Apr 222010
 

Ricevo e pubblico di Alessio Miglietta:
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Caro Rino,

la tentazione di metter mano al passato e raccontarlo come più conviene nasce da lontano e porta lontano. Le inevitabili ingerenze del potere nei confronti della memoria è ben nota, come la triste competenza ai vincitori della storia dei vinti, ed è dovere dei bravi storici cercare il più possibile di evitarle (come non ricordare, oltre agli storici, le felici denunce di scrittori di narrativa, anche di genere, come Orwell, Huxley o Bradbury). Difficile, non impossibile, magari attraverso una carriera meno brillante e priva di riconoscimenti e allori o, peggio, con dolorose persecuzioni. Ma i grandi uomini hanno grande coraggio.
Non volevo, però, parlarti precisamente di questo, ma delle continue interpretazioni storiche che ascoltiamo o leggiamo da parte di chi la storia non conosce o non studia, che appartenga al potere o meno. Le incursioni più dannose e più “interessate” provengono, non vi è dubbio, dal mondo della politica e dal giornalismo: alziamo gli scudi contro tali fuorvianti ricostruzioni del passato, che siano di “destra” o di “sinistra”. Assistiamo impotenti ad una vera e propria invasione del giornalismo nei confronti della Storia, giornalismo, peraltro, sempre espressione partigiana di qualche lobby politica. Sovente ci capita di leggere articoli firmati da giornalisti che si qualificano, senza scrupoli, “storici”, pur non avendo minimamente la qualifica per farlo. Prendo ad esempio una delle “storie” più diffuse nel nostro paese che ebbe molto successo all’epoca della sua pubblicazione e che ancora oggi è apprezzatissima: La storia d’Italia di Montanelli (con la collaborazione di Gervaso e Cervi). L’osannato e compianto giornalista, direttore del Giornale e della Voce, da molti consacrato (a ragione) martire della censura, ha in quel frangente operato una enorme mistificazione della Storia e della Verità. Pur mantenendo uno stile scorrevole e a tratti divertente, i volumi contengono numerose, e volontarie, omissioni e, purtroppo, giudizi di merito sconsiderati. Se si legge il capitolo dedicato ai movimenti del Sessantotto si rimane inorriditi con quale facilità si minimizza la validità del movimento culturale che ha coinvolto il mondo occidentale in quegli anni e con quale sfacciataggine si giudica l’opera di Marcuse come una sciocchezza per ragazzi un poco svitati. Denigrare l’avversario politico, giudicare i fenomeni umani con sufficienza e partigianeria non è prerogativa dello storico (e nemmeno del buon giornalista, ma questo è altro discorso) ma del libellista o, con un neologismo, dell’opinionista. Ma l’operazione di Montanelli, reiterata così di frequente nel corso dei secoli da altri suoi predecessori, è palesemente strumentale e si arroga il diritto di riscrivere il passato a proprio piacimento; lo stesso titolo è uno specchietto per le allodole: La storia d’Italia è, in realtà, un’interpretazione libera e di parte del passato; ma il solo fatto di aver inserito il temine “storia” nel titolo dell’opera, l’ha nobilitata con un’operazione di mistificazione che non può essere accettata.
La Storia non serve a confermare la bontà delle proprie convinzioni politiche, o a condannare quelle avverse, ma è utile alla società per comprendere se stessa e deve senza indugi liberarsi del fardello delle ideologie. Cosa interessa alla Storia? La ricerca della verità e del metodo con cui raggiungerla. Poco importa la storia marxista intesa come ricostruzione di parte di singoli eventi analizzati dal punto di vista di chi si schiera apertamente, importa invece il metodo con cui essa viene ricostruita, solo ciò può resistere al giudizio dei posteri. Il come si cerca la verità spesso risulta più importante di quale verità si ricostruisce, almeno per chi la Storia la vuole studiare e comprendere, e non modellare a proprio piacimento. Insomma: salviamo sì il metodo storico del marxismo, non la sua storia partigiana.
Qualcuno dichiara che l’Olocausto non è avvenuto, qualcun altro sostiene la bontà e l’innocenza delle pratiche dell’Inquisizione, altri raccontano un Risorgimento meno idealista e più pragmatico, altri ancora distinguono tra efferatezze di regimi totalitari e di sistemi democratici. Ma una domanda deve precedere tutte queste affermazioni (che il vero storico deve sempre prendere in considerazione, assurde che siano, ed eventualmente confutarle con documenti alla mano, e non solo con generiche condanne più vicine all’etica che alla scienza): chi lo afferma? Bene, se la risposta è: lo afferma uno storico, allora lo documenti e sottoponga a tutti i suoi risultati, rendendosi naturalmente disponibile a rischiare autorevolezza e credibilità; se, invece, la risposta non prevede l’intervento di uno storico, che si ignorino tali ricostruzioni, che hanno la consistenza e la rispettabilità di una barzelletta.
Non permettiamo, dunque, a chi non ne ha il diritto, di mettere le proprie mani sulla Storia, poiché la posta in gioco è alta e a rischiare è, in primis, la nostra libertà: perché la nostra Storia sarà sempre il nostro destino.

Alessio

Mar 302010
 

Ricevo e pubblico di Alessio Miglietta.
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Caro Rino,

pochi giorni fa ci siamo intrattenuti nel discorso, tra il serio e il faceto, sulle volute e ostentate pomposità e complessità di certi lavori di storia e storiografia che circolano in ambiente accademico e non, sia in rete che nel vecchio e amato sistema della carta stampata. A stimolarci è stata un’intervista apparsa su un sito dedicato alla nostra passione e rivolta a un noto storico italiano, che apprezziamo entrambi per le sue pubblicazioni e i suoi testi di carattere didattico. Ad infastidirmi, soprattutto, lo sfoggio, in gran parte gratuito, di erudizione e ricercatezza di linguaggio nelle domande rivolte, che parevano più frasi consapevolmente ermetiche e noiosamente allusive, con l’intento unico di dimostrare davanti allo studioso un’inutile prova di bravura, piuttosto che sincere indagini atte a chiarire a un pubblico più vasto possibile il pensiero di un illustre addetto ai lavori. Mi si potrà contestare che quella intervista fosse dedicata proprio solo ai pochi del settore, ma io non credo ad una storia autoreferenziale che esclude la partecipazione del “pubblico”, che poi sarebbe il fruitore principe dei risultati che essa raggiunge. Certo, i Principia di Newton hanno rivoluzionato l’idea della realtà che circondava l’uomo, pur essendo stati compresi e letti, all’epoca della loro pubblicazione, da una manciata di scienziati in tutto il mondo; ma gli strumenti e la complessità che si addicono a un lavoro di fisica e di matematica richiedono conoscenze non disponibili a tutti e, in questi casi, è impossibile ridurre compiutamente a termini comprensibili ad una generalità di persone i contenuti che esprimono. Per fortuna, però, non esistono termini o strumenti non immediatamente comprensibili nello studio della storia e che non possano essere spiegati e chiariti con un minimo di buona volontà, senza altresì cadere nella tentazione di nascondersi dietro al facile alibi di un imprecisato timore di realizzare una cattiva e semplicistica divulgazione.
Questo è il punto che mi sta a cuore: siamo sicuri che questo atteggiamento, un po’ snob, che molti studiosi hanno nei confronti della “cattiva divulgazione”, dedita spesso “a eventi scandalistici” più che alle tematiche davvero importanti, attenta per lo più al gusto del pubblico avido di contenuti scabrosi e truculenti, sia in realtà uno scudo di protezione verso la società tutta, che altro non è che l’oggetto più importante dello studio storico, un po’, forse, come potrebbe accadere ad un biologo che ha orrore del sangue? La questione è delicata, mi rendo conto: difficile scegliere tra una divulgazione approssimativa e i discorsi autoreferenziali di professori assisi sul trono dell’erudizione fine a se stessa. Ma in definitiva non si è realmente costretti, per fortuna, a scegliere tra questo aut aut: esiste un provvidenziale terza via, la via percorsa dal grande Michelet. Una storia del popolo per il popolo, che abbia come fine più alto il raggiungimento della consapevolezza del proprio passato, base fondamentale e imprescindibile (noi ci siamo riusciti?) per ogni democrazia. Una storia comprensibile, sì, ma sempre rigorosa e scientifica, senza farsi tentare dai gusti momentanei di un pubblico volubile e mal-educato, ma bisognoso di formarsi. Come attirare l’interesse dei molti? Con uno stile appassionante, con le armi della psicologia e del coinvolgimento, con la capacità di trasmettere il proprio entusiasmo e la carica intellettuale necessaria per destare l’attenzione del lettore. Un’attenzione ai contenuti, ma anche un’attenta considerazione della forma e dello stile, precetto che, mi spiace dirlo, è quasi sempre disatteso dai nostri storici contemporanei.

Un caro saluto,

Alessio

Mar 092010
 

Ricevo e pubblico con piacere una lettera aperta inviatami da Alessio Miglietta.

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Caro Rino,

ho deciso di prendere la penna in mano e di scrivere proprio a te, amico e compagno di numerose avventure tra la Storia e il periglioso mare di internet, per esplicitare il mio pensiero su alcune tematiche riguardanti la nostra passione che potrebbero sollevare questioni che ritengo non solo importanti ma attualmente irrisolte.
Come tu sai, ho rapporti quasi quotidiani con professori universitari titolari di vari corsi di storia e ho avuto modo di relazionarmi con loro e di avere, così, una certa idea del loro metodo di lavoro, delle loro capacità e, inevitabilmente, di alcuni loro difetti. Ti vorrei parlare, in particolare, di uno di questi difetti, a mio giudizio molto grave e che si trascina, addirittura, dai tempi remoti di Erodoto e che ancora oggi è largamente diffuso, in tutti i livelli di ricerca e insegnamento. Non tutti gli insegnanti, ovviamente, cadono in questo errore, ma molti di essi, a causa soprattutto di una regolamentazione universitaria inadeguata, sono indotti inevitabilmente a finirci. Mi spiego.
In Italia, in genere, i corsi di storia sono compresi negli insegnamenti della facoltà di “Lettere e filosofia”, ciò comporta il nascere di due evidenti equivoci: il primo ingenera la convinzione che la storia sia in qualche modo meno importante delle due materie che, in questo caso, hanno l’esclusivo onore di comparire nella stessa definizione della facoltà; il secondo, che interessa più da vicino questa “invettiva”, presuppone che la storia sia in qualche modo una disciplina derivata dalla letteratura, piuttosto che una materia indipendente e più simile a una disciplina scientifica (con le debite differenze con le scienze propriamente dette, dalla chimica alla matematica), pur mantenendo, è chiaro, il suo spiccato carattere umanistico (mi viene da pensare che in certi aspetti la storia adotti metodi non molto dissimili dalle scienze giuridiche, ad esempio). Naturalmente un discorso analogo si può fare per la filosofia che avrebbe bisogno di ben altri corsi dedicati alla matematica e alle scienze naturali.
Il problema vero, almeno nelle università italiane, è che la maggior parte dei professori titolari di cattedre di materia storica provengono da corsi di laurea in lettere o in filosofia. Ciò può comportare, e spesso comporta, un approccio in sede di lezione e di esame del tutto “letterario” o “filosofico” e per nulla “storico-scientifico”, con evidenti carenze nei confronti della formazione di nuove leve di storici. Il problema, lo sai, ha radici lontane, nasce da epoche passate, quando la storia non aveva la dignità di disciplina indipendente e non godeva di grande considerazione in quanto tale, ma costituiva soprattutto una materia ancella della letteratura. Ma il Settecento e, soprattutto, l’Ottocento dei grandi storici, attraverso le sublimi affinazioni degli storici del secolo passato il cui apice degli Annales è orgoglio dell’intera comunità scientifica, hanno consentito alla vera Storia di emergere in piena luce in tutta la sua dignità di disciplina indipendente e la cui metodologia è sempre più codificata e rigorosa.
La mia proposta è semplice: dedicare alla storia una facoltà indipendente e consentire, nel tempo, di accedere all’insegnamento esclusivamente con il titolo di laurea in storia e non in altre discipline. Così sarà sempre meno probabile trovare un professore più attento allo stile e al linguaggio di un Erodoto (fatta salva l’indagine filologica propedeutica allo studio storico), piuttosto che alle dinamiche e ai temi che scaturiscono dalle vicende, ad esempio, del conflitto dei Greci con i Persiani.
Spero di non averti tediato, ti saluto con affetto, il tuo amico

Alessio

Feb 062010
 

Dopo Gaetano de Sanctis, Jules Michelet e Gregorio de Tours, Alessio Miglietta continua le sue colte dissertazioni sui grandi storici: oggi Henri Pirenne.

