Feb 152013
 

Usualmente quando si scrive del XVI sec. si parla degli eventi che hanno caratterizzato i grandi centri, tralasciando accennare alle periferie, a quelle periferie che talvolta hanno dato prova di coraggio, di sviluppo, di determinazione, periferie luoghi di nascita di personaggi di un certo rilievo.
E per avere un quadro quando più completo di quegli anni, a volte serve scendere nei particolari di realtà poco conosciute, lasciate nel dimenticatoio e destinate ad interesse di studiosi regionali.

Teatro Selinus, Castelvetrano, Trapani

Teatro Selinus, Castelvetrano, Trapani

Serve dunque, per fare uno dei tanti esempi disponibili, accennare a Castelvetrano, cittadina del trapanese, cittadina che ospitò il famoso Goethe – 21 aprile 1787 -, tanto da segnalarlo addirittura nel suo Viaggio in Italia. Ospite di un albergo che non esiste più, dove oggi sorge il Teatro Selinus.
Per meglio comprendere gli accadimenti locali, inquadriamo il periodo storico in questione, necessario per quel gioco di relazione-interelazione, di causa-effetto, di cui spesso parliamo in questo blog, giacché, non è vano menzionarlo, la storia è una grande ragnatela dove ogni filo è sorretto dagli altri, dove le ripercussioni di un evento si trasmettono sia nel lungo periodo sia nelle lunghe distanze.
Siamo, dunque, in pieno Rinascimento, periodo inoltre del protestantesimo e del successivo Concilio di Trento (1545), decenni, i primi del XVI, delle Guerre d’Italia, dello scontro fra spagnoli e francesi per l’egemonia sull’Italia, epoca di Michelangelo di Raffaello di Erasmo da Rotterdam di Machiavelli di Shakespeare, fra i tantissimi. Per non dimenticare la diffusione dei libri a stampa, dell’arrivo in Spagna e in Europa in generale dell’oro americano, della conquista dell’America e i problemi che ne derivarono…

Grande sviluppo ebbe, orbene, la città di Castelvetrano nel XVI sec., secolo in cui Carlo V di Spagna la elevò a Contea (1522) e suo figlio Filippo II a Principato (1564), epoca in cui sorsero e furono abbellite tante chiese, dalla Matrice (1520) a quella di San Domenico (1509) a quella del Carmine (1509). Merito si deve al primo conte castelvetranese Giovan Vincenzo Tagliavia, gran sostenitore di Carlo V, tanto da allestire tre navi che inviò all’imperatore durante l’assedio di Tunisi (1535).
Castelvetrano ben presto divenne un centro fiorente, di artigianato, di commercio, si fondò finanche il Monte di Pietànel 1549, per dare aiuto ai poveri e bisognosi.
Il XVII secolo si apre invece con carestie, epidemie – ricordiamo la peste del 1630 che colpì l’Italia e l’Europa (Russia 1654), e quella del 1656 che si accanì principalmente nel Regno di Napoli -, cattivi raccolti, a tal punto che i castelvetranesi insorsero nel 1647 guidati dai conciapelle - non trascuriamo la rivolta di Masianello dello stesso anno -, insurrezione piegata con la forza da Doña Stefania Cortes e Mendoza, reggente in assenza del marito Diego Aragona Tagliavia Pignatelli.

Chiesa Matrice, Castelvetrano

Chiesa Matrice, Castelvetrano

Ristrutturata a partire del 1520 per volere di Giovan Vincenzo Tagliavia, la chiesa della Matrice, dedicata alla Madonna Assunta – prodotto di costruzioni già esistenti, chiesa di Santa Maria, cappella di Santa Chiara e San Giorgio -, presenta influenze architettoniche normanne e rinascimentali, il tutto in un armonioso gioco di navate, tre, con un corto transetto e presbitero rialzato. Il portone sembra risentire ancora dell’influenza medievale araba, con la presenza di rivestimenti arabeschi.

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Chiesa di San Giovanni, Castelvetrano, Trapani

Chiesa di San Giovanni, Castelvetrano, Trapani

Il 1589 è l’anno d’inizio della costruzione della chiesa di san Giovanni, chiesa voluta dalla famiglia Majo che ne agevolò la realizzazione grazie ai mezzi finanziari messi a disposizione. Opera terminata intorno il 1660 con la fabbricazione della cupola maggiore, che protegge la statua in marmo proprio di San Giovanni Battista (1522), di Antonello Gagini (1478-1536).

Il suddetto resoconto, volutamente breve e molto riassuntivo, è solo a rilevare che le sfaccettature della storia sono presenti anche altrove, che talvolta è bene, necessario, utile e, perché no, divertente e curioso, indagare magari in quelle terre dove pochi si addentrano perché credono, erroneamente, che non è “successo nulla”.

