Oct 092014
 

«Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tostochè don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie […]» (1)

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l'attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l’attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

E allora Don Chisciotte preparò la sua lancia, lanciò il cavallo al galoppo e attaccò con tutte le sue forze quei mulini diventati improvvisamente guerrieri nemici… ben sappiamo com’è andata a finire (sic).

Abbiamo già affrontato tempo fa l’argomento mulini (ne abbiamo parlato »»qua), stavolta diamo spazio alle immagini, in che modo i pittori dell’epoca moderna rappresentavano tali aggeggi.

Aggeggi che sono stati per secoli motore dell’economia locale, ma non solo, quei mulini che hanno dato da sfamare a poveri e ricchi.

Intorno alle terre coltivabili, boschi prati e paludi vengono lasciati al godimento del signore e dei villani in proporzione alla parte di suolo che sfruttano. Spesso, se la terra è attraversata da un corso d’acqua, il signore vi costruisce un mulino per uso proprio e degli abitanti. Il mugnaio preleva da ogni sacco una parte di farina per il proprio mantenimento: questo è il primo dei diritti del vassallaggio, scomparsi soltanto con la Rivoluzione francese.” (2)

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Non è vano ricordare qualche loro impiego, per esempio quello della macinatura dei cereali, che sembra esser il più antico uso, poi quello per segare legno, azionare telai e folloni nel settore tessile. Con il passare del tempo furono perfino adoperati per spingere pompe idrauliche e per la produzione dell’elettricità grazie all’uso di un generatore. Alcuni dei tanti modi con i quali collaborarono allo sviluppo della civiltà, e non solo europea, ma anche cinese indiana, orientale in generale. Non bisogna dimenticare altresì l’esteso uso che ne fece l’Olanda dall’XI sec. in poi per sollevare le acque e assicurare le terre.

Cosicché, i mulini sono stati di tale importanza nell’attività produttiva che:

Nelle vecchie mappe di Londra si trova una fila di mulini a vento sulle colline a nord. Probabilmente ai tempi di re Giorgio veniva considerata una circostanza preoccupante, tale da influenzare il rifornimento di cibo della città, che qualcuno costruisse così vicino a loro da rubare il vento alle loro pale.” (3)

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini ad acqua, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Costruire un mulino non era certo alla portata delle tasche di tutti, era necessario spesso preparare degli argini, sviare il corso di un fiume, drenare, insomma un lavoro costoso e faticoso.

Un mulino ad acqua richiedeva un investimento considerevole, non solo nella struttura stessa, ma anche nella costruzione di dighe per immagazzinare l’acqua e nella deviazione del corso dei fiumi per regolarne il flusso.” (4)

In poche parole, la realizzazione era riservata a nobili e latifondisti che ne avevano i mezzi e le possibilità economiche, come il barone Pietro Gaetani (1400 ca.-1459) signore, fra l’altro, di Sortino, in Siracusa:

Il Gaetani aveva fatto raggiungere la cima del colle Temenite all’acqua che, da qui cadendo sulle gradinate con gran violenza, le inondava e forniva energia a due mulini impiantati sulla parte superiore del teatro, ad un altro nelle immediate vicinanze della scena e ad un quarto collocato al centro della cavea, dove erano state realizzate due profonde fosse per agevolare le manovre di marcia.” (5)

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Dunque, per molti secoli mulini a vento e mulini ad acqua furono matrici di energia principale, almeno fino a quando non giunsero le innovazioni a vapore di Newcomen, Watt e compagnia varia, iniziando a collaborare con le nuove invenzioni, finché, già avanti nei secoli, fine XIX-XX, non furono del tutto soppiantati dalle macchine più complesse della Rivoluzione industriale.

Di ritorno a Londra, un mio amico ottenne per me un permesso per vedere i mulini che erano in costruzione vicino al ponte di Black Friars [era un importante impianto, Albion Mills] che dovevano essere composti di tre macchine a vapore, ognuna delle quali doveva far andare dieci mulini.” (6)

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Mulino ad acqua, Hobbema Meyndert, 1665-'68 ca.

Mulino ad acqua, Meindert Hobbema, 1665-’68 ca.

*****
– 1. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Cap. VIII (»»qua), 1605.
– 2. Henri Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton Compton, Roma, 2012, kindle pos. 1692, 1704.
– 3. in Tra Stato e Mercato, a cura di Francesco Pulitini, IBL libri, Torino, 2011, pag. 408.
– 4. Karl Gunnar Persson, Storia economica d’Europa, Maggioli ed., 2014, pag. 38.
– 5. Alvise Spadaro, Caravaggio in Sicilia: il percorso smarrito, Bonanno, 2008, pag. 45
– 6. in Ana Millán Gasca, Fabbriche, sistemi, organizzazioni: Storia dell’ingegneria industriale, Springer-Verlag Italia, Milano, 2006, pag. 98.

Sep 222014
 

Cosa sarebbe stato dell’umanità senza il cavallo?
Il grande Cesare, Alessandro il Grande, i grandi di Spagna…
Sarebbero stati veramente grandi senza il cavallo?
Questa nazione sarebbe mai nata
senza il generoso aiuto di questo nobile animale?
E qual è il miglior modo per sdebitarsi
se non quello di offrir loro un pascolo grasso e tranquillo
dove potersi nutrire e procreare in pace.” (1)

Il cammello sta all’Africa come il cavallo sta all’Europa.
Un gioco di parole, questo, che potrebbe sintetizzare la storia evolutiva di almeno due continenti, nel senso che lo sviluppo economico e le escursioni militari dei nostri vicini si basarono, anche ma non solo, sul cammello, mentre le nostre sul cavallo.

Intrecci e connessioni che portano a valutare l’importanza che due animali ebbero nel continuum storico che interessò due diverse, ma complementari, civilizzazioni. Così come quella della Cina e oriente in generale. Insomma, il cavallo fu il “mezzo” per giungere all’oggi.

