieme a spinaci, rape, porri, legumi vari; patate pomodori mais verranno dopo la scoperta dell’America. Nelle città girovagavano i venditori ambulanti venuti dai campi a vendere la loro mercanzia. Zuppe e purè erano sulle tavole di tutti, la carne era riservata ai ricchi. Solo verso al fine del Medioevo si aprirono le macellerie nelle città. Il pesce abbondava nelle zone costiere del Mediterraneo, dell’Atlantico, lungo i fiumi e i laghi, preparato fresco, ma anche salato, essiccato, affumicato.

La frutta era largamente diffusa, ricordiamo i nobili che per deliziare i loro invitati terminavano i pasti con le famose pere cotte nel vino. Normalmente frutta e verdura venivano cotte, giacché si pensava che crude producessero malattie.

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Latte e latticini erano fonte proteica per tutti, in particolar modo per coloro i quali non potevano permettersi la carne. Latte fresco di capra, di vacca, di pecora era destinato principalmente a malati, poveri e bambini. Difficile da conservare, il latte veniva trasformato in formaggio e burro.

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Le spezie erano abbastanza costose per i meno abbienti, spezie come pepe nero, cannella, noce moscata, zenzero, prodotti riservati usualmente per le tavole dei nobili. Erbe aromatiche tipo la salvia, prezzemolo, menta, aneto e via dicendo potevano permetterselo anche i contadini. Bisogna ricordare che la dieta di un nobile, pur nei valori nutritivi, era ben diversa da quella di un povero, dieta, quest’ultima, meno raffinata e molto semplice.

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Il vino, si diceva, aiutava la digestione, produceva buon sangue e metteva di buon umore, bevanda largamente consumata vuoi fra i nobili che i poveri che la gente comune. La vite era coltivata in buona parte dell’Europa, almeno nelle regioni a clima più o meno mite.

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Nov 212011
 

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Feb 022009
 

Taccuino Sanitatis, Macelleria, XIV sec.Che cibi si cucinavano nelle pentole descritte dal buon Bartolomeo Scappi, in quelle cucine che abbiamo esaminato l’anno scorso? Certe xilografie di Hans Burgkmair ci mostrano cuochi attenti nel loro lavoro, così come qualche video postato precedentemente. Siamo andati a scomodare tre famosi personaggi di quei secoli, XV e XVI, per apprendere da loro tre prelibate – spero! – ricette.

Il primo è il maestro Martino di Como (XIV sec.), autore del Libro de arte Coquinaria, che, dicono, essere stato il passaggio della cultura culinaria dal medioevo al rinascimento. Poi siamo andati da Cristoforo da Messisbugo (?-1548), anch’egli autore di un volume dedicato a Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale, manuale fantasioso e necessario per non solo l’apprendista, bensì per tutti coloro che volevano fare bella figura. Infine il noto Bartolomeo Scappi (1500?-1577), di cui già sappiamo qualcosa.                                                                                                              

Zucche fritte, del maestro Martino di Como:

Togli de le zucche et nettale bene. Et dapoi tagliale per traverso in fette sottili como la costa d’un coltello. Et dapoi gli fa’ trare solamente un boglio in acqua, et cacciale fore; et dapoi le poni a sciuttare. Et poneli de sopra un pocho pocho di sale et involtale in farina bella, et frigile in olio. Dapoi cacciale fore et togli un pocho di fiore de finocchio, un pocho d’aglio et di mollicha di pane; et pistali bene et distempera con agresto in modo che resti ben raro, et passa per la stamegnia, et getta questo tal sapore sopra le ditte zucche. Le quali etiamdio son bone ponendogli solamente di sopra  agresto, et fior di finocchio. Et se voi che ‘l ditto sapore sia giallo mettevi un pocho di zafrano.                                                                                                                 

Cristoforo da MessisbugoCesi infranti con codeghe, del Cristoforo da Messisbugo, scalco alla Corte Estense a Ferrara:

Piglia i tuoi cesi mondi e netti, e lavali con acqua di Po ovvero di fiume e poneli a cuocere in detta acqua. E così come si vanno cuocendo, aggiungegli buon brodo grasso, e poi piglia una buona pestata di lardo e gettagliela dentro a cuocere, e fa che sia ben pesta. E poi piglia le tue codeghe cotte allesso da sua posta, e tagliale in quadretti e gettagliele dentro con erbe oliose che sian ben peste con i coltelli; e fa che gli sia, sopra il tutto, della menta, o verde o secca in polvere, e pevere e gengevero. E poi l’imbandirai.                                                                                                                                                                                                 

Anatra in salsa di prugne di Bartolomeo Scappi:

Trovo d’esser di piu’ sorti l’anatre, grosse e picciole variate di piuma e di piede, ma le migliori son quelle che hanno il becco e i piedi rossi, percioche’ si pascono nella campagna, e quelle che hanno il becco e i piedi negri, che si pascano nelle valli non son cosi’ buone.

Spiumate che saranno le anatre e nette dell’interiori, le vinosi loro i colli e i piedi, e pongasi in un vaso con tanto vin rosso e un poco d’aceto, che stiano coperte, e prosciutto tagliato a  pezzuoli, pepe e cannella, garofani, noci moscate e zucchero, cime di salvia e uva zibibbo e turasi il vaso in modo che non possa fiatare e facciasi bollire per un ora e mezza e piu’ o meno secondo la vecchiezza e la grossezza delle anatre, e cotte che saranno servonsi con il suo brodo sopra e con esse si possono cuocere prugne  e visciole secche.


Oct 272008
 

De gustibus non est disputandum

(Sui gusti non si discute)

 

Gli italiani, si sa, amiamo la buona cucina, la buona tavola, i buoni cibi. E non solo da ora, ma da remoto tempo, anzi remotissimo.

