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Due libri sulla conquista dell’America

Quando Colombo approdò nelle Nuove Terre, non si sarebbe mai immaginato gli avvenimenti che sarebbero scaturiti da quel viaggio, quei fatti e misfatti frutti di un’avventura che doveva aver finalità, anche ma non solo, commerciali. Il contatto con una cultura, quella indigena, considerata dai più come sottosviluppata, ben diversa da quella europea, creò situazioni di scontro, a tal punto da contribuire a distruggere, nel trascorso dei decenni, una società con un proprio passato storico, con usi e costumi atavici, forme e modi di vita che gli europei non seppero accogliere così come si presentavano. E il dibattito che sorse non fu di poco conto (»»qua, »»qua)
Di seguito due libri che potrebbero darci un’idea generale della realtà di quei secoli.

Massimo Livi Bacci, in Conquista, La distruzione degli indios americani, interrogando la varietà dei documenti pervenutici, dalle relazioni dei missionari a quelli dei militari, dalla corrispondenza dei conquistadores ai funzionari, sottolinea l’aspetto sociale e demografico, e le possibili cause della decadenza degli indios. Un libro che vale la pena leggere per le conseguenti riflessioni cui ci conduce.

La conquista dell’America, del filosofo e saggista bulgaro Tzvetan Todorov, è diviso in quattro capitoli che racchiudono i principali accostamenti verso gli abitanti delle terre americane: Scoprire, Conquistare, Amare, Conoscere. Due sistemi culturali e sociali messi a confronto, due mondi che, entrando in relazione, videro, come primo problema, quello della comunicazione. Un libro necessario per immettersi pienamente nella coscienza dell’epoca.


La realtà delle Nuove Terre viste da Montaigne

“… Che i popoli nativi di tutti e di ciascuno dei territori
nei quali siamo entrati nelle Indie
hanno tutto il diritto acquisito di farci guerra giustissima
e di cancellarci dalla faccia della terra,
e questo diritto durerà fino al giorno del giudizio finale…” (1)
(Bartolomé de las Casas)

La scoperta delle Nuove Terre da parte di Cristoforo Colombo accese in Europa un dibattito – anche ma non solo – sul sovvertimento di un ordine pre-esistente e sullo sterminio di popoli che poco avevano a che vedere con l’invasore, un invasore violento e determinato a soggiogare e schiavizzare tribù con il fine, fra le altre cose, di arricchirsi.
Di seguito un breve estratto dagli Essais di Montaigne, forse uno dei primi, escludendo il frate Bartolomé de las Casas, ad accusare una triste realtà.

Il nostro mondo ne ha appena trovato un altro (e chi ci dice che questo sia l’ultimo dei suoi fratelli, dato che i Demoni, le Sibille e noi, abbiamo ignorato questo fino ad ora?) non meno grande, pieno e membruto di esso…
… quelli che li hanno soggiogati, tolgono ora gli strattagemmi e buffonerie delle quali si sono serviti per imbrogliarli, e lo stupore giustificato che portò a quelle nazioni il vedere arrivare così inopinatamente genti barbute, diverse di linguaggio, religione, aspetto e contegno, da una parte del mondo così lontana e dove essi non avevano mai nemmeno immaginato che vi fosse abitazione alcuna, montate su grandi mostri sconosciuti contro chi non solo non aveva mai visto un cavallo, ma qualsiasi bestia abituata a portare e sostenere un uomo o un altro carico; guarniti di una pelle lucente e dura e di un’arma tagliente e risplendente, contro coloro che, per miracolo dello scintillio di uno specchio o di un coltello, scambiavano una grande ricchezza in oro e in perle, e che non avevano né scienza né materia con la quale a loro volontà sapessero forare il nostro acciaio; aggiungetevi le folgori ed i tuoni delle nostre artiglierie e dei nostri archibugi, capaci di turbare lo stesso Cesare, che l’avrebbero sorpreso altrettanto inesperto…
Tante città rase al suolo, tante nazioni sterminate, tanti milioni di popoli passati a fil di spada, e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe: vittorie meccaniche. Mai l’ambizione, mai le inimicizie pubbliche spinsero gli uomini gli uni contro gli altri a così orribili ostilità e a calamità così miserabili.” (2)

