May 172012
 

Vi sono date nella Storia che sembrano non avere importanza, specialmente quando si crede che nulla di rilevante sia accaduto. Eppure se andiamo alla ricerca di eventi fatti accadimenti, anche se di poco conto, questi hanno, in un modo o nell’altro, contribuito a un continuum storico di cui facciamo parte. Prendiamo per esempio l’anno 1498, una data a caso, e accingiamoci a indagare gli intrecci della Storia i quali, se a un primo acchito ci possono sembrare talvolta silenziosi, insignificanti, semplici, in realtà presentano relazioni e correlazioni, azioni e interazioni, cause ed effetti, che possono sfuggire se non studiati da un punto di vista quanto più ampio possibile.

Dicevamo dunque 1498, anno in cui viene annunziato il matrimonio fra Lucrezia Borgia (1480-1519), figlia illegittima del papa Alessandro VI (1431-1503), e il diciassettenne Alfonso d’Aragona (1481-1500), figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli, unione festeggiata poi il 21 luglio 1498 a Roma. Città, che ci ricorda Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), quel de’ Medici che nel 1526 tenterà ostacolare la discesa dei lanzichenecchi di Carlo V diretti a saccheggiare la Città Eterna. Città Eterna il cui pontefice Alessandro VI l’anno dopo scomunicherà Girolamo Savonarola (1452-1498), frate domenicano ribelle che desiderava il ritorno della chiesa a una condizione più umile e più vicina alla gente, che, condannato al rogo, morirà a Firenze in Piazza della Signoria il 23 maggio 1498 a quarantasei anni. Legami, questi, fra luoghi personaggi eventi, i quali, per essere meglio compresi, sono da visionare nell’insieme, quell’insieme composto da un’infinità di particolari che valicano sempre le mura di un paese, di una fortezza, di uno stato, di una data, delle decisioni di un singolo essere umano.
In effetti, per complicare ancor più la trama: 1498, Luigi XII (1462-1515) ascende al trono di Francia alla morte di Carlo VIII (1470-1498), senza eredi. Di lui accenniamo brevemente ai suoi interventi in Italia, rivendicando i diritti ereditari della nonna Valentina Visconti (1371-1408).
Si potrebbe proseguire con questi piccoli tasselli che servono ad arricchire un mosaico generale, mosaico che, ricordiamo, mai e poi mai potremmo completare definitivamente, vuoi perché la Storia si aggiorna in continuazione grazie a nuovi documenti rinvenuti e riletti, vuoi perché tanti fatti sono caduti nell’oblio senza testimonianze giunte, vuoi perché la damnatio memoriae gioca ancor oggi, sebbene meno che in passato, un certo ruolo, vuoi per tanti altri motivi.

Uomini città date, dunque, che hanno fatto Storia, quella Storia di cui siamo gli eredi viventi, prodotto delle decisioni del, anche ma non solo, 1498. Ma questa Storia ha intrecci ben più profondi e intercontinentali di quanto possiamo immaginare.
Andiamo avanti.

Incaricato dal re portoghese Emanuele I (1469-1521), Vasco da Gama (1469-1524), all’età di 29 anni raggiunse le coste occidentali del subcontinente indiano, un continente che, sebbene sconosciuto ai più, aveva già rapporti commerciali con l’Europa. Leggiamo un brano del libro della prof.ssa Maria Fusaro che serve per farci capire, fra le altre cose, le interdipendenze, i legami storici:

Il 20 maggio del 1498 il portoghese Vasco da Gama, dopo più di dieci mesi dalla partenza da Lisbona, ormeggiò la sua piccola flotta al nord del porto di Calicut, in India. Il giorno successivo inviò a terra in esplorazione un membro dell’equipaggio, João Nunes, il quale venne accompagnato da alcuni abitanti del luogo al cospetto di due «mori provenienti da Tunisi, che sapevano parlare Castigliano e Genovese». Alvaro Velho, cui è stata attribuita la stesura del diario del viaggio di da Gama, così racconta il dialogo che ne seguì: uno dei due tunisini, rivolgendosi a João, esclamò: «Che il Diavolo ti prenda! Cosa vi ha portato fin qui?» E João rispose: «Cerchiamo spezie e cristiani»; al che costoro replicarono: «Come mai né il Re di Castiglia, né quello di Francia né la Signoria di Venezia hanno inviato i loro uomini?». João spiegò che il re del Portogallo non lo aveva acconsentito e i due mori conclusero che aveva fatto molto bene.
[…]
L’episodio è illuminante. […] Illuminante, perché riassume in maniera molto semplice i principali motivi dell’espansione europea, e perché evidenzia come Europa e Asia già a quell’epoca fossero strettamente legate. Il globo si stava rimpicciolendo.
Il commercio sulle lunghe distanze è da sempre una costante della storia dell’umanità, ma tra il Quattrocento e il Cinquecento subì una radicale trasformazione qualitativa e quantitativa mettendo in moto una serie di eventi e di interazioni economiche, sociali e culturali che si dimostrano fondamentali per la genesi della società contemporanea.” (1)