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Foto di Giacomo Armato 

Aug 042012
 

La famosa battaglia di Pavia del febbraio 1525, che rientra nella cronologia degli eventi delle Guerre d’Italia, fu uno scontro fra le truppe di Carlo V e quelle di Francesco I di Francia, in cui quest’ultimo fu fatto prigioniero insieme a molti illustri nobili. Alcuni storici portano la cifra di 8.000 soldati morti nelle file francesi e 1.000 in quelle imperiali, altri invece 12.000 fra morti e feriti nel campo di Francesco I e appena 500 in quello di Carlo V. In ogni caso fu una vittoria schiacciante nonostante l’inferiorità di quest’ultimo.

La genesi della battaglia si può far risalire a quando i francesi, conquistata Milano nell’ottobre 1524, presero d’assedio la città di Pavia, a circa 40 km. a sud di Milano, con una forza di circa 30000 uomini.

Come risposta all’attacco, circa 23000 combattenti dell’armata degli Asburgo, comandata da Fernando de Avalos (1490-1525), arrivarono rapidamente a rafforzare i 6000 soldati della guarnigione per sollevare il blocco.

Il 24 febbraio, gli spagnoli, che avevano scatenato un attacco nella notte del 23, vennero sorpresi da un forte bombardamento dei cannoni francesi e dalla carica della loro cavalleria che mise fuori uso l’artiglieria imperiale. Alle prime ore del dì, Francesco I, sicuro della vittoria, assaltò dunque le forze nemiche, commettendo l’errore di passare davanti ai propri cannoni, impedendogli di continuare a colpire gli avversari.

A loro volta, nascosti dietro boscaglie, gli archibugieri di Carlo V, in numero di circa 1500, presero di fianco i francesi, provocando numerose perdite fra le loro file. La battaglia ben presto volse a termine, i reiterati attacchi francesi finirono nel sangue, gli uomini a difesa della città uscirono dalle loro posizioni per dare manforte alle truppe venute in loro aiuto. Preso fra due fuochi, a Francesco I non restò che arrendersi.

L’epoca del predominio della cavalleria pesante stava declinando, le armi da fuoco avevano dimostrato la loro importanza spesso decisiva negli scontri che oramai vedevano anche i cannoni come possibili protagonisti, quei cannoni che colpirono le mura di Roma nel famoso sacco del 1527.

Battaglia di Pavia, Ruprecht Heller

Battaglia di Pavia, Ruprecht Heller

 

Aug 252011
 

Non è mai vano insistere sul fatto che la storia, oltre a essere un continuum, è anche una formidabile ragnatela in cui ogni filo si regge sostenuto da altri, da una dipendenza e interdipendenza tale che ognuno di loro esiste e opera una funzione compiuta solo se connesso all’insieme. E se accade un qualcosa, si ripercuote, l’avvenimento, nelle vicinanze come nelle lontananze.

Ebbene, nella prima metà del XVI secolo, tre regnanti di tre influenti stati ebbero un ruolo fondamentale nello sviluppo della futura Europa: Enrico VIII d’Inghilterra (1491-1547), Francesco I di Francia (1494-1547) e Carlo V imperatore del Sacro Romano Impero (1500-1558), tre personaggi con i loro caratteri, con le loro storie, con le loro particolarità.

Enrico VIII, dedito alla ricerca di una moglie che gli desse un successore maschio, anche a costo di confrontarsi con la chiesa cattolica e di fondarne una propria. Francesco I, in perenne lotta per non essere accerchiato militarmente e politicamente da Carlo V, mentre quest’ultimo, a capo di un impero dove non tramontava mai il sole, si vedeva fuggire dalle proprie tasche oro e argento che arrivavano dalle nuove terre.

Il re di Francia cercherà invano l’alleanza dell’inglese, sovrano, quest’ultimo, in gravi dissesti finanziari e ben poco disposto a intraprendere una dispendiosa lotta contro l’Asburgo.

Da parte sua Carlo, dopo aver vinto le elezioni, e diventato imperatore del Romano Impero, almeno sulla carta, si affannava per tenere uniti territori dalle più disparate ed eterogenee complessità politiche.

Mentre Carlo V e Francesco I erano pronti a darsi battaglia e scendere in campo personalmente, con corazza spada e cavallo, Enrico se ne stava lontano, per quel che poteva, non rischiando la vita. Sensuale e debole davanti ai propri sentimenti amorosi, Enrico, alto forte duro deciso, era pronto a sacrificare le vite degli altri – e certamente non era il solo – per il proprio tornaconto: due delle sei mogli morirono sul patibolo, Anna Bolena e Caterina Howard.

