Jul 102014
 

Cibo, cibo, cibo! Che cosa sarebbe l’uomo senza cibo?

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo”, diceva il buon Ippocrate nel 400 a.C. (1), enfatizzando una buona e sana alimentazione.

Il cammino dell’uomo non sarebbe comprensibile senza la scoperta del fuoco, dell’agricoltura, della caccia, non sarebbe ancor più comprensibile senza il passaggio dai cibi crudi a quelli cucinati. Quel fuoco sacro che per ingraziarsi la dea romana Vesta, protettrice del focolare domestico, doveva restare sempre acceso.

E i camini, nel nostro caso intesi come focolari domestici, hanno avuto una nota rilevante nel continuum storico dell’essere umano, iniziando dai fuochi delle caverne per passare a quei delle capanne, delle abitazioni di campagna e paese, a quei delle case dei borghesi o dei principi o delle cucine dei re.

Vari artisti si sono interessati ai camini, sia come struttura architettonica funzionale, si vedano un paio di disegni di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, sia come elemento decorativo per riscaldare l’ambiente – a partire dal periodo rinascimentale -, sia come manufatto per preparare gli alimenti.

Ma non solo: molti trattati durante il periodo moderno sono stati approntati per meglio rispondere alle domande dei committenti, fra questi, saltellando per i secoli, ricordiamo:

  •  Leon Battista Alberti (1404-1472) e il suo “De re aedificatoria“, dove inoltre s’era ingegnato a metà ‘400 su come doveva essere realizzato un buon camino;
  •  Vincenzo Scamozzi (1548-1616), architetto veneto, che nel 1615 pubblicava “Dell’idea dell’Architettura universale”, in cui, fra l’altro, nel capitolo XIII, si descrivono i vari tipi di camino;
  •  Benjamin Thompson (1753-1814) con “Sui camini, con proposte per migliorarli e risparmiare combustibile, rendere le abitazioni più confortevoli e salubri, e prevenire efficacemente l’emissione di fumo dalle canne fumarie”, del 1795, opera imprescindibile fino ai giorni d’oggi per l’esecuzione di una buona costruzione. Famoso il caminetto di Rumford.

Nella storia, questo oggetto inizia la sua vera diffusione dal ‘300 in poi – sembra inventato nei paesi freddi del nord Europa -, quando le varie soluzioni tecniche permisero una certa sicurezza e affidabilità, portandolo dal centro dell’abitazione a una delle pareti e fornendolo definitivamente di una canna fumaria, almeno nelle case dei più abbienti. Passando dalle grandi dimensioni gotiche a quelle più modeste ma non per questo meno funzionali rinascimentali, raggiungendo l’età barocca e la fine dell’Ancien Régime già solidamente installato nelle case.

Le immagini che seguono desiderano solo essere testimonianza popolare dei secoli dell’età moderna, secoli in cui i pittori hanno immortalato, certamente non solo, la quotidianità domestica, dal nord dell’Europa al sud, dall’est all’ovest, quella del focolare, quella dove ci si incontrava, si parlava, si litigava, si cucinava, quella, in poche parole, che, se chiudessimo gli occhi, potremmo considerare oggi cucina di casa nostra in un giorno di festa.

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte del cucinare, 1570

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, “Opera dell’arte del cucinare”, 1570

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Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca.

Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca. Si beve si cucina si mangia, la tavola apparecchiata dice tutto, mentre alcuni viandanti guardano.

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David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644

David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644. Nel grande camino al fondo si cuoce cacciagione.

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Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca..

Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca.

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François Boucher, La toilet, 1742

François Boucher, La toilet, 1742. Il camino serve per riscaldarsi mentre la gentil fanciulla si abbiglia.

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Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759

Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759. È sera, si approntano focacce e nello stesso tempo si intiepidisce l’ambiente.

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Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec.

Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec. Elegante scena, pregiata zuppiera. Il camino si adopera principalmente per preparare cibi.

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William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward)

William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward). Attorno al camino per asciugare i panni del marito, del papà, che ritorna dopo una giornata di pioggia.

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-1. in Umberto Veronesi, Mario Pappagallo, Verso la scelta vegetariana, Giunti ed., 2011, pag. 42.

Jun 202014
 

Raccontano che le cose stanno così.

L'Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

L’Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

Agenore, re di Tiro, cittadina situata a poco oltre 80 km. dall’odierna Beirut, aveva avuto insieme alla moglie Telefassa una figlia da tutti ammirata per la bellezza, chiamata Europa.

Zeus, il divino signore che tutto comandava e dirigeva, se ne innamorò e la volle con sé a tutti i costi. Ma la cosa non era facile. E allora, dicono ancora gli anziani (1), Zeus inviò suo figlio Ermes a condurre i buoi di Agenore proprio in quella spiaggia dove Europa stava raccogliendo dei fiori.

Il dio, furbo, prese le sembianze di un toro bianco adagiandosi sulla sabbia, sul cui dorso la fanciulla salì. Boccone facile per il potente, che ne approfittò e la portò via fino all’isola di Creta!

Difatti così Ovidio narra:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace.” (2)

La storia prosegue.

Zeus, trasformatosi in aquila, la conquista. Europa divenne la prima regina di Creta. Tre figli nacquero dall’unione. Nello stesso tempo, Agenore aveva mandato i figli alla ricerca della sorella, ma il “misfatto” oramai era stato commesso.

Tranquilli, non finisce qua!

Il grande capo, a sua volta, la diede in sposa al re di Creta, tal Asterione che, incredulo del bellissimo dono, adottò perfino i tre figli.

Quanti poeti letterati scultori pittori filosofi se ne sono occupati! Assaporiamo ora la bellezza di questi tre dipinti dell’Epoca Moderna:

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto d'Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Ratto d’Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

I fatti, che mi piace trasportare dalla mitologia alla pura e cruda realtà storica (sic!) per meglio entrare nelle dinamiche contemporanee del tema – giacché il confine fra le due sfaccettature è in un certo qual modo davvero invisibile -, potrebbero invitarci a pensare che l’Europa, la nostra odierna Europa, nacque su quelle sponde del Mediterraneo che si rivolgono verso l’Asia e l’Africa, quasi a significare il movimento delle idee che generate di là si sviluppano di qua (o viceversa). Una multiculturalità che dovrebbe affascinare almeno dal punto di vista storico. Una migrazione e immigrazione – in lato sensu – su cui si basa l’evoluzione umana, frontiere che non dovrebbero esistere neanche nella mente.

Il percorso, dunque, dalla mitologia alla realtà è stato lungo, tortuoso, contraddittorio, ché nel Medioevo il termine era più espressione geografica che politica. Certo, potremmo dare a Carlo Magno l’appellativo di “padre d’Europa” -siamo nel IX secolo -, ma… lo fu davvero? O forse desiderava rimettere in piedi il vecchio Impero Romano? E che cosa si pensava nell’immaginario popolare collettivo? Non entro nella questione, è troppo ampia e polemica per un breve articolo come questo.

Cosicché il concetto d’Europa, con il trascorrere degli anni, iniziò a esser sempre più adoperato, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli, 1453, e l’avanzare dell’impero ottomano. Era necessario unire le genti europee per fermare il passo ai nemici: papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, ne fu l’emblema espressivo.

