Aug 202010
 

Con l’affissione delle sue 95 Tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517, Lutero mise in dubbio una istituzione millenaria, scavando un profondo solco tra sé e la Chiesa cattolica e preparando il terreno a una riformata concezione religiosa. Nell’intimo di molti si desiderava più la distruzione dell’intero organismo che una semplice revisione, l’abolizione del culto e di numerosi sacramenti. Quasi tutti gli scritti dell’epoca, gli scritti dei riformatori, reclamavano lo sterminio della vecchia istituzione, ricordiamo Zwingli affermare che l’uccisione dei vescovi e degli ecclesiastici fosse opera comandata necessariamente da Dio o le parole di Martin Butzer che nei suoi Dialoghi del 1535 insisteva in un universale sterminio del papa, dei vescovi e di tutto il loro seguito.
Ogni mediazione, ogni contatto con il passato doveva essere rimesso in dubbio per porre le basi alla nuova fede. La predicazione da sola non poteva né sarebbe riuscita a rimuovere la vecchia e creare una nuova coscienza religiosa, e allora i governi locali dell’epoca svolsero un ruolo determinate, importante, decisivo, senza loro, senza un appoggio politico statale non sarebbe stata possibile la vittoria sul cattolicesimo. Sostenuti, è vero, anche dal fatto che alla popolazione avrebbe fatto piacere rompere con il passato, abbandonare la confessione, i digiuni, le penitenze, liberarsi dei voti, delle indulgenze: tutto ciò era una forza attraente.
Le nuove Chiese territoriali nacquero sulle ceneri delle vecchie, sui beni materiali acquisisti con la forza, con la confisca, spesso con la lotta e l’uso delle armi. Il saccheggio, azzarderemo affermare, era tollerato, le guerriglie urbane e contadine all’ordine del giorno, talvolta più per odio verso la Chiesa che non per amore al Vangelo, più per lotte tribali e personali che per vera e propria riforma. Nella Germania di quei tempi c’era più pericolo per chi restava legato al vecchio culto che non al nuovo.
Ai governi premeva una fede salda, una fede che loro stessi avrebbero adoperato per arricchirsi e per stordire la massa. Certo, le dovute eccezioni erano palesi, basti pensare alla corrente di Münzer, all’anabattismo, a Zwingli che desideravano un riconoscimento politico e poter governare. Dove c’era divisione territoriale era più facile per i protestanti prendere il sopravvento, cosa contraria in Francia dove la forza cattolica e l’appoggio del re non permise una sicura penetrazione delle nuove dottrine luterane.
Lutero non organizzò mai la sua Chiesa, si rimise ai governi laici dei luoghi che ben volentieri lo appoggiarono sia per potenziarsi sia per ampliare i propri possedimenti. Lui, Lutero, era più propenso a insegnare, a scrivere, a predicare, difeso inoltre da Federico il Savio, elettore di Sassonia, suo ammiratore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori.
Il protestantesimo, dice Burckhardt, è nato come Chiesa di Stato, e quando lo Stato diventa indifferente, esso si trova in una posizione precaria” (1), i sovrani dunque avranno una funzione fondamentale e, senza che Lutero lo desiderasse, i governi diventarono così autorità religiose.

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1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE edizioni, Milano, 2009, pag.125.

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Tavola che illustra Lutero e gli eroi della Riforma

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Altri articoli correlati:
- Censura, roghi e libri clandestini nel XVI secolo.
- Zwingli e il protestantesimo in Svizzera.
- La rivolta dei contadini tedeschi del 1524-26, Münzer e Lutero.
- Il Sacro Romano Impero nell’epoca di Martin Lutero.
- L’Europa religiosa del XVI secolo.

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Piccola bibliografia:

- Roland H. Bainton, La riforma protestante, Einaudi, 2000.
- Florian Mussgnug, Lutero. Il padre della Riforma protestante, Giunti, 2008.
- Luise Schorn Schütte, La riforma protestante, il Mulino, 2001.
- Giuseppe Alberigo, La riforma protestante. Origini e cause, Queriniana, 2000.

