May 112012
 

Nella Storia moderna, uno dei temi più dibattuti è stato, ed è, quello dello schiavismo (»»qua, »»qua), dell’abolizione di una pratica che veniva esercitata da millenni, una pratica che trovava sostenitori e avversari, ampiamente accettata nelle varie antiche civiltà. E il Mediterraneo fu quel mare che per prima vide solcare navi e vascelli trasportando “materiale umano” da una sponda all’altra, dall’Africa dall’Asia alle coste europee. Ricordiamo brevemente, nell’Età moderna, le incursioni turche verso le coste italiane, e non solo (»»qua, »»qua, »»qua), ma anche quelle spagnole o francesi o le stesse italiane alla ricerca di schiavi.
In questo scenario, ampio e variegato, anche l’Impero britannico giocava la sua carta, le cui imbarcazioni attraversavano le più disparate acque, Mediterraneo, Atlantico, Pacifico, Indiano, e via dicendo, per permettere, secondo i fautori, lo sviluppo di un’economia che proprio in quei secoli, XVIII-XIX, prendeva forza e diventava ancor più globale.
Le cifre erano spaventose, e lo sono ancora, (»»qua).
Nel 1807, il 25 marzo, la Gran Bretagna decideva porre fine, almeno sulla carta, alla compravendita di schiavi, sebbene solo nel 1838 si ebbe una vera e propria abrogazione. Eppure, ancor dopo questa data, vari abolizionisti continuarono la loro campagna contro un “traffico” che aveva impegnato l’intero pianeta. Una tratta in cui navi mercantili partivano dall’Europa piene di manufatti, raggiungevano le coste africane, scaricavano i prodotti e ripartivano cariche di schiavi – provenienti sia dalle coste che dall’entroterra – alla direzione delle Nuove Terre. Un viaggio di mesi che indeboliva il fisico degli uomini, a tal punto che decine e decine erano coloro che venivano gettati in mare privi di vita, così come tanti altri si ammalavo e giungevano a destinazione affamati e privi di forze. Coloro che sopravvivevano erano destinati a lavorare nelle piantagioni oramai colonizzate dai paesi europei. Ma il gioco non finiva qua. Scaricati gli schiavi, le navi salpavano verso l’Europa cariche di merce anche, ma non solo, “esotiche”: patate, mais, tabacco, e via dicendo. Il cerchio si chiudeva e il giro d’affari era davvero elevato.

Se andiamo a leggere la letteratura dell’epoca, ci si accorge che fautori e abolizionisti lottavano fortemente per imporre la loro visione dei fatti. Fautori, che insistevano nell’idea secondo la quale il commercio degli schiavi permetteva e aveva permesso sostenere e incrementare l’economia britannica, fino ad allora dipendente dalle braccia umane, una dipendenza che aveva consentito produrre mercanzia a basso costo e, di conseguenza, aumentare i consumi in generale, generando nuove classi sociali e quanto ad esse relazionato.

