Feb 162014
 

La scoperta dell’America ha dato avvio altresì, nel medio lungo periodo, a una trasformazione politico economica e sociale che ha interessato mezzo mondo, forse il mondo intero. Le vie commerciali, che una volta avevano il Mediterraneo come centro, sono adesso spostate verso l’Atlantico e i paesi del nord Europa, fra cui Olanda Francia Inghilterra. Le politiche esteriori degli stati europei guardano con occhio attento alle nuove terre e alle possibilità di arricchirsi e ampliare i propri confini. Le società di casa nostra vedranno persone e merci giungere da oltreoceano, indigeni inviati in Inghilterra, per esempio, a scopo di studio – ricordiamo Jemmy Button arrivare a Londra dal profondo sud americano -, non dimenticando poi l’enorme tratta degli schiavi, così come prodotti agricoli prima sconosciuti, mais patata fagioli, e tanto altro ancora.

Diamo pertanto suggerimento di tre, dei tantissimi testi, che potrebbero introdurci all’argomento in questione.

La conquista dell'America

Partiamo da un volume necessario e utile per capire chi era “l’altro”, chi erano gli indigeni, che rapporto hanno avuto con i conquistatori nel trascorso degli eventi avvenuti durante la conquista del Messico. Erano considerati inferiori o riconosciuti uguali? Tzvetan Todorov in La conquista dell’America analizza con spirito investigativo la storia di un popolo la cui cultura è stata quasi del tutto distrutta.

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Conquista. La distruzione degli indios americani

Ma quali furono le cause della loro scomparsa? Quali sono stati i meccanismi che hanno permesso la loro sconfitta essendo pur più numerosi degli spagnoli o degli europei in generale che sbarcavano in quelle terre? Nel suo Conquista. La distruzione degli indios americani, Massimo Livi Bacci ci porta nelle testimonianze di quegli eventi che hanno condotto al loro annientamento, annientamento causato anche, dice l’autore, per la natura umana delle società sottomesse.

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Verso il nuovo mondo. L'immaginario europeo e la scoperta dell'America

Francesco Surdich, Verso il nuovo mondo. L’immaginario europeo e la scoperta dell’America. Motivazioni politiche religiose economiche spinsero a ricercare nuove vie di comunicazione, vie che dettero come risultato la scoperta di terre al di fuori dai paradigmi di quel periodo, mettendo l’Europa difronte a una realtà ben diversa e distinta. L’esplorazione dell’America, oltre a sconvolgere tutta una serie di archetipi scientifici e religiosi, fu la porta d’ingresso verso la costruzione di una nuova società, oggigiorno alla base del nostro modus vivendi.

Jun 262013
 

Le immagini, nella storia in generale, hanno avuto parte rilevante nel trasmettere la memoria di un popolo di un evento di un’epoca, immagini che talvolta sono servite e servono a esaltare gesta, celebrare una vittoria, promuovere una conquista, fra l’altro. Cosicché prima della fotografia e dei video, schizzi, dipinti, incisioni, stampe e via dicendo, testimoniano, nel tema in questione, uno dei periodi storici più importanti della nostra attuale epoca, periodo che vide un gruppo di tredici colonie inglesi, nella terra scoperta da Colombo a fine ‘400, ribellarsi a un re, Giorgio III, e a una serie di imposizioni che li rendevano dipendenti da una politica che li voleva assoggettati. E una delle tante scintille fu il “problema” del tè e la conseguente ribellione. Non restava che preparare una Dichiarazione d’indipendenza, deliberata dal secondo Congresso Continentale di Filadelfia, di cui Jefferson fu uno degli autori, e mettersi in una lotta all’ultimo sangue fino a conquistare la vittoria – vale la pena ricordare George Washington (»» qua accenni alla sua vita privata) al comando di un esercito nazionale, Continental Army -, e uno dei padri fondatori, nella figura di Benjamin Franklin. Tutto ciò in modo molto schematico.

Stava per nascere una delle potenze che oggi controlla, in un modo o nell’altro, politica ed economia del mondo. Di seguito immagini a sfondo militare che si riferiscono alla relativa età (»»qua che cosa mangiavano i soldati).

Washington, Lafayette e Steuben. Augustus Tholey (?-1898)

Washington, Lafayette e Steuben. Augustus Tholey (?-1898)

Uniformi militari, 1775-1785. Henry Alexander Ogden (1856-1936)

Uniformi militari, 1775-1785. Henry Alexander Ogden (1856-1936)

Compagnie indipendenti, 1774-1775. Henry Alexander Ogden (1856-1936)

Compagnie indipendenti, 1774-1775. Henry Alexander Ogden (1856-1936)

Esercito continentale, XVIII sec.

Esercito continentale, XVIII sec.

Artiglieria, 1777-1783. Henry Alexander Ogden (1856-1936)

Artiglieria, 1777-1783. Henry Alexander Ogden (1856-1936)

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Un paio di documenti in rete:
American Independence. Did the colonists desire it?
The war of american independence, 1775-1783.

N.b.: immagini da “The New York Public Library”

Jun 182013
 

Mappe abbellite da vascelli con vele al vento, mostri marini, contorni sbiaditi, scritte di mondi immaginari, rosa dei venti, mappe che ci riportano a vecchie concezioni del mondo, mappe che hanno saputo conquistare la fantasia di re, di principi, di naviganti, e talvolta indurli a investire ingenti quantità di denaro per andare alla ricerca dell’incognito.

Se durante il Medioevo i progressi della cartografia furono relativamente lenti, nell’Età moderna acquistarono forza e vigore grazie anche all’esplorazione portoghese e spagnola, fra l’altro, grazie inoltre all’acquisizione di dati come la declinazione magnetica, i venti periodici, le correnti marine, il clima tropicale, la rotondità della Terra.

Colombia fu trampolino di lancio da cui i conquistatori iberici si avventurano verso la scoperta del sud America, e il navigante spagnolo Juan de la Cosa fu sicuramente uno dei primi a disegnarne i contorni, a preparare una carta che raccogliesse le conquiste dell’epoca (vedi questa monografia).

Dedichiamo qualche immagine per meglio “vedere” le terre colombiane nel XVI.

Juan de la Cosa, mappa confrontata a oggi

Mappa di Juan de la Cosa, 1500, in cui si evidenzia in color nero il mondo ipotizzato allora e in color rosso com’è oggi (1).

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Mappa del mondo di Martin Waldseemüller in cui figura per la prima volta l'America
Mappa del mondo di Martin Waldseemüller in cui figura per la prima volta l’America, 1507, mappa che fu stampata in 1000 esemplari, poi perduti o distrutti con il passar del tempo, fino a quando nel 1901 l’investigatore J. Fischer S. J. ne trovò una nel castello del principe Francesco Waldburg Wolfegg, riprodotta in seguito grazie al padre.

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Colombia, 1594
1594, in Colonia, Germania, si pubblicava questa mappa in cui, per prima volta, si riconoscono le terre di quella che oggi è la Colombia, allora denominata Castilla de oro o Nueva Andalucia, immagine che fu punto di partenza per far conoscere in Europa le terre colombiane. (2)

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Cartagena, attacco di Drake, 1586
Fondata da Pedro de Heredia nel 1533, Cartagena de Indias fu varie volte attaccata da pirati e corsari – ricordiamo Roberto Baal, Juan Acle, Juan Martìn Cortés -, e Francis Drake, appoggiato dalla corona inglese, fu uno di questi. Nella mappa di sopra una raffigurazione del porto in questione, piazzaforte strategica, e del feroce attacco di Drake nel 1586, che la saccheggiò con una flotta di 20 brigantini.

