Feb 042011
 

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo (qua). Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, quasi mai era accettata in quei luoghi, raramente nei paesi islamici.
Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, iniziando forse dalla metà del XV secolo, potendosi notare i risultati nel secolo successivo.
Questi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nella vecchia Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche. Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.: “Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”(1), insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna. Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. Città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.
Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquista una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dai preziosi metalli, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno. Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa. “Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

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1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Jan 072011
 

Un elemento salta subito alla vista analizzando le statistiche disponibili del periodo in oggetto: l’incremento demografico.
I dati che seguono concernono poco più di un secolo, dal 1741 al 1850:

- anno 1741: 143.000.000;
- anno 1794: 313.000.000;
- anno 1850: 430.000.000. (1)

Che cosa realmente era accaduto?
Semplicemente che, dovuto a una serie di riforme commerciali avvenute nel secolo precedente – durante l’ultimo periodo della dinastia Ming (1368-1644) -, la Cina aveva accresciuto il suo benessere sociale, giovandone tutti. Ma andiamo con ordine.
Grazie ai commerci con l’America, si erano introdotte nuove colture, come la patata, il granoturco, l’arachide; si erano poi perfezionate le reti di distribuzione interprovinciali; si era data importanza alla coltivazione di terre prima incolte; si erano avviati lavori di sistemazione idrica; razionalizzato il piccolo allevamento e la piscicoltura: insomma, tutta una serie di attività che favorirono il miglioramento della vita e la possibilità di sopravvivenza. Si potrebbe azzardare ad affermare che il contadino cinese del XVIII secolo viveva meglio del suo corrispettivo europeo (2).
Nel Guangdong si sviluppò la coltivazione della canna da zucchero e del tabacco, spesso a discapito del riso, il tè si propagò principalmente in tutto il Sud-Est, mentre il cotone si diffuse in terre poco fertili. Le provincie marittime si dedicarono al commercio e all’artigianato, favorite da un più facile collegamento sia con l’estero sia con i paesini circostanti. Si accrebbe l’industria tessile, superando addirittura i livelli del periodo precedente. E proprio i centri urbani del Sud-Est rimasero i più attivi: Suzhou, per la produzione artigianale della seta, del cotone e di vari prodotti artistici, poi Nanchino, Hangzhou, Canton; Shangai intensificò col tempo gli scambi con l’Occidente; Tianji era dedita al commercio. Per non dimenticare che le grandi città continuavano a essere sede degli uffici di rappresentanza governativa, in cui alloggiavano anche le varie corporazioni.
Altro fattore di incremento demografico fu dovuto al fatto che la popolazione non fu coinvolta in grandi azioni belliche, sebbene non siano mancate carestie ed epidemie. Da non sottovalutare la buona efficienza dei servizi assistenziali e un giusto equilibrio dei prezzi da parte dello Stato e della gentry.
La dinastia dei Qing (1644-1912) favorì, fra le altre cose, la ridistribuzione di terre pubbliche ai contadini e una più equa tassazione, in cui una nuova imposta detta diding tassava non l’individuo, bensì i terreni coltivati. L’imperatore Yongzheng (1678-1735), per ridurre la corruzione pubblica, aumentò i salari dei funzionari e in più concesse un assegno che incoraggiava l’onestà.
La crescita della popolazione cinese portò peraltro un certo stimolo all’emigrazione, in particolar modo verso le terre della Manciuria. Mercanti, commercianti, investitori furono coloro che per primi si stabilirono nelle città vicine, organizzando insediamenti agricoli e commerciali, non sempre di pacifica convivenza.
Caratteristica dei Qing fu aprire ai commerci con l’estero e di favorirli in un certo qual modo e nei limiti del considerare la Cina una potenza che non aveva bisogno dei “barbari stranieri”. Significativa è l’affermazione del 1748 dell’imperatore Qianlong (1711-1799) che diceva che l’ingerenza del governo nei traffici commerciali era più negativa che positiva.
Tutto quanto sopra stimolò lo sviluppo economico e aiutò i traffici con la Mongolia, l’Asia centrale, il Sud-Est asiatico, con quei popoli con cui i cinesi erano venuti a contatto. E addirittura si formarono delle comunità, come quella nel Borneo che sommava a 200.000 cinesi.