Enrico era parente di Carlo, avendo sposato Caterina d’Aragona, sorella di Giovanna la Pazza (ovvero la madre di Carlo), abbandonata poi per Anna Bolena; Carlo, che fu ricevuto nel maggio 1520 dal regnante inglese con cui strinse un patto di alleanza contro il francese.

Campo dal Drappo d'Oro, Enrico VIII e Francesco I (opera di Friedrick Bouterwerk).

Campo dal Drappo d’Oro, Enrico VIII e Francesco I (opera di Friedrick Bouterwerk).

Si sa, la politica segue interessi la cui chiarezza spesso ci sfugge (!): Enrico attraverserà qualche tempo dopo la Manica per incontrarsi nel giugno del 1520 con Francesco I presso Calais, al “Campo dal Drappo d’Oro”, un lussuoso accampamento allestito dal francese nelle Fiandre per tentare un avvicinamento. Scarsi furono i risultati ottenuti.

Gli intrighi, le relazioni segrete, seguiranno sostenendosi a vicenda.

Francesco I e Carlo V entrando a Parigi, 1540.

Francesco I e Carlo V entrando a Parigi, 1540.

Enrico VIII imbarcandosi nel porto di Dover, 1520 ca.

Enrico VIII imbarcandosi nel porto di Dover, 1520 ca.

 

Aug 102011
 

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.

A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V è incoronato da papa Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella sua vita. Nello stesso anno, il suo nemico di sempre, Francesco I, sposò sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.

Bene, dicevano della caccia.

Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Caccia in onore di Carlo V, Lucas Cranach, 1544

Caccia in onore di Carlo V, Lucas Cranach, 1544

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli, attendeva il suo turno.

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- 1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.

Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età storica da noi studiata, Moderna, era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga, si stimò che questi doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo.

Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti ammontarono a una somma non indifferente. I Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano inoltre a corrompere.

Il credito era dunque motore dell’economia, di un’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.

Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva. Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.

Andiamo a scomodare qualche pittore dell’epoca, affinché ci mostri visivamente la realtà. Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele (1490 ca.-1546 ca.), che ci offrono un aspetto della quotidianità cinquecentesca.

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515)

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515) 

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

 

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1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001).

May 242011
 

Juan Luis Vives

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.

Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.

In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).

Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?

Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.

E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1).

Pass-Room di Bridewell

In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.

Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.

L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.

Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.

Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

May 202011
 

Gli scontri fra Carlo V e Francesco I non furono solo per l’elezione politica, le due forze in campo si scontarono anche e soprattutto per il dominio e controllo dell’Europa, partendo dall’egemonia sull’Italia, paese ambito e terreno di scontro fra i due eserciti più potenti dell’epoca.

Il 1516 vide un accordo, seppur momentaneo, fra Spagna e Francia, dopo un lungo periodo di lotte per la divisione della penisola italiana che possiamo dire aver inizio all’epoca di Carlo VIII di Francia e Ferdinando II d’Aragona.

Carlo V d’Asburgo e Francesco I di Valois a Noyon firmavano un trattato in cui si assegnava ai francesi il Ducato di Milano e agli spagnoli il regno di Napoli e di Sicilia. In effetti, il sovrano spagnolo, che proprio in quell’anno aveva ereditato dal nonno Ferdinando d’Aragona il titolo di Re di Spagna, stava consolidando il proprio dominio sull’Italia e nello stesso tempo cercava di ridimensionare la potenza del nemico francese.

Ma la pace non durò a lungo.

Nel 1521 Francesco I apriva ancora una volta le ostilità contro il suo vecchio avversario. Nel 1525 sarà catturato nella battaglia di Pavia.

L'Italia dopo la pace di Noyon, 1516

L’Italia dopo la pace di Noyon, 1516

Apr 052011
 

Nel XVI secolo il mar Mediterraneo si presentava come luogo di scontro, dove navi di corsari e pirati intrecciavano spade e sparavano palle di archibugi alla ricerca di un bottino da portare a casa. Bottino vuoi materiale che fisico, bottino di merci, bottino di esseri umani.

Non si risparmiavano colpi, né dalla parte europea, Spagna, Venezia, Francia, Genova e via dicendo, né dalla parte musulmana. Famosi personaggi ebbero le catene a mani e piedi, e fra questi ricordiamo Miguel de Cervantes (1547-1616), il futuro autore del celebre Don Chisciotte della Mancia.

Seguiamo, per quel che si può, i passi della sua schiavitù in terra africana.

Miguel nacque nel 1547 ad Alcalá de Henares, in una Spagna all’apice della sua estensione territoriale, in cui Carlo V regnava su un impero vasto e ricco.

Dopo sei anni fuori dalla sua patria, fuggito per aver ferito un muratore (1), Cervantes si era imbarcato a Napoli (1575) nella galera La Sol, una delle quattro al comando di Sancho Leyva con rotta verso le coste spagnole.