E giacché parliamo di Cina, ecco come il gesuita Giuseppe Castiglione (1688-1766) ritraeva in un lungo rotolo nel 1728 l’animale in questione:

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Quel “mezzo”, dunque, che dialoga con il mitologico con la fantasia con la realtà dei fatti. Viene allora in mente il famoso cavallo di Troia nell’omonima guerra, con le conseguenze che poi ebbe sulla nostra penisola tramite Enea; poi Ronzinante del Don Chisciotte nella letteratura del Cervantes; per passare a Tornado, il cavallo del mitico Zorro, benefattore con i poveri e gli oppressi; o a Dinamite, quello di Tex Willer, il ranger che lotta contro i “cattivi”; così come famoso è Bucefalo di Alessandro Magno, conquistatore di mondi sconosciuti… e la lista potrebbe riempire pagine e pagine.

Quel cavallo che condurrà i cavalieri nella battaglia, magari trasportando i primi pezzi di artiglieria (inizi XVI sec.), magari i vettovagliamenti, magari i feriti. Retaggio di una gloriosa cavalleria che dominava i campi del Medioevo, fino a quando con la massiva introduzione delle armi da fuoco, questa passerà lentamente in secondo piano.

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Fin dal Paleolitico superiore (le grotte di Lascaux in Aquitania, Francia), il cavallo interessò la pittura, tra occidente e oriente, basta considerare – nell’epoca che abbiamo preso in considerazione, Storia moderna – Paolo Uccello, Dürer, Leon Battista Alberti, Giuseppe Castiglione, Goya, Giulio Romano, e tantissimi altri artisti che immortalarono re principi cardinali conti duchi e nobiltà varia, una quantità di persone per le quali il cavallo era simbolo di forza dinamismo potere comando, era l’animale che più di tutti poteva condurre alla vittoria in guerra, dimostrando prestigio e spregio del pericolo. Non possiamo non ricordare il mai venuto alla luce cavallo di Leonardo da Vinci per Francesco Sforza, che doveva essere, nelle intenzioni, la più grande statua equestre mai costruita.

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Molteplice è la bibliografia, fra i tanti che pubblicarono sul tema, ricordiamo Giuseppe d’Alessandro (1656-1715), duca dell’allora Peschiolanciano (oggi Pescolanciano, nel Molise), che scrisse un trattato, Arte del Cavalcare (»»qua), proprio sui suoi amati cavalli e sull’arte del cavalcare, con annessi e connessi (poesie incluse) fino al modo di curare le malattie, opera stampata nel 1711 a Napoli.

E sempre a Napoli, intorno alla metà del ‘500, era nata una delle prime accademie equestri, famosi i nomi di Federico Frisone (»»qua e »»qua) e Giovanni Battista Ferraro (»»qua). Napoli, che sarà inoltre vivaio di corsieri che andranno a popolare le fila spagnole nella corte prima di Carlo V e poi di Filippo II.

Per non dimenticare, qualche secolo prima, il volume di Lorenzo Rusio, Opera de l’arte del malscalcio, pubblicata a Venezia nel 1543 (»»qua), o ancora del 1603 quello di Francesco Liberati, La perfettione del cavallo, alle stampe in quel di Roma (»»qua).

Animale che, sebbene addomesticato, conservava e conserva ancora quell’aspetto selvatico che ci attrae, misterioso e affascinante nello stesso tempo, dove la femmina sembra essere il capo branco. Branco sì, essendo, questo, un animale sociale per natura, in cerca di contatto, di comunicazione, di relazione.

Tale breve excursus, celebrazione di un equino che tanta importanza ebbe nei giochi della storia, non potrebbe concludersi senza alcuni versi a lui dedicati, senza risaltare l’appassionato legame fra cavallo ed eroe che Lord Byron ci racconta (»»qua):

“[…]
Un migliaio di cavalli e nessuno cavalcato!
Con coda ondeggiante e criniera al vento,
le froge selvagge mai contratte dal dolore,
le bocche non insanguinate
da morso o redine,
e piedi che il ferro mai calzò,
e i fianchi intatti da sperone o frusta,
un migliaio di cavalli, selvaggi, liberi,
come onde che s’inseguono nel mare
giunsero fitti tuonando.
[…]” (2)

E allora eccoli questi cavalli che hanno dato il loro sangue per noi (sic):

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*****

– 1. in Lo chiamavano Trinità, regista Enzo Barboni, film, 1970.
– 2. Lord Byron, Mazeppa, XVII, 1819.

 

Sep 092014
 
Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Vari e tanti sono i metodi per diffondere e divulgare la Storia, partendo dai quadri dei pittori alle sculture alle incisioni, o ancora tramite i libri e le riviste, a cui si aggiungono i blog i forum i siti, per continuare con la radio la televisione e, non per ultimo, il cinema i film.

Più sarà eterogenea la possibilità di raggiungere il pubblico, più i fatti e gli eventi potranno essere a conoscenza di tutti. E il cinema ha avuto, e ha tuttavia, la missione non solo di informare e propagandare superando spesso le barriere linguistiche e territoriali grazie alla forza delle immagini, superando forma mentis e limiti sensoriali, ma altresì quella di memoria storica.

Il cinema, lo sappiamo, nasce a fine ‘800, considerando i francesi fratelli Lumière, Auguste e Louis, come gli inventori del proiettore cinematografico, coloro che seppero fare il salto tecnologico fra i tanti precedenti tentativi e quello che sarà poi punto di partenza per successivi sviluppi. Certamente non è da dimenticare il nostro Filoteo Alberini, già nel 1894 uno dei pionieri italiani.

Ma andiamo avanti… e andiamo avanti ricordando il passaggio dal muto al sonoro, nella cui Pisa del 1906 si realizza una delle prime prove, proseguendo dal bianco e nero al colore, esperimenti iniziati, sembra, nella Germania degli anni ’40 del Novecento e poi definiti negli Stati Uniti nei seguenti anni ’50.