In tempi passati siamo stati colpiti in Asia e in Africa, e cioè in terra altrui, ma ora siano colpiti e sconfitti in Europa, e cioè nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra dimora.” (3)

Poi tanti altri se ne sono interessati, Rousseau per esempio nelle sue Considérations sur le gouvernements de Pologne parlava che non ci sono più francesi spagnoli tedeschi inglesi, ma solo europei, e allora va oltre:

Oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli, nemmeno inglesi, checché se ne dica; ci sono soltanto europei. Tutti hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi, poiché nessuno ha ricevuto modalità nazionali che provenissero da un particolare principio. Tutti nelle stesse circostanze faranno le medesime cose; tutti si diranno disinteressati e saranno disonesti (o birboni); tutti parleranno del bene pubblico e non penseranno che a se stessi; tutti vanteranno la mediocrità e vorranno esser opulenti; questi non hanno ambizioni che per il lusso, non hanno che passione per l’oro. Sicuri d’avere con esso tutto ciò che li tenta, si venderanno al primo che vorrà pagarli. Che cosa importa loro a quale padrone obbedire, di quale stato seguire le leggi? A patto che trovino denaro da rubare e donne da corrompere, sono ovunque nei loro paesi.” (4),

allo stesso modo Hume considerava importante e da conservare la pluralità della ricchezza culturale.

Suvvia però, facciamo un lungo salto temporale, poggiamo i piedi nell’oggi, proprio mentre si è votato qualche settimana fa (25 maggio 2014) per il Parlamento Europeo, e leggiamo il buon Croce quando accennava, più o meno a metà Novecento, al suo concetto d’Europa contemporanea:

Per intanto, già in ogni parte di Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad Europei e i lori pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate.
Questo processo di Unione Europea che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberare completamente l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà a pieno restaurato negli animi.” (5)

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Il dibattito, nell’Europa sì nell’Europa no, continua ancora oggi, oggi che siamo già entrati nell’epoca internettiana, epoca che dovrebbe portare a una maggiore “unione transnazionale”, una unione rappresentata dalle più disparate forze storico-culturali, dalle più variegate reminiscenza mitiche, una unione, insomma, che dovrebbe conquistare e cambiare prima di tutto la nostra forma mentis.

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- 1. Sembra che le prime prove scritte sul mito d’Europa siano quelle di Omero, nella cui Iliade (750 a. C. circa) Zeus relata, fra i tanti, l’amore con Europa (vedi »»qua). Anche Esiodo nel suo Teogonia (700 a. C. circa) parla di Europa e di sua figlia Teti (vedi »»qua).
- 2. Ovidio, Metamorfosi, II (»» qua).
- 3. Enea Silvio Piccolomini, De constantinopolitana clade et bello contra Turchos congregando, in PIUS II, Orationes politicae et ecclesiasticae, a cura di J. D. Mansi, 1755, p. 263.
- 4. Jean Jacques Rousseau, Considérations sur le gouvernements de Pologne, 1782 (»»qua, tradotto da Serena Zampini).
- 5. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Adelphi, 1991.

Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

Nov 152013
 

Raccontando la storia, babilonia61Un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli dedicati alla storia moderna, con immagini e video, da scaricare gratis.

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Indice:

- Gli intrecci della storia, 1498, un esempio, di Gaspare Armato, pag. 3

- Le bal des ardentes, Il ballo degli ardenti, 1393, di Daniela Nutini, pag. 9

- Noi, la storia e Paolo Ferrario, di Gaspare Armato, pag. 13

- Luoghi della storia, Pistoia, Via de’ Rossi, di Gaspare Armato, pag. 18

- Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, di Annarita Ruberto, pag. 23

- Gaspare Vanvitelli e le vedute di Napoli del XVIII sec., di Gaspare Armato, pag. 29

- Sophie Germain, una matematica del Settecento, di Rosalia de Vecchi, pag. 33

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Raccontando la storia, preview

 

Sep 092013
 

Chi fa flanella lo sa bene, ogni luogo, specialmente pubblico, ha una storia da raccontare, ogni passante è portatore di memorie, tutte, tutte degne di nota e di essere trasmesse al futuro. Passato presente futuro diventano così, negli oggetti e negli uomini, incarnazioni della nostra presenza su questa Terra, un messaggio da non sottovalutare.

Nel trascorso dei secoli, il concetto di spazio pubblico, per lo più associato alla storia urbana, subisce una trasformazione, spesso lenta e invisibile nel breve tempo, che partendo dall’agorà dei greci, passando per il foro romano, proseguendo per le piazze e mercati medievali, ci porta – parlando dell’Epoca moderna – ai borghi e all’espansione delle nuove città, con una serie di problematiche ben lungi dall’essere oggigiorno risolte.

Elemento determinante e fattore d’unione, dicevamo, è l’uomo, quell’uomo che, consapevole nel Rinascimento delle sue potenzialità, comprende che lo sviluppo di una società inizia dallo strutturare creativamente e coscientemente il proprio luogo, luogo in cui svolgere “lavori” atti a migliorare le condizioni della collettività.

Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Acquedotto dell’Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Un tempo, il cammino verso il fiume per attingere acqua o il riunirsi nei lavatoi pubblici poteva essere motivo e luogo d’incontro, così come ritrovarsi nelle fontanelle induceva a condividere gli ultimi fatti e misfatti del paese, e, ancor oltre, le piazze pubbliche o lo spazio antistante alle entrate dei luoghi di culto dava opportunità a fugaci raduni o saluti convenevoli, per non dimenticare fiere mensili e mercati rionali settimanali che permettevano scambi economici: un mondo vibrante che talvolta stentava a sopravvivere (basta pensare alla peste del XIV sec. o a quella di manzoniana memoria) e che usciva dal Medioevo e si metteva con vigore nei secoli XVI e XVII (»»qua un articolo con slide su Il lento passaggio dal medioevo all’età moderna).

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

La disposizione innata a socializzare dell’essere umano indusse i governanti, entrando ben oltre l’Età moderna, a creare ambienti in cui si facilitava una “socievole vita pubblica” che usciva gradualmente peraltro dalle corti e interessava oramai tutti, quello spazio in cui gli individui, per dirla con Hannah Arendt (1906-1975) (1), hanno la possibilità di interagire e mettere in pratica le conseguenti azioni, dando un certo significato politico al luogo.

E allora il video che segue ci porta a entrare nelle dinamiche dei piccoli spazi urbani di una città, New York, in pieno XX secolo, che vive e palpita per la propria voglia di condivisione e partecipazione, dove qualcuno prende parte più che un altro, e dove ancora “Il modo in cui le persone utilizzano un posto rispecchia le aspettative” (2).

Ciò per dire, con Simmel (1858-1918), a fine XIX inizi del XX secolo, che

“[...] le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto [...]” (3).

Ma i tempi cambiano, si evolvono nell’ormai Vita liquida, ricordando Zygmunt Bauman (1925) (4):

Zygmunt Bauman, citazione

Zygmunt Bauman, Vita liquida

Nella lunga e instancabile “passeggiata” storica, il ruolo degli spazi fisici – caffè biblioteche salotti culturali piazze angoli strade etc. – è cambiato di volta in volta in base ai bisogni e alle necessità, giungendo ai nostri giorni alle vetrine virtuali internettiane, facebook, twitter, google+, blog, vetrine in cui tutti indistintamente possono compartecipare idee progetti esperienze, vetrine che stanno cambiando il modo di socializzare, vetrine che rappresentano una comunità che ha tuttavia desiderio di “comunicare” ed essere presente in un mondo sempre più aperto e globalizzato. Con la possibilità, seduti davanti un computer, di discutere con un amico giapponese, australiano argentino, comprare un libro in inglese in Barnes & Nobles e mandarlo a un conoscente in Inghilterra per dialogare in rete del tema.

Percorso di un’evoluzione da non criticare né biasimare, dinamiche con le quali bisogna convivere nel migliore dei modi, adoperando l’esperienza che il passato ci offre per comprendere e accettare il mondo in cui viviamo.