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- 1, 2. in: a cura di Eduardo Acevedo Latorre, Atlas de mapas antiguos de Colombia siglos XVI a XIX, Ed. Arco, Bogotà (s.d.)

Jun 032013
 

Sede in Amsterdam della Compagnia Occidentale delle Indie, 1665

La Compagnia olandese delle Indie occidentali fu costituita nel 1621, ottenendo il monopolio del commercio con le Indie Occidentali – le Nuove Terre colombiane – e la giurisdizione sul commercio degli schiavi fra Africa, Brasile, Caraibi e Nord America, strumento, in poche parole, della colonizzazione olandese dei territori americani. Il suo modello fu la già esistente East India Company.

Iniziò ben presto, e con un relativo successo, a fondare avamposti in Brasile e nei Caraibi, così come sulla foce del fiume Hudson a New York, in sostanza lungo una vasta fascia di territorio costiero su e giù per tutta l’America. Piazzeforti commerciali in Albany, sul fiume Delaware, Hartford, Manhattan (New Amsterdam), che sarebbe diventata New York City. Tutto ciò, con una certa facilità, giacché l’Inghilterra era coinvolta in guerre contro la Spagna e la Francia, lasciando campo libero agli olandesi. New Amsterdam fu poi controllata dagli inglesi ufficialmente nel 1664.

La società tentò, inoltre, prendere il Brasile ai portoghesi, ma dopo 30 anni di lotte dovette ammettere la sconfitta.

Debiti, le guerre, forte espansione inglese e spagnola, perdita poco a poco delle colonie, alcune delle cause che hanno portato alla dissoluzione della società. Una nuova fu fondata nel 1674, meno redditizia e produttiva della prima. Alla scadenza, nel 1791, delle concessioni, non fu più rinnovata.

May 072013
 

Conosciamo già Juan de la Cosa (1450 circa-1510), navigante spagnolo che, fra i suoi tanti viaggi, partecipò alla prima attraversata dell’Atlantico con Cristoforo Colombo sulla Santa Maria.
Ciò che desidero sottolineare è la sua mappa del 1500, in cui per la prima volta si raffigura il continente americano (le terre fino ad allora visitate) visto da una persona, lui, che prese parte alle scoperte.
Realizzata interamente a mano, e non impressa, al suo ritorno a Cadice, forse per i re cattolici Isabella e Ferdinando, o forse ancora per qualcuno della loro corte, è stata elaborata su due pergamene, mappa in cui si rappresentano le recenti esplorazioni, suggerendo, Juan, che le due americhe fossero unite.
Le coste africane, così come l’Europa e il Mediterraneo, sembrano essere state correttamente, per le conoscenze dell’epoca, disegnate, mancanti invece certe zone dell’Asia.
Riccamente decorata, è di un immenso valore storico (»»»qua).

Mappamondo di Juan de la Cosa, 1500

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Letture suggerite:

– David Buisseret, I mondi nuovi. La cartografia nell’Europa moderna, Sylvestre Bonnard, 2004.
– Juergen Schulz, La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano, F. C. Panini, 2006.
– Francesca Fiorani, Carte dipinte. Arte, cartografia e politica nel Rinascimento, F. C. Panini, 2010.

Apr 292013
 

Diccionario biografico urraeñoChi pensa che la storia d’America inizi con lo sbarco di Colombo, è ben lungi dall’aver compreso e accettato che gli indigeni di quei luoghi hanno avuto anch’essi una loro tradizione, sia pur orale o talvolta scritta, eventi ancora tutti da investigare da scoprire da divulgare.
I maya gli atzechi i caribes, ma anche i meno noti quimbaya embera katíos, hanno dato il loro contributo, spesso muto e invisibile, agli accadimenti che seguirono la conquista dell’America in generale, accadimenti segnati dal sangue, dalla lotta per la libertà da parte indigena.
E allora il cacique Toné riveste un ruolo sicuramente importante nei conflitti dell’epoca, Toné, politico e militare, che difendeva il territorio dall’invasione europea.

Di tutto ciò, qualche giorno fa, grazie a un incontro fortuito nella biblioteca Carlos Castro Saavedra di Medellin, e grazie alla bibliotecaria Emilse Cardona, ne parlai con uno studioso proprio di Toné, dei Katíos, di Urrao, un esperto che dedica anima e corpo ad approfondire il tema in questione, il prof. Jaime Celis Arroyave.

Mi sembra doveroso diffondere quella parte di storia locale, in Europa poco studiata, che potrebbe aver avuto influenze ben più ampie di quanto si creda, e il prof. Jaime, che ringrazio con immensa gratitudine, mi ha aiutato a entrare nelle dinamiche della società indigena dei Catíos. Motivo per cui, ho approfittato della sua bontà per rivolgergli alcune domande che riporto di seguito.

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- Prof. Celis, nei nostri vari incontri, abbiamo concordato che i fatti d’America non iniziano con l’arrivo degli spagnoli, bensì si rimontano a ben prima del XV sec., agli indigeni, pensa che sarebbe bene rivedere i testi di storia?

- Ovviamente, è necessario rivedere la storia, dando agli indigeni il loro giusto valore, per esempio, essere l’origine della storia americana. Solo allora, oltre a rendere giustizia ai nostri nativi, avanzeremo nella vera interpretazione della storia, che ci permetterebbe tracciare la corretta strada per costruire il futuro.

- Ci può descrivere in poche parole come erano organizzati socialmente i Katíos e che zone del dipartimento di Antioquia abitavano?

- I Catíos vivevano a ovest dell’attuale Dipartimento di Antioquia. All’arrivo degli invasori europei, avevano un modello di società comunitaria, cioè proprietà collettiva al servizio del bene comune.

- Pochi conoscono la figura dell’indigeno Toné, ce ne potrebbe dare un abbozzo, nel senso accennarci in quale periodo storico visse e che ruolo ebbe sia come guerriero sia come politico?

- Toné era un ideologo e militare molto prominente, che affrontò la violenta e ingiustificata invasione spagnola con una chiara concezione della libertà e della sovranità, con una strategia militare davvero encomiabile, sia per l’organizzazione del popolo, sia per il valore che profuso. Iniziò a lottare nel 1539, fino al 1557, quando fu sconfitto nella battaglia di Nogobarco, senza che nessuno sappia, con certezza, la sua fine, anche se presumibilmente morì lì.

- Perché si pensa che Toné fu un precursore del concetto di libertà in America?

- I nativi americani sono stati i primi nel continente a parlare di libertà e combattere per essa. Toné, fra tutti, si distaccò specialmente nella battaglia di Escubillal, 1557, quando, davanti la richiesta letta dagli invasori affinché si arrendesse e pagasse tasse al re di Spagna e al Papa, rispose che venissero a sommetterlo però solo dopo una sconfitta, l’unico modo per giungere alla pace.

- Delle varie battaglie da lui sostenute a difesa della libertà indigena, ci potrebbe fare un riassunto, anche perché è poco noto che Toné fu, sicuramente, uno dei pochi cacique indigeni a far costruire ben due fortificazioni?