E ancora: il 30 maggio dello stesso anno Colombo partiva con sei navi per il suo terzo viaggio verso le terre scoperte tempo prima, aprendo nuove rotte commerciali e facendo sì che l’economia europea spostasse il suo asse principale dal Mediterraneo all’Atlantico.
Mi fermo, si potrebbe aggiungere ancor altro.
Mi sembra sia palese come gli avvenimenti nella Storia si relazionino fra loro, formando ragnatele di tale portata di cui è difficile, anzi, impossibile, coglierne l’inizio nella speranza di scorgerne la fine e comprenderne il vero significato. Forse possiamo seguire un tracciato, un complicato cammino di cui i fili che si intrecciano sono così sottili che perfino la più complessa e preparata mente umana raramente riesce a coglierne l’unità composta da un’infinità di particolari, mosaico di relazioni e interrelazioni che comprendono uomini date luoghi vicende per proseguire un continuum di cui l’uomo è l’attore principale, a volte cosciente a volte incosciente.

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- 1. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, Editori Laterza, aprile 2011, ebook: pos. 17, 24, 32.

May 162012
 

Una breve lista, che cercherò di aggiornare con una certa frequenza, sulla Storia del costume, con particolare attenzione all’età moderna.

 

- Carlo M. Belfanti, Civiltà della moda.

- Melissa Leventon, L’Abbigliamento nel mondo.

- M. Giuseppina Muzzarelli, Breve storia della moda in Italia.

- M. Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo.

- Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento.

- Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno in tutti i popoli della terra.

- Paul Poiret, Vestendo la Belle Époque.

- Patricia Rieff Anawalt, Storia universale del costume. Abiti e accessori dei popoli di tutto il mondo.

- Roberta Orsi Landini, Moda a Firenze 1540-1580. Lo stile di Eleonora di Toledo e la sua influenza.

- Auguste Racinet, The complete costume history.

 

May 072012
 

Famoso per i suoi studi sul marxismo, Edward Carr (1892-1982) fu uno storico e un giornalista inglese, fra l’altro vice-direttore del Times, che partecipò attivamente agli avvenimenti XX secolo come diplomatico.
Fra i suoi maggiori lavori ne ricordo due che vale la pena leggere e approfondire con attenzione.

Sei lezioni sulla storia è un volume che ogni studente di storia, ma non solo, dovrebbe tenere sempre a portata di mano, un testo che vale la pena leggere e rileggere, in quanto base fondamentale per comprendere il lavoro dello storico. Nelle sue “lezioni”, tenute nel 1961 all’Università di Cambridge, Carr, fra le altre cose, insisteva spesso che “Prima di studiare i fatti bisogna studiare lo storico che li espone”, storico non privo di influenze esterne.

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Particolarmente appassionato alla storia della Russia, di notevole mole è, difatti, la Storia della Russia sovietica, uno studio reso possibile grazie anche ad una buona quantità di materiale inedito che porta luce su eventi che ebbero forte rilevanza negli sviluppi politici ed economici dell’Europa contemporanea. Diceva Carr che la sua “ambizione è stata quella di scrivere la storia non degli eventi della rivoluzione (questi sono stati già riferiti da parte di molti altri autori) ma dell’ordinamento politico, sociale ed economico che è emerso da essa”.

Apr 292012
 

Il 25-26 e 27 maggio 2012, Pistoia sarà per la terza volta sede di una manifestazione a me cara, ritornano i “Dialoghi sull’uomo”. Quest’anno sono incentrati sul dono, sulla condivisione, sul regalo come forma di socializzazione e rapporto umano, e non solo dal punto di vista fisico, ma anche intellettuale, spirituale, sentimentale, e via dicendo.
Un evento che vede invitati studiosi come Daniel Pennac, Stefano Benni, Marco Aime, Corrado Augias, Zygmunt Bauman, Stefano Bartezzaghi, Anna Bonaiuto e tantissimi altri (»»»qua il programma).
Stavolta, ahimè, non sarò presente, mi trovo dall’altra parte dell’oceano Atlantico, e confesso mi piange il cuore non poter assistere a una celebrazione – giacché si celebra l’uomo nelle varie sfaccettature – cui vale la pena partecipare.
Vi prego, andate e fatemi sapere.