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- 1. Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, 2000.
- 2. William H. Whyte, The social life of small urban spaces, Project for Public Spaces Inc., New York, 2001.
- 3. George Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Armando ed. 1995.
- 4. Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2008.

Aug 202013
 

Estraendo dal loro contesto certi pensieri, giocando con le idee dei grandi pensatori, mi è sembrato avvincente riunire le loro parole attorno a un filo conduttore. Cosicché ho immaginato una loro ipotetica conversazione in un caffè discutendo proprio sulla Storia.

Marc Bloch, raccontando una sua esperienza, si sofferma:

«Papà, spiegami a che serve la storia». Cosi, pochi anni or sono, un ragazzo che mi è molto vicino, interrogava suo padre, uno storico. Vorrei poter dire che questo libro rappresenta la mia risposta, perché non credo ci sia lode migliore, per uno scrittore, che di saper parlare, con il medesimo tono, ai dotti e agli scolari. Ma una semplicità tanto elevata è privilegio di alcuni rari eletti. Tuttavia la domanda di quel fanciullo, di cui sul momento non riuscii gran che bene a soddisfare la sete di sapere, la conserverei volentieri qui, come epigrafe. […] Il problema ch’essa pone, con la sconcertante dirittura di quell’età inesorabile, è, né più né meno, quello della legittimità della storia. […] Se tuttavia la storia, alla quale ci richiama un’attrattiva quasi universalmente sentita, non potesse dimostrare altrimenti la propria legittimità; se non fosse insomma che un piacevole passatempo, […] meriterebbe davvero la fatica che spendiamo per scriverla? […] O dovremo sconsigliare lo studio della storia agli ingegni suscettibili di un miglior impiego, oppure la storia dovrà dimostrare di avere le carte in regola come conoscenza. (1)

Certo, però:

Buon storico è chi conserva il senso della specificità di ogni età, della successione delle epoche e, infine, delle costanti che, sole, ci permettono di parlare di un’unica e medesima storia. (2)

Che poi:

A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale. [al min. 6,50] (3)

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E allora bisogna stare attenti, perché:

Clio, la musa della storia, è tutta quanta infetta di menzogne, come una prostituta di sifilide. (4)

Insomma:

La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie. (5)

Ed è fatta di testimonianze di tutti i tipi e tutte le forme:

Una casa, una lapide, un testamento: sembrano ben poca cosa, ma contengono tutta la sua storia. È un errore grandissimo pensare che la storia debba consistere necessariamente in qualcosa di scritto: può consistere benissimo in qualcosa di costruito, e chiese, case, ponti, anfiteatri possono raccontare le loro vicende con la chiarezza di un libro stampato, se si hanno occhi per vedere.(6)

Non dimenticando che:

La storia che trascura l’economia è pura sciocchezza; una mostra di ombre, e non più comprensibile di quanto lo sia la lanterna magica per un selvaggio ignaro della causa delle immagini. È una sorta di magia, come il grammofono o il telefono per un beduino che li ascolta per la prima volta. (7)

Ma la storia siamo noi:

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Per concludere, serve o non serve ‘sta benedetta storia?

Citazione Todorov(8)

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- 1. M. Bloch, Apologia della storia, Torino, Einaudi, 1969, pp. 23-27
- 2. Raymond Aron, Le tappe del pensiero sociologico, CDE, Milano, 1984, pag. 21.
- 3. Will Bloom, nel film Big Fish – Le storie di una vita incredibile.
- 4. Arthur Schopenhauer, L’arte di insultare, traduzione di Franco Volpi, Adelphi, 1999.
- 5. Alexis de Tocqueville, L’antico regime e la Rivoluzione, Rizzoli, Milano, 2000.
- 6. Eileen Power, Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966, pagg.185-186.
- 7. Ezra Pound, Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.
- 8. Cvetan Todorov, L’uomo spaesato, Donzelli, Roma, 1997, pag. 49.

Jan 212013
 

Chi di noi non ha mai visto un vecchio attrezzo, un arnese per esempio che adoperavano i nostri nonni nelle campagne, nelle case, nelle loro attività, strumento oramai messo da parte dalla nuova tecnologia? O visitato un mercatino dell’antiquariato o un museo dedicato agli utensili del passato?
Che riflessioni possiamo trarne?

Un pensiero mi segue costante, che il mondo cambia, la vita non è mai la stessa, quella vita in cui l’uomo è entrato sul palcoscenico come attore protagonista della storia, meglio ancora, senza lui la storia non si farebbe, non avrebbe senso.
L’evoluzione dei mezzi materiali è una costante che ha interessato l’intero continuum»qua, »»qua), una evoluzione iniziata nelle caverne, passata nelle capanne, poi nelle case, nei grattacieli, così come dalla scoperta del fuoco alla ruota e via dicendo, fino al computer, millenni di trasformazioni.
Che cosa significa tutto questo?
Semplicemente che bisogna essere aperti ai cambi, alle mutazioni, non aver timore della tecnologia, viceversa, adoperarla nel migliore dei modi, una opportunità per arricchire e ottimizzare la nostra vita.

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Immaginiamoci per qualche secondo immersi nella costruzione del Duomo o del Battistero nella Firenze medievale o fine medioevo, lavorando con attrezzi (nella foto di sopra potete vederne alcuni) che oggi sembrerebbero primitivi, con materiali fuori delle nostre usanze, con consuetudini magari privi di comprensione. Poi apriamo gli occhi e mettiamoci nel 2013, accorgendoci di una gru alta decine di metri che sposta da un lato all’altro pile di mattoni, o un camion betoniera scaricando decine di metri cubi di cemento, o un robot che salda automaticamente lastre di ferro.
Cambiando tema, potremmo continuare il breve excursus con i messaggi che un tempo erano annotati in foglietti di carta (»»qua) e oggi affidati alla rete, alle e.mail o a facebook, o, per accennare alla scrittura, un tempo i libri cartacei, oggi, e sempre più, gli e.book.

Perché annoto queste riflessioni?
Per vari motivi, fra i quali, non bisogna criticare il passato (»»qua) giacché non si può “vedere” con gli occhi di oggi, con la mentalità del XXI sec., gli uomini di allora, rispetto ai precedenti, si definivano evoluti, così come noi riguardo a ieri e, se riflettiamo un po’, quelli del XXII sec. ci considereranno poco avanzati. Un’altra ragione è quella che il progresso materiale non si può fermare, come taluni cercano fare quando si legano a un passato consuetudinario, è un percorso necessario al nostro esistere su questa terra, è un gioco da portare avanti per necessità quasi scritta nel nostro DNA, un gioco le cui regole vanno scritte e riscritte per essere attualizzate.

Che cosa ne pensate voi?