- Toné e i suoi Catíos, in difesa della libertà, hanno avuto quattro scontri contro gli invasori, così:
al Chuscal in Urrao, 1539, quando sconfisse e uccise 8 spagnoli, guidati da Pedro de Frias, che venivano a riscuotere tributo, senza alcun motivo.
L’assedio alla città di Antioquia, a partire dal 1541, quando fu fondata da Jorge Robledo, come avamposto per l’invasione, fino al 1554, quando è stata bruciata.
All’Escubillal, in Urrao, 1557, dove i Catíos avevano costruito una fortezza di legno, caso eccezionale tra gli indigeni, assediata per sei giorni, fino a quando fu catturata dagli 80 spagnoli comandati da Gómez Fernández, che era stato inviato dalla Real Audiencia de Santa Fé, a sommettere questo coraggioso popolo. In risposta così alla richiesta, come si è raccontato prima.
A Nogobarco, in Urrao, 1557, pochi giorni dopo il precedente scontro, anche là in una fortezza di legno, guerrieri indigeni guidati da Toné, hanno resistito per 39 giorni, alla fine sconfitti. Da ora in poi, non si sa di più su questo eccezionale Cacique e i nativi fecero una fine disastrosa, alcuni torturati a morte, altri, schiavizzati, ricevettero maltrattamenti. Solo pochi riuscirono a fuggire verso le vicine montagne.

- Crede che si potrebbero fare dei paragoni fra le idee politiche di Toné e di Bolivar?

- È chiaro che, questi due grandi leader, hanno in comune una progredita concezione politica in difesa della libertà e della sovranità, così come il loro interesse per un modello di società equa, al servizio del bene generale, il che rende il primo, un precursore di questi ideali e, il secondo, con i suoi scritti e le sue proposte, l’ideologo più importante di tutto il mondo, dell’epoca. Entrambi, ciascuno a suo tempo combatterono eroicamente, dando sé stessi in difesa di questa concezione. Inoltre, si assomigliano anche perché erano due grandi e unici strateghi militari. Vale la pena notare come la storiografia ufficiale, al servizio di una piccola elite, con ingiusti privilegi, abbia cercato di nascondere questa concezione, che minaccia i loro meschini interessi, presentandoli solamente come importanti leader militari e non come progrediti ideologi, che sono i meriti più notabili.

- Per concludere, prof. Celis, perché pensa sia importante conoscere e divulgare la storia del cacique Catío Toné?

- Toné è un ideologo molto progredito che ha mostrato, in modo chiaro, come gli indigeni, origine della nostra storia, quando fanno loro un ideale, sono capaci di dare la vita. Riscattare la loro storia, e fondamentalmente i loro ideali, nati dialetticamente dal proprio modello di società comunitaria, è dimostrare che la storia dell’America inizia con gli indigeni, e non in qualsiasi modo, ma con i contributi che sono la base per una costrizione collettiva di una nuova società equa, sovrana e pacifica.

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Libri pubblicati dal prof. Jaime Celis Arroyave:

- Historia general de Urrao, ed. Begòn, Medellin, 2009.
Diccionario biografico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2012, 3ª ed.
Patrimonio artistico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2013.
Boletìn Toné, pubblicati già 41 numeri.
Noticiero patrimonial, pubblicati già 170 numeri.

Per contattare l’autore: jaimecelisarroyave@gmail.com

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Riporto nella lingua originale, spagnolo, l’intervista con il prof. Jaime Celis Arroyave

Toné, un precursor de la concepción de libertad en America

Aquellos que piensan que la historia de America comienza con el desembarco de Colón, están lejos de entender y aceptar que los nativos de esos lugares también han tenido su propia tradición,a veces oral a veces escrita, y que todavia no se ha investigado en la totalidad.

Los mayas los aztecas los caribes, asì como los menos conocidos quimbaya embera katíos, han hecho su contribución, a menudo silencioso e invisible, a los acontecimientos que siguieron a la conquista de América en general, acontecimientos marcados por la sangre, por la lucha por la libertad de parte indígena.

Y desde luego el cacique Toné juega un papel importante en los conflictos de la época, Toné, político y militar, que defendía su territorio en contra la invasión europea.

Por todo esto, hace unos días, gracias a un encuentro casual en la biblioteca de Carlos Castro Saavedra de Medellín, y gracias a la bibliotecaria Emilse Cardona, hablé con un erudito sobre Toné, los Katíos de Urrao, un experto que dedica todas sus energías para profundizar el tema en cuestión, el prof. Jaime Celis Arroyave.

Me veo en la obligación de difundir esa parte de la historia local, poco estudiada en Europa, que pudo haber tenido una influencia mucho más amplia de lo que se piensa, y el prof. Jaime, a quien agradezco con inmensa gratitud, me ayudó a entrar en la dinámica de la sociedad Catía. Me aproveché de su bondad para hacerle unas preguntas que reproduzco a continuación.

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- ¿Prof. Celis, en nuestras diversas reuniones, hemos concordado en que los hechos de América no comenzarón con la llegada de los españoles, son de mucho antes del siglo XV, con los indígenas, piensa Usted que sería bueno revisar los libros de historia?

- Evidentemente, se hace necesario revisar la historia, dándole a los indígenas el valor que tienen, como, por ejemplo, ser el origen de la Historia Americana. Solamente así, además de hacer justicia con nuestros nativos, avanzaremos en la verdadera interpretación de la historia, lo que nos permitirá trazar caminos acertados para la construcción del futuro. 

- ¿Puede describir en pocas palabras cómo estaban organizados socialmente los Katíos y en qué áreas del departamento de Antioquia vivieron?

- Los Catíos vivieron al occidente del actual Departamento de Antioquia. A la llegada de los invasores europeos, tenían un modelo de sociedad comunitario, es decir de propiedad colectiva, al servicio del bien común.

- ¿Pocos conocen la figura del indigena Toné, podría darnos un esbozo, en cual período histórico vivió y qué papel jugó tanto como guerrero y como político?

- Toné fue un ideólogo y militar muy destacado, que afrontó la violenta e injustificable invasión española con una concepción clara de libertad y soberanía y una estrategia militar realmente encomiable, tanto por la organización de su pueblo, como por el valor que le infundió. Inició la lucha en 1539 y la prolongó hasta 1557, cuando fue derrotado en la batalla de Nogobarco, sin que se supiera, a ciencia cierta, cual fue su fin, aunque es de suponer que murió allí.

- ¿Por qué cree Usted que Toné fue un precursor del concepto de libertad en America?

- Los indígenas americanos fueron los primeros que en este continente hablaron de libertad y lucharon por ella. Toné, entre ellos, se destacó, especialmente en la batalla de El Escubillal, 1557, cuando, ante el requerimiento que le leyeron los invasores para que se entregara y rindiera tributo al rey de España y al Papa, les respondió que vinieran a someterlo para derrotarlos, única forma de que hubiera paz.

- ¿De las varias batallas en defensa de la libertad de los indígenas, nos podría hacer un resumen, ya que se sabe poco que Toné fue seguramente el unico cacique indígena que hizo construir dos fortificaciones?

- Toné y sus Catíos, en defensa de la libertad, tuvieron cuatro enfrentamientos con los invasores, así:

El Chuscal, en Urrao, 1539, cuando derrotó y dio muerte a los 8 españoles, comandados por Pedro de Frías, que venían a cobrar tributo, sin razón alguna.

Asedio de la ciudad de Antioquia, a partir de 1541, cuando fue fundada por Jorge Robledo, como avanzada para la invasión, hasta 1554, cuando fue incendiada.

El Escubillal, en Urrao, 1557, en donde los Catíos habían construido una fortaleza de madera, caso excepcional entre los indígenas, la cual fue sitiada, por seis días, hasta cuando cayó en poder de los 80 españoles comandados por Gómez Fernández, quien había sido enviado por la Real Audiencia de Santafé, para someter a este bravo pueblo. Aquí fue cuando respondió al requerimiento, como se relata atrás.