Gli abolizionisti, dal canto loro, facevano di tutto per contrastare la millenaria attività, ricordiamo il movimento che nacque intorno al 1830 negli Stati Uniti. Movimento che determinò uno schieramento a favore dell’abolizione, il nord industrializzato, e uno a sfavore, quello del sud, dove l’economia agricola dipendeva principalmente dagli schiavi. E la questione non riguardava solo i commercianti i ricchi i nobili, anche il popolo, che, in un certo qual modo, prese parte al dibattito. Per esempio, in un articolo apparso su un giornale inglese, “The Diary” o “Woodfall’s Register”, il 16 aprile 1789, si “davano” una serie di considerazioni sulla necessità di mantenere in vigore la schiavitù che, a loro detta, aveva contribuito a produrre merce a buon costo che veniva usualmente consumata dalle famiglie britanniche, prodotti provenienti da oltre oceano. Prodotti che si vendevano nei negozi di Londra e tante altre città che si affacciavano poco a poco all’industrializzazione, negozi che impiegavano manodopera locale, negozi che davano, quindi, posti di lavoro e possibilità di ulteriore sviluppo economico. Persone, insomma, che arricchendosi, potevano costruire le loro case in campagna, generando domanda di altri lavoratori, e così via, una catena che prendeva un po’ tutti. Per non dimenticare, diceva l’articolo, che vari porti, come Bristol e Liverpool, avevano creato un giro d’affari che si sosteneva soprattutto dall’attività degli schiavi. Che cosa sarebbe accaduto se la schiavitù fosse stata abolita?
Qualche anno prima, il 22 maggio 1787, un gruppo di dodici abolizionisti, nove quaccheri e tre anglicani, si erano riuniti a Londra per organizzare i piani della loro campagna, forse una delle prime commissioni che compiva un passo poco usuale per i tempi – ricordiamo i quaccheri essere considerati all’epoca setta radicale. Eppure riuscirono nel loro intento: scelsero un tesoriere, una sede per riunirsi, aprirono un conto in banca, insomma, ciò che oggi possa a nostra vista sembrare ovvio, allora non lo era. Così iniziarono la loro attività, un’attività non certo facile, in un ambiente e in un fine Settecento che apriva oramai le porte alla meccanizzazione, un’attività, la loro, che aveva come scopo coinvolgere ampi strati sociali e convincerli delle nefandezze della schiavitù.

Un percorso, quello qua brevemente accennato, che inizia da lontano e che fa parte di un continuum storico che ci porta all’oggi, al presente dove, ahimè, il problema, seppur con rilevanza non tale quanta nel passato, è ancora vivo e vegeto, specialmente in quelle zone dove i diritti umani non sono stati del tutto capiti.

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Piccola bibliografia:

- Francesco Carboni, L’umanità negata. Schiavi mori, turchi, neri, ebrei e padroni cristiani nella Sardegna del ’500, CUEC Editrice.
- Lisa A. Lindsay, Il commercio degli schiavi, il Mulino, 2011.
- Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale, il Mulino, 2010.

Mar 292012
 

Hernan Cortes e La Malinche incontrano Moctezuma, nov. 1519

- Agosto 1511;
- Penisola dello Yucatán – Messico

Una caravella spagnola, Santa Maria de la Barca, naufraga in quelle coste, una forte tempesta costringe i circa 16 passeggeri a rifugiarsi, dopo un paio di settimane in balia delle onde e delle maree, a Quintana Roo, di fronte all’isola di Cozumel, terre abitate dai maya. Fra coloro che si salvano vi sono Gonzalo Guerrero (1470?-1536) (»»»qua abbiamo parlato di lui) e Gerónimo de Aguilar (1489-1531), che vengono fatti prigionieri. Affrontate varie disavventure, i due si integrano, ognuno a proprio modo, con i maya: mentre Gonzalo prende sposa e fa tre figli, Gerónimo, rimasto schiavo, pensa sempre alla fuga e ritornare dai suoi. Nel frattempo i due apprendono la lingua dei nativi, i loro costumi, le loro usanze, le loro tradizioni.
Circa sette anni dopo, febbraio 1519, Hernán Cortés sbarca in quelle zone e viene a sapere di due “uomini con la barba”. Offrendo un riscatto per riavere gli spagnoli indietro, si vede tornare Gerónimo, ma non Gonzalo, oramai convertitosi addirittura alla religione maya. Il de Aguilar conosce benissimo il linguaggio dei maya, tanto bene che sembra avesse una diversa intonazione linguistica nel riparlare, dopo tanto tempo, lo spagnolo. E Cortés lo adopererà come interprete insieme a una donna, una donna indigena, La Malinche.

