Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

- Come chiamerebbe lei - mi disse l’anziano nativo - l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

- Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

- E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

- Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

- Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

- La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

- Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

- In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

- Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

- 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
- L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

Aug 122014
 
Poporo, Quimbaya

Poporo, Quimbaya, Colombia

In questi ultimi anni, interessandomi in situ dei nativi sudamericani, ho notato un diverso approccio storico da parte degli studiosi latinoamericani cercando di superare l’eurocentrismo che ha caratterizzato e caratterizza tuttavia la visione del mondo.

Vari autori si sono sforzati nell’affrontare le questioni partendo dalle ancestrali radici indigene che dovrebbero essere punti-forza per approfondire temi che li riguardano. Basta pensare al filosofo argentino-messicano Enrique Dussel o all’antropologo colombiano Ricardo Saldarriaga Gaviria o ancora all’arche-astronomo peruviano Carlos Milla Villena, persone che, mettendo in dubbio tradizionali opinioni, le hanno sfidate per presentare una diversa tesi.

E allora, il Museo de oro di Bogotà, museo che raccoglie protegge e tramanda dal 1939 un tesoro memoria, fra l’altro, della locale arte orafa, potrebbe essere spunto per considerare che la cultura andina aveva raggiunto uno sviluppo che non aveva nulla da invidiare all’Europa del tempo, una cultura non da intendersi come periferica o secondaria, ma una realtà storica interrotta dall’invasione spagnola e che adesso cerca riprendere i contatti di continuità con le ancestrali memorie (»»qua il Museo de oro Quimbaya in Armenia, Colombia). Una realtà, insomma, che dovrebbe vedere oggi la pacifica convivenza fra l’indigeno, per esempio, Mapuche o Emberá, e l’europeo venuto nel XVI secolo.

Per tal motivo, è valido necessario e doveroso che tali istituzioni siano depositi di memoria non passivi, non semplici vetrine inerte, ma spingano a studiare e approfondite temi che hanno un lungo continuum storico che si intreccia e confluisce in un unico fiume.

YouTube Preview Image

Suggerimenti lettura:

- Luoghi e storia, Bogotà, immagini
- Chibcha, un popolo fra luce e oscurità
- Cultura Quimbaya, Colombia
- Laguna di Guatavita, Colombia
- Società Quimbaya, immagini

Jul 022013
 

Quella “moda” dei viaggi che prese piede in Europa intorno al XVIII secolo, quella “brama di conoscere” che portò Goethe in Italia, così come Johann Jacob Volkmann (1732-1803), Joseph Jagemann (1735-1804) e tantissimi altri, potremmo definirla punto di partenza di tanti altri viaggiatori che, presi da curiosità desiderio di scoprire investigare, iniziarono un lento cammino verso le Nuove Terre esotiche in cui era approdato Colombo secoli prima, conquistate da spagnoli portoghesi francesi inglesi, fra l’altro.

E la Nuova Granada, parte dell’odierna Colombia, fu paese visitato dal francese Charles Saffray nel 1861, paese da poco indipendente, pieno di possibilità di sviluppo e di attrazioni floro-faunistiche. Nel suo “Viaje a Nueva Granada”, descrive con dovizia di particolari ciò che incontrava nel suo girovagare, partendo dal porto di Santa Marta, sulla costa atlantica, dove era sbarcato, considerandola città povera e disordinata, in cui gli indigeni adoperavano ancora la foglia di coca, commercializzandola, per continuare con Cartagena de Indias, di cui dice essere rimasto poco dello splendore dei secoli passati, sorpreso dal costume delle donne locali di ornare i propri capelli con uno scarafaggio luminoso - Cucuyo -, considerando invece Bogotà come una vera metropoli.

Agile e acuto nelle descrizioni, Saffray, che sembra esser stato medico nelle truppe di Julio Arboleda (1817-1862) nella prima metà del 1862, ci presenta una Colombia ancora selvaggia, fertile, terra colma di diversità animale e vegetale, terra che lo attrasse, fra l’altro, per le virtù curative di tante piante locali, essendo lui medico. Trascorse difatti un buon periodo di tempo con gli indios del Rio Verde, nei pressi di Frontino, riuscendo a conquistarsi la fiducia del “curandero”, che gli insegnò vari rimedi curativi.

In quegli anni, decine di stranieri sbarcarono in Sud America, funzionari, diplomatici, professori contrattati dai vari governi, viaggiatori, qualche letterato, scientifici, semplici operai, persone, fra le tante, che riporteranno nei loro taccuini affreschi di una terra ancora legata al passato, che tentava rompere con le varie madrepatrie, taccuini colmi di disegni schizzi abbozzi.
Alphonse-Marie-Adolphe de Neuville (1835-1885) sarà chi raffigurerà i racconti di Saffray.
Di seguito una serie di immagini.

Indigeni della Sierra Nevada, Charles Saffray, A. De Neuville

Indigeni della Sierra Nevada

Indigeni del Magdalena, Charles Saffray, A. De Neuville

Indigeni del Magdalena

Venditrice d'erbe, Charles Saffray, A. De Neuville

Venditrice d’erbe

Indigeni del Chocò in viaggio, Charles Saffray, A. De Neuville

Indigeni del Chocò in viaggio

Dalla prigione alla fossa, Charles Saffray, A. De Neuville

Dalla prigione alla fossa

Jun 292013
 

Fortemente ancorata a una terra piena di storia, Medellin, nel dipartimento di Antioquia, in Colombia, ha vinto il primo premio per essere la città più innovatrice del mondo, città in cui tradizione e ricordi convivono con un presente che si prospetta solidamente verso un futuro che la vedrà, se non già, protagonista di una realtà sempre più cosmopolita.

Quando le prime truppe spagnole, poco più di 30 uomini, al comando di Jerónimo Luis Tejelo raggiunsero la Valle di Aburrà, il 24 agosto 1541, giorno di San Bartolomeo, gli indigeni residenti, fra cui katíos, emberas, aburraes, opposero, con le dovute eccezioni, resistenza, indigeni principalmente dediti all’agricoltura, coltivando mais, fagioli, commercializzando sale e mantelli di cotone, ben pratici orefici. Fu poi Jorge Robledo (1500 ca.-1546) che fondò Santa Fe de Antioquia, nello stesso anno.

La città iniziò la sua vera crescita a partire dalla zona dove oggi esiste il parco de El Poblado, quando il 2 marzo 1616 si diede vita a ciò che si chiamò San Lorenzo de Aburrá, un “caserio” composto da poco più di trecento indigeni e qualche spagnolo, punto di partenza per lo sviluppo della futura realtà, che sarà poi – giacché si vietava l’incrocio di razze – spostata, 1646, verso il fiume Medellin, la cui prima chiesa, 1649, fu dedicata a Nuestra Señora de la Candelaria. Considerando come data di fondazione il 2 novembre 1675: oramai il piccolo borgo si era ben popolato, grazie anche all’arrivo di nuovi immigrati, e ampliato i propri commerci, nacque dunque la Villa de Nuestra Señora de la Candelaria.

Poche premesse, a noi qua interessa far flanella per le vie, i vicoli, per piazze e “rincones” che raccolgono la vera vita quotidiana di Medellin, un modo per entrare nelle dinamiche di una società che palpita e vive come poche in sudamerica.

Cupola dell'edificio dedicato a Rafael Uribe Uribe e piazza dove si raccolgono decine di statue di Botero

A pochi passi dal Parco Berriò, là dove abbiamo detto si eresse la prima chiesa, incontriamo il Palacio de la Cultura Rafael Uribe Uribe, luogo dove si svolgono avvenimenti culturali, luogo di un piccolo museo, luogo, fra l’altro, che ospita la Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra. Al suo fianco una piazza in cui le statue dell’artista medellinense Fernando Botero sono le indiscusse protagoniste, statue che i locali curano con un riguardo davvero encomiabile.

Interno Palazzo della Cultura Rafael Uribe Uribe

Nell’immagine di sopra, una delle sale in cui al momento della mia visita era dedicata alla vita e alle opere proprio di Rafael Uribe Uribe (1859-1914), avvocato, giornalista, diplomatico, personaggio sui generis dal forte carattere, dagli ideali politici ispirati a un socialismo corporativo. Nella parte destra della foto, uno scorcio della biblioteca, che è anche depositaria legale di tutto ciò si pubblichi su temi antioqueñi.