Mar 232010
 

Grande importanza e influenza hanno avuto i banchieri nella storia moderna, determinando spesso cambiamenti storici degni di un certo rilievo. Ci è ben noto che, per esempio, l’elezione di Carlo V venne appoggiata finanziariamente anche dai Fugger, i quali prestarono al futuro imperatore del Sacro Romano impero somme considerevoli durante tutto il suo regno, denari quasi mai restituiti.
Un’altra famiglia degna di nota fu quella dei Welser, originari d’Augusta, in Germania, i quali ricevettero dal padre Anton una ricca e fiorente attività commerciale. I quattro fratelli, Bartholomeus, Lucas, Ulrice, Jakob, seppero amministrare con cura ed efficienza una società, fondata nel 1476, che si occupava di commercio di tessuti, di lana proveniente dall’Inghilterra, di prodotti orientali e delle ricche miniere d’argento dell’Europa centrale. Rivali diretti dei Fugger, i Welser giocarono un ruolo non secondario nella corte dell’Asburgo, Asburgo che gli darà l’esclusiva – 28 marzo 1528 – di investire nelle terre del Nuovo Mondo e in particolare in Venezuela: primi europei non spagnoli a partecipare al processo di colonizzazione dell’America e avere ampie concessioni commerciali con diritti privilegiati di sfruttamento. Principali scopi della famiglia erano la ricerca dell’oro americano, il mito dell’El Dorado, e l’investigazione di un passaggio nei mari del Sud, il futuro Stretto di Magellano, aspettative mai realizzate.
Ben presto però si scontrarono con gli interessi dei castigliani che governavano la provincia, e, accusati di non rispettare il contratto di affitto, il Consejo de Indias gli ritirò la concessione (1546, 1556 secondo altri). In verità, sembra, che la ragione fondamentale sia stata quella di essere sospettati di appoggiare il nascente luteranesimo.
Le gravi crisi finanziarie durante il periodo di Filippo II intaccarono le attività dei Welser, oltre che dei Fugger, che si videro costretti a ridimensionare i propri affari. Divisione della famiglia, prestiti di denaro non restituito, ripetuti fallimenti del sovrano spagnolo, e futura Guerra dei Trent’anni, misero in ginocchio il loro impero, tanto che Mathias Welser, discendente diretto, fu incarcerato dopo aver dichiarato bancarotta nel 1614.

Mar 212010
 

Enrico VIII (1491-1547), figlio di Enrico VII e di Elisabetta di York, secondo regnante della dinastia Tudor, oltre a essere famoso perché iniziatore della Chiesa Anglicana (Act of Supremacy, 1534), è noto inoltre per le sei mogli e per la forte volontà ad avere un successore maschio a tutti i costi. Salì al trono ad appena 18 anni, nel 1509. Uomo colto e di un certo carisma, sicuro delle sue idee, dal governo assolutistico, lasciò il paese in preda a una tesa crisi religiosa oltre che finanziaria e sociale.
Di seguito le immagini delle consorti.

Caterina d’Aragona (1485-1536) fu la prima consorte di Enrico VIII, moglie di suo fratello Arthur, morto – si disse – senza aver consumato il matrimonio con Caterina, e zia dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, nonché figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Dei vari figli, solo Maria (1516-1558) sopravvisse, mentre i maschi perirono chi in seguito a un aborto chi dopo pochi giorni dalla nascita. Caterina morì di cancro, nel gennaio 1536 dopo un matrimonio durato ben 24 anni.

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Anna Bolena (1501?-1536), dama di compagnia di Caterina d’Aragona, fu la seconda moglie del regnante inglese, convolata a matrimonio segretamente nel 1533. Dalla loro unione, che fra le altre cose fu causa di problemi politici e religiosi, nacque Elisabetta (1533-1603), futura regina d’Inghilterra. Anna, accusata di tradimento per aver sedotto alcuni cortigiani – che sotto tortura avevano confessato essere suoi amanti -, venne decapitata nel 1536. Aveva 35 anni.

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Non avendo avuto ancora un figlio maschio, Enrico VIII ripiegò su Jane Seymour (1508-1537), anch’ella dama di compagnia sia di Caterina d’Aragona che di Anna Bolena, sposata il giorno dopo la decapitazione di quest’ultima. Stavolta dall’unione nacque Edoardo VI (1537-1553). La regina, modesta e ben paga di servire il suo re, era ben accettata a corte, ma morì a 28 anni, dopo aver dato alla luce l’erede, avendo regnato per meno di due anni.

