Aug 302015
 

Le sue strade sono lastricate di cultura,
mentre le strade delle altre città sono ricoperte semplicemente di asfalto.” (1)

Vienna val bene una flânerie, un vagabondare alla scoperta della “personalità” della città, un modo per superare quel turismo di massa oramai senza senso, quel visitare mordi e fuggi la Cattedrale di Santo Stefano, l’Hofburg, l’Albertina, il Palazzo del principe Eugenio di Savoia, il castello di Schönbrunn, o il Prater o ancora l’Hotel Sacher, un gioco destinato a un passato che voleva un visitatore poco attento al palpitare della vita quotidiana.

Solo in un far flanella senza tempo e senza destino puoi assaporare la vera quotidianità di un popolo, fuori dai circuiti turistici, là dove puoi stringere la mano a un operaio ungherese ringraziandolo per darti indicazioni stradali, chiedere a un gentiluomo slovacco dove ha comprato quel determinato libro che attira la tua attenzione, e poi la vicina di casa, viennese, che trovandoti per le scale della casa che hai preso in affitto per qualche mese, ti invita a un caffè e insegnarti due frasi in tedesco. La Vienna multietnica di un tempo è presente ancora oggi, è la parte da conoscere.

Café Central, Vienna

Café Central, Vienna

Allora Vienna rivela il suo lato più umano, quello che si palesa quando si girovaga privi di una ben precisa meta, fra vie viuzze piazze quartieri, e si ha tempo per sedersi in un caffè, magari al Central che vide Robert Musil o Joseph Roth o Peter Altenberg, quest’ultimo senza dimora fissa come te, e scambi due parole con il cameriere o intavoli una discussione in inglese con il forestiero che hai accanto, pure lui nomade come te, avanti negli anni, accingendosi a scrivere dei suoi viaggi per una rivista on-line olandese.

Museums Quartier, Vienna

Museums Quartier, Vienna

La flânerie dovrebbe esser parte integrante della vita post-moderna, in quest’epoca mobile più di prima, in cui i giovani di tutto il mondo si incontrano e scambiano cultura relazioni sogni propositi abbracci e baci, seduti in un “estroso” divano al Museums Quartier. Luogo che il poeta Joseph Richter diceva “…residenza ove stanno i cavalli dell’imperatore, essi sono meglio alloggiati dell’imperatore stesso” (2). Lentamente acquisisci il tempo per te stesso, risultato di una coscienza che prende forma dall’io interiore, che man mano si spoglia di falsa e inutile materialità. Pertanto, sostare nella sala d’entrata del Mumok è momento per cercare di identificare, altresì, gli innumerevoli idiomi e dialetti che ascolti accanto a te, e ti vien voglia di approfondire.

Automobili classiche, Vienna

Automobili classiche, Vienna

È così che un flâneur s’immerge nel vibrare di una città, andando per vie poco battute dalla massa, mettendosi per stradine che a malapena sanno gli stessi residenti, scontrandosi con scene di un prossimo film che lentamente prende forma alla voce gutturale tedesca: “ciak, si gira”. Ti rendi conto che è possibile ambientare nel presente un passato imperiale, maestoso, che sembra tuttavia vivo, e che se non fosse per gli abiti e per gli oggetti di diverso disegno, potresti dire star vivendo nel Novecento. Anni, quei primi del XX secolo, che hanno visto la forza rivoluzionaria delle idee di Freud, Klimt, Wittgenstein, Schiele, Roth, Mahler, e tanti altri, testimoni di una splendida epoca di cui cerco respirare l’essenza nell’aura che circonda gli edifici dove hanno soggiornato.

Marco d'Aviano

Marco d’Aviano

Vedi! Vedi come l’energia di una realtà ti avvolge e inconscio ti porta dove lei desidera: perché è lei che dirige il tuo andare. E stavolta vuole che tu scopra nella Chiesa dei Cappuccini la tomba di un frate italiano che pochi conoscono e che tanta importanza ha avuto nella storia d’Europa. Qualcuno dice che l’ha salvata dagli ottomani, qualche altro invece afferma che tutto si deve al polacco Jan Sobieski o a Carlo V di Lorena… ma noi siamo fra coloro che brindano con un cappuccino alla sua salute (»»qua la storiella a lui legata). Era il settembre 1683, per poco non parlavo il turco o chissà l’arabo. Nobili lingue, per carità.