Nogobarco, en Urrao, 1557, pocos días después del enfrentamiento anterior; allí, también en una fortaleza de madera, los guerreros indígenas comandados por Toné, resistieron durante 39 días, siendo derrotados finalmente. De aquí en adelante, no se sabe más de este excepcional Cacique y los nativos tuvieron un fin desastroso, pues unos fueron torturados hasta la muerte y, los demás, sometidos en encomiendas, donde recibieron un trato inhumano. Solamente unos pocos pudieron escapar hacia los montes cercanos.

- ¿Piensa Usted que podríamos hacer comparaciones entre las ideas políticas de Toné y Bolívar?

- Es evidente que, a estos dos grandes dirigentes, los asemeja su concepción política de avanzada, en defensa de la libertad y la soberanía, además de su interés por un modelo de sociedad equitativo, al servicio del bien general, lo cual hace del primero, un precursor de dichos ideales y, al segundo, con sus escritos y propuestas, el más importante ideólogo, a nivel mundial, de su época. Ambos, cada cual en su momento lucharon heroicamente, entregándolo todo, en defensa de dicha concepción. Tambien, se parecen por cuanto fueron dos grandes e inigualables estrategas militares. Vale la pena anotar como la historiografía oficial, al servicio de una élite minoritaria, con injustos privilegios, ha buscado volver invisible dicha concepción, que atenta contra sus mezquinos intereses, presentando a ambos solamente como importantes jefes militares y no como ideólogos de avanzada, que es su mérito más destacado.

- ¿Por último, prof. Celis, porque cree que es importante conocer y difundir la historia del cacique Catío Toné?

- Toné es un ideólogo de avanzada que mostró, con toda claridad, como los indígenas, origen de nuestra historia, si manejan una concepción y son capaces de dar la vida por ella. Rescatar su historia, y fundamentalmente sus ideales, nacidos dialécticamente de su modelo de sociedad comunitario, es mostrar que la historia de América se inicia con los indígenas, y no de cualquier manera, sino con aportes que sirven de base para la constricción colectiva de una nueva società, equitativa, soberana y en paz.

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Libros pubblicados por el prof. Jaime Celis Arroyave:

Historia general de Urrao, ed. Begòn, Medellin, 2009.
Diccionario biografico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2012, 3ª ed.
Patrimonio artistico urraeño, ed. Begòn, Medellin, 2013.
Boletìn Toné, publicados 41 numeros.
Noticiero patrimonial, publicados 170 numeros.

Para contactar al autor: jaimecelisarroyave@gmail.com

Sep 122012
 

Tratta di schiavi, Jacques Grasset de Saint Sauveur

Merce di valore, prodotto molto redditizio, la tratta degli schiavi è stata, nel trascorso della storia, pratica frequente e diffusa, accordata dai diversi governi e perfino dalla Chiesa cattolica.

Nel 1452, papa Niccolò V (1397-1455), con la bolla Dum Diversas, legittimava già i portoghesi a ridurre i nemici della fede cattolica, “Saraceni e pagani”, in schiavitù e poterli adoperare come meglio si credesse.

Schiavi provenienti dalle coste occidentali africane, e talvolta dall’entroterra – ricordiamo originari del Ciad, Sierra Leone, Congo, Angola, etc. -, trasportati in modo poco umano, stipati nelle navi fino all’inverosimile, che sbarcavano nelle nuove terre scoperte a fine XV secolo da Colombo, quell’America che vedrà arrivare decine di migliaia di negri. Qualche autore azzarda indicare cifre che vanno intorno ai 3 milioni, fra uomini donne giovani, altri molto meno, altri ancora indicano solo qualche centinaio di migliaia.

Cartagena de Indias, in Colombia, sarà, almeno dal 1595 al 1615, uno dei pochi porti autorizzati (1) dai re spagnoli a ricevere la “mercanzia”, punto di distribuzione per tutte le aree circostanti, Messico, Perù, Santo Domingo, Cuba, etc. Città, Cartagena, che riuniva le condizioni ufficiali per “importare” e preparare lo smistamento, città in cui risiedevano medici e protomedici, ufficiali governativi incaricati all’uopo, strutture ben definite, insomma tutto un efficiente apparato logistico amministrativo di eccellente livello.

Qualcuno calcola sbarcavano nel porto da 10.000 a 12.000 schiavi all’anno (2), cifra da non poco conto e da prendere con le dovute cautele in quanto non si hanno, fino a data odierna, conteggi ben precisi.

E non solo gli spagnoli s’interessavano del commercio, ma anche olandesi, portoghesi, francesi, inglesi, governi dalla cui tratta ricevevano introiti non indifferenti. Sovrani, gli iberici, per esempio, che fin dall’inizio, percependo le possibilità di guadagno, avevano disposto una serie di leggi, e tasse, per controllare e assicurarsi il negozio.

Uno schiavo negro, nel mercato di Cartagena, poteva essere venduto dai 200 ai 400 pesos, con un ricavo, più o meno, del 700%, in quanto, schiavo, prodotto, all’origine, di baratto – per esempio con armi, ferro, bestiame, tessuti -, il cui valore si aggirava fra i 4 e i 60 pesos spagnoli (3).

Nella Compañia de Portugal, in pieno XVI sec., un negro poteva valere intorno ai 270 pesos, poco meno nella Compañia de Inglaterra, circa 200-240 pesos (4), parliamo di uomini di età fra i 15 e i 40 anni, in buono stato di salute, forti e resistenti. Prezzi stabili, giacché la grande quantità che approdava nel mercato illegale riusciva a controbilanciare offerta e domanda nel trascorso dei decenni del XVI-XVII secolo. Valore che poteva duplicarsi quando erano venduti nei vari mercati locali.

Una volta legalizzati, passata la visita medica e pagata la relativa tassa, erano posti all’asta, singolarmente o in gruppi, trasportati via terra o via fluviale verso quelle zone colombiane in cui richiedevano manodopera per l’agricoltura, l’artigianato, il lavoro nelle miniere, come domestici.

Popayan, Cali, Santa Fe, Antioquia, fra i tanti, luoghi in cui si incontravano con gli indigeni del luogo e con i quali avevano, inizialmente, un buon rapporto, non mancando ovviamente i problemi, abusando i negri dei nativi, delle donne in modo particolare.

Con il passare degli anni, e considerando il loro elevato numero, si vietò la convivenza fra negri e indigeni. Indigeni che, sfruttati eccessivamente e di là dalle loro abitudini, iniziavano a morire a decine, a centinaia (causa, fra l’altro, le malattie infettive), popolazione, poco a poco, sostituita con gli schiavi africani che, si diceva, essere più robusti e forti per il lavoro.

Mentre i primi erano considerati come un “regalo della Natura” e poco “pregevoli”, poiché trovati sul posto, i secondi erano ben calcolati, in considerazione, di essere merce cara e preziosa, merce che doveva essere curata e nutrita in modo opportuno. E in effetti, questi ultimi, potevano “far carriera”, nel senso che talvolta occupavano mansioni di maggiordomo, di amministratori, di camerieri.

Nel 1789 si optò poi per liberalizzare il commercio degli schiavi, una piccola spallata data, anche ma non solo, dalla Rivoluzione francese e dalla presa di coscienza dei vari popoli europei. Ma il cammino verso la totale abolizione sarà ancora ben lungi dal venire.

Contratto di acquisto di uno schiavo, Lima,1794

Contratto di acquisto di uno schiavo, Lima,1794

 

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– 1. Movimenti illegali si registrarono, sempre in Colombia, nelle zone di Santa Marta, Riohacha, Mompox, Buenaventura, Chirambira, Barbacoas.
– 2. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, ed. Planeta, 1989, vol. I, pag. 160.
– 3. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, op. cit., pag .158.
– 4. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, op. cit., pag. 159.