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Dopo due anni, Enrico VIII, consigliato da Thomas Cromwell e cercando un’alleanza con gli stati protestanti europei, sposa Anna di Clèves (1515-1557), principessa tedesca di 23 anni, poco colta, timida, e che parlava appena la lingua della sua terra. Non avendo consumato il matrimonio, i due si divorziarono, restando sino alla fine buoni amici, tanto buoni amici che Anna andava di tanto in tanto a fargli visita, sempre ricevuta con accortezza.

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Nel frattempo il re, deluso da Anna, aveva messo gli occhi su Caterina Howard (1520-25?-1542), dama di corte della precedente moglie e nipote del duca di Norfolk, piccola di statura, ma delicata nel viso. Accusata dai riformisti di aver condotto una vita “viziosa e liberale”, amante di diversi uomini, fu decapitata nel 1542 nella Torre di Londra. Aveva circa 21-22 anni ed era stata regina per meno di due anni. Il re si trovava solo per l’ennesima volta.

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Sembra che le caterine abbiano avuto un certo “fascino” sul re, stavolta l’ultima moglie di Enrico VIII fu Caterina Parr (1512 ca.-1548), già vedova due volte all’età di trent’anni. In buoni rapporti con i tre figli del re, Maria, Elisabetta ed Edoardo, la regina tentò riconciliare la famiglia. Amava l’arte, la musica, la cultura in generale, aveva un carattere ben determinato, che forse influì sulla futura Elisabetta I. Sopravvisse a Enrico VIII, risposandosi in segreto nel maggio 1547 (?) con Thomas Seymour.

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Piccola bibliografia:

- Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, Mondadori, 1996.
- Carolly Erickson, L’ultima moglie di Enrico VIII, Mondadori, 2009.
- M. D. Palmer, Enrico VIII, il Mulino, 2003.

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Articolo aggiornato il 13 maggio 2011.                                                                                                                                                                                                                                                                 


Mar 162010
 

Andrea Doria ritratto come Nettuno dal pittore fiorentino Agnolo Bronzino

25 novembre 1560, ore dieci: moriva nel suo letto del bel palazzo di Fassolo l’ammiraglio Andrea Doria. Aveva quasi 94 anni.
Nato il 30 novembre 1466 a Oneglia, vicino Genova, aveva visto passare ben dodici papi, da Innocenzo VIII a Giulio II, da Clemente VII a Pio IV, e ne aveva servito qualcuno. Era stato alle dipendenze, fra i tanti, di Francesco I di Francia, di Carlo V d’Asburgo e, per breve tempo, di Filippo II di Spagna. Ma il suo cuore rimaneva a Genova, città che conquistò e difese con tutte le sue forze e sulla quale ebbe sempre l’ultima parola.
Andrea Doria, orfano ad appena 17 anni, si era formato sul mare in età già adulta, aveva carattere marinaio, fermo, deciso, impavido, sempre pronto all’attacco, rispettoso del nemico. Corsaro come lui era il famoso Khair-ad-din Barbarossa, con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, i due avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno
Le sue navi trasportarono di tutto, da mercanzie a soldati, da cavalli ad armi, da re a principi, da schiavi a uomini liberi, da oro e gioielli a dame di compagnia.
Al genovese importava poco la conquista in sé per sé, desiderava accaparrarsi un buon bottino, venderlo, ricavare un utile e continuare la lotta. Nella sua dimora di Fassolo ebbe il piacere di ricevere cardinali, principi, re e imperatori, ebbe il piacere di dimostrare la sua forza e la sua tenacità. Anche quando Filippo II venne un giorno del 1548 con l’intenzione di costringere i genovesi a ricostruire la fortezza di Castelletto per ospitare una guarnigione spagnola, e il Doria s’impose con tutte le sue forze: Genova, sebbene sotto l’influenza di Carlo V, restava nelle mani dei genovesi.
Sopravvisse a vari complotti, ricordiamo solo quello tramato da Gianluigi Fieschi, sulla cui famiglia Andrea Doria riverserà tutta la sua ira.
Una delle sue ultime battaglie fu nei mari e nella terra di Corsica, dove erano sbarcati i francesi per prendesi un’isola in cui vi erano interessi del Banco di San Giorgio. Quell’anno, 1553, Andrea aveva ben 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere non erano venute meno e la sua lucidità era ancora in buono stato, così come la sua influenza su Carlo V che, ad una lettera del Doria in cui chiedeva il suo aiuto, gli rispose di prendere tutto ciò ritenesse utile per il buon fine dell’impresa.
Vecchio, già stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio di Carlo V si ritirò nella sua tenuta di Fassolo. Le forze iniziavano a mancare, la moglie, donna Peretta Usodimare, unica consorte, gli era morta qualche anno prima, la gotta lo tormentava. Il suo cameriere Antonio Piscina fu colui che ricevette le ultime volontà, quelle di comunicare al suo erede Giannandrea di rimanere fedele servitore del re di Spagna e del cattolicesimo, di quel cattolicesimo a cui lui, Andrea Doria, si era rivolto con devozione negli ultimi momenti della sua vita.