Johannes Gutenberg

Johannes Gutenberg

Che bello, c’è anche lui! Grazie Johannes, i tuoi caratteri mobili e i tuoi torchi hanno dato un’accelerata alla storia occidentale (»»qua). Ecco, di te, caro tedesco di Magonza, mi sono ricordato quando ti ho incontrato in quella statua a due passi dalla cattedrale di Santo Stefano. Seduti sul tuo piedistallo degli ignari turisti spegnevano i mozziconi di sigarette sul tuo marmo, sconoscendo di sicuro che la guida turistica nelle loro mani si deve proprio alla tua creatività. Ah, come l’uomo dimentica sovente il passato e s’inganna della propria superiorità rispetto all’altro!

Mariahilferstrasse, Vienna

Mariahilferstrasse, Vienna

Il flâneur passa per Leopoldstadt, distretto povero di Vienna, poi per il Prater, ambiente dei senzatetto, poi ancora per i caffè, dove è di casa, dove s’incontra per leggere il giornale o concludere un affare, dove gioca a scacchi, dove ordina un bicchiere di idromele.” (3)

Cambiano i tempi, i percorsi della vita si modernizzano alla velocità della luce e allora Mariahilferstrasse è una di quelle zone commerciali per eccellenza, zona pedonale dove fra biciclette compratori affannati e americani con un caffè di Starbucks nella mano, qualcuno corre alla ricerca di un gelato vegano da Bortolotti. Di vegani e vegetariani Vienna oggi è piena, l’offerta di prodotti è vasta e assortita. Pensare che in quell’area, all’epoca del primo assedio di Vienna, 1529, da parte di Solimano il Magnifico, pascolavano liberamente mucche cavalli e buoi.

Luna piena, Vienna, Agosto 2015

Luna piena, Vienna, Agosto 2015

Attardo il passo, guardo in alto e Vienna mi regala a metà Agosto una grande luminosa luna piena, mentre accendo in ritardo due candele di ritorno a casa – è venerdì di Shabbat -, in un quartiere pieno di stranieri in cui le lingue si mescolano, le culture intrecciano i fili e si divertono a confondere le origini, se mai ne avessero. Vienna multietnica è anche questo, l’aver accettato il diverso, lo straniero, e lo noti, fra l’altro, negli abbracci degli studenti di colore quando si ritrovano, o nel tram in cui un locale lascia il posto a un anziano che vedi dalla pelle non esser di qua. Il passato è una memoria tuttavia viva, una storia che non si può ignorare, un prodotto che viene da lontano.

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– 1. Karl Kraus, Elogio della vita a rovescio, Ed. Studio Tesi, Pordenone, 1988, pag. 14.
– 2. in Martin Haller, Pferde unter dem Doppeladler, Georg Olms, 2002, S. 60.
– 3. Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 61.

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Il senso storico del flâneur

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Jul 072015
 
FotóRiporter, 2006-4

FotóRiporter, 2006-4

Scrivere sul concetto di Mitteleuropa e consigliare qualche testo è impresa ardua e difficile, ché come il Danubio, fluido mutevole instabile, il termine è uno “stimolo” della storia, di una storia multinazionale, che supera confini ed eccezioni, ma che comprende eccezioni e confini.

Nel nostro immaginario collettivo, è rappresentata dall’efficienza burocratica austro-ungarica, da un’amministrazione rigida e funzionante, dai severi gendarmi baffuti, dai caffè che caldi accolgono il viandante vuoi a Vienna a Budapest, come a Praga o a Trieste, dagli alti campanili a cipolla delle chiese stile barocco, e sicuramente anche dall’operetta e dal valzer.

Ma Mitteleuropa era, è, altresì arcobaleno di pensieri idee nozioni, espressione Occidentale e Orientale nello stesso tempo, era, è, identità individualità temperamento multiculturalità. Mitteleuropa era, è, una certa comunanza di arte storia politica letteratura, un gioco che coinvolgeva e coinvolge i sentimenti di paesi quali la Germania, l’Austria, la Slovacchia, l’Ungheria, la Serbia, la Bulgaria, la Romania, e vari altri ancora.

E il Danubio potrebbe rappresentare la spina dorsale di molteplici mondi che prendono il cuore dell’Europa centrale e che potrebbero essere avvicinati da affinità sociali, storiche, culturali, da una lotta rappresentata contro l’impero ottomano del XVI-XVII sec., contro la Russia del XVIII-XIX-XX sec., contro le idee rivoluzionarie dell’Illuminismo del Settecento.