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Henri Pirenne, la storia come sintesi
Storia d’Europa, 1916-1918

Mi trovo qui, solo con i miei pensieri, e se non riesco a dominarli, si lasceranno dominare dal dolore, dalla noia e dalle ansie per i miei cari e mi condurranno alla nevrastenia o alla disperazione. Occorre assolutamente che io reagisca. […] L’essenziale è ammazzare il tempo e non farsi ammazzare da lui.
Henri Pirenne, Storia d’Europa(1)

Non esiste, nella storia del mondo, un fatto paragonabile, per l’universalità e l’immediatezza delle sue conseguenze, all’espansione dell’Islam, nel VII secolo.
Henri Pirenne, Storia d’Europa(2)

Quando Jacques Pirenne aprì la porta del severo studio di lavoro dove, sin da bambino, aveva visto il padre chino senza sosta su libri e documenti, intento per ore a scrivere e prendere appunti, fu di colpo pervaso da un intenso odore di carta e inchiostro che lo trascinò in un immediato vortice di ricordi, alcuni sbiaditi dagli anni, altri vivi come se il tempo si fosse fermato, immobile come l’antica pendola che il padre caricava ogni giorno, alle dieci e trenta precise, e che da qualche giorno non muoveva più le sue lancette.
Henri Pirenne, il celebre storico autore della Storia del Belgio, si era infatti spento da pochi giorni: era l’inizio di novembre del 1935. In quei giorni, ad Uccle, si respirava un’atmosfera cupa e opprimente, segnale inquietante di un’imminente tragedia che, proveniente dall’irrequieta Germania, investiva il piccolo stato belga e l’Europa intera. Già si era avvertita nel 1914, quando i Prussiani ignorarono la neutralità dei Belgi e ne invasero il territorio per poter poi accedere all’obiettivo finale: la Francia. Ma essere Belga nel Novecento significava vivere tra due fuochi, la Francia e la Germania, in un paese orgoglioso della propria neutralità ma incapace di mantenerla a causa dei continui attacchi ai confini. Le due potenze, i due fuochi, rappresentavano per un giovane storico non solo due forze politiche e militari contrapposte, e, ovviamente, due modi di vivere e pensare completamente differenti, ma anche due scuole di storiografia antitetiche e in concorrenza. Henri Pirenne le aveva frequentate entrambe negli anni ottanta del XIX secolo, grazie alle borse di studio vinte quando era studente. Tra la storia nazionalista tedesca che tanto seguito avrebbe avuto proprio negli anni del potere hitleriano e che pretendeva di parlare di un’Europa germanica dopo la vittoria del 1870, e la scuola classica di de Coulanges, egli scelse decisamente la seconda. Fin da bambino abituato alla tolleranza e all’apertura alle diverse culture e opinioni, aveva sempre avversato l’ideologia della supremazia tedesca e, nello specifico della sua materia, si poneva in maniera estremamente critica nei confronti della scuola storiografica teutonica il cui principio fondante era quello razziale. Jacques ripensava a quando il padre, ricevuta la notizia della promulgazione delle leggi di Norimberga, che sancivano ufficialmente l’esclusione della comunità ebraica dalla vita civile tedesca, fu profondamente scosso e, impotente, assistette amareggiato all’ascesa politica di Adolf Hitler, ormai all’apice della popolarità, in Germania come nel resto del mondo. La morte gli impedì di vedere coi propri occhi come la sua avversione, coltivata non solo attraverso i libri ma anche da una drammatica esperienza personale, fosse giustificata. Infatti, Henri Pirenne, fu internato in un campo di concentramento tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

Jacques guardò con nostalgia i soprammobili disposti con cura su un tavolino: un guerriero Franco e uno Romano, l’uno di fronte all’altro, sembravano fronteggiarsi in una battaglia senza fine, mentre una rana, un leone e un cane occhieggiavano tra gli scaffali pieni di libri. Erano gli oggetti che molto tempo addietro il padre animava in storie fantastiche, per il diletto dei suoi giovanissimi figli; altre volte il padre leggeva loro pagine intere dell’Odissea o i racconti della Tavola Rotonda ed era facile perdersi tra i sogni a occhi aperti ascoltando la sua voce profonda e severa. Si sedette davanti alla scrivania del padre: sul piano di lavoro la bozza con le ultime correzioni del Maometto e Carlomagno, pronta per la stampa. Un lavoro a cui il padre aveva dedicato molte delle sue risorse e che rappresentava il risultato finale degli studi di una vita sull’influenza che l’invasione islamica del VII e VIII secolo ebbe nell’area del Mediterraneo. Il lavoro raccoglieva e riadattava la serie di lezioni tenute a Bruxelles nel 1930; sfogliandolo, Jacques scorse centinaia di minute correzioni e di brevi glosse a matita, di una scrittura frenetica ma chiara. Era seduto proprio lì, davanti alla scrivania del padre, dove tante volte lo aveva distolto dai suoi studi per chiedergli la traduzione di un passo particolarmente difficile di un autore latino; egli, con fare comprensivo ma sempre un po’ autoritario, non negava mai il suo aiuto. Ma solo la domenica si poteva veramente parlare e trascorrere un po’ di tempo con lui: Henri Pirenne era un uomo abitudinario e legato inderogabilmente ad orari precisi e solo la domenica si concedeva il riposo dal lavoro di storico. Quella giornata, infatti, era dedicata alla corrispondenza e alla visita mattutina al caffè della facoltà di filosofia e di scienze dove incontrava colleghi e studenti, e dove spesso si fermava ben oltre l’ora di pranzo, unico ritardo che si permetteva nella sua scadenzata esistenza, provocando spesso l’ira della moglie. Dopo pranzo s’immergeva in qualche romanzo, di preferenza di Balzac o Hugo, poi si metteva a giocare ai soldatini con i figli fino a sera. Quando il figlio Pierre divenne più grande trascorreva volentieri ore ad ascoltarlo suonare il pianoforte, soprattutto l’amato Beethoven.

Jacques aprì un cassetto della scrivania nel cui fondo trovò due pacchi involti nella carta. Il primo conteneva decine di quaderni di scuola che presto riconobbe: erano i compiti suoi e dei suoi fratelli, insieme ai loro disegni dal tratto incerto che evidentemente il padre aveva conservato e che aveva deciso di avere vicino a sé, nei momenti faticosi della ricerca. Nell’altro pacco, ancora quaderni: la grafia che si muoveva sulla carta ingiallita, però, questa volta non apparteneva ad un ragazzo ma ad una mano sicura, adulta; era la mano di Henri Pirenne ad aver vergato quelle pagine. Jacques guardò l’intestazione del primo quaderno, lesse: “Storia d’Europa”. Nella prima pagina poche righe d’introduzione e una data, il 31 gennaio 1917: “A Holzminden, gli studenti russi ai quali facevo, improvvisandolo, un corso di storia economica, mi esprimevano il desiderio – e lo vedevo sincero – che pubblicassi quelle lezioni. Perché non tentare di schizzare qui, a grandi linee, quella che potrebbe essere una “Storia d’Europa?(3)” ”. Jacques ritornò col pensiero a quegli anni di distacco e di dolore, quando il fratello Pierre perdeva la sua giovane vita sull’Yser e il padre veniva deportato in Germania per le sue posizioni in difesa dell’autonomia del suo paese e della sua università.

Quei tempi terribili erano confusi nella memoria dell’allora poco più che ventenne Jacques, ma il padre Henri l’aveva ricordati mille volte nei suoi discorsi e ne aveva lasciato testimonianza in un suo libro di memorie. Il 4 agosto 1914 la Germania invase il Belgio, e già il 3 novembre la famiglia Pirenne veniva colpita dal lutto: Pierre Pirenne, infatti, moriva sull’Yser contribuendo eroicamente a fermare l’avanzata nemica che, effettivamente, da quel punto non riuscì più a continuare la conquista. All’università di Gand, intanto, pressioni sempre più forti del nemico invasore spingevano affinché le università belghe aprissero le porte ai docenti tedeschi, ma i colleghi indigeni, tra cui lo stesso Henri, rifiutarono con decisione negando ogni compromesso. Giunse l’invito formale del governo tedesco, ma ancora tutti i componenti dell’ateneo rifiutarono di obbedire e sospesero addirittura i corsi. Per ritorsione, i due più illustri professori di Gand, Paul Frédériq e Henri Pirenne, furono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Crefeld. Il 19 marzo 1916, alle nove del mattino, Jacques vide arrivare in rue Neuve Sainte-Pierre, l’abitazione sua e della sua famiglia, un ufficiale dell’armata di occupazione tedesca che si presentò e prese in consegna il padre. Lo avrebbe rivisto solo dopo più di due anni.
Al campo di Crefeld, dove erano già imprigionati ottocento ufficiali inglesi, belgi, francesi e russi, giunse immediatamente, senza neppure salutare un’ultima volta la famiglia. Henri si trovò, così, a contatto con diverse culture e da subito fraternizzò con gli altri prigionieri, instaurando amicizie e dialogando con tutti. Con gli ufficiali russi nacque subito una reciproca simpatia e non tardò il principio di una collaborazione e di uno scambio di conoscenze che risultarono ad entrambi estremamente utili. Henri Pirenne prese lezioni di russo da un colonnello zarista, il quale lo istruì anche sui costumi e i principi della civiltà islamica, e, nel contempo, tenne una serie di lezioni di storia economica europea sia al colonnello che agli altri ufficiali. Lo storico belga ben si adattava all’ambiente multiculturale del campo, grazie anche ad una formazione improntata alla tolleranza e all’apertura alle idee altrui. Il padre di Henri era un progressista molto attivo nella vita politica della propria città, fondatore del giornale Le Progrés, colto lettore, e fu anche un noto imprenditore locale; la madre, di idee opposte, era una fervente cattolica e trasmise al figlio il rispetto per la Chiesa ed una spiccata sensibilità religiosa che gli fu estremamente utile per una profonda comprensione del Cristianesimo, soprattutto nello studio del periodo medievale. Coltivò durante l’infanzia, inoltre, la passione per la geografia e per la conoscenza di culture e costumi lontani: trascorreva ore nella biblioteca del padre a leggere intere annate della rivista Tours du monde, celebre periodico illustrato di resoconti di viaggio. Non poteva immaginare, però, che l’incontro più importante con l’alterità lo avrebbe vissuto in un campo di prigionia.
Il governo tedesco era convinto che la detenzione dei due professori non si dovesse protrarre per molto tempo, fiduciosi com’erano che l’università di Gand riaprisse i corsi; ma così non avvenne. Mai l’università cedette. Dopo due mesi di prigionia a Crefeld, Henri fu trasferito nel grande campo di concentramento Holzminden, che allora conteneva ben diecimila prigionieri; una sorta di inasprimento della punizione, per premere sull’università di Gand. Intanto la notizia della deportazione di uno studioso così illustre fece il giro del mondo: il presidente degli Stati Uniti d’America e il papa reclamarono la sua liberazione, invano. Jacques e la famiglia, intanto, non potevano che aspettare a casa, soli.