Mar 022010
 

Non è facile definire cosa e chi era “straniero” nel periodo da noi preso in considerazione, giacché il solo fatto di essere diverso e di non appartenere a una data, ristretta, comunità era già di per sé segno di identificazione, di esclusione, di catalogazione. Era inoltre l’epoca in cui gli stessi principi e sovrani che governavano spesso e volentieri non erano nati e cresciuti nei regni che amministravano, basti ricordare Carlo V, imperatore del Sacro romano impero e re di Spagna, sovrano nato a Gand, nelle Fiandre.
Consideriamo che all’epoca non erano ancora diffusi dizionari geografici od opere che illustrassero l’Europa, o libri che si dedicassero alla geografia. Il latino era una lingua che iniziava a tramontare, dedicato per lo più ai rapporti diplomatici. Le lingue locali, grazie anche ai torchi gutenberghiani, prendevano man mano campo, sebbene succedesse che in una stessa nazione e addirittura in una stessa regione si parlassero vari dialetti. Il processo di standardizzazione era ben lungi dall’essere completato. Nella stessa Francia, la lingua d’oïl del nord era quasi incomprensibile a quelli del Mezzogiorno che parlavano l’oc; ad Anversa, in Belgio, l’amministrazione comunicava in fiammingo, gli ecclesiastici in latino, mentre la corrispondenza con il duca o la corte in francese. In Italia, lo sappiamo, un meridionale capiva ben poco un fiorentino e addirittura in Sicilia restavano zone in cui si parlava il greco. Non faceva eccezione la Russia, dove convivevano il grande russo, l’ucraino e il bielorusso, per non dimenticare lo slavo ecclesiastico. Insomma, l’Europa era un mosaico di idiomi, di dialetti, di nascenti lingue nazionali. Eppure all’interno di una stessa terra c’era qualcosa che li identificava. Un francese, agli occhi di uno straniero, era frivolo, un fiammingo goloso e troppo pulito, un inglese pieno di pregiudizi e avaro. Per un italiano, al di là delle Alpi c’erano i barbari. Zwingli annotava che dobbiamo compartire la supponenza degli italiani […] il fatto è che non possono sopportare che i tedeschi li superino nell’erudizione (1).
Chi poteva essere dunque lo straniero?

Dentro certi limiti anche gli abiti distinguevano il forestiero, un italiano non era vestito come un fiammingo, un francese sfoggiava un diverso abbigliamento rispetto a uno spagnolo. E gli artisti dipingevano ciò che vedevano con attenzione e fedeltà di particolari. Le classi sociali si identificavano con facilità dal loro modo di abbigliarsi, per esempio i servitori dei regnanti aragonesi avevano una livrea color bianca e scarlatta, i musicanti di Leone X si evidenziavano per il bianco, rosso e verde, per non dimenticare che un borghese aveva un abito più elegante rispetto a un contadino, e via dicendo. La moda si diffondeva tramite i dipinti dei pittori, le compagnie di danza, i movimenti di certe famiglie nobili che facevano tendenza, tramite i contatti commerciali, diplomatici, perfino militari, una moda che cercava oltre che di accomunare anche di separare. Straniero poteva essere, dunque, anche l’appartenere a un diverso ceto, a una diversa comunità, a una diversa regione, a una diversa lingua, a una diversa nazione, a una diversa alimentazione.

