Aug 122014
 
Poporo, Quimbaya

Poporo, Quimbaya, Colombia

In questi ultimi anni, interessandomi in situ dei nativi sudamericani, ho notato un diverso approccio storico da parte degli studiosi latinoamericani cercando di superare l’eurocentrismo che ha caratterizzato e caratterizza tuttavia la visione del mondo.

Vari autori si sono sforzati nell’affrontare le questioni partendo dalle ancestrali radici indigene che dovrebbero essere punti-forza per approfondire temi che li riguardano. Basta pensare al filosofo argentino-messicano Enrique Dussel o all’antropologo colombiano Ricardo Saldarriaga Gaviria o ancora all’arche-astronomo peruviano Carlos Milla Villena, persone che, mettendo in dubbio tradizionali opinioni, le hanno sfidate per presentare una diversa tesi.

E allora, il Museo de oro di Bogotà, museo che raccoglie protegge e tramanda dal 1939 un tesoro memoria, fra l’altro, della locale arte orafa, potrebbe essere spunto per considerare che la cultura andina aveva raggiunto uno sviluppo che non aveva nulla da invidiare all’Europa del tempo, una cultura non da intendersi come periferica o secondaria, ma una realtà storica interrotta dall’invasione spagnola e che adesso cerca riprendere i contatti di continuità con le ancestrali memorie (»»qua il Museo de oro Quimbaya in Armenia, Colombia). Una realtà, insomma, che dovrebbe vedere oggi la pacifica convivenza fra l’indigeno, per esempio, Mapuche o Emberá, e l’europeo venuto nel XVI secolo.

Per tal motivo, è valido necessario e doveroso che tali istituzioni siano depositi di memoria non passivi, non semplici vetrine inerte, ma spingano a studiare e approfondite temi che hanno un lungo continuum storico che si intreccia e confluisce in un unico fiume.

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Suggerimenti lettura:

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Sep 072013
 

Bogotà was the name of the Zipa confederation, the name of the site of the ancient Muisca civilization that had lived in the area. Gonzalo Jiménez de Quesada, starting in Santa Marta on the Pacific coast of the Colombia, commander of 500 men, though reduced to just seventy after conquering the Muisca, established the de facto modern capital on August 6, 1538. During the colonial period, Bogota was the seat of the government of the “Audienza del Nuevo Reino de Granada” – created in 1550 – and then, starting in 1717, the home of the Viceroyalty of the Kingdom, the city in which the final step towards independence began in 1819. Today, with more than 8 million inhabitants, Bogota is one of the South America’s most economically successful cities and its appearance is rapidly developing. At the same time, though, thanks to some of the more recent governments, the old section of the city has been restored and still retains its colonial appearance.

La Candelaria is the historic and cultural heart of Bogota, where you can find musical events, theater, book signings, etc.., a place, in these recent decades, where artists and writers have chosen to live, and not only Colombians, but also Germans, Americans, English, Spanish. In Calle 11 con Carrera 4th don’t miss the Luis Angel Arango Library, with over 2 million books to be browsed. “Chorro of Quevedo” is believed to have been the place where Gonzalo Jiménez de Quesada started what is now the city (on August 6, 1538). Not far from where the cry of independence rose up centuries ago, we remember, among the many events, the Florero de Llorente and the patriot Policarpa Salavarrieta.

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The “barrio” Teusaquillo also dates back to pre-colonial times, the resting place of the Zipa and starting point for the development of the capital, a once elegant residential area. In addition to model English homes, you can see buildings in both colonial and Republican-style, which work well together and do not disrupt the view. The famous Church of Santa Ana, built between 1936-45, inspired by neo-Gothic and Art Nouveau, is visible, the interior a harmony of columns and arches.

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Typical features of South American life are alive and well, such as street vendors who offer everything from Mango and Arepa, from fruit juice to cellphone calls: the urban pulse is present in most of the territory, an opportunity to earn a living simply, a colorful note in an environment that still knows spontaneity.