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1. Cit. in: A. Huerga, Bartolomé de las Casas. Vida y obras, Madrid 1998, p. 383 (Obras Completas,Vol. 1).
2. Michel de Montaigne, Essais, III, 6.
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Juan Ginés de Sepúlveda e gli indios americani

I dibattiti che seguirono la conquista delle nuove terre americane e i problemi etici che sorsero furono tali da far intervenire personalità di un certo rilievo, che svilupparono una discussione libera e aperta, seppur a volte polemica. Da Las Casas (1484-1566) a Sepúlveda, da Erasmo (1466-1536) a Montaigne (1533-1592) e via dicendo, palesarono le loro idee, qualcuno difendendo i popoli conquistati considerandoli uguali a noi, altri trattandoli come schiavi e inferiori.
Cosicché non tutti la pensavano, per esempio, come Bartolomé de Las Casas, difensore dei loro diritti, contrario a una sfrenata violenza fisica e psicologica da parte dei conquistadores europei, viceversa Juan Ginés de Sepúlveda (1490-1573) così scriveva:

È per questo che le belve sono domate e sono sottoposte all’autorità dell’uomo. Per questo motivo l’uomo comanda alla donna, l’adulto al fanciullo, il padre al figlio: cioè, i più forti e i perfetti prevalgono sui più deboli e sugli imperfetti. Questa stessa situazione si riscontra tra gli uomini; perché ve ne sono che sono per natura signori di altri che per natura sono servi. Quelli che superano gli altri per prudenza e per saggezza, anche se non prevalgono per la forza fisica, quelli sono, per la stessa natura, i signori; al contrario, i pigri, i tardi di mente, anche se hanno le forze fisiche per compiere tutti i lavori necessari, sono per natura dei servi. Ed è giusto ed utile che essi siano servi, e noi lo vediamo sanzionato dalla stessa legge divina, perché sta scritto nel libro dei proverbi: «Lo stolto servirà il saggio».
Tali sono le nazioni barbare e inumane, estranee alla vita civile e ai costumi tranquilli. E sarà sempre giusto e conforme al diritto naturale che queste genti siano sottomesse all’autorità di principi e nazioni più colte e umane, di modo che, grazie alla virtù di questi ultimi e alla prudenza delle loro leggi, essi abbandonino la barbarie e si conformino ad una vita più umana e al culto della virtù. E se essi rifiutano questa autorità, si può loro imporla per mezzo delle armi e questa guerra sarà giusta come lo dimostra il diritto naturale… In conclusione: è giusto, normale e conforme alla legge naturale che gli uomini probi, intelligenti, virtuosi ed umani dominino tutti quelli che non hanno queste virtù.” (1)

Considerata l’epoca, non abbiamo un totale certo sul numero di indiani uccisi per ferocia, sebbene autori del tempo parlino di cifre ben precise, vedi Bernal Díaz o Las Casas che riportano “centomila” o un “milione”. Eppure quei numeri volevano dire “molti”, “tanti”, volevano significare che la quantità era davvero grande. Se poi consideriamo le stime che gli storici contemporanei, attraverso calcoli ingegnosi, ci danno, possiamo affermare che:

“[...] si può ritenere che nel 1500 la popolazione del globo fosse dell’ordine di 400 milioni di abitanti, 80 dei quali residenti in America. Verso la metà del XVI secolo, di questi 80 milioni ne restano 10. Limitando il discorso al Messico, alla vigilia della conquista la popolazione era di circa 25 milioni di abitanti, nel 1600 era ridotta a 1 milione.” (2)

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- 1. Juan Ginés de Sepúlveda, Sobre las justas causas de la guerra contra Indios, México, 1941, pag. 167.
- 2. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984, pg. 162.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 04 Febbraio 2012)