Hernan Cortes e La Malinche a Xaltelolco

La Malinche, o Malintzin, o Malinali, o Doña Marina come fu poi battezzata nel marzo 1519, era figlia di una famiglia nobile Atzeca originaria della provincia de Paynalla, in Coatzacoalcos, nella región di Veracruz, al sud del Messico. Ancora bambina, fu data in schiava al cacique di Tabasco, Tabscoob, giacché la sua tribù aveva perso una battaglia. Passerà in mano di Hernán Cortés, in seguito alla battaglia di Centla (14 marzo 1519), che a sua volta la darà al capitano Alonso Hernandez Portocarrero. La Malinche, il cui idioma nativo era il náhuatl, aveva appreso anche la lingua maya degli abitanti della Penisola della Yucatán. Il capitano scopre ben presto che la donna è agile nel parlare le due lingue e riesce a comunicare in modo sciolto.

Cortés prosegue nella sua conquista, ha bisogno di interpreti, lo accompagna fedelmente Gerónimo de Aguilar, che conosce il maya, ma non il náhuatl. Ed ecco che entra in gioco La Malinche. Nel trattare con tribù che comunicano in náhuatl, lascia parlare la donna che traduce al maya, sarà Gerónimo poi a riportare i discorsi in spagnolo. Lo stesso viceversa: dallo spagnolo al maya, Gerónimo, e dal maya al náhuatl, La Malinche. Un gioco, una triangolazione linguistica che sarà utile per la conquista del Messico.

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun

E la bravura di Doña Marina sarà tale che in poco tempo apprenderà i rudimenti dell’idioma castigliano, s’integrerà con i nuovi arrivati, ne carpirà la storia i costumi le usanze, diventando amante di Cortés fino a dargli un figlio, Martin. “Senza di lei Cortés non poteva trattare alcun affare con gli indiani”, scriveva il cronista spagnolo Bernal Diaz (1), mentre nel Codice Fiorentino l’indigena viene illustrata insieme al conquistador e a Moctezuma, per sottolineare la forte presenza dell’azteca negli eventi del tempo. Informazioni notizie spionaggio, dunque, alcune delle armi di vittoria dell’esercito spagnolo.

Per alcuni storici l’importanza di Malintzin fu tale da facilitare, e di molto, la sconfitta dei maya e il loro completo asservimento, per altri invece fu solo una pedina come tante altre che aiutarono a completare un mosaico, mentre altri ancora la considerano una traditrice. A noi interessa sottolinearla come figura femminile, come personaggio storico “donna”, che una certa influenza ebbe negli eventi della storia, a prova di coloro che pensano che i protagonisti siano stati solo di sesso maschile. Oltre al fatto, seguendo l’idea di Todorov, che La Malinche potrebbe essere stata il primo esempio di ibridazione delle culture (2), né azteca, né spagnola, né maya, ma la somma, il risultato delle tre, un prodotto che contenendo le varie forme culturali, non si sottometteva a nessuna.

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- 1. Bernal Diaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España. (»»»qua il tomo 1 – »»»qua il tomo II).
- 2. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984.

Feb 082012
 

Quando Colombo approdò nelle Nuove Terre, non si sarebbe mai immaginato gli avvenimenti che sarebbero scaturiti da quel viaggio, quei fatti e misfatti frutti di un’avventura che doveva aver finalità, anche ma non solo, commerciali. Il contatto con una cultura, quella indigena, considerata dai più come sottosviluppata, ben diversa da quella europea, creò situazioni di scontro, a tal punto da contribuire a distruggere, nel trascorso dei decenni, una società con un proprio passato storico, con usi e costumi atavici, forme e modi di vita che gli europei non seppero accogliere così come si presentavano. E il dibattito che sorse non fu di poco conto (»»qua, »»qua)
Di seguito due libri che potrebbero darci un’idea generale della realtà di quei secoli.

Massimo Livi Bacci, in Conquista, La distruzione degli indios americani, interrogando la varietà dei documenti pervenutici, dalle relazioni dei missionari a quelli dei militari, dalla corrispondenza dei conquistadores ai funzionari, sottolinea l’aspetto sociale e demografico, e le possibili cause della decadenza degli indios. Un libro che vale la pena leggere per le conseguenti riflessioni cui ci conduce.