*****

El Castillo, Medellin

Il paisa è un commerciante nato, uomo generalmente colto, pronto ad accettare le sfide della vita, pronto a far costruire un castello stile francese gotico ispirato a quelli della valle della Loira. Così nacque ciò che oggi si chiama Museo El Castillo, nei primi decenni del ’900, oggi museo della famiglia Echavarria, entità promotrice di arte e cultura, che vale la pena conoscere nei minimi dettagli, camminando, fra l’altro anche per i bei giardini che lo circondano, così come per le stanze, dalla biblioteca al salone francese al salone della musica.

*****

Basilica Cattedrale Metropolitana dell'Immacolata Concezione, Medellin

Ritorniamo in città, ed entriamo nel cuore, visitando magari la Cattedrale Metropolitana dell’Immacolata Concezione, di stile neo-romanica, iniziata a costruire nella seconda metà dell”800, 1868, e portata a termine, dopo varie vicissitudini, già entrato il Novecento. Vale la pena sottolineare che il baldacchino, così come gli altari il pulpito e il coro, sono disegni dell’architetto italiano piemontese Giovanni Buscaglione. Uno dei tanti templi religiosi presenti in città.

*****

Metro, Medellin

La metropolitana di Medellin è un orgoglio cittadino, pulita ordinata precisa, entrata in servizio alla fine del novembre del 1995. Unica del suo genere in Colombia, si calcola trasportare all’anno ben oltre 180.000.000 passeggeri che giornalmente si spostano da una parte della città all’altra, dal sud al nord e viceversa. Passeggeri educati, nel vero senso della parola, ancor prima del completamento dei lavori, educati, dicevamo, all’uso del nuovo mezzo, al suo mantenimento, al rispetto di un “bene sociale”, e via dicendo, un’educazione cittadina esemplare che ha dato i suoi frutti: non si vedono carrozze con graffiti, sporche, malandate, così come le stazioni sembrano appena inaugurate. Ma non finisce qua.

Metrocable, Medellin

Connesso alla metro c’è anche Metrocable, che collega le periferie adagiate sui monti della città, un servizio innovativo a disposizione di tutti per 1800 pesos colombiani. Otre al fatto che un prolungamento della rete ti porta al Parco Arvì, altra attrattiva turistica in cui vale la pena trascorrere un’intera giornata immersi nel verde andino.

*****

Una mostra dedicata alla Casa nei padiglioni della fiera

Andiamo avanti, raggiungiamo il quartiere fieristico Plaza Mayor, dove durante tutto l’anno si susseguono a ritmo serrato convenzioni ed esposizioni, dove persone da tutto il mondo hanno la possibilità di riunirsi e condividere esperienze, prodotti, idee, basta solo pensare alla ben famosa Colombia Moda, vetrina della moda colombiana esportata in tutto il mondo, specialmente negli Stati Uniti.

Una sfilata dei giovani che hanno finito o sono sul punto di finire i loro studi all’Università Salazar y Herrera di Medellin, un primo approccio al mondo dell’abbigliamento che poi sarà approfondito con particolari Master e specializzazioni vuoi in Italia o Francia o negli Stati Uniti.

*****

Due centri commerciali, Medellin

E se abbiamo voglia di comprar qualcosa? Niente di meglio che mettersi nei tanti centri commerciali che possiamo trovare in città e nelle immediate periferie, da El Tesoro, a San Diego, a Oviedo e altri ancora, centri dove si può trovar di tutto, riposare gustando un soave caffè colombiano, navigare in rete grazie al wifi gratis che quasi tutti offrono, dilettarsi godendo un film in inglese con sottotitoli in spagnolo. Insomma, ozio allo stato puro. Se poi desideriamo uscir all’aperto, basta camminare per la Via Primavera.

Bazar, mercatino dedicato all'artigianato e non solo

Via Primavera, in cui negozi con proposte originali, spesso artigianali, attirano la nostra attenzione, in cui si organizzano eventi come quello a cui ho avuto il piacere di presenziare, Bazar, di metà giugno, evento che attrae giovani e meno giovani, che mostra la parte creativa del medellinense. Una città che pensa al cittadino, una città che, specialmente in questi ultimi anni, sta facendo balzi da gigante.

*****

Bibliotecche e wifi per tutti

Biblioteche per tutti, è un lemma del comune di Medellin, così come wifi per tutti, libero e gratis. Sicché dalle parole si inizia, poco a poco, superando ostacoli, a incamminare verso il futuro: non per nulla, abbiamo detto, essere la città innovatrice per eccellenza (»»»qua).

*****

Medelin vista dal Poblado

Un scorcio di parte della città vista dal Poblado. Città, che certamente ha i suoi problemi sociali, città, di cui ho dato solo e semplicemente un accenno, un’infarinatura, un mia breve incompleta esperienza, città che presenta decine di altre attrattive, che possiede una storia da non sottovalutare, una cultura impossibile da raccogliere in poche righe. Il mio invito è quello di viverla attivamente, facendo flanella, girovagando per le strade, parlando con i locali dell’Atletico Nacional, bevendo una “cerveza” Bavaria con i giovani, ballando a notte fonda nella “zona rosa”, comprando nel “hueco”, sorseggiando un succo di mango o di papaya, o, non certo per finire, salire sul Turibus per ascoltare la guida locale parlare della città e, perché no, fare un salto nella preziosa Guatapé.

*****

- Tutte le foto e il video sono di ©Gaspare Armato.

Jun 182013
 

Mappe abbellite da vascelli con vele al vento, mostri marini, contorni sbiaditi, scritte di mondi immaginari, rosa dei venti, mappe che ci riportano a vecchie concezioni del mondo, mappe che hanno saputo conquistare la fantasia di re, di principi, di naviganti, e talvolta indurli a investire ingenti quantità di denaro per andare alla ricerca dell’incognito.

Se durante il Medioevo i progressi della cartografia furono relativamente lenti, nell’Età moderna acquistarono forza e vigore grazie anche all’esplorazione portoghese e spagnola, fra l’altro, grazie inoltre all’acquisizione di dati come la declinazione magnetica, i venti periodici, le correnti marine, il clima tropicale, la rotondità della Terra.

Colombia fu trampolino di lancio da cui i conquistatori iberici si avventurano verso la scoperta del sud America, e il navigante spagnolo Juan de la Cosa fu sicuramente uno dei primi a disegnarne i contorni, a preparare una carta che raccogliesse le conquiste dell’epoca (vedi questa monografia).

Dedichiamo qualche immagine per meglio “vedere” le terre colombiane nel XVI.

Juan de la Cosa, mappa confrontata a oggi

Mappa di Juan de la Cosa, 1500, in cui si evidenzia in color nero il mondo ipotizzato allora e in color rosso com’è oggi (1).

*****

Mappa del mondo di Martin Waldseemüller in cui figura per la prima volta l'America
Mappa del mondo di Martin Waldseemüller in cui figura per la prima volta l’America, 1507, mappa che fu stampata in 1000 esemplari, poi perduti o distrutti con il passar del tempo, fino a quando nel 1901 l’investigatore J. Fischer S. J. ne trovò una nel castello del principe Francesco Waldburg Wolfegg, riprodotta in seguito grazie al padre.

*****

Colombia, 1594
1594, in Colonia, Germania, si pubblicava questa mappa in cui, per prima volta, si riconoscono le terre di quella che oggi è la Colombia, allora denominata Castilla de oro o Nueva Andalucia, immagine che fu punto di partenza per far conoscere in Europa le terre colombiane. (2)

*****

Cartagena, attacco di Drake, 1586
Fondata da Pedro de Heredia nel 1533, Cartagena de Indias fu varie volte attaccata da pirati e corsari – ricordiamo Roberto Baal, Juan Acle, Juan Martìn Cortés -, e Francis Drake, appoggiato dalla corona inglese, fu uno di questi. Nella mappa di sopra una raffigurazione del porto in questione, piazzaforte strategica, e del feroce attacco di Drake nel 1586, che la saccheggiò con una flotta di 20 brigantini.

*****

- 1, 2. in: a cura di Eduardo Acevedo Latorre, Atlas de mapas antiguos de Colombia siglos XVI a XIX, Ed. Arco, Bogotà (s.d.)

