Aug 252011
 

Non è mai vano insistere sul fatto che la storia, oltre a essere un continuum, è anche una formidabile ragnatela in cui ogni filo si regge sostenuto da altri, da una dipendenza e interdipendenza tale che ognuno di loro esiste e opera una funzione compiuta solo se connesso all’insieme. E se accade un qualcosa, si ripercuote, l’avvenimento, nelle vicinanze come nelle lontananze.

Campo del Drappo d'Oro, Enrico VIII e Francesco I (opera di Friedrick Bouterwerk)

Ebbene, nella prima metà del XVI secolo, tre regnanti di tre influenti stati ebbero un ruolo fondamentale nello sviluppo della futura Europa: Enrico VIII d’Inghilterra (1491-1547), Francesco I di Francia (1494-1547) e Carlo V imperatore del Sacro Romano Impero (1500-1558), tre personaggi con i loro caratteri, con le loro storie, con le loro particolarità.
Enrico VIII, dedito alla ricerca di una moglie che gli desse un successore maschio, anche a costo di confrontarsi con la chiesa cattolica e di fondarne una propria. Francesco I, in perenne lotta per non essere accerchiato militarmente e politicamente da Carlo V, mentre quest’ultimo, a capo di un impero dove non tramontava mai il sole, si vedeva fuggire dalle proprie tasche oro e argento che arrivavano dalle nuove terre. Il re di Francia cercherà invano l’alleanza dell’inglese, sovrano, quest’ultimo, in gravi dissesti finanziari e ben poco disposto a intraprendere una dispendiosa lotta contro l’Asburgo. Da parte sua Carlo, dopo aver vinto le elezioni, e divenuto imperatore di un Romano Impero, almeno sulla carta, si affannava per tenere uniti territori dalle più disparate ed eterogenee complessità politiche.
Mentre Carlo V e Francesco I erano pronti a darsi battaglia e scendere in campo personalmente, con corazza spada e cavallo, Enrico se ne teneva lontano, per quel che poteva, non rischiando la vita. Sensuale e debole davanti i propri sentimenti amorosi, Enrico, alto forte duro deciso, era pronto a sacrificare le vite degli altri – e certamente non era il solo – per il proprio tornaconto: due delle sei mogli morirono sul patibolo, Anna Bolena e Caterina Howard.
Enrico era parente di Carlo, avendo sposato Caterina d’Aragona, sorella di Giovanna la Pazza (ovvero la madre di Carlo), abbandonata poi per Anna Bolena; Carlo, che fu ricevuto nel maggio 1520 dal regnante inglese con cui strinse un patto di alleanza contro il francese. Ma si sa, la politica segue interessi la cui chiarezza spesso ci sfugge (!): Enrico attraverserà qualche tempo dopo la Manica per incontrarsi nel giugno del 1520 con Francesco I presso Calais, al “Campo dal Drappo d’Oro”, un lussuoso accampamento allestito dal francese nelle Fiandre per tentare un avvicinamento. Scarsi furono i risultati ottenuti. Gli intrighi, le relazioni, i fili della tela di ragno seguiranno sostenendosi a vicenda.

Francesco I e Carlo V entrando a Parigi, 1540

Aug 152011
 

Un video sulla famosa battaglia di Pavia del febbraio 1525, che rientra nella cronologia degli eventi delle guerre d’Italia, uno scontro fra le truppe di Carlo V e quelle di Francesco I di Francia, in cui quest’ultimo viene fatto prigioniero insieme a molti nobili illustri. Alcuni storici portano la cifra di 8.000 soldati morti nelle file francesi e 1.000 in quelle imperiali, altri invece 12.000 fra morti e feriti nel campo di Francesco I e appena 500 in quello di Carlo V. In ogni caso fu una vittoria schiacciante malgrado l’inferiorità di quest’ultimo.

YouTube Preview Image

*****

Invasione del campo francese e fuga delle dame e dei civili al seguito di Francesco I. Quarto dei sette arazzi che rappresentano la Battaglia di Pavia (cartoni di Bernard van Orley)

*****

(Rivisto e aggiornato il 13 ottobre 2011)

 

Aug 102011
 

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.
A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V viene incoronato da Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella vita del re, e, caso volle, nello stesso anno il suo nemico di sempre Francesco I sposasse sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.
Bene, dicevano della caccia.
Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, e via dicendo, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. E Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli attendeva il suo turno.