Mare addentro la piccola flotta aveva avuto a che fare con ben due tempeste che avevano messo a dura prova la tempra dei marinai e le navi. La Sol ben presto si danneggiò e, alla vista di pirati barbareschi, nelle vicinanze di Palamós (Catalogna), cercò inutilmente di fuggire.

Cervantes fu fatto prigioniero, insieme ai sopravviventi, di cui il fratello Rodrigo, dal rinnegato albanese Arnaute Mami, che lo portò prigioniero ad Algeri, città che contava circa centomila abitanti di cui la quarta parte schiava.

Il nostro personaggio fu affidato a un sottufficiale di Arnate, un greco dal nome Dali Mami. Questi, forse per errore, avendolo considerato uomo importante per delle lettere di raccomandazione che portava con sé, chiese un riscatto di ben 5.000 scudi, una cifra alla portata di pochissimi, scesa poi a 500 ducati.

Per cinque lunghi anni, Cervantes visse nei bagni algerini, tentando senza esito per quattro volte la fuga. Riunita la somma necessaria per riscattarlo, la sua famiglia inviò i frati trinitari, usualmente incaricati di trattare la liberazione dei presi, Juan Gil e Antón de la Bella, per portarlo a casa.

Il 27 ottobre 1580, esattamente dopo 5 anni e un mese, Miguel de Cervantes rivedeva le coste spagnole.

In effetti, la vita dello scrittore era stata, e sarà, abbastanza avventurosa, avendo partecipato alla battaglia di Lepanto nel 1571, dove ferito alla mano sinistra perdeva l’uso, a quella di Navarino nell’anno nel 1572, ancora all’assalto di Biserta e Tunisi nel 1573: tutte azioni che permeeranno e renderanno forte l’animo e la penna di Cervantes.

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- 1. Historia de Iberia Vieja, rivista n. 69, pag. 45.

Feb 152011
 

Dall’età della “reconquista”, l’economia spagnola è stata sempre, più o meno, dipendente dalle attività internazionali. L’oro e l’argento, provenienti dalle terre americane conquistate durante il XVI secolo, era adoperato per comprare beni e servizi all’estero, non riuscendo, i produttori iberici, a soddisfare il fabbisogno di un grande impero quasi sempre in guerra. L’arretratezza dell’apparato produttivo spagnolo è evidente specialmente se si tiene conto della sua potenza militare e politica. E non dimenticando, inoltre, che gli spagnoli non riuscirono far a meno dei finanziamenti genovesi, né dei prodotti lombardi.
Nel 1535 Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, collocava sul ducato di Milano, alla morte di Francesco II Sforza, senza eredi, il figlio Filippo II. Da quell’anno e sino circa al 1620, Milano vivrà un lungo periodo di pace. Ma come si presentava economicamente quella regione? Sebbene il tema sia di non facile trattazione in poche righe, diamo quantomeno degli accenni.
Per quanto riguarda le capacità e le tecnologie, ma anche per la forza economico-produttiva, il ducato si dimostrava ben diverso dal sistema imperiale spagnolo, quest’ultimo meno dinamico, più legato alle tradizioni, con poca forza di penetrazione, poco concorrenziale. Milano, geograficamente al centro dell’Europa spagnola, era pronta a soddisfare i bisogni, con un traffico abile e agile, pronta a mettere in moto la propria capacità mercantile e industriale, approfittando, potremmo azzardare dire, delle potenzialità del vasto impero spagnolo che necessitava quasi di tutto, necessità che alimentavano, in un certo qual modo, l’economia lombarda, spinta peraltro a migliorarsi qualitativamente e fronteggiare, in alcuni settori, la concorrenza dei paesi del nord.
Le aree rurali, che riescono a sopportare con dignità la crisi della prima metà del Seicento, assumeranno nella seconda metà del secolo evidenti segni di progresso. In sintesi, durante il XVII secolo, le campagne del ducato milanese accentueranno quei cambiamenti iniziati nei decenni precedenti: gelso, lino, riso, vite vengono maggiormente incoraggiati, si diffondono i prati artificiali e foraggi, il commercio agricolo in generale si fa più aperto. I milanesi, inoltre, sono capaci anche con la loro industria siderurgica e metallurgica a far fronte alle richieste di armi da parte spagnola. In tutto ciò, le città sembrano evidenziare la loro atrofia, la loro debolezza, la perdita di supremazia economica (da ricordare la peste del 1630). Pertanto, la crisi generale del Seicento permetterà un rafforzamento delle campagne, quasi spostando l’asse economico e sociale verso quelle zone. Ma non bisogna pensare a una estesa “rifeudalizzazione”, giacché il fenomeno non fu tanto generalizzato quanto si possa immaginare (1).
Si potrebbe quasi affermare che i bisogni della potenza spagnola permisero all’agricoltura e all’economia lombarda prepararsi per il successivo sviluppo industriale del XVIII secolo e prepararla per accogliere le proposte riformatrici dei sovrani austriaci.