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Bogotà also has artistas callejeros on the streets, in the town squares for the corners. Above, three short performances in the areas of flea market of Usaquen – a Muisca settlement in the pre-Hispanic era – an old Bogotan neighborhood which every Sunday is filled with many different merchants offering from old objects, even from the 50s’ and 60s’, to various artisans, and collectors of old books, stamps and so on.

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Developed on the eastern cordillera of the Andes at an altitude of 2600 meters above sea level, Bogota is also modern, full of high-rise buildings, shopping areas, residential and pedestrian districts, large green parks such as the Parque Simon Bolivar and the José Celestino Mutis Botanical Garden. Bogota has seen the recent economic reversal that’s been sweeping South America – Venezuela, Chile, Europe – Spain, Germany, as well as North America.

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Theaters, lecture houses, libraries, museums, art galleries, etc., have evolved impressively. The capital is full of places where you can take pleasant day trips, from the Library of Julio Mario Santodomingo, to the Casa de Silva Poetry, from the Teatro Nacional to Maloka, museum of science and technology, to the Botero Museum

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Another way (though not the only) that you might notice the modernization of the city is the many cafes that offer free wifi – a way to attract customers, and offer them the ability to work or spend a pleasant afternoon.

Mar 012013
 

Biblioteca Luis Angel Arango, RinoLo sappiamo bene che un luogo spesso è legato alla nostra memoria per una particolare esperienza che abbiamo vissuto in prima persona, così come può essere punto di riferimento per successivi eventi che, in un modo o nell’altro, ci coinvolgono.
Ebbene, la Biblioteca Luis Ángel Arango è una di quelle istituzioni a me care, vuoi perché “piazza del sapere“, vuoi perché là si sono conosciuti i miei suoceri, dandomi l’opportunità di sposarmi con Cata, loro figlia.
Ma andiamo avanti, giacché per l’ennesima volta ho avuto il piacere di visitarla, stavolta accompagnato da una preparata guida, Tatiana Torres, e, come sempre, ne sono uscito entusiasta e con voglia di ritornare.

L’evoluzione di un popolo, evoluzione in lato sensu, viene “agevolata”, non solo, dagli eventi culturali che uno Stato mette gratuitamente a disposizione, dalla condivisione delle idee, dalla quantità di biblioteche presenti nel territorio, dalla possibilità che hanno i cittadini di attingere alle informazioni, siano esse del presente che del passato.
In questi ultimi anni, la Colombia ha fatto passi da gigante, ristrutturando vecchie, si fa per dire, biblioteche, e costruendone di nuove (»»»qua), dando la facoltà a tutti di usufruire di un servizio che per qualità e prestazioni è di un ottimo livello.

Situata nel “barrio” la Candelaria, a Bogotà, la Biblioteca Luis Ángel Arango è una delle realtà culturali più rappresentative della città, realtà ben focalizzata ad offrire adeguate risorse agli investigatori, agli studiosi, a coloro che si preparano per una tesi, per un dottorato, per un approfondimento. La costruzione fu iniziata nel 1955 per volere proprio del dott. Luis Ángel Arango, allora direttore generale del Banco de la Republica. Inaugurata l’opera nel 1958, fornita di una sala d’esposizione e un’altra adibita ad audizioni musicali, aveva la capacità di ospitare intorno ai 250 usuari il giorno. E fin dall’inizio pubblicò il Boletín Cultural y Bibliográfico, organo ufficiale della biblioteca.

Biblioteca Luis Angel Arango, Informaciòn e Sala idiomas

Ben presto si notò la necessità di ampliare la struttura, fino a raggiungere la consistenza odierna con un’area di 45.000 metri quadrati, sei piani, oltre a due sotterranei, dove si raccolgono pubblicazioni destinate al prestito (»»»qua delle foto scattate da mia moglie).
I cittadini dispongono di circa 2.000 posti di lettura suddivisi in dodici sale specializzate e classificate in Arte e Umanesimo, Scienza e Tecnologia, Collezioni basiche, Economia e Amministrazione, Musica, e via dicendo, sale in cui è possibile, come d’altronde in tutto l’edificio, usufruire gratuitamente d’internet via wifi. Il tutto grazie inoltre a un esteso orario di apertura: da lunedì a sabato dalle ore 8:00 a.m. alle 8:00 p.m., e la domenica dalle 8:00 a.m. alle 4:00 p.m.