Il Nuovo Mondo e il problema linguistico

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra loro. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, e accanto a loro c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya, e via dicendo. E non solo: con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, la situazione sembrò peggiorare, altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni si mescolarono per complicare ancor più la situazione. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento.
Alfabetizzare dunque quella massa di persone non era certo semplice, compito che ricadde principalmente sui frati francescani e domenicani, frati che in un primo tempo cercarono di farsi capire tramite gesti e segni corporali, passando poco a poco all’interpretazione delle parole amerindie e alla traduzione allo spagnolo. Sembra che i bambini aiutarono in un certo qual modo i missionari, i quali, a contatto giornaliero e giocando con loro, si sforzarono comprendere il significato dei termini:

E avevano [i frati] sempre carta e inchiostro a portata di mano e, appena sentivano una parola detta dal piccolo Indio, la trascrivevano, insieme al significato che aveva la parola pronunciata.” (2).

Una pagina di "Arte para aprender la lengua mexicana" di Andrés de Olmos

Così, parola dopo parola, sia il Náhuatl sia il Quechua furono traslitterati al latino, un lavoro certosino e lento non facile, in quanto bisognava distinguere fra sostantivi, verbi, suffissi, meccanismi insomma del tutto ignoti ai predicatori.
La prima grammatica Náhuatl risale al 1547 e si deve al frate francescano Andrés de Olmos (1485-1571), quella Quechua al 1560 grazie al domenicano Domingo de Santo Tomás (1499-1570), e tantissime altre. Più o meno verso la fine del XVI secolo, la maggior parte delle lingue indigene avevano una grammatica e potevano essere intese. Tutto ciò non fu semplice, né prodotto di pochi anni o decenni, né si potevano in poco tempo sostituire lingue ancestrali con lo spagnolo, anche perché, fra l’altro, l’amministrazione coloniale non aveva le idee chiare al riguardo, basta solo riflettere sul fatto che i francescani erano propensi a divulgare, per esempio in Guatemala, più il Náhuatl che lo spagnolo. Nel 1550 un’ordinanza regia ordinava di insegnare il castigliano agli indios, poi, intorno al 1570, si ritornò a imporre il linguaggio Náhuatl, per vietare addirittura ai bambini indios la loro lingua madre nel 1590 e obbligare alla fine studiare lo spagnolo. Ma il problema dell’ispanizzazione durò ancora per lungo tempo e addirittura lo stesso Filippo II era poco convinto nel costringere i nativi ad abbandonare definitivamente la loro lingua naturale.
Il tempo, l’evoluzione, farà infine la sua parte.

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1. George Baudot, La vita quotidiana nell’America latina ai tempi di Filippo II, Rizzoli, Milano, 1996.
2. Fray Gerónimo de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, I, cap. XXVII, pag. 75.


L’America e Martin Waldseemüller

Il nome “America” sembra legato al cartografo tedesco Martin Waldseemüller (1470-1521). Nel 1507 costui redasse la prima mappa in cui figuravano in tal modo le nuove terre, in onore ad Amerigo Vespucci (1454-1512) – (»»»qua un’altra tesi).
Nel 1501, il navigante fiorentino, educato ai valori dell’umanesimo, aveva raggiunto il Brasile, proseguendo per la Patagonia, e certo che quei luoghi non potevano essere lembi di terre indiane, aveva compreso che si era alla presenza di un nuovo continente.
Difatti nelle sue lettere inviate a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (1463-1503) aveva parlato di Novus Mundus.

Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa.

Lettere giunte sino a Waldseemüller, che pubblicò nel 1507 il resoconto dettagliato del viaggio di Amerigo, nome che compare nella prima carta geografica in cui s’inseriscono le recenti scoperte, separate dall’Asia e circondate dalle acque. Sembra sia stato un collaboratore del geografo tedesco, Matthias Ringmann (1482-1511), a proporre “America”.

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Mappa del mondo di Martin Waldseemüller in cui figura per la prima volta l'America.

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