Insomma, il cammino che ci porta all’oggi, dalla pellicola analogica a quella digitale, dallo schermo quadrato al rettangolare, fino agli impressionanti effetti speciali del 3D, è un cammino che parla non solo della storia del cinema come tale, ma perfino di quei film che hanno immortalato i grandi avvenimenti storici.

Non è vano sottolineare che un film storico è una serie di immagini interconnesse che tratta di vicende reali, accadute nel passato, un film ambientato in un ben preciso contesto che riporta, nei limiti dello schermo e della sceneggiatura, fatti di una certa importanza, in cui la ricostruzione di costumi scene dialoghi e via dicendo si attesta quanto più possibile aderente alla verità.

Noi ricorderemo qua solo qualcuno che interessa da vicino la Storia moderna, ripoteremo 4 di quelle pellicole cinematografiche che hanno tramandato le gesta di coloro che hanno lasciato una impronta indelebile nel tempo, facendo attenzione agli errori, voluti e non, che talvolta anche un profano può scorgere, come i libri che si vedono nel celebre Il Gladiatore, o le ripetute scene dei cuori ancora pulsanti strappati dai sacerdoti Maya ne Apocalypto, forse, sottolineo forse, tradizione più Atzeca.

Partiamo con una testimonianza che ci conduce in un momento decisivo della nostra civilizzazione occidentale, momento in cui la storia sembra accelerare il passo e parte dei commerci sposteranno, nei secoli a venire, il loro asse dal Mediterraneo all’Atlantico.

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1492 – La conquista del paradiso, del regista britannico Ridley Scott prodotto nel 1992 a 500 anni dall’avventura, relata i decenni che precedono introducono e seguono la cosiddetta scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, una scoperta di cui gli storici odierni iniziano a dubitare essere stato, l’italiano, il primo a visitare il Nuovo Mondo. In ogni modo la pellicola, a mio avviso molto romanzata, ci fa riflettere sulla forza delle passioni umane che spingono l’uomo a superare i propri limiti e sfidare lo sconosciuto.

*****

Le guerre d’Italia di fine Quattrocento inizi Cinquecento sono state lotte che ci hanno interessato in particolar modo, epoca di scontri fra Spagna e Francia per il controllo di un territorio vitale per le due, allora, superpotenze.

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Diretto dal regista italiano Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, del 2001, narra gli ultimi giorni di Giovanni de’ Medici, ovvero Giovanni dalle Bande Nere, che, al soldo del pontefice Clemente VII, tentava contrastare l’avanzata delle truppe di Carlo V, entrate nella penisola per dirigersi verso Roma (Sacco di Roma del 1527). Un film di un degno valore storico.

*****

Il Seicento è stato caratterizzato dal Barocco, dall’ascesa al trono di Luigi XIV, da un periodo assolutista, da produzioni letterarie e artistiche davvero notevoli e degne di nota. Il sovrano francese è, per antonomasia, il prodotto e il produttore di quel periodo che segnò in maniera incisiva il comportamento sociale di un’epoca che tanta ripercussione avrà nel trascorrere dei decenni.

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Il regista italiano Roberto Rossellini ci ha regalato nel 1966 uno squarcio del XVII secolo con La presa del potere da parte di Luigi XIV, un film per la televisione che non potevamo lasciare nel dimenticatoio. Anna d’Austria, il cardinale Mazarino, Colbert, Luigi XIV, Madame Du Plessis, alcuni dei protagonisti di una lodevole ricostruzione storica piena di teatralità riti cerimonie di quasi sacralità, così come era la vita del re.

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Fra il 1775 e il 1783, copioso fu il sangue umano versato dalle colonie nord-americane per uscire dal giogo britannico, anni di lotte, spesso fratricide, che hanno portato alla creazione di una potenza che oggigiorno guida, direttamente o indirettamente, mezzo mondo.

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Nel 2000, il tedesco naturalizzato statunitense Roland Emmerich evidenzia una serie di problemi peculiari delle colonie americane inglesi del XVIII secolo, dalla schiavitù alla crudeltà, vuoi delle truppe britanniche vuoi americane, all’uso dei sentimenti in battaglia. Il patriota, film ambientato nella Guerra d’indipendenza americana, gira intorno a un personaggio, Benjamin Martin, che lotta per difendere la sua famiglia e per la libertà della sua terra.

Sep 062014
 
Sito archeologico Caral, Perù

Sito archeologico Caral, Perù

Sebbene in questo blog si parli principalmente di Storia moderna (»»qua), vi sono notizie che portano a profonde riflessioni e che vanno oltre le artificiali suddivisioni temporali, riflessioni che dovrebbero considerare la Storia come un unicum e un continuum (»»qua, »»qua) dell’evoluzione umana avvenuta più o meno contemporaneamente in più parti del nostro globo.

La revisione storica, quella seria, quella scientifica, quella con dati e documenti alla mano, è un processo da fare giorno dopo giorno, in cui scoperte archeologiche, fra l’altro, ci portano a riconsiderare il passato e vederlo da altre angolazioni, con mente aperta, pronta a vagliare possibili alternative e suggerire modificazioni e correzioni al già conosciuto.

Pensare che l’Egitto fu inizio, circa 5.000 anni fa, della nostra civilizzazione, almeno intesa in senso moderno, è oramai un concetto superato, ché, pur restando vero che anche in Cina, in India, in Mesopotamia si hanno indizi di sviluppo coevo, in Sudamerica, e precisamente in Perù, è stata scoperta, qualche decennio addietro, una civilizzazione andina chiamata Caral che data anch’essa 5.000 anni.

E Caral con le sue piramidi di circa 30 mt., dicono gli archeologi peruviani, nella figura investigativa della prof.ssa Ruth Shady, fu uno stato teocratico che nulla aveva da invidiare alle lontane civiltà egizie, stato dedito agli scambi commerciali.