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1. M. Sabatini, P. Santangelo, Storia della Cina, Laterza, Roma-Bari, 2005, pag. 497.
2. op. cit. pag. 500.

Aug 122010
 

Dai moltissimi e svariati volti, il lusso si presenta ai nostri occhi come un qualcosa da raggiungere, da desiderare, come un oggetto umano riservato a pochi. Sembrando quasi, l’uomo, prodotto più del desiderio che del bisogno.
E non di meno era nell’epoca trattata in questo blog, la Storia moderna, dove il lusso, sfuggevole e mutevole per natura, ha bisogno di essere identificato di volta in volta. Sì, di volta in volta giacché, mutando le condizioni sociali ed economiche di un popolo o di una civiltà, il concetto di lusso automaticamente si modifica. Se avere riso, grano, mais e qualche altro alimento essenziale era più o meno facile nel Cinquecento, già la carne, specialmente quella di un certo tipo, era riservata all’alta classe, re principi nobili conti e via dicendo.
Lo zucchero è ancora un prodotto costosissimo prima del Cinquecento, prima della scoperta dell’America e delle future ricche piantagioni (1), così come il prezioso pepe almeno fino al XVII secolo quando il forte incremento delle importazioni fece abbassare il prezzo. Alcool, letti di piuma di cigno e coppe d’argento erano desiderio per lo più irraggiungibile dalla massa. Stessa cosa accadeva con la porcellana che per quasi tutto il Settecento rimase riservata a pochi eletti, ma che poi, scendendo i prezzi delle ceramiche cinesi, divenne addirittura zavorra per le navi di ritorno in Europa.
Lusso dunque che cambiava volto col mutare dei tempi.
Forchette, vetri e piatti fondi dovettero aspettare il Settecento (2) per trovare ampia diffusione; gli aranci, in Inghilterra, ai tempi degli Stuarts apparivano solo a Natale, mentre oggi vi sono tutto l’anno; così come il brodo di tartaruga era alimento straordinario che non poteva mancare in un pranzo rappresentativo inglese, brodo che provocava, a detta dei medici del tempo, l’appetito, essendo rimedio contro la debolezza e deperimento.
Nel Sei Settecento, la stanza da bagno era un locale rarissimo nelle case, anche dei più abbienti, sebbene il gabinetto portatile sia stato inventato da sir John Harington nel 1596. L’illuminazione avveniva con candele, lucerne a olio, bugie, solo agli inizi del 1800 arriverà il gas.
Gli spagnoli, poi, pagavano in denaro contante le parrucche che i paesi del nord producevano appositamente per loro, così come la lontana ed esotica Cina andava pazza per le zampe d’orso e di vari animali asiatici che arrivano in salamoia dal Siam, dalla Cambogia o dalla Tartaria.
Insomma una commedia umana che girava, e gira tutt’oggi, intorno a oggetti di desiderio che, una volta raggiunti, diventano superflui.

Jan van der Straat (Stradanus), Nova Reperta, 1584, Produzione di zucchero

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1. Fra il 1640 e il 1750, con la diminuzione del prezzo e delle fortunate importazioni, il consumo dello zucchero si triplicò, favorendo la tratta degli schiavi, schiavi provenienti dall’Africa e costretti a lavorare nelle piantagioni americane.
2. Nell’inventario dei beni del cardinale Mazzarino, in Francia, sono segnalati i primi piatti fondi o all’italiana: siamo intorno il 1653.