Apr 272012
 

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, entrata

Solo chi vive in una grande città, in una metropoli come Bogotà, può sapere cosa significa traffico, qual è il vero senso del “trancón”. Eppur l’amore verso la cultura non conosce ostacoli.
Ebbene, sabato scorso, dopo 45 minuti immerso in un andirivieni di auto moto camion biciclette, e pioggia, elementi costanti da queste parti, sono andato a conoscere la nuova biblioteca pubblica di Bogotà, dedicata a Julio Mario Santo Domingo; scrivo nuova, giacché data appena maggio 2010 (»»»qua delle immagini a 360°, »»»qua un video dell’architetto progettista).
Facente parte della Bibliored, Red Capital de Bibliotecas Públicas, in un’estesa superficie verde di sei ettari, circondato dalle Ande, immerso nelle Ande, il centro culturale si presenta come un’enorme infrastruttura che può accogliere, secondo i progettisti, ben oltre il milione di utenti l’anno. E in effetti, gli ampi spazi disponibili e le capacità ricettive ben accordano tale cifra, sebbene, per il momento, gli usuari non superino la quantità di circa 1000 il giorno.

Cosicché salgo per le comode verdi-scalinate, m’incammino per i tre piani del complesso, evito l’ascensore, voglio far flanella, vedendo ascoltando tastando ogni possibile anfratto che mi parli con le parole del luogo.
Teatro, cinema, zone aperte e chiuse, ambienti per libri infantili e giovanili, poi una mostra, poi ancora una fornita emeroteca, mi colpiscono gli scaffali che contengono libri in Braille e la grande quantità di postazioni internet. Proseguo lento. Ah, ecco in una sala ci sono degli anziani che stanno apprendendo a usare il computer, in un’altra leggono ad alta voce. Ovvia, non posso crederlo: c’è anche una lezione di ballo, salsa. Che meraviglia, la cultura a 360 gradi!

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, postazioni computer

Mi soffermo a parlare con un’impiegata, giovane, come tutti, dico tutti, i dipendenti della biblioteca. Chiedo a Emilzen Bohorquez informazioni sulla quantità dei libri, mi dice che, seppur ancora nuova, la biblioteca accoglie oltre 40.000 fra libri, cd, dvd e audiolibri, catalogati, con qualche eccezione, secondo il sistema Dewey. La maggior parte dei volumi sono moderni, nel senso che non vi sono né manoscritti né incunaboli né testi di particolare pregio. Eppur il vero pregio della Santo Domingo sono gli ospiti. Sissignori, sono gli utenti!

Dicevo giovani, meno giovani, aggiungo studenti, persone in età matura, anziani, più anziani ancora: insomma, non esagero se dico che la biblioteca è frequentata da bambini di 2-3-4 anni, fino a persone di oltre settanta anni, animati da una voglia di sapere scoprire indagare leggere curiosare appassionarsi che mi sorprende, e mi sorprende benevolmente, nel senso che il loro desiderio di cultura è un desiderio sano, veritiero, sincero, è un desiderio che varca la soglia del falso sapere, che varca le porte del conoscere per dimostrare agli altri, che va ben oltre la fugace materialità, è un sapere che fa crescere la persona.

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, sala lettura

Non mi fermo, ho ancora fiato per scambiate due parole con un’altra impiegata che lavora in direzione, là dove parte tutta l’organizzazione. Mi informa che la scelta dei libri e la quantità che ricevono dipende dalla sede centrale, da Bibliored, sono loro che selezionano e distribuiscono a secondo delle necessità locali. E sì, perché a Bibliored sono legate 20, dicesi 20, biblioteche, da quelle Mayores, che sono 4, a quelle Locales, 6, a quelle dei Barrios, altre 10, e, dulcis in fundo, un BiblioBús che si sposta giornalmente per la città avvicinando la cultura nelle periferie di una città che conta 8-9 milioni di abitanti.
Resto affascinato da un insieme organizzativo che permette alla gente accostarsi al sapere, che offre a tutti, indistintamente, la possibilità di superare i propri limiti, che invita, nel vero senso della parola, ad approfondire argomenti e fatti in modo semplice, immediato, facile. E sebbene la biblioteca Julio Mario Santo Domingo sia appena nata, ha tutte le capacità e risorse per essere uno dei centri culturali di spicco del Paese. Lo merita e lo merita anche un popolo che ha voglia di cultura!