Bene, lascio un paio video e il sito internet affinché si possa approfondire:

Caral, sito internet ufficiale;
Caral, video introduttivo;
Piramides de Caral.

Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

- Come chiamerebbe lei - mi disse l’anziano nativo - l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

- Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

- E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

- Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

- Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

- La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

- Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

- In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

- Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

- 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
– L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

Jul 102014
 

Cibo, cibo, cibo! Che cosa sarebbe l’uomo senza cibo?

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo”, diceva il buon Ippocrate nel 400 a.C. (1), enfatizzando una buona e sana alimentazione.

Il cammino dell’uomo non sarebbe comprensibile senza la scoperta del fuoco, dell’agricoltura, della caccia, non sarebbe ancor più comprensibile senza il passaggio dai cibi crudi a quelli cucinati. Quel fuoco sacro che per ingraziarsi la dea romana Vesta, protettrice del focolare domestico, doveva restare sempre acceso.

E i camini, nel nostro caso intesi come focolari domestici, hanno avuto una nota rilevante nel continuum storico dell’essere umano, iniziando dai fuochi delle caverne per passare a quei delle capanne, delle abitazioni di campagna e paese, a quei delle case dei borghesi o dei principi o delle cucine dei re.

Vari artisti si sono interessati ai camini, sia come struttura architettonica funzionale, si vedano un paio di disegni di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, sia come elemento decorativo per riscaldare l’ambiente – a partire dal periodo rinascimentale -, sia come manufatto per preparare gli alimenti.

Ma non solo: molti trattati durante il periodo moderno sono stati approntati per meglio rispondere alle domande dei committenti, fra questi, saltellando per i secoli, ricordiamo:

  •  Leon Battista Alberti (1404-1472) e il suo “De re aedificatoria“, dove inoltre s’era ingegnato a metà ‘400 su come doveva essere realizzato un buon camino;
  •  Vincenzo Scamozzi (1548-1616), architetto veneto, che nel 1615 pubblicava “Dell’idea dell’Architettura universale”, in cui, fra l’altro, nel capitolo XIII, si descrivono i vari tipi di camino;
  •  Benjamin Thompson (1753-1814) con “Sui camini, con proposte per migliorarli e risparmiare combustibile, rendere le abitazioni più confortevoli e salubri, e prevenire efficacemente l’emissione di fumo dalle canne fumarie”, del 1795, opera imprescindibile fino ai giorni d’oggi per l’esecuzione di una buona costruzione. Famoso il caminetto di Rumford.

Nella storia, questo oggetto inizia la sua vera diffusione dal ‘300 in poi – sembra inventato nei paesi freddi del nord Europa -, quando le varie soluzioni tecniche permisero una certa sicurezza e affidabilità, portandolo dal centro dell’abitazione a una delle pareti e fornendolo definitivamente di una canna fumaria, almeno nelle case dei più abbienti. Passando dalle grandi dimensioni gotiche a quelle più modeste ma non per questo meno funzionali rinascimentali, raggiungendo l’età barocca e la fine dell’Ancien Régime già solidamente installato nelle case.

Le immagini che seguono desiderano solo essere testimonianza popolare dei secoli dell’età moderna, secoli in cui i pittori hanno immortalato, certamente non solo, la quotidianità domestica, dal nord dell’Europa al sud, dall’est all’ovest, quella del focolare, quella dove ci si incontrava, si parlava, si litigava, si cucinava, quella, in poche parole, che, se chiudessimo gli occhi, potremmo considerare oggi cucina di casa nostra in un giorno di festa.

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte del cucinare, 1570

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, “Opera dell’arte del cucinare”, 1570

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Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca.

Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca. Si beve si cucina si mangia, la tavola apparecchiata dice tutto, mentre alcuni viandanti guardano.

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David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644

David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644. Nel grande camino al fondo si cuoce cacciagione.

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Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca..

Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca.

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François Boucher, La toilet, 1742

François Boucher, La toilet, 1742. Il camino serve per riscaldarsi mentre la gentil fanciulla si abbiglia.

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Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759

Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759. È sera, si approntano focacce e nello stesso tempo si intiepidisce l’ambiente.

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Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec.

Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec. Elegante scena, pregiata zuppiera. Il camino si adopera principalmente per preparare cibi.

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William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward)

William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward). Attorno al camino per asciugare i panni del marito, del papà, che ritorna dopo una giornata di pioggia.

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-1. in Umberto Veronesi, Mario Pappagallo, Verso la scelta vegetariana, Giunti ed., 2011, pag. 42.

Jun 202014
 

Raccontano che le cose stanno così.

L'Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

L’Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

Agenore, re di Tiro, cittadina situata a poco oltre 80 km. dall’odierna Beirut, aveva avuto insieme alla moglie Telefassa una figlia da tutti ammirata per la bellezza, chiamata Europa.

Zeus, il divino signore che tutto comandava e dirigeva, se ne innamorò e la volle con sé a tutti i costi. Ma la cosa non era facile. E allora, dicono ancora gli anziani (1), Zeus inviò suo figlio Ermes a condurre i buoi di Agenore proprio in quella spiaggia dove Europa stava raccogliendo dei fiori.

Il dio, furbo, prese le sembianze di un toro bianco adagiandosi sulla sabbia, sul cui dorso la fanciulla salì. Boccone facile per il potente, che ne approfittò e la portò via fino all’isola di Creta!

Difatti così Ovidio narra:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace.” (2)

La storia prosegue.

Zeus, trasformatosi in aquila, la conquista. Europa divenne la prima regina di Creta. Tre figli nacquero dall’unione. Nello stesso tempo, Agenore aveva mandato i figli alla ricerca della sorella, ma il “misfatto” oramai era stato commesso.

Tranquilli, non finisce qua!