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Biblioteca Luis Angel Arango, sala concerti

La biblioteca possiede approssimativamente 2.500.000 volumi, includendo quasi tutti i testi pubblicati in Colombia durante il XIX e XX secolo, oltre a 20.000 materiali audio-visuali, e una gran quantità di dagherrotipi, ferrotipi, ambrotipi, libri rari, incunaboli, manoscritti, ricevuti anche grazie ad acquisizioni di collezioni private.
Continuo a girovagare con la giovane Tatiana che mi mostra con entusiasmo i distinti settori, e confesso che vedere le varie sale piene di studenti, appassionati, ragazzi, giovani e meno giovani, seduti e attenti al loro lavoro, mette davvero la voglia di partecipare, di restare ore e ore, sfogliando pur sia riviste o libri d’arte o assistendo alle tante attività culturali che propone, tra cui concerti, mostre, conferenze, workshop e seminari. Complesso, la biblioteca, frequentato altresì da persone famose, legate alla letteratura colombiana e sudamericana, ricordo solo Fernando Vallejo Rendón, e il suo Almas en pena, chapolas negras (1995).

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Biblioteca Luis Angel Arango, zone per bambini

Lo sviluppo di questo luogo davvero speciale è stato sorprendete: da 118 entrate diarie nel 1956 – in quell’anno si registrarono 35.520 visite -, si giunse a 250 nel 1958 (83.655 in tutto l’anno) e 1.000 nel 1963. Oggi la Luis Ángel Arango riceve intorno 5-6.000 utenti il giorno, aggiungendo i 40 e passa mila della pagina web, numeri che fanno riflettere sulla voglia dei colombiani di sapere apprendere imparare dedicare parte del loro tempo a migliorarsi. E lo avevamo già notato nell’altra biblioteca da noi visitata qualche mese qua, la Julio Mario Santo Domingo.

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Biblioteca Luis Angel Arango, sala lettura e sala scienze giuridiche

L’esistenza di qualunque biblioteca [...] dà al lettore il senso di che cosa sia veramente la sua forza, una forza che combatte i vincoli del tempo, portando nel presente schegge del passato. Gli permette di affacciarsi, anche se segretamente e da lontano, nella mente di altri esseri umani, e di conoscere qualcosa di sé attraverso le storie accumulate a suo beneficio. Ma, soprattutto, dice al lettore che la sua forza consiste nella facoltà di ricordare, attivamente, attraverso la sollecitazione della pagina, momenti selezionati dell’esperienza umana.
(Alberto Manguel)

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- p.s.: a futura memoria, ho donato la prima copia delle mie pubblicazioni in formato cartaceo alla suddetta biblioteca, facente parte della Red de Bibliotecas del Banco de la República.

Feb 012013
 

Bogotà era il nome della confederazione del Zipa, nome del luogo dell’antica civilizzazione Muisca che abitava la zona (»»qua).
Fu Gonzalo Jiménez de Quesada, che, partito da Santa Marta, sulla costa pacifica dell’attuale Colombia, alla testa di 500 uomini, ridotti ad appena una settantina dopo aver battuto i Muisca, entrò nell’odierna capitale, fondandola de facto, il 6 agosto 1538.
Inoltre, durante il periodo coloniale, fu la sede del governo della “Audienza del Nuevo Reino de Granada” – creata nel 1550 -, poi dal 1717 domicilio del Vicereame del Regno, città da cui iniziò la fase finale dell’indipendenza, ottenuta nel 1819.

Oggigiorno, con oltre 8 milioni di abitanti, Bogotà è una delle metropoli sudamericane la cui florida economia sta cambiando il suo aspetto, ma, nello stesso tempo, grazie alla cura di alcuni ultimi governanti, la parte antica è stata buona parte restaurata e riportata alle apparenze coloniali.