Feb 262010
 

1. Da dove proveniva l’oro e l’argento che giungeva a Siviglia, in Spagna, nel trascorso del XVI sec?
2. Cosa si intende per Atlantizzazione?
3. Che cos’è la Rivoluzione dei prezzi?
4. Dove viveva l’80-90% della popolazione in quel periodo?
5. Su cosa si basava principalmente l’economia agricola?
6. Quale settore economico conobbe maggiore espansione?
7. Che cosa provocava l’inflazione?

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Articoli che potrebbero aiutare nelle risposte:

- Gli spagnoli in America, XVI secolo.
- Riflessioni: alcune caratteristiche del XV-XVI.
- Filippo II e l’oro americano.
- Campagne e città europee nel XVI secolo.
- Espansione europea e capitalismo dal 1450 al 1650.
- Le monete e il real spagnolo nel XVI secolo.
- I bauli coloniali spagnoli.

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Risposte:

1. Dalle colonie americane.
2. Lo spostamento del commercio dal Mediterraneo all’Atlantico.
3. Con tale termine alcuni storici indicano il processo di inflazione avvenuto durante il XVI secolo in Europa.
4. In campagna, spesso in piccoli villaggi isolati.
5. Si basava su scambi generalmente locali e sul baratto.
6. Il commercio.
7. La quantità d’oro e d’argento che arrivava in Spagna, l’insufficienza dei generi alimentari e prodotti annessi, nonché l’aumento della popolazione.

Feb 122010
 

A partire dal XIV secolo, seppur lentamente, gli orologi iniziarono a diffondersi, scandendo le ore nelle città italiane ed europee in generale. Ma non sempre la maniera di conteggiare era la stessa, per esempio in Italia si adoperava battere gli orologi 24 volte partendo dal tramonto, mentre in Germania dal sorgere del sole. Inghilterra e Fiandra invece si limitavano a dodici battiti cominciando a mezzogiorno e a mezzanotte rispettivamente. Insomma, ogni città decideva, secondo la sua tradizione e i suoi interessi, il miglior modo di segnalare il lento passare delle ore. E ricordiamo che non tutti i sistemi meccanici avevano la lancetta dei minuti, sistemi che richiedevano usualmente l’intervento degli esperti sia per la manutenzione, che per le frequenti rettifiche.
Cambiava così, poco a poco, il rapportarsi con il tempo, il mutare abitudini legate a costumi ancestrali. Addirittura una petizione dei lionesi del 1481 chiedeva l’introduzione di un orologio al fine di aiutare le attività commerciali: “se fosse fatto un orologio di questo tipo, verrebbero alla fiera più mercanti, oltre al fatto che i cittadini sarebbero molto confortati e contenti, e condurrebbero una vita più ordinata e la città ne acquisterebbe in decoro” (1). Cosicché tali congegni avrebbero regolato appuntamenti e riunioni, aperture e chiusure di negozi e porte cittadine, orario di lavoro per i dipendenti, e via dicendo.
Ciò che una volta si affidava al ciclo della natura, al sorgere e al calare del sole, adesso si affidava a un apparato meccanico, tentando di fissare il momento del risveglio mattutino e la misurazione del giorno, degli anni. Degli anni sì, in quanto pochi conoscevano la loro età fisica e pochi erano registrati nei documenti ecclesiastici. Per cui, accadeva che si poteva più o meno facilmente sfuggire a una tassazione – di solito iniziava a 15 anni d’età – o al servizio militare, la cui età minima variava dai 15 ai 20 anni.
Intorno ai primi del XVI secolo, la propagazione degli orologi anche portatili riflettevano oltre che una necessità, anche una moda. Ci informa Antonio de Beatis che, nel 1517-1518, accompagnando il cardinale d’Aragona a Norimberga, lo aveva visto acquistare vari orologi al fine di regalarli a eminenti personalità.
Normalmente era la primavera a segnalare un nuovo risveglio e un nuovo anno, la gente comune si affidava ai primi fiori, ai primi germogli, i contadini erano legati alle stagioni, al loro raccolto, alle loro semine. Nei documenti legali però c’era bisogno di un tempo ufficiale, un tempo che determinasse una certa uniformità e universalità. Non sempre il nuovo anno iniziava in modo uguale in tutti i paesi: alcuni partivano dal 25 dicembre, altri dal 1° gennaio, altri ancora dal 25 marzo, chi dal 1° settembre. Le ricorrenze segnalavano anche certi eventi, per esempio la Sorbona apriva i propri corsi il giorno dopo la festa di san Martino, o, secondo “The Great Chronicle of London”, la pace fra Inghilterra e Scozia del 1499 fu proclamata nel giorno di San Nicola, ossia il sesto giorno di dicembre.
Le stagioni, i riti religiosi, i pasti giornalieri, le festività, i raccolti avevano individuato il lento passare del tempo, non solo nel primo Rinascimento, ma nel Medioevo in generale, dove le campane di chiese e monasteri giocavano un ruolo davvero essenziale. Fino a quando l’orologio non cambiò il modo di affrontare la nuova realtà imprenditoriale.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pagg. 21-29.
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Articolo correlato:
- L’orologio di Chioggia nell’Italia del XIV secolo.

