Sep 182014
 
Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Il cammino tecnologico è giunto a tal punto che basta avere un computer e una connessione internet per ammirare le più belle opere d’arte, facendo sì che spazio e tempo si identifichino con un presente che permette meglio raccogliere le memorie del passato.

Sicché, per assaporare i lavori di un dato pittore, basta giocare con i tasti del nostro pc e scegliere la meta, una meta che si rivelerà ai nostri occhi addirittura con didascalie, descrizioni, suggerimenti, informazioni varie. Il tutto comodamente da casa nostra, con la capacità, inoltre, di ampliare l’immagine ed entrare in minuzie che talvolta sfuggono.

Ma tale riproducibilità tecnica, seppur di grande aiuto nella comunicazione della cultura, è priva di un quid, priva, per dirla con Walter Benjamin (1892-1940), dell’aura, quella stessa aura mancante quando lui scriveva sulla diffusione della fotografia e del cinema nella prima metà del Novecento. Un concetto, a mio avviso, tuttavia valido.

“[…] L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto, questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa.
Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico.
[…]
Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un unico evento una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” (1)

Ché solo “vedendo” un’opera d’arte nella propria tangibilità fisica e, magari, nello spazio per cui è stata creata, solo allora si riuscirà a entrare nello studio di una “creazione” in cui l’aura che la identifica si manifesta e percepisce. Chiaramente non sempre è possibile, cosicché l’aiuto offerto dai nuovi mezzi di comunicazione può avvicinarci a quelle testimonianze storiche che dovrebbero far parte del nostro bagaglio formativo.

Eppure la tecnica, come accennavamo prima:

“[…] può, mediante la fotografia, rivelare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere a piacimento il suo punto di vista, ma non all’occhio umano, oppure con l’aiuto di certi procedimenti come l’ingrandimento o la ripresa al rallentatore, può cogliere immagini che si sottraggono interamente all’ottica naturale.” (2)

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Il quadro in questione, quello di sopra di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), La lavandaia, del 1734 ca., è dunque solo una scusa – potrebbe esser stato un altro – per comprendere la testimonianza di Benjamin, un lavoro, quello del francese, che parla di una quotidianità storica del XVIII secolo.

La scena a sfondo familiare ha l’abilità di metterci in ascolto, un ascolto “osservativo” che prende anima e corpo, isolandoci dal nostro tempo e trasportandoci in un mondo che non poche connessioni ha con il nostro presente, un gioco di rimandi che agevola un dialogo fra tela e spettatore, fra un’energia – aura – che viene dall’ieri e la nostra, quella dell’oggi tecnologico.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Il racconto si svolge all’interno di una umile casa, dove due donne, prese in diversa prospettiva, sono attente ai loro lavori domestici, mentre un bambino gioca con bolle di sapone – ci ricorda un altro suo lavoro dello stesso periodo, 1733-’34 ca. appunto Bolle di sapone – , e un gatto abbellisce ancor più l’insieme. Un dipinto pieno di particolari che gli conferiscono una preziosità davvero unica e singolare che può meglio esser analizzata se lo ampliamo grazie alle nuove tecniche.

Sovviene alla mente, fra l’altro, La lavandaia di Giacomo Ceruti, più o meno coevo, 1736 ca.

*****

– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998, kindle pos. 100 e segg.
– 2. Walter Benjamin, op. cit., kindle pos. 88 e segg.

Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto [...] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

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*****

- 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
– 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
– 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
– 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

Nov 212013
 

Ma dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore di coloro che, abbagliati da un esasperato materialismo, ritengono che un elemento molto importante e necessario sia per questo sufficiente. È facile ma assurdo dimenticare che non sono i capitali che fanno gli uomini, ma sono gli uomini che fanno i capitali.” (1)

Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo. Nel trascorso della storia, ciò che una volta era oggetto di desiderio di lusso di necessità, con il passar del tempo, poteva trasformarsi, rimpiazzato da un altro (ne abbiamo parlato qua).

Crisi depressioni crolli, alti e bassi, elementi costanti nel continuum storico. Oggi ci lamentiamo che il nostro stipendio non ci permette arrivare a fine mese, mentre i nostri genitori rimpiangono l’ieri dove tutto era più “maneggevole”, e i nostri nonni ci ricordano le difficoltà della loro epoca di guerra. Un costante lagnarsi che ci riporta, per esempio, al memorialista francese Gilles de Gouberville (1521-1578) quando nel 1560 scriveva nel suo Journal:

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.” (2)

Annibale Caracci, Il mangiafagioli – 1583

A fine XVIII sec., Thomas Malthus (1766-1834) sosteneva che

La popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica. I mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica” (3),

un concetto che influenzerà le idee dai suoi coevi in poi, da Charles Darwin a Alfred Russel Wallace a John Maynard Keynes, mentre l’economia diventava man mano sempre più globale, l’industria iniziava a far da protagonista.

Una rete commerciale, un “compra-vendi”, che andava da est a ovest da nord a sud. Una Cina, che fino al Quattrocento sembrava esser sviluppata tecnologicamente come o forse più dell’occidente, perderà terreno, così come Portogallo e Spagna lasceranno il dominio dei mari favorendo, con l’avanzare l’età moderna, Francia e Gran Bretagna. Giochi sociali spesso imprevedibili.

Come imprevedibili saranno, secoli dopo, le manipolazioni borsistiche degli anni ’20 del Novecento negli Stati Uniti, potenza mondiale che influisce oramai nelle decisioni di mezzo mondo.

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Passano gli anni, l’Italia cambia la propria economia da agricola a industriale, la Vespa la Fiat 600 la televisione i frigoriferi, gli elettrodomestici in generale, saranno oggetti da tutti desiderati. Gli anni ’60 saranno così ricordati:

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In tutto questo andirivieni, chissà se qualcuno si ricordava delle parole di Adam Smith (1723-1790), quando scriveva nel XVIII sec.:

“Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. “(4)

Cosicché resta la riflessione che i cambi sono il pane della nostra vita, nulla resta immutabile nel passaggio del tempo, ciò che ieri era vero oggi potrebbe essere da rivalutare e ciò che stiamo costruendo domani sarà modificato in qualcos’altro, entrando nella vita liquida contemporanea tanto cara a Bauman. Un percorso evolutivo economico che dovrebbe tener in conto delle risorse della nostra Terra, giacché sembrano essere limitate.

E per chiudere questo articolo non resta che affidarci a:

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*****

– 1. Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, 2009, cap. 28, pag. 242.
– 2. in Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.
– 3.  Robert Malthus, The Principle of Population, 1798.
– 4.  Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

Oct 112013
 

L’istruzione non sparge semi dentro di noi,
ma fa sì che i nostri semi germoglino.
(1)

Il concetto è sempre lo stesso, la scuola deve favorire lo sviluppo dei giovani, deve agevolare la crescita e l’evoluzione delle loro tendenze, delle loro aspirazioni, deve, in poche parole, far sì che si compiano le loro vocazioni, vuoi letterarie, artistiche, e via dicendo. Ma la nostra organizzazione sociale è fondata su propositi ancora legati alla Rivoluzione industriale del Settecento, su fini per lo più materiali, tralasciando la parte emotiva, fantasiosa, creativa.

Lo dice bene Sir Ken Robinson in questo video:

Bisogna rompere i vecchi paradigmi con i quali siamo cresciuti, andare oltre le vecchie idee, offrire ai ragazzi la possibilità di giocare con le proprie ambizioni, favorendo e fornendo loro ciò che possa aiutarli, eliminando per prima cosa i “giudizi” e le valutazioni poco incoraggianti.

Perché la scuola sembra esser oggi:

“… quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio.” (2)

È ancora illuminante Ken Robinson quando ci invita a “uscire dalla valle della morte educativa” odierna, stimolando, fra l’altro, il potere dell’immaginazione e della creatività:

E tutto parte dal coinvolgere lo studente nella propria inclinazione, nella propria passione, metterlo ancor più nella propria curiosità, aiutandolo a comprendere come crescere, anche spiritualmente, nel migliore dei modi. Una scuola, in poche parole, più individuale, personale, una istruzione attenta al particolare, al talento del singolo.

E nel processo interviene anche la famiglia, la società in generale, il luogo dove il ragazzo matura, che hanno il compito di dare una mano nel rimuovere, prima di tutto, pregiudizi preconcetti tabù, forme negative di pensiero, parzialità…

Che lo studio sia importante, importantissimo, su questo non si discute, ma non bisogna considerare l’apprendimento come un processo industriale, non si possono sformare laureati come fossero lastre di ferro o macchine, uno Stato non deve basare la propria evoluzione dalla quantità di dottori e avvocati che ogni anno raggiungono la loro meta, o dal numero di ingegneri e architetti, nel momento in cui buona parte di costoro hanno studiato per compiacere al padre alla famiglia alle tradizioni, o calcolato a priori che un medico guadagna economicamente più di un agricoltore (!) o un idraulico è valutato socialmente (sic) meno che un notaio. In tutto ciò, dove risiede la felicità e la gioia di apprendere per appagare la curiosità e sviluppare le proprie attitudini?

*****
– 1. Kahlil Gibran, Massime spirituali, Newton Compton, 1993.
– 2. Maria Montessori, citato in Claudio Nutrito, I due magnifici insolenti, Effepi Libri, 2011, p. 68.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

Oct 042013
 

Nelle varie sfaccettature e angolature con cui abbiamo affrontato e affrontiamo gli argomenti storici in questo blog, uno dei punti che risalta sempre alla vista è la memoria storica, il continuum degli eventi che caratterizza l’esistenza dell’essere umano su questa Terra, relazioni e interrelazioni di cui dobbiamo tener conto se desideriamo aver una visione quanto più completa di un insieme. Non a caso, per esempio, nella Bibbia la parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben centosessantanove volte (1). Un rilievo che ci permette comprendere che siamo – anche ma non solo – prodotto delle decisioni dei nostri avi e l’importanza del ricordo.

Tutte le storie hanno un inizio, un principio. Il principio della mia storia si perde nel limbo… “.

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Qualcuno va esplorando le radici della propria famiglia, le migrazioni che la hanno interessato, della gente cui appartiene, del cognome che porta, prepara complicati alberi genealogici, qualche altro ritorna sui passi delle tradizioni di un “evento”, magari musicale, giacché “suonando ho capito che per conoscere te stesso devi conoscere il passato, è per sapere dove vai, è per sapere dove sei stato”, dicono (min. 6:26) nel seguente film-documentario di Martin Scorsese del 2003, Dal Mali al Mississippi (Feel Like Going Home), in cui il chitarrista blues Corey Harris ripercorre le strade americane per raggiungere il Mali, in Africa, terra madre dei grandi del blues.

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La necessità risiede nel non perdere i contatti con le nostre origini, con quell’energia che si è trasformata nel tempo dando vita al nostro presente, cammino che non dovremmo dimenticare, né criticare (»»qua). Costumi, tradizioni, riti, rituali, usanze, folclore, leggende che si evolvono e che poggiano le basi su un passato a volte lasciato nel dimenticatoio.

Sia come sia, sia chi sia:

Ricerca non vuol dire possesso della verità o dipendenza della verità da una tradizione o da una rivelazione, ma vuol dire che l’uomo si rende conto che la verità non è mai conclusa e che deve essere oggetto di continua investigazione. L’atteggiamento mentale del ricercatore è dunque caratterizzato dal fatto che egli non si considera in possesso della saggezza, della sophìa, ma si sente sempre in cammino verso una mèta che, nella sua perfetta totalità, è irraggiungibile [...]” (2).

Nella nostra investigazione bisogna tener in conto tutto, ogni cosa ogni oggetto (»»qua) ogni dettaglio, dalle lettere di una volta, alle statue cittadine dell’Ottocento alle registrazioni di battesimo o a quelle di morte, dai contratti di compravendita ai cocci del vaso etrusco ritrovato per caso mentre si lavoravano i campi, nulla deve sfuggire sia pur l’ossidata vanga piena di terra che custodisce gelosamente il nonno per richiamare alla mente la sua giovinezza passata a lavorare con sforzo. Non dimenticando l’oralità degli avvenimenti, quelli che un antenato o nostro padre hanno tramandato nei racconti verbali, restando impressi in un video o in una vecchia cassetta registrata con la loro voce (»»qua). Documenti storici che ci permettono entrare nelle mentalità delle epoche, fornendoci un legame fra ieri e oggi.

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Serve dunque, per esempio, analizzare l’evoluzione di uno specifico attrezzo, o di una singola parola o espressione, di un gesto che viene da lontano e caratterizza un italiano uno spagnolo un americano. Così come serve ricordare il modo e la maniera come i nostri genitori si rivolgevano a noi, i loro consigli, in che modo preparavano un pranzo festivo, come addobbavano la casa a Natale. La memoria è un muscolo che bisogna allenare, diceva qualcuno, e ancor più è una realtà che necessitiamo per affrontare le sfide odierne e dare il meglio di noi… e se abbiamo memoria degli “errori” (non credo siano errori!) nostri e altrui, allora potremmo agevolare il nostro vivere.

Ben vengano dunque rievocazioni storiche, sfilate, cortei, purché ben costruiti e documentati, sono d’aiuto a preparare il terreno per ulteriori approfondimenti e avvicinare ragazzi e meno “ragazzi” alla storia locale. Sì, storia locale, ché la Storia è fatta principalmente da piccoli quotidiani celati eventi che talvolta sfuggono alla nostra attenzione e hanno rilevanza più di quanto crediamo.

Per giochi di memoria, ritorna alla mente Walter Benjamin e il suo Angelo della Storia, quello di Paul Klee per intenderci, raffigurazione piena di significato, quello che lui amava tanto che se lo porterà dietro in ogni sua peregrinazione, significando, fra l’altro, che la storia non ci abbandona mai (»»qua).

S’è iniziato questo articolo con un video colmo di domande, si chiuderà con un invito a osar cambiare prospettiva, punti di vista, punti di riferimento:

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*****

– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.
– 2. Enzo Paci, Storia del pensiero presocratico, ed. Radio Italiana, 1957.

Sep 292013
 

Nel percorso evolutivo dell’uomo, la creatività ha giocato uno dei ruoli fondamentali per lo sviluppo della società come oggi la conosciamo. Le diverse epoche storiche hanno visto nascere crescere e maturare idee che hanno portato trasformazioni in cui la condivisione delle conoscenze è stata fattore determinante.

Soffermando la nostra attenzione nel periodo che interessa questo blog, l’Età moderna, potremmo riflettere sul XVII secolo e sulle tante scoperte avvenute, dalle leggi che regolano la rifrazione della luce di Willebrord van Roijen Snell al barometro di Torricelli, dalla famosa legge di Boyle alla gravitazione universale di Newton. Scoperte che avevano uno dei tanti “semi”, per fare un esempio che ben conosciamo, nell’ingegno di Leonardo da Vinci.

Newton e il suo Philosophiae naturalis principia mathematica

Newton e il suo Philosophiae naturalis principia mathematica

Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”, avrebbe detto Newton in una lettera a Robert Hooke (?) (1), quell’Isaac matematico fisico astronomo alchimista filosofo, autore fra l’altro del Philosophiae naturalis principia mathematica, prodotto, uomo-idee, di una “concatenazione” di eventi che veniva – non solo – dall’eliocentrismo di Copernico, passando per i movimenti dei pianeti di Keplero, etc.

Come a dire:

Un’idea è né più né meno che una nuova combinazione di vecchi elementi, [e] la capacità di portare i vecchi elementi in nuove combinazioni dipende in gran parte dall’abilità di vedere le relazioni. La disposizione mentale che conduce a una ricerca di relazioni tra i fatti è della massima importanza per la produzione di idee.” (2)

E la loro creatività, bisogna pur sottolinearlo, avvenne, almeno nel periodo rinascimentale, in un ambiente favorevole, quello delle corti che daranno l’avvio a progetti riflessioni discussioni di non poco conto, occupandosi di letteratura filosofia scienze astrologia matematica musica poesia pittura, materie connesse e interconnesse che permisero e permettono ancora oggi avere una visione d’insieme per meglio affrontare le sfide dell’ingegno.

La scuola di Atene, Raffaello Sanzio (1509-1511 ca.)

La scuola di Atene, Raffaello Sanzio (1509-1511 ca.)

Ma che cos’è la creatività per un uomo del XXI secolo? È la stessa di cento o duecento o trecento anni fa? È sfidare la natura? È andar controcorrente? Da dove bisogna partire? Forzando un po’ Cartesio:

La mia terza massima fu di vincere sempre piuttosto me stesso che la fortuna, e di voler modificare piuttosto i miei desideri che l’ordine delle cose nel mondo” (3), scriveva il filosofo e matematico francese nel XVII secolo.

Nel 1996 Steve Jobs rifletteva:

Creatività è semplicemente connettere le cose. Quando si chiede alle persone creative come hanno fatto qualcosa, si sentono un po’ in colpa, perché realmente non hanno fatto nulla, hanno solo percepito qualcosa. Dopo un po’, a loro sembra ovvio. Questo perché sono stati in grado di collegare le esperienze che hanno avuto e sintetizzare nuove cose. E la ragione per cui sono stati in grado di farlo è che hanno avuto più esperienze o hanno riflettuto di più sulle loro esperienze di altre persone.” (4)

L’inventiva, dunque, poggia sempre le basi su pilastri già abbozzati, su fatti eventi disegni pre-esistenti, su quel continuum storico di cui parliamo spesso, tale da poter affermare che l’invenzione della locomotiva a vapore dell’Ottocento è figlia degli esperimenti del Seicento di Thomas Savery e Thomas Newcomen, così come il Seicento è frutto del Cinquecento e via indietreggiando nel tempo.

Creatività è pur fantasia, arte di improvvisare, estro. Facciamo un salto temporale e guardiamoci questo interessante spezzone di un famoso film del 1936 di Charlie Chaplin, Tempi moderni.

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Parole immagini musiche che giocano a “creare” emozioni valide ancora oggi e che servono a preparare il terreno a nuove “realizzazioni”, gioco che divide un passaggio dal cinema muto a quello parlato – 1926/’27. Chaplin vide e visse quel cambio, difficile da assimilare per un attore abituato a recitare con il corpo, difatti solo nel 1940 si dedicò al suo primo film sonoro, Il grande dittatore.

Immagini che potrebbero condurre a muoverci con disinvoltura fra le varie discipline, per esempio ritornando all’arte impressionista del XIX secolo, movimento di partenza di quella più moderna a noi contemporanea, o ancora nei primi tentativi di fotografia da parte di Nadar e le sue sperimentazioni nelle catacombe parigine con luce artificiale.

Oggi più che prima, dove tutto è interconnesso e molto più facile da condividere, dove la creatività è lavoro partecipativo, di più persone alla volta, dove tutto sembra essere capacità di “assemblare” varie parti, ascoltiamo cosa ci dice sir Ken Robinson sulla scuola.

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Qua mi fermo, segnalando un pensiero di Enzo Mari: da riflettere! (5)

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*****

- 1. Attribuita a Bernardo di Chartres da Giovanni di Salisbury.
– 2. James Webb Young, A Technique for Producing Ideas: The simple, five-step formula anyone can use to be more creative in business and in life!, Waking Lion Press, 2009 [parte trad. a cura di G. Armato].
– 3. – Renato Cartesio, Discorso sul metodo, Mursia, Milano, 1991.
– 4. Wired, February, 1996 [parte trad. a cura di G. Armato] »»qua.
– 5. »»qua stralci dell’intervista per meglio comprendere le sue idee.

*****

Piccola bibliografia:

- Edward De Bono, Creatività e pensiero laterale, Bur, Milano, 2001.
– Edward De Bono, Il pensiero laterale, Bur, Milano, 2000.
– Fernando Trias De Bes, Philip Kotler, Marketing laterale. Tecniche nuove per trovare idee rivoluzionarie, ed. Sole 24 ore, 2008.
– Jules Henri Poincaré, Scienza e metodo, Einaudi, 1997.

Sep 212013
 

Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898), in arte Lewis Carroll, vissuto in Epoca Vittoriana, fu un matematico britannico che si divertiva a scrivere e creare personaggi, fra cui White Rabbit (1862), ovvero Coniglio Bianco, ovvero ancora Bianconiglio, che appare ne Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865), un simpatico personaggio con un panciotto.
Che cosa c’entra Carroll, la matematica e il suo Bianconiglio con noi?

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Grazie a lui, Alice scopre un “mondo pieno di stranezze”, grazie alla curiosità, grazie ancora all’attenzione verso i piccoli eventi quotidiani.

Non ho tempo”, e guardiamo l’orologio.
È tardi”, e guardiamo l’orologio.
Non ora, dopo”, e guardiamo l’orologio.
Oddio, sono le sette”, e guardiamo l’orologio.

Insomma, senza orologio non possiamo vivere!
Ma nell’era del telefonino, serve ancora l’orologio, l’orologio come lo intendevamo una volta, da mettere al polso e guardare spesso per i nostri affanni quotidiani? Già, perché l’ora la possiamo ben leggere nel display del nuovo aggeggio che da qualche decennio abbiamo sempre a portata di mano, più preciso, senza bisogno di dargli la “corda”, così almeno fanno i giovanissimi e i giovani, mentre quelli di una certa età, forse, siano ancora legati alle lancette.

Cosimo I de’ Medici, Maso di San Friano, XVI sec.

Immagino Cosimo I de’ Medici (1519-1574), con quell’innovativo apparato in mano pensare essere un “uomo tecnologico”, con ciò che potrebbe essere stato uno dei primi esempi – non il primo – di orologio da tasca; siamo a metà del XVI secolo, epoca di un Rinascimento che oramai inizia a consumarsi, pur restando quell’influenza che perdura ancora oggi.

Bottega orologiaia, Jan van der Straat, XVI sec.

Sembra che Norimberga e Asburgo siano state città da cui provenivano, nel Cinquecento, buoni aggeggi (1), e proprio di Norimberga era Peter Henlein (1485-1542), abile artigiano che si divertiva a giocare con questi meccanismi. Orologi che, appesi con una catenella o un nastro al collo o agli abiti, segnavano solo l’ora, non ancora i minuti, che doveva essere “attualizzata”.

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Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno” (2): l’ispettore di polizia Jacques Clouseau – inizialmente interpretato da Peter Seller -, che ricordiamo in una famosa serie cinematografica, aveva bisogno, per prendere l’assassino, di sincronizzare gli orologi nell’epoca in cui ancora non erano pronti quelli al quarzo, venuti poi a fine anni Sessanta.

Magia, pura magia potrebbe sembrare lo scorrere del tempo, qualcosa di soprannaturale, divino.
E la sapeva lunga il filosofo Paul-Henri Thiry d’Holbach (1723-1789), collaboratore dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, quando annotava, in piena epoca illuminista, sotto pseudonimo di Jean-Baptiste Mirabaud:

«Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi risponderà: “Uno spirito”.
Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere l’universo: vi risponderanno: “Uno spirito”.» (3)

Non bisogna pur dimenticare l’importanza “urbana” che gli orologi hanno avuto nella vita quotidiana, dal Medioevo al Rinascimento in poi, come quello della Torre Civica di Chioggia o quello di Bassano del Grappa, i cui rintocchi regolavano le attività lavorative e perfino la chiusura e apertura delle porte cittadine. Qualcuno di essi ancora funzionante.

Giocherelliamo con i secoli, saltiamo in piena Rivoluzione francese.
Mentre Luigi XVI (1774-1792), ammiratore di Abraham Louis Breguet (1747-1823), famoso orologiaio svizzero – l’azienda produttrice di orologi di lusso da lui fondata esiste ancora oggi -, aveva la passione di smontare e rimontare orologi, e Maria Antonietta (1755-1793) li collezionava, Antoine Favre-Salomon (1734-1820), ginevrino, inventava, nel 1796, un marchingegno da tasca con un meccanismo musicale incorporato (carillon), si diffondeva ancor più la “mania” per le collezioni di tali macchine.

L’orologio che “suona” per associazione di idee ci porta immancabilmente nel west, in una famosa scena finale di un film a direzione italiana (4):

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Per concludere, ma non per finire, ricordare che alla base di tutto c’è lui c’è Kronos, il tempo:

“[...]

Ogni anno sta diventando più breve,
sembra di non trovare mai il tempo,
progetti che l’un l’altro si risolvono in nulla
o in una mezza pagina di righe scribacchiate.
Aspettare in una quieta disperazione
è alla maniera inglese.
Il tempo se n’è andato, la canzone è finita,
pensavo di avere ancora qualcosa da dire.

[...]” (5)

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*****
– 1. Carlo M. Cipolla, Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700), il Mulino, 2011.
– 2. Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, Mondadori, 2000.
– 3. Paul-Henri Thiry d’Holbach, Il buon senso, 1772, pensiero n. 20.
– 4. Per qualche dollaro in più, Sergio Leone, 1965.
– 5. Pink Floyd, Time in The dark side of the moon, 1973.

Sep 152013
 

«- Lo sai perché mi piace cucinare?
- No, perché?
- Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire niente, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è un tale conforto!» (1)

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Bon appétit!

La storia del cibo è sicuramente una delle più affascinanti, tradizioni legate alla memoria di ciascuno di noi, tradizioni che sembrano restare immutate nel tempo e che si evolvono lentamente, almeno fino a qualche decennio fa. Pasti, la colazione il pranzo la cena, parte del nostro quotidiano vivere e ripetuti giornalmente, talvolta dimenticando la provenienza di certe consuetudini.

In questi ultimi anni il boom dei blog e dei siti dedicati alle ricette culinarie è cresciuto in maniera esponenziale, chi si occupa di dolci, chi di primi piatti, chi di secondi, chi di sole torte, un modo per riavvicinarsi alla cucina, forse a quella di una volta, a quella della nonna o dell’anziana zia, tramandata in un pezzetto di carta scolorita, una miscela di ingredienti che sembrano riprendere forma e sapore alla luce del XXI secolo.

E nel passato bisogna metter le mani, magari iniziando da Colombo, per soffermare la nostra attenzione sul periodo storico che interessa questo blog, l’Età moderna, su quei frutti che i primi spagnoli imbarcarono sulle loro caravelle e portarono ai re cattolici (»»qua un articolo sui cacciatori di piante). Viaggi in occidente e in oriente i quali, con il trascorrere del tempo, arricchirono la nostra cucina con alimenti che talvolta generavano malattie sconosciute, ricordiamo la “pellagra” del XVII-XVIII sec. (»»qua un relativo articolo). Altri, come la patata, che Federico II di Prussia suggeriva fortemente coltivare in modo estensivo, per supportare il nutrimento popolare, a quel tempo e in certi luoghi scarso.

Dal Nuovo Mondo venne anche il cacao:

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«- La tua cannella sembra rancida!
– Non è cannella, è uno speciale tipo di peperoncino
– Peperoncino nella cioccolata calda?
– mmh, vedrai: ti tirerà un po’ su!» (2)

Incontro di culture ancestrali, quella dei maya e quella francese ancora legata a vecchi abiti, in questo film in cui la protagonista, Vianne, maneggia con destrezza un alimento millenario, il cacao. Il cacao, ritornando al nostro Cristoforo, fu uno di quei prodotti della terra entrati in Europa poco dopo la scoperta dell’America, quel kakaw uhanal, ovvero cibo degli Dei, nella lingua indigena maya, simbolo di prosperità nei riti religiosi, medicina, e moneta, ché con tre semi si comprava una zucca e con quasi cento un mantello di cotone.

Parlando di tradizioni, restiamo nel XVI sec. e prepariamo una ricetta di Cristoforo da Messisbugo, scalco nella Corte Estense a Ferrara; ha tutta l’apparenza di esser gustosa:

Cesi infranti con codeghe”:

Piglia i tuoi cesi mondi e netti, e lavali con acqua di Po ovvero di fiume e poneli a cuocere in detta acqua. E così come si vanno cuocendo, aggiungegli buon brodo grasso, e poi piglia una buona pestata di lardo e gettagliela dentro a cuocere, e fa che sia ben pesta. E poi piglia le tue codeghe cotte allesso da sua posta, e tagliale in quadretti e gettagliele dentro con erbe oliose che sian ben peste con i coltelli; e fa che gli sia, sopra il tutto, della menta, o verde o secca in polvere, e pevere e gengevero. E poi l’imbandirai.” (3)

Ceci? Chi di noi ha qualche capello bianco si ricorderà della pasta e ceci degli indimenticabili Aldo Fabrizi e Ave Ninchi, in cui si cita anche la storia, l’Herbario Nuovo di Castore Durante, medico e botanico del Cinquecento:

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A questo punto ci sta un dolce (4):

Dolci alla zenzero

Lo zenzero, uno degli elementi largamente adoperati, insieme al pepe, ai chiodi di garofano, alla cannella, alla noce moscata – per coloro che certamente potevano permetterselo – nella cucina rinascimentale, tanto da metterlo nella preparazione del cappone, del montone, della birra, delle torte, dei biscotti. Qualcuno lo usava addirittura per alleviare il mal di denti o restare sveglio la notte. Spezie, una volta, monopolio, durante il Medioevo, dei mercanti arabi, dei veneziani, dei genovesi e di qualche catalano, poi largamente importati, già avanti nel periodo moderno. Spezie che, in un certo qual modo, invogliarono l’esplorazione di nuove rotte commerciali e di conseguenza il ritrovamento colombiano.

Il caffè, signori stavamo dimenticando il caffè!

Caffè originario dell’Etiopia – anche, ma non solo -, e di cui oggi la Colombia è uno dei maggiori esportatori di caffè soave al mondo (»»qua un articolo con immagini), quel caffè con cui il giovane Michaelowitz preparò, a fine battaglia di Vienna del 1683, si dice, uno dei primi cappuccini proprio al frate Marco d’Aviano (»»qua la storiella).

Ma il caffè ha tutta una sua preparazione, legata ai costumi del nostro sud, a Napoli, a Edoardo de Filippo e al suo teatro… perché il caffè deve essere tostato a “… color manto di monaco”:

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Non ci resta che andar a mangiare qualcosa!

*****
– 1. Julie Powell (Amy Adams), nel film Julie & Julia, diretto da Nora Ephron, 2009.
– 2. Vianne (Juliette Binoche), nel film Chocolat, diretto da Lasse Hallström, 2000.
– 3. Cristoforo da Messisbugo, Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, Neri Pozza, 1960.
– 4. Roberto Carretta, In taverna con Shakespeare. Amori, vendette e inganni a banchetto, Il leone verde ed., Torino, 2005, Kindle, Pos. 887.

Sep 092013
 

Chi fa flanella lo sa bene, ogni luogo, specialmente pubblico, ha una storia da raccontare, ogni passante è portatore di memorie, tutte, tutte degne di nota e di essere trasmesse al futuro. Passato presente futuro diventano così, negli oggetti e negli uomini, incarnazioni della nostra presenza su questa Terra, un messaggio da non sottovalutare.

Nel trascorso dei secoli, il concetto di spazio pubblico, per lo più associato alla storia urbana, subisce una trasformazione, spesso lenta e invisibile nel breve tempo, che partendo dall’agorà dei greci, passando per il foro romano, proseguendo per le piazze e mercati medievali, ci porta – parlando dell’Epoca moderna – ai borghi e all’espansione delle nuove città, con una serie di problematiche ben lungi dall’essere oggigiorno risolte.

Elemento determinante e fattore d’unione, dicevamo, è l’uomo, quell’uomo che, consapevole nel Rinascimento delle sue potenzialità, comprende che lo sviluppo di una società inizia dallo strutturare creativamente e coscientemente il proprio luogo, luogo in cui svolgere “lavori” atti a migliorare le condizioni della collettività.

Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Acquedotto dell’Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Un tempo, il cammino verso il fiume per attingere acqua o il riunirsi nei lavatoi pubblici poteva essere motivo e luogo d’incontro, così come ritrovarsi nelle fontanelle induceva a condividere gli ultimi fatti e misfatti del paese, e, ancor oltre, le piazze pubbliche o lo spazio antistante alle entrate dei luoghi di culto dava opportunità a fugaci raduni o saluti convenevoli, per non dimenticare fiere mensili e mercati rionali settimanali che permettevano scambi economici: un mondo vibrante che talvolta stentava a sopravvivere (basta pensare alla peste del XIV sec. o a quella di manzoniana memoria) e che usciva dal Medioevo e si metteva con vigore nei secoli XVI e XVII (»»qua un articolo con slide su Il lento passaggio dal medioevo all’età moderna).

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

La disposizione innata a socializzare dell’essere umano indusse i governanti, entrando ben oltre l’Età moderna, a creare ambienti in cui si facilitava una “socievole vita pubblica” che usciva gradualmente peraltro dalle corti e interessava oramai tutti, quello spazio in cui gli individui, per dirla con Hannah Arendt (1906-1975) (1), hanno la possibilità di interagire e mettere in pratica le conseguenti azioni, dando un certo significato politico al luogo.

E allora il video che segue ci porta a entrare nelle dinamiche dei piccoli spazi urbani di una città, New York, in pieno XX secolo, che vive e palpita per la propria voglia di condivisione e partecipazione, dove qualcuno prende parte più che un altro, e dove ancora “Il modo in cui le persone utilizzano un posto rispecchia le aspettative” (2).

Ciò per dire, con Simmel (1858-1918), a fine XIX inizi del XX secolo, che

“[...] le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto [...]” (3).

Ma i tempi cambiano, si evolvono nell’ormai Vita liquida, ricordando Zygmunt Bauman (1925) (4):

Zygmunt Bauman, citazione

Zygmunt Bauman, Vita liquida

Nella lunga e instancabile “passeggiata” storica, il ruolo degli spazi fisici – caffè biblioteche salotti culturali piazze angoli strade etc. – è cambiato di volta in volta in base ai bisogni e alle necessità, giungendo ai nostri giorni alle vetrine virtuali internettiane, facebook, twitter, google+, blog, vetrine in cui tutti indistintamente possono compartecipare idee progetti esperienze, vetrine che stanno cambiando il modo di socializzare, vetrine che rappresentano una comunità che ha tuttavia desiderio di “comunicare” ed essere presente in un mondo sempre più aperto e globalizzato. Con la possibilità, seduti davanti un computer, di discutere con un amico giapponese, australiano argentino, comprare un libro in inglese in Barnes & Nobles e mandarlo a un conoscente in Inghilterra per dialogare in rete del tema.

Percorso di un’evoluzione da non criticare né biasimare, dinamiche con le quali bisogna convivere nel migliore dei modi, adoperando l’esperienza che il passato ci offre per comprendere e accettare il mondo in cui viviamo.

*****
– 1. Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, 2000.
– 2. William H. Whyte, The social life of small urban spaces, Project for Public Spaces Inc., New York, 2001.
– 3. George Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Armando ed. 1995.
– 4. Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2008.

Aug 262013
 

Annotava lo scrittore francese Jean de La Bruyère (1645-1696):

L’attitudine alla conversazione non consiste nel mostrarne molta, quanto nel suscitarla negli altri.

La sapeva lunga Jean, autore di Les Caractères ou les Mœurs de ce siècle, testo in cui si soffermava ad analizzare, peraltro, i vari comportamenti dell’uomo nella società.
Ben sappiamo che il periodo che va dal Seicento al Settecento ci è noto anche per i famosi salotti francesi, ricordiamo quello di marchesa di Sablé, quello di Madame de Pompadour o ancora quello di Madame de Staël, donne che coltivavano l’arte della conversazione.

Vera e propria arte, giacché conversare era ed è davvero maestria, con regole e convezioni da tenere in conto, evitando argomenti che potrebbero portare a inutili liti verbali e non, lasciando la parola prima alle donne e agli anziani, dove nessuno è superiore e nessuno è escluso, suggerendo con educazione punti di vista diversi e poco consueti, insomma quasi un vademecum da seguire se si voleva far parte di un determinato salotto… un galateo.

Galateo che ci ricorda il nostro Giovanni della Casa (1503-1556) e il suo Galateo overo de’ costumi, del 1558, nel cui libro scriveva Sul linguaggio da tenere durante la conversazione: chiarezza, onestà; evitare parole sconce o dal doppio senso:

“… Dee oltre acciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, con ciò sia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e non di meno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà… “

Non dobbiamo dimenticare che, sebbene sia pratica antica, fu nel Rinascimento italiano che riprese voga e vigore, posto d’onore nei banchetti, nelle serate dedicate alla poesia e alla musica, nei dialoghi fra dotti e meno dotti, nella vita civile.

Maitre du Jugement de Salomon, Les Philosophes (1615-1625)

Andiamo per quadri dipinti e pittori, ascoltiamo questi due filosofi filosofi (Les Philosophes, 1615-1625) che, quasi in intimità, chiacchierano su manoscritti di due pensatori greci, uno Anassagora di Clazomene, l’altro Lacide di Sirene, uno scambio di idee vivace che ha come base i testi, le parole scritte, sebbene sembra che di Lacide non sia rimasto nulla.
Dialogo in cui, per dirla con François de La Rochefoucauld, “La confidenza alimenta la conversazione più dell’intelligenza” (Massime, 1678).

*****

Pieter de Hooch, Donna che beve con soldati, 1658
Facciamo un salto nell’Olanda del Seicento, quell’Olanda in cui la borghesia inizia a solidificarsi come ceto privilegiato dai commerci.
Due uomini e due donne conversano bevendo, verrebbe da dire che “Dentro al bicchiere le conversazioni galleggiano lievi”, citando un ipotetico proverbio cinese. Una scena a carattere familiare descritta da Pieter de Hooch (1629-1684), nel 1658.

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Jean-Baptiste Charpentier, Il duca di Penthièvre e sua famiglia, 1767 ca.
Entriamo adesso nella casa del duca di Penthièvre e della sua famiglia, con questo dipinto del 1767 ca. di Jean-Baptiste Charpentier (1728-1806). Incontro fra nobili francesi del Settecento, sorseggiando una tazza di tè e offrendo qualcosa da mangiare al cagnolino, conversazioni qualche decennio prima della Rivoluzione francese.

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Gabriel Lemonnier, Il salotto di Madame Geoffrin, 1812
Restiamo nella Francia degli Illuministi di fine XVIII secolo, con Gabriel Lemmonier (1743-1824), nel salotto di madame Geoffrin, a Parigi, mentre si recita e si parla dell’opera di Voltaire – nella statua al centro -, L’orfano della Cina del 1755. Chissà se si ricordavano delle parole di Michel de Montaigne quando scriveva che “Il silenzio e la modestia sono qualità utilissime alla conversazione”.

Un cammino, un viaggio, quello della conversazione, almeno in Francia, che passa dal puro piacere estetico del dialogo nel Seicento, alla ricerca della “verità” nel Settecento, ad affrontare argomenti di carattere anche sociale, critico, aperti alla molteplicità delle nuove idee che nascono crescono e si concretizzano in un’epoca rivoluzionaria. Conversazioni che

“… assomigliano ai viaggi per mare: ci si stacca da terra quasi senza accorgersene, per avvedersi poi di aver lasciato riva solo quando si è già molto lontani

diceva Nicolas de Chamfort (1741-1794), nel suo Maximes et pensées, caractères et anecdotes, del 1796.

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Giochiamo con la macchina del tempo e saltiamo al XXI secolo, due dei tanti film in cui si parla del tema in questione.
Ne L’ultimo samurai, del 2003, del regista Edward Zwick, a un certo punto Katsumoto dice a Nathan Algren: “… preferisco fare una buona conversazione…”, insistendo: “… la gente del tuo paese non ama la conversazione?…” Ma Nathan si rifà quando alla fine sussurra: “Mi mancheranno le nostre conversazioni.”

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In questo di sopra sono invece i ricordi a fare da protagonisti indiscussi, ricordi storia passato, legami fisici e morali, parole d’altri tempi che germogliano nel presente.
Lontano da qualsiasi moralismo, nel film franco-canadese Le invasioni barbariche dello stesso anno 2003, del regista Denys Arcand, Remy, un professore di storia, cui scoprono un tumore, intrattiene su temi di religione di guerre di economia di società, ma anche sul senso della vita, sulla felicità, sulla morte, sul declino degli imperi, con i suoi vecchi amici, conversazioni dal buon livello culturale affrontati con naturalezza, con un apparente distacco.

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Piccola bibliografia
– Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, 2006.
– Peter Burke, L’arte della conversazione, il Mulino, 1997.
– André Morellet, L’arte di conversare. Note per un saggio sulla conversazione, Il nuovo Melangolo, 1999.

Aug 222013
 
Anonimo, Danza Macabra, editore Guy Marchant, 1486

Anonimo, Danza Macabra, editore Guy Marchant, 1486

Appare ogni anno nel giorno di Halloween, a mezzanotte, il 31 ottobre: così raccontano le leggende, così viene la Morte a visitare i “vivi” e ricordare del loro essere fugaci.
Lo raffigurava bene Albrecht Kauw (1621-1681), riprendendo il ciclo di Danze macabre -, Totentanz in tedesco -, (1515-1519), di Niklaus Manuel (1484 ca.‐1530) che decoravano il cimitero dei frati domenicani a Berna, cimitero a sua volta distrutto nel 1660, lo raffigurava, dicevamo, in una serie di scene in cui la Morte, accomunando tutti i ceti sociali, mano nella mano, li accompagna nell’aldilà.

Passano gli anni, trascorrono i secoli, le tradizioni, i luoghi comuni, riti, rituali, leggende, fra l’altro, sono dure a morire, restano nell’inconscio collettivo rivivendo di tanto in tanto.

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Breve poema sinfonico del compositore francese Camille Saint-Saëns (1835-1921), la sua Danza Macabra, su libretto di Henri Cazalis (1840-1909), fu eseguita a Parigi il 25 gennaio 1874, proprio nell’anno di pubblicazione del famoso romanzo di Victor Hugo, Novantatré, che tratta del periodo del Terrore, nella Rivoluzione francese, e in particolare delle Guerre di Vandea.

“[...]
Mais psit! tout à coup on quitte la ronde,
On se pousse, on fuit, le coq a chanté
Oh! La belle nuit pour le pauvre monde!
Et vive la mort et l’égalité!

dicevano le parole del testo di Cazalis.
Canta il gallo, suona l’oboe, vengono le prime luci del giorno, la danza finisce, la Morte se ne va, ha compiuto il suo lavoro.

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Ai nostri giorni mi sovviene invece il cantautore milanese Angelo Branduardi, e il suo Ballo in Fa diesis minore, dove violino flauto tamburo segnano il ritmo a un ballo che accompagna una Morte incoronata e Signora che girovaga per portar via la Vita. Ma musica e ballo stavolta sembrano aver conquistato l’attenzione della Morte, che si dimentica del compito per il quale era venuta, quasi a dire che l’Arte (musica, ballo) può ritardare per un momento il tempo il cammino verso la tomba.

E voi ricordate qualche altra opera, anche letteraria, dedicata alla Danza Macabra?

Aug 082013
 

La storia è fatta anche di caricature, di satira, di ironie, parodie, “vista” con gli occhi dei personaggi coevi all’epoca considerata acquista una diversa prospettiva critica, una angolazione che ci permette entrare in un dialogo sicuramente più “intimo”, forse e in questo caso “burlesco”.

Proseguendo la serie di articoli su Nadar [»»qua una breve presentazione, »»qua le Donne di Nadar, »»qua i Musicisti di Nadar], soffermiamoci per un attimo sulle sue caricature, su alcune delle centinaia rimasteci e che a distanza di secoli esprimono ancora quella vitalità espressiva che li caratterizza.

E allora ci è utile, per iniziare, leggere qualche pensiero di Benjamin:

“… La disputa, che ebbe luogo nel corso del secolo XIX, tra la pittura e la fotografia, intorno al valore artistico dei reciproci prodotti appare oggi fuori luogo e confusa. Ciò non intacca tuttavia il suo significato e anzi potrebbe anche sottolinearlo. Di fatto questa disputa era espressione di un rivolgimento di portata storica mondiale, di cui nessuno dei due contendenti era consapevole. Privando l’arte del suo fondamento culturale, l’epoca della sua riproducibilità tecnica estinse anche e per sempre l’apparenza della sua autonomia. Ma la modificazione della funzione dell’arte, che così si delineava, oltrepassava il campo di visuale del secolo. E del resto sfuggì a lungo anche al secolo XX, che stava vivendo lo sviluppo del cinema…” (1).

Già, perché Nadar, prima di essere un fotografo, era un ritrattista, un pittore che usava abilmente i suoi attrezzi e che versava nel volto del soggetto tutta la sua abilità sia tecnica sia investigativa. Investigativa, ché l’individuo risaltava per una delle sue peculiarità, una caratterizzazione che palesava il suo apparire agli occhi degli altri.

E lo possiamo notare da questa serie di personaggi più o meno famosi dell’epoca, presi da Le Pantheon Nadar, di cui Félix, esperto nella fisiognomica, ne risaltava umoristicamente o satiricamente dettagli che lo colpivano – non dimentichiamo che fu caricaturista per Le Charivari già nel 1848. Dal tratto semplice immediato spontaneo elegante accurato, del suo Pantheon fanno parte sia uomini sia donne che, dal punto di vista storico, hanno un valore davvero inestimabile per meglio entrare nella cultura sociale di metà-fine XIX e inizi XX secolo.

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Adolphe Crémieux (1796-1880), il cui vero nome era Isaac Jacob Crémieux, ebreo, avvocato e politico francese a favore della libertà di stampa, era un tenace difensore del liberalismo politico, sostenendo l’idea di abolire la schiavitù e la pena di morte.

*****

Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell'800

Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell’800

Henri Rodakowski (1823-1894), artista di origine polacca, si trasferì prima a Vienna, per studiare, e poi a Parigi, dove trascorse 20 anni della sua vita, dedicandosi alla pittura. Ritornato in patria, fu nominato, 1894, direttore della Scuola d’Arte di Cracovia, ma morì quattro giorni dopo.

*****

Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Émile Marcelin (1825-1887), il cui vero nome era Émile Planat, fu un famoso vignettista francese dell’epoca, avendo lavorato, fra l’altro, ne Le Journal Amusant, ne L’Illustration, ne La Vie Parisienne. Nei suoi lavori si denota una certa eleganza umoristica, lavori che, come lui stesso affermava, non desideravano essere dei capolavori, bensì testimonianze di un’epoca.

*****
– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011 [Kindle, pos. 209-215].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 302013
 

È ben noto che un lungo articolo in un blog viene letto solo da pochissime persone, per cui, approfondendo un dato argomento, è conveniente dividerlo in vari post per coinvolgere un maggior numero di lettori, magari inserendo immagini, magari aggiungendo un buon apparato didascalico, magari analizzandone poco a poco i diversi aspetti, sicuramente è altresì un modo per meglio entrare nelle dinamiche vuoi dell’epoca in questione vuoi del personaggio senza far pesare l’eventuale complessità. Se a un primo acchito l’insieme potrebbe sembrare slegato, sarà cura del lettore rileggere i vari frammenti per poi unirli investigando ancor più.

Bene, considerando che abbiamo già scritto di Nadar [»»qua un accenno generale, »»qua le sue donne], proseguiamo con gli uomini, stavolta con una serie di immagini che ci ha lasciato a testimonianza di alcuni dei musicisti a lui coevi più rappresentativi. Immagini che contengono l’energia del momento, l’aura, per dirla con Benjamin, “impressioni” che raccontano il dialogo fra soggetto e fotografo, Nadar, la cui abitudine era mettere a proprio agio la persona. Quelle “riprese fotografiche cominciano a diventare documenti di prova nel processo storico” (1), erano già storia, consapevolmente o inconsapevolmente.

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz (1803-1869), francese, musicista, compositore, critico, celebre all’epoca di Wagner, Chopin, Liszt, che conobbe e con cui intrattenne più o meno buona amicizia.
Scrivendo di Beethoven nelle sue Memoirs diceva:

“… Beethoven ha aperto davanti a me un nuovo mondo di musica, come Shakespeare aveva rivelato un nuovo universo di poesia…” (2).

Nadar lo fotografa in piedi, serio, pensieroso, con lo sguardo che va oltre il muro del suo atelier, gli occhi di Berlioz sembrano perdersi fra le note di una sua sinfonia.

*****

Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Abbiamo accennato all’amicizia fra Berlioz e Frank Liszt (1811-1886), altra autorità dedicata alla musica che il nostro Félix Nadar ebbe occasione di imprimere nelle lastre del tempo. Liszt conobbe Berlioz alla “prima” della sua Sinfonia Fantastica che quest’ultimo diede a Parigi nel 1830, amico, Frank, inoltre di tante personalità dell’epoca, ricordiamo a mo’ d’esempio la scrittrice George Sand.
In questa immagine del 1886, il compositore è già avanti con gli anni, ha quasi 75 anni, poco prima della sua morte: un volto che ricorda l’essere stato bambino prodigio, sguardo svanito, compassionevole, capelli bianchi, labbra appena dischiuse sembrano sussurrare alcune delle sue opere.

*****

Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi '900

Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi ‘900

Henri Marteau (1874-1934) fu un violinista e compositore francese che al tempo di Nadar ebbe una certa fama. Il suo esordio avvenne nella “Vienna Philharmonic Society” nel 1884 ad appena 10 anni, mentre il vero debutto come professionista fu a Londra qualche anno dopo, 1886, in un concerto di Hans Richter. Esibitosi, fra l’altro, in Germania, in Russia, in Svezia, in America, in questa foto, Nadar ce lo lascia intravedere serio, fortemente presente, con il suo violino appoggiato a un tavolo, come preparandosi per iniziare a suonare in un concerto.

*****

Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Abile nel suonare il mandolino, Giovanni Vailati (1815-1890), italiano, era noto anche come “il cieco di Crema”, musicista lombardo immortalato da Nadar a Parigi nel 1863. Raccontano le cronache che era cieco dalla più tenera età, ché a due mesi perdette la vista: malgrado ciò era considerato un virtuoso. Dopo l’esibizione nel Regio Teatro di Parma del 2 dicembre 1852, così scrivevano:

“… Egli seppe mostrare quanto può agil mano e non superabile maestria nell’eseguire sopra uno stromenti di così limitati mezzi una infinità di note, senza che insieme confondansi, ma possano invece spicccar distinte, per modo che il ritmo ed il tema giungano chiari e perfetti all’orecchio degli ascoltanti… ” (3)

Se abbiamo fatto caso, c’è un particolare, fra i tanti – per esempio gli sfondi -, che salta alla vista fra il fotografare, Nadar, le donne e gli uomini, un particolare che mette gli uomini a posare seri, austeri, solenni, mentre le donne le lascia libere di esprimere la loro indole gioiosa, allegra, caratteriale, una differenza che, per carità, nulla toglie sia alla professionalità di Nadar – ricordiamo siamo agli inizi dell’arte fotografica per cui le sperimentazioni sono all’ordine del giorno, così come, sebbene diversamente, oggi – sia alla bravura e capacità dei due sessi di mettersi in posa davanti un “aggeggio” che mai avevano visto in vita loro, un ritratto che passava dal pennello e una tela a una lastra.

E allora ritorniamo a Benjamin:

“… Nel culto del ricordo dei cari lontani o defunti il valore culturale del quadro trova il suo ultimo rifugio. Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalle prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura. È questo che ne costituisce la malinconia e incomparabile bellezza…” (4).

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– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011, [Kindle, pos. 196].
– 2. Hector Berlioz, Memoirs, Everyman’s Library, pag. 104.
– 3. Gazzetta di Parma, 6 dicembre 1852, N. 278.
– 4. Walter Benjamin, op. cit., [Kindle, pos. 193].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 222013
 

Abbiamo sempre sottolineato l’importanza delle immagini, vuoi dipinti dell’epoca, vuoi fotografie, vuoi filmati, immagini che, sia come fonte storica primaria che secondaria, danno possibilità di avvicinarci “visivamente” al periodo a cui si riferiscono. La foto ha dato e dà un contributo davvero speciale alla Storia, registrando i più disparati avvenimenti, quella foto che, per dirla con Robert Frank “… deve contenere, l’umanità del momento”.

Nadar, di cui abbiamo già accennato, fu uno dei pionieri della nuova arte, un’arte che al tempo mise addirittura in discussione la pittura, la ritrattistica in particolare, un’arte che lui seppe incarnare in uno dei momenti più decisivi di sviluppo e cambio della società, metà-fine ‘800 inizi ‘900.

E fra le tante rappresentazioni fotografiche che ci ha lasciato, abbiamo deciso dedicare la nostra attenzione ai personaggi femminili, personaggi con cui era sua abitudine dialogare prima di scattare una foto, cercando di cogliere non solo il puro aspetto esterno, ma anche il sentimento, il carattere, il pensiero, entrare cioè all’interno del corpo per sviscerarne l’anima. Lui stesso affermava: “Il ritratto è l’applicazione più preziosa e nello stesso tempo più delicato della Fotografia”.

Un gioco fra luci e ombre che riusciva a completare in modo davvero esemplare, quel suo essere caricaturista che riversava abilmente nella fotografia – mi sovviene lo scatto al Pierrot fotografo, detto anche Il mimo Deburau del 1854.

George Sand, Nadar, 1864

George Sand, Nadar, 1864

Decine furono le donne che passarono per il suo atelier in Boulevard des Capucines a Parigi, fra cui Amandine Aurore Lucile Dupin, in arte, George Sand, prolifica scrittrice francese.
Nadar la ritrae con uno sguardo profondo, pensieroso, che sembra andare oltre i limiti fisici della realtà e penetrare la fantasia dei suoi romanzi. Di lei diceva Gustave Flaubert:

Si doveva conoscerla come l’ho conosciuta io per sapere quanto vi era di femminile in questo grande uomo, per conoscere l’immensa tenerezza di questo genio.”

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La cantante soprano Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Qua sopra Noémie Marcus, soprano, nei costumi di scena. Fra le sue tante interpretazioni la ricordiamo nella Principessa Fantasia nell’anteprima del 26 ottobre 1875 a Parigi da Le voyage dans la lune, un’Opéra féerie, con musiche di Jacques Offenbach, libretto di Albert Vanloo, Eugène Leterrier e Arnold Mortier, liberamente basato nel romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna.

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Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Due immagini, in posa che può sembrare spontanea, sorridente, elegante in quella di destra, di un’altra donna immortalata da Nadar, Mariette Sully, soprano belga, attiva principalmente nell’Operetta. Il suo debutto avvenne nel 1894 con il ruolo di Clotilde ne Les Forains. Attuò anche in due film, L’Enfant de l’amour (1930) e La chanson du souvenir (1936).

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Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Louise Grandjean, soprano francese, particolarmente nota per le sue eccellenti attuazioni nei personaggi femminili di Wagner e Verdi. Il suo esordio avvenne nel 1893 nell’Opéra comique Le Pré aux clercs come Isabella. Lavorò in vari teatri europei fra i quali a Berlino e a Monte Carlo.
Nadar consegna alla storia Louise nei suoi costumi teatrali, accanto a oggetti della scena, due foto, queste, piene di movimento, dinamiche, dove l’attrice sembra essere nel mezzo dello spettacolo. E in questi ultimi scatti, siamo verso il 1904/5 – Nadar morirà nel 1910 -, si avverte già una certa crescita, una maturità artistica che inizia a ben definirsi, notandosi, inoltre, fra soggetto e fotografo una tacita relazione d’intesa.

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Piccola bibliografia:

– Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jun 292013
 

Fortemente ancorata a una terra piena di storia, Medellin, nel dipartimento di Antioquia, in Colombia, ha vinto il primo premio per essere la città più innovatrice del mondo, città in cui tradizione e ricordi convivono con un presente che si prospetta solidamente verso un futuro che la vedrà, se non già, protagonista di una realtà sempre più cosmopolita.

Quando le prime truppe spagnole, poco più di 30 uomini, al comando di Jerónimo Luis Tejelo raggiunsero la Valle di Aburrà, il 24 agosto 1541, giorno di San Bartolomeo, gli indigeni residenti, fra cui katíos, emberas, aburraes, opposero, con le dovute eccezioni, resistenza, indigeni principalmente dediti all’agricoltura, coltivando mais, fagioli, commercializzando sale e mantelli di cotone, ben pratici orefici. Fu poi Jorge Robledo (1500 ca.-1546) che fondò Santa Fe de Antioquia, nello stesso anno.

La città iniziò la sua vera crescita a partire dalla zona dove oggi esiste il parco de El Poblado, quando il 2 marzo 1616 si diede vita a ciò che si chiamò San Lorenzo de Aburrá, un “caserio” composto da poco più di trecento indigeni e qualche spagnolo, punto di partenza per lo sviluppo della futura realtà, che sarà poi – giacché si vietava l’incrocio di razze – spostata, 1646, verso il fiume Medellin, la cui prima chiesa, 1649, fu dedicata a Nuestra Señora de la Candelaria. Considerando come data di fondazione il 2 novembre 1675: oramai il piccolo borgo si era ben popolato, grazie anche all’arrivo di nuovi immigrati, e ampliato i propri commerci, nacque dunque la Villa de Nuestra Señora de la Candelaria.

Poche premesse, a noi qua interessa far flanella per le vie, i vicoli, per piazze e “rincones” che raccolgono la vera vita quotidiana di Medellin, un modo per entrare nelle dinamiche di una società che palpita e vive come poche in sudamerica.

Cupola dell'edificio dedicato a Rafael Uribe Uribe e piazza dove si raccolgono decine di statue di Botero

A pochi passi dal Parco Berriò, là dove abbiamo detto si eresse la prima chiesa, incontriamo il Palacio de la Cultura Rafael Uribe Uribe, luogo dove si svolgono avvenimenti culturali, luogo di un piccolo museo, luogo, fra l’altro, che ospita la Biblioteca Departamental Carlos Castro Saavedra. Al suo fianco una piazza in cui le statue dell’artista medellinense Fernando Botero sono le indiscusse protagoniste, statue che i locali curano con un riguardo davvero encomiabile.

Interno Palazzo della Cultura Rafael Uribe Uribe

Nell’immagine di sopra, una delle sale in cui al momento della mia visita era dedicata alla vita e alle opere proprio di Rafael Uribe Uribe (1859-1914), avvocato, giornalista, diplomatico, personaggio sui generis dal forte carattere, dagli ideali politici ispirati a un socialismo corporativo. Nella parte destra della foto, uno scorcio della biblioteca, che è anche depositaria legale di tutto ciò si pubblichi su temi antioqueñi.

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El Castillo, Medellin

Il paisa è un commerciante nato, uomo generalmente colto, pronto ad accettare le sfide della vita, pronto a far costruire un castello stile francese gotico ispirato a quelli della valle della Loira. Così nacque ciò che oggi si chiama Museo El Castillo, nei primi decenni del ‘900, oggi museo della famiglia Echavarria, entità promotrice di arte e cultura, che vale la pena conoscere nei minimi dettagli, camminando, fra l’altro anche per i bei giardini che lo circondano, così come per le stanze, dalla biblioteca al salone francese al salone della musica.

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Basilica Cattedrale Metropolitana dell'Immacolata Concezione, Medellin

Ritorniamo in città, ed entriamo nel cuore, visitando magari la Cattedrale Metropolitana dell’Immacolata Concezione, di stile neo-romanica, iniziata a costruire nella seconda metà dell”800, 1868, e portata a termine, dopo varie vicissitudini, già entrato il Novecento. Vale la pena sottolineare che il baldacchino, così come gli altari il pulpito e il coro, sono disegni dell’architetto italiano piemontese Giovanni Buscaglione. Uno dei tanti templi religiosi presenti in città.

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Metro, Medellin

La metropolitana di Medellin è un orgoglio cittadino, pulita ordinata precisa, entrata in servizio alla fine del novembre del 1995. Unica del suo genere in Colombia, si calcola trasportare all’anno ben oltre 180.000.000 passeggeri che giornalmente si spostano da una parte della città all’altra, dal sud al nord e viceversa. Passeggeri educati, nel vero senso della parola, ancor prima del completamento dei lavori, educati, dicevamo, all’uso del nuovo mezzo, al suo mantenimento, al rispetto di un “bene sociale”, e via dicendo, un’educazione cittadina esemplare che ha dato i suoi frutti: non si vedono carrozze con graffiti, sporche, malandate, così come le stazioni sembrano appena inaugurate. Ma non finisce qua.

Metrocable, Medellin

Connesso alla metro c’è anche Metrocable, che collega le periferie adagiate sui monti della città, un servizio innovativo a disposizione di tutti per 1800 pesos colombiani. Otre al fatto che un prolungamento della rete ti porta al Parco Arvì, altra attrattiva turistica in cui vale la pena trascorrere un’intera giornata immersi nel verde andino.

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Una mostra dedicata alla Casa nei padiglioni della fiera

Andiamo avanti, raggiungiamo il quartiere fieristico Plaza Mayor, dove durante tutto l’anno si susseguono a ritmo serrato convenzioni ed esposizioni, dove persone da tutto il mondo hanno la possibilità di riunirsi e condividere esperienze, prodotti, idee, basta solo pensare alla ben famosa Colombia Moda, vetrina della moda colombiana esportata in tutto il mondo, specialmente negli Stati Uniti.

Una sfilata dei giovani che hanno finito o sono sul punto di finire i loro studi all’Università Salazar y Herrera di Medellin, un primo approccio al mondo dell’abbigliamento che poi sarà approfondito con particolari Master e specializzazioni vuoi in Italia o Francia o negli Stati Uniti.

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Due centri commerciali, Medellin

E se abbiamo voglia di comprar qualcosa? Niente di meglio che mettersi nei tanti centri commerciali che possiamo trovare in città e nelle immediate periferie, da El Tesoro, a San Diego, a Oviedo e altri ancora, centri dove si può trovar di tutto, riposare gustando un soave caffè colombiano, navigare in rete grazie al wifi gratis che quasi tutti offrono, dilettarsi godendo un film in inglese con sottotitoli in spagnolo. Insomma, ozio allo stato puro. Se poi desideriamo uscir all’aperto, basta camminare per la Via Primavera.

Bazar, mercatino dedicato all'artigianato e non solo

Via Primavera, in cui negozi con proposte originali, spesso artigianali, attirano la nostra attenzione, in cui si organizzano eventi come quello a cui ho avuto il piacere di presenziare, Bazar, di metà giugno, evento che attrae giovani e meno giovani, che mostra la parte creativa del medellinense. Una città che pensa al cittadino, una città che, specialmente in questi ultimi anni, sta facendo balzi da gigante.

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Bibliotecche e wifi per tutti

Biblioteche per tutti, è un lemma del comune di Medellin, così come wifi per tutti, libero e gratis. Sicché dalle parole si inizia, poco a poco, superando ostacoli, a incamminare verso il futuro: non per nulla, abbiamo detto, essere la città innovatrice per eccellenza (»»»qua).

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Medelin vista dal Poblado

Un scorcio di parte della città vista dal Poblado. Città, che certamente ha i suoi problemi sociali, città, di cui ho dato solo e semplicemente un accenno, un’infarinatura, un mia breve incompleta esperienza, città che presenta decine di altre attrattive, che possiede una storia da non sottovalutare, una cultura impossibile da raccogliere in poche righe. Il mio invito è quello di viverla attivamente, facendo flanella, girovagando per le strade, parlando con i locali dell’Atletico Nacional, bevendo una “cerveza” Bavaria con i giovani, ballando a notte fonda nella “zona rosa”, comprando nel “hueco”, sorseggiando un succo di mango o di papaya, o, non certo per finire, salire sul Turibus per ascoltare la guida locale parlare della città e, perché no, fare un salto nella preziosa Guatapé.

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- Tutte le foto e il video sono di ©Gaspare Armato.