La conquista dell’America, del filosofo e saggista bulgaro Tzvetan Todorov, è diviso in quattro capitoli che racchiudono i principali accostamenti verso gli abitanti delle terre americane: Scoprire, Conquistare, Amare, Conoscere. Due sistemi culturali e sociali messi a confronto, due mondi che, entrando in relazione, videro, come primo problema, quello della comunicazione. Un libro necessario per immettersi pienamente nella coscienza dell’epoca.

Jan 232012
 

“… Che i popoli nativi di tutti e di ciascuno dei territori
nei quali siamo entrati nelle Indie
hanno tutto il diritto acquisito di farci guerra giustissima
e di cancellarci dalla faccia della terra,
e questo diritto durerà fino al giorno del giudizio finale…” (1)
(Bartolomé de las Casas)

La scoperta delle Nuove Terre da parte di Cristoforo Colombo accese in Europa un dibattito – anche ma non solo – sul sovvertimento di un ordine pre-esistente e sullo sterminio di popoli che poco avevano a che vedere con l’invasore, un invasore violento e determinato a soggiogare e schiavizzare tribù con il fine, fra le altre cose, di arricchirsi.
Di seguito un breve estratto dagli Essais di Montaigne, forse uno dei primi, escludendo il frate Bartolomé de las Casas, ad accusare una triste realtà.

Il nostro mondo ne ha appena trovato un altro (e chi ci dice che questo sia l’ultimo dei suoi fratelli, dato che i Demoni, le Sibille e noi, abbiamo ignorato questo fino ad ora?) non meno grande, pieno e membruto di esso…
… quelli che li hanno soggiogati, tolgono ora gli strattagemmi e buffonerie delle quali si sono serviti per imbrogliarli, e lo stupore giustificato che portò a quelle nazioni il vedere arrivare così inopinatamente genti barbute, diverse di linguaggio, religione, aspetto e contegno, da una parte del mondo così lontana e dove essi non avevano mai nemmeno immaginato che vi fosse abitazione alcuna, montate su grandi mostri sconosciuti contro chi non solo non aveva mai visto un cavallo, ma qualsiasi bestia abituata a portare e sostenere un uomo o un altro carico; guarniti di una pelle lucente e dura e di un’arma tagliente e risplendente, contro coloro che, per miracolo dello scintillio di uno specchio o di un coltello, scambiavano una grande ricchezza in oro e in perle, e che non avevano né scienza né materia con la quale a loro volontà sapessero forare il nostro acciaio; aggiungetevi le folgori ed i tuoni delle nostre artiglierie e dei nostri archibugi, capaci di turbare lo stesso Cesare, che l’avrebbero sorpreso altrettanto inesperto…
Tante città rase al suolo, tante nazioni sterminate, tanti milioni di popoli passati a fil di spada, e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe: vittorie meccaniche. Mai l’ambizione, mai le inimicizie pubbliche spinsero gli uomini gli uni contro gli altri a così orribili ostilità e a calamità così miserabili.” (2)

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1. Cit. in: A. Huerga, Bartolomé de las Casas. Vida y obras, Madrid 1998, p. 383 (Obras Completas,Vol. 1).
2. Michel de Montaigne, Essais, III, 6.

Jan 162012
 

I dibattiti che seguirono la conquista delle nuove terre americane e i problemi etici che sorsero furono tali da far intervenire personalità di un certo rilievo, che svilupparono una discussione libera e aperta, seppur a volte polemica. Da Las Casas (1484-1566) a Sepúlveda, da Erasmo (1466-1536) a Montaigne (1533-1592) e via dicendo, palesarono le loro idee, qualcuno difendendo i popoli conquistati considerandoli uguali a noi, altri trattandoli come schiavi e inferiori.
Cosicché non tutti la pensavano, per esempio, come Bartolomé de Las Casas, difensore dei loro diritti, contrario a una sfrenata violenza fisica e psicologica da parte dei conquistadores europei, viceversa Juan Ginés de Sepúlveda (1490-1573) così scriveva:

È per questo che le belve sono domate e sono sottoposte all’autorità dell’uomo. Per questo motivo l’uomo comanda alla donna, l’adulto al fanciullo, il padre al figlio: cioè, i più forti e i perfetti prevalgono sui più deboli e sugli imperfetti. Questa stessa situazione si riscontra tra gli uomini; perché ve ne sono che sono per natura signori di altri che per natura sono servi. Quelli che superano gli altri per prudenza e per saggezza, anche se non prevalgono per la forza fisica, quelli sono, per la stessa natura, i signori; al contrario, i pigri, i tardi di mente, anche se hanno le forze fisiche per compiere tutti i lavori necessari, sono per natura dei servi. Ed è giusto ed utile che essi siano servi, e noi lo vediamo sanzionato dalla stessa legge divina, perché sta scritto nel libro dei proverbi: «Lo stolto servirà il saggio».
Tali sono le nazioni barbare e inumane, estranee alla vita civile e ai costumi tranquilli. E sarà sempre giusto e conforme al diritto naturale che queste genti siano sottomesse all’autorità di principi e nazioni più colte e umane, di modo che, grazie alla virtù di questi ultimi e alla prudenza delle loro leggi, essi abbandonino la barbarie e si conformino ad una vita più umana e al culto della virtù. E se essi rifiutano questa autorità, si può loro imporla per mezzo delle armi e questa guerra sarà giusta come lo dimostra il diritto naturale… In conclusione: è giusto, normale e conforme alla legge naturale che gli uomini probi, intelligenti, virtuosi ed umani dominino tutti quelli che non hanno queste virtù.” (1)

Considerata l’epoca, non abbiamo un totale certo sul numero di indiani uccisi per ferocia, sebbene autori del tempo parlino di cifre ben precise, vedi Bernal Díaz o Las Casas che riportano “centomila” o un “milione”. Eppure quei numeri volevano dire “molti”, “tanti”, volevano significare che la quantità era davvero grande. Se poi consideriamo le stime che gli storici contemporanei, attraverso calcoli ingegnosi, ci danno, possiamo affermare che:

“[...] si può ritenere che nel 1500 la popolazione del globo fosse dell’ordine di 400 milioni di abitanti, 80 dei quali residenti in America. Verso la metà del XVI secolo, di questi 80 milioni ne restano 10. Limitando il discorso al Messico, alla vigilia della conquista la popolazione era di circa 25 milioni di abitanti, nel 1600 era ridotta a 1 milione.” (2)

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- 1. Juan Ginés de Sepúlveda, Sobre las justas causas de la guerra contra Indios, México, 1941, pag. 167.
- 2. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984, pg. 162.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 04 Febbraio 2012)

Jan 052012
 

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra loro. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, e accanto a loro c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya, e via dicendo. E non solo: con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, la situazione sembrò peggiorare, altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni si mescolarono per complicare ancor più la situazione. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento.
Alfabetizzare dunque quella massa di persone non era certo semplice, compito che ricadde principalmente sui frati francescani e domenicani, frati che in un primo tempo cercarono di farsi capire tramite gesti e segni corporali, passando poco a poco all’interpretazione delle parole amerindie e alla traduzione allo spagnolo. Sembra che i bambini aiutarono in un certo qual modo i missionari, i quali, a contatto giornaliero e giocando con loro, si sforzarono comprendere il significato dei termini:

E avevano [i frati] sempre carta e inchiostro a portata di mano e, appena sentivano una parola detta dal piccolo Indio, la trascrivevano, insieme al significato che aveva la parola pronunciata.” (2).