Il grande capo, a sua volta, la diede in sposa al re di Creta, tal Asterione che, incredulo del bellissimo dono, adottò perfino i tre figli.

Quanti poeti letterati scultori pittori filosofi se ne sono occupati! Assaporiamo ora la bellezza di questi tre dipinti dell’Epoca Moderna:

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto d'Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Ratto d’Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

I fatti, che mi piace trasportare dalla mitologia alla pura e cruda realtà storica (sic!) per meglio entrare nelle dinamiche contemporanee del tema – giacché il confine fra le due sfaccettature è in un certo qual modo davvero invisibile -, potrebbero invitarci a pensare che l’Europa, la nostra odierna Europa, nacque su quelle sponde del Mediterraneo che si rivolgono verso l’Asia e l’Africa, quasi a significare il movimento delle idee che generate di là si sviluppano di qua (o viceversa). Una multiculturalità che dovrebbe affascinare almeno dal punto di vista storico. Una migrazione e immigrazione – in lato sensu – su cui si basa l’evoluzione umana, frontiere che non dovrebbero esistere neanche nella mente.

Il percorso, dunque, dalla mitologia alla realtà è stato lungo, tortuoso, contraddittorio, ché nel Medioevo il termine era più espressione geografica che politica. Certo, potremmo dare a Carlo Magno l’appellativo di “padre d’Europa” -siamo nel IX secolo -, ma… lo fu davvero? O forse desiderava rimettere in piedi il vecchio Impero Romano? E che cosa si pensava nell’immaginario popolare collettivo? Non entro nella questione, è troppo ampia e polemica per un breve articolo come questo.

Cosicché il concetto d’Europa, con il trascorrere degli anni, iniziò a esser sempre più adoperato, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli, 1453, e l’avanzare dell’impero ottomano. Era necessario unire le genti europee per fermare il passo ai nemici: papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, ne fu l’emblema espressivo.

In tempi passati siamo stati colpiti in Asia e in Africa, e cioè in terra altrui, ma ora siano colpiti e sconfitti in Europa, e cioè nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra dimora.” (3)

Poi tanti altri se ne sono interessati, Rousseau per esempio nelle sue Considérations sur le gouvernements de Pologne parlava che non ci sono più francesi spagnoli tedeschi inglesi, ma solo europei, e allora va oltre:

Oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli, nemmeno inglesi, checché se ne dica; ci sono soltanto europei. Tutti hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi, poiché nessuno ha ricevuto modalità nazionali che provenissero da un particolare principio. Tutti nelle stesse circostanze faranno le medesime cose; tutti si diranno disinteressati e saranno disonesti (o birboni); tutti parleranno del bene pubblico e non penseranno che a se stessi; tutti vanteranno la mediocrità e vorranno esser opulenti; questi non hanno ambizioni che per il lusso, non hanno che passione per l’oro. Sicuri d’avere con esso tutto ciò che li tenta, si venderanno al primo che vorrà pagarli. Che cosa importa loro a quale padrone obbedire, di quale stato seguire le leggi? A patto che trovino denaro da rubare e donne da corrompere, sono ovunque nei loro paesi.” (4),

allo stesso modo Hume considerava importante e da conservare la pluralità della ricchezza culturale.

Suvvia però, facciamo un lungo salto temporale, poggiamo i piedi nell’oggi, proprio mentre si è votato qualche settimana fa (25 maggio 2014) per il Parlamento Europeo, e leggiamo il buon Croce quando accennava, più o meno a metà Novecento, al suo concetto d’Europa contemporanea:

Per intanto, già in ogni parte di Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad Europei e i lori pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate.
Questo processo di Unione Europea che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberare completamente l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà a pieno restaurato negli animi.” (5)

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Il dibattito, nell’Europa sì nell’Europa no, continua ancora oggi, oggi che siamo già entrati nell’epoca internettiana, epoca che dovrebbe portare a una maggiore “unione transnazionale”, una unione rappresentata dalle più disparate forze storico-culturali, dalle più variegate reminiscenza mitiche, una unione, insomma, che dovrebbe conquistare e cambiare prima di tutto la nostra forma mentis.

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– 1. Sembra che le prime prove scritte sul mito d’Europa siano quelle di Omero, nella cui Iliade (750 a. C. circa) Zeus relata, fra i tanti, l’amore con Europa (vedi »»qua). Anche Esiodo nel suo Teogonia (700 a. C. circa) parla di Europa e di sua figlia Teti (vedi »»qua).
– 2. Ovidio, Metamorfosi, II (»» qua).
– 3. Enea Silvio Piccolomini, De constantinopolitana clade et bello contra Turchos congregando, in PIUS II, Orationes politicae et ecclesiasticae, a cura di J. D. Mansi, 1755, p. 263.
– 4. Jean Jacques Rousseau, Considérations sur le gouvernements de Pologne, 1782 (»»qua, tradotto da Serena Zampini).
– 5. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Adelphi, 1991.

Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

Nov 152013
 

Raccontando la storia, babilonia61Un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli dedicati alla storia moderna, con immagini e video, da scaricare gratis.

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Indice:

- Gli intrecci della storia, 1498, un esempio, di Gaspare Armato, pag. 3

- Le bal des ardentes, Il ballo degli ardenti, 1393, di Daniela Nutini, pag. 9

- Noi, la storia e Paolo Ferrario, di Gaspare Armato, pag. 13

- Luoghi della storia, Pistoia, Via de’ Rossi, di Gaspare Armato, pag. 18

- Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, di Annarita Ruberto, pag. 23

- Gaspare Vanvitelli e le vedute di Napoli del XVIII sec., di Gaspare Armato, pag. 29

- Sophie Germain, una matematica del Settecento, di Rosalia de Vecchi, pag. 33

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Raccontando la storia, preview

 

Sep 092013
 

Chi fa flanella lo sa bene, ogni luogo, specialmente pubblico, ha una storia da raccontare, ogni passante è portatore di memorie, tutte, tutte degne di nota e di essere trasmesse al futuro. Passato presente futuro diventano così, negli oggetti e negli uomini, incarnazioni della nostra presenza su questa Terra, un messaggio da non sottovalutare.