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1. D. Sella, Crisis and continuity. The economy of Spanish Lombardy in the seventeenth century. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1979, pp. 148-173.

Feb 082011
 

Schiavi in Senegal, XVIII sec.

Argomento delicato e complesso, gli schiavi, “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo.

E d’immediato ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.

L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi anche di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente di origine musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare.

Dalla stessa zona africana giungevano nelle nostre terre, vuoi tramite le incursioni cristiane, vuoi tramite i commerci, vuoi tramite le battaglie navali, prigionieri provenienti da zone interne, Ciad per esempio, e Tripoli potrebbe considerarsi un fiorente mercato del tempo (XV-XVI secolo) dal quale partivano carovane dirette verso l’Europa.

Un’altra testimonianza potrebbe indicarsi nella piccola isola di Tabarca, di fronte Tunisi, in mano ai genovesi (famiglia Comellini) dalla seconda metà del XVI secolo fino al 1741, isola ricevuta in cambio del corsaro Dragut fatto prigioniero da Giannettino Doria nel 1540, da dove salpavano navi cariche di merci, oltre che di schiavi, dirette sia verso le vicinissime terre africane sia verso l’Europa (1). 

Non bisogna poi dimenticare gli schiavi neri che, dalla metà del XV secolo e buona parte del XVI, i portoghesi avevano portato in Spagna e in Portogallo dalle loro scorribande lungo le coste africane atlantiche, Senegal e via dicendo, neri che, trasferiti principalmente a Tripoli, erano diretti verso la Sicilia.

Per esempio, intorno al 1516, la potente famiglia Fardella di Trapani, poteva contare su un centinaio di schiavi neri (2), mentre a Palermo, sempre agli inizi del Cinquecento, viene ricordato un mercante di schiavi col soprannome di lu nigreri (il negriero) (3) .

Anche in varie località pugliesi si ha notizia di negri, di piccoli gruppi isolati portati dai commercianti. Tutto ciò sembra indicare “una forza di frenesia, cioè quasi una smania degli schiavi, che attaccava la nobiltà e in generale le classi più agiate del Cinquecento” (4), in Sicilia.

Facciamo un salto temporale e avviciniamoci alla fine del XVII secolo. Essendo le nostre coste vicine ai Balcani, ecco che parte degli schiavi provenivano, in particolar modo dopo il fallito assedio di Vienna da parte dei turchi nel 1683, proprio da quei territori, vuoi portati da mercanti che approdavano a Brindisi, a Bari, o in Abruzzo, vuoi prigionieri di guerra. E c’erano anche donne e ragazzi destinati a “uso domestico”. Usualmente bosniaci, magiari, slavi, popoli che l’avanzata ottomana dei decenni precedenti aveva sottomesso. Non mancavano i greci, a volte al servizio turco, a volte schiavi anch’essi che remavano nelle navi.

Durante la conquista spagnola di città costiere africane, potevano inoltre essere catturati ebrei, e in buon numero. Il conte Pedro Navarro, che conquistò Tripoli (1510), mise all’asta diversi schiavi e fra questi vi erano ben 289 ebrei, condotti alla fine verso terre siciliane (5). Altri ebrei furono catturati a Tunisi dopo la caduta della città nelle mani di Carlo V nel 1535. Gli ebrei, a loro volta, potevano avere schiavi per conto loro, basti pensare alla comunità livornese che nel 1686 possedeva ben 95 schiavi (6).

Per terminare questo breve accenno, bisogna pur rilevare che la maggior parte degli schiavi presenti e commerciati in Italia erano di origine turca, della penisola anatolica, non di meno è da rilevare che le altre presenze qua considerate hanno avuto un certo ruolo nei commerci, nelle guerre, nelle dinamiche della storia moderna. Non dimentichiamo poi che alcuni di loro, convertiti al cristianesimo, e sposandosi spesso con persone del luogo, hanno dato vita a figli legittimi nel cui sangue scorreva il passato genetico.

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- 1. L. Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, Laterza, 1993, pp. 19-23.
– 2. S. Bono, Schiavi in Italia: Maghrebini, neri, schiavi, slavi, ebrei e altri (secc. XVI-XIX), in “Mediterranea”, anno VII, agosto 2010, pag. 235.
– 3. G. Bonaffini, Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (Secoli XVIII-XIX), in “Cahiers de la Méditerranée”, n. 65/2002.
– 4. G. Marrone, La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Caltanissetta-Roma, 1972, pp. 199-200.
– 5. N. Zeldes, Un tragico ritorno: schiavi ebrei in Sicilia dopo la conquista spagnola di Tripoli (1510), in “Nuove Effemeridi”, n. 54, 2001, pp. 47-55.
– 6. C. Piazza, Schiavitù e guerra dei Barbareschi. Orientamenti toscani di politica transmarina (1747-1768), Giuffrè ed., Milano, 1983, pag. 95.