*****

1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.

Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età da noi studiata era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga si stimò che doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo. Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti furono davvero ragguardevoli (»» vedi articolo qua): i Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano a corrompere.
Il credito era dunque motore dell’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.
Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva (»» vedi articolo qua).
Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.
Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele, che ci mostrano un aspetto della realtà cinquecentesca.

*****

1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001)

*****

Quentin Metsys - Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro, ca. 1515

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

May 242011
 

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.
Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.
In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).
Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?
Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.
E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1). In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.
Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.
L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.
Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.
Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

*****
1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

May 202011
 

Paese ambito, l’Italia fu terreno di scontro fra le due principali potenze del XVI sec.
Il 1516 vide un accordo, seppur momentaneo e senza interpellare il papato, fra Spagna e Francia, dopo un lungo periodo di lotte per la divisione dell’Italia che possiamo dire aver inizio all’epoca di Carlo VIII di Francia e Ferdinando II d’Aragona. Carlo V d’Asburgo e Francesco I di Valois a Noyon firmavano un trattato in cui si assegnava ai francesi il Ducato di Milano e agli spagnoli il regno di Napoli e di Sicilia. In effetti, il sovrano spagnolo, che proprio in quell’anno aveva ereditato dal nonno Ferdinando d’Aragona il titolo di Re di Spagna, stava consolidando il proprio dominio sull’Italia e nello stesso tempo cercava di ridimensionare la potenza del nemico francese.
Ma la pace non durò a lungo.
Nel 1521 Francesco I apriva ancora una volta le ostilità contro il suo vecchio avversario. Nel 1525 sarà catturato nella battaglia di Pavia.

*****

*****
Foto, Silab storia.

Apr 052011
 

Nel XVI secolo il mar Mediterraneo si presentava, fra le altre cose, come luogo di scontro, dove navi di corsari e pirati intrecciavano spade e sparavano palle di archibugi alla ricerca di un bottino da portare a casa. Bottino vuoi materiale che fisico, bottino di merci, bottino di esseri umani. Non si risparmiavano colpi, né dalla parte europea, Spagna, Venezia, Francia, Genova e via dicendo, né dalla parte musulmana. Famosi personaggi ebbero le catene a mani e piedi, e fra questi ricordiamo Miguel de Cervantes (1547-1616), il futuro autore del celebre Don Chisciotte della Mancia.
Seguiamo, per quel che si può, i passi della sua schiavitù in terra africana.
Miguel nacque nel 1547 ad Alcalá de Henares, in una Spagna all’apice della sua estensione territoriale, in cui Carlo V regnava su un impero davvero vasto e ricco. Dopo sei anni fuori dalla sua patria, fuggito per aver ferito un muratore (1), Cervantes si era imbarcato a Napoli (1575) nella galera La Sol, una delle quattro al comando di Sancho Leyva con rotta verso le coste spagnole. Mare addentro la piccola flotta aveva avuto a che fare con ben due tempeste che avevano messo a dura prova la tempra dei marinai e le navi. La Sol ben presto si danneggiò e, alla vista di pirati barbareschi, nelle vicinanze di Palamós (Catalogna), cercò inutilmente di fuggire. Cervantes fu fatto prigioniero, insieme ai sopravviventi, di cui il fratello Rodrigo, dal rinnegato albanese Arnaute Mami, che lo portò prigioniero ad Algeri, città con circa centomila abitanti di cui la quarta parte schiava. Il nostro personaggio fu affidato a un sottufficiale di Arnate, un certo greco dal nome Dali Mami. Questi, forse per errore, avendolo considerato uomo importante per delle lettere di raccomandazione che portava con sé, chiese un riscatto di ben 5.000 scudi, una cifra alla portata di pochissimi, scesa poi a 500 ducati. Per cinque lunghi anni, Cervantes visse nei bagni algerini, tentando senza esito per quattro volte la fuga. Riunita la somma necessaria per riscattarlo, la sua famiglia inviò i frati trinitari, usualmente incaricati di trattare la liberazione dei presi, Juan Gil e Antón de la Bella, per portarlo a casa. Il 27 ottobre 1580, esattamente dopo 5 anni e un mese, Miguel de Cervantes rivedeva le coste spagnole.
In effetti, la vita dello scrittore era stata, e sarà, abbastanza avventurosa, avendo partecipato alla battaglia di Lepanto nel 1571, dove ferito alla mano sinistra perdeva l’uso, a quella di Navarino nell’anno nel 1572, ancora all’assalto di Biserta e Tunisi nel 1573: tutte azioni che permeeranno e renderanno forte l’animo e la penna di Cervantes.