Sì, alimentazione. Quando Carlo V giunse in Spagna portò le abitudini nordiche in una terra che si cibava frugalmente, era un diverso, uno straniero anche in questo senso. In Svizzera un ambasciatore italiano si inorridiva di come i suoi ospiti trascorrevano ore divorando una portata dopo l’altra, e molte condite di spezie barbariche. Accadeva in un’epoca in cui non c’era certo abbondanza di cibo per tutti.
Straniero pertanto chi si alimentava diversamente.
Ma la religione univa, i cattolici stavano con i cattolici, i futuri protestanti con i futuri protestanti, un’unione che varcava le frontiere, al di là delle lingue, degli abbigliamenti, al di là, talvolta, del ceto sociale.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag.133.

Jan 162010
 

L’erede al trono è sempre stata una scommessa con la Storia, una scommessa che spingeva sovrani e regnanti a giocarsi anche la vita politica pur di avere un figlio, necessario a proseguire la dinastia.
Eccezione non faceva di certo Filippo II (1527-1598), figlio di Carlo V (1500-1558) e di Emanuela del Portogallo (1503-1539), sovrano di una Spagna al massimo del suo splendore e paladino della religione cattolica.
Filippo si sposò quattro volte, ricevendo ben otto figli.

Maria Emanuela d’Aviz del Portogallo (1527-1545), fu la prima consorte quando ancora non era sovrano. Era figlia di Giovanni III del Portogallo e Caterina d’Asburgo, quest’ultima sorella minore di Carlo V, quindi, Maria, cugina di Filippo II. Sposata nel 1543, ebbe il primo e unico figlio ad appena diciotto anni, nel 1545, Carlo, che morirà nel 1568. Poco tempo dopo aver partorito, Maria Emanuela decederà per le complicazioni del parto. Riportano le cronache che vivevano una vita separata, anche per la freddezza e il comportamento distaccato del marito.

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Maria I d’Inghilterra (1516-1558), figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, acconsentì unirsi (1554) a Filippo II dietro suggerimento di Carlo V, sebbene alcune fazioni nobiliari e una parte della chiesa, i protestanti, non fossero d’accordo. Buona cattolica, Maria cercava a tutti i costi un discendente, ma morì, sembra di tumore e senza figli, all’età di 42 anni. La Spagna ancora una volta restava senza regina.

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Per la terza moglie, la scelta cadde su Elisabetta di Valois (1545-1568), figlia di Enrico II di Francia e dell’italiana Caterina de’ Medici. In verità, Elisabetta era destinata per interesse politico – come quasi sempre d’altronde – al figlio di Filippo II, Carlo, quel figlio nato dalla prima moglie. Il sovrano di Spagna riservava un certo affetto verso la nuova consorte – sposata nel 1559 -, a differenza del suo essere gelido e distaccato con le prime due. Dal loro matrimonio nacquero Isabella Clara Eugenia e Caterina Micaela. Elisabetta morirà a 23 anni, con accanto un marito che si rivelò premuroso.

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Lo stesso anno, 1568, morirà Carlo, l’erede al trono, figlio che si era dimostrato poco equilibrato. Filippo II doveva per forza maggiore risposarsi e cercare un maschio per la continuità della sua dinastia. Anna d’Asburgo (1549-1580) fu la sua quarta e ultima moglie, figlia di Massimiliano II d’Asburgo e Maria di Spagna, quest’ultima figlia di Carlo V, quindi, Anna, nipote di Filippo II. Dal loro rapporto presero vita cinque discendenti: Ferdinando, Carlo Lorenzo, Diégo Felix, Filippo, Maria. L’erede salirà al trono col nome di Filippo III. La dinastia era salva. Anna morirà ad appena 31 anni.

Dec 202009
 

Periodo che caratterizzò principalmente l’Italia, il Rinascimento è considerato epoca di risveglio, epoca in cui l’uomo acquista coscienza del proprio essere, sviluppando in modo significativo la propria personalità.
Leggiamo cosa ci racconta Bianca Maria Rizzoli sulla moda di quel tempo.