Jun 172013
 

Salire i settecento e passa scalini per raggiungere la vetta del Peñon, che si erige per ben 200 mt., non mi è stata impresa facile, ma, confesso, neanche difficile, giacché trascorro più di un’ora al giorno a camminare, io che abitualmente sto seduto a scrivere e a leggere. In ogni modo è valsa la pena, il panorama intorno è uno spettacolo da gustare accuratamente, paesaggio dove sono passate le truppe spagnole e dove gli indigeni, poco a poco, sono stati relegati in sempre meno spazio.

L'enorme lago o diga di Guatapé, Colombia

Cosicché, intorno al 1714, quegli uomini discendenti dei Caribes, furono raggruppati in un luogo conosciuto come San Antonio de Remolinos de El Peñol. E Guatapé, nel dipartimento di Antioquia, in Colombia, di cui si ha notizia dei primi spagnoli intorno al 1551, sembra sia in onore di un cachique locale, chiamato proprio Guatape, paese fondato nel 1811 da Francisco Giraldo Jiménez.

*****

La pietra del Peñon, a Guatapé

La pietra del Peñon, che svetta imponente, è un monolito, di proprietà privata, possibile da visitare pagando la somma di 10.000 pesos colombiani, visita che, gradino dopo gradino, fiatone dopo fiatone, ti porta a sbirciare dall’alto piccole amene località quali La Peña, La Piedra, El Roble, El Rosario, fra le tante, contrade circondate dall’immenso lago (diga) artificiale utilizzato per la produzione di energia elettrica che oltre a servire per il fabbisogno interno, è venduta ai confinanti Perù, Ecuador, Venezuela. Un lago esteso oltre 2.200 ettari, nelle cui acque si svolgono attività nautiche tutto l’anno.

*****

Colori delle case di Guatapé, Colombia

Los zocalos a Guatapé, Colombia
Entrando nella cittadina, risaltano alla vista le colorate e graziose facciate delle case, fra il verde il rosa l’arancio il giallo l’azzurro, i nostri occhi vengono rapiti e allietati da una fantasiosa policromia che trasporta allegria. Indotto come sono a far flanella, passo per la “calle del Recuerdo”, scopro poi preziosi angoli vicoli viuzze piazzette, piene di attività, talvolta solitarie, spesso festose, dove una radio diffonde le note di un ritmico “vallenato”. Ma i guatapeños non si sono limitati a render vivibili i loro spazi, hanno adoperato la creatività per decorare la parte bassa delle loro abitazioni con altorilievi che rappresentano animali fiori cappelli ruote, oggetti in generale tipici del luogo come il “carriel”. Difatti la località è altresì chiamata “Pueblo de Zócalos“.

*****

Chiesa di Nuestra Señora del Carmen, Guatapé

Non poteva mancare la grande piazza centrale in cui, fra alberi panchine caffetterie ristoranti locali commerciali, c’è l’onnipresente potere civile accanto a quello religioso: chiesa e comune dialogano oramai da centinaia di anni. Una chiesa, d’ispirazione sicuramente barocca, dedicata a Nuestra Señora del Carmen, della prima metà dell’800, dove nei giorni e nelle ore di preghiera accorre l’intera popolazione, anziani giovani bambini adulti spesso devono sostar fuori perché il luogo santo è così pieno che non c’è spazio per i fedeli.
Il tutto mentre un Simon Bolivar, eretto su una statua di bronzo, sta a guadare silenzioso, e due giovani navigano in internet grazie al wifi gratis che dispensa per la zona il municipio.

*****

Nota curiosa, certamente interessante, da sottolineare, è l’operosità del guatapeño, laborioso, innovativo, industrioso, pronto a venderti qualunque cosa, “facendo business” anche con un semplice banale oggetto. Raccontano i locali che non c’è paese al mondo in cui non risieda commerciando un “paisa” e di sicuro sarà di questi luoghi.

»»»qua altre foto su Guatapé.

May 272013
 

Una brevissima rassegna fotografica che ci mostra i discendenti degli indigeni Catíos di cui abbiamo già accennato (»»»qua, »»»qua, »»»qua). Oggi sono localizzati in modo particolare in Urabá, nei municipi di Apartadó, Turbo, Carepa, Chigorodó, Mutatá, Dabeiba, Murindó, Vigía del Fuerte e via dicendo, con presenze anche nelle grandi città come Medellin.

Riportiamo solo qualche frase del frate Severino di Santa Teresa che, agli inizi del Novecento, visse nelle loro zone, per la precisione nella Prefectura Apostólica de Urabá, Antioquia, Colombia.
Così descriveva il loro aspetto:

L’indigena Catío, in generale, è di media statura però di muscolatura abbastanza robusta. Il suo colore, più che rame, è brunastro. Cura con attenzione i suoi lunghi capelli, che sono neri e fini e, in età avanzata, raramente diventano bianchi. Non ha barba. Il suo viso è ampio con pomoli ben definiti. È caratteristica di questa razza una narice schiacciata, bocca grande e labbra generalmente grosse. Il Catío ha gli occhi neri e con frequenza obliqui, espressione malinconica che dà un senso di tristezza al suo volto, effetto dell’ambiente forestale in cui vive, perché il territorio influenza fortemente la psicologia di una razza. Il suo piede è largo e sfigurato per essere scalzo, e il tallone rivolto verso dietro.” (1)

Catío che, secondo il prof. Jaime Celis Arroyave:

Sviluppò un modello di società degno di nota in vari aspetti come, per esempio, in ciò che riguarda il rispetto per la natura, la proprietà collettiva della terra, il lavoro comunitario al servizio di tutti, la democrazia primitiva, l’organizzazione familiare basata nella produzione, le relazioni sessuali libere da connotazioni moraliste e religiose, il commercio, e, per ultimo, la medicina basata nella botanica.” (2)

*****
- Fray Severino de Santa Teresa, Los indios Catíos, los indios Cunas, Imprenta Departamental, Medellin, 1959, pag. 86.
- Jaime Celis Arroyave, Diccionario biográfico urraeño, ed. Begón, Medellin, 2012, tercera edición, pag. 135.

[trad. dei testi dallo spagnolo all’italiano a cura di Gaspare Armato]

Indigena Catío, anziano, primi del '900

Indigena Catío, anziano, primi del ’900

Indigena Catío, Dabeiba, Antioquia, 1954

Indigena Catío, Dabeiba, Antioquia, 1954

Indigena Catío di Dabeiba, metà del '900

Indigena Catío di Dabeiba, metà del ’900

Indigenas Catíos di Dabeiba

Indigenas Catíos di Dabeiba

Mappa dei gruppi etnici in Colombia, 2007

Mappa dei gruppi etnici in Colombia, 2007

*****

Foto, dall’alto in basso, tratte da:
- Costancio Pinto Garcia, Los indios Katios, su cultura – su lengua, Medellin, 1979, vol. I.
- Graciliano Arcila Veléz, Memorias de un origen: caminos y vestigias, Ed. Universidad de Antioquia, Medellin, 1966.
- H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.
- H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, op. cit.
- Antioquia. Características Geográficas, Instituto Geográfico Agustín Codazzi, Bogotà, 2007, pag. 147.

May 082013
 

Con un patrimonio di oltre 14.000 volumi, la Biblioteca Carlos Castro Saavedra di Medellin custodisce la memoria storica antioqueña. E in effetti tutti i libri pubblicati da un autore antioqueño o da un editore antioqueño o su tema antioqueño, per legge, una copia deve essere depositata proprio in quegli archivi.
Per tal motivo riveste un’importanza davvero unica e particolare, essendo ponte tra il passato e il presente, legame indissolubile che serve a mettere in evidenza la memoria le tradizioni il passato di un dipartimento che in questi ultimi anni è proiettato solidamente verso un futuro che lo vede protagonista.

Di seguito un video che ci mostra le varie sale, grazie alla bibliotecaria Emilse Cardona.

YouTube Preview Image

*****

»»»aquí en español.

May 082013
 

Con un patrimonio de más de 14.000 volúmenes, la Biblioteca Carlos Castro Saavedra de Medellín es la depositaria de la memoria histórica Antioqueña. De hecho, por ley, se deberá dejar una copia de todos los libros publicados por un autor o un editor Antioqueño o sobre tema Antioqueño.
Por esta razon, la biblioteca es de gran importancia, ya que es el puente entre el pasado y el presente, legado indisoluble que sirve para poner en relieve las tradiciones, la herencia y los recuerdos de un departamento que en los últimos años ha sido proyectado sólidamente hacia un futuro en el cual es ya protagonista.