Le lettere del padre di famiglia giungevano puntuali a casa Pirenne, ragguagliandola sulla sua esperienza di prigioniero dei tedeschi. Henri descrisse minuziosamente il campo dove si trovava: diviso in ottantaquattro baracche di legno delimitate da strette vie di collegamento, era tagliato a metà dalla principale di queste stradine, dove una folla di prigionieri di tutte le lingue e culture s‘incontravano in una sorta di moderna agorà. Pian piano quell’agglomerato di capanne si trasformò in una città, con le sue botteghe, i suoi ritrovi, i suoi caffè, le sue chiese, le sue biblioteche. Si costruì anche una piccola capanna che venne nominata “Università”, dove erano custoditi i libri che provenivano dalle donazioni della beneficenza privata e dove alcuni professori cominciarono a tenere lezioni a chiunque volesse ascoltare. Tutto ciò, però, non deve portare a pensare che nel campo di Holzminden si facesse una vita tutto sommato spensierata: i controlli erano rigidissimi, come la disciplina, e ogni prigioniero era sottoposto a continue perquisizioni e controlli. Spesso venivano inferte punizioni terribili e crudeli e lo stesso Henri dovette sperimentare la durezza del carcere all’interno del campo a causa di leggere infrazioni del regolamento.
Henri Pirenne tenne un corso di Storia del Belgio ai suoi compatrioti, che riscosse un successo straordinario, tale da suscitare preoccupazioni da parte dei tedeschi, timorosi del possibile effetto destabilizzante che tali lezioni potevano esercitare sui prigionieri; le lezioni vennero infatti sospese per alcune settimane, per controlli e perquisizioni, e poterono riprendere alla presenza di un soldato tedesco che fungesse da testimone e dopo una preventiva lettura da parte dei dirigenti del campo. Nel frattempo continuò a studiare numerose fonti russe, che grazie alle lezioni di lingua impartitegli durante l’esilio, poteva leggere direttamente senza intermediari, e proprio lì concepì la possibilità di scrivere una storia d’Europa medievale e moderna. Cominciò anche a tenere lezioni sull’argomento e tali lezioni divennero il preludio del libro che poco dopo avrebbe cominciato a scrivere.
Il 24 agosto 1916 venne trasferito a Iena dove poté finalmente riabbracciare il collega e amico Frédéricq. Lì gli fu permesso di soggiornare in una piccola casa, sempre sotto sorveglianza, ma non più in segregazione. Frequentò le biblioteche della città e proseguì lo studio delle fonti russe. Pochi mesi dopo però, nel gelido gennaio di Iena, fu nuovamente arrestato con l’accusa di complottare contro l’Impero e fu condotto in un piccolo paese nei pressi di Eisenach, Creuzburg, in totale isolamento, senza neppure la possibilità di leggere o consultare libri. Jacques, ripensando a quei momenti, immaginò quale potesse essere stato lo sconforto che aveva dovuto colpire il padre, privato degli affetti e della sua passione di una vita: lo studio della storia. Ma Henri Pirenne non era uomo da arrendersi facilmente e, se mai fosse veramente sprofondato nella disperazione, reagì prontamente, individuando subito qualcosa che lo potesse distogliere dalla sensazione di vuoto che provava. Pochi giorni dopo il suo arrivo, esattamente il 31 gennaio 1917, decise di visitare una vicina bottega dove comperò alcuni quaderni di scuola; tornò nella piccola casetta a lui assegnata e si sedette davanti alla scrivania per cominciare a buttare giù, a memoria e senza l’ausilio di alcun testo o appunto, la prefazione e il primo capitolo di quello che sarebbe diventato il suo libro Storia d’Europa. La dedica fu per la famiglia e per il figlio Pierre che tanto gli mancavano: una temporaneamente lontana, l’altro perso per sempre.

Il risultato di quegli scritti, unici compagni in quell’odioso esilio, erano davanti agli occhi del figlio Jacques, ancora seduto davanti alla sua scrivania, nei giorni tristi immediatamente successivi alla sua morte. Jacques, incurante delle ore che passavano veloci, si mise a leggere il contenuto di quei vecchi quaderni, acquistati venti anni prima in un piccolo paese della Germania. Già il titolo potrebbe sembrare ambizioso: raccogliere in un libro di poche centinaia di pagine tutta la storia d’Europa dalle invasioni barbariche all’inizio del XX secolo è un’impresa che può portare solo a due risultati, la banalizzazione degli avvenimenti e dei processi storici o un capolavoro di sintesi che riesca a delineare il senso e l’importanza dell’esperienza storica occidentale. Raro che si compia il secondo obiettivo, raro ma possibile: fu proprio il caso della Storia d’Europa, mirabile sintesi di storia evenemenziale (forse anche a causa dell’impossibilità di consultare alcuna fonte scritta non poté approfondire più di tanto), di storia dei concetti, di storia culturale ed economica. Sintesi, quindi, non solo come operazione di semplificazione, ma anche come onnipervasività disciplinare e tematica. Egli, infatti, avversava ogni tipo di specialismo, sosteneva l’universalità del sapere e il metodo della storia comparata (non per niente fu il maggiore ispiratore delle Annales). Non solo: sintesi di trentacinque anni di studio e di quelle idee originali che nuove si affacciavano nel lavoro di Pirenne e che sarebbero sfociate nei suoi due lavori maturi La città nel medioevo e Maometto e Carlomagno. Sintesi globale, infine, delle molteplici e disparate voci di un’Europa sempre parcellizzata in mille stati e confini territoriali, grazie alla notevole competenza personale in materia geografica: per Henri Pirenne l’obiettivo della storia era la storia dell’umanità tutta.

Cinque volte sintesi, dunque, rivolte ad un lettore non specialista, come furono i soldati russi spettatori di quelle lezioni che furono il preludio al libro; lezioni che ebbero successo, prima di tutto, per la loro semplicità di esposizione e di contenuti (mai più di tre semplici idee a sessione) e per la loro brevità (non superava mai i cinquanta minuti). Non amava riportare date che spesso sfuggivano alla memoria e che poco considerava; preferiva i concetti, i processi di lunga durata, le tendenze umane complessive. Non aveva mai nascosto di detestare la pedanteria e l’erudizione fine a se stessa, preferendo l’applicazione pratica ad astruse teorie, slegate dalla realtà. “Pirenne è il meno accademico degli uomini […]. Nulla vi sa d’effetto, o di tinte forti. Una sola preoccupazione: d’esattezza e di chiarezza. […] È l’espressione spontanea d’un pensiero di storico che, sapendo distinguere l’importante dall’accessorio, vede il paesaggio del passato dall’alto, abbastanza per non ritenerne che le linee guida e i nessi essenziali(4).”

Nella seconda pagina del quaderno, Jacques lesse il piano dell’opera che prevedeva di giungere sino al 1914, alla vigilia della guerra che avrebbe sconvolto la tranquilla esistenza del padre. Già nel primo capitolo, che affronta il periodo delle invasioni barbariche, si percepisce come le ultime tragiche esperienze personali avessero lasciato il segno nella mentalità e nel lavoro dello storico belga. In più riprese, infatti, egli sottolinea come il principio dell’importanza della razza nel dipanarsi della storia e delle forze in campo sia del tutto infondato e indegno di essere preso in considerazione. Ben altro aveva causato il crollo dell’Impero romano e l’ascesa dei popoli nordici, che una vaga e semplicistica supremazia razziale. Non vi sono popoli inferiori e popoli eletti, ma solo popoli diversi. Ancora più stupefacente è la teoria che sottende a tutta la prima parte del testo: la convinzione, ripresa poi in Maometto e Carlomagno, che l’economia e la cultura romane non fossero venute meno con la morte di Romolo Augustolo, ma avessero avuto vita fino al VII secolo e che a distruggere l’impero non fossero state le invasioni barbariche bensì l’offensiva islamica. Era la prima volta che tale teoria veniva esplicitata consapevolmente in un lavoro di storia. Ma altre novità attendono il lettore nella seconda parte dell’opera, sempre redatta a Creuzburg in quei mesi di solitudine.
L’estrema attenzione ai fenomeni economici e sociali fece sì che Pirenne cogliesse, già durante la crisi del Trecento, la genesi di una primitiva classe proletaria, egli che era lontano dal marxismo ma capace di leggere il corso della storia senza pregiudizi ideologici di sorta. Ciò non gli impedì, però, di inquadrare con lucidità un fenomeno come quello delle Crociate, spesso soggetto ad interpretazioni economiche o politiche che risultano fuorvianti e che scaturiscono da una visione che vorrebbe essere sofisticata ma che perde di vista l’oggettività e la giusta collocazione in termini di storia della mentalità: “La causa che muove la crociata è tutta spirituale, svincolata da qualsiasi preoccupazione d’ordine temporale: la conquista dei Luoghi Santi. Solo chi parte senza spirito di lucro partecipa alle indulgenze. Occorrerà attendere fino alle prime guerre della Rivoluzione Francese per trovare combattenti al pari di questi, liberi da ogni altra considerazione che non sia la dedizione a un’idea” (5). Un confronto illuminante che ben esemplifica la semplicità e, al tempo stesso, la profondità del suo pensiero. A dimostrare ancora una volta la sua apertura mentale, sempre nelle pagine della Storia d’Europa, nonostante una formazione giovanile improntata sui valori del romanticismo e dell’idealismo, Henri Pirenne convenne nel considerare la preponderanza delle condizioni economiche e sociali sulle azioni dei singoli, anche quando si fosse trattato di uomini straordinari. Questi uomini, secondo lo storico, possono soltanto interpretare e gestire quelle condizioni esogene e tentare di veicolarle ai propri fini. Queste le posizioni che emergono dallo stile sobrio della Storia d’Europa.
Nel pieno del lavoro, quando ormai la trattazione giungeva agli ultimi anni del medioevo e ai primi della modernità, quando il sole di agosto scaldava le stradine del paesino in cui era costretto in esilio, Henri poté riabbracciare, seppur solo per poche ore, la moglie e il figlio più giovane, Robert, che, con un permesso speciale, riuscirono a superare i blocchi stradali e a raggiungere Creuzburg. Ma la prigionia sarebbe dovuta continuare ancora quattro mesi, durante i quali lo storico belga ebbe la possibilità di continuare a lavorare alla sua Storia d’Europa, sempre senza alcun riferimento scritto. Il 6 dicembre 1918, a guerra già finita, la famiglia Pirenne fu nuovamente tutta unita: Henri raggiunse la sua città in auto, con in mano solo una pila di quaderni, l’ultimo dei quali trattava la monarchia nascente nell’Europa del Cinquecento.