Case coloniali, La Candelaria, Bogotà

La Candelaria è il cuore storico e culturale di Bogotà, luogo dove si rappresentano eventi musicali, teatrali, presentazioni di libri, etc., luogo, in questi ultimi decenni, scelto per vivere da artisti e letterati, e non solo colombiani, ma anche tedeschi americani inglesi spagnoli (»»»qua). Nella calle 11 con carrera 4ª da non perdersi la biblioteca Luis Angel Arango, con oltre 2 milioni di volumi pronti a essere consultati. Dove oggi c’è il “Chorro di Quevedo”, si crede che Gonzalo Jiménez de Quesada diede l’avvio a ciò che oggi è città (6 agosto 1538). Da poco distante si levò secoli dopo l’urlo dell’indipendenza, ricordiamo, fra i tanti eventi, il Florero de Llorente e la patriota Policarpa Salavarrieta.

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Chiesa Santa Ana, Teusaquillo, Bogotà

Il “barrioTeusaquillo risale anch’esso all’epoca pre-coloniale, luogo di riposo del Zipa, punto di partenza dello sviluppo della capitale, un tempo elegante zona residenziale. Accanto a case modello inglese, si notano edifici coloniali e stile repubblicano, una convivenza che non disturba la vista. Celebre è la Chiesa di Santa Ana, costruita fra il 1936-’45, d’ispirazione neogotica e art nouveau, all’interno è visibile un armonioso gioco di colonne e archi.

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Venditori ambulanti, Bogotà

Vivono e sopravvivono caratteri tipici della vita sudamericana, come i venditori ambulanti dove si può trovare di tutto, dall’arepa al mango, dal succo di frutta alla chiamata per cellulare: un pulsare della vita urbana presente in buona parte del territorio, un’opportunità per guadagnarsi la vita in modo semplice, una nota colorata in un ambiente che ancora sa di spontaneità.

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Bogotà è anche questa: artistas callejeros per le vie per le piazze per gli angoli. Di sopra, tre brevi esibizioni nelle zone del mercatino delle pulci di Usaquen – insediamento muisca nell’epoca preispanica -, un vecchio quartiere bogotano in cui tutte le domeniche è riempito dai più disparati mercanti, offrendo da vecchi oggetti sia pure anni ’50 e ’60 ad artigianato vario a collezionisti di libri antichi di francobolli e via dicendo.

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Panorama, Bogotà

Sviluppatasi sulla cordigliera orientale delle Ande a un’altezza di 2600 slm., Bogotà è anche moderna, piena di alti edifici, zone commerciali, residenziali, pedonali, grandi giardini verdi come il Parque Simon Bolivar e accanto l’Orto Botanico José Celestino Mutis, una città che ha visto ultimamente l’inversione economica proveniente sia dal Sudamerica, Venezuela Cile, sia dall’Europa, Spagna Germania, sia dall’America del Nord.

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Biblioteca Julio Mario Santodomingo, Bogotà

Teatri, case di lettura, biblioteche, musei, pinacoteche, etc., hanno avuto e hanno una evoluzione davvero da applauso, la capitale è piena di luoghi dove trascorrere piacevoli giornate, dalla Biblioteca Julio Mario Santodomingo alla Casa de Poesia Silva, dal Teatro Nacional a Maloka, museo di scienza e tecnologia, al Museo Botero

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Caffè, Bogotà

La modernizzazione della città si può inoltre notare – ma non solo – dalla gran quantità di caffè ed esercizi commerciali che offrono gratis il loro wifi, un modo per trattenere e offrire al cliente possibilità di lavorare o passare un gradevole pomeriggio.

Jan 272013
 

Con 10.000 pesos colombiani, appena 5 euro, la settimana scorsa sono andato da casa mia, “9ª con 141”, al Jardin botanico José Celestino Mutis di Bogotà – “calle 63 con carrera 68” (una decina di km. circa) -, una visita necessaria per chi ama e vive intensamente la natura come me, luogo dove i cinque sensi vengono appagati di completo.
E in verità i sensi gioiscono con il profumo delle rose, la vista delle varie tonalità del verde delle specie, con il tatto di certe grandi foglie tropicali, con il cinguettio degli uccelli, con la possibilità di assaporare il gusto di un psidium. Così dovrebbe essere il vero giardino di casa nostra, o un parco cittadino, dovrebbe coinvolgere l’ospite nel complesso delle sue emozioni.