Feb 042011
 

Reales de a Ocho, Spagna

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo. Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, era ben poco accettata in oriente, raramente nei paesi islamici.

Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, forse già dalla fine del XV secolo, potendosi notare i risultati nei decenni successivi.

Questi, parliamo dei metalli preziosi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nell’Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche.

Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.:

Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”.(1)

Insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna.

Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. La città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.

Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquisterà una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dall’argento, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno.

Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa.

Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

Una delle monete che più circolava in Europa e nelle terre americane, ma anche in oriente, oltre che in Africa, come oggi potremmo dire del dollaro, era il real a ocho spagnolo, moneta ben accolta, moneta tramite la quale si comprava di tutto.

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- 1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
– 2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Aug 202010
 

Le 95 Tesi di Lutero

Con l’affissione delle sue 95 Tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517, Lutero mise in dubbio una istituzione millenaria, scavando un profondo solco tra sé e la Chiesa cattolica e preparando il terreno a una riformata concezione religiosa.

Nell’intimo di alcuni, si desiderava più la distruzione dell’intero organismo che una semplice revisione, l’abolizione del culto e di numerosi sacramenti.

Quasi tutti gli scritti dell’epoca, gli scritti dei riformatori, reclamavano la “morte fisica” della vecchia istituzione, ricordiamo Zwingli affermare che l’uccisione dei vescovi e degli ecclesiastici fosse opera comandata necessariamente da Dio, o le parole di Martin Butzer che nei suoi Dialoghi del 1535 insisteva in un universale sterminio del papa, dei vescovi e di tutto il loro seguito.

Un malcontento che veniva dal passato, sicuramente ancor prima del ritorno del papato a Roma nel 1378, una crisi morale insomma che Lutero raccoglieva in pieno – non dimentichiamo inoltre i movimenti di Huss in Boemia, Wycliffe in Inghilterra, Savonarola in Italia, e via dicendo.

Ogni mediazione, ogni contatto con il passato doveva essere rimesso in dubbio per porre le basi alla nuova fede. La predicazione da sola non poteva né sarebbe riuscita a rimuovere la vecchia e creare una nuova coscienza religiosa, e allora i governi locali dell’epoca svolsero un ruolo determinate, senza loro, senza un appoggio politico statale, non sarebbe stata possibile la vittoria sul cattolicesimo.

Sostenuti, è vero, anche dal fatto che alla popolazione avrebbe fatto piacere rompere con il passato, abbandonare la confessione, i digiuni, le penitenze, liberarsi dei voti, delle indulgenze: tutto ciò era una forza attraente. Oltre al fatto che fra fedele e Dio non doveva esserci un mediatore, nel senso che lo stesso fedele è sacerdote di sé stesso.

Le nuove Chiese territoriali nacquero sulle ceneri delle vecchie, sui beni materiali acquisisti con la forza, con la confisca, spesso con la lotta e l’uso delle armi. Il saccheggio, azzarderemo affermare, era tollerato, le guerriglie urbane e contadine all’ordine del giorno, talvolta più per odio verso la Chiesa che non per amore al Vangelo, più per lotte tribali e personali che per vera e propria riforma.

Nella Germania di quei tempi c’era più pericolo per chi restava legato al vecchio culto che non al nuovo.

Ai governi premeva una fede salda, una fede che loro stessi avrebbero adoperato per arricchirsi e per stordire la massa. Certo, le dovute eccezioni erano palesi, basti pensare alla corrente di Münzer, all’anabattismo, a Zwingli che desideravano un riconoscimento politico e poter governare.

Dove c’era divisione territoriale era più facile per i protestanti prendere il sopravvento, cosa contraria in Francia dove la forza cattolica e l’appoggio del re non permise una sicura penetrazione delle nuove dottrine luterane.

Lutero non organizzò mai la sua Chiesa, si rimise ai governi laici dei luoghi che ben volentieri lo appoggiarono sia per potenziarsi sia per ampliare i propri possedimenti. Lui, Lutero, era più propenso a insegnare, a scrivere, a predicare, difeso inoltre da Federico il Savio, elettore di Sassonia, suo ammiratore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori.

Il protestantesimo, nell’opinione di Burckhardt, è nato come Chiesa di Stato, e quando lo Stato diventa indifferente, esso si trova in una posizione precaria” (1), i sovrani dunque avranno una funzione fondamentale e, senza che Lutero lo desiderasse, i governi diventarono così autorità religiose.