La cultura danubiana è una fortezza che offre grande rifugio quando ci si sente minacciati dal mondo, aggrediti dalla vita e timorosi di perdersi nella realtà infida, sicché ci si chiude in casa, dietro le carte e i protocolli d’ufficio, nella biblioteca, intorno all’abete natalizio di Stifter, chiusi nel ruvido e caldo loden.” (1)

Friedrich Naumann, 1913 ca.

Friedrich Naumann, 1913 ca.

Concetto, Mitteleuropa, entrato in crisi con la caduta dei grandi imperi centrali, Austro-Ungarico in particolare, mutato e ampliato con la fine della Guerra Fredda del secolo scorso. A tal pro, interessante il saggio del triestino Arduino Agnelli (1932-2004), La genesi dell’idea di Mitteleuropa (1971), per meglio capire l’oggi.

In ogni caso, faticoso, faticoso da definire un concetto che cambiava con il mutare dei tempi, del corso degli eventi, della politica, un concetto oggi ampliato territorialmente che investe peraltro economie di mercato, avendo attraversato il Pangermanesimo di Friedrich Naumann (1860-1919) che teorizzava la necessità di una federazione di stati centro-europei, federazione economica e culturale, il cui perno centrale fosse la Germania e l’Austria-Ungheria, con aperture verso Ovest ed Est (famosa la sua opera Mitteleuropa del 1915).

Un concreto rilievo ebbe, almeno dalla fine del XIX secolo fino all’avvento del nazismo in Germania, la comunità ebraica vissuta in quelle regioni, che dette impulso non solo all’economia, ma anche alla letteratura, una letteratura risultato di provenienze e nazionalità ben diverse.

Ricordando le parole dello scrittore ungherese György Konrád nel suo The Dream of Central Europe (1984), la Mitteleuropa è:

“… una sensibilità estetica che permette la complessità e il multilinguismo, una strategia che si appoggia sulla comprensione anche del nemico mortale…”, uno spirito che “consiste accettare la pluralità come un valore in sé e per sé…”. (2)

Claudio Magris, Danubio

A questo punto non ci resta che approfondire l’argomento viaggiando per quei paesi (alcuni) che compongono la “Terra di mezzo europea”, magari con il pesante volume del triestino, scrittore e germanista, Claudio Magris, Danubio, del 1986, seguendo il corso del lungo fiume dalle sorgenti tedesche allo sfocio delle sue acque nel Mar Negro, un cammino di oltre 2.800 km. che abbraccia storia letteratura ricordi pensieri miti.

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Massimo Libardi, Fernando Orlandi, Mitteleuropa. Mito, letteratura, filosofia

Mitteleuropa. Mito, letteratura, filosofia di Massimo Libardi e Fernando Orlandi, un testo che ci porta nelle accezioni del termine nato nell’Ottocento e reso famoso da Friedrich Naumann, nell’entità geografica e politica, interpretazioni per cercare di definire uno spazio che va oltre la fisicità del territorio, per entrare nelle forze inquiete dei luoghi.

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Igor Fiatti, La mitteleuropa nella letteratura contemporanea

E giacché oggi il termine Mitteleuropa viene associato più a un intorno intellettuale che territoriale (sic), ecco il libro di Igor Fiatti, La mitteleuropa nella letteratura contemporanea. Necessario per comprendere quel variopinto mosaico, che va dal centro alle periferie, composto dalle più disparate lingue e conoscenze, quel mosaico in cui il tedesco doveva, una volta, essere legame, in cui le diverse realtà nazionali, nelle continue tensioni, si esprimevano a loro modo.

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– 1. Claudio Magris, Danubio, Garzanti, 2011, ed. Kindle pos. 2366.
– 2. in Sara B. Young, Cultural Memory Studies: An International and Interdisciplinary Handbook, a cura di Astrid Erll, Ansgar Nünning, ed. De Gruyter, 2010, pag. 40.

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Sep 182014
 
Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Il cammino tecnologico è giunto a tal punto che basta avere un computer e una connessione internet per ammirare le più belle opere d’arte, facendo sì che spazio e tempo si identifichino con un presente che permette meglio raccogliere le memorie del passato.

Sicché, per assaporare i lavori di un dato pittore, basta giocare con i tasti del nostro pc e scegliere la meta, una meta che si rivelerà ai nostri occhi addirittura con didascalie, descrizioni, suggerimenti, informazioni varie. Il tutto comodamente da casa nostra, con la capacità, inoltre, di ampliare l’immagine ed entrare in minuzie che talvolta sfuggono.