Jul 272012
 

P. A. Mattioli, Dei discorsi di Dioscoride della materia medicinale, Venezia, 1604, Fagioli

Una delle tante conseguenze a seguito della scoperta fu quella del variare e migliorare, in un certo qual modo, il regime alimentare degli europei. Vari furono i prodotti che si importarono da regioni che taluni consideravano sottosviluppate, prodotti che, arrivando sulle mense, ebbero nel lungo periodo un forte e vigoroso impatto sulle nostre società.

Tra i primi vegetali ricordiamo il peperoncino, il capsicum, la cui diffusione fu veloce in tutto il regno di Carlo V e indi di Filippo II, raggiungendo addirittura l’Asia, le Molucche del Nord, una pianta facile da coltivare, sia pure cresciuta in vaso, che poteva sostituire, dissero, alcune spezie. Della pianta ne parla Cristoforo Colombo nel suo diario in data 15 gennaio 1493.

Anche i fagioli, diversi dai nostrani europei giacché più grossi resistenti e molto produttivi, furono ben presto accettati e diedero un ulteriore contributo all’apporto di proteina vegetale della dieta di allora, comparendo finanche nei ricettari dell’epoca, per esempio in quello di Cristoforo da Messisbugo e di Bartolomeo Scappi. Così come le zucche, vuoi le giganti gialle vuoi le zucchine verdi, di rapido accrescimento molto produttive e di semplice coltura. E non dimentichiamo le patate, coltivate dagli indigeni nelle zone più alte delle Ande e introdotte a Genova, si dice, dai Carmelitani Scalzi provenienti dalla Spagna nel 1584; il pomodoro, venuto sotto forma di semi e considerato velenoso, quantunque alcuni sostenessero essere afrodisiaco – da qua il termine pomme d’amour d’origine francese -; le arachidi brasiliane. La maggior parte di queste piante erano conservate negli orti botanici a titolo di rarità.

Mais

Mais

Segue, ma non per ultimo, il mais, vegetale che giunse in Europa nei primi del ‘500, inizialmente in Andalusia, Catalogna, Castiglia, poi Portogallo, Italia – forse introdotto nel 1539 -, Francia e altre parti, chiamato “melegha” da Michele da Cuneo (1448-1503) – navigatore italiano che prese parte al secondo viaggio di Colombo – perché molto simile alla meliga. E lo segnalò con poco convincimento quando disse: “… non è tropo bono per noi. Ha sapore de gianda”. Nel nostro paese fu inizialmente consumato sottoforma di polenta, come s’adoperava fare con il sorgo, iniziandosi a coltivare come alimento per consumo umano intorno alla metà del Seicento.

Pianta succulenta dai dolci e spinosi frutti, il fico d’India ospitava un insetto, la cocciniglia, da cui si estraeva un colorante rosso.

L’ananas, scoperta da Colombo nel 1493 nell’isola di Guadalupe durante il suo secondo viaggio e che Maya Atzechi e Incas conoscevano e coltivavano, ebbe una notevole diffusione, piacevole frutto a forma di pigna considerato come una stravaganza.

Proseguiamo con ciò che divenne una famosa bevanda, la cioccolata, che gli aztechi bevevano addolcita con vaniglia, bevanda che prese piede dapprima fra le famiglie più in vista della Spagna, stavolta però addolcita con lo zucchero. Il cacao fu portato in terra iberica da Hernan Cortes, e per quanto caro, diverrà popolare solo alla fine dell’Ottocento. I semi erano adoperati come moneta di scambio, tanto erano preziosi.

Jul 052012
 

The greatest motive I had or have
for engaging in or for continuing
my pursuit of painting has been the wish
of commemorating the great events
of our country’s Revolution.
(John Trumbull) (1)

 

Fra gli artisti cui dobbiamo gratitudine di “vedere” l’epoca in questione, è da tener in conto John Trumbull (1756-1843), americano vissuto durante la Rivoluzione Americana e i primi anni della sua indipendenza. Infatti è ben noto come il pittore dell’Indipendenza americana per le sue precise rappresentazioni legate all’evento, presente, lui, nel conflitto, rappresentazioni che storicizzano la nascita della nuova nazione.

John nacque nel 1756 a Lebanon, nel Connecticut, da Jonathan Trumbull, Governatore del Connecticut, 1769-1784, e da sua moglie Faith Robinson Trumbull. Entrò nell’Harvard University nel 1771, laureandosi nel 1773.

Come soldato nella guerra d’indipendenza americana, dimostrò la sua capacità artistica disegnando le formazioni nemiche e varie fortificazioni, fu inoltre testimone della battaglia di Bunker Hill. Servì come  colonnello dell’Esercito Continentale e fu collaboratore del generale George Washington. Si dimise dall’esercito nel 1777, viaggiando a Londra nel 1780, allievo di Benjamin West.

Fu imprigionato dagli inglesi per sette mesi per essere stato sospettato di tradimento durante la guerra. Nel 1784 dipinse la Battaglia di Bunker Hill e La morte del generale Montgomery, due dei suoi tanti capolavori.  L’anno dopo, si recò a Parigi lavorando a famosi dipinti tra cui la Dichiarazione di Indipendenza.

Nel 1794 Trumbull fu nominato segretario di John Jay durante i negoziati del trattato con la Gran Bretagna. Fu altresì presidente dell’American Academy delle Belle Arti tra il 1816 e il 1825. Vendette una serie di suoi quadri alla Yale University per 1000 dollari, era l’anno 1831. Morì a New York nel 1843 a ottantasette anni.

La morte del generale Warren nella Battaglia di Bunker Hill, John Trumbull

La morte del generale Warren nella Battaglia di Bunker Hill, John Trumbull

Dei suoi famosi sostenitori, ricordiamo personaggi come George Washington, Alexander Hamilton, Israele Putnam, etc. Celebre è la Dichiarazione di Indipendenza, riportata anche sul retro della banconota da $ 2.

Dichiarazione d'Indipendenza, John Trumbull

Dichiarazione d’Indipendenza, John Trumbull

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-1. John Trumbull in una lettera a Thomas Jefferson, giugno 1789.

Jul 022012
 

- 21 dicembre 1511, ultima domenica d’Avvento:

il frate domenicano Antonio Montesinos (1475ca.-1540), giunto nell’isola La Española nel settembre-ottobre 1510, denunciando gli abusi verso i nativi, annuncia che da ora in avanti i frati non avrebbero dato l’assoluzione a coloro i quali avrebbero tenuto gli indios come schiavi. Sicuramente una delle prime voci ad alzarsi per difendere i loro diritti, almeno insieme al più famoso Bartolomé de Las Casas.

“[…] Esta voz [os dice] que todos estáis en pecado mortal y en él vivís y morís, por la crueldad y tiranía que usáis con estas inocentes gentes. Decid ¿con qué derecho y con qué justicia tenéis en tan cruel y horrible servidumbre aquestos indios? ¿Con qué auctoridad habéis hecho tan detestables guerras a estas gentes que estaban en sus tierras mansas y pacíficas, donde tan infinitas dellas, con muerte y estragos nunca oídos habéis consumido? ¿Cómo los tenéis tan opresos y fatigados, sin dalles de comer ni curallos en sus enfermedades [en] que, de los excesivos trabajos que les dais, incurren y se os mueren y, por mejor decir, los matáis por sacar y adquirir oro cada día? […]” (1)

E proprio in quegli anni si veniva dibattendo, e non solo nelle università, dei diritti degli indios, se, fra le altre questioni, dovevano essere considerati “animali superiori” o “uomini inferiori”, di quei popoli che erano stati sottomessi con la forza e ridotti in schiavitù.