Feb 022010
 

Se la Storia non avesse immagini, sarebbe sterile, poco piacevole, una Storia quasi “sbiadita”. E allora vado sempre in cerca di foto, di figure, di acquerelli, di tele, di affreschi, di schizzi, di disegni, di incisioni, di tutto quanto possa raffigurarla e renderla più visibile e di facile memorizzazione.

Stavolta ci aiuta un inglese, un viaggiatore, un disegnatore che si cimentò a raffigurare uomini, donne, piante, frutti di quell’America scoperta quasi un secolo prima: John White (1540 ca.-1593 ca.).
Inviato da sir Walter Raleigh (1552-1618) col fine di propagandare l’interesse colonialista fra i compatrioti, White viaggiò in Nord America, principalmente nell’odierna Nord Carolina, per ben cinque volte, fra il 1584 e il 1590, accompagnato dal linguista e topografo Thomas Harriot (1560-1521). I due presentarono in Inghilterra una relazione in cui si raffiguravano gli indigeni americani, i loro usi, le armi, la flora e la fauna, le loro terre, immagini e parole che crearono il modello con cui gli europei prenderanno contatto con quel determinato mondo esotico. Il resoconto fu ben presto tradotto in varie lingue e stampato in Francoforte nel 1590 dal tipografo fiammingo Theodor de Bry (1528-1598).
White soffermò la sua attenzione, fra le altre cose, su una tribù chiamata Secotòn, rendendo immortali i suoi uomini mentre danzavano, le donne con i seni scoperti e i loro piccoli legati al corpo con delle semplici stoffe, i campi di mais, frutto base della loro alimentazione, dipingendo una delle mogli del capo indios Wingina, le loro case fatte con giunco, tutti aspetti di una quotidianità che abbozzava con estrema attenzione, forse idealizzandoli. Abbondanza, pace, tranquillità, contatto con la natura, gente sorridente sono dunque le espressioni che caratterizzano gli acquerelli di White.
Eppure la realtà era ben diversa. Gli inglesi, accusando gli indios di attaccarli e derubarli, li combatterono ferocemente, decimando la popolazione e allontanandoli sempre più dalle coste e dalle terre che abitavano da secoli, isolandoli, indios che morivano inoltre per le malattie portate dagli europei.
Di seguito tre acquerelli che descrivono la vita sociale dei popoli nord americani verso la fine del XVI secolo, disegni nitidi, forti, imponenti, e nello stesso tempo squisiti, disegni che tramandano il passato di un popolo scomparso.

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Images from Virtual Jamestown.

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Villaggio indiano di Pomeiock

Indiani attorno un fuoco

Indiani attorno un fuoco

Uomo e donna indiani mangiando

Jan 232010
 

Tre mappe della seconda metà del XVI secolo che rappresentavano la Nuove Terre.