Nel trascorso dei secoli, il concetto di spazio pubblico, per lo più associato alla storia urbana, subisce una trasformazione, spesso lenta e invisibile nel breve tempo, che partendo dall’agorà dei greci, passando per il foro romano, proseguendo per le piazze e mercati medievali, ci porta – parlando dell’Epoca moderna – ai borghi e all’espansione delle nuove città, con una serie di problematiche ben lungi dall’essere oggigiorno risolte.

Elemento determinante e fattore d’unione, dicevamo, è l’uomo, quell’uomo che, consapevole nel Rinascimento delle sue potenzialità, comprende che lo sviluppo di una società inizia dallo strutturare creativamente e coscientemente il proprio luogo, luogo in cui svolgere “lavori” atti a migliorare le condizioni della collettività.

Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Acquedotto dell’Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Un tempo, il cammino verso il fiume per attingere acqua o il riunirsi nei lavatoi pubblici poteva essere motivo e luogo d’incontro, così come ritrovarsi nelle fontanelle induceva a condividere gli ultimi fatti e misfatti del paese, e, ancor oltre, le piazze pubbliche o lo spazio antistante alle entrate dei luoghi di culto dava opportunità a fugaci raduni o saluti convenevoli, per non dimenticare fiere mensili e mercati rionali settimanali che permettevano scambi economici: un mondo vibrante che talvolta stentava a sopravvivere (basta pensare alla peste del XIV sec. o a quella di manzoniana memoria) e che usciva dal Medioevo e si metteva con vigore nei secoli XVI e XVII (»»qua un articolo con slide su Il lento passaggio dal medioevo all’età moderna).

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

La disposizione innata a socializzare dell’essere umano indusse i governanti, entrando ben oltre l’Età moderna, a creare ambienti in cui si facilitava una “socievole vita pubblica” che usciva gradualmente peraltro dalle corti e interessava oramai tutti, quello spazio in cui gli individui, per dirla con Hannah Arendt (1906-1975) (1), hanno la possibilità di interagire e mettere in pratica le conseguenti azioni, dando un certo significato politico al luogo.

E allora il video che segue ci porta a entrare nelle dinamiche dei piccoli spazi urbani di una città, New York, in pieno XX secolo, che vive e palpita per la propria voglia di condivisione e partecipazione, dove qualcuno prende parte più che un altro, e dove ancora “Il modo in cui le persone utilizzano un posto rispecchia le aspettative” (2).

Ciò per dire, con Simmel (1858-1918), a fine XIX inizi del XX secolo, che

“[...] le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto [...]” (3).

Ma i tempi cambiano, si evolvono nell’ormai Vita liquida, ricordando Zygmunt Bauman (1925) (4):

Zygmunt Bauman, citazione

Zygmunt Bauman, Vita liquida

Nella lunga e instancabile “passeggiata” storica, il ruolo degli spazi fisici – caffè biblioteche salotti culturali piazze angoli strade etc. – è cambiato di volta in volta in base ai bisogni e alle necessità, giungendo ai nostri giorni alle vetrine virtuali internettiane, facebook, twitter, google+, blog, vetrine in cui tutti indistintamente possono compartecipare idee progetti esperienze, vetrine che stanno cambiando il modo di socializzare, vetrine che rappresentano una comunità che ha tuttavia desiderio di “comunicare” ed essere presente in un mondo sempre più aperto e globalizzato. Con la possibilità, seduti davanti un computer, di discutere con un amico giapponese, australiano argentino, comprare un libro in inglese in Barnes & Nobles e mandarlo a un conoscente in Inghilterra per dialogare in rete del tema.

Percorso di un’evoluzione da non criticare né biasimare, dinamiche con le quali bisogna convivere nel migliore dei modi, adoperando l’esperienza che il passato ci offre per comprendere e accettare il mondo in cui viviamo.

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– 1. Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, 2000.
– 2. William H. Whyte, The social life of small urban spaces, Project for Public Spaces Inc., New York, 2001.
– 3. George Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Armando ed. 1995.
– 4. Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2008.

Aug 202013
 

Estraendo dal loro contesto certi pensieri, giocando con le idee dei grandi pensatori, mi è sembrato avvincente riunire le loro parole attorno a un filo conduttore. Cosicché ho immaginato una loro ipotetica conversazione in un caffè discutendo proprio sulla Storia.

Marc Bloch, raccontando una sua esperienza, si sofferma:

«Papà, spiegami a che serve la storia». Cosi, pochi anni or sono, un ragazzo che mi è molto vicino, interrogava suo padre, uno storico. Vorrei poter dire che questo libro rappresenta la mia risposta, perché non credo ci sia lode migliore, per uno scrittore, che di saper parlare, con il medesimo tono, ai dotti e agli scolari. Ma una semplicità tanto elevata è privilegio di alcuni rari eletti. Tuttavia la domanda di quel fanciullo, di cui sul momento non riuscii gran che bene a soddisfare la sete di sapere, la conserverei volentieri qui, come epigrafe. […] Il problema ch’essa pone, con la sconcertante dirittura di quell’età inesorabile, è, né più né meno, quello della legittimità della storia. […] Se tuttavia la storia, alla quale ci richiama un’attrattiva quasi universalmente sentita, non potesse dimostrare altrimenti la propria legittimità; se non fosse insomma che un piacevole passatempo, […] meriterebbe davvero la fatica che spendiamo per scriverla? […] O dovremo sconsigliare lo studio della storia agli ingegni suscettibili di un miglior impiego, oppure la storia dovrà dimostrare di avere le carte in regola come conoscenza. (1)

Certo, però:

Buon storico è chi conserva il senso della specificità di ogni età, della successione delle epoche e, infine, delle costanti che, sole, ci permettono di parlare di un’unica e medesima storia. (2)

Che poi:

A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale. [al min. 6,50] (3)

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E allora bisogna stare attenti, perché:

Clio, la musa della storia, è tutta quanta infetta di menzogne, come una prostituta di sifilide. (4)

Insomma:

La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie. (5)

Ed è fatta di testimonianze di tutti i tipi e tutte le forme:

Una casa, una lapide, un testamento: sembrano ben poca cosa, ma contengono tutta la sua storia. È un errore grandissimo pensare che la storia debba consistere necessariamente in qualcosa di scritto: può consistere benissimo in qualcosa di costruito, e chiese, case, ponti, anfiteatri possono raccontare le loro vicende con la chiarezza di un libro stampato, se si hanno occhi per vedere.(6)

Non dimenticando che:

La storia che trascura l’economia è pura sciocchezza; una mostra di ombre, e non più comprensibile di quanto lo sia la lanterna magica per un selvaggio ignaro della causa delle immagini. È una sorta di magia, come il grammofono o il telefono per un beduino che li ascolta per la prima volta. (7)

Ma la storia siamo noi:

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Per concludere, serve o non serve ‘sta benedetta storia?

Citazione Todorov(8)

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- 1. M. Bloch, Apologia della storia, Torino, Einaudi, 1969, pp. 23-27
– 2. Raymond Aron, Le tappe del pensiero sociologico, CDE, Milano, 1984, pag. 21.
– 3. Will Bloom, nel film Big Fish – Le storie di una vita incredibile.
– 4. Arthur Schopenhauer, L’arte di insultare, traduzione di Franco Volpi, Adelphi, 1999.
– 5. Alexis de Tocqueville, L’antico regime e la Rivoluzione, Rizzoli, Milano, 2000.
– 6. Eileen Power, Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966, pagg.185-186.
– 7. Ezra Pound, Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.
– 8. Cvetan Todorov, L’uomo spaesato, Donzelli, Roma, 1997, pag. 49.

Jan 212013
 

Chi di noi non ha mai visto un vecchio attrezzo, un arnese per esempio che adoperavano i nostri nonni nelle campagne, nelle case, nelle loro attività, strumento oramai messo da parte dalla nuova tecnologia? O visitato un mercatino dell’antiquariato o un museo dedicato agli utensili del passato?
Che riflessioni possiamo trarne?

Un pensiero mi segue costante, che il mondo cambia, la vita non è mai la stessa, quella vita in cui l’uomo è entrato sul palcoscenico come attore protagonista della storia, meglio ancora, senza lui la storia non si farebbe, non avrebbe senso.
L’evoluzione dei mezzi materiali è una costante che ha interessato l’intero continuum»qua, »»qua), una evoluzione iniziata nelle caverne, passata nelle capanne, poi nelle case, nei grattacieli, così come dalla scoperta del fuoco alla ruota e via dicendo, fino al computer, millenni di trasformazioni.
Che cosa significa tutto questo?
Semplicemente che bisogna essere aperti ai cambi, alle mutazioni, non aver timore della tecnologia, viceversa, adoperarla nel migliore dei modi, una opportunità per arricchire e ottimizzare la nostra vita.

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Immaginiamoci per qualche secondo immersi nella costruzione del Duomo o del Battistero nella Firenze medievale o fine medioevo, lavorando con attrezzi (nella foto di sopra potete vederne alcuni) che oggi sembrerebbero primitivi, con materiali fuori delle nostre usanze, con consuetudini magari privi di comprensione. Poi apriamo gli occhi e mettiamoci nel 2013, accorgendoci di una gru alta decine di metri che sposta da un lato all’altro pile di mattoni, o un camion betoniera scaricando decine di metri cubi di cemento, o un robot che salda automaticamente lastre di ferro.
Cambiando tema, potremmo continuare il breve excursus con i messaggi che un tempo erano annotati in foglietti di carta (»»qua) e oggi affidati alla rete, alle e.mail o a facebook, o, per accennare alla scrittura, un tempo i libri cartacei, oggi, e sempre più, gli e.book.

Perché annoto queste riflessioni?
Per vari motivi, fra i quali, non bisogna criticare il passato (»»qua) giacché non si può “vedere” con gli occhi di oggi, con la mentalità del XXI sec., gli uomini di allora, rispetto ai precedenti, si definivano evoluti, così come noi riguardo a ieri e, se riflettiamo un po’, quelli del XXII sec. ci considereranno poco avanzati. Un’altra ragione è quella che il progresso materiale non si può fermare, come taluni cercano fare quando si legano a un passato consuetudinario, è un percorso necessario al nostro esistere su questa terra, è un gioco da portare avanti per necessità quasi scritta nel nostro DNA, un gioco le cui regole vanno scritte e riscritte per essere attualizzate.

Che cosa ne pensate voi?

Jan 152013
 

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Viaggiare guadagnare navigare. Esperienze di un nomade digitaleIl tempo trascorre velocemente, tale da non accorgersi che sono volati oltre 20 anni del mio essere nomade, e quasi 10 da nomade digitale. Il cammino intrapreso in modo impavido nel 1992-’93 è stato uno dei tanti giocati nel campo della vita, un gioco attualizzato più volte con regole principi forme man mano che la tecnologia ha impregnato non solo la mia esistenza, ma anche il continuum storico a cui appartengo. Tecnologia che sta rivoluzionando il nostro modo di lavorare, un lavoro un tempo fisso e stabile per decenni, e che ora potrebbe essere agevolato dai nuovi mezzi, opportunità per correre il mondo per meglio entrare nelle sue dinamiche, occasione per guadagnare adoperando un computer e una connessione internet in qualunque Paese ci troviamo.
E allora:

Perché lasciare un lavoro sicuro e intraprendere una vita da nomade digitale? O meglio ancora, perché un giovane non ancora coinvolto in un’attività dovrebbe rischiare i suoi verdi anni girovagando per il mondo invece di preoccuparsi di trovare una occupazione?
[...]
Cosicché la risposta alle domande di cui sopra potrebbe essere la medesima del navigante norvegese, Leif di nome, che incontrai a Santa Pola, Spagna, qualche decennio fa, che alla mia questione perché aveva lasciato il suo lavoro, perché navigava e perché aveva attraversato più di una volta da solo l’Atlantico con la sua barca a vela, mi rispose: «Why not? Perché no, perché non avrei dovuto farlo, lo volevo, era nei miei sogni da realizzare»

Sogni che oggi si possono meglio compiere grazie alla rete, a una semplice connessione internet, basta osare, rompere schemi:

Per l’ennesima volta la rete ci venne in aiuto, la lista email che avevamo non ci era certamente utile, i clienti erano ben diversi, le attività differenti, i luoghi presentavano culture e prospettive distanti. Dovemmo rifarci amicizie e conoscenze, dovemmo reinventarci il lavoro, dovemmo riscrivere la nostra mailing list. “

L’importanza del web, che oggi viene sottovalutata da qualcuno, diventerà sempre maggiore con gli anni:

Il web sarà, e lo è già da qualche decennio, elemento operante ed energico di questa esistenza terrena, esistenza in cui l’essere nomade serve, anche ma non solo, a perdere ciò che abbiamo di superfluo per trovare ciò che realmente ci serve.
Il nomadismo è stato parte indispensabile del cammino umano, e lo sarà ancor più con il passare degli anni, nomadismo caratteristica necessaria essenziale intrinseca presente nel nostro Dna, che porterà ulteriori trasformazioni nella nostra vita quotidiana, mediante l’incontro di culture diverse e lo sviluppo di mentalità sempre più aperte e disponibili.”

Il presente ebook, messaggero della mia esperienza e senza pretesa di insegnare nulla, è dedicato a tutti coloro cui manca non il coraggio di intraprendere un nuovo cammino di vita, ma una spintarella per dar inizio a un sogno che nascondono gelosamente in un cassetto buio, e a cui basta uno spiraglio di luce per decollare.

Buona lettura!

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Indice dell’ebook:

  • Introduzione
  • Perché lasciare tutto
  • Primo approccio con internet
  • Due valigie, due zaini, semplificare
  • Cambiare lavoro, la forza del Nomade digitale
  • Abitare la rete
  • Internet matura
  • Si riparte, è nella nostra natura
  • Conclusioni

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Nov 152012
 

Arrestato il 18 marzo 1916, nel Belgio occupato dai tedeschi, Henri Pirenne (1862-1935), storico belga che ben conosciamo, fu prima portato a Crefeld e poi trasferito a Holzminden, un campo che ospitava, come lui stesso scriveva, dagli 8 ai 10.000 prigionieri. Persone di tutte le nazionalità, strati sociali, dell’est e dell’ovest, giovani e meno giovani, donne e bambini, dalle più disparate lingue, ricchi poveri, e via dicendo.
Persone che, nonostante la triste situazione, non si deprimevano e andavano avanti a qualunque costo, persone che avevano addirittura aperto una specie di “Università” per continuare a essere informati, per seguire con i loro studi, per “amore alla cultura”.
Ed Henri Pirenne rivestì un ruolo davvero bello e particolare in quell’ambiente poco confortevole, ma, si sa, chi ama la cultura non conosce ostacoli, per apprendere ancor più si compiono azioni fuori dal normale (sic!).
Ecco la sua descrizione:

«Quanto a me, tenevo due corsi, uno di storia economica per due o trecento studenti russi fatti prigionieri a Liegi nell’agosto del 1914, l’altro, in cui raccontavo ai miei compatrioti la storia del loro paese. Non ho mai avuto allievi più attenti e mai ho insegnato con tanto piacere. Il corso di storia del Belgio era veramente avvincente. L’uditorio si stipava, gli uni appollaiati su pagliericci accatastati uno sopra l’altro su un angolo della baracca adibita ad aula, altri ammassati su banchi o in piedi, lungo le tramezzature… Qualcuno si radunava all’esterno, davanti alle finestre aperte. Dentro, dal tetto di cartone catramato, veniva un caldo asfissiante. Migliaia di pulci venivano fuori da ogni dove, saltellando al sole come le goccioline di una leggera innaffiatura. Talvolta mi immaginavo di udirle, tanto era profondo il silenzio di tutti quegli uomini che ascoltavano uno dei loro parlare della patria lontana e ricordare tante catastrofi che aveva subito e superato. Senza dubbio l’affluenza del pubblico allarmò la “Kommandantur”. Un giorno mi venne intimato l’ordine di interrompere l’insegnamento. Naturalmente, protestai contro una misura che, di tutti i professori del campo, colpiva soltanto me. Rimisi al generale una memoria che egli promise di inviare a Berlino, e subito ebbe inizio una corrispondenza interminabile. Per quindici giorni dovetti fornire note, rapporti, spiegazioni di tutti i tipi. Per farla breve, alla fine giunse l’autorizzazione a riprendere le lezioni. Ma dovetti impegnarmi a consegnare il giorno prima all’ufficio del campo il sommario della lezione quotidiana e a subire la presenza, fra l’auditorio, di due o tre soldati che conoscevano la lingua francese.» (1)

Lo stesso Pirenne per tenersi impegnato, nel campo di prigionia, prese lezioni di lingua russa.

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– 1. Henri Pirenne, Souvenirs de Captivité en Allemagne (Mars 1916 – Novembre 1918), Bruxelles (Lamertin), 1921, pagg. 38-39, in Henri Pirenne, Storia dell’Europa dalle invasioni al XVI sec., Newton Compton, 2012, ebook, pos. 349, 356, 361.

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