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Apr 272012
 

Sólo aquellos que viven en una gran ciudad, en una ciudad como Bogotá, pueden saber que significa tráfico, cuál es el verdadero significado de “trancón”. Sin embargo, el amor por la cultura no conoce obstáculos.
Bueno, el sábado pasado, después de unos 45 minutos inmersos en un laberinto de camiones autos motos bicicletas, y lluvia, elementos constantes en estas partes, fuimos a conocer la nueva biblioteca pública de Bogotá, dedicada a Julio Mario Santo Domingo, digo nueva porque fecha mayo de 2010.
Haciendo parte de la Bibliored, Red Capital de Bibliotecas Públicas, en una extensa área verde de seis hectáreas, rodeada por los Andes, ubicada en los Andes, el centro cultural es una enorme infraestructura que puede hospedar, según los diseñadores, más allá de un millon de usuarios al año. De hecho, los amplios espacios y la capacidad de la infraestructura lo permiten, aunque por el momento, los visitantes no excedan los 1000 al día.

Así que subo por las verdes escaleras, camino por las tres plantas del complejo, ya que evité el ascensor, quiero escuchar todos los rincones que me hablen de cultura.
Teatro, cine, espacios abiertos y ambientes cerrados, libros para jóvenes para niños, y luego una esposicion de arte, varios periódicos listos por ser leydos, hasta que llegué a las estanterías que contienen los libros en Braille, finalmente una gran cantidad de computadores para acceso a internet.
Camino lento. Ah, aquí estamos en una sala donde los ancianos están aprendiendo a manejar el computador, en otra parte se lee en voz alta. Obviamente, yo no lo puedo creer: hay también una lección de baile, la salsa. ¡Qué maravilloso, cultura a 360 grados!
Me detengo a hablar con una empleada, una joven: me gusta que los responsables sean personas jóvenes, tienen entusiasmo y pasión por el trabajo. Pido información a Emilzen Bohórquez, que en este momento está en la recepción, sobre la cantidad de libros que hay en la biblioteca, me dice que, aunque todavía sea nueva, hay más de 40.000, incluyendo libros, CDs, DVDs y audiolibros, catalogado, con algunas excepciones, de acuerdo con el sistema Dewey. La mayoría son modernos en el sentido de que no hay manuscritos o incunables, o libros de especial valor. Y, sin embargo, el valor real de la biblioteca son los usuarios. Sí, señor, son las personas que vienen a vistarla!
Son jóvenes, mayores, estudiantes, son infantes, gente comun: en una palabra, no exagero cuando digo que la biblioteca es frecuentada desde niños de 2-3-4 años hasta personas de más de setenta años, animadas por el deseo de aprender, de leer, de investigar, de navegar en internet, me apasiona y me sorprende con gracia, en el sentido que su deseo de cultura es un deseo sano, honesto, sincero, es un deseo que cruza el umbral del falso conocimiento, que va más alla del saber para mostrar a otros, más allá todavia de la materialidad efímera, es el conocimiento que hace que la persona pueda crecer en su interior.

Todavía tengo ganas de conversar, encuentro otra empleada que trabaja en la dirección, donde está toda la organización. Me informa que la elección de los libros y la cantidad que reciben depende de la sede de Bibliored, son ellos los que seleccionan y distribuyen de acuerdo a las necesidades locales. Ya que a Bibliored estan afiliadas 20 bibliotecas, las Mayores, que son 4, las Locales, 6, las de Barrios, otras 10, y, por último, pero no menos importante, una biblioteca itinerante – BiblioBús – que viaja diariamente para acercar la cultura en los suburbios de la ciudad, de una ciudad que cuenta 8-9 millones de habitantes.
Estoy fascinado por la buena organización que permite que la gente sepa, que todos, sin distinción alguna, tengan oportunidad de superar sus limitaciones, en el verdadero sentido de la palabra, para encontrar respuestas de manera sencilla, directa, fácil gracias a la cultura.
Y a pesar de que la biblioteca Julio Mario Santo Domingo acaba de nacer, tiene todas las caracteristicas y recursos para ser uno de los principales centros culturales del país.
Se lo merece y se lo merece también un pueblo que quiere cultura!