Jan 152013
 

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Viaggiare guadagnare navigare. Esperienze di un nomade digitaleIl tempo trascorre velocemente, tale da non accorgersi che sono volati oltre 20 anni del mio essere nomade, e quasi 10 da nomade digitale. Il cammino intrapreso in modo impavido nel 1992-’93 è stato uno dei tanti giocati nel campo della vita, un gioco attualizzato più volte con regole principi forme man mano che la tecnologia ha impregnato non solo la mia esistenza, ma anche il continuum storico a cui appartengo. Tecnologia che sta rivoluzionando il nostro modo di lavorare, un lavoro un tempo fisso e stabile per decenni, e che ora potrebbe essere agevolato dai nuovi mezzi, opportunità per correre il mondo per meglio entrare nelle sue dinamiche, occasione per guadagnare adoperando un computer e una connessione internet in qualunque Paese ci troviamo.
E allora:

Perché lasciare un lavoro sicuro e intraprendere una vita da nomade digitale? O meglio ancora, perché un giovane non ancora coinvolto in un’attività dovrebbe rischiare i suoi verdi anni girovagando per il mondo invece di preoccuparsi di trovare una occupazione?
[...]
Cosicché la risposta alle domande di cui sopra potrebbe essere la medesima del navigante norvegese, Leif di nome, che incontrai a Santa Pola, Spagna, qualche decennio fa, che alla mia questione perché aveva lasciato il suo lavoro, perché navigava e perché aveva attraversato più di una volta da solo l’Atlantico con la sua barca a vela, mi rispose: «Why not? Perché no, perché non avrei dovuto farlo, lo volevo, era nei miei sogni da realizzare»

Sogni che oggi si possono meglio compiere grazie alla rete, a una semplice connessione internet, basta osare, rompere schemi:

Per l’ennesima volta la rete ci venne in aiuto, la lista email che avevamo non ci era certamente utile, i clienti erano ben diversi, le attività differenti, i luoghi presentavano culture e prospettive distanti. Dovemmo rifarci amicizie e conoscenze, dovemmo reinventarci il lavoro, dovemmo riscrivere la nostra mailing list. “

L’importanza del web, che oggi viene sottovalutata da qualcuno, diventerà sempre maggiore con gli anni:

Il web sarà, e lo è già da qualche decennio, elemento operante ed energico di questa esistenza terrena, esistenza in cui l’essere nomade serve, anche ma non solo, a perdere ciò che abbiamo di superfluo per trovare ciò che realmente ci serve.
Il nomadismo è stato parte indispensabile del cammino umano, e lo sarà ancor più con il passare degli anni, nomadismo caratteristica necessaria essenziale intrinseca presente nel nostro Dna, che porterà ulteriori trasformazioni nella nostra vita quotidiana, mediante l’incontro di culture diverse e lo sviluppo di mentalità sempre più aperte e disponibili.”

Il presente ebook, messaggero della mia esperienza e senza pretesa di insegnare nulla, è dedicato a tutti coloro cui manca non il coraggio di intraprendere un nuovo cammino di vita, ma una spintarella per dar inizio a un sogno che nascondono gelosamente in un cassetto buio, e a cui basta uno spiraglio di luce per decollare.

Buona lettura!

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Indice dell’ebook:

  • Introduzione
  • Perché lasciare tutto
  • Primo approccio con internet
  • Due valigie, due zaini, semplificare
  • Cambiare lavoro, la forza del Nomade digitale
  • Abitare la rete
  • Internet matura
  • Si riparte, è nella nostra natura
  • Conclusioni

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Nov 152012
 

Arrestato il 18 marzo 1916, nel Belgio occupato dai tedeschi, Henri Pirenne (1862-1935), storico belga che ben conosciamo, fu prima portato a Crefeld e poi trasferito a Holzminden, un campo che ospitava, come lui stesso scriveva, dagli 8 ai 10.000 prigionieri. Persone di tutte le nazionalità, strati sociali, dell’est e dell’ovest, giovani e meno giovani, donne e bambini, dalle più disparate lingue, ricchi poveri, e via dicendo.
Persone che, nonostante la triste situazione, non si deprimevano e andavano avanti a qualunque costo, persone che avevano addirittura aperto una specie di “Università” per continuare a essere informati, per seguire con i loro studi, per “amore alla cultura”.
Ed Henri Pirenne rivestì un ruolo davvero bello e particolare in quell’ambiente poco confortevole, ma, si sa, chi ama la cultura non conosce ostacoli, per apprendere ancor più si compiono azioni fuori dal normale (sic!).
Ecco la sua descrizione:

«Quanto a me, tenevo due corsi, uno di storia economica per due o trecento studenti russi fatti prigionieri a Liegi nell’agosto del 1914, l’altro, in cui raccontavo ai miei compatrioti la storia del loro paese. Non ho mai avuto allievi più attenti e mai ho insegnato con tanto piacere. Il corso di storia del Belgio era veramente avvincente. L’uditorio si stipava, gli uni appollaiati su pagliericci accatastati uno sopra l’altro su un angolo della baracca adibita ad aula, altri ammassati su banchi o in piedi, lungo le tramezzature… Qualcuno si radunava all’esterno, davanti alle finestre aperte. Dentro, dal tetto di cartone catramato, veniva un caldo asfissiante. Migliaia di pulci venivano fuori da ogni dove, saltellando al sole come le goccioline di una leggera innaffiatura. Talvolta mi immaginavo di udirle, tanto era profondo il silenzio di tutti quegli uomini che ascoltavano uno dei loro parlare della patria lontana e ricordare tante catastrofi che aveva subito e superato. Senza dubbio l’affluenza del pubblico allarmò la “Kommandantur”. Un giorno mi venne intimato l’ordine di interrompere l’insegnamento. Naturalmente, protestai contro una misura che, di tutti i professori del campo, colpiva soltanto me. Rimisi al generale una memoria che egli promise di inviare a Berlino, e subito ebbe inizio una corrispondenza interminabile. Per quindici giorni dovetti fornire note, rapporti, spiegazioni di tutti i tipi. Per farla breve, alla fine giunse l’autorizzazione a riprendere le lezioni. Ma dovetti impegnarmi a consegnare il giorno prima all’ufficio del campo il sommario della lezione quotidiana e a subire la presenza, fra l’auditorio, di due o tre soldati che conoscevano la lingua francese.» (1)

Lo stesso Pirenne per tenersi impegnato, nel campo di prigionia, prese lezioni di lingua russa.

*****
- 1. Henri Pirenne, Souvenirs de Captivité en Allemagne (Mars 1916 – Novembre 1918), Bruxelles (Lamertin), 1921, pagg. 38-39, in Henri Pirenne, Storia dell’Europa dalle invasioni al XVI sec., Newton Compton, 2012, ebook, pos. 349, 356, 361.

Sep 182012
 

Non è mai superfluo dare il giusto peso alle note a piè di pagina in un libro di storia, o in un saggio in generale, e sebbene a un primo acchito possano disturbare la lettura o distrarci, esse consolidano l’energica espressione delle idee dell’autore sostenute da testimonianze – relativi documenti – di altri studiosi che hanno affrontato l’argomento in questione. Le note a piè di pagina, in poche parole, dicono che la tesi portata avanti da parte del ricercatore ha basi fondate e motivate che si possono controllare e verificare, studiare ed esaminare una e più volte, che ciò che afferma non è campato in aria, ma si basa su tangibili fonti esistenti.
Ecco di seguito cosa ne pensava Marc Bloch:

«I margini inferiori delle pagine dei libri esercitano su molti eruditi un’attrattiva che rasenta la vertigine. È certamente assurdo affollarne gli spazi bianchi, come essi fanno, con riferimenti bibliografici, che un elenco posto all’inizio del volume avrebbe, per la maggior parte, risparmiato, o, peggio ancora, relegarvi, per pura pigrizia, lunghi sviluppi il cui vero posto sarebbe stato nel corpo stesso del testo: tanto che la parte più utile di questi lavori bisogna sovente cercarla in cantina. Ma quando certi lettori si lamentano che la più piccola riga, relegata a piè di pagina, confonde loro le idee, quando alcuni editori pretendono che i loro clienti, senza dubbio meno ipersensibili, in realtà, di quanto essi amano raffigurarli, soffrono le pene dell’inferno alla vista di ogni pagina così deturpata, questi delicatini danno semplicemente prova della loro insensibilità ai precetti più elementari di una morale dell’intelligenza. Giacché, in tutti i casi in cui non si tratti dei liberi giochi della fantasia, un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata; e per uno storico, se usa un documento, l’indicarne, il più brevemente possibile, la collocazione, cioè di ritrovarlo, non equivale ad altro che a sottomettersi a una regola universale di probità. Ho adesso accanto a me un libro di grande interesse sulla Germania prima della Riforma. Molte affermazioni mi stupiscono. Forse a torto. Vorrei verificarlo. Non ne sono in grado, e nessuno lo sarebbe, dal momento che nessuna indicazione mi permette di risalire alla fonte. Come un chimico che, annunciando una scoperta, rifiutasse di riferire l’esperimento attraverso cui vi è stato condotto, perché, a suo dire, “ciò annoierebbe il lettore”.
 Avvelenata da dogmi e da miti, la nostra opinione, anche la meno nemica dei lumi, ha perduto persino il gusto del controllo. Il giorno in cui noi, avendo prima avuto cura di non disgustarla con una vana pedanteria, saremo riusciti a persuaderla a misurare il valore di una conoscenza dalla sua premura di offrirsi in anticipo alla confutazione, le forze della ragione riporteranno una delle loro più significative vittorie. Ed è proprio per preparare questa vittoria che lavorano le nostre umili note, i nostri minuti e pignoli rimandi, che oggi tanti begli spiriti disprezzano». (1)

E ancora lui:

«Cominciamo dalla più semplice, la più elementare delle regole. Forse alcuni di voi hanno avuto fra le mani dei testi eruditi. Vi siete mai chiesti perché questi libri hanno delle note a piè di pagina? Queste note! Queste povere note! Non potreste immaginarvi quanto se ne è detto di male. Pare che vi siano dei lettori così sensibili che queste note basterebbero a disgustarli di un’opera, per quanto valida possa essere, – occhi distratti che non sono in grado di seguire il testo, perché sono attratti di continuo verso il fondo della pagina. Prima di criticare, sarebbe stato meglio tentare di comprendere. A cosa servono le note? A dare quelli che noi chiamiamo i riferimenti. Un fisico descrive un esperimento; l’ha fatto lui stesso; egli è per se stesso il suo testimone; non ha bisogno di citarsi; basta la sua firma, in testa al libro o alla fine dell’articolo. Uno storico riferisce un evento passato; non lo ha visto; egli parla basandosi su dei testimoni; è necessario ch’egli li nomini, anzi tutto per prudenza, per mostrare che ha dei garanti, e soprattutto per correttezza, per permetterci di verificare, se è il caso, l’uso che ha fatto dei loro resoconti. Citare i propri testimoni, o, come qualche volta si dice, “citare le proprie fonti” (l’espressione, che non è molto felice, è accettata) è il primo dovere dello storico. Solo dello storico? Vediamo. Un compagno vi riferisce che uno dei vostri amici ha commesso non so qual sciocchezza. Prima di credergli, pregatelo di citarvi le sue fonti. Talvolta scoprirete che non ne aveva altre se non la propria immaginazione. O se ne aveva non erano degne di fiducia. Oppure le aveva interpretate male. Rischiate a vostra volta di farvi eco di un pettegolezzo qualunque. Prima di parlare, chiedetevi se potreste citare le vostre fonti. Finirà che non aprirete bocca». (2)

*****

- 1. Marc Bloch, Apologia della storia o il mestiere dello storico, Torino, Einaudi, 1969, p. 87.
- 2. Marc Bloch, Critica storica e critica della testimonianza, vedi »»qua.

Jun 182012
 

“Marco Dominici: redattore editoriale ed appassionato non solo della lettura, ma anche delle nuove tecnologie. Autore di libri e materiale didattico (ambito Italiano L2-LS). Viaggiatore per piacere, necessità e lavoro. Padre e marito. Altro? Sì, ma non c’è mai tempo… “

Da seguire il suo blog.

*****

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Sono laureato in Storia Romana e ho insegnato la materia nella mia breve parentesi (3 anni) di supplente alle scuole medie e superiori.
Questo solo per dire che il mio rapporto con la storia è di lunga data e non si basa solo su una passione che comunque continuo a coltivare, quando posso. Ma se dovessi riassumere la Storia in una parola, userei “ricerca”. La ricerca delle fonti, il loro confronto, la riflessione su di esse e la loro selezione. Quell’operazione sostanzialmente di filtro da applicare non solo nei confronti del passato, ma anche del presente, soprattutto nel presente, ora che le fonti sono così numerose e diverse.
In un presente che diviene passato nel giro di pochi giorni – se non ore – il lavoro dello storico credo sia diventato la necessità di ognuno di noi di fronte al flusso inesauribile di notizie, dati, documenti in cui siamo immersi quotidianamente.
Da questo punto di vista, alcuni mi dicono che nello scrivere i post del mio blog ho un approccio da storico, e la cosa non può che farmi piacere. Direi anzi che lo ritengo un complimento notevole.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
In parte ho risposto già alla domanda, credo: coscienza storica è secondo me la consapevolezza che ogni evento e ogni fatto non siano a sé stanti ma avvengano per una serie precisa di cause, portando a loro volta una mutazione del contesto in cui viviamo. In più, ora più che mai, si annulla la distanza (e la portata) geografica di ogni avvenimento. L’interconnessione rafforza e restringe le maglie in cui avvengono i fatti e succedono gli eventi, dai più piccoli e – apparentemente – insignificanti ai più importanti.
Coscienza storica e consapevolezza del presente quindi si fondono – o si dovrebbero fondere – in un concetto unico che mira sempre alla ricerca delle cause e dei nessi tra i fatti tra loro, e tra i fatti e gli uomini.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Domanda difficile, a cui non so se sono degno di rispondere.
La storia è a mio modesto parere una visione prospettica sul mondo, e come tale può variare a seconda della collocazione dell’osservatore, nello spazio così come nel tempo.
Tuttavia, ripensando proprio alla mia amata storia antica, ci sono delle caratteristiche che si ripetono perché fanno parte della nostra natura umana, sotto molti aspetti immutata e immutabile.
Ecco, penso che il primo livello di analisi dovrebbe essere, prima che politico o ideologico, proprio antropologico, perché sono gli uomini che in primis fanno la storia, per esserne poi plasmati a loro volta, ma il demiurgo del processo storico siamo noi ed è da qui che dovrebbe partire ogni ricerca, cioè sul cosa siamo o non siamo diventati e perché.

- I nuovi mezzi di comunicazione, come internet, stanno agevolando una maggiore conoscenza, come credi sarà il futuro della società?
Come sai e come è evidente dal mio blog, sono un entusiasta delle nuove tecnologie. Tuttavia il mio è un entusiasmo consapevole, nel senso che – e qui dico una cosa banale ma del resto vera – il valore del mezzo dipende da quello di colui che lo adopera.
Personalmente penso che ancora dobbiamo tutti, chi più chi meno, imparare bene la grammatica di internet, che per sua natura non è cristallizzata ma prende forme e norme sempre nuove e nuovi modi di utilizzo.
Del web mi è piaciuto sin dall’inizio il concetto di ipertesto, cosicché da un dato o da un argomento si passa facilmente ad un altro strettamente correlato, quasi per gemmazione del pensiero, una cosa del resto molto naturale e che il web esalta e rappresenta concretamente.
Questo processo reticolare si addice molto all’analisi perché, per confermare quanto ho detto prima, la storia e gli avvenimenti stessi seguono un processo più reticolare che lineare.
Piuttosto, credo sia necessario distinguere tra informazione e conoscenza; il web è un flusso di informazioni quale mai l’uomo ha avuto modo di avere in passato, e questo ovviamente ha i suoi effetti collaterali. Ma per passare dall’informazione alla conoscenza (e anche qui ci sarebbero diverse sfumature della stessa) ci vuole appunto quello sforzo ermeneutico di cui sopra, cioè l’analisi e il filtraggio di tutto quello che altrimenti rischia di essere un overload, un sovraccarico di dati e informazioni che danno l’impressione di sazietà, ma in verità non placano alcuna sete di conoscenza.

