Il medioevo dei Giochi

In Italia continua a prendere largo una certa forma di ostruzionismo nei confronti di un unico settore, quello del gioco. Un atteggiamento proibizionista, complesso e delicato, nei confronti di un settore paragonato, per le vincite in denaro, a quello del tabacco e dell’alcol: crea dipendenza, quindi va combattuto. Questo è stato l’assunto di fondo da cui è partito il nuovo governo giallo-verde, senza però sottolineare la pericolosità maggiore di due settori sopracitati rispetto al mondo del cosiddetto “azzardo”.

La dipendenza da alcol e tabacco porta alla morte, che è la tappa ultima della patologia. Fortunatamente la dipendenza dal gioco d’azzardo, questa patologia, no. Se non altro non a causa della dipendenza. Ma tutto ciò comunque non è una giustificazione: il gioco d’azzardo ha delle problematicità intrinseche che non devono far distogliere l’attenzione dai suoi rischi e dalla necessità di curare questo settore con particolari premure, d’accordo col Legislatore e con strutture sanitarie preposte alla cura di soggetti che vivono la problematicità del gioco. L’evidenza statistica e l’evidenza scientifica però non giustificano l’approccio avuto dal nuovo governo nei confronti di una materia complessa, anche se non in Italia, il paese in cui sono oltre 430mila i deceduti all’anno per abuso di sostanze alcoliche o legate al tabacco ma dove si continua a fare la guerra all’unico di questi prodotti che non provoca il decesso: il gioco, trattato peggio.

Peggio anche grazie all’introduzione di un Decreto, definito Dignità ma che di dignitoso ha poco per i paradossi di fondo che lo muovono, e che vieta assolutamente la pubblicità oltre ad introdurre una serie di limitazioni, locali e nazionali, volte a far scomparire l’offerta di gioco dal Paese. Solo quella legale, però. Da luglio 2019, tra meno di un anno e a 365 giorni dall’approvazione del decreto, quando scadranno gli accordi presi prima dell’approvazione del disegno di legge, nei pubblici esercizi italiani non potranno più essere promossi prodotti di gioco con vincita in denaro, mentre continuerà invece incontrastata la pubblicizzazione di prodotti alcolici, a base di tabacco e anche cannabis. Un paradosso nel paradosso.

In varie località della Penisola verranno fatte fuori slot machine ed altri prodotti di gioco, legali,  causa di leggi regionali che ne determinano l’irregolarità sul territorio: in quel preciso momento sarà riaperta la strada, spianata stavolta dallo Stato, per il ritorno del gioco illecito e del proliferare dell’offerta illegale. Un evidente paradosso tutto italiano, in cui un prodotto statale viene classificato come illegittimo da una branchia dello stato stesso, qual è la regione. E poi il distanziometro apre la porta ad un altro dibattito.

Storicamente il proibizionismo ha fallito, inefficace e fallace come si è alla lunga dimostrato. Il distanziometro oggi, però, rappresenta il vero mezzo inefficace e fallace, se non altro da un punto di vista tecnico. Ed anche qui parlano i dati. L’ultima indagine, l’ennesima conferma, si è avuta in Puglia, nelle ultime settimane, in occasione di un dibattito sulla legge regionale contro il gioco pubblico. In questa occasione l’Istituto Eurispes ha evidenziato la pericolosità dell’approccio restrittivo adottato dalla Regione, sia in termini di occupazione, sia in termini di economia. Ma prima ancora, come già detto, il distanziometro ha un errore tecnico che si porta dietro, perché non in grado di perseguire gli scopi che sono, o dovrebbero, essere gli stessi dell’amministrazione pubblica che lo adotta. Questo perché finisce per vietare quasi completamente l’offerta di Stato. Le finalità degli enti regionali sono dirette alla prevenzione e al contrasto delle dipendenze da gioco, come potrebbe un divieto semi-totale sull’offerta di gioco legale e controllata, cioè disciplinata dallo Stato, funzionare in maniera sciolta e utile?

Si è scelta la strada della repressione e dell’ostruzionismo, senza nemmeno prendere in considerazione l’analisi, il confronto, il dialogo. Sia a livello locale, sia a livello nazionale. E per fortuna che nel nostro paese si parla di Industria 4.0: ma chi se ne occuperà, se nessuno è in grado e se si pensa solo a leggi che vietano e bloccano il progresso, ma non lo anticipano mai. Divieti, e non soluzioni. Sottosviluppo, forse, è il termine giusto.

 

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