A continuación, un video que nos muestra las distintas salas. Gracias a la bibliotecaria Emilse Cardona.

YouTube Preview Image

*****

»»»qua in italiano.

May 022013
 

Emilse Cardona, Biblioteca Carlos Castro Saavedra, MedellinBibliotecaria orgogliosa della sua attività, Emilse Cardona lavora nella Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellín, in un edificio, il Palacio de la Cultura “Rafael Uribe Uribe”, che conserva le memorie di una terra legata alle tradizioni, alla storia, al proprio passato, terra che “beneficia” dei ricordi per proiettarsi con successo in un futuro che già la vede protagonista (»»»qua, »»»qua).

*****

- Ci può dire come si svolge il suo lavoro nella Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellin, di che cosa si occupa, e com’è una sua giornata tipica?

Il mio lavoro nella Biblioteca Dipartimentale Carlos Castro Saavedra adempie funzioni ausiliarie, ma in realtà presto servizio a un pubblico speciale e diverso, questo perché la biblioteca è a carattere “patrimoniale”. In questo luogo si conserva parte della memoria del nostro territorio Antioquia; le sue origini e le informazioni di 125 comuni che lo compongono.

Inoltre, il Ministero della Cultura della Colombia (Biblioteca Nacional de Bogotà) ha assegnato a questa biblioteca la funzione di essere Deposito Legale (Legge 44 del 1993), questa legge in poche parole dice che tutti gli editori e scrittori di Antioquia devono depositare una copia delle pubblicazioni in questa biblioteca, con il fine di preservare la memoria del nostro territorio. Ci sono tre condizioni per lasciare un lavoro in Deposito Legale: trattare argomento antioqueño, essere autore antioqueño, essere editore antioqueño. Se si compie uno di questi tre requisiti, si può consegnare il lavoro. Deve essere stampato in più di 100 copie.

In questo modo la biblioteca possiede una gran ricchezza, formandosi una unione tra il passato e il presente.

Precisazione: in biblioteca ci sono inoltre libri di medicina, diritto, letteratura, sociologia, questo perché i principali editori delle università ci stanno inviando la loro produzione.

- Qual è il ruolo del bibliotecario oggi e com’è cambiato rispetto, per esempio, a una ventina di anni addietro?

Il ruolo del bibliotecario è servire da mediatore all’usuario; il suo lavoro è essenziale perché è colui che conosce il materiale ed è responsabile affinché le informazioni raccolte possano giungere ai visitatori. Penso che deve avere un certo carisma, trattare con grande rispetto a tutte le persone e cercare di soddisfare le loro esigenze, di tal maniera li seduce affinché si sentano sicuri percependo che questo posto è per loro.

Inoltre deve mantenere il materiale in ordine ed essere attento alle non conformità al fine di migliorare giorno per giorno.

Il ruolo del bibliotecario è sì cambiato rispetto a venti anni fa. Ora c’è la tecnologia e deve essere aperto alle mutazioni per utilizzare le due alternative (formati fisici e virtuali).

- In che modo le biblioteche potrebbero attrarre l’attenzione del cittadino per farlo partecipare attivamente agli eventi che questa organizza?

I formati menzionati prima sono complementari, e soprattutto in una biblioteca “patrimoniale” dove vengono tanti ricercatori (studenti di antropologia, architettura, diritto, storia, ecc), si deve fare enfasi che il materiale consultato nei libri fisici, non si trova da nessun’altra parte e che il nostro ruolo non è solo di tenere i libri, ma coinvolgerli in eventi come forum, presentazioni, incontri, dove il professionista manifesta l’importanza del patrimonio e ciò che è cultura. Evidenziare il “nostro”, dare un senso di appartenenza, conservare e valorizzare anche quelle cose che posseggono gli altri.

- Che ruolo ha la Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellin nella società medellinese?

Il ruolo della Biblioteca Dipartimentale Carlos Castro Saavedra di Medellín è di ricevere, conservare e custodire il materiale bibliografico che entra per deposito legale. Si deve informare costantemente il pubblico della nostra funzione affinché ci invii il materiale pubblicato.

Così, la biblioteca diventa un vero tesoro che trascenderà le epoche e servirà di sito di riferimento per tutte le generazioni.

- Crede che, nell’epoca di internet, le biblioteche hanno ancora un senso? Non pensa siano superate?

Sì, le biblioteche hanno ancora un senso, perché soprattutto in questi paesi, non tutti hanno accesso a Internet, e ci sono informazioni e una storia di vita quotidiana che non trova riscontro in Internet.

- Si parla di e.book, le biblioteche sono pronte ad ospitare, e in che modo, questi testi in versione digitale?

In Colombia l’e.book è qualcosa di nuovo per molti, inoltre non si hanno direttrici dalla Biblioteca Nazionale di Colombia, su come dovrebbe organizzarsi il deposito legale. E sì, sarebbero disposte a riceverli ma avendo politiche chiare sulla loro sistemazione. Poi ci sono i costi, non tutti possono accedere a questa tecnologia perché molti di questi e.book sono ospitati su siti web dove si deve pagare.

Ho chiesto (»»»qua) ai miei lettori di farle alcune domande. Fra le tante ne riporto due.

- Perché fa questo lavoro? È felice?

Faccio il mio lavoro con passione e perché ho deciso, ho studiato tecnologia di gestione aziendale e lavorato in produzione commerciale e di servizio, ma tutta la mia vita ho amato la lettura e libri. La vita mi ha presentato l’opportunità di lavorare in biblioteca e ho cambiato. É stato molto gradevole, sono felice soprattutto ora che sono a contatto con un pubblico così vario, è stato un apprendimento meraviglioso sia personalmente sia intellettualmente.

- Qualche statistica sui suoi frequentatori (sesso, età, livello d’istruzione, testi preferiti).

Vengono molti studenti (più uomini che donne), universitari che studiano storia, antropologia, architettura, quasi tutte le discipline. I testi preferiti sono quelli di storia di Antioquia e i suoi municipi, architettura, economia, mezzi di trasporto e personaggi che hanno costruito Antioquia.

Vengono uomini già adulti a leggere giornali e riviste, giovani a utilizzare Internet e per informarsi, è bloccato youtube e facebook.

Qui ci visitiamo peraltro molti turisti da tutto il mondo, per essere in un edificio storico, nel “Palazzo della Cultura Rafael Uribe Uribe“.

Apr 292013
 

Diccionario biografico urraeñoChi pensa che la storia d’America inizi con lo sbarco di Colombo, è ben lungi dall’aver compreso e accettato che gli indigeni di quei luoghi hanno avuto anch’essi una loro tradizione, sia pur orale o talvolta scritta, eventi ancora tutti da investigare da scoprire da divulgare.
I maya gli atzechi i caribes, ma anche i meno noti quimbaya embera katíos, hanno dato il loro contributo, spesso muto e invisibile, agli accadimenti che seguirono la conquista dell’America in generale, accadimenti segnati dal sangue, dalla lotta per la libertà da parte indigena.
E allora il cacique Toné riveste un ruolo sicuramente importante nei conflitti dell’epoca, Toné, politico e militare, che difendeva il territorio dall’invasione europea.

Di tutto ciò, qualche giorno fa, grazie a un incontro fortuito nella biblioteca Carlos Castro Saavedra di Medellin, e grazie alla bibliotecaria Emilse Cardona, ne parlai con uno studioso proprio di Toné, dei Katíos, di Urrao, un esperto che dedica anima e corpo ad approfondire il tema in questione, il prof. Jaime Celis Arroyave.

Mi sembra doveroso diffondere quella parte di storia locale, in Europa poco studiata, che potrebbe aver avuto influenze ben più ampie di quanto si creda, e il prof. Jaime, che ringrazio con immensa gratitudine, mi ha aiutato a entrare nelle dinamiche della società indigena dei Catíos. Motivo per cui, ho approfittato della sua bontà per rivolgergli alcune domande che riporto di seguito.

*****

- Prof. Celis, nei nostri vari incontri, abbiamo concordato che i fatti d’America non iniziano con l’arrivo degli spagnoli, bensì si rimontano a ben prima del XV sec., agli indigeni, pensa che sarebbe bene rivedere i testi di storia?