Jacques, proprio mentre ricordava tutti questi avvenimenti, ancora inchiodato alla sedia appartenuta al suo vecchio padre, pose lo sguardo ad una fotografia incorniciata e appoggiata alla scrivania. Era proprio la foto del Natale 1918: intorno ad una tavola apparecchiata, il padre Henri, con uno sguardo dolce e malinconico, così diverso da quello fiero e indagatore che rivelavano le fotografie precedenti all’esilio, e incanutito improvvisamente dalle tristi esperienze di quegli anni, era seduto accanto alla moglie adorata, al figlio minore Robert, alle sue sorelle maggiori, al piccolo nipotino Pierre, lieta novità del ritorno a casa del neo-nonno Henri, e, infine, allo stesso Jacques, ancora molto giovane. Una sedia vuota sembrava ricordare amaramente che da quelle tragiche vicende di guerra la famiglia Pirenne non uscì indenne: lo sguardo triste dello storico più illustre del Belgio era rivolto, più che ai ricordi della lunga prigionia, all’abisso della morte nel quale il figlio Pierre fu risucchiato quella maledetta, ed eroica, giornata sull’Yser.
Jacques si alzò dalla sedia di fronte alla scrivania del padre, appena scorsa l’ultima pagina del manoscritto che era rimasto congelato nella sua redazione a quel 6 dicembre 1918 e che mai più il padre avrebbe proseguito (il testo infatti interrompe la sua analisi al periodo intorno al 1550), forse per i molti impegni che lo travolsero quando riottenne la libertà o forse per i troppi insostenibili ricordi che quei quaderni gli suscitavano. In mano stringeva non solo i quaderni della Storia d’Europa, ma anche la bozza finale del Maometto e Carlomagno, con l’intenzione determinata di pubblicare entrambi i testi al più presto, perché tutto il mondo della cultura potesse godere di quei capolavori di storiografia.
Chiuse dietro di sé la porta dello studio, non prima di aver dato un ultimo sguardo ai due soldati di terracotta, alla rana, al leone e al cane, i muti compagni di quella giornata di ricordi, un tempo complici dei giochi paterni, gli parve che una parte importante di sé fosse rimasta chiusa per sempre tra quelle quattro mura.

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Storia d’Europa di Henri Pirenne fu pubblicata, a cura dello storico Jacques Pirenne, figlio di Henri e anch’egli storico illustre, nel 1936, in un’edizione che integrava al manoscritto date e riferimenti bibliografici che l’autore non aveva potuto reperire durante l’isolamento a cui era stato condannato.

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1.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Prefazione.
2.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Libro I, Cap. III.
3.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Prefazione.
4.Marc Bloch, Histoire et historiens, Armand Colinm Paris, 1995 (tr. it. G. Gouthier, Storici e storia, Einaudi, 1997, p. 274).
5.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Libro IV, Cap. III.

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Nov 212009
 

Seguiamo con la serie dedicata agli storici. Dopo aver parlato di Gaetano De Sancits e di Jules Michelet, Alessio Miglietta ci regala ora un prezioso articolo sul vescovo Gregorio di Tours.

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Gregorio di Tours, la storia di un popolo

Storia dei Franchi, 573-592 d.C.

Mentre in tutte le città della Gallia va scomparendo la conoscenza delle lettere ed anzi è ormai vicina alla fine, continuano ad accadere fatti giusti o maledetti, l’asprezza dei popoli si fa più crudele, diventa più acceso il furore dei re […]. E sempre più spesso molti si lamentano dicendo: “Guai ai nostri giorni!”

Gregorio di Tours[1]

Ricordo in modo sparso e confuso sia le virtù dei santi che le stragi dei popoli. Non credo sia irrazionale narrare la felice vita dei beati fra i massacri dei miseri, poiché ciò è imposto non da una comoda scrittura ma dalla successione dei tempi.

Gregorio di Tours[2]

Gregorio di ToursNella tenebra dell’istante vissuto. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli avvenimenti che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale emergevano talvolta brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei ed innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente “alle stragi di popoli” ai quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà ad individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, di indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. E allora perché il destino dei giusti, cioè dei cattolici ortodossi, seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava l’indifferenza divina? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui aveva compreso.

No, non fu Dio ad essere assente, ad impedire allo storico di poter saldamente appoggiarsi alla sua idea e a seguire la sua Luce come traccia sicura; ciò non era possibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, il disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. Si arrese quando le forze gli mancarono per proseguire il proprio lavoro che non aveva approdato ad un senso concreto, e chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? Cerchiamo di dare una risposta ripercorrendo la sua vita e la sua opera.

Il piccolo Gregorio crebbe a Clermont, ove visse serenamente la propria infanzia insieme alla famiglia di rango senatoriale, appartenente all’antica romanitas ereditata dagli antenati Galli. Ma la Gallia, ormai dominata dai Merovingi, non era più una tranquilla provincia dell’Impero romano, ma una terra testimone del passaggio, ricco di tensioni, tra le antiche tradizioni imperiali e la nuova mentalità e l’emergente classe dominante barbara. Gregorio finì per non appartenere né all’una né all’altra, fu, per questa ragione, personaggio esemplare del momento di incertezza e precarietà che si respirava nei primi secoli dell’alto medioevo. In tutte le sue opere Gregorio ricorderà con affetto quegli anni trascorsi insieme alla madre e ai parenti, soprattutto nei momenti più difficili del suo impegno come vescovo della non lontana città di Tours. Quando Clermont, con la sua pianura bianca di Sole e il generoso verde delle colline che la circondavano, era ormai soltanto un bel ricordo, come già lo erano i visi delle persone che riempirono i suoi primi anni di vita, Gregorio giungeva a Tours, terra di confine, per insediarsi come vescovo della città, nel cinquecentosettantatreesimo anno dalla nascita di Cristo. Ad attenderlo una chiesa distrutta da uno spaventoso incendio[3] e una città in preda alla paura. Posta all’incrocio di cinque strade romane, la città sorgeva sulle acque placide della Loira, allora arteria commerciale di fondamentale importanza per l’economia della zona. Le strade da secoli non erano più oggetto di manutenzione e stavano progressivamente divenendo impraticabili: i fiumi rimanevano le sole vie di comunicazione ancora affidabili. Qualcuno ancora si azzardava a percorrere le impervie strade costruite dai valorosi condottieri romani, e spesso non lo faceva con le migliori intenzioni, anzi: predoni, assassini di ogni genere, assaltavano di continuo i poveri pellegrini indifesi che si dirigevano ad adorare le reliquie di Martino, il santo vissuto a Tours. Gregorio, chiuso tra le mura della sua basilica, cercava prima di tutto di sopravvivere, difendendosi dai mille pericoli e dall’incertezza di un luogo privo sostanzialmente di reale protezione e in un’epoca che non dava alcuna garanzia per la generale incolumità. Spesso nemmeno una figura carismatica e sacrale come quella del vescovo poteva nulla contro la violenza cieca degli uomini. Talvolta, nell’esercizio delle sue funzioni di vescovo, Gregorio lasciava Tours per recarsi ai sinodi e alle congregazioni ecclesiastiche, spingendosi anche fino a Parigi, dove trascorreva gran parte del suo tempo il re dei Franchi. Il suo lavoro di vescovo cominciò con la ricostruzione della basilica divorata dalle fiamme; solo allora poté dedicarsi anche ai viaggi e agli incontri ufficiali.

Gregorio di Tours, Storia dei FranchiForse fu proprio di ritorno da un viaggio da Parigi, lì dove ebbe la possibilità di trovarsi a contatto con la corte merovingia, che a Gregorio balenò l’idea di accompagnare alla ricca sua produzione di testi agiografici e teologici, una storia del suo popolo e della dinastia dei suoi re; una ricapitolazione, per meglio dire, dei tempi passati, dalle origini del mondo agli ultimi fatti che avevano coinvolto il giovane popolo dei Franchi. L’opera avrebbe avuto due significati distinti: avrebbe costituito un utile calcolo, che ormai non veniva più eseguito da molto tempo, degli anni intercorsi dalla Genesi fino ai suoi giorni, computo fondamentale per poter riconoscere il momento più probabile dell’avvento dell’Apocalisse[4], e, nel contempo, avrebbe consentito alla dinastia dei Merovingi di avere una propria storia scritta. Sì, finalmente il suo popolo sarebbe stato degno delle grandi civiltà del passato che conservavano la propria storia per tramandarla alle generazioni future. Si trovò, quindi, nuovamente a Tours, tra le mura amiche della basilica a dettare al suo copista le prime pagine della sua opera storica; aveva trentacinque anni.

Il suo latino era rozzo, e di questo si scusò col lettore, lontano dalla grazia dei poeti antichi, immensamente distante dall’eleganza dello stile di Virgilio, la cui opera aveva almeno in parte letto e che reputava sublime nello stile ma menzognera nel contenuto. Gregorio si sentì in imbarazzo, probabilmente avvertiva di non possedere i mezzi necessari per realizzare un lavoro di valore letterario, ma i tempi non consentivano troppe raffinatezze intellettuali e, comunque, uno stile rustico più si avvicinava alla sensibilità della sua gente[5]. Più importante, invece, dichiarare esplicitamente e senza equivoci la propria ortodossia in tema religioso e, quindi, la profonda distanza dagli eretici e dai pagani. “[…] Io credo in Dio onnipotente. Credo in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, nato dal Padre, non creato, non venuto dopo il tempo, ma prima di tutti i tempi, che è stato sempre insieme con il Padre.” Chi non condivideva questi sacri principi, che fosse eretico, ebreo o ariano, non era degno di considerazione nella sua Storia, doveva essere soltanto eliminato, le sue idee estirpate dal mondo, in quanto sacrileghe. Su questo nessuna remora, nessun indugio. Tutte queste parole, dettate nella prefazione al primo libro, furono in realtà apposte da Gregorio molti anni dopo il resto del libro e di altri successivi; forse le numerose incongruenze che i fatti storici sollevavano sul concetto di provvidenza e di immanenza divina, lo spinsero a precisare con veemenza la sua posizione, in modo che chi avesse letto le sue Storie non potesse dubitare della sua fede e del suo rigore contro gli eretici.

Clodoveo I, re dei FranchiLa storia che si dipana nel primo libro non è rivolta, come si potrebbe pensare, a rivisitare il remoto passato dell’umanità per analizzarlo, più o meno approfonditamente, ma esclusivamente al fine di un calcolo cronologico, di mera ricapitolazione, che aiuti a determinare la fine dei tempi, forse imminente: non una storia per il passato ma una storia per individuare il futuro, per leggere la volontà di Dio attraverso i suoi messaggi profetici e spesso enigmatici. Le sue fonti non furono gli storici latini classici, ma i padri della Chiesa: Gerolamo, Eusebio, Orosio i più utilizzati. Versioni molto partigiane, in effetti, della storia passata (Storia contro i pagani è il titolo delle storie di Eusebio) che contenevano descrizioni stereotipate (come quelle di Nerone e Diocleziano, nemici dei Cristiani), ma di grande impatto per la mentalità medievale e che permarranno a lungo (forse ancora oggi) nell’immaginario della civiltà occidentale. Circa cinquemila e seicento anni vennero riassunti nel primo libro delle Storie dei Franchi, poche righe dedicate a Cristo, altrettante a Costantino e Teodosio. La rassegna era serrata, precipitosa in più punti, rassomigliava più ad un elenco di date che a un discorso; qualche frenata ogni tanto per riferire episodi che appaiono a noi moderni del tutto insignificanti. Gregorio era ancora un acerbo scrittore e la struttura della sua opera ne risentì, tanto era sproporzionata e spesso incoerente. Più i tempi si avvicinavano ai suoi, più la storia si concentrò nell’ambito della Gallia, più il discorso si metteva a fuoco, e fatti e personaggi non sfilavano più come fugaci maschere nel teatro della Storia, ma diventavano progressivamente attori più credibili e dal carattere meglio definito. Il primo grande eroe che si presentò nella Storia dei Franchi fu il re Clodoveo, convertito al cristianesimo e vincitore dei Goti, assistito dal santo vescovo Martino. Gli stessi antenati di Gregorio dovettero assistere alla presa di Clermont, nel 507, che lo stesso Clodoveo strappò ai Visigoti. Dio partecipò e portò al trionfo il re Merovingio che non lesinava di certo stragi e tradimenti. Gregorio omise qualsiasi giudizio morale sui crimini di questo despota barbaro, poiché di fatto li giustificava in nome dell’affermazione del Cristianesimo e dell’ordine politico e militare; tali valori erano da preferire sopra a tutto e il loro raggiungimento poteva ben valere l’utilizzo di mezzi anche contrari ai principi cattolici. Il Dio che traspare da queste pagine non è quello dell’Antico né del Nuovo Testamento, ma un Dio barbaro, guerriero, epico, immorale[6].