*****
1. Historia de Iberia Vieja, rivista n. 69, pag. 45.

Feb 152011
 

Dall’età della “reconquista”, l’economia spagnola è stata sempre, più o meno, dipendente dalle attività internazionali. L’oro e l’argento, provenienti dalle terre americane conquistate durante il XVI secolo, era adoperato per comprare beni e servizi all’estero, non riuscendo, i produttori iberici, a soddisfare il fabbisogno di un grande impero quasi sempre in guerra. L’arretratezza dell’apparato produttivo spagnolo è evidente specialmente se si tiene conto della sua potenza militare e politica. E non dimenticando, inoltre, che gli spagnoli non riuscirono far a meno dei finanziamenti genovesi, né dei prodotti lombardi.
Nel 1535 Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, collocava sul ducato di Milano, alla morte di Francesco II Sforza, senza eredi, il figlio Filippo II. Da quell’anno e sino circa al 1620, Milano vivrà un lungo periodo di pace. Ma come si presentava economicamente quella regione? Sebbene il tema sia di non facile trattazione in poche righe, diamo quantomeno degli accenni.
Per quanto riguarda le capacità e le tecnologie, ma anche per la forza economico-produttiva, il ducato si dimostrava ben diverso dal sistema imperiale spagnolo, quest’ultimo meno dinamico, più legato alle tradizioni, con poca forza di penetrazione, poco concorrenziale. Milano, geograficamente al centro dell’Europa spagnola, era pronta a soddisfare i bisogni, con un traffico abile e agile, pronta a mettere in moto la propria capacità mercantile e industriale, approfittando, potremmo azzardare dire, delle potenzialità del vasto impero spagnolo che necessitava quasi di tutto, necessità che alimentavano, in un certo qual modo, l’economia lombarda, spinta peraltro a migliorarsi qualitativamente e fronteggiare, in alcuni settori, la concorrenza dei paesi del nord.
Le aree rurali, che riescono a sopportare con dignità la crisi della prima metà del Seicento, assumeranno nella seconda metà del secolo evidenti segni di progresso. In sintesi, durante il XVII secolo, le campagne del ducato milanese accentueranno quei cambiamenti iniziati nei decenni precedenti: gelso, lino, riso, vite vengono maggiormente incoraggiati, si diffondono i prati artificiali e foraggi, il commercio agricolo in generale si fa più aperto. I milanesi, inoltre, sono capaci anche con la loro industria siderurgica e metallurgica a far fronte alle richieste di armi da parte spagnola. In tutto ciò, le città sembrano evidenziare la loro atrofia, la loro debolezza, la perdita di supremazia economica (da ricordare la peste del 1630). Pertanto, la crisi generale del Seicento permetterà un rafforzamento delle campagne, quasi spostando l’asse economico e sociale verso quelle zone. Ma non bisogna pensare a una estesa “rifeudalizzazione”, giacché il fenomeno non fu tanto generalizzato quanto si possa immaginare (1).
Si potrebbe quasi affermare che i bisogni della potenza spagnola permisero all’agricoltura e all’economia lombarda prepararsi per il successivo sviluppo industriale del XVIII secolo e prepararla per accogliere le proposte riformatrici dei sovrani austriaci.

*****
1. D. Sella, Crisis and continuity. The economy of Spanish Lombardy in the seventeenth century. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1979, pp. 148-173.