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- 1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE edizioni, Milano, 2009, pag.125.

Mar 232010
 

Marc Welser

Grande importanza e peso hanno avuto i banchieri nel trascorso della storia moderna. Ci è ben noto che, per fare un esempio, l’elezione dell’imperatore Carlo V venne appoggiata finanziariamente anche dai Fugger, i quali prestarono al futuro reggente del Sacro Romano impero somme considerevoli durante tutto il suo regno, denari quasi mai restituiti.

Un’altra famiglia degna di nota fu quella dei Welser, originari d’Augusta, in Germania, i quali ricevettero dal padre Anton una ricca e fiorente attività commerciale. I quattro fratelli, Bartholomeus, Lucas, Ulrice, Jakob, seppero amministrare con cura ed efficienza una società, fondata nel 1476, che si occupava di commercio di tessuti, di lana proveniente dall’Inghilterra, di prodotti orientali e delle ricche miniere d’argento dell’Europa centrale.

Rivali diretti dei Fugger, i Welser giocarono un ruolo non secondario nella corte dell’Asburgo, Asburgo che gli darà l’esclusiva – 28 marzo 1528 – di investire nelle terre del Nuovo Mondo e in particolare in Venezuela: primi europei non spagnoli a partecipare al processo di colonizzazione dell’America e avere ampie concessioni commerciali con diritti privilegiati di sfruttamento. Principali fini della famiglia erano la ricerca dell’oro americano, il mito dell’El Dorado, e l’investigazione di un passaggio nei mari del Sud, il futuro Stretto di Magellano, aspettative mai realizzate.

Ben presto però si scontrarono con gli interessi dei castigliani che governavano la provincia, e, accusati di non rispettare il contratto di affitto, il Consejo de Indias gli ritirò la concessione (1546, 1556 secondo altri). In verità, sembra, che la ragione fondamentale sia stata quella di essere sospettati di appoggiare il nascente luteranesimo.

Le gravi crisi finanziarie durante il periodo di Filippo II intaccarono le attività dei Welser, oltre che dei Fugger, che si videro costretti a ridimensionare i propri affari. Divisione della famiglia, prestiti di denaro non restituito, ripetuti fallimenti del sovrano spagnolo, e la futura Guerra dei Trent’anni, misero in ginocchio il loro impero, tanto che Mathias Welser, discendente diretto, fu incarcerato dopo aver dichiarato bancarotta nel 1614.

 

Mar 212010
 

Enrico VIII (1491-1547), figlio di Enrico VII e di Elisabetta di York, secondo regnante della dinastia Tudor, oltre a essere famoso perché iniziatore della Chiesa Anglicana (Act of Supremacy, 1534), è noto inoltre per le sei mogli e per la forte volontà ad avere un successore maschio a tutti i costi. Salì al trono ad appena 18 anni, nel 1509. Uomo colto e di un certo carisma, sicuro delle sue idee, dal governo assolutista, lasciò il paese in preda a una tesa crisi religiosa oltre che finanziaria e sociale.

Di seguito le immagini delle consorti.

Caterina d'AragonaCaterina d’Aragona (1485-1536) fu la prima consorte di Enrico VIII, moglie di suo fratello Arthur, morto, si disse, senza aver consumato il matrimonio con Caterina. Dei vari figli, solo Maria (1516-1558) sopravvisse, mentre i maschi perirono, chi in seguito a un aborto chi dopo pochi giorni dalla nascita. Caterina morì di cancro, nel gennaio 1536 dopo un matrimonio durato ben 24 anni.

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Anna BolenaAnna Bolena (1501?-1536), dama di compagnia di Caterina d’Aragona, fu la seconda moglie del regnante inglese, convolata a matrimonio segretamente nel 1533. Dalla loro unione, che fra le altre cose fu causa di problemi politici e religiosi, nacque Elisabetta (1533-1603), futura regina d’Inghilterra. Anna, accusata di tradimento per aver sedotto alcuni cortigiani – che sotto tortura avevano confessato essere suoi amanti -, venne decapitata nel 1536. Aveva 35 anni.

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Jane SeymourNon avendo avuto ancora un figlio maschio, Enrico VIII ripiegò su Jane Seymour (1508-1537), anch’ella dama di compagnia sia di Caterina d’Aragona che di Anna Bolena, sposata il giorno dopo la decapitazione di quest’ultima. Stavolta dall’unione nacque Edoardo VI (1537-1553). La regina, modesta e ben paga di servire il suo re, era ben accettata a corte, ma morì a 28 anni, dopo aver dato alla luce l’erede, avendo regnato, ella, per meno di due anni.