Una pagina di "Arte para aprender la lengua mexicana" di Andrés de Olmos

Così, parola dopo parola, sia il Náhuatl sia il Quechua furono traslitterati al latino, un lavoro certosino e lento non facile, in quanto bisognava distinguere fra sostantivi, verbi, suffissi, meccanismi insomma del tutto ignoti ai predicatori.
La prima grammatica Náhuatl risale al 1547 e si deve al frate francescano Andrés de Olmos (1485-1571), quella Quechua al 1560 grazie al domenicano Domingo de Santo Tomás (1499-1570), e tantissime altre. Più o meno verso la fine del XVI secolo, la maggior parte delle lingue indigene avevano una grammatica e potevano essere intese. Tutto ciò non fu semplice, né prodotto di pochi anni o decenni, né si potevano in poco tempo sostituire lingue ancestrali con lo spagnolo, anche perché, fra l’altro, l’amministrazione coloniale non aveva le idee chiare al riguardo, basta solo riflettere sul fatto che i francescani erano propensi a divulgare, per esempio in Guatemala, più il Náhuatl che lo spagnolo. Nel 1550 un’ordinanza regia ordinava di insegnare il castigliano agli indios, poi, intorno al 1570, si ritornò a imporre il linguaggio Náhuatl, per vietare addirittura ai bambini indios la loro lingua madre nel 1590 e obbligare alla fine studiare lo spagnolo. Ma il problema dell’ispanizzazione durò ancora per lungo tempo e addirittura lo stesso Filippo II era poco convinto nel costringere i nativi ad abbandonare definitivamente la loro lingua naturale.
Il tempo, l’evoluzione, farà infine la sua parte.

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1. George Baudot, La vita quotidiana nell’America latina ai tempi di Filippo II, Rizzoli, Milano, 1996.
2. Fray Gerónimo de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, I, cap. XXVII, pag. 75.

Oct 172011
 

Il nome “America” sembra legato al cartografo tedesco Martin Waldseemüller (1470-1521). Nel 1507 costui redasse la prima mappa in cui figuravano in tal modo le nuove terre, in onore ad Amerigo Vespucci (1454-1512) – (»»»qua un’altra tesi).
Nel 1501, il navigante fiorentino, educato ai valori dell’umanesimo, aveva raggiunto il Brasile, proseguendo per la Patagonia, e certo che quei luoghi non potevano essere lembi di terre indiane, aveva compreso che si era alla presenza di un nuovo continente.
Difatti nelle sue lettere inviate a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (1463-1503) aveva parlato di Novus Mundus.

Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa.

Lettere giunte sino a Waldseemüller, che pubblicò nel 1507 il resoconto dettagliato del viaggio di Amerigo, nome che compare nella prima carta geografica in cui s’inseriscono le recenti scoperte, separate dall’Asia e circondate dalle acque. Sembra sia stato un collaboratore del geografo tedesco, Matthias Ringmann (1482-1511), a proporre “America”.

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Mappa del mondo di Martin Waldseemüller in cui figura per la prima volta l'America.


Jul 032011
 

La Guerra dei sette anni (1756-1763), che vide l’Europa immersa in una serie di cruente battaglie, fu, da alcuni storici, considerata come il primo vero conflitto mondiale, giacché interessi territoriali politici economici portarono Francia e Inghilterra a scontrarsi anche in India e in America. Un “conflitto già quasi mondiale, per il controllo delle aree da cui si attingevano i grandi flussi d’importazioni, lo zucchero e il caffè americano, il tè, la seta, le «cotonate» indiane che costavano poco e stavano diventando di moda. La guerra che in Europa era condotta al risparmio, nelle colonie era al massacro” (1). Alle prime vittorie dei francesi, seguirono i definitivi successi inglesi.
La pace di Parigi del febbraio del 1763, seguita poco dopo da quella di Hubertusburg, pose fine al conflitto, lasciando l’Europa più o meno come prima. Chi in verità se ne beneficiava era l’Inghilterra, a cui andavano le colonie francesi del Canada, del Senegal, i territori a est del Mississipi, alcune isole delle Piccole Antille e l’India. La Spagna doveva lasciare la Florida agli inglesi, ottenendo in compenso la Louisiana a ovest del Mississsipi. Nel frattempo i francesi avevano recuperato la Martinica.
Con il trattato di Hubertusburg, Maria Teresa d’Austria riconosceva il possesso della Slesia a Federico II.
In poche parole, l’Europa vedeva nascere una nuova potenza, la Prussia di Federico II, mentre l’Inghilterra era riuscita a conquistare un posto d’onore fra le nazioni coloniali.