- 2 giugno 1537:
papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese (1468-1549), emette la bolla Veritas Ipsa – conosciuta anche col nome di Sublimis Deus o Excelsus Deus -, in cui riconosce agli indios, convertiti al cristianesimo o no, la dignità di esseri umani – “Indos veros homines esse“-, vietando ridurli in schiavitù – “Indos in servitutem redigere prohibetur”.

Ma le cose erano ben lungi dal cambiare.

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- 1. in Bartolomé de Las Casas, Historia de las Indias, en Obras Completas, 5. Historia de las Indias, III, Madrid 1994.

Jun 152012
 

Il cosiddetto Boston Tea Party, 16 dicembre 1773, fu una protesta politica attuata nella cittadina americana di Boston dai Sons of Liberty (1) contro la Compagnia delle Indie Orientali e il governo britannico che continuava ad imporre tasse sempre più forti.

Gli si opponevano perché controllavano, gli inglesi, tra le altre cose, tutto il tè importato nelle colonie – ricordiamo che gli inglesi ne avevano drasticamente abbassato il prezzo – duty free -, rendendolo competitivo rispetto all’olandese.

La protesta iniziò quando i funzionari del governo britannico rifiutarono di restituire tre navi cariche di tè che questi avevano preso come pagamento di un’imposta. I coloni mal gradirono l’idea, e, travestiti da indiani Mohawk, abbordarono la nave Dartmouth, distruggendo il tè e gettandolo nel porto di Boston. Secondo il Parlamento britannico, la quantità di tè distrutto nell’agitazione fu valutata in circa $. 16.000.

Il Boston Tea Party è diventato un avvenimento iconico nella storia degli americani, detonatore per il conflitto che di lì a poco sarebbe scoppiato.

Distruzione del tè

Distruzione del tè

L’episodio fu il culmine, dunque, di un movimento armato atto in tutta la colonia britannica contro il Tea Act, legge approvata dal Parlamento britannico nel corso del 1773. La legge fu contestata dai coloni per molte ragioni, ma soprattutto perché pensavano che violasse il loro diritto di legiferare non avendo il permesso di avere un adeguato numero di rappresentanti da loro eletti.

Il Parlamento rispose con un atto coercitivo, noto anche come Intolerable Acts, una serie di leggi approvate dai britannici nel corso del 1774.

Le Coercive Acts, fra le altre cose, limitavano le attività della marina mercantile dei cittadini di Boston e davano immunità ai funzionari britannici per eventuali procedimenti penali in America. Tutto ciò fece sì che i coloni si riunissero in un Primo Congresso Continentale, settembre 1774.

Oramai la guerra per l’indipendenza era alle porte.

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-1. Membri di una società segreta che combatterono contro il governo britannico.

May 232012
 

Partito nel Maggio del 1750 da Enzweihingen, Vaihingen County, nell’allora frammentata Germania, Gottlieb Mittelberger arrivò a Filadelfia, via Amsterdam, dopo una quindicina di giorni di viaggio a bordo del veliero Osgood, viaggio che narrerà minuziosamente nel suo libro Journey to Pennsylvania.

Gottlieb era un maestro di scuola, che aveva avuto il compito di portare un organo da Heilbronn a Filadelfia, essendo anche un esperto di quello strumento. Approderà nelle nuove terre il 10 Ottobre 1750 e ritornerà nella sua patria dopo 4 anni, nel 1754, dopo aver vissuto intensamente un’esperienza che riporterà, per l’appunto, nel suo scritto diventato famoso, principalmente, per l’invito rivolto ai suoi concittadini a pensar bene prima di intraprendere il duro viaggio.

E in effetti, la relazione riporta non solo una descrizione dei luoghi, delle abitudini, della vita quotidiana, ma anche le tristi avventure di coloro i quali affrontavano la traversata dell’Atlantico e arrivavano in una terra ancora vergine.

Fra il 1749 e il 1754 più di 30.000 tedeschi lasciarono le loro terre per avventurarsi in Pennsylvania, costituendo circa un terzo della popolazione della nuova regione. Il Nord America vedrà raddoppiare la popolazione ogni 25 anni circa: immigrati che venivano principalmente dalla Scozia, dall’Irlanda, così come dalla Germania e da altre parti dell’Europa, non dimenticando le centinaia di migliaia di schiavi africani.

Un cammino, quello per arrivare nei luoghi che si immaginavano di sogno, rischioso, pericoloso, fuori dalla nostra percezione di umanità.

Stipati in una piccola nave, insieme a Gottlieb viaggiavano oltre 400 persone, adulti vecchi bambini uomini donne, in balia delle onde, pronti a rischiare la vita pur di fuggire da una poco soddisfacente. La maggior parte di loro era povera, tanto da non potersi pagare il viaggio, tanto da offrirsi per anni interi come servitori dei colonialisti, che avevano bisogno di braccia, di manodopera per mandare avanti le attività.

E il nostro maestro organista ne dà una descrizione piena di miseria, riporta:

Durante il viaggio vi è a bordo di queste navi una miseria terribile, puzza, fumi, orrore, vomito, molti tipi di mal di mare, febbre, dissenteria, mal di testa, calore, costipazione, bolle, lo scorbuto, il cancro, marciume della bocca, e simili…”,

provocate principalmente dalla cattiva alimentazione e dall’acqua poco o del niente potabile, oltre che dalla mancanza di igiene.

Attraversata in cui spesso e volentieri le condizioni del mare non erano tranquille e allora, nei momenti di pericolo, nei momenti di tempesta, si piange si grida si impreca sfiorando attimi di panico, di follia.

Le donne che davano alla luce talvolta buttavano i figli appena nati fuori bordo, sapendo che non potevano permettersi nutrirli, e la morte raggiungeva improvvisa e frequente le persone deboli, non risparmiando nessuno. Divorati dal “miserevole viaggio”, pochissimi erano i fanciulli fra uno e sette anni che vedevano le coste americane.

Il porto di Filadelfia, 1756

Il porto di Filadelfia, 1756

Neppure dopo aver toccato terra la situazione migliorava.
Gottlieb racconta che solo a coloro che avevano pagato il viaggio era permesso sbarcare e andarsene per la loro strada, gli altri dovevano per forza maggiore rimanere a bordo fino a quando qualcuno non avesse rimborsato le spese portandosi il “lavoratore schiavo”, schiavo per qualche anno o addirittura per la vita. Allora il padre era allontanato dal figlio, la moglie dal marito, la figlia dai genitori, ognuno con un destino diverso, famiglie divise e distrutte. Chi restava doveva attendere anche due tre settimane, intanto ci si ammalava e si moriva.

Dice:

La vendita di esseri umani nel mercato a bordo della nave si svolge così: ogni giorno inglesi, olandesi e tedeschi vengono dalla città di Filadelfia e da altri luoghi, anche da molto lontano, diciamo venti, trenta, o quaranta ore di viaggio, per salire a bordo della nave appena arrivata dall’Europa che ha portato e offre passeggeri da vendere, per selezionare tra le persone sane coloro che ritengono adatti per il lavoro, e concordando con loro per quanto tempo dovranno servirli in base al costo del loro passaggio. Quando hanno raggiunto un accordo, succede che le persone adulte si impegnano per iscritto a servire tre, quattro, cinque o sei anni per l’importo dovuto da loro, in base alla loro età e forza. Ma persone molto giovani, dai dieci ai quindici anni, devono servire fino a quando non raggiungono i ventuno anni.”