- Nel cammino storico della comunicazione, dalle tavolette di argilla ai papiri ai manoscritti ai libri, che posto occupano i nuovi device?
Sembra semplicistico, ma esattamente lo stesso che occuparono ai tempi le tavolette di argilla, i papiri, i manoscritti e poi i libri stessi. Non a caso si parla di quarta rivoluzione, quella appunto in cui il supporto di scrittura e lettura evolve di nuovo ma in senso digitale, quindi fatto non più solo di atomi, ma di atomi e bit.
A questo proposito mi piace sempre citare una frase di Mark Weiser: “Le tecnologie più profonde sono quelle che scompaiono, assorbite completamente nel tessuto della nostra quotidianità tanto da non distinguerle più da essa”. Ora usiamo con disinvoltura assoluta oggetti come il bancomat o lo stesso cellulare, i quali nella mia infanzia erano strumenti più vicini a Star Trek che al mondo dei miei genitori, fatto di cambiali e telefono a muro con il commutatore rumoroso ad anelli.
Avverrà lo stesso anche con i libri digitali, anche se la curva di apprendimento sarà più lunga e la resistenza all’innovazione più tenace, come del resto è normale che sia, dopo mezzo millennio di libri cartacei. Sia chiaro comunque che io sono un fautore del “doppio passo”, cioè della convivenza di libro cartaceo e supporto elettronico, in quanto uno non esclude l’altro, anzi ognuno esalta le caratteristiche dell’altro e offre possibilità diverse.

- In che modo gli ereader possono essere d’aiuto nell’apprendimento delle varie materie scolastiche, come bisognerebbe adoperarli?
Mi limito a parlare proprio della Storia, non solo perché sei tu il mio interlocutore, ma perché, come ex insegnante di Storia e ora redattore in ambito editoriale e a contatto con le nuove tecnologie applicate ai materiali didattici, vedo grandissime potenzialità soprattutto in materie come la Storia che, come accennavo, ha un andamento reticolare più che lineare e personalmente vedo costretta sempre più forzatamente nei confini e nella struttura di un libro di testo cartaceo.
L’utilizzo di un libro di storia è da sempre non progressivo, ma fatto di rimandi: alle note, alle tavole illustrate, ai grafici, alle mappe, alle foto, ai documenti autentici, se non a capitoli o paragrafi precedenti o successivi. Tutto questo è stato per ora inserito, a fatica e a prezzo di notevole noia (per lo studente, ma anche per l’insegnante), nei limiti imposti dalla pagina scritta, ma immaginiamo quanto sarebbe più stimolante per uno studente visualizzare grafici e statistiche in questo modo o avere nel proprio libro di testo digitale rimandi ad audio autentici, spezzoni di film o documentari (il tutto possibilmente didattizzato con attività ed esercizi, un po’ come stanno facendo quelli di Ted ed) e con la possibilità per i ragazzi di ricercare autonomamente fonti o immagini e creare a loro volta una sezione del libro che approfondisca questo o quell’argomento.
Da parte mia, sogno una storia insegnata in modo completamente diverso (e magari qualcuno già lo fa, anzi spero proprio che sia così), dove le informazioni date siano pochissime e quelle da trovare e ricercare rappresentino la gran parte del lavoro per lo studente, non però copincollando da Wikipedia, ma piuttosto cercando di capire le dinamiche degli eventi, le diramazioni che un fatto confinato nella storia ha poi avuto in altri ambiti, e le sue ripercussioni sul presente, magari proprio partendo dal presente, invece che percorrere il solito cammino.
Non voglio andare più in là, qui mi limito ad affermare che sicuramente il modello scolastico attuale e soprattutto il fatto che ancora il sistema ruoti intorno al libro di testo mi sembra una visione superata. Ci vuole una rivoluzione copernicana anche e soprattutto nel mondo dell’educazione e forse il digitale potrà essere la chiave giusta per scardinare chiavistelli ormai inutili.
Poco più di un mese fa, a Librinnovando, il direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola ha sintetizzato molto bene in quattro punti la fisionomia che dovrà assumere l’editoria scolastica (ne ho scritto anche un post) in cui alla base di tutto sta la granularità dei materiali e il passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento.
Penso sia la direzione giusta, anche se il mondo della scuola ha tempi di reazione molto dilatati, diciamo così.

- Pensi che la lettura, l’apprendimento, l’analisi di un testo letto su carta sia diversa da quella su un ereader?
Per la lettura di testi narrativi o di saggistica, posso dirti per esperienza personale che no, la percezione del testo rimane identica. Io quando leggo bado al contenuto, sinceramente, e spero che per ogni lettore serio sia così.
Parlo però da utente di ereader con schermo non retroilluminato (uso il Kindle), mentre per quanto riguarda i tablet in effetti riconosco che potrebbero risultare più stancanti o comunque suscitare più diffidenza rispetto al supporto cartaceo.
A parte che di qui a 5 anni già potremmo assistere sotto questo aspetto all’avvento di innovazioni tecnologiche che ora nemmeno ci immaginiamo, ma secondo me tutto sta a mettere sulla bilancia benefici e criticità: se e quando i primi supereranno di gran lunga le seconde, non ci sarà motivo di chiedersi se vale la pena o no.
Per dirla con una battuta, vedo gente che legge sul metrò “Il cimitero di Praga” reggendo con difficoltà su una mano sola il tomo cartaceo di mezzo chilo cercando di non cadere ad ogni scossone. Ma evidentemente la lettura di Eco val bene la fatica di reggerlo in bilico sui mezzi pubblici.

- Un ebook che consiglieresti in questo momento?
Per rifarmi a quanto detto poco sopra, direi il libro “La quarta rivoluzione” di Gino Roncaglia, un testo che va benissimo sia per chi vuole essere “iniziato” al mondo del libro digitale, sia per chi desidera approfondirne determinati aspetti. È reperibile in ambedue i supporti, cartaceo (»»quae digitale (»»qua) (ma come ebook costa molto meno).
Poi, se posso permettermi un altro consiglio e per segnalare anche un libro di narrativa, suggerirei “Il libraio(»»qua) di Règis De Sà Moreira, un libro che ho letto in digitale ma che indubbiamente è un piccolo inno d’amore al cartaceo e alle librerie indipendenti, le quali purtroppo sembrano però essere tra le vittime sacrificali di questa lenta ma inesorabile trasformazione del mondo editoriale.
Anche in questo caso, come vuole la legge darwiniana, penso che i più adatti al rinnovamento sopravviveranno, anche se le soluzioni sono ancora oltre l’orizzonte visivo. Ma ci sono, ne sono sicuro.
L’importante è non avere paura di ciò che non conosciamo, ma cercare di comprenderlo meglio.

May 172012
 

Vi sono date nella Storia che sembrano non avere importanza, specialmente quando si crede che nulla di rilevante sia accaduto. Eppure se andiamo alla ricerca di eventi fatti accadimenti, anche se di poco conto, questi hanno, in un modo o nell’altro, contribuito a un continuum storico di cui facciamo parte. Prendiamo per esempio l’anno 1498, una data a caso, e accingiamoci a indagare gli intrecci della Storia i quali, se a un primo acchito ci possono sembrare talvolta silenziosi, insignificanti, semplici, in realtà presentano relazioni e correlazioni, azioni e interazioni, cause ed effetti, che possono sfuggire se non studiati da un punto di vista quanto più ampio possibile.