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Lo sfarzo del Rinascimento
Chi non ha studiato a scuola la vita, il fasto, le feste, le battaglie delle Signorie italiane del Rinascimento? Il secolo italiano per eccellenza, imitato e invidiato in tutta Europa, dove parlare la nostra lingua era come parlare l’inglese oggi, ossia un segno di cultura con un pizzico di raffinatezza. La documentazione che ci è rimasta è notevole, sia attraverso gli scritti e le lettere, sia attraverso le magnifiche opere d’arte. Il gusto rinascimentale italiano, dal punto di vista della moda, durò per tutto il Quattrocento e parte del Cinquecento, quando l’Italia cadde sotto il dominio di Carlo V di Spagna, incoronato nel 1530 a Bologna imperatore del Sacro Romano Impero.
La pittura del tempo illustra in modo chiaro la ricchezza dei vestiti, che erano considerati un bene di grande valore, sia per i tessuti adoperati, sia per le fodere altrettanto preziose, sia per i colori, sia per le decorazioni in gemme e i ricami in oro che spesso li ornavano. Per fare una pezza di seta, occorreva inoltre un’enorme mano d’opera: tessitori, tintori, disegnatori, stampatori, ricamatori, orafi, battitori (che lavoravano le lamine in oro da attorcigliare sui fili di seta). Alcune parti delle vesti, come le maniche, erano talvolta così preziose che venivano staccate e rinchiuse dentro a forzieri, dal momento che non poche volte venivano rubate. Il distacco era reso possibile grazie al fatto che la manica quattrocentesca non era cucita al vestito, ma costruita in pezzi di stoffa uniti tra loro da cordoncini che terminavano in un puntale d’oro. Dai buchi sbuffava la camicia di lino ricamata. Maniche e vestiti erano lasciati in eredità, e i testamenti sono un’altra fonte importante di documentazione sulla moda dell’epoca.

Una gara di moda tra due sorelle
Le Corti italiane brillavano per lo sfarzo mondano e la ricchezza che esibivano anche nelle vesti. Due donne in particolare furono considerate tra le più eleganti e raffinate d’Italia: Beatrice d’Este (1475 – 1497) moglie di Ludovico il Moro, signore di Milano, e la sorella Isabella (1474 – 1539) sposata a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Come si vede dalle date Beatrice morì di parto giovanissima, mentre Isabella fu considerata una delle donne più colte e raffinate del Rinascimento. Beatrice era una ragazza vivace, allegra e capricciosa. Lo storico Paolo Giovio la considerava severamente come una donna superba “e di grandissima pompa”. Ma Beatrice amava talmente i vestiti che se li inventava da sola, passando le notti a cucirseli, con grande creatività personale e un notevole gusto teatrale. Il marito Ludovico ne era deliziato. La sorella Isabella, che pure non era da meno per eleganza, le metteva alle calcagna degli informatori per sapere quali modelli indossava. Ad esempio, Bernardino Prosperi le descriveva in una lettera una ricca veste cremisi ornata di fiocchi d’argento filato, indossata da Beatrice per carnevale. Con tale abito è probabilmente raffigurata sulla scultura tombale su cui giace assieme al marito, ora conservata nella Certosa di Pavia. Non meno sfarzosi gli abiti da lei indossati dopo le nozze con Ludovico il Moro. Pur essendosi portata dietro un ricchissimo corredo personale, si fece fare ben altri 84 vestiti descritti maliziosamente dal Prosperi alla sorella come “una sacrestia apparata di piviali”.

Anche le feste erano occasione di sfoggio. Ad una delle più famose, “La festa del Paradiso”, con marchingegni scenici inventati da Leonardo da Vinci, Isabella comparve in due balli alla spagnola con una giubba di broccato d’oro, ornamenti d’ogni colore che usavano in Spagna, e un mantello di broccato bianco (tessuto in seta). Nei balli alla “moresca” invece ci si appendevano campanelli ai vestiti. Coltissima, Isabella amava inventare motti e ricamare sugli abiti imprese personali. Le imprese, da non confondersi con le insegne araldiche, diffusissime nel Rinascimento, erano un modo per affermare la personalità del signore attraverso simboli e frasi che potevano essere cambiati. Isabella amava farsi cucire note musicali sulle vesti, oppure lacrime. Aveva inoltre come motto personale “Nec spe, nec metu” (Né con speranza né con timore) frase che fa intravvedere la forza di questa donna, ammirata in tutta Italia, che seppe reggere con abilità diplomatica il marchesato di Mantova dopo la morte del marito. Anche a lei si devono invenzioni di moda come la Capigliara in uso tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, una specie di turbante a metà fra la cuffia e l’acconciatura portata molto indietro sulla testa, in modo da mostrare la fronte e l’attaccatura dei capelli.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Oct 232009
 

La storia della moda è anche storia del comportamento, storia sociale, storia delle tendenze, storia dello sviluppo delle idee… storia degli oggetti. Bianca Maria Rizzoli ci parla del busto attraverso i secoli.