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Anna di Clèves

Dopo due anni, Enrico VIII, consigliato da Thomas Cromwell e cercando un’alleanza con gli stati protestanti europei, sposa Anna di Clèves (1515-1557), principessa tedesca di 23 anni, poco colta, timida, e che parlava appena la lingua della sua terra. Non avendo consumato il matrimonio, i due si divorziarono, restando sino alla fine buoni amici, tanto che Anna andava spesso a fargli visita, sempre ricevuta con accortezza.

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Caterina HowardNel frattempo il re, deluso da Anna, aveva messo gli occhi su Caterina Howard (1520/25?-1542), dama di corte della precedente moglie e nipote del duca di Norfolk, piccola di statura, delicata nel viso. Accusata dai riformisti di aver condotto una vita “viziosa e liberale”, amante di diversi uomini, fu decapitata nel 1542 nella Torre di Londra. Aveva circa 21-22 anni ed era stata regina per meno di due anni. Il re si trovava solo per l’ennesima volta.

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Caterina ParrSembra che le caterine abbiano avuto un certo “fascino” sul re, stavolta l’ultima moglie di Enrico VIII fu Caterina Parr (1512 ca.-1548), già vedova due volte all’età di trent’anni. In buoni rapporti con i tre figli del re, Maria, Elisabetta ed Edoardo, la regina tentò riconciliare la famiglia. Amava l’arte, la musica, la cultura in generale, aveva un carattere ben determinato, che forse influì sulla futura Elisabetta I. Sopravvisse a Enrico VIII, risposandosi in segreto nel maggio 1547 (?) con Thomas Seymour.

Mar 162010
 

Andrea Doria ritratto come Nettuno dal pittore fiorentino Agnolo Bronzino

25 novembre 1560, ore dieci: moriva nel suo letto del bel palazzo di Fassolo l’ammiraglio Andrea Doria. Aveva quasi 94 anni.

Nato il 30 novembre 1466 a Oneglia, vicino Genova, aveva visto passare ben dodici papi, da Innocenzo VIII a Giulio II, da Clemente VII a Pio IV, e ne aveva servito qualcuno. Era stato alle dipendenze, fra i tanti, di Francesco I di Francia, di Carlo V d’Asburgo e, per breve tempo, di Filippo II di Spagna. Ma il suo cuore rimaneva fermamente legato a Genova, città che conquistò e difese con tutte le sue forze e sulla quale ebbe sempre l’ultima parola.

Andrea Doria, orfano ad appena 17 anni, si era formato sul mare in età già adulta, aveva carattere marinaio, fermo, deciso, impavido, sempre pronto all’attacco, rispettoso del nemico. Corsaro come lui era il famoso Khair-ad-din Barbarossa, con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, i due avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno.

Le sue navi trasportarono di tutto, da mercanzie a soldati, da cavalli ad armi, da re a principi, da schiavi a uomini liberi, da oro e gioielli a dame di compagnia.

Al genovese importava poco la conquista in sé per sé, desiderava accaparrarsi un buon bottino, venderlo, ricavare un utile e continuare la lotta. Nella sua dimora di Fassolo ebbe il piacere di ricevere cardinali, principi, re e imperatori, ebbe il piacere di dimostrare la sua forza e la sua tenacità. Anche quando Filippo II venne un giorno del 1548 con l’intenzione di costringere i genovesi a ricostruire la fortezza di Castelletto per ospitare una guarnigione spagnola, e il Doria s’impose con tutte le sue forze: Genova, sebbene sotto l’influenza di Carlo V, restava nelle mani dei genovesi.

Sopravvisse a vari complotti, ricordiamo solo quello tramato da Gianluigi Fieschi, sulla cui famiglia Andrea Doria riverserà tutta la sua ira.

Una delle sue ultime battaglie fu nei mari e nella terra di Corsica, dove erano sbarcati i francesi per prendesi un’isola in cui vi erano interessi del Banco di San Giorgio. Quell’anno, 1553, Andrea aveva ben 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere non erano venute meno e la sua lucidità era ancora in buono stato, così come la sua influenza su Carlo V che, ad una lettera del Doria in cui chiedeva il suo aiuto, gli rispose di prendere tutto ciò ritenesse utile per il buon fine dell’impresa.

Vecchio, già stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio di Carlo V si ritirò nella sua tenuta di Fassolo. Le forze iniziavano a mancare, la moglie, donna Peretta Usodimare, unica consorte, gli era morta qualche anno prima, la gotta lo tormentava. Il suo cameriere Antonio Piscina fu colui che ricevette le ultime volontà, quelle di comunicare al suo erede Giannandrea di rimanere fedele servitore del re di Spagna e del cattolicesimo, di quel cattolicesimo a cui lui, Andrea Doria, si era rivolto con devozione negli ultimi momenti della sua vita.

Elementi di storia moderna.

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