Dicevamo dunque 1498, anno in cui viene annunziato il matrimonio fra Lucrezia Borgia (1480-1519), figlia illegittima del papa Alessandro VI (1431-1503), e il diciassettenne Alfonso d’Aragona (1481-1500), figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli, unione festeggiata poi il 21 luglio 1498 a Roma. Città, che ci ricorda Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), quel de’ Medici che nel 1526 tenterà ostacolare la discesa dei lanzichenecchi di Carlo V diretti a saccheggiare la Città Eterna. Città Eterna il cui pontefice Alessandro VI l’anno dopo scomunicherà Girolamo Savonarola (1452-1498), frate domenicano ribelle che desiderava il ritorno della chiesa a una condizione più umile e più vicina alla gente, che, condannato al rogo, morirà a Firenze in Piazza della Signoria il 23 maggio 1498 a quarantasei anni. Legami, questi, fra luoghi personaggi eventi, i quali, per essere meglio compresi, sono da visionare nell’insieme, quell’insieme composto da un’infinità di particolari che valicano sempre le mura di un paese, di una fortezza, di uno stato, di una data, delle decisioni di un singolo essere umano.
In effetti, per complicare ancor più la trama: 1498, Luigi XII (1462-1515) ascende al trono di Francia alla morte di Carlo VIII (1470-1498), senza eredi. Di lui accenniamo brevemente ai suoi interventi in Italia, rivendicando i diritti ereditari della nonna Valentina Visconti (1371-1408).
Si potrebbe proseguire con questi piccoli tasselli che servono ad arricchire un mosaico generale, mosaico che, ricordiamo, mai e poi mai potremmo completare definitivamente, vuoi perché la Storia si aggiorna in continuazione grazie a nuovi documenti rinvenuti e riletti, vuoi perché tanti fatti sono caduti nell’oblio senza testimonianze giunte, vuoi perché la damnatio memoriae gioca ancor oggi, sebbene meno che in passato, un certo ruolo, vuoi per tanti altri motivi.

Uomini città date, dunque, che hanno fatto Storia, quella Storia di cui siamo gli eredi viventi, prodotto delle decisioni del, anche ma non solo, 1498. Ma questa Storia ha intrecci ben più profondi e intercontinentali di quanto possiamo immaginare.
Andiamo avanti.

Incaricato dal re portoghese Emanuele I (1469-1521), Vasco da Gama (1469-1524), all’età di 29 anni raggiunse le coste occidentali del subcontinente indiano, un continente che, sebbene sconosciuto ai più, aveva già rapporti commerciali con l’Europa. Leggiamo un brano del libro della prof.ssa Maria Fusaro che serve per farci capire, fra le altre cose, le interdipendenze, i legami storici:

Il 20 maggio del 1498 il portoghese Vasco da Gama, dopo più di dieci mesi dalla partenza da Lisbona, ormeggiò la sua piccola flotta al nord del porto di Calicut, in India. Il giorno successivo inviò a terra in esplorazione un membro dell’equipaggio, João Nunes, il quale venne accompagnato da alcuni abitanti del luogo al cospetto di due «mori provenienti da Tunisi, che sapevano parlare Castigliano e Genovese». Alvaro Velho, cui è stata attribuita la stesura del diario del viaggio di da Gama, così racconta il dialogo che ne seguì: uno dei due tunisini, rivolgendosi a João, esclamò: «Che il Diavolo ti prenda! Cosa vi ha portato fin qui?» E João rispose: «Cerchiamo spezie e cristiani»; al che costoro replicarono: «Come mai né il Re di Castiglia, né quello di Francia né la Signoria di Venezia hanno inviato i loro uomini?». João spiegò che il re del Portogallo non lo aveva acconsentito e i due mori conclusero che aveva fatto molto bene.
[…]
L’episodio è illuminante. […] Illuminante, perché riassume in maniera molto semplice i principali motivi dell’espansione europea, e perché evidenzia come Europa e Asia già a quell’epoca fossero strettamente legate. Il globo si stava rimpicciolendo.
Il commercio sulle lunghe distanze è da sempre una costante della storia dell’umanità, ma tra il Quattrocento e il Cinquecento subì una radicale trasformazione qualitativa e quantitativa mettendo in moto una serie di eventi e di interazioni economiche, sociali e culturali che si dimostrano fondamentali per la genesi della società contemporanea.” (1)

E ancora: il 30 maggio dello stesso anno Colombo partiva con sei navi per il suo terzo viaggio verso le terre scoperte tempo prima, aprendo nuove rotte commerciali e facendo sì che l’economia europea spostasse il suo asse principale dal Mediterraneo all’Atlantico.
Mi fermo, si potrebbe aggiungere ancor altro.
Mi sembra sia palese come gli avvenimenti nella Storia si relazionino fra loro, formando ragnatele di tale portata di cui è difficile, anzi, impossibile, coglierne l’inizio nella speranza di scorgerne la fine e comprenderne il vero significato. Forse possiamo seguire un tracciato, un complicato cammino di cui i fili che si intrecciano sono così sottili che perfino la più complessa e preparata mente umana raramente riesce a coglierne l’unità composta da un’infinità di particolari, mosaico di relazioni e interrelazioni che comprendono uomini date luoghi vicende per proseguire un continuum di cui l’uomo è l’attore principale, a volte cosciente a volte incosciente.

*****

- 1. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, Editori Laterza, aprile 2011, ebook: pos. 17, 24, 32.

Apr 272012
 

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, entrata

Solo chi vive in una grande città, in una metropoli come Bogotà, può sapere cosa significa traffico, qual è il vero senso del “trancón”. Eppur l’amore verso la cultura non conosce ostacoli.
Ebbene, sabato scorso, dopo 45 minuti immerso in un andirivieni di auto moto camion biciclette, e pioggia, elementi costanti da queste parti, sono andato a conoscere la nuova biblioteca pubblica di Bogotà, dedicata a Julio Mario Santo Domingo; scrivo nuova, giacché data appena maggio 2010 (»»»qua delle immagini a 360°, »»»qua un video dell’architetto progettista).
Facente parte della Bibliored, Red Capital de Bibliotecas Públicas, in un’estesa superficie verde di sei ettari, circondato dalle Ande, immerso nelle Ande, il centro culturale si presenta come un’enorme infrastruttura che può accogliere, secondo i progettisti, ben oltre il milione di utenti l’anno. E in effetti, gli ampi spazi disponibili e le capacità ricettive ben accordano tale cifra, sebbene, per il momento, gli usuari non superino la quantità di circa 1000 il giorno.

Cosicché salgo per le comode verdi-scalinate, m’incammino per i tre piani del complesso, evito l’ascensore, voglio far flanella, vedendo ascoltando tastando ogni possibile anfratto che mi parli con le parole del luogo.
Teatro, cinema, zone aperte e chiuse, ambienti per libri infantili e giovanili, poi una mostra, poi ancora una fornita emeroteca, mi colpiscono gli scaffali che contengono libri in Braille e la grande quantità di postazioni internet. Proseguo lento. Ah, ecco in una sala ci sono degli anziani che stanno apprendendo a usare il computer, in un’altra leggono ad alta voce. Ovvia, non posso crederlo: c’è anche una lezione di ballo, salsa. Che meraviglia, la cultura a 360 gradi!