I primi quattro libri delle Storie si concludono con l’assassinio di Sigeberto I, l’ennesimo debole re, negli anni in cui Gregorio giungeva a Tours, quando ormai i gloriosi tempi di Clodoveo erano da molto svaniti e i suoi successori insanguinavano le terre divise senza mai ottenere ordine e unità e offrendo il fianco alle invasioni di altri popoli. E davvero pare che, secondo Gregorio (che comunque esplicitamente non lo ammette), il merito di Clodoveo risiedesse soltanto nel fatto di aver sterminato tutti i parenti e gli avversari[7] pur di mantenere ordine e unità del regno, e che i successi ottenuti altro non fossero che il giusto premio ricevuto da Dio. Si avvicendavano, nei racconti di Gregorio, re e regine sanguinari, martiri e santi, e caldi ricordi della sua infanzia, in quei giorni “peggiori di quelli delle persecuzioni di Diocleziano[8]”. Il padre Florenzio, morto troppo presto, fece in tempo a trasmettergli l’amore e il rispetto per le reliquie, che significavano, tutto sommato, conforto morale in un mondo di incertezze. Alla sua morte Gregorio ereditò dal padre alcune di queste reliquie, che conservò gelosamente fino alla morte. La madre (mater venerabilis), invece, ricordata più volte, rimase tutta la vita a Clermont e le rare volte in cui la incontrava erano per lui motivo di grande gioia, e ciò traspare chiaramente sia nella Storia che in altri scritti suoi[9]. Nelle stesse pagine Gregorio ricordò con affetto il tutore Nicezio[10] e lo zio Gallo vescovo di Clermont (poi diventato santo), che lo visitò quando, ancora bambino, giaceva a letto malato. Ricordi, quindi, che rari appaiono nella trama del passato che il vescovo di Tours rievoca in questi primi quattro libri. Il successivo libro non è più un’opera di storia, ma una cronaca dei tempi presenti. Gregorio dettò al suo copista non più avvenimenti passati recuperati da fonti scritte o da ricordi personali, ma i presenti avvenimenti di cui fu diretto testimone, spesso da protagonista; con l’ultima prefazione scritta al quinto libro, sembra accomiatarsi dalla storia per cominciare la cronaca. Un’ultima esaltazione di Clodoveo e del suo regno servì ad esempio per l’esortazione che Gregorio fece ai nuovi regnanti, per rinverdire i fasti di quel glorioso e antico condottiero. Dopodiché i tempi presenti; nient’altro che una confusa rete di voci e di episodi slegati che non portano a nulla, ma che ci donano il Gregorio di Tours più limpido, testimone esemplare del suo tempo.

A quarant’anni Gregorio, vescovo di una importante città, cominciava a trovarsi meno smarrito tra i pericoli e i tranelli che affioravano da ogni angolo e ad ogni strada. Aveva compreso che in tale situazione l’elemento più importante era l’informazione, la conoscenza, e per questo motivo raccoglieva notizie di ogni genere sia a corte, sia nelle vie di Tours, sia nei sinodi ecclesiastici; non tanto per arricchire la sua storia, ma semplicemente per garantire a sé la propria sopravvivenza. Che poi le informazioni ottenute fossero riversate nella seconda parte delle sue Storie, ciò era del tutto marginale. E nelle dense pagine dei successivi cinque libri, trovarono spazio tutte le informazioni, attendibili o meno, raccolte in giro nei quindici anni successivi.

Gontrano e Childeberto IIL’odiato re Chilperico, capace solo di originare discordie e guerre civili, esempio di cattivo condottiero, contrastava il pupillo di Gregorio, l’unico che apparve ai suoi occhi degno delle gesta del mitico Clodoveo, il re Gontrano, proprio colui che bussò alla basilica di San Martino per chiedere rifugio dalla furia omicida dei suoi nemici. In quell’occasione Gregorio ebbe la possibilità di approfondire la conoscenza di Gontrano, aumentandone la fiducia e l’entusiasmo, riconoscendo in lui il protetto da Dio. Ma ben presto anche il progetto di Gontrano, all’alba dell’ultimo decennio del secolo, dovette fallire e a Gregorio non rimase nemmeno la speranza, mentre inesorabili e caotici, proseguivano uno dopo l’altro gli avvenimenti, dei quali ancora una volta non riuscì a decifrare il senso.

È vero che forse, nelle ultime pagine della sua opera[11], affiora la vaga sensazione di Gregorio che il mondo si avvicinasse alla fine, che tutto sommato un percorso coerente sembrava ripresentarsi: si moltiplicavano, infatti, epidemie, pestilenze, carestie, inquietanti segni del cielo, eclissi di Sole annunciatrici di terribili disgrazie; Gregorio citò il Vangelo: “Ci saranno carestie e terremoti ovunque[12]”. Erano davvero quelli i primi segni dell’avvento dell’Apocalisse? Anche qui Gregorio non prese posizione, preferì solo testimoniare, non azzardò ipotesi. Ma se della fine del mondo imminente non aveva certezze, della sua fine sentiva l’approssimarsi. Occorreva chiudere al più presto l’opera storica che aveva composto lungo gran parte della sua esistenza. Uno sguardo ancora alle preziose reliquie che egli stesso aveva ritrovate per caso nell’antica basilica qualche anno prima[13], e a quelle che aveva ereditato, lo avrà forse riportato all’amata Clermont e al ricordo del padre, così devoto a quei sacri tesori.

Stanco, ormai vecchio e malato, cosciente della indecifrabilità del senso delle vicende umane e della volontà divina, smarrito in un’oscurità che in tutta la sua vita non accennò a schiarirsi, si accontentò di lasciare testimonianza di quell’inquietudine, di quei suoi tempi incerti e senza senso, rinunciando a qualsiasi interpretazione. No, nemmeno un epilogo avrebbe avuto una funzione, una qualche utilità, in una storia del non-senso. Meglio chiudere così, ex abrupto, proprio allora che le forze fisiche e mentali venivano meno. Il momento ormai era giunto; dettò, allora, al proprio copista, con flebile voce le ultime parole: “Ho scritto dieci libri di Storie, sette di Miracoli, un libro intorno alle Vite dei Padri…


[1] Historia Francorum, Prefatio,  tr. it. Massimo Oldoni, Storia dei Franchi, Napoli, Liguori, 2001, p. 7.

[2] Historia Francorum (II,1) traduzione dell’autore.

[3] Historia Francorum (X, XVIII).

[4] Historia Francorum (I,1).

[5] Historia Francorum, Prefatio.

[6] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 39.

[7] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 38.

[8] Historia Francorum (IV, 47).

[9] Vedi ad esempio il Liber in Gloria Confessorum 3.

[10] Historia Francorum, (IV, 36).

[11] Historia Francorum, (X, 25) e (X, 30).

[12] Matteo, 24, 7-8.

[13] Historia Francorum (X, XVIII).

Oct 062009
 

Segue la serie di articoli di Alessio Miglietta sulla vita degli storici, stavolta ci presenta Jules Michelet.

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Jules Michelet, la storia del popolo

Storia della Rivoluzione Francese, 1847-1853


Le dispute socialiste, le idee che oggi sono credute nuove e paradossali, si agitarono nel seno del Cristianesimo e della Rivoluzione.

Jules Michelet[1]

 

La caratteristica principale, più evidente che mi ha colpito nel mio lungo studio sul popolo è che, pur in mezzo ai disordini dell’abbandono, ai vizi della  miseria, vi ho trovato una ricchezza di  sentimenti e una bontà di cuore molto rara nelle classi ricche.

Jules Michelet[2]

Jules MicheletIl 18 novembre 1853, un signore malato, che già da qualche anno aveva superato la cinquantina, passeggiava sulla scogliera di Nervi, vicino Genova. Quel signore, guardato con diffidenza dai pescatori indigeni, era francese; e non era un francese qualunque. Era un esule illustre; non solo: era il più grande storico vivente, l’indefesso difensore del popolo e della Francia. Era Jules Michelet, lo storico della Rivoluzione, l’inventore del Rinascimento[3]. Un esule volontario, d’accordo; ma un professore scacciato dalla sua università, emarginato dal potere, osteggiato e maltrattato per le sue idee, non è forse in esilio? Sì, Jules Michelet lo era, e sperava di trovare nel bel clima ligure, nella sua gente laboriosa, la giusta tranquillità per riprendersi dai dolori fisici e dell’anima. Ma il desiderio di scrivere e, soprattutto, di studiare costumi e radici storiche dei popoli, lo indusse ad interessarsi alla vita e alle condizioni dei Liguri, poveri pescatori e “zappatori di una terra secca e grigia che dà soprattutto sassi[4]”. L’indigenza degli abitanti lo portò a definire Nervi il “paese della fame[5]”, ma dal quel fango, da quella miseria, credette di intravedere l’oro del popolo, l’onestà e la rettitudine di chi è abituato da generazioni a fare i conti con le numerose rinunce. “Stranieri che venite in Italia a cercare le arti, imparate una grande arte, quella di soffrire e di astenersi. Riportatene la pazienza[6]”.

Oltre allo stoico popolo ligure, Michelet pose la sua attenzione sull’altro elemento principe di quella terra: il mare, così importante per il ruolo che rivestiva nella storia, sociale o economica che fosse, e così affascinante agli occhi dell’uomo, per la sua stessa natura e per la sua maestosa bellezza. Assistette, rapito, ad una tempesta: lo storico, attirato dai marosi, scese “tra i vicoli tortuosi, tra gli alti palazzi”, sulla “cornice di nere rocce vulcaniche che delimitavano la riva”, “spesso a strapiombo sul mare[7]”, e raggiunto il punto più vicino possibile alle acque salmastre si assicurò ad un muretto di pietra, appoggiandosi su di esso, per evitare di essere travolto dal vento; e lì, stordito dalle correnti d’aria e dagli schizzi delle onde, rimase incantato ad osservare “il contrasto diabolico tra la neve ribollente del mare in questa lava così nera[8].” E mentre assisteva alla violenza terribile e sublime della natura, riprendeva energie preziose, spese negli ultimi anni a realizzare la più ambiziosa delle sue opere: aveva appena ultimato il sesto e ultimo volume del suo affresco sulla Rivoluzione Francese, frutto di anni di duro lavoro e di totale dedizione. Mentre in tutta Europa soffiava il vento della Rivoluzione, nel pieno dei moti del quarantotto, il non più giovane Michelet partecipava alle generali, giovani, istanze di ribellione contro il potere autocratico e sclerotizzato, nel modo che più gli si confaceva: scrivere di storia, raccontare la prima e più grande sommossa del popolo contro l’ancien régime, tenere lezioni accademiche d’ispirazione riformatrice e illuminista. Già a quell’epoca progettava uno studio sui protagonisti del Quarantotto, che sarà pubblicato postumo col titolo di Les soldats de la Revolution, e su quelli che considerava i nuovi veri rivoluzionari: i patrioti italiani che, ironia della sorte, trovarono in Napoleone III il loro più acerrimo nemico[9].