Rino, Jardin Botanico BogotàMa andiamo avanti ché l’orto è davvero grande e prende anima e cuore.
“Giri sempre a sinistra”, mi disse la guida all’entrata, “non avrà modo di perdersi”.
Così feci, così mi avventurai fra viali principali e ramificazioni secondarie, fra vialetti che davano a isole dedicate a particolari ambienti, come quella delle conifere o delle piante grasse, fino a sbucare in una grande zona aperta dove una serie di serre coperte albergano la meraviglia delle meraviglie, arbusti cespugli rampicanti tipici della zona tropicale – ricordo che Bogotà è situata a una altura di 2.600 slm. Non immaginate il godimento dei miei occhi, la tranquillità che può trasmettere un sano ambiente naturale!
Passo dopo passo, lentamente mi avviai verso i miei “amori”, le palme, quelle palme che mi hanno dato e mi danno una felicità nell’abbracciarle davvero emotiva. Ciò per ricordare che la Ceroxylon andicola, palma originaria delle Ande colombiane, cresce da queste parti con una rigogliosità unica, palma fra le più alte del genere Arecaceae.
Gradevole passeggiata che mi spinse, il giorno dopo, ad approfondire ancor più Mutis e Pérez Arbeláez.

José Celestino MutisJosé Celestino Mutis, nato a Cadice, Spagna, nel 1732, morto a Bogotà nel 1808, fu un sacerdote, botanico, matematico, medico, potremmo definirlo un umanista, un uomo interessato principalmente all’indagine scientifica, ma non solo – studiò finanche le lingue indigene. E tanta fu la sua passione per la ricerca che indusse il gesuita Pérez Arbeláez (1896-1972), cultore delle opere di Mutis e fondatore del giardino botanico di Bogotà, a dedicarglielo.

Mutis era andato nel Nuevo Reino de Granada come medico del viceré Pedro Mesia de la Cerda (1700-1783), e subito affascinato dalla flora della zona. Aveva proposto, nel 1763-64, varie volte una spedizione botanica, proposte cadute nel dimenticatoio, fino a quando nel 1783 Carlo III, appassionato della materia, concesse gli aiuti necessari per dare inizio a una ricerca sul campo, investigazione che servì, oltre per scopi di classificazione, anche per meglio indagare il territorio, analizzare flora e fauna, preparare erbari, studiare socialmente gli indigeni, analizzare le pratiche medicinali locali, e via dicendo. Una delle imprese del genere più costose del tempo, durata ben trentatré anni, descrivendo 20.000 specie vegetali e 7.000 animali.

Gioii, mi rallegrai, mi animai nelle tre-quattro ore piacevolmente spese in quella visita che suggerisco di cuore a tutti coloro che “vivono” la natura.
E… signori, pagare 2.700 pesos colombiani, €. 1,20, per entrare e godere di quel paradiso… neanche il costo di un caffè (sic!).

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Jan 232013
 

Uno dei modi per coinvolgere i giovani, ma anche i meno giovani, è invitarli a scoprire l’aura – per dirla con Walter Benjamin (»»qua) – che ricopre gli oggetti passati alla storia, che rappresentano ideali concetti pensieri, che sono legati alla memoria di un popolo, simboli di lotte libertà fedeltà schiavitù.

E allora è valido girovagare per musei, case private aperte (»»qua) al pubblico piene di tradizione, per negozi di antiquariato, per gallerie (»»qua), pinacoteche, alla ricerca di “materiali” che hanno nel loro spirito le “impressioni” del tempo, motivo per ulteriori studi e ricerche, per curiosare ancor più, magari andando oltre la storia ufficiale.