Feb 082011
 

Abbiamo varie volte accennato alla schiavitù nel trascorso della Storia moderna (qua), schiavitù “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo. E usualmente ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.
L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi anche di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente di origine musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare. Dalla stessa zona africana giungevano nelle nostre terre, vuoi tramite le incursioni cristiane, vuoi tramite i commerci, vuoi tramite le battaglie navali, prigionieri provenienti da zone interne, Ciad per esempio, e Tripoli potrebbe considerarsi un fiorente mercato del tempo (XV-XVI secolo) dal quale partivano carovane dirette verso l’Europa. Un’altra testimonianza potrebbe indicarsi nella piccola isola di Tabarca, di fronte Tunisi, in mano ai genovesi (famiglia Comellini) dalla seconda metà del XVI secolo fino al 1741, isola ricevuta in cambio del corsaro Dragut fatto prigioniero da Giannettino Doria nel 1540, da dove salpavano navi cariche di merci, oltre che di schiavi, dirette sia verso le vicinissime terre africane sia verso l’Europa (1).
Non bisogna poi dimenticare gli schiavi neri che, dalla metà del XV secolo e buona parte del XVI, i portoghesi avevano portato in Spagna e in Portogallo dalle loro scorribande lungo le coste africane atlantiche, Senegal e via dicendo, neri che, trasferiti principalmente a Tripoli, erano diretti verso la Sicilia. Per esempio, intorno al 1516, la potente famiglia Fardella di Trapani, poteva contare su un centinaio di schiavi neri (2), mentre a Palermo, sempre agli inizi del Cinquecento, viene ricordato un mercante di schiavi col soprannome di lu nigreri (il negriero) (3) . Anche in varie località pugliesi si ha notizia di negri, di piccoli gruppi isolati portati dai commercianti. Tutto ciò sembra indicare “una forza di frenesia, cioè quasi una smania degli schiavi, che attaccava la nobiltà e in generale le classi più agiate del Cinquecento” (4), in Sicilia.
Facciamo un salto temporale e avviciniamoci alla fine del XVII secolo. Essendo le nostre coste vicine ai Balcani, ecco che parte degli schiavi provenivano, in particolar modo dopo il fallito assedio di Vienna da parte dei turchi nel 1683, proprio da quei territori, vuoi portati da mercanti che approdavano a Brindisi, a Bari, o in Abruzzo, vuoi prigionieri di guerra. E c’erano anche donne e ragazzi destinati a “uso domestico”. Usualmente bosniaci, magiari, slavi, popoli che l’avanzata ottomana dei decenni precedenti aveva sottomesso. Non mancavano i greci, a volte al servizio turco, a volte schiavi anch’essi che remavano nelle navi.
Durante la conquista spagnola di città costiere africane, potevano inoltre essere catturati ebrei, e in buon numero. Il conte Pedro Navarro, che conquistò Tripoli (1510), mise all’asta diversi schiavi e fra questi vi erano ben 289 ebrei, condotti alla fine verso terre siciliane (5). Altri ebrei furono catturati a Tunisi dopo la caduta della città nelle mani di Carlo V nel 1535. Gli ebrei, a loro volta, potevano avere schiavi per conto loro, basti pensare alla comunità livornese che nel 1686 possedeva ben 95 schiavi (6).
Per terminare questo breve accenno, bisogna pur rilevare che la maggior parte degli schiavi presenti e commerciati in Italia erano di origine turca, della penisola anatolica, non di meno è da rilevare che le altre presenze qua considerate hanno avuto un certo ruolo nei commerci, nelle guerre, nelle dinamiche della storia moderna. Non dimentichiamo che alcuni di loro, convertiti al cristianesimo, e sposandosi spesso con persone del luogo, hanno dato vita a figli legittimi nel cui sangue scorreva il passato genetico.

*****

*****
1. L. Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, Laterza, 1993, pp. 19-23.
2. S. Bono, Schiavi in Italia: Maghrebini, neri, schiavi, slavi, ebrei e altri (secc. XVI-XIX), in “Mediterranea”, anno VII, agosto 2010, pag. 235.
3. G. Bonaffini, Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (Secoli XVIII-XIX), in “Cahiers de la Méditerranée”, n. 65/2002.
4. G. Marrone, La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Caltanissetta-Roma, 1972, pp. 199-200.
5. N. Zeldes, Un tragico ritorno: schiavi ebrei in Sicilia dopo la conquista spagnola di Tripoli (1510), in “Nuove Effemeridi”, n. 54, 2001, pp. 47-55.
6. C. Piazza, Schiavitù e guerra dei Barbareschi. Orientamenti toscani di politica transmarina (1747-1768), Giuffrè ed., Milano, 1983, pag. 95.

Feb 042011
 

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo (qua). Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, quasi mai era accettata in quei luoghi, raramente nei paesi islamici.
Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, iniziando forse dalla metà del XV secolo, potendosi notare i risultati nel secolo successivo.
Questi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nella vecchia Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche. Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.: “Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”(1), insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna. Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. Città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.
Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquista una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dai preziosi metalli, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno. Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa. “Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

*****
1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.