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Apr 172012
 

Il Settecento fu un secolo che vide aprire lentamente le porte alle future varie democrazie europee e americane. Con la fine della Guerra dei Sette anni, l’Inghilterra concentrò la sua attenzione nei paesi oltre Atlantico, terre dove, fra il 1775 e il 1783, le tredici colonie nordamericane diedero battaglia per la loro indipendenza dalla madrepatria. Una sconfitta che la stessa Inghilterra non si sarebbe mai aspettata.
Di seguito due libri che ci introducono nelle atmosfere sociali, politiche, economiche di quegli anni.

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La Rivoluzione americana vista con gli occhi di un contemporaneo dell’epoca, Richard Price (1723-1791) – Considerazioni sull’importanza della rivoluzione americana -, filosofo e predicatore britannico a favore delle rivendicazioni delle colonie inglesi d’America. L’illuminista Price si auspicava che le nuove idee di libertà, di pluralismo, di tolleranza, e via dicendo, potessero attraversare l’Atlantico ed essere di beneficio anche per l’Europa. E quando poi scoppiò la Rivoluzione francese, Richard Price fu un sostenitore.

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La Rivoluzione americana dello storico Guido Abbattista ci introduce nelle considerazioni commerciali, economiche, politiche, propone un quadro generale degli eventi che caratterizzarono la seconda metà del XVIII secolo. Libro necessario ed essenziale per capire gli intrecci internazionali, le dipendenze e interdipendenze di un continuum storico che ci porta nel presente.

Mar 262012
 

Sul Rinascimento in questo blog si è parlato a lungo, vi mando ad alcuni articoli (»»»qua) e a un ebook (»»»qua).
Non vi è penuria di testi per approfondire il periodo in questione, così copiosa è la letteratura in generale relativa ai secoli XV e XVI. Di seguito ne ho scelto due che lo trattano, anche ma non solo, da un punto di vista culturale.

Peter Burke, grande storico contemporaneo, con il suo Il Rinascimento europeo, centri e periferie, ci porta a scoprire quegli eventi che hanno caratterizzato non solo Firenze o Roma, ma anche Avignone, le Fiandre, la Svezia, la Polonia, i paesi dell’Europa settentrionale, insomma quelle periferie pur’esse, in un modo o l’altro e talvolta dopo anni o decenni, raggiunte e interessate dal risveglio dell’uomo delle arti delle lettere del sapere in generale. Un libro che affronta un periodo di solito trascurato, un tardo Rinascimento che va dal 1530 al 1630 circa, investigando fino a che punto il Rinascimento è entrato nel quotidiano vivere.

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Non è mai inutile sottolineare l’importanza di leggere Eugenio Garin, considerato uno dei più autorevoli storici della filosofia e della cultura umanistica e rinascimentale, studioso che ha messo in evidenza personaggi come Coluccio Salutati, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, che ha dato un valore culturale all’astrologia, e via dicendo. Dei suoi tanti studi segnalo La cultura del Rinascimento.
Scrive l’autore: “Il Rinascimento è, innanzitutto, un fatto di cultura, una concezione della vita e della realtà che opera nelle arti, nelle lettere, nelle scienze, nel costume…”, un movimento che cerca di distaccarsi dall’ambito religioso e vedere l’insieme in modo laico, il tutto, per noi, in un evidente continuum storico. E l’Italia sarà punto di nascita, sarà base da cui partirà una nuova forma di considerare e vivere la vita, sarà culla della moderna civiltà.

Mar 172012
 

Fondatore dell’École des Annales insieme a Marc Bloch, Lucien Febvre (1878–1956) è figura chiave per lo studio della storiografia moderna. Di seguito il suo amore per la storia, il suo concepire la storia, il suo modo di addentrarsi negli eventi della vita umana.