Situazione non certo piacevole, salpati, com’erano, alla ricerca di una migliore vita e di condizioni ben diverse da quelle di partenza, ma anche chi viveva in quelle regioni, se non era un “privilegiato”, era destinato alla schiavitù come gli “innumerevoli negri che devono servire per tutta la vita come schiavi”.
Per “ammorbidire” il suo resoconto, conclude:

Per dire la verità, raramente si sente o vede una lite tra di loro. Anche gli stranieri si fidano l’uno dell’altro, più che in Europa. Le persone sono molto più sincere e generose che in Germania, perciò i nostri americani vivono più tranquillamente e pacificamente degli europei. E tutto questo è il risultato della libertà di cui godono e che li rende tutti uguali”.

Una colonizzazione di cui si avvantaggeranno anche società private e collettive, debitamente autorizzate, dedite allo sfruttamento delle terre, oltre che al commercio degli schiavi e delle merci in generale. Fra le tante, ricordiamo qua quella olandese.

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- Trad. dall’inglese dei brani di cui sopra a cura di Gaspare Armato.

May 112012
 

William Cowper, The Negro’s complaint

Nella Storia moderna, uno dei temi più dibattuti è stato, ed è, quello dello schiavismo, dell’abolizione di una pratica che veniva esercitata da millenni, una pratica che trovava sostenitori e avversari, ampiamente accettata nelle varie antiche civiltà.

Il Mediterraneo fu quel mare che per primo vide solcare navi e vascelli trasportando “materiale umano” da una sponda all’altra, dall’Africa dall’Asia alle coste europee. In questo scenario, ampio e variegato, anche l’Impero britannico giocava la sua carta, le cui imbarcazioni attraversavano le più disparate acque, Mediterraneo, Atlantico, Pacifico, Indiano, e via dicendo, per permettere, secondo i fautori, lo sviluppo di un’economia che proprio in quei secoli, XVIII-XIX, prendeva forza e diventava ancor più globale.
Le cifre erano spaventose, e lo sono ancora.

Nel 1807, il 25 marzo, la Gran Bretagna decideva porre fine, almeno sulla carta, alla compravendita di schiavi, sebbene solo nel 1838 si ebbe una vera e propria abrogazione. In pratica, ancor dopo questa data, vari abolizionisti continuarono la loro campagna contro un “traffico” che aveva impegnato l’intero pianeta.

Una tratta in cui navi mercantili partivano dall’Europa piene di manufatti, raggiungevano le coste africane, scaricavano i prodotti e ripartivano cariche di schiavi – provenienti sia dalle coste che dall’entroterra – alla direzione delle Nuove Terre.

Un viaggio di mesi che indeboliva il fisico degli uomini, a tal punto che decine e decine erano coloro che erano gettati in mare privi di vita, così come tanti altri si ammalavo e giungevano a destinazione affamati e privi di forze.

Coloro che sopravvivevano erano destinati a lavorare nelle piantagioni oramai colonizzate dai paesi europei. Ma il gioco non finiva qua. Scaricati gli schiavi, le navi salpavano verso l’Europa piene di merce anche, ma non solo, “esotiche”: patate, mais, tabacco, e via dicendo. Il cerchio si chiudeva e il giro d’affari era davvero elevato.

Se andiamo a leggere la letteratura dell’epoca, ci si accorge che fautori e abolizionisti lottavano fortemente per imporre la loro visione dei fatti.

Fautori, che insistevano nell’idea secondo la quale il commercio degli schiavi permetteva e aveva permesso sostenere e incrementare l’economia britannica, fino ad allora dipendente dalle braccia umane, una dipendenza che aveva consentito produrre mercanzia a basso costo e, di conseguenza, aumentare i consumi in generale, generando nuove classi sociali e quanto ad esse relazionato.

Gli abolizionisti, dal canto loro, facevano di tutto per contrastare la millenaria attività, ricordiamo il movimento che nacque intorno al 1830 negli Stati Uniti. Movimento che determinò uno schieramento a favore dell’abolizione, nel nord industrializzato, e uno a sfavore, quello nel sud, dove l’economia agricola dipendeva principalmente dagli schiavi. E la questione non riguardava solo i commercianti i ricchi i nobili, anche il popolo, che, in un certo qual modo, prese parte al dibattito. 

Per esempio, in un articolo apparso su un giornale inglese, “The Diary” o “Woodfall’s Register”, il 16 aprile 1789, si “davano” una serie di considerazioni sulla necessità di mantenere in vigore la schiavitù che, a loro detta, aveva contribuito a produrre merce a buon costo che veniva usualmente consumata dalle famiglie britanniche, prodotti provenienti da oltre oceano. Prodotti che si vendevano nei negozi di Londra e tante altre città che si preparavano poco a poco all’industrializzazione, negozi che impiegavano manodopera locale, negozi che davano, quindi, posti di lavoro e possibilità di ulteriore sviluppo economico.

Persone, insomma, che arricchendosi, potevano costruire le loro case in campagna, generando domanda di altri lavoratori, e così via, una catena che prendeva un po’ tutti. Per non dimenticare, diceva l’articolo, che vari porti, come Bristol e Liverpool, avevano creato un giro d’affari che si sosteneva soprattutto dall’attività degli schiavi. Che cosa sarebbe accaduto se la schiavitù fosse stata abolita?

Qualche anno prima, il 22 maggio 1787, un gruppo di dodici abolizionisti, nove quaccheri e tre anglicani, si erano riuniti a Londra per organizzare i piani della loro campagna, forse una delle prime commissioni che compiva un passo poco usuale per i tempi – ricordiamo i quaccheri essere considerati all’epoca setta radicale. Eppure riuscirono nel loro intento: scelsero un tesoriere, una sede per riunirsi, aprirono un conto in banca, insomma, ciò che oggi possa a nostra vista sembrare ovvio, allora non lo era. Così iniziarono la loro attività, un’attività non certo facile, in un ambiente e in un fine Settecento che apriva oramai le porte alla meccanizzazione, un’attività, la loro, che aveva come scopo coinvolgere ampi strati sociali e convincerli delle nefandezze della schiavitù.

Un percorso, quello qua brevemente accennato, che inizia da lontano e che fa parte di un continuum storico che ci porta all’oggi, al presente dove, ahimè, il problema, seppur con rilevanza non tale quanta nel passato e non nelle stesse forme, è ancora vivo e vegeto, specialmente in quelle zone dove i diritti umani non sono stati del tutto percepiti.

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Piccola bibliografia:

- Francesco Carboni, L’umanità negata. Schiavi mori, turchi, neri, ebrei e padroni cristiani nella Sardegna del ’500, CUEC Editrice.
– Lisa A. Lindsay, Il commercio degli schiavi, il Mulino, 2011.
– Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale, il Mulino, 2010.

Mar 292012
 

Hernan Cortes e La Malinche incontrano Moctezuma, nov. 1519

Lo sfruttamento degli indigeni fu uno dei problemi dell’epoca, indigeni che dovevano sottostare con la forza ai ritmi dell’operato spagnolo, ritmi cui non erano abituati, giacché seguivano le loro ancestrali abitudini ben diverse da quelle dell’invasore. Indigeni con la loro cultura, la loro capacità di apprendimento, il loro modo di fare e vedere la vita. Indigeni che avevano qualcosa da insegnare. Per esempio, seguiamo la storia de La Malinche.

- Agosto 1511.

- Penisola dello Yucatán – Messico.