- Ovviamente, è necessario rivedere la storia, dando agli indigeni il loro giusto valore, per esempio, essere l’origine della storia americana. Solo allora, oltre a rendere giustizia ai nostri nativi, avanzeremo nella vera interpretazione della storia, che ci permetterebbe tracciare la corretta strada per costruire il futuro.

- Ci può descrivere in poche parole come erano organizzati socialmente i Katíos e che zone del dipartimento di Antioquia abitavano?

- I Catíos vivevano a ovest dell’attuale Dipartimento di Antioquia. All’arrivo degli invasori europei, avevano un modello di società comunitaria, cioè proprietà collettiva al servizio del bene comune.

- Pochi conoscono la figura dell’indigeno Toné, ce ne potrebbe dare un abbozzo, nel senso accennarci in quale periodo storico visse e che ruolo ebbe sia come guerriero sia come politico?

- Toné era un ideologo e militare molto prominente, che affrontò la violenta e ingiustificata invasione spagnola con una chiara concezione della libertà e della sovranità, con una strategia militare davvero encomiabile, sia per l’organizzazione del popolo, sia per il valore che profuso. Iniziò a lottare nel 1539, fino al 1557, quando fu sconfitto nella battaglia di Nogobarco, senza che nessuno sappia, con certezza, la sua fine, anche se presumibilmente morì lì.

- Perché si pensa che Toné fu un precursore del concetto di libertà in America?

- I nativi americani sono stati i primi nel continente a parlare di libertà e combattere per essa. Toné, fra tutti, si distaccò specialmente nella battaglia di Escubillal, 1557, quando, davanti la richiesta letta dagli invasori affinché si arrendesse e pagasse tasse al re di Spagna e al Papa, rispose che venissero a sommetterlo però solo dopo una sconfitta, l’unico modo per giungere alla pace.

- Delle varie battaglie da lui sostenute a difesa della libertà indigena, ci potrebbe fare un riassunto, anche perché è poco noto che Toné fu, sicuramente, uno dei pochi cacique indigeni a far costruire ben due fortificazioni?

- Toné e i suoi Catíos, in difesa della libertà, hanno avuto quattro scontri contro gli invasori, così:
al Chuscal in Urrao, 1539, quando sconfisse e uccise 8 spagnoli, guidati da Pedro de Frias, che venivano a riscuotere tributo, senza alcun motivo.
L’assedio alla città di Antioquia, a partire dal 1541, quando fu fondata da Jorge Robledo, come avamposto per l’invasione, fino al 1554, quando è stata bruciata.
All’Escubillal, in Urrao, 1557, dove i Catíos avevano costruito una fortezza di legno, caso eccezionale tra gli indigeni, assediata per sei giorni, fino a quando fu catturata dagli 80 spagnoli comandati da Gómez Fernández, che era stato inviato dalla Real Audiencia de Santa Fé, a sommettere questo coraggioso popolo. In risposta così alla richiesta, come si è raccontato prima.
A Nogobarco, in Urrao, 1557, pochi giorni dopo il precedente scontro, anche là in una fortezza di legno, guerrieri indigeni guidati da Toné, hanno resistito per 39 giorni, alla fine sconfitti. Da ora in poi, non si sa di più su questo eccezionale Cacique e i nativi fecero una fine disastrosa, alcuni torturati a morte, altri, schiavizzati, ricevettero maltrattamenti. Solo pochi riuscirono a fuggire verso le vicine montagne.

- Crede che si potrebbero fare dei paragoni fra le idee politiche di Toné e di Bolivar?

- È chiaro che, questi due grandi leader, hanno in comune una progredita concezione politica in difesa della libertà e della sovranità, così come il loro interesse per un modello di società equa, al servizio del bene generale, il che rende il primo, un precursore di questi ideali e, il secondo, con i suoi scritti e le sue proposte, l’ideologo più importante di tutto il mondo, dell’epoca. Entrambi, ciascuno a suo tempo combatterono eroicamente, dando sé stessi in difesa di questa concezione. Inoltre, si assomigliano anche perché erano due grandi e unici strateghi militari. Vale la pena notare come la storiografia ufficiale, al servizio di una piccola elite, con ingiusti privilegi, abbia cercato di nascondere questa concezione, che minaccia i loro meschini interessi, presentandoli solamente come importanti leader militari e non come progrediti ideologi, che sono i meriti più notabili.

- Per concludere, prof. Celis, perché pensa sia importante conoscere e divulgare la storia del cacique Catío Toné?

- Toné è un ideologo molto progredito che ha mostrato, in modo chiaro, come gli indigeni, origine della nostra storia, quando fanno loro un ideale, sono capaci di dare la vita. Riscattare la loro storia, e fondamentalmente i loro ideali, nati dialetticamente dal proprio modello di società comunitaria, è dimostrare che la storia dell’America inizia con gli indigeni, e non in qualsiasi modo, ma con i contributi che sono la base per una costrizione collettiva di una nuova società equa, sovrana e pacifica.

*****

Libri pubblicati dal prof. Jaime Celis Arroyave:

- Historia general de Urrao, ed. Begòn, Medellin, 2009.
- Diccionario biografico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2012, 3ª ed.
- Patrimonio artistico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2013.
- Boletìn Toné, pubblicati già 41 numeri.
- Noticiero patrimonial, pubblicati già 170 numeri.

Per contattare l’autore: jaimecelisarroyave@gmail.com

*****

Riporto nella lingua originale, spagnolo, l’intervista con il prof. Jaime Celis Arroyave

Toné, un precursor de la concepción de libertad en America

Aquellos que piensan que la historia de America comienza con el desembarco de Colón, están lejos de entender y aceptar que los nativos de esos lugares también han tenido su propia tradición,a veces oral a veces escrita, y que todavia no se ha investigado en la totalidad.

Los mayas los aztecas los caribes, asì como los menos conocidos quimbaya embera katíos, han hecho su contribución, a menudo silencioso e invisible, a los acontecimientos que siguieron a la conquista de América en general, acontecimientos marcados por la sangre, por la lucha por la libertad de parte indígena.

Y desde luego el cacique Toné juega un papel importante en los conflictos de la época, Toné, político y militar, que defendía su territorio en contra la invasión europea.

Por todo esto, hace unos días, gracias a un encuentro casual en la biblioteca de Carlos Castro Saavedra de Medellín, y gracias a la bibliotecaria Emilse Cardona, hablé con un erudito sobre Toné, los Katíos de Urrao, un experto que dedica todas sus energías para profundizar el tema en cuestión, el prof. Jaime Celis Arroyave.

Me veo en la obligación de difundir esa parte de la historia local, poco estudiada en Europa, que pudo haber tenido una influencia mucho más amplia de lo que se piensa, y el prof. Jaime, a quien agradezco con inmensa gratitud, me ayudó a entrar en la dinámica de la sociedad Catía. Me aproveché de su bondad para hacerle unas preguntas que reproduzco a continuación.

*****

- ¿Prof. Celis, en nuestras diversas reuniones, hemos concordado en que los hechos de América no comenzarón con la llegada de los españoles, son de mucho antes del siglo XV, con los indígenas, piensa Usted que sería bueno revisar los libros de historia?

- Evidentemente, se hace necesario revisar la historia, dándole a los indígenas el valor que tienen, como, por ejemplo, ser el origen de la Historia Americana. Solamente así, además de hacer justicia con nuestros nativos, avanzaremos en la verdadera interpretación de la historia, lo que nos permitirá trazar caminos acertados para la construcción del futuro. 

- ¿Puede describir en pocas palabras cómo estaban organizados socialmente los Katíos y en qué áreas del departamento de Antioquia vivieron?

- Los Catíos vivieron al occidente del actual Departamento de Antioquia. A la llegada de los invasores europeos, tenían un modelo de sociedad comunitario, es decir de propiedad colectiva, al servicio del bien común.

- ¿Pocos conocen la figura del indigena Toné, podría darnos un esbozo, en cual período histórico vivió y qué papel jugó tanto como guerrero y como político?

- Toné fue un ideólogo y militar muy destacado, que afrontó la violenta e injustificable invasión española con una concepción clara de libertad y soberanía y una estrategia militar realmente encomiable, tanto por la organización de su pueblo, como por el valor que le infundió. Inició la lucha en 1539 y la prolongó hasta 1557, cuando fue derrotado en la batalla de Nogobarco, sin que se supiera, a ciencia cierta, cual fue su fin, aunque es de suponer que murió allí.