Ma tale riproducibilità tecnica, seppur di grande aiuto nella comunicazione della cultura, è priva di un quid, priva, per dirla con Walter Benjamin (1892-1940), dell’aura, quella stessa aura mancante quando lui scriveva sulla diffusione della fotografia e del cinema nella prima metà del Novecento. Un concetto, a mio avviso, tuttavia valido.

“[…] L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto, questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa.
Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico.
[…]
Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un unico evento una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” (1)

Ché solo “vedendo” un’opera d’arte nella propria tangibilità fisica e, magari, nello spazio per cui è stata creata, solo allora si riuscirà a entrare nello studio di una “creazione” in cui l’aura che la identifica si manifesta e percepisce. Chiaramente non sempre è possibile, cosicché l’aiuto offerto dai nuovi mezzi di comunicazione può avvicinarci a quelle testimonianze storiche che dovrebbero far parte del nostro bagaglio formativo.

Eppure la tecnica, come accennavamo prima:

“[…] può, mediante la fotografia, rivelare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere a piacimento il suo punto di vista, ma non all’occhio umano, oppure con l’aiuto di certi procedimenti come l’ingrandimento o la ripresa al rallentatore, può cogliere immagini che si sottraggono interamente all’ottica naturale.” (2)

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Il quadro in questione, quello di sopra di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), La lavandaia, del 1734 ca., è dunque solo una scusa – potrebbe esser stato un altro – per comprendere la testimonianza di Benjamin, un lavoro, quello del francese, che parla di una quotidianità storica del XVIII secolo.

La scena a sfondo familiare ha l’abilità di metterci in ascolto, un ascolto “osservativo” che prende anima e corpo, isolandoci dal nostro tempo e trasportandoci in un mondo che non poche connessioni ha con il nostro presente, un gioco di rimandi che agevola un dialogo fra tela e spettatore, fra un’energia – aura – che viene dall’ieri e la nostra, quella dell’oggi tecnologico.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Il racconto si svolge all’interno di una umile casa, dove due donne, prese in diversa prospettiva, sono attente ai loro lavori domestici, mentre un bambino gioca con bolle di sapone – ci ricorda un altro suo lavoro dello stesso periodo, 1733-’34 ca. appunto Bolle di sapone – , e un gatto abbellisce ancor più l’insieme. Un dipinto pieno di particolari che gli conferiscono una preziosità davvero unica e singolare che può meglio esser analizzata se lo ampliamo grazie alle nuove tecniche.

Sovviene alla mente, fra l’altro, La lavandaia di Giacomo Ceruti, più o meno coevo, 1736 ca.

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– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998, kindle pos. 100 e segg.
– 2. Walter Benjamin, op. cit., kindle pos. 88 e segg.

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Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto […] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

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– 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
– 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
– 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
– 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

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Nov 212013
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo.

Un argomento, uno dei tanti di questo ebook, che ci aiuta a capire l’importanza dei giochi economici in un’economia sempre mutevole e varia, che oramai interessa l’intero globo, prodotto della Rivoluzione industriale inglese del Settecento.

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Oct 112013
 

L’istruzione non sparge semi dentro di noi,
ma fa sì che i nostri semi germoglino.
(1)

Il concetto è sempre lo stesso, la scuola deve favorire lo sviluppo dei giovani, deve agevolare la crescita e l’evoluzione delle loro tendenze, delle loro aspirazioni, deve, in poche parole, far sì che si compiano le loro vocazioni, vuoi letterarie, artistiche, e via dicendo. Ma la nostra organizzazione sociale è fondata su propositi ancora legati alla Rivoluzione industriale del Settecento, su fini per lo più materiali, tralasciando la parte emotiva, fantasiosa, creativa.

Lo dice bene Sir Ken Robinson in questo video:

Bisogna rompere i vecchi paradigmi con i quali siamo cresciuti, andare oltre le vecchie idee, offrire ai ragazzi la possibilità di giocare con le proprie ambizioni, favorendo e fornendo loro ciò che possa aiutarli, eliminando per prima cosa i “giudizi” e le valutazioni poco incoraggianti.