Per fare un esempio, lontano da casa nostra, fuori dagli ambiti scolastici europei, mi soffermo per qualche riga sul “Florero de Llorente“, pretesto di una sommossa sudamericana per sottrarsi al giogo coloniale spagnolo (»»qua).

Pantaleón Santamaría con José González Llorente

Pantaleón Santamaría con José González Llorente

Con un atto premeditato, a Bogotà, un gruppo di persone, con alla testa Pantaleón Santamaría, il 20 luglio 1810, fu dal ricco mercante spagnolo José González Llorente, giunto nel “Virreinado de la Nueva Granada” nel 1797, per domandargli prestato un adorno, si dice un “florero”, per un banchetto che stavano preparando per il “Comisionado regio” Antonio Villavicencio, che da Cartagena veniva a Bogotà. Llorente, nel cui grande negozio si vendevano sia beni di lusso che di prima necessità, si rifiutò affermando, secondo qualche cronista, “..que se cagaba en Villavicencio y en todos los americanos“. La reazione fu scusa, giacché sembra che tutto fosse già stato organizzato, per dar inizio a una rissa che coinvolse persone presenti nell’odierna piazza Bolivar – era un venerdì, giorno di mercato -, scusa che porterà i semi della rivoluzione.

Così, più o meno, raccontano storia e leggenda, la cosa certa è che l’oggetto è entrato nella memoria dei colombiani, un oggetto stile barocco, un vasellame bianco, dalle foglie verdi, elaborato nel XVIII secolo in Spagna al tempo di Carlo III Borbone, un oggetto simbolo di una indipendenza che arriverà qualche anno dopo.

El florero de Llorente

Ricordiamo brevemente che la Spagna, dal 1807, era sotto dominazione napoleonica, in seguito all’invasione francese e all’abdicazione di Ferdinando VII, una Spagna in cui si organizzarono “Juntas” a livello locale per resistere all’invasore e, nello stesso tempo, governare in assenza del re, sia pure le colonie oltreoceano, colonie che tentavano ottenere una maggiore rappresentanza o, addirittura, cercavano la via all’autonomia.

Jan 022013
 

Che cosa avranno mai in comune il sig. Thomas Newcomen (1664-1729) con Nemocón, piccolo paese del dipartimento di Cundinamarca, a 65 km. da Bogotà, Colombia? Sicuramente nulla, giacché quando Nemocón fu fondata, nel luglio del 1660, l’inventore inglese non era ancora nato. E allora?

Eppure fu grazie allo sviluppo della macchina a vapore di Newcomen – avvenimento che si ripercuote nel lungo periodo e distanza – che le varie piccole realtà locali colombiane poterono essere comunicate fra loro e la capitale. Una rete ferroviaria costruita a partire dal 1889 e che poi fu disabilitata intorno il 1991, perché rimasta obsoleta davanti l’avanzata dei nuovi mezzi di trasporto quali camion e autobus, più veloci e che potevano caricare-scaricare porta a porta.

Di tutto ciò, oggi resta il Tren turistico de la Sabana (»»»qua), un mezzo che unisce alcuni paesini del nord di Bogotà, fra cui Cajicá, Zipaquirá, famosa per la sua Cattedrale di Sale, e Nemocón, ultima fermata di un treno che ancora sbuffa grazie all’uso del vapore newcomeniano.

Di seguito un mio filmato, del dicembre 2012, in cui la vecchia gloriosa locomotiva, con i suoi vagoni, è stata abbellita per le feste di Natale.

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Interessante il successivo video che entra nei particolari di un progetto iniziato nel 1992 e che prosegue ancora oggi, un progetto che porta decine di centinaia di persone a settimana a viaggiare sulla storia memore della rivoluzione industriale del XVIII sec.