- ¿Por qué cree Usted que Toné fue un precursor del concepto de libertad en America?

- Los indígenas americanos fueron los primeros que en este continente hablaron de libertad y lucharon por ella. Toné, entre ellos, se destacó, especialmente en la batalla de El Escubillal, 1557, cuando, ante el requerimiento que le leyeron los invasores para que se entregara y rindiera tributo al rey de España y al Papa, les respondió que vinieran a someterlo para derrotarlos, única forma de que hubiera paz.

- ¿De las varias batallas en defensa de la libertad de los indígenas, nos podría hacer un resumen, ya que se sabe poco que Toné fue seguramente el unico cacique indígena que hizo construir dos fortificaciones?

- Toné y sus Catíos, en defensa de la libertad, tuvieron cuatro enfrentamientos con los invasores, así:

El Chuscal, en Urrao, 1539, cuando derrotó y dio muerte a los 8 españoles, comandados por Pedro de Frías, que venían a cobrar tributo, sin razón alguna.

Asedio de la ciudad de Antioquia, a partir de 1541, cuando fue fundada por Jorge Robledo, como avanzada para la invasión, hasta 1554, cuando fue incendiada.

El Escubillal, en Urrao, 1557, en donde los Catíos habían construido una fortaleza de madera, caso excepcional entre los indígenas, la cual fue sitiada, por seis días, hasta cuando cayó en poder de los 80 españoles comandados por Gómez Fernández, quien había sido enviado por la Real Audiencia de Santafé, para someter a este bravo pueblo. Aquí fue cuando respondió al requerimiento, como se relata atrás.

Nogobarco, en Urrao, 1557, pocos días después del enfrentamiento anterior; allí, también en una fortaleza de madera, los guerreros indígenas comandados por Toné, resistieron durante 39 días, siendo derrotados finalmente. De aquí en adelante, no se sabe más de este excepcional Cacique y los nativos tuvieron un fin desastroso, pues unos fueron torturados hasta la muerte y, los demás, sometidos en encomiendas, donde recibieron un trato inhumano. Solamente unos pocos pudieron escapar hacia los montes cercanos.

- ¿Piensa Usted que podríamos hacer comparaciones entre las ideas políticas de Toné y Bolívar?

- Es evidente que, a estos dos grandes dirigentes, los asemeja su concepción política de avanzada, en defensa de la libertad y la soberanía, además de su interés por un modelo de sociedad equitativo, al servicio del bien general, lo cual hace del primero, un precursor de dichos ideales y, al segundo, con sus escritos y propuestas, el más importante ideólogo, a nivel mundial, de su época. Ambos, cada cual en su momento lucharon heroicamente, entregándolo todo, en defensa de dicha concepción. Tambien, se parecen por cuanto fueron dos grandes e inigualables estrategas militares. Vale la pena anotar como la historiografía oficial, al servicio de una élite minoritaria, con injustos privilegios, ha buscado volver invisible dicha concepción, que atenta contra sus mezquinos intereses, presentando a ambos solamente como importantes jefes militares y no como ideólogos de avanzada, que es su mérito más destacado.

- ¿Por último, prof. Celis, porque cree que es importante conocer y difundir la historia del cacique Catío Toné?

- Toné es un ideólogo de avanzada que mostró, con toda claridad, como los indígenas, origen de nuestra historia, si manejan una concepción y son capaces de dar la vida por ella. Rescatar su historia, y fundamentalmente sus ideales, nacidos dialécticamente de su modelo de sociedad comunitario, es mostrar que la historia de América se inicia con los indígenas, y no de cualquier manera, sino con aportes que sirven de base para la constricción colectiva de una nueva società, equitativa, soberana y en paz.

 *****

Libros pubblicados por el prof. Jaime Celis Arroyave:

- Historia general de Urrao, ed. Begòn, Medellin, 2009.
- Diccionario biografico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2012, 3ª ed.
- Patrimonio artistico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2013.
- Boletìn Toné, publicados 41 numeros.
- Noticiero patrimonial, publicados 170 numeros.

Para contactar al autor: jaimecelisarroyave@gmail.com

Apr 242013
 

Nella ricerca storica a volte bisogna forzare la mano, lanciare la prima pietra, dare il primo urlo affinché si possa, nei limiti della documentazione posseduta, proporre una diversa visione, una probabile alternativa lettura dei fatti.
Abbiamo già accennato alla cultura Katía, indigeni presenti nel momento della conquista spagnola nell’America del Sud, etnia ben diffusa nella zona antioqueña dell’odierna Colombia. Sebbene si conosca a grandi linee la loro storia grazie ai dettagli lasciati dagli esploratori e dai prelati dell’epoca, il prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria, antropologo dell’Universidad de Antioquia, avanza una tesi, nel suo libro El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, che potrebbe indurre a profonde riflessioni, riflessioni che porterebbero a pensare la cultura sudamericana, o almeno parte di essa, di origine asiatica e mediterranea. Lo abbiamo già letto nei Quimbaya, a suo avviso di provenienza cinese, mentre i Darienes, un altro gruppo indigeno, soffrì l’influenza egizia e romana, così come i Katíos traevano indizi di discendenza birmana.

Soffermiamo dunque la nostra attenzione su quest’ultima etnia, secondo il nostro autore, i migliori orefici d’America, le cui figure che rappresentavano divinità con sfere o seni nella testa:

“… avrebbero avuto origine nel Nepal o in Birmania dove si venerò circa 3.500 anni addietro il dio tibetano Bon. I Catíos dell’Impero Ylama [*] come i Catíos della Birmania hanno voluto lasciare la sintesi di una strana divinità cosmica…” (1).

Un modo per affermare che nella storia le relazioni e interrelazioni sono sempre e ovunque presenti, per dire che nessuna cultura nasce dal nulla, ma deriva dallo sviluppo dall’evoluzione dall’espansione di una precedente o coeva le cui basi potrebbero essere distanti perfino migliaia di chilometri. Nel senso che il mondo di allora, come il mondo di oggi, avrebbe avuto connessioni più di quanto immaginiamo (per es., uno sigillo egizio scarabeo trovato in una necropoli etrusca).

Caciques, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma andiamo avanti e, considerando la lingua degli egizi, i Katíos avrebbero potuto avere ascendenza nord africana, infatti, prosegue il prof. Saldarriaga:

“… Fra i Catíos dell’Impero Ylama e alcuni di discendenza egizia, ci sono stati molti cachiques con il cognome Ra, come Abu-Ra, I-Ra, U-Ra e altri con il Ra nei loro nomi come Urrao e Carrapa. I Catíos chiamavano murrapo alla dea del sole e alla dea della terra arracacha.” (2)

Ra era difatti il dio-sole nell’antico Egitto, unitosi poi ad Amon, essendo infine la più importante divinità del pantheon egizio con il nome di Amon-Ra.

Ancora oggi sembra che l’ipotesi della matrice birmana (birmani ed egizi avevano avuto una certa relazione) sia ben visibile a occhi nudi, sempre secondo il nostro antropologo, per le vie, per esempio, della città di Medellin, dove le persone hanno fisionomie che ricordano l’oriente: capelli intensamente neri e lunghi, narice corta, pelle scura e liscia quelli d’ispirazione indocinese, mentre i melanesi sono leggermente più alti, capelli lunghi neri e un po’ ondulati, narice poco più lunga dei primi e a forma di aquila, pelle brunastra. Popoli venuti da lontane terre portando con loro genti di altri luoghi e altre stirpi – dall’Egitto e dal Mediterraneo in generale -: in poche parole, un variopinto mosaico di geni che oggi si ritrovano nei tratti somatici antioqueñi.

Figure tipiche birmane, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma non solo geni, anche usanze e costumi. Nessi archeologici – diamo un’occhiata alla foto di sopra – che varrebbe la pena comparare con maggiore attenzione. Inoltre, avrebbero messo in pratica conoscenze e tecniche che riportano all’oriente, per esempio sul modo di lavorare il bronzo che si rifà a quello indocinese o birmano (4).