Perché la scuola sembra esser oggi:

“… quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio.” (2)

È ancora illuminante Ken Robinson quando ci invita a “uscire dalla valle della morte educativa” odierna, stimolando, fra l’altro, il potere dell’immaginazione e della creatività:

E tutto parte dal coinvolgere lo studente nella propria inclinazione, nella propria passione, metterlo ancor più nella propria curiosità, aiutandolo a comprendere come crescere, anche spiritualmente, nel migliore dei modi. Una scuola, in poche parole, più individuale, personale, una istruzione attenta al particolare, al talento del singolo.

E nel processo interviene anche la famiglia, la società in generale, il luogo dove il ragazzo matura, che hanno il compito di dare una mano nel rimuovere, prima di tutto, pregiudizi preconcetti tabù, forme negative di pensiero, parzialità…

Che lo studio sia importante, importantissimo, su questo non si discute, ma non bisogna considerare l’apprendimento come un processo industriale, non si possono sformare laureati come fossero lastre di ferro o macchine, uno Stato non deve basare la propria evoluzione dalla quantità di dottori e avvocati che ogni anno raggiungono la loro meta, o dal numero di ingegneri e architetti, nel momento in cui buona parte di costoro hanno studiato per compiacere al padre alla famiglia alle tradizioni, o calcolato a priori che un medico guadagna economicamente più di un agricoltore (!) o un idraulico è valutato socialmente (sic) meno che un notaio. In tutto ciò, dove risiede la felicità e la gioia di apprendere per appagare la curiosità e sviluppare le proprie attitudini?

*****
– 1. Kahlil Gibran, Massime spirituali, Newton Compton, 1993.
– 2. Maria Montessori, citato in Claudio Nutrito, I due magnifici insolenti, Effepi Libri, 2011, p. 68.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

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Oct 042013
 

Nelle varie sfaccettature e angolature con cui abbiamo affrontato e affrontiamo gli argomenti storici in questo blog, uno dei punti che risalta sempre alla vista è la memoria storica, il continuum degli eventi che caratterizza l’esistenza dell’essere umano su questa Terra, relazioni e interrelazioni di cui dobbiamo tener conto se desideriamo aver una visione quanto più completa di un insieme. Non a caso, per esempio, nella Bibbia la parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben centosessantanove volte (1). Un rilievo che ci permette comprendere che siamo – anche ma non solo – prodotto delle decisioni dei nostri avi e l’importanza del ricordo.

Tutte le storie hanno un inizio, un principio. Il principio della mia storia si perde nel limbo… “.

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Qualcuno va esplorando le radici della propria famiglia, le migrazioni che la hanno interessato, della gente cui appartiene, del cognome che porta, prepara complicati alberi genealogici, qualche altro ritorna sui passi delle tradizioni di un “evento”, magari musicale, giacché “suonando ho capito che per conoscere te stesso devi conoscere il passato, è per sapere dove vai, è per sapere dove sei stato”, dicono (min. 6:26) nel seguente film-documentario di Martin Scorsese del 2003, Dal Mali al Mississippi (Feel Like Going Home), in cui il chitarrista blues Corey Harris ripercorre le strade americane per raggiungere il Mali, in Africa, terra madre dei grandi del blues.

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La necessità risiede nel non perdere i contatti con le nostre origini, con quell’energia che si è trasformata nel tempo dando vita al nostro presente, cammino che non dovremmo dimenticare, né criticare (»»qua). Costumi, tradizioni, riti, rituali, usanze, folclore, leggende che si evolvono e che poggiano le basi su un passato a volte lasciato nel dimenticatoio.

Sia come sia, sia chi sia:

Ricerca non vuol dire possesso della verità o dipendenza della verità da una tradizione o da una rivelazione, ma vuol dire che l’uomo si rende conto che la verità non è mai conclusa e che deve essere oggetto di continua investigazione. L’atteggiamento mentale del ricercatore è dunque caratterizzato dal fatto che egli non si considera in possesso della saggezza, della sophìa, ma si sente sempre in cammino verso una mèta che, nella sua perfetta totalità, è irraggiungibile […]” (2).

Nella nostra investigazione bisogna tener in conto tutto, ogni cosa ogni oggetto (»»qua) ogni dettaglio, dalle lettere di una volta, alle statue cittadine dell’Ottocento alle registrazioni di battesimo o a quelle di morte, dai contratti di compravendita ai cocci del vaso etrusco ritrovato per caso mentre si lavoravano i campi, nulla deve sfuggire sia pur l’ossidata vanga piena di terra che custodisce gelosamente il nonno per richiamare alla mente la sua giovinezza passata a lavorare con sforzo. Non dimenticando l’oralità degli avvenimenti, quelli che un antenato o nostro padre hanno tramandato nei racconti verbali, restando impressi in un video o in una vecchia cassetta registrata con la loro voce (»»qua). Documenti storici che ci permettono entrare nelle mentalità delle epoche, fornendoci un legame fra ieri e oggi.