Sebastian Münster, Mappa d'America, 1561

Girolamo Ruscelli, Terra Nova (Sud America), 1562

Giovanni Battista Ramusio, Mappa d'America, 1565

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(Aggiunto il 07 Febbraio 2012)

Diego Gutiérrez, Carta dell’America, 1562

Si inizia a notare come gli spagnoli, oltre a riportare le coste, disegnano anche l’entroterra, i fiumi – il Rio degli Amazzoni -, e spesso anche i villaggi degli indigeni.

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- Le scoperte geografiche nell’età moderna.
- Cartografia, il mondo nel XV secolo.
- Jacopo de’ Barbari e la Venezia del 1500.

Dec 102009
 

Già lo sappiamo, la Storia è un continuum, una lunga serie di avvenimenti legati l’uno all’altro, fatti che hanno una dipendenza, una conseguenza, prodotto e causa indissolubili. E sebbene questo blog tratti principalmente di Storia moderna, mi è sembrato utile capire quale fu lo sviluppo della moda di fine XIX secolo, cosa accadde particolarmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La professoressa Bianca Maria Rizzoli ne fa un quadro davvero interessante.

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Gli storici dell’infanzia, supportati dalla documentazione e dalle opere d’arte d’epoca, sono tutti d’accordo: fino all’Ottocento e in genere nei secoli passati, i bambini erano considerati con indifferenza e l’infanzia non era considera uno stadio umano di sviluppo particolare, diverso dalla vita adulta. Si passava inoltre dall’infanzia alla maturità senza vie intermedie, spesso con una cerimonia che implicava un nuovo taglio di capelli e un abito diverso da quello infantile. All’inizio dell’epoca moderna (fine Quattrocento) solo la differenza di statura contrassegnava il sesso dei bimbi che, fino a quando non potevano camminare, erano nascosti da una lunga sottana che arrivava fino ai piedi, mentre un girello o due briglie legate alla vita, permettevano di non farli inciampare. In un momento indefinito, attorno ai 4 – 5 anni il bambino diventava improvvisamente adulto, e – se maschio – indossava perfino stivali, parrucca, bastone, – se femmina – era sottoposta al busto e alle sue torture. L’educazione a livello aristocratico era rigidissima: il maschio doveva almeno studiare latino, matematica, retorica e le frustate non mancavano, mentre la femmina doveva imparare fin da piccola a coltivare ricamo, musica, canto, bellezza. Non sempre sapeva leggere ma la cosa aveva importanza relativa, perché il suo futuro scopo sarebbe stato fare figli. I bimbi poveri andavano a lavorare prestissimo per aiutare a sfamare le molte bocche della famiglia, ed erano vestiti di stracci.

Il Novecento mitigò parzialmente questo stato di cose, ma una vera e propria moda giovanile nacque solamente dopo la seconda Guerra mondiale, quando irruppero in Europa le prime novità statunitensi. I teen-agers americani frequentavano posti di ritrovo come sale da ballo e coffee bar; in questi ambienti i giovani si radunavano attorno ai juke box, ballando il rock ‘n roll che richiedeva abiti sciolti e facili da portare. Essi cominciarono a distinguersi dagli adulti anche per l’abbigliamento: blue jeans, maglioni larghi o stretti (a quell’epoca la maglia era considerata in Europa un capo “povero”) sneakers (scarpe da ginnastica) giubbotti impermeabili mutuati dalle uniforme dell’aereonautica inglese, i cosiddetti bombers, evoluzione della giacca a vento dei piloti della Royal Flying Corps. Anche il Montgomery ebbe successo: questo robusto cappotto militare in panno col cappuccio e chiuso da alamari era portato dall’omonimo generale durante la guerra, ed è ormai diventato un classico.