Il mare non cessava di scaricare sulla costa la sua immane potenza. Ma la vera tempesta era tutta interiore: “contro venti e maree, attraverso ogni sorta di avvenimenti, l’opera mia procedette sino alla fine, sanguinante, tanto più vivente, una di anima e di spirito, senza che le dure traversie della sorte l’abbiano fatta deviare dalla sua linea prima. Gli ostacoli, lungi dall’arrestare, concorsero[10]”. Ma ormai l’opera era compiuta, lo sforzo aveva dato i suoi frutti: era tempo per un consuntivo della sua vita e della sua carriera, per un nuovo inizio, per una Rinascita.

Jules Michelet nacque a Parigi, il 21 agosto 1798, da una famiglia di tipografi emigrati nella capitale francese durante gli anni della Rivoluzione, che fecero presto fortuna; ben nota è la grande fioritura che, a quei tempi, ebbe la stampa periodica di opinione[11]: anche in questo senso si può affermare che il piccolo Jules fu figlio di quel vento fresco di libertà. Il padre gli raccontò sovente episodi della Rivoluzione, ai quali assistette personalmente. La libertà durò, purtroppo, molto poco: nel 1800 Napoleone Bonaparte soppresse i giornali, causando la rovina della famiglia Michelet.

Fu educato da un collega del padre, ex maestro di scuola, che gli trasmise la passione rivoluzionaria, ma una sommaria formazione. Con estremi sacrifici, i genitori consentirono al giovane Jules di poter frequentare il Collegio Carlomagno, dove si distinse nonostante i modesti mezzi economici. Cominciò qui, frequentando gli studenti provenienti da famiglie ricche, con i quali ingaggiò una spietata competizione, la sua diffidenza verso la classe più agiata e la sua accesa simpatia nei confronti degli strati più deboli della società.

Egli stesso ci racconta di come è nata in lui la passione per la storia e, in particolare, per il medioevo. Durante una visita al Musée des Monuments français ebbe “per la prima volta l’impressione viva della storia”. Sentiva “quei morti attraverso i marmi e non fu senza un certo terrore” che s’insinuò “sotto le basse volte in cui dormivano Dagoberto, Cilperico e Fredegonda”. La passione va coltivata, il talento sottoposto al sacrificio dello studio e dell’esercizio: iniziò così un periodo di lavoro incessante e faticoso.

Nel 1819 concluse i suoi studi con la tesi di dottorato su Le vite parallele di Plutarco. Pochi anni dopo conobbe il futuro collega e compagno Quinet, autore anch’egli di una Storia della Rivoluzione e futura vittima della mannaia censoria di Napoleone III.

Dopo essersi guadagnato da vivere come precettore, per anni, nel 1827 Michelet venne nominato professore di filosofia e di storia a l’Ecole Normale Supérieure. L’anno precedente pubblicava Tableaux chronoligique de l’histoire moderne (1453-1648), mentre nel 1831 ultimerà una Storia della Repubblica Romana, con alcune pagine memorabili sui Gracchi[12]. Una delle sue opere più note cominciò ad uscire, volume dopo volume, dal 1833 fino al 1844: l’Histoire de France, l’ambizioso progetto di una storia completa della sua nazione.

Non fu solamente come scrittore che Jules Michelet ottenne la celebrità e i consensi, fu anche la sua opera di professore, grazie ai memorabili corsi tenuti al Collège de France, spalla a spalla con i repubblicani Edgar Quinet, Guizot e Mickiewicz: l’Italia nel Rinascimento (1839), la Storia Moderna (1842), una nuova interpretazione del medioevo (1842) e uno studio polemico sulla Compagnia di Gesù (1843). L’ultimo di questi corsi guastò i suoi rapporti, già incrinati, con il regime. Il 14 aprile 1845, quando Michelet aveva da poco cominciato il suo nuovo corso sullo spirito della Rivoluzione, un’interpellanza alla Camera di Parigi contro le attività, giudicate sovversive, sue e del suo amico Quinet, inaugurava un periodo di aperti contrasti con l’autorità. Fu di questi tempi, infatti, la sua iscrizione al partito repubblicano.

Mentre il Popolo, dichiarazione d’amore verso la piccola borghesia, vedeva la luce, nel 1846, i corsi di Quinet venivano sospesi; in questo contesto drammatico, alla vigilia di una nuova e inevitabile rivoluzione (quella del 1848), osservato da mille occhi conservatori e censori, Michelet cominciò a scrivere l’opera che l’avrebbe immortalato, più di ogni altra: la Storia della Rivoluzione Francese, che uscì con i suoi primi due volumi nel febbraio del ’47, i successivi tre nel 1850, gli ultimi, sul Terrore, in un piovoso gennaio del 1853.Honore Daumier, The Uprising

Jules Michelet fu storico di parte, è noto, e non è nostra intenzione giudicare se si tratti di quella giusta, visto che pensiamo di dover trattare la Storia con il massimo di obiettività di cui siamo capaci. Abbiamo già detto che la Storia è una montagna[13]: ognuno la osserva dal proprio punto di vista e non è possibile concludere quale sia quello più indicato. Una montagna, sì, come quella che si parò davanti a Michelet poco prima di scrivere la sua Rivoluzione Francese, durante un’escursione. Gli ricordò, quella roccia deforme e imponente, la montagna, altrettanto oscura, dei dogmi della Chiesa che fino alla Rivoluzione aveva soggiogato il popolo e la sua libertà. Era la montagna, pensava Michelet, eretta durante i secoli bui del Medioevo, durante il quale “la libertà e la giustizia abdicarono in favore della grazia[14]”. Quel Medioevo che a lungo aveva studiato e che consegnò ai posteri come quel periodo truculento e oscurantista che ancora oggi fa parte dell’immaginario collettivo, vittima di quel giudizio stereotipato, tipico di chi scrive di storia senza obiettività.

La Storia è spesso lotta, prevaricazione, conflitto: la dicotomia che regge il mondo, il contrasto di cui la storia prende linfa è, per lo storico francese, la battaglia tra oppressori e oppressi, tra ricchi e indigenti, che in occidente si traduce nella lotta tra Cristianesimo e Rivoluzione; uno precede l’altra, una combatte l’altro. “La Rivoluzione continua il Cristianesimo, ed essa lo contraddice. Essa ne è ad un tempo l’erede e l’avversario[15]”. Un Cristianesimo aspramente criticato da Michelet che non ne comprende il dogma del peccato originale e ne critica l’utilizzo cinico del concetto di giudizio eterno: per lo storico il vero giorno del Giudizio è già arrivato, ed è quello della Rivoluzione. Non è sempre questione di cifre, certo, ma come paragonare le innumerevoli morti inflitte dalla Sacra Inquisizione con le poche del Terrore? O come tentare di porre allo stessa stregua le stragi durante le lotte dottrinali del XVI secolo con i caduti durante l’89?

Luigi XIV, che si proclamava un Dio in terra, divorava il denaro del popolo; il successore Luigi XV esaurì ciò che il bisnonno aveva lasciato: anche la natura si ribellò a questa voracità e all’esagerato sfruttamento, e smise di donare copiosamente i suoi frutti. Il popolo era alla fame e il re diventava sempre più impopolare, circolavano leggende e voci terribili sul destino dei sempre più numerosi carcerati: i sudditi avevano paura del sovrano, lo ritenevano un mostro. Se Luigi XIV era Dio, Luigi XV era il Diavolo in persona. Sorgevano, a quell’epoca, i Buffon, i Voltaire, i Rousseau, i veri padri della Rivoluzione, gli illuministi. Clero e nobiltà alzarono gli scudi, ma se i primi avevano pochi argomenti, i secondi, ormai da secoli lontani dai campi di battaglia, ove si guadagnavano i titoli e i privilegi di cui potevano poi disporre, alzarono le mani impotenti. Vivere nobilmente oramai significava soltanto non far niente.

Che fece Luigi XVI? Costruì prigioni, per riempirle. Come si può allora accusare la Rivoluzione di essere malvagia, quando essa ha contrastato ben altre malvagità? Il principio che mosse la Rivoluzione fu un principio di pace: che colpa ne ebbe se dovette difendersi dal “mondo congiurato[16]”, reazionario, con la forza? Gli storici avevano da sempre confuso quella strenua e legittima difesa come la Rivoluzione stessa, ma sbagliarono: essa fu molto di più, anzi, fu altra cosa. La Rivoluzione fu l’ispiratrice dei grandi principi, fondamento della società umana, che rendono ogni individuo veramente emancipato. E tra tutti i grandi principi, quello della fratellanza è il primus inter pares, la Stella Polare. La Rivoluzione aveva intenti del tutto pacifici e giusti ma fu costretta ad armarsi per non soccombere, a trasformarsi in Terrore. “Ah! povera Rivoluzione, si fidente nel tuo primo giorno, avevi convitato il mondo all’amore ed alla pace[17]”. Forse fu per colpa di cattivi ispiratori, che spesso si dividevano in fazioni avverse che indebolivano il movimento, che non meritavano la fiducia del popolo[18]. Un popolo che allora aveva raggiunto vette altissime di consapevolezza e che si faceva, per la prima volta, protagonista della vita pubblica. Il popolo della Restaurazione, invece, aveva assistito alla tirannide senza opporsi, “debole, disarmato, preparato alla tentazione”, insomma: corrotto. Ma la “giovane sorella” del 1848, simile in molti elementi alla prima, grande, Rivoluzione, riaccese i cuori e le menti dei cittadini, i quali trovarono negli antichi protagonisti dell’89, i modelli a cui ispirarsi, nei quali identificarsi, quasi come se quegli eventi non fossero passati, ma fossero al contrario vivi nel presente. E forse ciò fu un limite più che una risorsa, poiché la Storia può essere anche cattiva maestra, se si ritiene erroneamente che essa si ripeta senza variazioni di sorta, priva di sviluppi, avulsa dal contesto che muta necessariamente e, per i componenti in gioco di estrema complessità, non potrà giammai ripetersi. Anche questo aveva intuito Michelet (lo ha imparato l’uomo occidentale del 2000, quando parla di comunismo e fascismo?): la rivoluzione del ’48 fallì anche per questo motivo[19]; occorreva, dunque, guardare in avanti, con ottimismo, poiché il popolo, grazie anche all’educazione e all’incivilimento, avrebbe saputo, un giorno, vincere l’ultima battaglia contro i prevaricatori, contro i potentati religiosi ed economici, e avrebbe potuto finalmente autodeterminarsi.

Non restava, dunque, che guardare il mare di Nervi ancora per un istante e poi ripartire per Parigi, all’università, per proseguire la missione di acculturazione dei cittadini attraverso l’arma più potente che la Rivoluzione avrebbe mai potuto utilizzare: l’insegnamento.

Alessio Miglietta


[1] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, p. III).

[2] Jules Michelet, Le peuple, Paris, 18.. (tr. it. M. Meriggi, Il popolo, Rizzoli, p. 48)

[3] Michelet fu il primo storico ad utilizzare consapevolmente il termine “Renaissance” per indicare la grande rinascita culturale del XV e XVI secolo.

[4] Jules Michelet, Le pays de la faim, 1854, IV.

[5] Cfr. Jules Michelet , Le pays de la faim, 1854.

[6] Jules Michelet, Le pays de la faim, Paris, 1854, VII.

[7] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[8] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[9]Fratelli d’Italia è la Marsigliese del 1848”, da Jules Michelet, Le soldats de la Revolution, Paris, Calmann Lévy, 1878, p. 227.

[10] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

[11] Cfr. Alessio Miglietta, Un prodotto popolare, in Gaspare Armato e Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Genova, 2009, p. 227-235.

[12] Jules Michelet, Histoire romaine: république.

[13] Vedi supra p. 8.

[14] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[15] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[16] Jules Michelet, La Rivoluzione Francese, introduzione del 1847.

