Nella Storia moderna, uno dei temi più dibattuti è stato, ed è, quello dello schiavismo (»»qua, »»qua), dell’abolizione di una pratica che veniva esercitata da millenni, una pratica che trovava sostenitori e avversari, ampiamente accettata nelle varie antiche civiltà. E il Mediterraneo fu quel mare che per prima vide solcare navi e vascelli trasportando “materiale umano” da una sponda all’altra, dall’Africa dall’Asia alle coste europee. Ricordiamo brevemente, nell’Età moderna, le incursioni turche verso le coste italiane, e non solo (»»qua, »»qua, »»qua), ma anche quelle spagnole o francesi o le stesse italiane alla ricerca di schiavi.
In questo scenario, ampio e variegato, anche l’Impero britannico giocava la sua carta, le cui imbarcazioni attraversavano le più disparate acque, Mediterraneo, Atlantico, Pacifico, Indiano, e via dicendo, per permettere, secondo i fautori, lo sviluppo di un’economia che proprio in quei secoli, XVIII-XIX, prendeva forza e diventava ancor più globale.
Le cifre erano spaventose, e lo sono ancora, (»»qua).
Nel 1807, il 25 marzo, la Gran Bretagna decideva porre fine, almeno sulla carta, alla compravendita di schiavi, sebbene solo nel 1838 si ebbe una vera e propria abrogazione. Eppure, ancor dopo questa data, vari abolizionisti continuarono la loro campagna contro un “traffico” che aveva impegnato l’intero pianeta. Una tratta in cui navi mercantili partivano dall’Europa piene di manufatti, raggiungevano le coste africane, scaricavano i prodotti e ripartivano cariche di schiavi – provenienti sia dalle coste che dall’entroterra – alla direzione delle Nuove Terre. Un viaggio di mesi che indeboliva il fisico degli uomini, a tal punto che decine e decine erano coloro che venivano gettati in mare privi di vita, così come tanti altri si ammalavo e giungevano a destinazione affamati e privi di forze. Coloro che sopravvivevano erano destinati a lavorare nelle piantagioni oramai colonizzate dai paesi europei. Ma il gioco non finiva qua. Scaricati gli schiavi, le navi salpavano verso l’Europa cariche di merce anche, ma non solo, “esotiche”: patate, mais, tabacco, e via dicendo. Il cerchio si chiudeva e il giro d’affari era davvero elevato.
Se andiamo a leggere la letteratura dell’epoca, ci si accorge che fautori e abolizionisti lottavano fortemente per imporre la loro visione dei fatti. Fautori, che insistevano nell’idea secondo la quale il commercio degli schiavi permetteva e aveva permesso sostenere e incrementare l’economia britannica, fino ad allora dipendente dalle braccia umane, una dipendenza che aveva consentito produrre mercanzia a basso costo e, di conseguenza, aumentare i consumi in generale, generando nuove classi sociali e quanto ad esse relazionato.
Gli abolizionisti, dal canto loro, facevano di tutto per contrastare la millenaria attività, ricordiamo il movimento che nacque intorno al 1830 negli Stati Uniti. Movimento che determinò uno schieramento a favore dell’abolizione, il nord industrializzato, e uno a sfavore, quello del sud, dove l’economia agricola dipendeva principalmente dagli schiavi. E la questione non riguardava solo i commercianti i ricchi i nobili, anche il popolo, che, in un certo qual modo, prese parte al dibattito. Per esempio, in un articolo apparso su un giornale inglese, “The Diary” o “Woodfall’s Register”, il 16 aprile 1789, si “davano” una serie di considerazioni sulla necessità di mantenere in vigore la schiavitù che, a loro detta, aveva contribuito a produrre merce a buon costo che veniva usualmente consumata dalle famiglie britanniche, prodotti provenienti da oltre oceano. Prodotti che si vendevano nei negozi di Londra e tante altre città che si affacciavano poco a poco all’industrializzazione, negozi che impiegavano manodopera locale, negozi che davano, quindi, posti di lavoro e possibilità di ulteriore sviluppo economico. Persone, insomma, che arricchendosi, potevano costruire le loro case in campagna, generando domanda di altri lavoratori, e così via, una catena che prendeva un po’ tutti. Per non dimenticare, diceva l’articolo, che vari porti, come Bristol e Liverpool, avevano creato un giro d’affari che si sosteneva soprattutto dall’attività degli schiavi. Che cosa sarebbe accaduto se la schiavitù fosse stata abolita?
Qualche anno prima, il 22 maggio 1787, un gruppo di dodici abolizionisti, nove quaccheri e tre anglicani, si erano riuniti a Londra per organizzare i piani della loro campagna, forse una delle prime commissioni che compiva un passo poco usuale per i tempi – ricordiamo i quaccheri essere considerati all’epoca setta radicale. Eppure riuscirono nel loro intento: scelsero un tesoriere, una sede per riunirsi, aprirono un conto in banca, insomma, ciò che oggi possa a nostra vista sembrare ovvio, allora non lo era. Così iniziarono la loro attività, un’attività non certo facile, in un ambiente e in un fine Settecento che apriva oramai le porte alla meccanizzazione, un’attività, la loro, che aveva come scopo coinvolgere ampi strati sociali e convincerli delle nefandezze della schiavitù.
Un percorso, quello qua brevemente accennato, che inizia da lontano e che fa parte di un continuum storico che ci porta all’oggi, al presente dove, ahimè, il problema, seppur con rilevanza non tale quanta nel passato, è ancora vivo e vegeto, specialmente in quelle zone dove i diritti umani non sono stati del tutto capiti.
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Piccola bibliografia:
- Francesco Carboni, L’umanità negata. Schiavi mori, turchi, neri, ebrei e padroni cristiani nella Sardegna del ’500, CUEC Editrice.
- Lisa A. Lindsay, Il commercio degli schiavi, il Mulino, 2011.
- Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale, il Mulino, 2010.