Tuttavia questa moda poco sofisticata e molto pratica esplose in Europa con i film di Jeames Dean (tra tutti ricordiamo “Gioventù bruciata”del 1955) e di Marlon Brando, che sedusse le platee europee interpretando la parte di Johnny ne “Il selvaggio” (1953), dove cavalcava una moto di grossa cilindrata e indossava un giubbotto di pelle (detto poi chiodo) e un paio di jeans. Fino ad allora completamente sconosciuti in Europa, i jeans fecero fatica ad affermarsi in modo massiccio per la sinistra fama che li accompagnava. Eppure erano nati in America come abito da lavoro da un geniale commerciante, Levi Strauss, che aveva utilizzato un robusto fustagno tinto di indaco di origine genovese, marcandolo con rivetti metallici nei punti di giunzione delle doppie cuciture. Un altro idolo dei giovani, Elvis Presley conquistò il mondo giovanile con la canzone “Blue suede shoes” (le scarpe scamosciate blu) che ironizzava contro l’ossessione per il look. Ciononostante i cosiddetti Teddy boys, un genere di gruppo formatosi in America ma codificato in Inghilterra, fecero di queste scarpe dalle suole molto alte e dalla tomaia decorata vistosamente parte della loro uniforme, che per il resto comprendeva giacche lunghe, cravattini striminziti e capelli a ciuffo accuratamente acconciati con la brillantina. Altre bande giovanili europee non esitarono ad accogliere immediatamente i nuovi capi che finalmente, creavano un’identità giovanile diversa da quella degli adulti. Il fenomeno fu, dal punto di vista storico, di una importanza capitale. La moda cominciò ad essere imposta dalla strada e non dalle grandi sartorie: per la prima volta nella storia del costume le masse facevano opinione.

Attorno al 1960 le gonne femminili arrivavano solitamente al ginocchio: il cinema italiano imponeva ancora la figura della “maggiorata fisica” e la donna giovane si vestiva un po’ come sua madre. Nello decennio in questione l’Inghilterra cominciò a scalzare la Francia dalla sua posizione predominante nel campo della moda. A Londra si aprirono negozietti (boutiques) con abiti pronti e di basso prezzo che ebbero un enorme successo. Antesignane di questo tipo di abbigliamento diretto al mondo giovanile furono Biba (al secolo Barbara Hulanicki) e Mary Quant. La seconda in particolare avrebbe inventato la minigonna – anche se il fatto le è stato contestato dal sarto parigino Courrèges -, i collant colorati che sostituivano calze e reggicalze, gli abiti in materiale audace come il PVC (cloruro di polivinile), le magliette a coste (dette skinny ribs). Intanto si andavano diffondendo nell’uso femminile anche i pantaloni, prima di allora aspramente censurati. Nessuno più si scandalizzò come agli inizi del secolo, quando le donne in pantalone erano caricate sui cellulari della polizia.

Fiutando il nuovo vento, le case di moda tentarono di avvicinarsi al mondo giovanile inventando abiti spaziali, parrucche sintetiche colorate, abiti unisex, abiti alternativi come quelli di Paco Rabanne, che non usava ago e filo ma pinze e lamine di plastica o metallo e fogli di carta. Intanto si stava registrando anche un mutamento dell’immagine femminile: alle donne formose e sofisticate degli anni ’50 si andavano sostituendo ragazzine incredibilmente smagrite come le indossatrici Twiggy (ossia grissino) o Jean Shrimpton, che a soli 17 anni compariva già su importanti testate di moda come Vogue o Harper’s Bazaar. Ma gli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, furono anche un periodo inquieto: si andava diffondendo la contestazione giovanile, spesso portata sull’onda della musica Rock. In California un ristretto gruppo di intellettuali, detta poi “beat generation”,  inventò una nuova filosofia di vita che voleva la libertà ad ogni costo, anche con l’uso di droghe o  allucinogeni, di cui allora non si intuivano i dannosissimi effetti. Il movimento giovanile statunitense Hippy si diffuse con la stessa filosofia, auspicando una vita di pace e fratellanza e il rifiuto totale della guerra. La loro città di riferimento era San Francisco.