[17] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[18] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[19] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

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Altri articoli di Alessio Miglietta:

Vite (di storici): Gaetano de Sanctis.

Sep 182009
 

Ricevo da Alessio Miglietta e pubblico con piacere un suo intervento sulla vita di alcuni famosi storici. Il primo, di una serie, è dedicato a Gaetano De Sanctis.

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Vite (di storici)

 

Ogni vera storia è storia contemporanea.
Benedetto Croce[1]

Vita magistra historiae.
Gaetano De Sanctis

Prefazione

Socrate“Vite (di storici)”, parafrasando Svetonio[2], vuole essere una breve rassegna del pensiero e dell’opera di studiosi che, in epoche diverse, si sono occupati delle vicende umane passate, compiendo, al contempo, un’analisi storiografica ricca di chiari e diretti riferimenti al proprio formato culturale e alle proprie esperienze esistenziali.

Scrivere di Storia, infatti, significa anzitutto scrivere del passato con gli occhi del presente: molto spesso le opere di storiografia dicono più del proprio autore e della relativa epoca, di quanto riescano a dire sui fatti oggetto di analisi.

Si cercherà, quindi, d’individuare questo aspetto della produzione storiografica, attraverso lo studio delle opere (spesso ci si soffermerà su una in particolare) e delle vicende personali di alcuni dei più significativi e illustri esponenti della Scienza Nuova. Si è deciso di cominciare con un grande protagonista della scuola italiana di storia antica, greca in particolare, attivo soprattutto nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale: Gaetano De Sanctis. Strenuo difensore dei valori cattolici e democratici, fu, tra l’altro, uno di quei dodici professori che rifiutarono il giuramento al regime fascista.. Proprio questo evento drammatico portò lo storico ad elaborare una sentita e personalissima interpretazione della storia greca antica, che divenne un vero e proprio manifesto contro le limitazioni alla libertà individuale: la “Storia dei Greci[3], pubblicata nel 1939, alla vigilia del secondo conflitto mondiale e in pieno regime fascista.

Non a caso, fu proprio Gaetano De Sanctis, riprendendo una celebre, e sovente abusata, frase di Cicerone[4], a dichiarare: Vita magistra historiae.

A questo proposito, la metafora di Edward H. Carr[5] chiarisce, con semplicità, il tema che si vuole affrontare in questi brevi scritti, relativo alla soggettività dell’interpretazione storiografica: una montagna, pur mantenendo la sua forma oggettiva, può essere descritta, a seconda del punto di vista dell’osservatore (che può variare in distanza e prospettiva), in innumerevoli versioni soggettive, tutte differenti tra loro ma tutte egualmente veritiere.

Si può quindi concludere, senza timore di esser smentiti, che l’opera storica può più facilmente consentire al lettore di comprendere il pensiero e la mentalità dell’epoca in cui la stessa è stata scritta, di quanto possa fare nei riguardi dell’epoca sulla quale l’opera è stata scritta. Non è forse vero che La storia delle Crociate di Michaud[6] dice più sull’uomo romantico che su quello medievale?

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Gaetano de Sanctis, la storia come percorso di libertà

Storia dei Greci, 1939

La questione del giuramento [fascista] per me non è soltanto questione politica, ma anche, soprattutto, questione morale.
Gaetano De Sanctis[7]

Sopra le leggi scritte sono le leggi
non scritte, ma eterne. Questo mi ha insegnato per primo Socrate.

Gaetano De Sanctis[8]

Gaetano De SanctisImperversava, in Germania, intorno alla metà dell’Ottocento, una scuola di studiosi di storia antica che soleva individuare un nesso diretto tra il concetto di libertà e il procedere della storia. La storia dei Greci terminava, sempre a parere di questa scuola, con l’evento che, di volta in volta, gli storici individuavano come momento interruttivo della libertà e dell’autonomia delle poleis greche. Venne così variamente individuato il termine dell’esperienza storica del popolo greco antico, a volte nella battaglia di Cheronea, altre volte nella vittoria di Filippo di Macedonia su Atene e Tebe.

Gaetano De Sanctis si formò proprio all’ombra di quella scuola, ma sviluppò ulteriormente la teoria dello stretto legame tra storia e libertà, individuando nella tensione tra libertà personale e Stato, il momento finale della storia di un popolo: per questo motivo la sua “Storia dei Greci” s’interrompe con il processo e la condanna di Socrate da parte degli Ateniesi. De Sanctis dedicherà la propria attività di studioso proprio a questa concezione, attraverso un’opera complessiva incentrata in particolar modo sull’evoluzione della cultura e del pensiero. I suoi eroi, infatti, saranno gli acuti filosofi e i grandi statisti, più che i coraggiosi condottieri e i carismatici generali.

Gaetano de Sanctis nacque a Roma il 15 ottobre 1870, quando l’eco del cannone che fece breccia a Porta Pia ancora risuonava nella città eterna, ultimo baluardo del dominio Pontificio. Pio IX si ritirava sdegnato in San Pietro, inaugurando un lungo periodo di totale chiusura nei confronti della giovane monarchia italiana.

Vittorioso, l’anticlericalismo s’insediava in ogni sede del potere e dell’amministrazione romana. I Savoia imposero immediatamente alle famiglie aristocratiche romane e ai funzionari dell’amministrazione il giuramento di fedeltà alla monarchia. La famiglia De Sanctis, con coerenza, rifiutò di giurare; i parenti dell’appena nato Gaetano persero ogni privilegio, ogni potere e, con quelli, anche il lavoro. La carriera del padre fu troncata senza esitazioni e il piccolo Gaetano fu costretto a trascorrere un’infanzia di sacrifici e privazioni, quasi nell’indigenza. Il comportamento della famiglia, come risulta evidente dagli stessi scritti dello storico, gli servì da esempio e segnò non poco il suo pensiero: molti anni dopo anch’egli prenderà la coraggiosa decisione di rifiutare di prestare giuramento di fedeltà ad un regime contrario ai suoi ideali, in nome della libertà di pensiero.

Dopo la formazione a Roma, all’età di trent’anni, Gaetano de Sanctis ottenne la cattedra di Storia Antica all’università di Torino, dove insegnò ininterrottamente, fino al 1929.

Fu quindi a Torino che il professore, convinto sostenitore del partito popolare, accolse con seria preoccupazione la notizia dell’ascesa al potere del fascismo: “il 22 ottobre il re spergiuro capitolò a fronte di un avventuriero[9]. La sua posizione di netta contrarietà al fascismo fu immediata e rimase fermissima per tutto il ventennio, come fu sempre ferma la sua avversione nei confronti di quei liberali che, dal 1924 in poi, rimasero soli al governo coi fascisti.

Nella sua autobiografia, leggiamo un giudizio sprezzante su Mussolini, in chiave, peraltro, storiografica: “Debbo riconoscere che la tirannide ha storicamente una funzione nelle vicende dei popoli. Quando un regime invecchiato si irrigidisce e marcisce […] in generale avviene che […] il passaggio tra i vecchi e i nuovi regimi sia segnato da avventurieri più o meno abili che, senza averne bene consapevolezza, abbattono le istituzioni vecchie e preparano la via alle nuove. […] Disgraziatamente il duce era ben lontano dalla genialità di un Napoleone o di un Pisistrato[10].”

Nel marzo del 1923, ebbe occasione di conoscere direttamente il duce che lo aveva convocato, insieme al collega Colonnetti, per discutere delle sovvenzioni statali necessarie al mantenimento dell’università di Torino. Lo storico romano ne riporta i dettagli, non senza una punta di sarcasmo: “Mussolini ci ricevette, come allora soleva, in piedi, con tight e gambali di cuoio, in veste cioè di perfetto cavallerizzo. […] A me fece, nella movimentata conversazione che seguì, particolarmente l’impressione di un attore [..]. Certo dall’istrionismo non sono mai liberi i tiranni. […] “Quanto volete dunque?” “Un milione.” Rispose Colonnetti […]. “Non è possibile.” rispose Mussolini. “Allora noi il 27 di questo mese chiuderemo gli sportelli.” […] “Ve lo proibisco.” “Quel che voi dite”, riprese imperterrito Colonnetti, “significa che voi ci darete i mezzi per provvedere ai pagamenti.” Il duce rispose: “Mettetevi d’accordo col ministro Gentile.” Il colloquio era terminato, e la vittoria nostra era pienissima[11].

Il colpo di Stato del 1925, che limitò drasticamente la libertà di parola e di pensiero, non indusse ancora Gaetano de Sanctis a prendere una posizione ufficiale nei confronti del regime. Nonostante le insistenze di alcuni colleghi e amici, mantenne l’incarico di membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. La gioia e la fiducia che aveva suscitato, in tanti cattolici italiani, la conciliazione dello stato fascista con la Chiesa, si erano ben presto spente davanti alla svolta autoritaria del fascismo. Lo stesso sentimento nutriva Gaetano de Sanctis che, se da una parte decideva di non opporsi ancora frontalmente alla dittatura, dall’altra, sicuro della precarietà delle tirannidi, ripeteva a bassa voce e a denti stretti: nihil violento durabile.Gaetano De Sanctis, Storia dei greci

Nel 1929 fu chiamato a sostituire il maestro Beloch alla cattedra di Storia Greca dell’università di Roma. Proprio a quell’epoca il regime si preparava a un deciso giro di vite nei confronti degli intellettuali antifascisti.

La prima iniziativa in tal senso fu quella dei professori universitari, vicini ideologicamente al regime, che pubblicarono il manifesto di fede fascista. A ciò rispose l’iniziativa di Benedetto Croce con un manifesto dalle opposte intenzioni. Gaetano De Sanctis lo firmò, sebbene non condividesse per nulla l’impostazione liberale e anticlericale. Ma la tirannide era sempre in cerca di nuove vie di dominio: su suggerimento di Giovanni Gentile, il duce in persona pretese il giuramento al regime di tutti i professori universitari; per chi rifiuta, pronto il licenziamento.

Gaetano De Sanctis ricevette nel suo studio il foglio dattiloscritto con l’intimazione di firmarlo: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria ed al Regime Fascista”.

Rifiutò recisamente: “il giuramento non poteva essere accettato da professori probi e di retta coscienza[12].” La motivazione non poteva essere più chiara e netta: il giuramento fascista era contrario alla libertà di pensiero e ai principi cristiani. Giovanni Gentile, reale ideatore di questa imposizione, insistette non poco affinché l’illustre storico, cocciuto idealista, firmasse quelle carte. Si trattava, tutto sommato, diceva il ministro del duce, solo di questioni politiche, aliene al mondo dei puri intellettuali. Ma per il professor De Sanctis era soprattutto una questione morale: consegnò, infatti, le sue dimissioni alle autorità accademiche, che, con eccessivo zelo, lo sospesero senz’altro da ogni attività e interruppero immediatamente i relativi emolumenti.

Gaetano De Sanctis conservò ancora i suoi incarichi presso le istituzioni private. Ma non era ancora finita. Tra l’estate e l’autunno del 1938 arrivarono anche in Italia le leggi razziali. Le potentissime lobby ebraiche d’Inghilterra e Stati Uniti d’America, paesi che fino ad allora perseguivano una politica di amicizia nei confronti del fascismo, reagirono con sdegno. Le istituzioni di cultura italiane, finora escluse dalle imposizioni governative, dovettero espellere tutti i membri non ariani e non fascisti. Gaetano De Sanctis ricevette un nuovo ultimatum: o presentava dichiarazione scritta di appartenenza alla razza ariana e alla fede cattolica o sarebbe stato allontanato dalle associazioni di storia e archeologia. De Sanctis, non solo consegnò la dichiarazione in bianco, sebbene fosse cattolico, ma aiutò e sostenne i propri allievi ebrei. Fu costretto, così, al completo isolamento culturale; era il 1939.