Amo la storia. Se non l’amassi, non sarei uno storico. Dividere la propria vita in due parti, una da dedicare al mestiere, svolto senza amore, l’altra riservata alla soddisfazione dei propri bisogni profondi, è abominevole quando il mestiere che si è scelto è un mestiere intellettuale. Amo la storia, e per questo sono lieto di potervi parlare oggi di quello che amo. Ne sono lieto, e ciò è naturale. […]

Storia, semplicemente? ‑ domanderete voi. No, perché ci avete annunziato una serie di conversazioni sulla storia «economica e sociale». Ma proprio la prima cosa che desidero dirvi è che non esiste, per parlare propriamente, una storia economica e sociale. Non solo perché il collegamento dell’economico col sociale non è un privilegio ‑ una «esclusiva» come direbbe il direttore di un cinematografo ‑, in quanto non c’è maggior ragione di dire «economico e sociale», piuttosto che «politico e sociale», o «letterario e sociale», o «religioso e sociale», o anche o filosofico e sociale». Non sono ragioni ragionate ad averci dato l’abitudine di collegare l’un l’altro naturalmente e senza ormai riflettervi i due epiteti di «economico» e di «sociale». Sono ragioni storiche, molto facili da determinare: la formula di cui ci occupiamo non è, in ultima analisi, se non un residuo o un’eredità delle lunghe discussioni cui ha dato origine da un secolo quello che viene chiamato il problema del materialismo storico. […]

[…] non esiste una storia economica e sociale. Esiste solo la storia, nella sua unità. La storia che è per intero sociale, per definizione. La storia che io penso che sia lo studio, scientificamente condotto, delle diverse attività e delle diverse creazioni degli uomini di altri tempi, colti nel loro tempo, entro l’ambito delle società estremamente varie e tuttavia comparabili fra loro (è il postulato del sociologo) con cui hanno ricoperto la superficie della terra e la successione dei tempi. La definizione è piuttosto lunga, ma io diffido delle definizioni troppo corte, troppo miracolosamente corte. E questa liquida mi pare, proprio grazie ai suoi termini, molti falsi problemi. […]

E, d’altra parte, dico «gli uomini»: gli uomini, solo oggetto di storia, di una storia che s’iscriva nel gruppo delle discipline umane di tutti gli ordini e di tutti i gradi, a fianco dell’antropologia, della psicologia, della linguistica, ecc.; di una storia che non s’interessi a non so che uomo astratto, eterno, immutabile nella sua sostanza e sempre identico a sé, ma agli uomini, afferrati sempre nell’ambito delle società di cui sono i membri, agli uomini membri di queste società in una fase ben determinata del loro sviluppo, agli uomini dotati di funzioni molteplici, di attività diverse, di varie preoccupazioni e attitudini, che si confondono tutte insieme, si urtano, si contrastano, e finiscono col concludere fra loro una pace di compromesso, un «modus vivendi» che si chiama «la Vita». […]

Storia, scienza dell’uomo: non dimentichiamolo mai. Scienza del perpetuo cambiamento delle società umane, del loro perpetuo e necessario adeguarsi a nuove condizioni d’esistenza materiale, politica, morale, religiosa, intellettuale. Scienza di quell’accordo che viene negoziato, di quell’armonia che si stabilisce perpetuamente e spontaneamente, in tutte le epoche, fra le diverse e sincrone condizioni d’esistenza umana: condizioni materiali, condizioni tecniche, condizioni spirituali. In tal modo la storia ritrova la vita. In tal modo cessa di essere una signora di schiavitù, di perseguire quel sogno mortale ‑ in tutti i sensi della parola ‑ di imporre ai vivi la legge che si pretende sia stata dettata dai morti di ieri. E, poiché ho la fortuna di saper presenti in questa sala giovani decisi a dedicare la loro esistenza alla ricerca storica, dico loro con sicurezza: «Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita. Alla vita intellettuale, senza dubbio, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non chiudete gli occhi dinanzi al grande movimento che trasforma davanti a voi a una velocità vertiginosa le scienze dell’universo fisico. Ma vivete anche una vita pratica. […]

La storia è eguale a ogni altra disciplina. Ha bisogno di buoni operai e di buoni capomastri, capaci di eseguire correttamente il lavoro secondo piani altrui. Ha bisogno anche di alcuni buoni ingegneri. E costoro debbono vedere le cose da un poco più in alto che dal basamento. Devono poter tracciare piani, vasti piani, larghi piani, alla cui realizzazione possano poi lavorare utilmente i buoni operai e i buoni capomastri. E per tracciare ampi e vasti piani, occorrono spiriti grandi ed elevati. Bisogna avere una chiara visione delle cose. Bisogna lavorare d’accordo con tutto il movimento del proprio tempo. Bisogna avere orrore di quanto è meschino, angusto, povero, antiquato. In breve, bisogna saper pensare. […].” (1)

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1. Lucien Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino, 1976, pp. 139-154.