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Corsetto in ferroDal Medioevo al Rinascimento la massima ambizione della donna europea fu avere la vita sottile, ottenuta stringendo il torace con fasce nascoste sotto al corpetto. I primi busti, ossia i primi indumenti che dovevano supplire alle fasce, comparvero nel XVI secolo ed erano all’inizio gabbie di ferro sagomate che terminavano con una lunga punta sul davanti, serrate sulla schiena con una molla o una chiave. L’introduzione del busto fu contemporanea alla moda spagnola, giunta in Italia con le conquiste di Carlo V, che cambiarono radicalmente l’elegante stile rinascimentale, creando all’opposto una figura femminile rigida e ieratica. La moda tardo-cinquecentesca assimilava il corpo della donna ad una coppia di coni opposti, di cui il punto più sottile era la vita, come una sorta di X. Al Musée de Cluny di Parigi è conservato uno di questi strumenti di tortura. Al busto era solitamente associata una sottogonna, detta “verdugale” che dava alla sottana una forma conica. Tuttavia le gabbie in ferro furono presto sostituite da stecche di balena o di vimini, infilate direttamente nel corsetto della veste.

La maggiore libertà di cui nel Settecento godette la donna, la portò a Casacca - busto, Fra' Galgario,  1750prediligere maliziosi abiti molto scollati. Sotto all’abito si indossò un busto di tessuto che aveva la funzione di spingere in alto il seno, in modo da mostrarne l’attaccatura. Imbottito e irrigidito da stecche di balena, fu associato fino al 1770 circa al “panier”, una sorta di cesto ovale molto largo e stretto che limitava i movimenti femminili: la donna doveva attraversare le porte trasversalmente e aveva difficoltà a sedersi. Tuttavia il busto era una prerogativa delle donne aristocratiche, mentre le popolane che lavoravano, non potevano permetterselo sia perché limitava i movimenti, sia perché era un indumento costoso.

Alla fine di due secoli di costrizione, l’illuminismo cominciò ad affermare la necessità di un corpo più libero, agile e naturale. Grazie alla rivoluzione francese, che associava busto e sottovesti all’odiata aristocrazia, furono infine aboliti tutti gli abiti di lusso e stabilita definitivamente l’eguaglianza vestiaria di ogni cittadino. Dalla fine del Settecento il busto conobbe circa un trentennio di eclisse. Ma già attorno al 1830 ricomparve per durare tutto il secolo e parte del Novecento. La signora borghese di buone condizioni usciva poco da casa e lasciava le fatiche domestiche alle cameriere. Durante tutto il secolo si continuò a pensare che la donna fosse fragile e debole rispetto all’uomo, ritenendo che il busto fosse necessario per sorreggerne la colonna vertebrale, che altrimenti si sarebbe distorta. La tortura iniziava in tenera età, quando madri amorevoli cominciavano a stringere gradualmente nella morsa di questo indumento le loro figliolette. Il busto diventò uno strumento di mutilazione al fine di ridurre la vitalità del soggetto, causando difficoltà respiratorie e digestive e comprimendo tutti gli organi interni. Durante tutto l’Ottocento massima ambizione della donna fu avere il vitino di vespa, ossia una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in contrasto con la larghezza della gonna, che si era ulteriormente ampliata con l’invenzione della crinolina, dapprima in tessuto di crine (da cui deriva il nome) poi in elastici cerchi d’acciaio. Per indossare simili corsetti era indispensabile l’aiuto del marito o di una cameriera, finché non fu inventata l’allacciatura “alla pigra”, con una serie di lacci variamente incrociati che la donna poteva manovrare da sola.

