Apr 262015
 
Selinunte, Tempio dedicato a Hera

Selinunte, Tempio dedicato a Hera (foto ©G. Armato)

Fra disagi e disavventure, nel suo peregrinare per la Sicilia, un giorno del 1551, il saccense fraticello domenicano Tommaso Fazello (1498-1570) si imbatté in colossi di pietra e imponenti costruzioni distrutte che descrisse nel suo “De Rebus Siculis” pubblicato a Palermo nel 1558, testimonianza scritta in latino che raccoglie la storia dell’isola dalle mitiche origini fino al XVI sec., un’opera storico-geografica di degna nota.

«Dentro le sue mura [di Selinunte] si vedono due templi non tanto grandi, uno ha colonne scanalate, l’altro invece lisce, e non è ben certo se sia stato un tempio o la casa del pretore. In essa si vede anche una rocca che incombe sul mare e che, sebbene sia stesa a terra, tuttavia ha rovine di grandi proporzioni e un arco ancora in piedi. Si vedono, poi, rovine sparse in tutta la città per molti iugeri e si cammina su fondamenta, strutture, e resti di case che occupano quasi ogni sua parte» (1)

La scoperta del nostro monaco siciliano fu base di partenza, nei secoli successivi, per ulteriori peregrinazioni specialmente dal XVII-XVIII secolo in poi, quella moda del Grand Tour che prese animo e corpo di artisti letterati aristocratici europei. Ecco allora giungere a Selinunte Jacques-Philippe D’Orville (1696-1751), Richard Henry Payne Knight (1750-1824), Jean-Pierre Louis Laurent Houël (1735-1813), Jean-Claude-Richard de Saint-Non (1727-1791), Johann Hermann von Riedesel (1740-1785), e tanti altri ancora, un viavai di persone che procurò una certa fama alla remota località. E non dimentichiamo il frontespizio del libro di Jakob Philipp Hackert (1737-1807), Vues de la Sicilie, dedicato proprio a Selinunte, libro pubblicato a Roma nel 1782.

Scriveva Jean-Pierre-Laurent Houël nel 1777 sec.:

Dovevo recarmi a Selinunte: presi informazioni necessarie su tutto quanto concerne questa città fiorente un tempo e oggi completamente in rovina. Se ne scorgono facilmente i resti a sud di Castel Vetrano. Me li fecero osservare dai confini di una ricca campagna coperta di colture di ogni genere e soprattutto di alberi da frutta, che affascinavano lo sguardo per la varietà delle forme e dei colori. Il mare chiude maestosamente la prospettiva. Sulla riva si sgorgono le colonne di un tempio, il più grande dell’antica Selinunte, che dominano tutto ciò che circonda. La gente del paese le chiama Pilieri giganti, le colonne dei giganti, per la loro smisurata grandezza.” (2)

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1782-1787

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1777

Sono passati oltre 2600 anni e i templi di Selinunte tuttora affascinano i nostri sensi e ci rapiscono in una meravigliosa estasi, portandoci a sognare a occhi aperti e restare di stucco davanti quell’immane laboriosità costruttiva dei nostri antenati.

Selinunte (Σελινοΰς), secondo alcune fonti fondata intorno al 650 a. C. da coloni di Megara Hyblaea, un insediamento greco vicino Siracusa, si sporge sul mar Mediterraneo nella Sicilia sud-occidentale. Nei circa 240 anni di vita, fu una potente città di oltre 80.000 abitanti, con una propria zecca – coniando monete dal 550-530 a.C. – e con un florido commercio, specialmente con i Punici che vivevano nella parte più occidentale dell’isola. Prese il nome da Sèlìnus, l’endemico prezzemolo selvatico che cresceva spontaneo in quelle zone, vicino il fiume Modione.

Sull’Acropoli si costruirono vari templi ed edifici destinati al culto: il tempio D e accanto quello C, quest’ultimo della prima metà del VI sec. a.C., poi uno più piccolo B di epoca ellenistica, forse dedicato a Empedocle di Agrigento. Poi ancora i templi A e O, forse quest’ultimo con sei colonne da un lato e quattordici dall’altro, vicinissimi i due e molto simili.

 Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Ma l’opera dei selinuntini non finì qua: sulla collina orientale altri tre luoghi destinati alla devozione, E, F ed infine quello – sembra – dedicato a Giove, G, uno dei più grandi dell’antichità classica con ben 110 m. di lunghezza e 50 m. di larghezza, e colonne alte circa 17 m., con un’altezza totale che sfiorava i 30 metri. Colossale opera, forse iniziata nel 530 a.C., mai portata a fine, poiché la distruzione della città avvenne prima.

Gli archeologi dicono che dovrebbe esistere un altro tempio, non ancora individuato, e che avrebbe dovuto essere il primo e il più vecchio, edificato dai coloni megaresi. Il mistero resta, non si sa con certezza a quali divinità fossero stati dedicati, a parte il tempio E che grazie a un’iscrizione sappiamo fu consacrato alla dea Hera. La facciata principale degli edifici era sempre rivolta ad oriente, al sorgere del sole, dove il viso del dio doveva guardare.

Il materiale da costruzione proveniva dalle cosiddette Cave di Cusa, oggi nei pressi della cittadina di Campobello di Mazara, a circa 13 km. da Selinunte.

L’area, una volta conquistata dai Cartaginesi, fu ripopolata con piccole case fatte con i ruderi esistenti in loco, ed elementari e basici luoghi sacri fra quartiere e quartiere. Poderoso era il sistema difensivo con alte mura erette poco prima della caduta della città. L’intera zona fu poi assoggettata dai romani.

