Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

May 022014
 

“Risalta meravigliosamente bene dai lavori mirabili
ai quali Keplero ha consacrato la sua vita,
che la conoscenza non può derivare dall’esperienza sola,
ma che occorre il paragone fra ciò che lo spirito umano
ha concepito e ciò che ha osservato.” (1)

Giovanni Keplero

Giovanni Keplero

Figlio del percorso scientifico a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, contemporaneo di Galileo Galilei, assistente di Tycho Brahe, Giovanni Keplero (1571-1630) incarna quella serie di ricercatori a tutto campo che iniziarono ad accettare le teorie copernicane dell’eliocentrismo, teorie che venivano già da Aristarco di Samo (310 a. C. circa – 230 a. C. circa), interrotte dalla concezione aristotelico-tolemaica.

E Keplero, a suo modo, fu un eroe nel percorrere strade che andavano controcorrente, approvando, per esempio, i lavori alternativi dell’italiano Galileo, quantunque ancora legato, il tedesco, a una visione del mondo che stentava allontanarsi dalla contemplazione religiosa degli eventi:

Ma l’astrologia di Keplero, uomo di natura religiosa e mistica, a parte l’aspetto pratico, è soprattutto visione antica delle cose, dominata dal misterioso rapporto tra l’uomo e il cosmo. In tutto ciò che accade, Keplero cerca uno scopo, un ordine superiore, e crederà di trovare l’armonia del mondo in contemplazioni di tipo geometrico. (2)

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Ben sappiamo che i secoli in questione, nel nostro caso, erano decenni in cui tutto girava intorno alla Chiesa o ad altre realtà mistiche, per cui:

Dio è infatti per Keplero fonte della geometria e nella creazione copera come un geometra, prendendo a modello le forme dei poliedri regolari (come già nel Timeo platonico operava il Demiurgo); ne consegue che ogni parte dell’universo corrisponde a principi e archetipi geometrici esistenti a-priori in Dio. Ed è usando l’analogia che Keplero mette in rapporto l’universo con l’azione creatrice divina in generale.(3)

Ma il rapporto tra Keplero e Galileo non fu un rapporto facile, seppur uniti nel rifiutare la cosmologia tradizionale, aderendo al copernicanesimo, un rapporto complesso, un rapporto che vedrà l’italiano costretto all’abiura e il tedesco scomunicato dalla chiesa luterana.

Ricordato per le tre leggi sul moto dei pianeti, il suo contributo spazia inoltre all’astronomia all’ottica alla geometria alla musica, un testimone che rappresentava un tardo umanesimo ancora presente, una cultura che si muoveva per i più disparati campi dello scibile umano, anteponendo alla parola scritta la parola della natura, la visione diretta, di prima mano.

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Il nostro uomo ha un carattere forte, deciso, spigoloso, ha un linguaggio colorito, il suo corpo è frequentemente attaccato da malattie, pur sempre capace di estasiarsi alla vista di un’eclisse di luna, come allo scintillare delle lontane stelle.

Keplero, lo abbiamo accennato, fu anche un musico, anticipando le recenti scoperte sui “suoni” dei pianeti, e in quanto tale:

Riprendendo idee care a Pitagora e a Platone, e di cui si trovano tracce lungo tutta la storia del pensiero medievale, Keplero cercava di dare basi scientifiche al concetto di «musica delle sfere», l’idea secondo la quale ogni pianeta, nel suo moto intorno al Sole, produce un suono ben preciso. Secondo Keplero, la particolare nota musicale emessa doveva essere legata al periodo dell’orbita.(4)

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Lo scienziato morirà ad appena 58 anni, povero, in disgrazia, la cui tomba fu distrutta dalle truppe di Gustavo Adolfo durante la Guerra dei Trent’anni, rimanendo solo le parole con cui lui stesso si identificava:

Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet. (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità).

*****

- 1. Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1982.
- 2. Mario Rigutti, Storia dell’astronomia occidentale: l’universo sfuggente, Giunti, Firenze, 1999, pag. 87.
- 3. Laura Tundo, L’utopia di Fourier: in cammino verso armonía, Ed. Dédalo, Bari, 1991, pag. 21.
- 4. Amedeo Balbi, La musica del Big Bang: Come la radiazione cosmica di fondo ci ha svelato i segreti dell’Universo, Springer-Verlag, Roma, Milano, 2007, pgg. 113, 114.

Apr 152014
 
Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

I negri possiamo dire essere stati l’unica manodopera importata con la forza nelle terre americane del dopo Colombo, negri trasportati e utilizzati con violenza, negri che sono stati “elementi” necessari e imprescindibili nell’economia del continente.

E in Argentina il loro arrivo si ha già verso la fine del ‘500, un flusso più o meno continuo che seguì almeno fino ai primi dell’800. Secondo alcuni calcoli (1), entrarono legalmente o illegalmente nel territorio argentino fra il XVII e XVIII sec. qualcosa come 40.000 di origine africana, una massa che talvolta era il 40-45% della popolazione di origine europea, per esempio nella città di Tucumán.

I principali mercati di schiavi che si conoscono a Buenos Aires durante il XVIII sec. erano tre: uno appartenente alla Compañia Francesa de Guinea, operante nel sud della città dove oggi c’è il Parque Lezama; un altro inglese proprietà della South Sea Company nei pressi della Quinta del Retiro; infine quello degli spagnoli, negli ultimi anni del ‘700, nella zona dell’allora dogana, vicino il Riachuelo, detto Barracas.

I prezzi variavano da zona a zona, da corporatura a corporatura, da età a età, dall’essere maschile o femminile, adulto o vecchio. Nel 1731, un gruppo di essi si vendeva a Mendoza per 50 pesos a testa (2) più che nell’odierna capitale, mentre a Santiago del Cile potevano essere smerciati a 100 pesos di più.

Sebbene i negri fossero la maggiore forza lavoro, esistevano altri “individui” che partecipavano ai lavori quotidiani. Seguiamo il racconto di due padri gesuiti, Gaetano Cattaneo e Carlo Gervasoni che vissero in prima persona l’esperienza di visitare il Sud America e quei luoghi in particolare:

“[…]

Si trova la città di Buenos Aires sulle rive del grande Rio de la Plata, a 200 miglia dalla sua foce, ed è la capitale della provincia denominata Rio de la Plata, di cui fanno parte altre due piccole città, una chiamata Santa Fe e l’altra Corrientes, che sono le uniche di questa vasta provincia. Questa è la migliore e più popolata delle città che si trovano da questa parte delle imponenti montagne delle Ande fino al mare, a tal punto che hanno tre o quattro o al massimo cinque o sei mila anime (tranne Assunzione che è molto più numerosa), a Buenos Aires ve ne saranno almeno sedicimila, fra cui un migliaio di spagnoli europei e tre o quattromila spagnoli del paese, discendenti in linea retta da quelli che in precedenza si stabilirono qui con le loro famiglie e che si distinguono poco o nulla dagli europei né nello spirito né nelle capacità. Questi ultimi sono chiamati creoli. Tutto il resto sono mulatti, meticci e neri. Sono chiamati mulatti i nati da legittimo matrimonio tra bianchi e negri o viceversa […], meticci coloro i quali nascono da spagnoli sposati con indigeni o viceversa […]. I negri sono molti e l’America è piena di loro, non perché esista qualche nazione di negri, ma perché vengono continuamente portati dall’Africa dai britannici, dove li acquistano a migliaia come bestiame […]

Questi sono gli unici in tutte queste province che servono nelle case, coltivano i campi e lavorano in tutti gli altri ministeri. E se non fosse per questi schiavi non si potrebbe vivere, perché nessun spagnolo per quanto povero venga dall’Europa vuole essere servo, ma una volta raggiunte le Indie, anche non avendo con che sostenersi, vuole essere signore.

[…]” (3)

*****

- 1. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, Booket, Buenos Aires, 2009, pag. 258.
- 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 261.
- 3. Segunda carta del padre Cattaneo, Societatis Iesu, a su hermano José, de Módena (»»qua) (trad. di Gaspare Armato).

Apr 092014
 

«Così finì, in un turbinio di idee, il XVII secolo. Un secolo che ha visto l’affermazione del borghese di fronte all’eroe, al cortigiano e al gentiluomo, l’espansione del capitalismo commerciale e la crescita industriale, la perfezione del mercantilismo e della monarchia assoluta, la bozza di un socialismo statale e la nascita del regime parlamentare.

Jean Racine

Jean Racine

Un secolo che ha visto l’apogeo del barocco e del classicismo, di Shakespeare e Racine, Ruben e Poussin, che ha dato alla luce uomini come Galileo, Cartesio e Newton, il razionalismo quantitativo e il meccanicismo. Un secolo in cui lo spirito umano ha rotto definitivamente con Aristotele e scoprì l’Universo per mezzo della meccanica e dell’esperienza; in cui i saggi, i filosofi e i teologi hanno aperto l’Infinito all’uomo e hanno proposto il progresso senza limiti, mentre cristiani di tutte le confessioni, Berulle e Pascal, Arminio e Gomarus, hanno aperto il loro cuore palpitante per lanciarlo verso l’infinito di grandezza e potere, di santità e perfezione, verso l’infinito d’amore; un secolo che ha realizzato, forse, una mutazione della specie umana.

Per tutto ciò ha ogni ragione per essere denominato “Il Grande Secolo”.

Finì con una nuova crisi; però deve la sua fecondità, in gran parte, esattamente alla sua crisi. Nella ricerca dei rimedi, nella sua lotta contro le forze di dissociazione e distruzione, l’uomo moltiplicò le sue invenzioni in tutti gli ordini e si superò.

Questo sforzo accrebbe l’individualismo. Nazioni e individui, scontrandosi e rivaleggiando, accentuarono i propri caratteri, le proprie particolari creazioni, intercambiarono idee, le hanno svegliate per compararle a nuove creazioni e le moltiplicarono. Certamente l’uomo è più vincolato alle corporazioni e alle comunità e alla famiglia […]. Dio non autorizza gli uomini a vendicare le proprie ferite, e il conflitto innesca mali più grandi di quelli che già esistevano.

Ratto di Europa, Carlo Cignani, dettaglio, 1680

Ratto di Europa, Carlo Cignani, dettaglio, 1680

Gli Stati europei formano una comunità di pari, dipendendo l’uno dall’altro. Devono proseguire riparando le ingiustizie commesse a danno di uno di essi. “La comunità internazionale è compromessa per tutte le ingiustizie, chiunque siano gli autori e le vittime.” Gli Stati devono tollerare il libero patto o convegno e lo stabilirsi di straniero dentro le proprie frontiere, fintanto questi non danneggino i cittadini. Gli Stati devono costruire una “società umana”, una “Repubblica dell’Umanità”.

Il secolo cerca compensare la crescita dell’individualismo con l’uguaglianza dei diritti, la solidarietà e la fraternità.» (1)

*****

- 1. Roland  Mousnier, Los siglos XVI y XVII, in Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, Booket, Buenos Aires, 2009, pag. 138, trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato.

Apr 032014
 

La storia del passato vista a volo d’uccello. Sì, perché l’anno scorso, sei studenti (»»qua il loro sito) della De Montfort University di Leicester, cittadina nel centro dell’isola inglese, hanno realizzato un video dalle immagini tridimensionali davvero interessante per entrare nelle dinamiche visive degli eventi del tempo.

Concentrando la loro attenzione nel quartiere da dove partì il famoso incendio del 1666, intorno alla Puddin Lane, nella casa del fornaio Thomas Farriner, il dinamico filmato ci immette nei vicoli, nelle viuzze, nei passaggi di una città ancora stile medievale, in cui il fuoco ha avuto vita facile nelle case addossate l’una all’altra, costruite con materiali altamente incendiari. Ci fa toccare, in poche parole, l’atmosfera quotidiana inglese, basta osservare per esempio le insegne dei negozi, i fangosi viottoli su cui si appoggiavano le assi di legno per camminare, i prodotti venduti lungo le vie, e tanto altro ancora.

Con il sostegno di mappe dell’epoca, con precise descrizioni, con documenti e testimonianze alla mano, i ragazzi sono riusciti a ricreare una suggestiva parte della Londra della metà XVII secolo, nell’Inghilterra di Carlo II Stuart.

Di seguito il bel filmato.

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Mar 282014
 

Una serie di immagini tratte da pubblicazioni dell’epoca, prodotto talvolta di viaggiatori che hanno descritto ciò che hanno visto o sentito, che si riferiscono alla storia dell’America del Sud durante la conquista spagnola. Suggerisco dettagliarle con estrema cura, presentano particolari davvero interessanti, per esempio, nella terza i locali sono dipinti senza capelli.

Lama caricati di merce destinata agli spagnoli

Metodo con cui i minerali preziosi, argento e oro, venivano trasportati, in Perù, dai lama, XVII sec. Quando un animale era sovraccaricato, spesso si sedeva e difficilmente si rialzava. Se scappavano, dovevano essere uccisi per recuperare il carico.
- Immagine da Theodor de Bry; autore dell’opera Historia general de los hechos de los castellanos Antonio de Herrera y Tordesillas.

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Donna che rema in una zattera

Una donna rema in una zattera fatta di balsa, fine XVII secolo. Già dalla prima metà del ‘500 questo tipo di imbarcazioni erano note agli spagnoli (Pizarro).
- da Francisco Coreal, Voyages de François Coreal aux Indes Occidentales.
- nota: Coreal potrebbe essere il nome fittizio di uno scrittore che non ha mai viaggiato nei territori descritti nel libro.

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L'inca Atahualpa in catene

Atahualpa, l’ultimo re degli Incas, giustiziato dagli spagnoli nel 1533. Qua viene mostrato con le catene ai polsi e al collo. Attorno alla sua immagine, scene di vita quotidiana degli indigeni locali.
- Immagine da Theodor de Bry; autore dell’opera Historia general de los hechos de los castellanos Antonio de Herrera y Tordesillas.

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Ostaggi in mano spagnola

Nativi americani, in questo caso del Costa Rica, detenuti a scopo di estorsione, fine XVII inizi XVIII sec., con il fine di essere riscattati dietro ricompensa. Notare gli esotici animali (sic) e il cesto che doveva contenere oro, argento e oggetti vari (vedi qua).

Mar 092014
 

Il 1580, quando già Lima era capitale di un vasto regno spagnolo nell’America del dopo Colombo, è l’anno della definitiva fondazione di Buenos Aires: l’11 giungo, Juan de Garay (1528-1583) la chiama Ciudad de la Santisima Trinidad y Puerto de Santa Maria del Buen Ayre.

Ma la città aveva ricevuto un primo battesimo già il 3 febbraio 1536, quando lo spagnolo Pedro de Mendoza (1487 ca.-1537) aveva stabilito un insediamento con il nome di Nuestra Señora del Buen Ayre, in una regione abitata da aborigeni noti come querandíes. Carestia e conflitti con i locali furono motivi per abbandonarla, distruggendo, gli stessi spagnoli, la località nel 1541.

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

In quel fine ‘500, il luogo aveva ben poco da offrire, ché l’unica cosa attrattiva erano le fertili terre intorno al fiume Paranà, oltre al fatto che si trovava ben lontano dai luoghi di commercio spagnoli e portoghesi del tempo. “La colonia porteña sorse modesta, ridotta e democratica”. (1)

In questa città… non ci sono altri stati sociali… che l’ecclesiastico, il militare, il commerciante, il lavoratore e i mestieri meccanici” (2), scriveva il Cabildo sulla struttura sociale del XVIII secolo. Cosicché nella piazza principale, accanto al potere religioso – grande importanza ebbero i gesuiti nell’evangelizzazione – che si centrava nella chiesa, viveva quello politico militare, con intorno le abitazioni della famiglie più rappresentative.

Ricordando che a Lima erano i nobili a prevalere e dirigere le sorti di quei territori, qua, nel profondo sud americano, erano invece i commercianti a giocare un ruolo di primo piano. Attività principale era l’agricoltura che, sebbene limitata nella produzione, riusciva a soddisfare il fabbisogno locale, agricoltura inoltre pregiudicata da una legislazione che favoriva l’allevamento del bestiame.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

La corona spagnola agevolava per lo più i porti sul Pacifico, per i preziosi carichi, piuttosto che quelli sull’Atlantico, per cui lo scalo argentino riceveva ben pochi vascelli provenienti dalla madre patria, 1-2 l’anno, talvolta nessuno.

E allora bisognava darsi da fare altrimenti.

Mentre i commercianti a cambio d’oro e argento o cuoio trafficavano dal vicino Brasile, in modo legale o no, ferro, zucchero, tessuti, schiavi negri, e merce varia, gli ecclesiastici e i militari dominavano nella politica e nell’aspetto spirituale. I funzionari ricevevano in denaro contante il loro stipendio, elemento da considerare importante in una zona in cui scarseggiava e per lo più ci si rivolgeva al baratto.

Bisogna pur considerare che solo chi partecipava ai vari commerci poteva dirsi persona influente, difatti, riportano le cronache, non si conosce prelato, militare o funzionario pubblico che abbia avuto un certo potere senza aver negoziato direttamente o indirettamente, ricavandone buoni compensi.

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- 1. Guillermo Céspedes del Castillo, Lima y Buenos Aires, in Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial,  Booket, 2009, pag. 250.
- 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 250.

Feb 252014
 
A sinistra, esecuzione di Carlo I d'Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

A sinistra, esecuzione di Carlo I d’Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l’unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°.” (1)

Londra, 30 gennaio 1649, decapitano Carlo I d’Inghilterra;
Parigi, 21 gennaio 1793, Luigi XVI di Francia subisce la stessa sorte: la Rivoluzione francese accelera il passo.

La testa del sovrano inglese, di rimbalzo, ha colpito quella di Luigi XVI facendola cadere a distanza di 144 anni. Due eventi distanti nel tempo e nello spazio, un lungo percorso storico che, in un certo qual senso, è collegato. Se l’hanno fatto gli inglesi, possono farlo anche i francesi, si potrebbe suggerire (sic!).

Nella storia, gli avvenimenti hanno sempre una causa e una conseguenza, così come se di primo acchito possono sembrare slegati, discontinui e indipendenti, alla fine risultano essere, analizzati a distanza di anni, un insieme di fili che si sorreggono a vicenda, una matassa intrecciata dall’uomo nella quale, lo ripetiamo spesso, tutto ha una relazione-interrelazione.

E in effetti, lo scossone che ebbe nel XVII secolo l’Inghilterra degli Stuart, la ricerca di un miglior modo di vivere e governare, quelle tasse – certamente non solo – che gravavano sulle spalle dei meno abbienti, ebbe ripercussioni, con il trascorrere dei decenni, anche nella Francia dell’Ancien Régime di fine XVIII secolo, una Francia in crisi economica e sociale, una Francia che spesso insorgeva per la mancanza di pane, una Francia che vedrà peraltro nella guerra d’indipendenza delle colonie americane motivo d’ispirazione per la sua.

Leggiamo di seguito una serie di articoli riguardanti alcuni particolari della Rivoluzione francese.

- Introduzione alla Rivoluzione francese del 1789.
- La marcia su Versailles, ottobre 1789.
- L’abolizione dei diritti feudali in Francia: 1789.
- I cahiers de doléances nella Francia del XVIII secolo.
- Le donne della Rivoluzione francese.

*****

- 1. Petr Alekseevic Kropotkin, La Grande Rivoluzione: 1789-1793, kindle pos. 2195.

Feb 212014
 

Gli scambi commerciali fra Oriente e Occidente videro un incremento dal XVII secolo in poi. La Cina del periodo in questione è uno dei paesi più ricchi e popolosi del mondo, produce tè, sete, porcellane, spezie, beni di lusso. L’arte ha buona fioritura, nonostante la politica conservatrice del potere, un’arte in cui i pittori e gli artisti in generale preservano le tradizioni, cercando di reinterpretare il passato, sviluppando, dove possibile, temi e tecniche ancestrali.

Affermatisi con la dinastia Ming, i lavori in porcellana si estesero maggiormente con gli imperatori Qing. Accanto a scene di figure campestri o di corte, entra nella rappresentazione anche la mitologia, si aggiungono colori ai classici bianco e azzurro, il tutto si fa più articolato, composto.

E proprio la Cina, in quei decenni fu all’attenzione delle diplomazie europee (leggi »»qua), oltre che terreno di evangelizzazione cattolica. Ricordiamo solo il ruolo che svolsero i gesuiti (leggi »»qua), fra gli altri, nel portare non solo la Parola Divina, ma anche innovazioni tecniche e cultura. Così come, sempre questi, furono tramite per far conoscere una civiltà esotica che stava sempre più conquistando case palazzi e dimore dell’occidente.

La moda sempre crescente degli oggetti orientali è documentata anche dal costante aumento di prezzi che ne permetteva l’acquisto solo ai più ricchi, ma col diffondersi di questa moda anche fra gli strati sociali meno abbienti si cominciò ad avere un’insistente richiesta di oggetti più economici. Le arti cinesi erano diventate di gran moda e gli artigiani europei furono costretti ad imitare gli oggetti orientali, per soddisfare anche collezionisti meno ricchi.” (1)

Case palazzi e dimore, sì, giacché l’arte cinese ebbe buona accoglienza fra i nobili e i borghesi del tempo: era di moda! Arte che, prodotta in gran quantità, viaggerà verso il vecchio continente, influenzando architettura, tessuti, ceramiche, un’esportazione che avrà un certo effetto sulle arti visive di buona parte d’Europa.

Fu tale il successo che intorno al 1709, a Dresda, attuale Germania, si cercò imitarla.

Di seguito, qualche esempio per illustrare visivamente alcuni oggetti di manifattura cinese dell’epoca.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shou-lao è il dio della longevità, caratterizzato dalla grossa testa calva, qua con una giacca vivamente decorata da motivi cinesi tipici per augurare la lunga vita.

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Piatto cinese, XVII secolo

Piatto cinese, XVII secolo

Piatto di manifattura cinese del XVII secolo destinato al mercato europeo. Nel centro della ceramica possiamo notare un ricorrente tema, anatre in uno stagno, tema, spesso e volentieri, presente nelle tante variazioni.

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Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu è il Signore del Palazzo del Nord, divinità molto importante fra i taoisti. Conosciuto anche come Guerriero Oscuro, altresì rappresentato con un serpente attorcigliato intorno a una tartaruga, protettore sia dello stato sia della famiglia imperiale.

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- 1. Mauro Sebastianelli, Maria Rosaria Paternò, Dallo studio tecnico al restauro: le chinoiserie del Museo Regionale di Palazzo Mirto di Palermo, OADI, DOI: 10.7431/RIV01102010, »»qua.
- immagini da MMA.

Feb 132014
 
El Primer nueva corónica y buen gobierno, Guamán Poma

El Primer nueva corónica y buen gobierno, Guamán Poma

14 febbraio 1615,
Santiago de Chipao, provincia di Lucanas,
Departamento de Ayacucho, odierno Perù

L’inca Felipe Guamán Poma de Ayala fa sapere al re spagnolo Filippo III che ha appena finito di scrivere le oltre 1200 pagine del suo “El Primer nueva corónica y buen gobierno”, dove annotava tutto ciò aver appreso nei suoi ottanta anni di vita (?), una relazione che trattava della società andina, dagli inizi passando per gli inca fino alla colonizzazione spagnola. Relazione ancora che evidenziava la profonda crisi che stava attraversando tutta la zona dopo la conquista da parte delle truppe iberiche.

Nella complessa descrizione dei fatti, Guamán Poma invitava il sovrano affinché fermasse la distruzione di un’antica società che, costretta a lavorare con la forza nei campi e nelle miniere a ritmi sovrumani, a stento sopravviveva ai nuovi arrivati.

Il testo includeva peraltro 398 disegni che risaltavano visivamente le sue posizioni, in particolar modo sull’abuso coloniale commesso verso la popolazione nativa.

Non si sa se lo scritto sia giunto in alcun modo nelle mani del re, il fatto è che attualmente si trova in una biblioteca danese (»»qua).

Ciò per evidenziare un testo di notevole importanza nello studio degli eventi di quei decenni, un testo scritto da un indigeno, Guamán Poma, di nobile famiglia, che crebbe fra gli spagnoli, apprendendone usi costumi lingua religione, elementi che cercava trasmettere alla sua gente e che, nello stesso tempo, difendeva tenacemente.

E a proposito degli inca, di quella somma di culture che dominò per circa un secolo le terre dal sud della Colombia fino a buona parte del Cile, passando per il Perù, l’Equador e la Bolivia, di seguito una serie di articoli:

- L’economia nell’impero inca
- Gli incas e la patata
- Gli incas e le abitazioni
- Gli incas e il matrimonio
- Gli incas e le loro vie di comunicazione
- Machu Picchu, Montaña vieja
- Gli incas e la musica, danza, teatro
- Lima, città dei re

Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto [...] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

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*****

- 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
- 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
- 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
- 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

Jan 172014
 

  “Dell’erotismo si può dire, innanzitutto,
che esso è l’approvazione della vita
fin dentro la morte.”
(George Bataille)

 

Eros, dal greco, divinità dell’amore fisico.

È ben noto che l’erotismo, strettamente legato alla sessualità, di epoca in epoca viene alimentato ed elaborato dalla mediazione culturale in cui si sviluppa e si manifesta.

Se nell’età medievale solo le classi accomodate potevano permettersi i servizi dei pittori, degli scultori, dei letterati, con lo sviluppo della borghesia e della proto-industrializzazione, libri e dipinti furono più a “portata di mano”, grazie anche ai caratteri mobili gutenberghiani e a una maggiore diffusione dei pigmenti e all’introduzione di nuove tecniche.

Il passaggio, chiamato Rinascimento, quel passaggio che consolida, con il trascorrere del tempo, la personalità, l’individualità dell’essere umano, e che culmina con la Rivoluzione francese, è uno di quei percorsi in cui determinate connotazioni evidenziano caratterizzazioni sociali che si affermano man mano.

L’erotismo fu uno degli aspetti che si palesò nella nuova realtà storica, un erotismo che poco a poco si esprimeva apertamente, contro le restrizioni imposte dalla Chiesa nel Medioevo, contro le imposizioni dello Stato, una delle tante forme per ribellarsi al conservatorismo sessuale.

Lussuria incarnata, secondo la Chiesa di quei secoli, dalle donne salite sul rogo, streghe accusate di rapporti sessuali con il diavolo, modalità perverse e oscene, orge che il Canon Episcopi (906 ca.), precursore del ben noto e completo Malleus Maleficarum del 1487, condannava, donne, quelle streghe, che

“… credono e affermano di cavalcare nottetempo certe bestie, in compagnia di una moltitudine di donne, al seguito di Diana, dea pagana e di attraversare istantaneamente, nel silenzio della notte, enormi spazi di terre e di ubbidire agli ordini di questa loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio…”.

Parnasse satyrique

Parnasse satyrique

Pittori scultori letterati decisero dunque immettersi, pubblicamente o no, in territori che di sicuro andavano a cozzare contro ataviche mentalità e ancestrali tabù. Alcuni di loro in aperta sfida, ricordiamo il francese ugonotto Théophile de Viau (1590-1626), che a causa – anche ma non solo – della raccolta di poemetti licenziosi, suoi e di altri, “Le Parnasse satyrique” (1525 ca.), o Claude Le Petit (1638-1662), furono condannati a morte. Mentre il primo morì di stenti dopo un periodo di carcere, il secondo fu messo al rogo: il primo a 36 anni, il secondo ad appena 23 anni. Versi libertini che incitavano a godersi la vita liberamente, ponendo in discussione i dogmi religiosi del tempo.

Le passioni dell’uomo sono soltanto i mezzi di cui la natura si serve per conseguire i suoi scopi”,

avrebbe annotato qualche secolo dopo, nel 1795, ne La filosofia nel boudoir, Donatien Alphonse François de Sade.

Letteratura libertina potrebbe essere inoltre il primo romanzo di Denis Diderot (1713-1784), Les bijoux indiscrets, pubblicato nel 1748 in forma anonima. Non dimentichiamo poi il nostro Giacomo Casanova (1725-1798) accusato di libertinaggio e il cui nome oggigiorno è associato alla seduzione, o il Marchese de Sade (1740-1814), per antonomasia autore erotico.

Cosicché, la protagonista è la nuova società borghese – certamente non solo -, una classe che acquista potere economico e sociale, desiderosa di uscire da vecchi schemi e provare “emozioni” una volta riservate ai nobili. Quella parte di società che darà incarico ad artisti di eseguire dipinti erotici.

Più trascorrono gli anni, più le azioni prendono piede pur oltre Manica. Memorie di una donna di piacere, o Fanny Hill, del britannico John Cleland (1709-1789), pubblicato in Inghilterra nel 1748, sarebbe stato il primo romanzo erotico inglese in prosa così come oggi lo conosciamo, un lavoro scandaloso per l’epoca che suscitò non poche reazioni. John l’aveva scritto nel periodo in cui fu ospite delle prigioni, a causa di un debito.

Passiamo alle immagini, rimaste maggiormente impresse nell’immaginario collettivo del tempo da noi studiato, Età moderna.

Agnolo Bronzino, Allegoria del trionfo di Venere, 1543 ca.

Agnolo Bronzino, Allegoria del trionfo di Venere, 1543 ca.

Hans Baldung, Fillide cavalca Aristotele innamorato, 1513 ca.

Hans Baldung, Fillide cavalca Aristotele innamorato, 1513 ca.

Potrebbe venirci immediatamente in mente uno degli allievi di Dürer, Hans Baldung detto il Grigio (1485-1545), che spesso si divertiva a raffigurare temi a sfondo erotico, pensiamo a Fillide cavalca Aristotele innamorato (1513) (qui sopra), o a Le tre streghe (1514). Immagini per eccitare la mente del lettore, nel caso della scrittura, dello spettatore, nel caso della pittura, a godere di un aspetto intrinseco alla fantasia umana.

Giulio Romano, Giove seduce Olimpiade, 1526-1534.

Giulio Romano, Giove seduce Olimpiade, 1526-1534.

“Gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano [...] La vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile”,

scriveva l’italiano Curzio Malaparte nel romanzo La pelle del 1949.

In effetti, l’Italia sembra aver rivestito, nel XVI secolo, un interessante ruolo di rottura con il passato, introducendo in modo fantasioso una nuova maniera di “vedere” e “fruire” dell’erotismo.

Cosicché, se pittore e scrittore vengono a contatto, risultato sarà una delle opere dell’Aretino (1492-1556), Sonetti lussuriosi (1526), sonetti ispirati dalle incisioni erotiche realizzate da Marcantonio Raimondi (1480-1534) su disegni di Giulio Romano (1499-1546). Parole e immagini, testo e didascalia – I modi -, che iniziarono a circolare in quantità maggiore rispetto alle norme di quei decenni, quantità non più controllabile, che iniziava a dar fastidio alla Chiesa Cattolica – Clemente VII (1478-1534) papa all’epoca -, censurando il lavoro e mettendolo nell’Indice.

“[...]

Vedi com’ei l’ha sopra delle braccia

Sospesa con le gambe alte a suoi fianchi,
E par che per dolcezza si disfaccia.

    

 
Ne già si turban perche siano stanchi

Anzi par che tal gioco ad ambo piaccia,
Si che bramin fottendo venir manchi.

[...]”

appuntava nel Sonetto VIII, il toscano Pietro Aretino.

Il geniale dialogo da lui proposto, fra pittura e scrittura, fu chiave d’acceso per una ulteriore carica erotico-emotiva, chiave che schiudeva altrimenti le porte dell’immaginazione popolare, un successo inaspettato, che valicava confini sociali entrando nelle case di “tutti”. Figure, a volte economiche, a buon prezzo, impresse in volantini, incisioni di cui non sappiamo la quantità che andò bruciata per la censura.

Nel XVIII secolo i giochi si fanno ancor più liberi, il piacere, dicevano i contemporanei, deve essere privo di complicazioni filosofiche o religiose, di falso moralismo, ognuno deve essere libero di esprimere la propria fantasia.

Dipinti come quello del francese François Boucher (1703-1770), Odalisca Bruna, del 1745, o quello dello svedese Adolf Ulrik Wertmüller (1751-1811), Danae, del 1787, oramai rappresentano le esigenze di una società che tenta slegarsi dalle corde del passato, società appena entrata nel periodo dei Lumi, dell’industrializzazione, della Rivoluzione francese che farà da spartiacque fra l’ieri fortemente legato alle tradizioni morali e l’oggi che tenta ancora sciogliere gli ultimi nodi di quel passato.

François Boucher, Odalisca bruna, 1745.

François Boucher, Odalisca bruna, 1745.

Adolf Ulrik Wertmüller, Danae, 1787.

Adolf Ulrik Wertmüller, Danae, 1787.

Questo breve excursus, necessariamente e volutamente incompleto, è solo un modo per entrare nelle dinamiche delle varie mentalità che hanno “frequentato” la storia, resoconto di un percorso che dovremmo aver presente per meglio penetrare il nostro “comportamento

Jan 092014
 

“Vitium impotens, virtus vocatur”
Il vizio impotente è chiamato virtù
(Seneca)

William HogarthWilliam Hogarth nacque nella Londra pre-industriale il 10 novembre 1697 e vi morì all’età di 67 anni, il 26 ottobre 1764. Oltre a essere pittore, fu anche uno dei più grandi incisori dell’epoca, essendo stato uno dei pochi a ottenere gloria e fama durante la sua vita.

Da ragazzo entrò nella bottega di un suo lontano parente, tale Ellis Gamble, per apprendere l’arte dell’incisione sull’argento. Dopo circa sei anni di apprendistato, stanco di replicare sempre le stesse cose, se ne andò per conto suo aprendo una piccola bottega per incidere sul rame. Sin dall’inizio si manifestò la forza del suo carattere: un semplice, elegante e architettonico cartoncino pubblicitario sulla porta d’entrata annunciava la sua nuova sede, aveva 23 anni.

In quegli anni la pittura inglese attraversava un periodo poco favorevole, in quanto la maggior parte dei dipinti erano eseguiti da artisti europei, gli inglesi non riuscivano a produrre opere degne di nota. Cosicché William cercò di animare sia i colleghi che sé stesso, impegnandosi oltre maniera e perfezionandosi su ciò che era la tendenza del ’700. Il nuovo modello da seguire era l’arte barocca italiana e francese, caratterizzata da elementi quali il movimento, l’energia, la tensione, elementi rappresentati tramite il volume e la prospettiva. Altro componente fondamentale del barocco era la vocazione naturalistica, l’attenzione per le figure umane, per i sentimenti, per la razionalità. Nacquero così, per mano di Hogarth, quadri storici, come le grandi tele per l’ospedale di St. Bartholomew.

Ancora giovane, l’artista inglese illustrò il poema comico-eroico Hudibras di Samuel Butler, con dodici grandi tavole, criticando i puritani. Fu la prima volta che William seguiva il filo di un racconto per raffigurarne le gesta di un eroe che ci ricorda il Don Chisciotte del Cervantes. Era l’anno 1726. L’irrequietezza lo condusse a prendere lezioni di pittura nella scuola d’arte di James Thornhill, di cui sposò segretamente la figlia nel marzo del 1729. Furono gli anni dedicati ai quadri cosiddetti familiari, noti in Inghilterra come scene di conversazione ovvero ritratti di gruppi di famiglie aventi come sfondo una stanza o aperta campagna. Nel ’700, questo tipo di rappresentazioni dovevano dimostrare, raffigurare, rappresentare lo stato sociale, le amicizie, i possedimenti, ma anche l’intimità familiare e la vita domestica del committente. Hogarth ebbe un tale successo, che ben presto divenne famoso. In questi suoi quadri c’è vivacità, naturalezza, dettagli, particolari elaborati. La sua eleganza stava nel non appesantire artificiosamente l’insieme, insieme che nello stesso tempo comunicava sentimenti, espressioni e movimenti.

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

Cercando altri sbocchi ed essendo affezionato al teatro, alla commedia, alla tragedia, alla farsa, dove la rappresentazione si svolgeva in una successione di atti, William decideva di raccontare una determinata storia in una sequenza di immagini. La prima serie da lui composta fu dedicata alla vita di una prostituta, tracciando le passioni, la pietà, il disprezzo, la paura, i dolori, i sentimenti: nasce così la Carriera di una prostituta, era il 1732. Tale fu il successo da indurlo a preparare una seconda serie dal titolo Carriera del Libertino (1732-33). Qua la storia è quella di un uomo libertino, Tom Rakewell, dai comportamenti poco morali e irresponsabili. Con acuto gusto satirico dipinge le tappe della vita di tale personaggio, giovane, frivolo, superficiale, giocoso, che finisce in manicomio. Evidente in tali quadri era anche la vivacità delle emozioni dei protagonisti, gente popolare, gente di tutti i giorni. Il merito di Hogarth fu quello di trasferire in una fila di sequele visive un’accurata azione drammatica, in cui il ritmo era veloce, forte e chiuso. Insomma, in 5 quadri la vita di un personaggio. Affinché giungessero a un vasto pubblico, si passò immediatamente a inciderle. Ulteriore accorgimento di William fu quella di ricorrere alle didascalie ovvero a qualche frase per dare forza e carattere all’intero ciclo.

Si potrebbe dire che sia le illustrazioni per il libro di Butler, Hudibras, sia la sua passione per il teatro siano state fonte d’ispirazione, e quell’idea geniale lo portò ai vertici della popolarità inglese ed europea. Il fine ultimo di tali incisioni era morale, era dimostrare certi errori nel comportamento umano, errori che conducevano i protagonisti a essere esclusi dalla società, essere criticati e derisi.

Altro tema cui William si dedicò fu quello della ritrattistica, genere in alta considerazione nell’Inghilterra del sec. XVIII. Uno dei suoi primi ritratti fu dedicato al capitano Thomas Coram, noto filantropo, seguirono quelli al suo amico, attore di teatro, David Garrick, e tanti altri. Erano gli anni 1740-1750. Ugualmente in codesti quadri, Hogarth mette tutta la sua esperienza affinché risalti una profonda introspezione psicologica, ma anche un certo realismo pittorico. I suoi volti hanno forza, colore, simpatia, emozioni, acquistano propri contrasti chiaroscurali, effetti luministici intensi e pennellate fluide, spesso sentimentali.

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

Siamo giunti al 1747, quando inizia il ciclo morale dedicato a richiamare i giovani all’ordine, all’operosità e non all’ozio. Con una serie di dipinti intitolati Zelo e infingardaggine, dallo stile grafico crudo, rivela la sua vera intenzione, quella di rimproverare e richiamare l’attenzione dei ragazzi. Altra serie di opere fu dedicata a denunciare i vizi dell’alcol, la crudeltà verso le creature divine, la corruzione del sistema politico: erano gli ultimi lavori del nostro artista.

Alla fine della sua vita si dedicò a scrivere un libro, ancora oggi obbligatorio per gli studenti che si occupano di storia dell’estetica, dal titolo L’analisi della bellezza, in cui tratta dello spazio, del movimento, della superficie pittorica, ma anche dell’eleganza e della grazia.

Per concludere, Hogarth aveva la peculiarità di caratterizzare i suoi personaggi e le sue scene con una sorprendente quantità di osservazioni, che li rendevano vivi, dipingendo l’egoismo, la brutalità, la lussuria, la corruzione, ridicolizzando e drammatizzando il suo tempo, richiamando temi rinascimentali, del barocco, il tutto con la sua forma, il suo carattere, il suo modo di vedere le cose, spesso con il tipico umore inglese.

Moriva così un grande artista del XVIII secolo, un artista che aveva voluto impiegare la vita denunciando i mali dell’epoca, un’epoca in cui si affacciava la rivoluzione industriale, la nuova borghesia, la decadenza degli aristocratici, un’epoca di cambi. La sua arte era il mezzo di propaganda, il suo modo di parlare, criticare, suggerire. Le sue satiriche incisioni, diventate pertanto canale di comunicazione, si rivolgevano non solo al popolo, ai contadini, ai miseri cittadini, ma anche ai nuovi ricchi affinché conoscessero la vera realtà inglese e di Londra in particolare.

L’epitaffio, scritto dal suo amico Garrick, recita: “Addio grande pittore del genere umano”. 

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

Jan 062014
 
Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Giovanni di Bicci de’ Medici (1360-1429), fondatore del Banco Medici, viene considerato come uno dei primi esponenti di rilievo di una famiglia che tanta influenza ha avuto dagli ultimi decenni del Medioevo fino a inoltrata l’Età moderna, epoca in cui le loro decisioni hanno contribuito a dare un corso ben determinato alla storia dell’Europa. Condottieri, mecenati, duchi, granduchi, papi, cardinali, banchieri, i Medici di Firenze giocarono ruoli ben decisivi.

E fra tutti, Lorenzo de’ Medici è colui che ha rappresentato la famiglia, rendendola famosa ben oltre i confini patri, uomo che, grazie ai vari artisti di cui ha avuto intelligenza circondarsi, ha fatto sì che la Firenze di oggi – ma non solo la città – sia visitata da migliaia di turisti l’anno.

L’immagine di sopra (»»qua), Trionfo della fama (1449), è rappresentata in un vassoio commemorativo dell’epoca – desco da parto -, vassoio adoperato per portare vivande alla nuova madre, nel nostro caso a Lucrezia Tornabuoni (1425-1482), dipinto dallo Scheggia, Giovanni di Ser Giovanni (1406-1486) per celebrare la nascita di Lorenzo de’ Medici, 1449.

Di seguito, una serie di articoli per approfondire alcuni aspetti dell’epoca.

- L’Italia rinascimentale in Europa.
- I Medici rappresentati da Botticelli.
- Lorenzo il Magnifico e alcuni suoi contemporanei.
- I Medici e la congiura dei Pazzi nella Firenze del 1478.
- Cosimo I de’ Medici e l’orologio.
- Gli ultimi Medici.

Jan 022014
 

Elementi di storia moderna.Un e.book che raccoglie ben 16 monografie dedicate ai principali avvenimenti della Storia moderna, dalla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, al problema della schiavitù, al cosiddetto Rinascimento, alla Rivoluzione industriale e alle sue conseguenze, alla Rivoluzione francese, passando per l’erotismo, per gli indumenti tipici dell’epoca, per le cucine e le ricette, per elementi di storiografia. Un volume necessario e indispensabile per entrare nelle dinamiche di un periodo del quale siamo figli.

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Indice generale

- Sulla scoperta dell’America e dintorni
- Carlo V
- Enrico VIII
- Il denaro nell’età moderna
- L’Europa religiosa del XVI sec.
- Il Rinascimento
- Sulla schiavitù nell’Età Moderna fra il XV e XIX sec.
- Studiare fra il XVI e il XVII secolo
- L’erotismo nell’Età moderna
- A tavola nell’Età moderna
- Su Oliver Cromwell e la Rivoluzione inglese
- I primi passi dell’America a stelle e strisce
- La Rivoluzione industriale
- La Rivoluzione francese
- Vestirsi nell’Età Moderna
- Storiografia e dintorni

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