In Inghilterra questo fenomeno fu interpretato dalla musica beat: anche nel vestire da uomo ci fu un totale rifiuto del classico abito maschile borghese. I Beatles indossarono uniformi colorate, giacche eskimo, pantaloni stretti e corti, stivaletti alla caviglia. I Rolling Stones, più arrabbiati, scelsero pantaloni e camicie di satin, collane, bracciali, e portarono per la prima volta in scena in trucco. Entrambi i gruppi lanciarono la moda dei capelli lunghi maschili, che fece enorme scandalo.

Nel 1968 studenti e giovani del “Maggio francese” scesero in piazza rivendicando il rifiuto del potere borghese e indossando ancora una volta abiti alterativi. Oltre a quelli già nominati comparvero le “Doc Martens”, ossia robusti stivali al polpaccio con suola spessa, allacciati sul davanti. Inventati nel 1945 dal dottor Martens per dare conforto ai piedi, diventarono parte dell’uniforme degli skenheads inglesi che in quel periodo non avevano ancora una connotazione socio-politica. Nel 1969 a Woodstock nello stato di New York, all’apice della diffusione della cultura hippy, fu tenuto un festival di tre giorni a cui parteciparono importanti popstar. Jimi Hendrix salì sul palco per ultimo, camicia colorata, bracciali, bandana, in due ore di straordinaria performance ma col campo ormai semivuoto.

Negli anni Settanta la moda fu all’apice della confusione, non riuscendo mai nel tentativo di seguire e catturare le tendenze giovanili. Infatti, nell’aprile del ’76, Elle, prestigioso settimanale femminile francese, titolò così la sua copertina: “Chi fa muovere la moda?”. Stranezze, curiosità, abiti usati e abiti etnici comparivano e sparivano in un batter d’occhio. Non solo, con la moda si cominciò a fare politica: esisteva la divisa del contestatore di sinistra, abiti colorati e possibilmente usati, jeans sdruciti, occhiali da poco, borsa di cuoio, e quella del ragazzo di destra: Ray Ban, occhiali altamente protettivi e panoramici inventati nel 1920 per proteggere gli occhi degli aviatori, jeans firmati, scarpe Timberland. I movimenti femministi degli stessi anni rifiutarono l’eleganza convenzionale, ma adottarono gonne lunghe e fiorate, calzettoni, zoccoli e capelli arruffati. Uno dei profeti del nuovo look fu Elio Fiorucci, che aprì il suo primo negozio a Milano nel 1967, guardando a Londra e alle tendenze giovanili. Nel giro di pochi anni impose il suo marchio, i due angioletti vittoriani con gli occhiali e la sua moda, mal rifinita ma vivacissima, con zatteroni: mescolando il lycra elasticizzato al tessuto, inventò le prime tutine stretch.

Nel 1976 emerse la moda punk, essenzialmente legata al disagio giovanile delle grandi città, che mirava a scioccare utilizzando sacchetti di plastica, maglie e calzoni tagliati, catene, spille da balia, lamette e pettinature colorate in modo violento. Il loro gruppo rock di riferimento furono i Sex Pistols, che crearono controversie nella loro breve carriera, facendo sì che molti loro concerti fossero cancellati dalle autorità. Negli anni Ottanta infine si distinse la Moda gotica, in Italia detta impropriamente Dark. Caratteristica indispensabile era l’uso del nero, nei capelli, nello smalto per le unghie, nel trucco dal pallore spettrale ma con gli occhi largamente cerchiati di nero. Borchie, croci (lanciate da Madonna agli albori della sua carriera), piercing e catene fanno parte dell’iconografia. Questo tipo di abbigliamento è legato al vampirismo e al cosiddetto romanzo gotico: uno degli aspetti è la sensualità (gonne tagliate, calze a rete strappate) e il gusto della provocazione che collega questo movimento a quello dei punk.

Bianca Maria Rizzoli.

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Aug 172009