Nel 1775, l'Inghilterra aveva il dominio sulle zone indicate in rosso e rosa sulla mappa e la Spagna su quelle arancione. La zona rossa è quella relativa alle 13 colonie aperte agli insediamenti dopo la proclamazione del 1763. (Wikipedia)

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1. Paolo Viola, L’Europa moderna. Storia di un’identità, Einaudi, Torino, 2004, pag. 187.

Mar 312011
 

La scoperta dell’America e la successiva conquista portarono, fra le altre cose, all’avvicinamento e alla conversione del popolo nativo al cattolicesimo, un compito affidato per lo più ai gesuiti che con il loro peregrinare tentarono, con parole e forza, battezzare gli indios. Questa parte di storia è per lo più conosciuta, ma ciò che è meno noto è che anche alcuni spagnoli furono attratti dal modo di fare, di vivere, di agire, di credere degli indigeni del luogo.
Francisco Martín fu un soldato sotto il comando del capitano Iñigo de Vascuña, in una spedizione che marciava dispersa e senza cibo nella foresta di Maracaibo, in Venezuela – siamo intorno al 1531-‘32. Un giorno il militare, vista la situazione in cui si trovavano e qualche atto di cannibalismo, scomparve e riapparve un anno dopo con il titolo di sciamano di un gruppo indios pememos. Francisco raccontava ai suoi vecchi commilitoni che si era “fatto indio” e aveva partecipato alle loro usanze e ai loro riti, fino ad avere la piena stima del loro capo e aver preso i voti sciamani.
E il caso non fu il solo.
Il marinaio spagnolo Gonzalo Guerrero, detto El Renegado, naufragò un giorno del 1511 nelle vicinanze delle coste giamaicane e, salvatosi, passò dalla parte dei maya, convertendosi, dopo esser stato schiavo, al loro credo. Varie volte i suoi compagni cercarono di riscattarlo, ma Gonzalo insisteva nel dire di essere sposato, con tre figli e una bella moglie, e per nulla al mondo voleva ritornare da loro. In effetti aveva, il nostro Gonzalo, fatto carriera militare, avendo ottenuto il grado di cacique, capo tribù.
Un altro ancora, Juan Sánchez, che si trovava in Cile, rinnegò il suo essere cattolico per ascendere i gradini militari degli indios mapuche.
Piccoli e pochi esempi per capire che la medaglia ha sempre due risvolti.

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- Ricardo Herren, Indios carapálidas, Planeta, 1992.

Mar 122011
 

Durante l’Età moderna, le condizioni in cui milioni di schiavi erano trasportati da un continente all’altro erano davvero disumane. La nave britannica Brooks, costruita a Liverpool nel 1781, era una di quelle che viaggiò svariate volte dalle coste africane a Kingston, in Jamaica, almeno fino al 1804 quando fu catturata e trattenuta dalle autorità di Buenos Aires. Normalmente venivano “ammucchiati” circa 740 schiavi, tra uomini, donne e bambini, uno accanto all’altro, legati in gruppi, coricati, senza possibilità di muoversi, o di alzarsi giacché l’altezza fra un ponte e l’altro talvolta misurava appena un metro e venti centimetri, e, sebbene una normativa governativa britannica del 1788 stabilisse un minor numero, la nave caricava non meno di 450 prigionieri.
Di seguito un documento propagandistico del 1790, in cui gli abolizionisti britannici mostrano come erano sistemati gli schiavi, anche dopo la nuova legge.

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from: Virtual Jamestown.