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Serve dunque, per esempio, analizzare l’evoluzione di uno specifico attrezzo, o di una singola parola o espressione, di un gesto che viene da lontano e caratterizza un italiano uno spagnolo un americano. Così come serve ricordare il modo e la maniera come i nostri genitori si rivolgevano a noi, i loro consigli, in che modo preparavano un pranzo festivo, come addobbavano la casa a Natale. La memoria è un muscolo che bisogna allenare, diceva qualcuno, e ancor più è una realtà che necessitiamo per affrontare le sfide odierne e dare il meglio di noi… e se abbiamo memoria degli “errori” (non credo siano errori!) nostri e altrui, allora potremmo agevolare il nostro vivere.

Ben vengano dunque rievocazioni storiche, sfilate, cortei, purché ben costruiti e documentati, sono d’aiuto a preparare il terreno per ulteriori approfondimenti e avvicinare ragazzi e meno “ragazzi” alla storia locale. Sì, storia locale, ché la Storia è fatta principalmente da piccoli quotidiani celati eventi che talvolta sfuggono alla nostra attenzione e hanno rilevanza più di quanto crediamo.

Per giochi di memoria, ritorna alla mente Walter Benjamin e il suo Angelo della Storia, quello di Paul Klee per intenderci, raffigurazione piena di significato, quello che lui amava tanto che se lo porterà dietro in ogni sua peregrinazione, significando, fra l’altro, che la storia non ci abbandona mai (»»qua).

S’è iniziato questo articolo con un video colmo di domande, si chiuderà con un invito a osar cambiare prospettiva, punti di vista, punti di riferimento:

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– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.
– 2. Enzo Paci, Storia del pensiero presocratico, ed. Radio Italiana, 1957.

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Sep 292013
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Che importanza ha avuto la creatività nello sviluppo della società come la conosciamo oggi? Che cosa diceva al proposito Cartesio? E lo Steve Jobs dei nostri giorni? È la creatività di ieri uguale a quella di oggi, che cosa è cambiato?

Uno dei tanti argomenti trattati in questo ebook che apre le porte alla Rivoluzione industriale del Settecento.

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Sep 212013
 

Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898), in arte Lewis Carroll, vissuto in Epoca Vittoriana, fu un matematico britannico che si divertiva a scrivere e creare personaggi, fra cui White Rabbit (1862), ovvero Coniglio Bianco, ovvero ancora Bianconiglio, che appare ne Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865), un simpatico personaggio con un panciotto.
Che cosa c’entra Carroll, la matematica e il suo Bianconiglio con noi?

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Grazie a lui, Alice scopre un “mondo pieno di stranezze”, grazie alla curiosità, grazie ancora all’attenzione verso i piccoli eventi quotidiani.

Non ho tempo”, e guardiamo l’orologio.
È tardi”, e guardiamo l’orologio.
Non ora, dopo”, e guardiamo l’orologio.
Oddio, sono le sette”, e guardiamo l’orologio.

Insomma, senza orologio non possiamo vivere!
Ma nell’era del telefonino, serve ancora l’orologio, l’orologio come lo intendevamo una volta, da mettere al polso e guardare spesso per i nostri affanni quotidiani? Già, perché l’ora la possiamo ben leggere nel display del nuovo aggeggio che da qualche decennio abbiamo sempre a portata di mano, più preciso, senza bisogno di dargli la “corda”, così almeno fanno i giovanissimi e i giovani, mentre quelli di una certa età, forse, siano ancora legati alle lancette.

Cosimo I de’ Medici, Maso di San Friano, XVI sec.

Immagino Cosimo I de’ Medici (1519-1574), con quell’innovativo apparato in mano pensare essere un “uomo tecnologico”, con ciò che potrebbe essere stato uno dei primi esempi – non il primo – di orologio da tasca; siamo a metà del XVI secolo, epoca di un Rinascimento che oramai inizia a consumarsi, pur restando quell’influenza che perdura ancora oggi.

Bottega orologiaia, Jan van der Straat, XVI sec.

Sembra che Norimberga e Asburgo siano state città da cui provenivano, nel Cinquecento, buoni aggeggi (1), e proprio di Norimberga era Peter Henlein (1485-1542), abile artigiano che si divertiva a giocare con questi meccanismi. Orologi che, appesi con una catenella o un nastro al collo o agli abiti, segnavano solo l’ora, non ancora i minuti, che doveva essere “attualizzata”.

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Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno” (2): l’ispettore di polizia Jacques Clouseau – inizialmente interpretato da Peter Seller -, che ricordiamo in una famosa serie cinematografica, aveva bisogno, per prendere l’assassino, di sincronizzare gli orologi nell’epoca in cui ancora non erano pronti quelli al quarzo, venuti poi a fine anni Sessanta.

Magia, pura magia potrebbe sembrare lo scorrere del tempo, qualcosa di soprannaturale, divino.
E la sapeva lunga il filosofo Paul-Henri Thiry d’Holbach (1723-1789), collaboratore dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, quando annotava, in piena epoca illuminista, sotto pseudonimo di Jean-Baptiste Mirabaud:

«Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi risponderà: “Uno spirito”.
Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere l’universo: vi risponderanno: “Uno spirito”.» (3)

Non bisogna pur dimenticare l’importanza “urbana” che gli orologi hanno avuto nella vita quotidiana, dal Medioevo al Rinascimento in poi, come quello della Torre Civica di Chioggia o quello di Bassano del Grappa, i cui rintocchi regolavano le attività lavorative e perfino la chiusura e apertura delle porte cittadine. Qualcuno di essi ancora funzionante.

Giocherelliamo con i secoli, saltiamo in piena Rivoluzione francese.
Mentre Luigi XVI (1774-1792), ammiratore di Abraham Louis Breguet (1747-1823), famoso orologiaio svizzero – l’azienda produttrice di orologi di lusso da lui fondata esiste ancora oggi -, aveva la passione di smontare e rimontare orologi, e Maria Antonietta (1755-1793) li collezionava, Antoine Favre-Salomon (1734-1820), ginevrino, inventava, nel 1796, un marchingegno da tasca con un meccanismo musicale incorporato (carillon), si diffondeva ancor più la “mania” per le collezioni di tali macchine.

L’orologio che “suona” per associazione di idee ci porta immancabilmente nel west, in una famosa scena finale di un film a direzione italiana (4):

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Per concludere, ma non per finire, ricordare che alla base di tutto c’è lui c’è Kronos, il tempo:

“[…]

Ogni anno sta diventando più breve,
sembra di non trovare mai il tempo,
progetti che l’un l’altro si risolvono in nulla
o in una mezza pagina di righe scribacchiate.
Aspettare in una quieta disperazione
è alla maniera inglese.
Il tempo se n’è andato, la canzone è finita,
pensavo di avere ancora qualcosa da dire.

[…]” (5)

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*****
– 1. Carlo M. Cipolla, Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700), il Mulino, 2011.
– 2. Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, Mondadori, 2000.
– 3. Paul-Henri Thiry d’Holbach, Il buon senso, 1772, pensiero n. 20.
– 4. Per qualche dollaro in più, Sergio Leone, 1965.
– 5. Pink Floyd, Time in The dark side of the moon, 1973.

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Sep 152013
 

«- Lo sai perché mi piace cucinare?
– No, perché?
– Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire niente, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è un tale conforto!» (1)

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Bon appétit!

La storia del cibo è sicuramente una delle più affascinanti, tradizioni legate alla memoria di ciascuno di noi, tradizioni che sembrano restare immutate nel tempo e che si evolvono lentamente, almeno fino a qualche decennio fa. Pasti, la colazione il pranzo la cena, parte del nostro quotidiano vivere e ripetuti giornalmente, talvolta dimenticando la provenienza di certe consuetudini.

In questi ultimi anni il boom dei blog e dei siti dedicati alle ricette culinarie è cresciuto in maniera esponenziale, chi si occupa di dolci, chi di primi piatti, chi di secondi, chi di sole torte, un modo per riavvicinarsi alla cucina, forse a quella di una volta, a quella della nonna o dell’anziana zia, tramandata in un pezzetto di carta scolorita, una miscela di ingredienti che sembrano riprendere forma e sapore alla luce del XXI secolo.

E nel passato bisogna metter le mani, magari iniziando da Colombo, per soffermare la nostra attenzione sul periodo storico che interessa questo blog, l’Età moderna, su quei frutti che i primi spagnoli imbarcarono sulle loro caravelle e portarono ai re cattolici (»»qua un articolo sui cacciatori di piante). Viaggi in occidente e in oriente i quali, con il trascorrere del tempo, arricchirono la nostra cucina con alimenti che talvolta generavano malattie sconosciute, ricordiamo la “pellagra” del XVII-XVIII sec. (»»qua un relativo articolo). Altri, come la patata, che Federico II di Prussia suggeriva fortemente coltivare in modo estensivo, per supportare il nutrimento popolare, a quel tempo e in certi luoghi scarso.

Dal Nuovo Mondo venne anche il cacao:

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«– La tua cannella sembra rancida!
– Non è cannella, è uno speciale tipo di peperoncino
– Peperoncino nella cioccolata calda?
– mmh, vedrai: ti tirerà un po’ su!» (2)

Incontro di culture ancestrali, quella dei maya e quella francese ancora legata a vecchi abiti, in questo film in cui la protagonista, Vianne, maneggia con destrezza un alimento millenario, il cacao. Il cacao, ritornando al nostro Cristoforo, fu uno di quei prodotti della terra entrati in Europa poco dopo la scoperta dell’America, quel kakaw uhanal, ovvero cibo degli Dei, nella lingua indigena maya, simbolo di prosperità nei riti religiosi, medicina, e moneta, ché con tre semi si comprava una zucca e con quasi cento un mantello di cotone.

Parlando di tradizioni, restiamo nel XVI sec. e prepariamo una ricetta di Cristoforo da Messisbugo, scalco nella Corte Estense a Ferrara; ha tutta l’apparenza di esser gustosa:

Cesi infranti con codeghe”:

Piglia i tuoi cesi mondi e netti, e lavali con acqua di Po ovvero di fiume e poneli a cuocere in detta acqua. E così come si vanno cuocendo, aggiungegli buon brodo grasso, e poi piglia una buona pestata di lardo e gettagliela dentro a cuocere, e fa che sia ben pesta. E poi piglia le tue codeghe cotte allesso da sua posta, e tagliale in quadretti e gettagliele dentro con erbe oliose che sian ben peste con i coltelli; e fa che gli sia, sopra il tutto, della menta, o verde o secca in polvere, e pevere e gengevero. E poi l’imbandirai.” (3)

Ceci? Chi di noi ha qualche capello bianco si ricorderà della pasta e ceci degli indimenticabili Aldo Fabrizi e Ave Ninchi, in cui si cita anche la storia, l’Herbario Nuovo di Castore Durante, medico e botanico del Cinquecento:

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A questo punto ci sta un dolce (4):

Dolci alla zenzero

Lo zenzero, uno degli elementi largamente adoperati, insieme al pepe, ai chiodi di garofano, alla cannella, alla noce moscata – per coloro che certamente potevano permetterselo – nella cucina rinascimentale, tanto da metterlo nella preparazione del cappone, del montone, della birra, delle torte, dei biscotti. Qualcuno lo usava addirittura per alleviare il mal di denti o restare sveglio la notte. Spezie, una volta, monopolio, durante il Medioevo, dei mercanti arabi, dei veneziani, dei genovesi e di qualche catalano, poi largamente importati, già avanti nel periodo moderno. Spezie che, in un certo qual modo, invogliarono l’esplorazione di nuove rotte commerciali e di conseguenza il ritrovamento colombiano.

Il caffè, signori stavamo dimenticando il caffè!

Caffè originario dell’Etiopia – anche, ma non solo -, e di cui oggi la Colombia è uno dei maggiori esportatori di caffè soave al mondo (»»qua un articolo con immagini), quel caffè con cui il giovane Michaelowitz preparò, a fine battaglia di Vienna del 1683, si dice, uno dei primi cappuccini proprio al frate Marco d’Aviano (»»qua la storiella).

Ma il caffè ha tutta una sua preparazione, legata ai costumi del nostro sud, a Napoli, a Edoardo de Filippo e al suo teatro… perché il caffè deve essere tostato a “… color manto di monaco”:

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Non ci resta che andar a mangiare qualcosa!

*****
– 1. Julie Powell (Amy Adams), nel film Julie & Julia, diretto da Nora Ephron, 2009.
– 2. Vianne (Juliette Binoche), nel film Chocolat, diretto da Lasse Hallström, 2000.
– 3. Cristoforo da Messisbugo, Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, Neri Pozza, 1960.
– 4. Roberto Carretta, In taverna con Shakespeare. Amori, vendette e inganni a banchetto, Il leone verde ed., Torino, 2005, Kindle, Pos. 887.

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