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, postazioni computer

Mi soffermo a parlare con un’impiegata, giovane, come tutti, dico tutti, i dipendenti della biblioteca. Chiedo a Emilzen Bohorquez informazioni sulla quantità dei libri, mi dice che, seppur ancora nuova, la biblioteca accoglie oltre 40.000 fra libri, cd, dvd e audiolibri, catalogati, con qualche eccezione, secondo il sistema Dewey. La maggior parte dei volumi sono moderni, nel senso che non vi sono né manoscritti né incunaboli né testi di particolare pregio. Eppur il vero pregio della Santo Domingo sono gli ospiti. Sissignori, sono gli utenti!

Dicevo giovani, meno giovani, aggiungo studenti, persone in età matura, anziani, più anziani ancora: insomma, non esagero se dico che la biblioteca è frequentata da bambini di 2-3-4 anni, fino a persone di oltre settanta anni, animati da una voglia di sapere scoprire indagare leggere curiosare appassionarsi che mi sorprende, e mi sorprende benevolmente, nel senso che il loro desiderio di cultura è un desiderio sano, veritiero, sincero, è un desiderio che varca la soglia del falso sapere, che varca le porte del conoscere per dimostrare agli altri, che va ben oltre la fugace materialità, è un sapere che fa crescere la persona.

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, sala lettura

Non mi fermo, ho ancora fiato per scambiate due parole con un’altra impiegata che lavora in direzione, là dove parte tutta l’organizzazione. Mi informa che la scelta dei libri e la quantità che ricevono dipende dalla sede centrale, da Bibliored, sono loro che selezionano e distribuiscono a secondo delle necessità locali. E sì, perché a Bibliored sono legate 20, dicesi 20, biblioteche, da quelle Mayores, che sono 4, a quelle Locales, 6, a quelle dei Barrios, altre 10, e, dulcis in fundo, un BiblioBús che si sposta giornalmente per la città avvicinando la cultura nelle periferie di una città che conta 8-9 milioni di abitanti.
Resto affascinato da un insieme organizzativo che permette alla gente accostarsi al sapere, che offre a tutti, indistintamente, la possibilità di superare i propri limiti, che invita, nel vero senso della parola, ad approfondire argomenti e fatti in modo semplice, immediato, facile. E sebbene la biblioteca Julio Mario Santo Domingo sia appena nata, ha tutte le capacità e risorse per essere uno dei centri culturali di spicco del Paese. Lo merita e lo merita anche un popolo che ha voglia di cultura!

Mar 172012
 

Fondatore dell’École des Annales insieme a Marc Bloch, Lucien Febvre (1878–1956) è figura chiave per lo studio della storiografia moderna. Di seguito il suo amore per la storia, il suo concepire la storia, il suo modo di addentrarsi negli eventi della vita umana.

Amo la storia. Se non l’amassi, non sarei uno storico. Dividere la propria vita in due parti, una da dedicare al mestiere, svolto senza amore, l’altra riservata alla soddisfazione dei propri bisogni profondi, è abominevole quando il mestiere che si è scelto è un mestiere intellettuale. Amo la storia, e per questo sono lieto di potervi parlare oggi di quello che amo. Ne sono lieto, e ciò è naturale. […]

Storia, semplicemente? ‑ domanderete voi. No, perché ci avete annunziato una serie di conversazioni sulla storia «economica e sociale». Ma proprio la prima cosa che desidero dirvi è che non esiste, per parlare propriamente, una storia economica e sociale. Non solo perché il collegamento dell’economico col sociale non è un privilegio ‑ una «esclusiva» come direbbe il direttore di un cinematografo ‑, in quanto non c’è maggior ragione di dire «economico e sociale», piuttosto che «politico e sociale», o «letterario e sociale», o «religioso e sociale», o anche o filosofico e sociale». Non sono ragioni ragionate ad averci dato l’abitudine di collegare l’un l’altro naturalmente e senza ormai riflettervi i due epiteti di «economico» e di «sociale». Sono ragioni storiche, molto facili da determinare: la formula di cui ci occupiamo non è, in ultima analisi, se non un residuo o un’eredità delle lunghe discussioni cui ha dato origine da un secolo quello che viene chiamato il problema del materialismo storico. […]

[…] non esiste una storia economica e sociale. Esiste solo la storia, nella sua unità. La storia che è per intero sociale, per definizione. La storia che io penso che sia lo studio, scientificamente condotto, delle diverse attività e delle diverse creazioni degli uomini di altri tempi, colti nel loro tempo, entro l’ambito delle società estremamente varie e tuttavia comparabili fra loro (è il postulato del sociologo) con cui hanno ricoperto la superficie della terra e la successione dei tempi. La definizione è piuttosto lunga, ma io diffido delle definizioni troppo corte, troppo miracolosamente corte. E questa liquida mi pare, proprio grazie ai suoi termini, molti falsi problemi. […]

E, d’altra parte, dico «gli uomini»: gli uomini, solo oggetto di storia, di una storia che s’iscriva nel gruppo delle discipline umane di tutti gli ordini e di tutti i gradi, a fianco dell’antropologia, della psicologia, della linguistica, ecc.; di una storia che non s’interessi a non so che uomo astratto, eterno, immutabile nella sua sostanza e sempre identico a sé, ma agli uomini, afferrati sempre nell’ambito delle società di cui sono i membri, agli uomini membri di queste società in una fase ben determinata del loro sviluppo, agli uomini dotati di funzioni molteplici, di attività diverse, di varie preoccupazioni e attitudini, che si confondono tutte insieme, si urtano, si contrastano, e finiscono col concludere fra loro una pace di compromesso, un «modus vivendi» che si chiama «la Vita». […]

Storia, scienza dell’uomo: non dimentichiamolo mai. Scienza del perpetuo cambiamento delle società umane, del loro perpetuo e necessario adeguarsi a nuove condizioni d’esistenza materiale, politica, morale, religiosa, intellettuale. Scienza di quell’accordo che viene negoziato, di quell’armonia che si stabilisce perpetuamente e spontaneamente, in tutte le epoche, fra le diverse e sincrone condizioni d’esistenza umana: condizioni materiali, condizioni tecniche, condizioni spirituali. In tal modo la storia ritrova la vita. In tal modo cessa di essere una signora di schiavitù, di perseguire quel sogno mortale ‑ in tutti i sensi della parola ‑ di imporre ai vivi la legge che si pretende sia stata dettata dai morti di ieri. E, poiché ho la fortuna di saper presenti in questa sala giovani decisi a dedicare la loro esistenza alla ricerca storica, dico loro con sicurezza: «Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita. Alla vita intellettuale, senza dubbio, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non chiudete gli occhi dinanzi al grande movimento che trasforma davanti a voi a una velocità vertiginosa le scienze dell’universo fisico. Ma vivete anche una vita pratica. […]

La storia è eguale a ogni altra disciplina. Ha bisogno di buoni operai e di buoni capomastri, capaci di eseguire correttamente il lavoro secondo piani altrui. Ha bisogno anche di alcuni buoni ingegneri. E costoro debbono vedere le cose da un poco più in alto che dal basamento. Devono poter tracciare piani, vasti piani, larghi piani, alla cui realizzazione possano poi lavorare utilmente i buoni operai e i buoni capomastri. E per tracciare ampi e vasti piani, occorrono spiriti grandi ed elevati. Bisogna avere una chiara visione delle cose. Bisogna lavorare d’accordo con tutto il movimento del proprio tempo. Bisogna avere orrore di quanto è meschino, angusto, povero, antiquato. In breve, bisogna saper pensare. […].” (1)

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1. Lucien Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino, 1976, pp. 139-154.

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