Apr 272012
 

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, entrata

Solo chi vive in una grande città, in una metropoli come Bogotà, può sapere cosa significa traffico, qual è il vero senso del “trancón”. Eppur l’amore verso la cultura non conosce ostacoli.
Ebbene, sabato scorso, dopo 45 minuti immerso in un andirivieni di auto moto camion biciclette, e pioggia, elementi costanti da queste parti, sono andato a conoscere la nuova biblioteca pubblica di Bogotà, dedicata a Julio Mario Santo Domingo; scrivo nuova, giacché data appena maggio 2010 (»»»qua delle immagini a 360°, »»»qua un video dell’architetto progettista).
Facente parte della Bibliored, Red Capital de Bibliotecas Públicas, in un’estesa superficie verde di sei ettari, circondato dalle Ande, immerso nelle Ande, il centro culturale si presenta come un’enorme infrastruttura che può accogliere, secondo i progettisti, ben oltre il milione di utenti l’anno. E in effetti, gli ampi spazi disponibili e le capacità ricettive ben accordano tale cifra, sebbene, per il momento, gli usuari non superino la quantità di circa 1000 il giorno.

Cosicché salgo per le comode verdi-scalinate, m’incammino per i tre piani del complesso, evito l’ascensore, voglio far flanella, vedendo ascoltando tastando ogni possibile anfratto che mi parli con le parole del luogo.
Teatro, cinema, zone aperte e chiuse, ambienti per libri infantili e giovanili, poi una mostra, poi ancora una fornita emeroteca, mi colpiscono gli scaffali che contengono libri in Braille e la grande quantità di postazioni internet. Proseguo lento. Ah, ecco in una sala ci sono degli anziani che stanno apprendendo a usare il computer, in un’altra leggono ad alta voce. Ovvia, non posso crederlo: c’è anche una lezione di ballo, salsa. Che meraviglia, la cultura a 360 gradi!

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, postazioni computer

Mi soffermo a parlare con un’impiegata, giovane, come tutti, dico tutti, i dipendenti della biblioteca. Chiedo a Emilzen Bohorquez informazioni sulla quantità dei libri, mi dice che, seppur ancora nuova, la biblioteca accoglie oltre 40.000 fra libri, cd, dvd e audiolibri, catalogati, con qualche eccezione, secondo il sistema Dewey. La maggior parte dei volumi sono moderni, nel senso che non vi sono né manoscritti né incunaboli né testi di particolare pregio. Eppur il vero pregio della Santo Domingo sono gli ospiti. Sissignori, sono gli utenti!

Dicevo giovani, meno giovani, aggiungo studenti, persone in età matura, anziani, più anziani ancora: insomma, non esagero se dico che la biblioteca è frequentata da bambini di 2-3-4 anni, fino a persone di oltre settanta anni, animati da una voglia di sapere scoprire indagare leggere curiosare appassionarsi che mi sorprende, e mi sorprende benevolmente, nel senso che il loro desiderio di cultura è un desiderio sano, veritiero, sincero, è un desiderio che varca la soglia del falso sapere, che varca le porte del conoscere per dimostrare agli altri, che va ben oltre la fugace materialità, è un sapere che fa crescere la persona.

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, sala lettura

Non mi fermo, ho ancora fiato per scambiate due parole con un’altra impiegata che lavora in direzione, là dove parte tutta l’organizzazione. Mi informa che la scelta dei libri e la quantità che ricevono dipende dalla sede centrale, da Bibliored, sono loro che selezionano e distribuiscono a secondo delle necessità locali. E sì, perché a Bibliored sono legate 20, dicesi 20, biblioteche, da quelle Mayores, che sono 4, a quelle Locales, 6, a quelle dei Barrios, altre 10, e, dulcis in fundo, un BiblioBús che si sposta giornalmente per la città avvicinando la cultura nelle periferie di una città che conta 8-9 milioni di abitanti.
Resto affascinato da un insieme organizzativo che permette alla gente accostarsi al sapere, che offre a tutti, indistintamente, la possibilità di superare i propri limiti, che invita, nel vero senso della parola, ad approfondire argomenti e fatti in modo semplice, immediato, facile. E sebbene la biblioteca Julio Mario Santo Domingo sia appena nata, ha tutte le capacità e risorse per essere uno dei centri culturali di spicco del Paese. Lo merita e lo merita anche un popolo che ha voglia di cultura!