Il Rinascimento fu un periodo in cui l’arte culinaria riprese il suo posto d’onore, le pietanza erano riccamente preparate, i piatti decorati all’uopo, i convivi all’ordine del giorno. Erano i tempi in cui il cuoco era amico fidato del signore – consideriamo che siamo negli anni in cui la gente veniva avvelenata con una certa frequenza -, elegantemente vestito portava a tavola le pietanze da lui preparate, servendo solo il suo padrone. Le vivande erano allestite con una certa particolare opulenza, che variava dall’importanza del principe o del signore.

E Giovanni Scappi fu uno di quei cuochi richiesti da mezza Italia, da papi e principi, ne abbiamo parlato in un paio di articoli (qua e qua). Il buon Hans Burgkmair, invece, ci illustra le cucine di fine 1400, principi del 1500.

Orbene, assaporiamo insieme questi due video che approfondiscono il nostro sapere e ci delucidano, per esempio,  sul mestiere del nobile trinciante, sull’uso dei vari alimenti, nonché sull’apparecchiare una tavola rinascimentale di gente agiata e meno agiata.

 

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Oct 092008
 

Repetita iuvant, ci dicevano a scuola, e noi non ci lasciamo sfuggire il consiglio, per cui riprendiamo e approfondiamo la figura di un grande cuoco rinascimentale.

Lo conosciamo, ne abbiamo già accennato, abbiamo già sfogliato qualche pagina del suo interessante libro pubblicato a Venezia nel 1570, stiamo parlando di Bartolomeo Scappi e della sua Opera dell’arte di cucinare, uno dei libri più completi di gastronomia del ’500, ma non solo. L’opera, giacché composta da ben sei volumi, oltre a contenere ricette di cucina, comprende soluzioni tecniche ristorative e pregiati insegnamenti culinari. Si parla della conservazione degli alimenti, si chiariscono dubbi su come allestire elegantemente un banchetto, si accennano elementi di igiene e, cosa curiosa, si segnalano ricette per persone inferme.

In queste due immagini che seguono, possiamo ammirare alcuni degli oggetti che si adoperavano nelle cucine dell’epoca rinascimentale, oggetti che, se analizziamo con attenzione, ritroviamo tutt’oggi, magari in altre forme e disegni, ma pur sempre con lo stesso valore d’uso.

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Jun 052008
 

Continuiamo il nostro curiosare per le cucine rinascimentali e prendiamo due xilografie del tedesco Hans Burgkmair il Vecchio (1473-1531), analizzandole come fossero – e in un certo senso lo sono – fotografie di quell’epoca.

      

In questa prima xilografia degli inizi del XVI secolo, possiamo vedere un cuoco che scuoia una lepre, lepre appesa a un grosso chiodo nella parete. I mestoli sono attaccati al muro di fronte e vicino al fuoco vari recipienti sono pronti per essere adoperati.

Da notare che verso la fine del ’500 iniziano a diffondersi in Italia i camini cosiddetti alla tedesca, cioè sollevati da terra, in modo da adoperare la parte bassa come scaldavivande o per altro uso culinario. Nei paesi oltralpe si ha documentazione che questi camini erano già impiegati sin dai primi decenni del XVI secolo, con soddisfacenti risultati.      

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Anch’essa del XVI secolo, rappresenta un cuoco cucinando, sicuramente per una famiglia benestante. La cucina è arredata a tutto punto, scodelle, pentole, cucchiai di vario tipo, una griglia con qualcosa su di essa, un tinello. Semplice e curato, mi sembra, l’ordine degli oggetti sulle mensole: ogni cosa al suo posto, ogni posto ha la sua cosa. Anche qua notiamo il camino alla tedesca.


Jun 032008
 

Chi non è sanamente curioso raramente può indagare e capire da dove provengono determinate usanze. Normalmente gli storici sono curiosi per natura, sbirciano, analizzano, ricercano.

Così, dopo aver vestito e svestito la gente del ’400, mi intrufolo in una cucina rinascimentale, una cucina del ceto alto, per osservare e dettagliare i loro modi e costumi.

Bene, le mie ricerche mi portano a Venezia, quella Venezia del 1570, anno di pubblicazione di un interessante libro di Bartolomeo Scappi, Opera dell’arte di cucinare. Bartolomeo fu un cuoco, anzi, il cuoco secreto, come allora si diceva, cioè personale, di papa Pio V (1504-1572).

Per meglio descrivere la cucina dell’epoca, cucina intesa come materiali che la componevano e l’arredavano, mi aiuto postando alcune immagini tratte dal libro dello stesso Scappi, primo e significativo libro che annotava – anche, ma non solo – dettagliatamente ogni suppellettile necessario all’arte culinaria.

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Salta subito alla vista, a destra del camino, un sacco di paglia sospeso dove si infilavano i coltelli e altri utensili, sempre pronti per essere adoperati. Sul tetto si appendevano le carni, sui tavoli piatti, tegami, sulla sinistra un contenitore con l’acqua, mentre il fuoco, generalmente, rimaneva accesso notte e giorno, scoppiettando e pronto per cucinare qualsiasi pietanza. Vicino al camino, uno spiedo arrostendo cacciagione.

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Altri utensili che si adoperavano in una cucina nel Rinascimento: padelle, tegami, mestoli, cucchiaioni, forcine, ecc. Potremmo fare il confronto con la nostra epoca e notare che, in fin dei conti, abbiamo tutt’oggi gli stessi strumenti, magari diversamente disegnati.

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In questa immagine, possiamo notare la varietà di coltelli – da torta, da pasta, da raschiare -, oltre che spiedi e forcine. In basso a sinistra è raffigurata una siringa che si usava per le decorazioni, accanto un ferro da maccaroni per la pasta.