In quell’anno, mentre la Germania nazista cominciava il suo progetto di espansione territoriale e di guerra, Gaetano De Sanctis pubblicava la sua Storia dei Greci, insieme opera di dottrina e di pensiero. Lo storico pose al centro della sua dissertazione la polis e la sua autonoma struttura; un’organizzazione sociale, peculiare del popolo greco, che solo semplicisticamente può essere tradotta in “città” o “città-stato”. La polis fu molto di più. Non c’é quindi da stupirsi se molti storici ritennero di individuare nella fine delle poleis la fine della storia del popolo greco. De Sanctis ne era convinto; individuò nel processo a Socrate l’inizio del declino della polis più rappresentativa, almeno dal punto di vista culturale, dell’universo di piccole autonomie della realtà della Grecia classica. Ne uscì un testo storico concepito come analisi della storia greca come un’unità sostanziale, anche se somma di singole realtà. Non era, peraltro, la prima volta che lo storico dedicava uno studio ad Atene[13], ma, in questo caso, volle comprendere anche tutte le altre poleis. Come sempre, dedicò ampio spazio ai fatti di cultura, dedicando interi capitoli a personaggi come Omero, Eschilo, Sofocle, Fidia, Tucidide e il già menzionato Socrate. Ed è proprio Socrate a essere protagonista dell’ultimo, fondamentale, capitolo, spesso definito, e a ragione, “una professione di fede“. Quello stesso Socrate che, in varie occasioni, viene da De Sanctis accostato a Gesù: “Cristo e Socrate vinti in apparenza, sono stati in realtà vittoriosi dei loro giudici e carnefici. Anzi precisamente la loro sconfitta apparente, cioè la loro morte, è stata il suggello e il pegno della loro vittoria[14].Il primo che morì per aver reso liberamente testimonianza a un’idea nobilissima rifiutandosi fino all’ultimo a un qualsiasi compromesso che l’attenuasse o la negasse, il protomartire nella storia del pensiero europeo, così ricca di martiri, fu Socrate[15]. Ma il protagonista di questi scritti non è né Socrate, né Gesù: è lo stesso Gaetano De Sanctis che, fedele alle sue idee e coerente fino alle estreme conseguenze, si era sacrificato in nome degli stessi principi di libertà che avevano sostenuto i martiri della Storia.

Nihil violento durabile: arrivò il 1943 e, con esso, la disfatta fascista. L’anno seguente lo storico romano fu reintegrato e nominato professore a vita. Dal 1950 fu senatore a vita della Repubblica.

Nella primavera del 1957, dopo lunga malattia, il grande storico si spense. Rimase, fino all’ultimo respiro, fedele all’idea dell’immortalità individuale, che fu di Socrate e di Cristo; le sue ultime parole ne sono la più chiara testimonianza: “Ora sta per cominciare la vera mia vita.

Opere principali di Gaetano De Sanctis: Per la scienza dell’antichità, 1909; Atthis, 1912; Problemi di storia antica, 1932; Storia dei Greci, 2 voll., 1939; Storia dei Romani, 8 tomi, 1907-1964, gli ultimi tre postumi; Pericle, 1944; Studi di storia della storiografia greca, 1951. Postuma la pubblicazione di alcune lezioni tenute nel secondo dopoguerra: Ricerche sulla storiografia siceliota, 1958; La guerra sociale, 1976 e l’autobiografico Ricordi della mia vita, 1970. Gli Scritti minori (6 voll.) sono stati pubblicati nel 1970-1983.

Bibliografia

Carmine Ampolo, Storie greche, Torino, Einaudi, 1997, pp.162.

M. Bettalli, A. L. D’Agata, A. Magnetto, Storia greca, Roma, Carocci, 2006, pp. 341.

Lorenzo Braccesi, Guida allo studio della storia greca, Bari, Laterza, 2005, pp.195.

Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, pp. 269.

Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, p. 505.

Gaetano De Sanctis, Il diario segreto (1917-1933), Milano, Le Monnier, 1996, pp. 228.

Lelia Cracco Ruggini, La Storia Antica oggi, in AAVV, Storia Antica, a cura di Lelia Cracco Ruggini, Bologna, Il Mulino, 1996, pp.383.

Bibliografia aNobii di “Vite (di storici)”.


[1]              Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, Milano, Adelphi, 2001, p. 14.

[2]              Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum.

[3]              Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, pp. 505.

[4]              “Historia magistra vitae”, Cicerone, De oratore, II, 36.

[5]              Edward H. Carr, What is History?, Cambridge, 1961.

[6]              Michaud, Histoire des Croisades, Paris, 1822.

[7]              Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.

[8]              Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.

[9]              Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 131.

[10]             Gaetano de Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 134.

[11]             Gaetano de Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 135-138.

[12]             Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.

[13]             Atthis, 1912.

[14]             Gaetano De Sanctis, Il diario segreto (1917-1933), Milano, Le Monnier, 1996, p. 207.

[15]             Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, p. 501.

Dec 012008
 

Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563La storiografia francese ci insegna, fra le altre cose, che per meglio comprendere la storia bisogna interrogare i più disparati documenti, siano essi di origine economica, che politica, che sociale, che culturale e via dicendo. Ebbene, dopo la testimonianza di Marina, stavolta mi rivolgo ad Alessio Miglietta, che conosco oramai da diversi anni, e che trascorre le sue giornate immerso nei libri, investigando, analizzando il passato con una diligenza davvero ammirevole. 

 

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?

Una delle mie ragioni di vita, la mia maestra insieme all’arte e la letteratura. L’unica via che conosco verso la comprensione della realtà umana. Historia magistra vitae, e, come scriveva Gaetano De Sanctis, Vita magistra historiae. Questo non va mai dimenticato.

 

Credi che in Italia vi sia consapevolezza storica?

A volte sì e a volte no: la “consapevolezza” storica è presente nelle persone, generalmente, solo quando questa sembra avere un particolare carattere, mentre spesso queste stesse persone ne sono prive nel contesto universale. Mi spiego: mentre nella generalità dei casi si tendono a dimenticare le esperienze del passato, in alcuni ambiti e situazioni queste emergono prepotentemente. Si pensi ad esempio alla questione della contrapposizione, obsoleta nei fatti e ormai slegata dall’attuale situazione storica, tra comunisti e anticomunisti o tra fascisti e antifascisti. Checché ne dicano i sostenitori di una o l’altra fazione (che ostinatamente si legano a situazioni storiche che non esistono più come tali, mi riferisco soprattutto alle versioni che respingono le ideologie opposte, in una parola gli “anti”), questo tipo di dispute sono concernenti, anche se inconsapevolmente, fatti e situazioni abbondantemente passati. Sono consapevoli dei fatti drammatici che appartengono al secolo scorso, ma non riescono a razionalizzarli come fenomeni storici e li identificano ancora come punti di riferimento attuali. In realtà i meccanismi  storico-politici si sono sviluppati in altra direzione, ma nonostante questo, molti Italiani, in questo caso, continuano ad individuare nella Storia la propria contemporaneità. Non giudico se tutto ciò sia un male o un bene in assoluto (potrebbe benissimo essere più che giusto riproporre il passato per riportarlo in vita), registro solo il fenomeno.

 

Se la Storia è un corso e ricorso, in quale epoca inseriresti la nostra?

Non credo che la Storia sia un corso e ricorso. Penso che ogni epoca abbia un specificità assoluta e che le vicende umane siano troppo complesse per poter individuare delle “ricorrenze” o dei cicli storici definiti, almeno come concepiti da Vico in poi. Credo che sia importante, in tutte le materie, non solo in quella storica, diffidare delle semplificazioni. La Storia ha più di una finalità: sicuramente ha anche quella di individuare nel passato esperienze e meccanismi che possano aiutare a comprendere il presente, ma ciò non significa che, seppur con molta approssimazione, si possano trovare analogie calzanti in condizioni così complesse.

In sintesi la mia risposta è: non inserirei la nostra epoca in nessun’altra, poiché la nostra è unica ed irripetibile.

 

Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?

Dipende da chi ne parla. La Storia la può rivedere solo lo storico, gli altri possono commentarla, tutt’al più. Chi esprime idee di parte, o non è uno storico o è un cattivo storico. Un conto, certamente, è invece possedere un particolare formato culturale, una mentalità propria dell’epoca in cui si opera, influssi ambientali, che, ovviamente, sono ineluttabili. Lo sono per i matematici o per i fisici, figuriamoci se non sono determinanti anche per gli storici.

Il revisionismo storico è non solo importante, ma necessario. Rifiutarlo a priori, di qualunque argomento tratti, significherebbe presupporre le stesse “idee politiche e di parte” di cui si vorrebbe accusare colui che la revisione storica ha proposto.

 

Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in nazioni, paesi, debba andare oltre?

Dipende da quale periodo storico si parla, soprattutto. Non tutta la Storia si delinea sul concetto di nazione, anzi direi una minima parte. Il discorso, invece, diventa universale quando tocca le culture differenti. In quel caso credo che la Storia debba andare oltre. In particolare, per quanto riguarda la formazione in Italia (dalle elementari alle università), ritengo che non sia accettabile che ancora oggi sussista l’enorme lacuna nei programmi sugli studi storici delle civiltà non occidentali come l’Islamica, le Precolombiane, la Cinese, la Giapponese, l’Africana etc. Qui la Storia avrebbe moltissimo da insegnare, soprattutto in  un momento come questo in cui il problema del rapporto con l’alterità è così cruciale. 

 

C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri paesi europei, in generale?

Inevitabilmente, visto come è trattata la ricerca scientifica nel nostro paese. Alcune eccezioni individuali (di grandi storici ne abbiamo a decine oggi in Italia) non sono sufficienti per poter parlare di una grande scuola storica in Italia, negli ultimi anni. In Europa è forse superfluo segnalare la scuola francese (la patria della Storia) che, non solo, è molto più supportata dal governo, ma è anche molto apprezzata dal pubblico colto che (cosa inimmaginabile nel nostro Bel Paese) addirittura può trovare gli ultimi numeri delle Annales nelle librerie. 

 

Perché proporre ai giovani studiare maggiormente Storia, a cosa potrebbe servirgli?

Se studiare significa fare ricerca, ai giovani sarà utile per qualunque esperienza di vita o di lavoro dovranno affrontare. Se studiare significa ripetere le lezioni, affrontare delle interrogazioni, memorizzare date e nozioni slegate dai concetti e da una visione ampia e consapevole, ciò non serve a nulla; meglio trascorrere il tempo in modo più produttivo. La Storia si studia negli archivi, nelle biblioteche, nei musei, nelle città, nei siti archeologici come negli edifici storici. In aula ci si dovrebbe andare solo per trovarsi insieme, studenti e professore, e uscirne immediatamente… Il Sapere è fuori.

 

Come si dovrebbe analizzare la Storia?

Senza pregiudizi, o almeno con meno pregiudizi possibili. Con rigore e sempre sulla base di documenti, che devono essere vagliati e presi per quello che sono: una fonte che dice delle cose, ma che in realtà ne sottende ben altre e diverse. 

 

Un libro che consiglieresti, oggi, così, senza pensarci due volte.

Risposta difficile, poiché tenderei a consigliare un libro piuttosto che un altro a seconda di chi dovrebbe leggerlo.

Un libro scritto chiaramente, e magistralmente realizzato, che aiuta a rimuovere i tanti luoghi comuni sul Medioevo è: Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Einaudi.

Può dire molto sui nuovi metodi storiografici, in particolare sulla Nouvelle Histoire delle Annales, sulle nuove idee e, naturalmente, dà un’idea precisa delle conoscenze che attualmente possediamo sul Medioevo.