Il serpente fu uno degli animali che più rappresentò i Catíos, lo notiamo nelle varie figure che ci sono pervenute, così come la rana, elementi tipici orientali. E se forziamo ancora un po’ la storia dei “paragoni”, potremmo affermare che

“… queste effigie del Poporoso dio del Cosmo rappresenterebbero a Vishnu del bramanesimo.” (5)

Figure con serpenti, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Tiriamo momentaneamente le somme, un totale che dovrebbe indurre ogni storico a non fermarsi alle solite e consuete tesi, ma, talvolta e quando i documenti lo permettono, azzardare ipotesi che inciterebbero a ulteriori indagini, teorie che uscirebbero fuori dal solito seminato.
Chissà, forse la storia acquisterebbe una marcia in più!

—–

- 1. Ricardo Saldarriaga Gaviria, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Susaeta ed. sa. Medellin, 2011, pag. 105.
- 2. op. cit., pag. 106.
- 3. op. cit., pag. 113.
- 4. op. cit., pag. 123.
- 5. op. cit., pag. 135.

* L’Impero Ylama era, secondo il prof. Saldarriaga, un grande complesso di culture che abitava la zona antioqueña e territori limitrofi, fra il 1.600 prima di Cristo e l’arrivo degli spagnoli nel XVI sec.

N.b.:
- Le immagini sono prese dal libro del prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria.
- Tutte le traduzioni dallo spagnolo sono di Gaspare Armato.

(aggiunta del seguente video il 10 giugno 2014)

YouTube Preview Image

Apr 162013
 

Dalle varie relazioni dei primi conquistatori, popoli non certo pacifici quelli che abitavano il sud America in generale prima dell’arrivo degli spagnoli. Nel nostro caso, la zona antioqueña, e Medellin in particolare, in Colombia, era popolata dalle più disparate tribù, tribù dedite principalmente all’agricoltura. Frequenti erano le coltivazioni di mais e di fagioli, così come la produzione di mantelli di cotone, si hanno notizie inoltre di scambi commerciali – per esempio fra catíos e tolimas – e di una oreficeria ben sviluppata. Ma seguiamo un certo ordine.

Indigeni CaribesI “caribes” – uno dei primi popoli americani che presero contatto con gli europei -, provenienti proprio dall’odierno Caribe, abili naviganti, emigrando verso ovest, occuparono il territorio di Urabà, debellando i residenti e conquistando buona parte della valle. Etnia, i caribes, che giunse addirittura fino al Brasile – alcuni ricercatori dicono essere oriunda proprio di quelle terre -, mentre al nord si insediò in alcune zone del sud dell’America settentrionale, Messico per l’esattezza. Erano poligami, pronti ad assimilare le culture con cui venivano a contatto – praticavano l’esogamia -, possedevano buone conoscenze di botanica, medicina, ittiologia.

A loro volta, i “catíos”, facenti parte della grande famiglia caribes, abitavano le zone pendenti della Cordigliera occidentale delle Ande fino al fiume Atrato, e delle loro tribù, dei catíos, facevano parte i guascas, i maurí, i cuiscas, i garúes, fra gli altri (1). Nomadi alcuni di loro, primitivi nella forma di vita e nell’organizzazione sociale, interessati a un’economia agricola altri, bellicosi altri ancora, pacifici taluni, a volte con un linguaggio diverso l’uno dagli altri, in lotta per la sopravvivenza.

Soffermiamo dunque la nostra attenzione sui catíos o katíos, indios politeisti (2) che affermavano essere Tatzitzetze il dio padre, colui che diede origine a tutto, dalla cui saliva nacque Caragabì, padrone del mondo in cui dimoravano (alcuni studiosi considerano essere questa la religione degli Embera, giacché quella dei Katíos non si conosce). Fu una donna, invece, la dea Dabeiba, a insegnare al popolo a coltivare la terra, a preparare i tessuti, a edificare le capanne, e via dicendo, dea scomparsa fra gli alberi della vetta del monte Leon da cui si elevò poi nelle regioni celesti e da lì comandava i fenomeni della natura, pioggia vento terremoto caldo…

I primitivi costruivano le loro abitazioni sugli alberi, alberi, si dice, così grandi che vari uomini non riuscivano ad abbracciarli. Con il trascorrere del tempo, poi scesero per “terra”, vivendo in capanne simili a quelle muisca»»qua), rotonde, di tetto conico, su pilastri alti 2-3 mt., senza porte, vivevano, dicevamo, in modo semplice e in stretto contatto con la natura, vicino a fiumiciattoli, a fonti di acqua, a piedi scalzi, coprendosi solo le parti intime, dai capelli lunghi sia uomini sia donne, che a volte erano tanto “omogenei” da non riconoscere a prima vista e da lontano, secondo Frate Severino de Santa Teresa (3), se maschio o femmina – ricordiamo gli uomini non portavano barba. Da alcuni autori erano definiti eccellenti guerrieri, talvolta assoldati da altre tribù per aiutarli a difendersi. Maneggiavano l’oro con una certa destrezza, oltre ad essere esperti nell’estrazione del sale e nella sua commercializzazione.

Abitazioni dei Katios, Colombia

La loro alimentazione si basava, principalmente, nel mais, nel banano, cacao, papaya, mango, avocado, ananas, raramente si nutrivano di caccia o pesca (4), e per tal motivo, continua il frate, potevano raggiungere l’età di novant’anni (5) (sic!). Non avevano ore ben precise per i loro pasti, solo quando lo stomaco ne aveva bisogno.
Secondo i katíos, la morte era causata da spiriti maligni che s’impossessavano del corpo, motivo per cui il jaibanà – sacerdote/medico – era chiamato per “scacciarli” dal cadavere, mentre se era uno di loro a lasciare la vita, si riunivano vari colleghi che, per mezzo di canti e danze, lo esortavano a non reincarnarsi. Da notare che credevano in un’anima e nella sua trasmigrazione.
E secondo il nostro frate, “eran la nación más culta de las que habitaban el territorio antioqueño”.

Poi tutto cambiò!
Arrivarono gli europei.
La prima spedizione che tentò entrare nelle terre antioqueñe fu quella di Rodrigo de Bastidas (1445-1527), Juan de la Cosa (1450 c.ca-1510) e Vasco Nuñez de Balboa (1475-1519), spagnoli spinti dall’avarizia per l’oro che, costeggiando fra il 1500 e il 1501 il litorale colombiano da Cabo de la Vela fino al golfo di Urabà, esplorarono tutta la zona limitrofa prima di ritornare a La Española e decidere una seconda incursione qualche anno dopo, 1504.

Indios Katíos, Colombia, 1963

Indios Katíos, Colombia, 1963

*****

- 1. Monografia del Departamento di Antioquia, Instituto Geografico Agustin Codazzi, Bogotà, 1969, pag. 39.
- 2. Qualche studioso afferma che i “primitivi” americani furono monoteisti. Vedi nota a pag. 31 in Francisco Duque Betancur, Historia del Departamento de Antioquia, ed. Albon-Interprint, Medellin, 1968.
- 3. Fray Severino de Santa Teresa, Los indios Catíos, los indios Cunas, Imprenta Departamental, Medellin, 1959, pag. 88.
- 4. Per altri autori, la caccia era invece occupazione diaria. Vedi: Costancio Pinto Garcia, Los indios Katios, su cultura – su lengua, Medellin, 1979, vol. I, pag. 91.
- 5. Fray Severino de Santa Teresa, op. cit. pag. 93.

*****

p.s.:
- La seconda immagine è presa dal libro di cui alla nota 4.
- La terza immagine è presa da: Cronica Municipal, Organo del Consejo Municipal Medellin, Colombia, Ed. Especial, agosto, 1963, pagg. 49, 50.

*****

Un particolare ringraziamento alla bibliotecaria Emilse Cardona della Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra di Medellin per la collaborazione nella ricerca dei testi.

Apr 042013
 

Dicono, da codeste parti, che il cognome “Uribe” denota carattere forte deciso fermo sicuro, dicono anche che per trattare con loro bisogna esser pronti a incassare qualche “colpo”. E così sembra, giacché il palazzo dedicato proprio a Rafael Uribe Uribe (1859-1914), avvocato giornalista politico militare, è una costruzione maestosa energica severa, una costruzione che, a prima vista, inganna.
E inganna sì, ché quando domandai all’ufficio informazioni turistiche, lì vicino, che cosa fosse quella “chiesa”, mi guardarono attoniti dicendomi: Caballero, no es una iglesia, es el Palacio de la Cultura “Rafael Uribe Uribe” de Medellin!
Colpo incassato!