Una caravella spagnola, Santa Maria de la Barca, naufraga in quelle coste, una forte tempesta costringe i circa 16 passeggeri a rifugiarsi, dopo un paio di settimane in balia delle onde e delle maree, a Quintana Roo, di fronte all’isola di Cozumel, terre abitate dai maya. Fra coloro che si salvano vi sono Gonzalo Guerrero (1470?-1536) e Gerónimo de Aguilar (1489-1531), che vengono fatti prigionieri. Affrontate varie disavventure, i due si integrano, ognuno a proprio modo, con i maya: mentre Gonzalo prende sposa e fa tre figli, Gerónimo, rimasto schiavo, pensa sempre alla fuga e ritornare dai suoi. Nel frattempo i due apprendono la lingua dei nativi, i loro costumi, le loro usanze, le loro tradizioni.

Circa sette anni dopo, febbraio 1519, Hernán Cortés sbarca in quelle zone e viene a sapere di due “uomini con la barba”. Offrendo un riscatto per riavere gli spagnoli indietro, si vede tornare Gerónimo, ma non Gonzalo, oramai convertitosi addirittura alla religione maya.

Il de Aguilar conosce benissimo il linguaggio dei maya, tanto bene che sembra avesse una diversa intonazione linguistica nel riparlare, dopo tanto tempo, lo spagnolo. E Cortés lo adopererà come interprete insieme a una donna, una donna indigena, La Malinche.

La Malinche, o Malintzin, o Malinali, o Doña Marina come fu poi battezzata nel marzo 1519, era figlia di una famiglia nobile Atzeca originaria della provincia de Paynalla, in Coatzacoalcos, nella región di Veracruz, al sud del Messico. Ancora bambina, fu data in schiava al cacique di Tabasco, Tabscoob, giacché la sua tribù aveva perso una battaglia. Passerà in mano di Hernán Cortés, in seguito alla battaglia di Centla (14 marzo 1519), che a sua volta la darà al capitano Alonso Hernandez Portocarrero.

La Malinche, il cui idioma nativo era il náhuatl, aveva appreso anche la lingua maya degli abitanti della Penisola dello Yucatán. Il capitano scopre ben presto che la donna è agile nel parlare le due lingue e riesce a comunicare in modo sciolto.

Cortés prosegue nella sua conquista, ha bisogno di interpreti, lo accompagna fedelmente Gerónimo de Aguilar, che conosce il maya, ma non il náhuatl. Ed ecco che entra in gioco La Malinche. Nel trattare con tribù che comunicano in náhuatl, lascia parlare la donna che traduce al maya, sarà Gerónimo poi a riportare i discorsi in spagnolo. Lo stesso viceversa: dallo spagnolo al maya, Gerónimo, e dal maya al náhuatl, La Malinche. Un gioco, una triangolazione linguistica che sarà utile per la conquista del Messico.

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun. 

E la bravura di Doña Marina sarà tale che in poco tempo apprenderà i rudimenti dell’idioma castigliano, s’integrerà con i nuovi arrivati, ne carpirà la storia i costumi le usanze, diventando amante di Cortés fino a dargli un figlio, Martin.

Senza di lei Cortés non poteva trattare alcun affare con gli indiani”, scriveva il cronista spagnolo Bernal Diaz (1), mentre nel Codice Fiorentino l’indigena viene illustrata insieme al conquistador e a Moctezuma, per sottolineare la forte presenza dell’azteca negli eventi del tempo. Informazioni notizie spionaggio, dunque, alcune delle armi di vittoria dell’esercito spagnolo.

Per alcuni storici l’importanza di Malintzin fu tale da facilitare, e di molto, la sconfitta dei maya e il loro completo asservimento, per altri invece fu solo una pedina come tante altre che aiutarono a completare un mosaico, mentre altri ancora la considerano una traditrice.

A noi interessa rilevarla come figura femminile, come personaggio storico “donna”, che una certa influenza ebbe negli eventi della storia, a prova di coloro che pensano che i protagonisti siano stati solo di sesso maschile. Oltre al fatto, seguendo l’idea di Todorov, che La Malinche potrebbe essere stata il primo esempio di ibridazione delle culture (2), né azteca, né spagnola, né maya, ma la somma, il risultato delle tre, un prodotto che contenendo e assimilando le varie forme culturali, non si sottometteva a nessuna.

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- 1. Bernal Diaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España.
– 2. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984.

Jan 232012
 

“… Che i popoli nativi di tutti e di ciascuno dei territori
nei quali siamo entrati nelle Indie
hanno tutto il diritto acquisito di farci guerra giustissima
e di cancellarci dalla faccia della terra,
e questo diritto durerà fino al giorno del giudizio finale…” (1)
(Bartolomé de las Casas)

Michel de Montaigne

Michel de Montaigne

Le esplorazioni delle Nuove Terre da parte di Cristoforo Colombo accese in Europa, come abbiamo accennato, un dibattito – anche ma non solo – sul sovvertimento di un ordine pre-esistente e sullo sterminio di popoli che poco avevano a che vedere con l’invasore, un invasore violento e determinato a soggiogare e schiavizzare tribù con il fine, fra le altre cose, di arricchirsi.

Di seguito un breve estratto dagli Essais di Montaigne, forse uno dei primi, escludendo il frate Bartolomé de las Casas e fra’ Montesinos, ad accusare una triste realtà.

Il nostro mondo ne ha appena trovato un altro (e chi ci dice che questo sia l’ultimo dei suoi fratelli, dato che i Demoni, le Sibille e noi, abbiamo ignorato questo fino ad ora?) non meno grande, pieno e membruto di esso…
… quelli che li hanno soggiogati, tolgono ora gli strattagemmi e buffonerie delle quali si sono serviti per imbrogliarli, e lo stupore giustificato che portò a quelle nazioni il vedere arrivare così inopinatamente genti barbute, diverse di linguaggio, religione, aspetto e contegno, da una parte del mondo così lontana e dove essi non avevano mai nemmeno immaginato che vi fosse abitazione alcuna, montate su grandi mostri sconosciuti contro chi non solo non aveva mai visto un cavallo, ma qualsiasi bestia abituata a portare e sostenere un uomo o un altro carico; guarniti di una pelle lucente e dura e di un’arma tagliente e risplendente, contro coloro che, per miracolo dello scintillio di uno specchio o di un coltello, scambiavano una grande ricchezza in oro e in perle, e che non avevano né scienza né materia con la quale a loro volontà sapessero forare il nostro acciaio; aggiungetevi le folgori ed i tuoni delle nostre artiglierie e dei nostri archibugi, capaci di turbare lo stesso Cesare, che l’avrebbero sorpreso altrettanto inesperto…
Tante città rase al suolo, tante nazioni sterminate, tanti milioni di popoli passati a fil di spada, e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe: vittorie meccaniche. Mai l’ambizione, mai le inimicizie pubbliche spinsero gli uomini gli uni contro gli altri a così orribili ostilità e a calamità così miserabili.” (2)

Michel de Montaigne fu inoltre uno dei primi a compiere un’analisi lucida e precisa sul tema del cannibalismo, un dibattito che si veniva sempre più animando in quegli anni. Scriveva:

Penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto, nel lacerare con supplizi e martìri un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere e dilaniare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma visto recentemente, non solo fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che nell’arrostirlo e mangiarlo dopo che è morto.” (3)

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- 1. Cit. in: A. Huerga, Bartolomé de las Casas. Vida y obras, Madrid 1998, p. 383 (Obras Completas,Vol. 1).
– 2. Michel de Montaigne, Essais, III, 6.
– 3. Michel de Montaigne, Saggi, vol. I, Adelphi, 1966, p. 27.