Poco resta della gloria di quei tempi, la distruzione totale avvenne peraltro tramite un violentissimo terremoto, X-XI sec., che abbatté i monumenti. Eppure ancora oggi chi visita Selinunte viene dolcemente rapito dai cinque sensi, dai florali profumi primaverili, dal vento che accarezza la pelle, dai suoni che si ascoltano a occhi chiusi fra le rovine, dal tatto nello sfiorare una tuttavia presente classicità, dal gusto di quel sedano che diede nome alla città. Non c’è pietra che non racconti storie, non c’è metopa che non parli di un mito, non c’è colonna che non abbia l’impronta di un uomo che con il suo sudore ci ha lasciato una testimonianza di cui dobbiamo andar fieri.

Ma Selinunte non è nostra, Selinunte è dell’intera Umanità che dovrebbe custodirla gelosamente.

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*****

– 1. Tommaso Fazello, De rebus Siculis, Panormi, 1558, ed. Storia di Sicilia, 1990, vol. I lib. I, pp. 326-327.
– 2. Jean-Pierre-Laurent Houël, Il viaggio in Sicilia, Edizioni di storia e studi sociali, 2013, pag. 25.

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Mar 282015
 
Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Figura chiave nell’Europa assolutista del Settecento, Federico II di Prussia (1712-1786) fu temuto rispettato venerato non solo dai suoi contemporanei ma anche da coloro che desideravano emularlo nel trascorso dei secoli, al punto da chiamarlo il Grande. Personaggio controverso che si dilettava di musica poesia filosofia, chiamò alla sua corte, fra i tanti, Voltaire, con cui parlava francese, nello stesso tempo in cui si interessava scrupolosamente di arti militari, facendo del suo esercito uno dei più efficienti dell’epoca.

Nei seguenti podcast (di seguito solo i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli direttamente nel sito di Radio 2 »»qua), il prof. Alessandro Barbero ci offre un’ampia e critica visione di un uomo che ancora oggi, in un modo o nell’altro, affascina.

 

 

 

→ segui ascoltando »»qua.

 

   

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Mar 162015
 
Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Che l’epoca illuminista sia uno spartiacque fra un prima e un poi, fra un Ancien Régime e un mondo a noi contemporaneo, è cosa risaputa. Il Settecento con i suoi Lumi furono decenni che ruppero con un passato tuttavia legato a un certo feudalesimo, pieno di strutture per lo più immobili che mal accettavano un cambiamento politico-sociale, ruppero ancora con un’epoca in cui il potere assolutistico di diritto divino faceva da padrone in mezza Europa, incarnato nel Seicento da Luigi XIV, e in cui il privilegio aristocratico era punto di forza dell’intero sistema.

È un magma di cose vecchie di secoli (e talvolta di millenni) lasciate tutte, senza eccezione, in vigore. L’ancien régime fu profondamente conservatore, e spesso di anticaglie o, se si vuole, di antichità rispettate, venerate, deformate, dimenticate, resuscitate, fossilizzate a un tempo.” (1)

Già la lenta nascita degli imperi oltremare di Spagna Francia Inghilterra Olanda e lo sfruttamento delle terre coloniali aveva permesso alla politica economica ampliare oltremodo i confini geografici e affacciarsi su terre che avrebbero permesso lo sviluppo di una marina mercantile, un gioco insomma che vedeva cambiare i paradigmi e proporre ai dirigenti nuove sfide e nuovi problemi da risolvere, da quello della schiavitù a quello delle libertà, dal predisporre un esercito permanente a intavolare rapporti con paesi e stati prima sconosciuti o poco esplorati, vedi Cina e oriente in generale.

L'Europa nel Settecento

L’Europa nel 1700 (wikipedia)

Ma non tutta l’Europa ebbe uno sviluppo omogeneo, giacché variava secondo il passato storico di ogni regione. Le prime machine a vapore avevano dato al futuro Regno Unito una marcia in più, la Rivoluzione industriale sarà alle porte, seguito dalla Francia che prendeva vittoriosa la via dell’America e che avrebbe aspettato l’Ottocento per innovare la sua tecnologia, mentre Spagna Italia Portogallo seguivano ancora immersi principalmente in una ancestrale agricoltura, fulcro delle loro economie – con le dovute eccezioni locali. Verso l’Est le differenze si notavano ancor più, popoli maggiormente arretrati dal punto di vista economico, ostacolati da infrastrutture che rallentavano il commercio, privi di una organizzazione bancaria efficiente, con forti istituzioni a regime feudale, in tal modo si presentavano, per fare un esempio, i territori dell’odierna Russia e della Polonia.

La mentalità degli uomini difficilmente segue il progresso sociale, modificare le proprie idee mentre proseguono immobili le vecchie strutture esistenziali è duro e arduo. L’Illuminismo aprì quelle vie verso una riflessione razionale, ma era un movimento intellettuale che interessava aristocratici e borghesi, in uno Stato autoritario e intollerante in cui i sudditi restavano legati al rispetto incondizionato e alla rassegnazione, seguiti da un corpo religioso ben presente nella loro vita quotidiana e che scandiva i ritmi dell’anno. Il cosiddetto Terzo Stato aveva ben poco peso politico nelle decisioni comunitarie.

Tuttavia la mentalità borghese – ma non solo – tenterà rompere questo status quo grazie a una nuova corrente di pensiero, in un ambiente in cui l’economia giocherà peraltro una partita importante, così come l’apertura verso un nuovo spirito scientifico e tecnico, così come altresì il credere nella forza di una ragione critica che tutto poteva. Una lenta evoluzione che impregnerà poco a poco l’intera Europa e oltre.

La rivoluzione culturale poteva accelerare i cambi.

*****
– 1. Pierre Goubert, L’ancien règime, Jaca Book, Milano, 1999, vol. I, pag. 32, 33

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Mar 112015
 
Mendelssohn a sinistra, Lavater a destra e Lessing in piedi, di  Moritz Daniel Oppenheim, 1856

Mendelssohn a sinistra, Lavater a destra e Lessing in piedi, di Moritz Daniel Oppenheim, 1856

Se nel periodo moderno da noi studiato, il 1492 è da considerare come punto di partenza per una svolta storica del popolo ebreo, quell’allontanamento (»»qua) prima dalla Spagna poi dal Portogallo con il loro insediamento in mezza Europa e il fiorire, qualche decennio prima e dopo, di un significativo sviluppo culturale che potrebbe coincidere con il nostro Umanesimo, il Seicento è invece l’età d’oro olandese (»»qua) in cui i figli di Mosè ebbero non poca importanza nel gioco dei commerci e della fioritura di quelle terre, il Settecento, non per ultimo, viene poi a spostare l’attenzione e l’asse verso l’oriente europeo, la Polonia e la Russia principalmente.

Il XVIII secolo si apre con una popolazione ebrea intorno ai tre milioni e mezzo di persone (1), sparse per lo più nella parte occidentale del globo, con una maggioranza rilevante in Europa. Un popolo tuttavia relegato, nella maggior parte dei casi, nei ghetti, costretto e obbligato a determinati lavori, non sempre benvenuto nelle varie realtà politiche del continente e pronto a levar le tende e migrare verso altri possibili territori per sopravvivere alle vicissitudini politico-religiose.

Già nei primi decenni del Settecento, Polonia, Ucraina e Lituania ne ospitano circa 600.000, regione poco stabile, devastata dalle guerre, molto arretrata economicamente e socialmente. Pochi sono coloro che coltivano la terra, occupandosi principalmente di tessuti, commercio di cera, sale, tabacco, alcool, sapone, pochissimi i banchieri, forse nessuno. Le varie crisi provocheranno vieppiù risentimento anti-ebreo. Quando il 5 agosto 1772 la Polonia viene spartita, 150.000 di loro sono inglobati nel regno austriaco, 25.000 nella Russia e altri nella Prussia. Nel 1790 gli ebrei polacchi sono oramai 900 mila (2). L’anno dopo, quando i borghesi prenderanno il potere, la Dieta istaurerà una monarchia ereditaria e liberale: gli ebrei inizieranno ad acquistare una certa libertà.

La Russia non conosce, salvo rare eccezioni e piccolissime comunità, gli ebrei, almeno fino a quando non incorpora parte della Polonia, nessun zar aveva autorizzato la loro immigrazione, neanche Pietro il Grande (1672-1725). Nel 1778 Caterina II (1729-1796), fra concessioni e oppressioni, apre marginalmente le porte ai mercanti e agli artigiani ebrei per poter partecipare alle corporazioni, permettendo finanche l’elezione di rappresentanti di associazioni e di municipi nelle “zone di residenza”, il tutto in un’ambiente in cui i commercianti russi chiedevano protezione da qualsiasi forma di concorrenza. La Russia di fine Settecento avrà nei suoi possedimenti più della metà della popolazione ebrea mondiale (»»qua).

Zona di residenza ebrea a confine con la Russia, 1905

Zona di residenza ebrea a confine con la Russia

Venezia, in cui vivono a metà XVIII sec. circa 1.700 anime, autorizza, nel 1737, l’uscita dal ghetto anche di notte e la domenica, 20 anni dopo Firenze la segue (1757), mentre ad Ancora la situazione non è certamente piacevole, così come nel Contado Venassino, nei pressi di Avignone, sotto giurisdizione diretta del papato romano. La maggior parte degli ebrei residenti in Alsazia nel 1784, si stima poco meno di 20.000 persone, sono commercianti, altri prestano il denaro ai contadini del luogo. A Parigi, in un ambiente illuminista, c’è chi tollera la piccola comunità di sefarditi portoghesi e di ashkenaziti tedeschi, polacchi, inglesi, olandesi, c’è chi li rifiuta, vedi Voltaire (1694-1778) (»»qua).

Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che coniuga da lungo tempo l’avarizia più sordida alla superstizione più odiosa e all’odio più irrefrenabile per i popoli che li tollerano e li arricchiscono.” (3)

Favorevole era Robespierre:

Come potete rimproverare agli ebrei le persecuzioni che hanno subìto in diversi paesi? Queste sono, al contrario, dei crimini nazionali che noi dobbiamo espiare reintegrandoli negli imprescrittibili diritti dell’uomo di cui nessuna autorità umana può privarli. […] Restituiamogli la felicità, la patria e la virtù reintegrandoli nella loro dignità di uomini e cittadini.” (4)

Mentre i portoghesi lavorano con il cioccolato, la seta e le stoffe in generale, i restanti sono gioiellieri, sarti, piccoli negozianti. Pochi gli industriali e gli intellettuali, i medici e i prestatori di denaro. Il 17 novembre 1787, Luigi XVI autorizza loro essere ammessi nelle corporazioni. Poco prima della rivoluzione del 1789 si calcola essere in Francia circa 40.000 ebrei (5).

Dopo l’espulsione da Vienna nel 1670, solo nel 1737 si forma una piccola comunità che commercia con i Balcani e l’Impero Ottomano. Nel 1781 un decreto dell’imperatore Giuseppe II permette loro accedere alle università statali, nel 1797 possono vivere addirittura fuori i ghetti, ma devono in cambio, fra l’altro, partecipare all’esercito. Nella Germania frammentata, i banchieri ebrei hanno la meglio, giacché molti sono i principi che desiderano un loro esercito permanente, ampliare i loro regni, costruirsi la loro reggia a mo’ Versailles, cosicché hanno bisogno di denaro liquido. La Prussia di Federico II (1712-1786) restringe (1750) invece le loro libertà, possono solo, i figli di Mosè, dedicarsi a trafficare cavalli, pelli, miele, tè, caffè, cioccolato, essere venditori ambulanti, artigiani, stampatori, rigattieri, e poco altro ancora. Nel 1778 iniziano a esserci a Berlino scuole ebree laiche sia per uomini sia per donne: l’influenza delle idee “illuministe” di Moses Mendelssohn (1729-1786) si fanno palesi.

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Ad Amsterdam, dove nel secolo precedente (XVII) avevano giocato un ruolo decisivo nello sviluppo commerciale e culturale, risiedono ora, a metà Settecento, circa 20.000 ebrei, la metà sefarditi, l’altra ashkenaziti, lavorando per lo più nella finanza, nel commercio, meno nell’artigianato (6). Alcuni di loro occupano posizioni di rilievo, come un membro della famiglia De Pinto, direttore generale della Compagnia delle Indie Occidentali (1749), molti sono inoltre coloro i quali trafficano con i titoli nella Borsa della città.

La caduta dell’economia olandese, a seguito – anche ma non solo – di varie crisi bancarie (Joseph Arendt & Co. per causa altresì di una banca cristiana – vedi nota 7), fa sì che in molti lasceranno il suolo olandese per dirigersi verso le isole inglesi, dove nel 1700 si costruirà la prima sinagoga sefardita, seguita da una stamperia. La rivoluzione industriale li vedrà lavorare in primo piano specialmente nelle finanze e nei commerci oltremare: oramai la Gran Bretagna assorge come la nuova potenza mondiale. A fine XVIII secolo gli ebrei inglesi saranno circa 20.000.

Questo breve e incompleto excursus ci porta nella considerazione che, sebbene siano passati i secoli e sebbene ci si avvicini lentamente a una cosiddetta età dei Lumi, il cammino storico del popolo ebreo è ancora pieno di pietre e strade tortuose, perseguitato in buona parte dell’Europa, un cammino che porterà nella triste realtà della Seconda Guerra Mondiale.

*****
– 1. . Jacques Attali, Los judios, el mundo y el dinero, Fondo de cultura economica, Buenos Aires, 2005, pag. 272.
– 2. Daniel Tollet, Histoire des Juifs en Pologne du XVIe siècle à nos jours, Puf, París, 1992.
– 3. Voltaire, Dizionario filosofico, 1764,
– 4. Ouvres de Maximilen Robespierre, VII, p. 265, Société des études roberspierristes; cit. in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, 1981.
– 5. David Feuerwerker, L’Émancipation des Juifs en France de l’Ancien Régime à la fin du Second Empire, París, Albin Michel, 1976.
– 6. Herbert Ivan Bloom, The Economic Activities of the Jews of Amsterdam in the 17th & 18th centuries, Kennicot Press, Londres, 1982.
– 7. Herbert Ivan Bloom, op. cit.

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Feb 172015
 
Denis Diderot

Denis Diderot

L’epoca da noi considerata non erano certo decenni di libertà d’espressione, la pubblicazione di libri libelli periodici era sottoposta a un controllo regio a volte duro e spietato, tutti i manoscritti dovevano passare per le mani di un censore che ne vagliava il contenuto e aggiudicava o respingeva la stampa. Con Lamoignon de Malesherbes (1721-1794) forse si ebbe una leggera maggiore tolleranza, fu lui ad appoggiare, per esempio, il prosieguo dell’Encyclopédie. 

Lo stesso Diderot (1713-1784) fu incarcerato dal 24 luglio al 3 novembre 1749 per aver dato alle stampe Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, o ricordiamo l’ordine di arresto a Rousseau (1712-1778) per l’Emilio o dell’educazione, nel 1762, Rousseau che dovette fuggire.

La produzione francese di volumi autorizzati o per privilegio o tacitamente ebbe un incremento notevole nel secolo da noi considerato, basti pensare che dal 1723 al 1789 più di 30.000 testi (1) ottennero il beneplacito per passare ai torchi. La maggior parte dei libri venuti alla luce erano dedicati alle scienze, all’arte, alla medicina, all’agricoltura, alla politica, mentre quelli sulla religione iniziavano ad avere minor interesse fra i lettori. La maggior parte in lingua francese, il latino oramai declinava sempre più.

Tale, tanta e varia fu la produzione che in una lettera a Malesherbes del 5 novembre 1760, Rousseau scriverà:

La vendita di libri in Francia è prodigiosa, grande quasi come in tutto il resto d’Europa. In Olanda, è quasi nulla. Al contrario, si imprimono proporzionalmente più libri in Olanda che in Francia. Cosicché, potrebbe dirsi in un certo qual modo che il consumo è in Francia e la produzione in Olanda.” (2)

In effetti la stessa Enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1717-1783) aveva ricevuto offerte per essere data alla luce a Neuchâtel, a Cléveris o nella stessa Olanda, ma alla fine sarà Andrés Le Breton (1708-1779) ad avere la concessione. All’estero, clandestinamente, usciranno gli scritti di tanti autori, fra cui Voltaire che si affiderà ai fratelli Gabriel e Philibert Cramer di Ginevra, Rousseau sarà impresso ad Amsterdam dalla tipografia di Marc Michel Rey, etc. (3)

Un gioco economico talvolta proibito che andava a finire dunque fuori i confini gallici e che non riportava il luogo di pubblicazione quando il testo non era tollerato dalle autorità. Lione e Rouen saranno nella Francia di quei decenni le due città dalle quali usciranno una gran quantità di libri (4) che non avevano ottenuto autorizzazione.

La tirature variavano a secondo l’autore e l’argomento, dai 1.000 esemplari della prima edizione de Il Secolo di Carlo XII di Voltaire ai 3.000 della Storia Naturale di Buffon (1707-1788), e se parliamo di periodici, 7.000 erano le copie normalmente impresse del Mercurio di Francia (5).

Già che ci siamo, diamo qualche cenno sui foglietti dell’epoca, sui libelli, sui bollettini, sui notiziari che andavano per la maggiore.

Esiste un genere di libri che in Persia non conosciamo per niente e che qui mi sembra molto alla moda: i giornali. La pigrizia si sente lusingata leggendoli: si è estasiati di poter scorrere trenta volumi in un quarto d’ora.” (6)

faceva dire Montesquieu al suo Usbek (1721).

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebbe diventato Mercure de France, 1724

Fra i più noti al tempo, o poco prima, la Gazette de France (1631) di Teophraste Renaudot (1586-1653), il già citato Mercure de France (1672) a cura di Jean Donneau de Visé (1638-1710), poi il Journal des Savants, sicuramente il primo giornale scientifico d’Europa (1665), e tanti altri che spesso duravano lo spazio temporale di pochi mesi.

A chi erano dirette queste pagine date alle stampe?

Generalmente e con le dovute eccezioni i lettori, gli acquirenti, erano per lo più la classe abbiente, aristocratici, nobili, i religiosi, inoltre coloro che avevano avuto possibilità di studiare, seguiva poi la borghesia, i mercanti più colti. Rilievo ebbe peraltro l’apertura dei gabinetti di lettura, ricordiamo a Parigi quello del libraio Grangé (1762) o quello di Moureau (1779), luoghi in cui si poteva entrare e leggere al prezzo di pochi spiccioli e, magari, iniziare una conversazione che permetteva creare una specie di circolo informale. Una passione che attraversò l’epoca e permise altresì il diffondersi dell’Illuminismo.

Per la classe meno “alfabeta” che desiderava avvicinarsi alle pagine scritte e illustrate, ecco la letteratura cosiddetta popolare, quei romanzi di evasione comprati con pochi denari, talvolta meno di 2 soldi, stampati in carta grossolana, male impaginati, di solito meno di 120 pagine, così come pure tutta quella serie di libelli che trattavano di catechismo, vita dei santi, cantici, pratiche religiose, racconti di avventura, miti, leggende, fantasia. E non bisogna dimenticare i famosi almanacchi, come Il Grande Calendario, in cui si illustravano i lavori agricoli, i giorni della settimana, tradizione orale, astrologia, e via dicendo.

Queste poche righe per entrare in un continuum storico che conduce alla realtà odierna, quel passaggio iniziato da Gutenberg a metà del XV sec. e che permetterà, lentamente e lungo il trascorso dei secoli, una maggiore alfabetizzazione delle classi sociali più basse. E l’Epoca Illuminista è da considerare come punto di svolta dell’intero sistema culturale.

*****

– 1. ‪Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, El siglo de las Luces, ed. Akal, 2013, pag. 524.
– 2. in Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 526 (trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato).
– 3. Gaspare Armato, Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, UK, 2009, pag. 214.
– 4. A volte erano indicate le città di Amsterdam o Ginevra come luogo di stampa, altre volte erano luoghi di fantasia.
– 5. Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 527.
– 6. Montesquieu, Lettere Persiane, lettera CV.

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Feb 022015
 
Encyclopédie, D'Alembert e Diderot

Encyclopédie, D’Alembert e Diderot

La pubblicazione dell’Encyclopédie da parte di Diderot e compagnia bella, a partire dalla metà del Settecento, fu momento di riflessione culturale, un’opera che abbracciava i più svariati campi del sapere umano e che tentava rompere un sistema tuttavia legato al passato. L’Enciclopedia francese, che oltretutto fu manifesto – in lato sensu – dell’Illuminismo, si interessò inoltre del problema dell’istruzione tanto a cuore ai filosofi dell’epoca, un’istruzione legata alle classi privilegiate, mentre quelle popolari si mantenevano in-con una cultura orale tramandata da padre in figlio, da anziano a giovane, e che raramente superava i limiti del villaggio o del paesino.

Se passeggiamo per l’Europa di quei decenni, l’analfabetismo si estendeva dalla Russia di Caterina II la Grande alla Spagna di Ferdinando VI Borbone e successori ancorata al mondo agricolo, dall’Italia politicamente frammentata alla Francia di Luigi XVI all’Austria di Maria Teresa, quasi a dire che la persistenza di una certa struttura feudale faceva sì che la massa rurale restasse passiva, poco attiva e ignorante.

Cosa leggermente diversa se guardiamo la parte protestante del continente, dove la lettura delle Bibbia, necessità religiosa per avvicinarsi direttamente a Dio, era pratica quotidiana di tutti, sicché l’istruzione, almeno quella legata alla capacità di leggere, era considerata necessaria. Vedi, per esempio, la Svizzera, l’Olanda, la Scozia, parti della Germania…

Federico II di Prussia, viceversa, nel 1763 aveva promulgato un regolamento che obbligava l’insegnamento elementare per i bambini dai 5 ai 13 anni: sarebbe interessante analizzare l’effettività della legge.

In Francia i giochi in generale stavano così: la zona Nord-Est sembrava più alfabetizzata rispetto a quella Sud-Ovest. Un resoconto afferma che su 344.220 matrimoni celebrati fra il 1786 e il 1789 il 47% erano firmati da uomini e un 26% da donne (1). Con il trascorso dei decenni, l’importanza delle scuole nei villaggi veniva sempre più tenuta in conto, al punto tale che la comunità locale costruiva o affittava gli edifici necessari pagando altresì i maestri. Un’educazione ancora elementare in cui l’istruttore poteva essere un sacrestano, uno scrivano, qualcuno appena alfabeta, per offrire rudimenti di lettura, poi di scrittura e qualche cenno di calcolo matematico. Per le fanciulle esisteva peraltro la possibilità di entrare nelle congregazioni religiose.

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Nelle medie e grandi città, artigiani bottegai commercianti piccoli borghesi possedevano una cultura superiore alla media, una formazione che permise una maggiore diffusione delle idee illuministe. Nel 1785 a Tolosa, a mo’ d’esempio, si rileva un leggero progresso dell’alfabetizzazione cittadina rispetto al 1749: la percentuale delle donne della piccola borghesia che non sanno leggere era scesa dal 30 al 25%, proporzionalmente anche quella dei ceti inferiori (2).

Ma era davvero priorità dell’Illuminismo offrire conoscenze al popolo?

Il dibattito fu certamente vivo e variegato, da quando i fisiocratici avevano affermato la necessità di un’educazione gratuita, obbligatoria e laica, in opposizione, per esempio, all’abate Noël-Antoine Pluche (1688-1761) o a Charles Pinot Duclos (1704-1772) nel cui Essais sur les Ponts et Chaussées, la Voirie et les Corvées (1759) diceva che l’istruzione rendeva il contadino orgoglioso. Più duro l’intervento di Louis-René de Caradeuc de La Chalotais (1701-1785) in cui insisteva nel suo Essai d’éducation nationale (1763) sull’eccessiva diffusione dell’educazione elementare. L’argomento è vasto e controverso per esser sviluppato in questa sede, considerando fra l’altro gli interventi di Kant (1724-1804) per il quale ogni individuo doveva esser capare di riflettere con la propria testa o di Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) quando scriveva:

Se per educazione si intende semplicemente quella che si riceve negli stessi luoghi, e da parte degli stessi maestri, essa risulta allora la medesima per un’infinità di uomini.

Ma se a questo termine si attribuisce un significato più autentico e più esteso, comprensivo di tutto quello che coopera alla nostra istruzione, si può dire che nessuno riceve la stessa educazione. Infatti ognuno ha per propri maestri, per così dire, la forma di governo sotto la quale vive, i suoi amici, le sue amanti, la gente da cui è circondato, le sue letture, e infine il caso – cioè un’infinità di avvenimenti di cui, per la nostra ignoranza, non siamo in grado di scorgere la concatenazione e le cause. Questo caso ha una parte assai maggiore di quella che si ritiene nella nostra educazione. Esso pone certi oggetti sotto i nostri occhi, ed è quindi occasione delle idee più felici; talvolta esso ci conduce alle più grandi scoperte.” (3)

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Per non dimenticare le opinioni di Diderot a favore di un’educazione che avesse legami con il mondo reale, quello di tutti i giorni, magari più scientifica rispetto al passato. O, anni prima, il sostituire la memoria passiva con il ragionamento, di John Locke (1632-1704) con il suo Pensieri sull’educazione che tanta influenza avrà nel tempo.

Da secoli, poi, l’istruzione in Francia era nelle mani per lo più di religiosi, gesuiti in primo piano, almeno fino al 1762, anno della soppressione dell’Ordine, quell’istruzione secondaria fondata sul latino, sulla retorica, sulla scolastica. Passando poi sulle spalle degli Oratoriani che a poco a poco aprirono le porte a materie come la lingua francese e alla storia. Piccoli cambiamenti che preannunceranno l’effettività della rivoluzione illuminista.

*****
– 1. ‪Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, El siglo de las Luces, ed. Akal, Madrid, 1992, vol. II, pag. 517.
– 2. Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, op. cit., pag. 519.
– 3. Claude-Adrien Helvétius, Sullo Spirito, III, I, 1758, in Pietro Rossi, Gli illuministi francesi, Loescher, Torino, 1987, pag. 283.

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Jan 202015
 

Ogni condannato a morte avrà tagliata la testa.”
(1)

Joseph-Ignace Guillotin

Joseph-Ignace Guillotin

Quest’uomo dagli occhi azzurri e parrucca bianca nell’immagine a sinistra fu il medico e politico francese Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), celebre per aver dato il nome alla triste macchina “taglia-teste”, protagonista indiscussa della Rivoluzione francese.

Ma il vero padre della Louisette, nome con cui inizialmente venne chiamata la ghigliottina, fu il chirurgo, sempre francese, Antoine Louis (1738-1792), incaricato proprio da Guillotin, che gli aveva suggerito disegnare un arnese che potesse decapitare senza dolore, una macchina “democratica”, non più riservata a nobili e ad aristocratici, ma a tutti indistintamente, preti, artigiani, contadini, borghesi, alta società. Giacché sotto l’Ancien Régime, secondo il reato commesso, la vittima poteva esser uccisa con un colpo di spada, bruciata sul rogo, con la ruota della tortura e via dicendo.

E Antoine Louis, sulla base di altre già esistenti – ricordiamo che oggetti simili erano già stati adoperati in Boemia nel XIII sec., in Germania (chiamata Fallbeil), in Scozia (la Maiden di Edimburgo), in Inghilterra (il Patibolo di Halifax), in Italia (la Mannaia) – e avendo come assessore il boia ufficiale di Parigi Charles-Henri Sanson (1739-1806), ne abbozza una che poi sarà fabbricata dal costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmidt (1768-1821) per la modica somma, si fa per dire, di 960 franchi d’oro.

Le prime prove si eseguono nel 1792 su pecore e poi su cadaveri nell’ospedale parigino di Bicêtre, modificando la lama orizzontale per una di forma obliqua, più efficace nel taglio. I risultati furono tali che l’Assemblea Nazionale l’adottò immediatamente, adoperandola per tutti, senza distinzione di ceto sociale.

Ma la vera grande protagonista della Rivoluzione è proprio la ghigliottina ed è lei a ottenere il meritato riconoscimento artistico. Durante il Terrore questo strumento di vendetta è talmente idolatrato da divenire l’eroina di un’opera teatrale, La Guillotine d’amour. Il 16 luglio 1793 il «Journal des spectacles» annunciava:

«Si preparano due nuove pantomime al teatro Lycée, i cui titoli sono Adéle de Sacy e La Guillotine d’amour. Ignoriamo quali sono i soggetti dell’una e dell’altra, ma il titolo orribilmente singolare della seconda è ben capace senza dubbio di stimolare la curiosità pubblica.»” (2)

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Esecuzione di Robespierre, 1794

Esecuzione di Robespierre, 1794

Così fu.
Fra i tanti ghigliottinati della Rivoluzione francese ricordiamo il re di Francia Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, Maximilien de Robespierre, Georges Jacques Danton, Antoine Lavoisier, per seguire con Camille Desmoulins, Louis Saint-Just, Charlotte Corday e tanti altri, essendo stato Nicolas-Jean Pelletier, accusato di furto e omicidio, il primo della serie, 25 aprile 1792.

La ghigliottina, marchingegno di orrore, fu altresì rito teatrale, fu spettacolo cui partecipava il pubblico, un pubblico spesso diverso a secondo del soggetto decapitato e natura del crimine, e talvolta il “programma”

“[…] sfortunatamente non funziona a dovere, perché si scopre che la maggior parte degli aristocratici non ha paura di morire: noblesse oblige. Spesso, una volta issati sul patibolo, ridono, scherzano e prendono in giro boia e spettatori, continuando a guardare dall’alto in basso il Terzo Stato, e non solo per la scomoda posizione in cui si trovano. In preda a una luttuosa euforia, c’è anche chi balla elegantemente sulla carretta che lo conduce al supplizio.” (3)

Eppure

Ciò non toglie che, durante la dittatura di quaranta giorni dello stesso Robespierre, la ghigliottina non smise di funzionare. Dal 10 giugno al 27 luglio 1794, milletrecentosettantatre teste caddero «come tegole»: l’espressione da costruttore è di Fouquier-Tinville in persona. Fu l’apogeo dell’applicazione legale della pena di morte in Francia.” (4)

Nel corso della Rivoluzione, la definizione di reato punibile con la pena di morte diventò vieppiù vaga, passando dal cospirare contro la repubblica al dichiarare esser per il ritorno della monarchia, dall’esser sfavorevoli a ulteriori cambiamenti rivoluzionari a opinioni discutibili, dal semplice omicidio-vendetta al furto per la sopravvivenza e addirittura all’offrire cibo e acqua a soldati austriaci contro cui si combatteva. La testa poteva cadere facilmente! Cosicché il suo uso fu sempre più ampio ed equivoco.

Un oggetto che conquisterà rapidamente l’interesse dell’epoca:

Che la ghigliottina costituisca una perversa «macchina estetica» lo comprovavo unanimemente la sua poetica e la sua efficacia e lo conferma perfino una somma di circostanze empiriche, solo in apparenza gratuite. La poetica è riassunta nelle parole pronunciate da Saint-Just all’Assemblea Nazionale: essere la ghigliottina una macchina gradita aux âmes sensibles, ‘alle anime sensibili’. L’attenzione spettacolare è attestata dal nereggiare della folla che, nei suoi giorni di gloria, non si stancherà mai di accalcarglisi attorno. Così il palco della ghigliottina si trasforma in un palcoscenico tanto per le vittime che per la massa degli spettatori.” (5)

Dal peso totale di circa 550 kg. e una lama di 39 kg., la ghigliottina resterà in vigore in Francia fino al 1977, la cui ultima decapitazione avverrà nel carcere di Marsiglia.

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– 1. Code pénal, 6 ottobre 1791, art. 3.
– 2. Antonio Fichera, Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria, ed. Castelvecchi, Roma, 2004, pag. 175.
– 3. Antonio Fichera, op. cit., pag. 277.
– 4. Julia Kristeva, La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, ed. Donzelli, Roma, 2009, pag. 122.
– 5. Alberto Boatto, Della ghigliottina considerata una macchina célibe, Libri Scheiwiller, Milano, 2008 pag. 11.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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Jan 042015
 
Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri

Verso la fine della cosiddetta Età moderna (»»qua le suddivisioni storiche), si svegliano ancor più le coscienze con i nuovi ideali dell’Illuminismo, il Settecento darà l’avvio a dibattiti e discussioni che stimoleranno i salotti letterari francesi – ricordiamo quello della marchesa de Rambouilet (1588-1665) di metà Seicento – ed europei, così come i caffè letterari – in Italia famoso quello dei fratelli Verri. Schiavitù, libertà, eguaglianza, diritti, fra l’altro, saranno parole e concetti nelle bocche di tutti, iniziando dai letterati per finire, poco a poco, alla borghesia e al popolo in generale. La rottura con l’Ancien Régime è di là a poco a venire, la Rivoluzione americana e francese romperanno vecchi legami, e un differente modo di veder e vivere la vita prenderà piede, le monarchie cominceranno a barcollare.

Vittorio Alfieri (1749-1803) (»»qua un particolare) è uno dei letterati italiani più noti dell’epoca, drammaturgo, poeta e attore teatrale, uomo dal carattere intenso e tormentato, sempre pronto all’avventura, individualista convinto. Il conflitto interiore sarà una delle peculiarità del suo essere, a volte schivo, a volte solitario, altre volte malinconico, un carattere che lottava contro ogni forma di dispotismo, e disponibile, lui, all’eroismo, dilettato dai classici greci di cui ammirava Plutarco. Un uomo, l’Alfieri, che divenne figura di primo piano negli anni a seguire, un pre-romantico cui farà riferimento il Foscolo, ma non solo.

Dallo studio delle idee illuministe – Voltaire e Montesquieu furono due degli autori da lui preferiti – trasse una convinzione razionale della vita, in favore, tra l’altro, della libertà, contro la tirannia.

Proprio questa ultima questione lo porterà a scrivere su un tema politico, Della tirannide – 1777, Alfieri aveva 28 anni -, tema affrontato durante il suo viaggio in Toscana e il soggiorno a Siena, e in cui critica aspramente una delle forme di governo più atroce che possa esserci. Il monarca è un tiranno, diceva, e i due aspetti convivono perché il primo ha la facoltà di limitare e nuocere la libertà altrui, e può abusare a piacimento e volontà del suo potere per esecutare le leggi, distruggerle, sospenderle. Insomma, il monarca identifica la legge con il suo arbitrio.

Ancor più: dalla convinzione che tutti i monarchi e principi sono tiranni, bisogna star vigili, ché la tirannide può cambiar forma e presentarsi con altre sembianze nel trascorrere dei tempi, senza per questo perdere la sua sostanza. E non bisogna dimenticare che la tirannide ha per sostegno oltre l’esercito, anche la religione e la nobiltà. O l’uccisione del tiranno o il suicidio: queste le vie di uscita, secondo l’autore, dal problema.

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Leggiamo di seguito qualche brevissimo passo dell’opera.

– Cosa sia il Tiranno:

Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l’onore. Re all’incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch’ei non pigliano.

– Della Paura:

Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo più gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizj, i principj distruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni; e tutti in somma i tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui, che le troppe gravezze di giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie; perché da quelle enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l’enorme numero de’ suoi soldati, spie, e cortigiani; rimedj tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch’egli benissimo, che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizj e gli onori più importanti cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur mai il tiranno.

– Del Primo Ministro:

Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di lui ministro, si viene a produrre la prepotenza; cioè l’abuso di un potere abusivo già per se stesso. Crescono la potenza e l’abuso ogniqualvolta vengono innestati nella persona di un suddito, perché questo tiranno elettivo e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno ereditario e se stesso. Una persona di più da difendersi, richiede necessariamente più mezzi di difesa; e un’autorità più illegittima, richiede mezzi più illegittimi. Perciò la creazione, o l’intrusione di questo personaggio nella tirannide, si dee senza dubbio riputare come la più sublime perfezione di ogni arbitraria potestà.”

– Delle Tirannidi antiche paragonate colle moderne.

Le nostre tirannidi, in oltre, differiscono dalle antiche moltissimo; ancorché di queste e di quelle la milizia sia il nervo, la ragione, e la base. Né so, che questa differenza ch’io sto per notare, sia stata da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente la romana imperiale, nacquero e si corroborarono per via della forza militare stabilita senza nessunissimo rispetto su la rovina totale d’ogni preventiva forza civile e legale. All’incontro le tirannidi moderne in Europa sono cresciute e si sono corroborate per via d’un potere, militare sì e violento, ma pure fatto, per così dir, scaturire da quell’apparente o reale potere civile e legale, che si trovava già stabilito presso a quei popoli. Servirono a ciò di plausibil pretesto le ragioni di difesa d’uno stato contro all’altro; la conseguenza ne riuscì più sordamente tirannica che fra gli antichi; ma ella ne è pur troppo più funesta e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza.

Il testo alfieriano, di chiara posizione antireligiosa e anticristiana, arricchirà di suggerimenti di dialogo la filosofia politica dei tempi, specialmente per esser stato capace di rompere con le illusioni dell’assolutismo illuminato, titolo con cui si fregiavano certi regnanti europei.

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– brani tratti da: Vittorio Alfieri, Della tirannide, 1777 (»»qua e »»qua).

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

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