Ottocento, corsetto alla modaL’uso del busto portò anche a vere e proprie tragedie, come quella riferita da un giornale parigino nel 1850 in cui il giornalista raccontava di una giovane donna morta durante un ballo, perché il corsetto strettissimo aveva causato la perforazione del fegato da parte delle costole. Alla fine del secolo il busto si allungò oltre la vita stringendo anche una parte dei fianchi. La sua conformazione anatomica dava alla figura una linea ad “esse” che spingeva il petto molto in alto e inarcava le reni indietro. L’uso borghese voleva che le dame eleganti avessero un capo adatto per ogni occasione (da casa, da giardino, da visita, da carrozza, da passeggiata, da viaggio ecc.) il che rendeva necessario un busto per ogni abito del guardaroba, arricchito da trine, nastri e tessuti pregiati. Solitamente chiaro, questo capo di biancheria non era nero, colore considerato troppo voluttuoso. Nemmeno lo sport, che cominciava ad essere praticato da uomini e donne alla fine del secolo, risparmiava il corpo dal busto, anche se con fianchi elastici e corsetti privi di stecche. Perfino con l’introduzione delle zone balneari pubbliche l’indumento non fu abbandonato, ma nacquero pubblicità che propagandavano corsetti antiruggine che resistevano alla salsedine.

I medici avevano idee poco chiare sulla funzione del busto. C’era chi lo deplorava apertamente e chi tentava di brevettare busti medicamentosi, come quelli elettrici che dovevano curare ogni tipo di malattia. Intanto il femminismo avanzava: le suffragette, particolarmente attive in Inghilterra, lottarono per il diritto di voto alle donne, ottenuto nel 1928. La società cambiava: la donna lavorava, fumava, godeva di maggiore libertà. Il busto, indumento anacronistico di contenimento, aveva fatto il suo tempo.

Nel 1910 il pirotecnico sarto Paul Poiret decise di abolirlo, lanciando la sua linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga. Dopo molte polemiche le donne si adattarono a questo modo di vestire semplice e pratico. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Christian Dior lanciò una nuova collezione, il “New look”, che si ispirava ad una femminilità sofisticata ed elegante, ben lontana dalla severa semplicità degli abiti del periodo di guerra. Per costruire i suoi abiti Dior usava imbottiture e telette rigide, ma stringeva la vita con la guêpière, parola che deriva dal francese guêpe, vespa. Questo stile ebbe vita breve, anche per la morte del suo creatore. Negli anni Cinquanta, irruppero in Europa le disinvolte mo
de americane che si ispiravano agli abiti sportivi dei giovani studenti. Sport, vita all’aria aperta e balli come il rock’n roll non potevano essere adeguati a una vita costretta dal busto.

Bianca Maria Rizzoli.

Aug 192009
 

Caratteri mobiliUna delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione. Agli inizi del 1500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica. E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango.
Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo. Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano. Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa. La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandestiIndex Librorum Prohibitorumna.

Dal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice veniva aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica. Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.
In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.

In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur. La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.

Rabelais, impegnato a leggereIn Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con un a legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno la seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.

Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere. A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.

Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.
Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi. Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: (…) Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno.

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del 1500.
La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.
Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.
L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.
Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato. Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.Papa Paolo IV
Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti. Secondo il de Santillana, preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia. Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique de Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.

Jul 022009
 

Boton quiz

1. Chi erano i lanzichenecchi?
2. In che anno si ebbe il Sacco di Roma da parte di Carlo V?
3. Chi era papa ai tempi del Sacco di Roma?
4. In che anno i turchi di Solimano I assediarono Vienna?
5. In che battaglia fu fatto prigioniero Francesco I in Italia?
6. In che periodo si svolsero le guerre d’Italia?
7. Quale sovrano francese contrastava le aspirazioni di Carlo V?

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Articoli che potrebbero aiutare a trovare alcune risposte.

- I lanzichenecchi e il Sacco di Roma.
- L’elezione di Carlo V e la lettera della zia Margherita.

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Carlo V, ritratto da Tiziano, 1548

Carlo V, ritratto da Tiziano, 1548

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Risposte:

1. Mercenari tedeschi, soprattutto di fede luterana.
2. 1527.
3. Clemente VII.
4. 1529.
5. Nella battaglia di Pavia.
6. 1494-1559.
7. Francesco I di Francia.