Palacio de la cultura Rafael Uribe Uribe, Medellin, esterno e cupola

Da casa mia, nel quartiere chiamato Poblado, passa l’autobus n. 136 che in meno di 20 minuti mi porta a due passi da Piazza Botero, dal Museo di Antioquia e dal suddetto Palazzo, un piacevole percorso che ti immette nella vera vita urbana di Medellin, Colombia, una città dove germogliano idee innovative, che brulica di persone laboriose, che vive intensamente il presente con spirito positivo e allegro. Aggettivi, quelli adoperati, che ho percepito sulla pelle.

Ebbene, ubicato nel centro della città, il “Palacio” impressiona già per la possente facciata color nero con verde-grigio e per l’alta cupola, in definitiva, per la struttura che sembra d’ispirazione europea. In effetti, è opera dell’architetto belga – contrattato dal generale Pedro Nel Ospina (1858-1927) – Agustín Gooaverts (1885-1939), ispiratosi al Gotico rinascimentale, con influenza “Modernista”, insomma un disegno davvero “eclettico”, a mio parere piacevole garbato elegante. Da alcune lampade Art Nouveau costruite in Francia Belgio Italia, a colonne doriche, a decorazioni barocche, a rilievi in bronzo, a vetrate colorate che lasciano passare dolcemente la luce, ai favolosi mosaici dei pavimenti: particolari che colpiscono l’occhio e invitano a sostare per meglio ammirarli.

Palacio de la cultura Rafael Uribe Uribe, Medellin, particolare pavimenti

I lavori furono avviati nel 1920, il Palazzo del Governo doveva essere un punto di svolta, una indicazione che la città passava dall’essere agricola a industriale, a “europeizzarsi” negli aspetti economici civili e culturali, con una stima di spesa di circa 610.000 pesos de oro dell’epoca (1920-1921).
E la costruzione non fu esente da critiche (1), da ritardi, da lamentele, da cambi nel progetto, una costruzione portata al termine solo nella quarta parte dopo ben quattro fasi: dal 1925 al 1930, dal 1932 dal 1936, dal 1937 al 1965, dal 1966 al 1987, e per finire la restaurazione dal 1987 al 1998.

Nel 1982 fu dichiarato Monumento Nazionale, mentre nel 1988, dopo il trasferimento degli uffici del governo, divenne sede delle attività culturali della città, ospitando, fra le altre cose, mostre musica danza teatro cinema, inoltre con funzioni di Archivio storico e Museo storico, custode di una ben fornita biblioteca, Biblioteca Departamental “Carlos Castro Saavedra“, destinata principalmente a opere di carattere locale, antioqueñas.

Palacio de la cultura Rafael Uribe Uribe, Medellin, interno, particolari

Salgo e scendo per la doppia rampa delle larghe scalinate, mi affaccio dalle finestre, chiudo gli occhi immaginando i giochi politici di quei primi decenni del XX secolo, che vide la Grande Crisi del ’29, parlo con un addetto che mi spiega altresì la storia del luogo, persona gentile, orgogliosa di essere “paisa”, attento a custodire e tramandare la memoria storica di un luogo che fu ed è parte di un programma di conservazione di un passato della quale i medellinensi sono fieri.

S’è fatto tardi, devo andare, mi prometto ritornare, mi è rimasta quella voglia di indagare ancor più che sempre mi accompagna.

*****

- 1. Il periodico locale El Heraldo de Antioquia lo definì di concezione monastica, mentre un altro quotidiano, El Colombiano, scrisse essere la “catedral de nuestra señora de la gobernación”.

Mar 112013
 

Non bisogna aver fretta! per le strade colombiane non bisogna aver fretta, vuoi per le innumerevoli curve che le vie presentano, vuoi per l’”avventuroso” modo di condurre dei locali, vuoi per meglio godere del verde paesaggio che la natura regala e di cui spesso non siamo coscienti.

Guasca, Cundinamarca – Colombia -, è un piccolo paesino sulle Ande ad appena una cinquantina di chilometri da Bogotà, un accogliente luogo in cui vivono non oltre 12.000 abitanti. Per ripararsi dal freddo e dall’umido, giacché si trova a un’altezza di circa 2.700 mt. slm., i guasqueñi adoperano la ruana, un mantello a forma rettangolare fatto di lana vergine, molto resistente e adatto alle basse temperature.
La storia di Guasca è controversa, nel senso che qualcuno dice essere stata fondata dagli spagnoli:

Sin embargo, se ha escrito que el municipio de Guasca fue fundado en el mes de junio del año de 1600 por el Oidor de la Real Audiencia don Luis Enríquez y repoblado el 7 de octubre de 1639 por el Oidor don Gabriel de Carvajal”,

così afferma il Secretario General de la Academia de Historia de Colombia, Roberto Velandia, nella sua “Enciclopedia Histórica de Cundinamarca” (Tomo I. 1979, pag. 486)…

… altri invece insistono essere stato un antico insediamento indigeno, ché non esistono documenti che attestano la sua fondazione.
In ogni modo è certo che la zona, prima dell’arrivo di Colombo, era abitata dai Muisca, indigeni che conosciamo (»»»qua), che dipendevano dal Cacique di Guatavita, popolo dedito all’agricoltura, alla metallurgia, all’artigianato e, forse, anche ai commerci (»»»qua).

Ciò che a noi interessa è entrare nella vita diaria, quotidiana del popolo, una vita che sa tuttavia di memoria antica nei gesti e nella cultura, che sembra legata indelebilmente ai modi di fare di un tempo. Di seguito una serie di immagini sulla visita che feci qualche settimana fa.

Guasca, Municipio

Il colorato municipio di Guasca nella piccola piazza principale del paese. Il rapporto fra cittadino e politici è altresì, almeno da queste parti agricole, molto vicino, “intimo” direi, nel senso che tutti si conoscono e tutti sanno di tutto e di tutti. E le decisioni talvolta vengono prese per strada, portate in consiglio e lì approvate, decisioni che riflettono, o dovrebbero riflettere, le necessità del popolo.

*****

Guasca, chiesa di San Jacinto

Proprio a due passi dalla Casa de Gobierno, c’è, come solito, il potere religioso, la chiesa di San Jacinto, che nei giorni festivi si riempie di fedeli cattolici, fedeli legati inoltre alle vecchie tradizioni, in particolar modo all’aspetto mariano del culto. Giova di sicuro mettere in rilievo il carattere mite e umile della gente del posto, persone modeste semplici pronte ad aiutarti e offrirti il poco che hanno, persone dal sorriso spontaneo.

*****

Guasca, particolari della piazza

Uno scorcio della piazza di Guasca, luogo d’incontro, di affari, di compravendita, di appuntamenti, di competizione sia pure politica, dove si siedono i meno giovani a ricordare il passato e i giovani a rincorrersi. Attorno a essa una serie di botteghe vendono dal pane ad articoli di cancelleria a generi alimentari, oltre alla presenza di banche e uffici vari. Ha particolarmente attirato la mia attenzione la scultura di bronzo – a sinistra nella foto – in cui due giovani si riparano dalla pioggia sotto un ombrello, mentre un cane li segue, come a significare la compagnia, l’amicizia, la forza dell’unione.

*****

Guasca, natura e interno di una azienda

La natura in quelle zone è forte decisa compatta, una terra color nero che offre patate mais carote piselli ravanelli e tanti altri ortaggi, in più estese coltivazioni di fragole, sviluppato è l’allevamento del bestiame. Una terra che ha visto ancestrali culture il cui pensiero si trasmette ancora oggi nei gesti e nello stile di vita, quasi il tempo si fosse fermato. Non per nulla la bandiera di Guasca è bianca, simboleggiando la purezza la pace la tranquillità, verde, indicando la fertilità delle terre, gialla, la ricchezza del municipio.

*****

Guasca, ristorante tipico

Tipica è la merenda, non meno la colazione, fatta con cioccolata calda, formaggio “campesino” e pane preparato al momento in recipienti di ceramica cotto a legna, il tutto magari accompagnato da un’arepa. Accade spesso che il contadino, per il freddo mattutino, faccia colazione con un brodo di patate, “caldo de papas“, con l’aggiunta di mais erba coriandolo e poco altro ancora. Nella foto, Posada café la Huerta, a Guasca.

iscriviti alla babilonia61 newsletter

distinguiti dalla massa, ama la cultura

 

→ e scarica gratis un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli

dedicati alla storia moderna, con immagini e video: