Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina.

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi di Colombo verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

Dec 112014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Rivoluzione scientifica?
  2. In quale secolo dell’Età moderna potremmo dire esser avvenuta una certa Rivoluzione scientifica?
  3. Quali personaggi ebbero una sicura influenza nelle ricerche scientifiche?
  4. Quali furono le istituzioni scientifiche che si fondarono a Parigi e a Londra negli anni ’60 del Seicento?
  5. Rispetto al Medioevo e al primo Rinascimento, che cosa differenzia questa nuova ricerca scientifica?
  6. Nella vita di tutti i giorni, quali saranno i vantaggi pratici?
Attività all'Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

Attività all’Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

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Risposte:

  1. In generale, sono dei periodi in cui, superando antiche consuetudini di ricerca e idee legate a vecchi paradigmi, si aprono altri scenari grazie a nuovi modi di vedere e investigare.
  2. Partendo da metà-fine Cinquecento, sicuramente il Seicento sarà il culmine, età in cui si propose – certamente non solo – l’eliocentrismo copernicano, metà del XVI secolo. Un culmine però cui seguiranno i miglioramenti della Rivoluzione industriale (XVIII sec.), un continuum insomma che viene da molto lontano (»»qua ieri e oggi).
  3. Fra i tanti che misero in discussione il passato e condurre nuove investigazioni ricordiamo Copernico, Tycho Brahe, Galileo Galilei, Keplero, Hans Lippershey, Willebrord van Roijen Snell, Bacone, Pascal, Robert Boyle, Newton, etc. (»»vedi qua).
  4. Delle istituzioni a carattere scientifico, ricordiamo la Royal Society (1660) a Londra e la Académie des Sciences (1666) a Parigi.
  5. Sicuramente il lento distaccarsi dalla magia, dall’occultismo e incamminarsi verso una visione della natura, delle cose, più razionale, basata sull’osservazione, sulla logica, sull’esperimento riproducibile.
  6. Per esempio, il miglioramento di una delle prime macchine a vapore da parte di Thomas Savery che avrà impiego pratico qualche decennio dopo, il cannocchiale ricostruito e potenziato empiricamente da Galileo Galilei, il barometro di Torricelli e via dicendo.
Dec 072014
 
San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

All’epoca ben popolare in Europa, oggi passato in secondo piano, Jacopo Ligozzi (1547-1627) fu un pittore, come si suole dire, a tutto tondo, nel senso che pur interessandosi principalmente di rappresentare flora e fauna, era sempre pronto a soddisfare esigenze di corte, ritratti, temi religiosi, arazzi, arredi, decorazioni, chiamato, fra l’altro a servizio dal Granduca di Toscana Francesco I. Un pittore delicato, preciso, attento ai particolari, che sapeva cogliere con sapienza le esigenze dei committenti. Di lui ricordiamo per esempio San Gerolamo sorretto da un angelo, del 1593, sicuramente la tela più rappresentativa. Di seguito una serie di video.

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Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

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– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

Oct 132014
 
Autoritratto, Robert Cornelius, 1839

Autoritratto, Robert Cornelius, 1839

Robert Cornelius (1809–1893), di origine olandese, fu uno dei pionieri della fotografia negli Stati Uniti, un ragazzo intraprendente che dalla fotografia passerà a dirigere l’azienda familiare che si dedicava all’illuminazione a gas, lui amante della chimica. Ebbene, questo giovane, che tentava perfezionare il dagherrotipo, sembra esser stato il primo, nell’arte fotografica, a farsi un autoscatto: era il 1839, a Filadelfia, nello stato di Pennsylvania, aveva appena 30 anni.

Spettinato, braccia incrociate, con lo sguardo fisso e serio, aprì le porte alla moda di oggi, quella moda che oramai imperversa in mezzo mondo e che vuole i cosiddetti selfie (»» def. Accademia della Crusca) esser all’ordine del giorno. Non c’è profilo Facebook, Instagram, Twitter, che non abbia almeno un paio di autoscatti, usualmente con il telefonino, in posizioni quanto più insolite ed eccentriche, dal presidente americano Barack Obama, a papa Bergoglio, alla nota cantante colombiana Shakira, a tutta una serie di celebri attori, così come di ragazzi e ragazze che popolano e spopolano sul web.

Eppure, se forziamo un po’ i giochi della storia – ricordiamo che selfie significa autoritratto fotografico -, e ritorniamo indietro di qualche secolo – Età moderna -, potremmo andare alla ricerca di qualche tela nella pittura, in cui l’artista si auto-raffigurava, un modo di dialogare trasversalmente con il passato e documentare che il presente è frutto dell’ieri che talvolta dimentichiamo. Magari un passato poco conosciuto e meno famoso, magari ancora un ieri che pensiamo non aver continuum con il nostro quotidiano, quantunque i sentimenti dell’uomo restano immutabili nel tempo, cambiando solo le quinte storiche. Certamente è da considerare che le manifestazioni del presente sono fortemente amplificate dai nuovi media, specialmente da internet, ciò che una volta era riservato a pochi, ai nostri giorni è quasi a portata di tutti – ragioniamo solo al passaggio del manoscritto e alla diffusione dei libri grazie all’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani nel XV sec. e, perché no, al veneziano Manuzio padre del tascabile (»»qua).

Rivolgiamo dunque lo sguardo alla pittura e andiamo alla ricerca di autoritratti, presentiamone, fra i tantissimi, alcuni.

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Partiamo dal Parmigianino (1503-1540), un emiliano fondamentale per entrare nelle dinamiche della corrente manieristica di metà ‘500. Scriveva di lui il Vasari:

“[…] per investigare le sottigliezze dell’arte, si mise un giorno a ritrarre se stesso, guardandosi in uno specchio da barbieri, di que’ mezzotondi: nel che fare, vedendo quelle bizzarrie che fa la ritondità dello specchio […] (1)

Una bizzarra rappresentazione di sé che si diverte con la prospettiva, adoperando un semplice specchio, così come oggi adoperano fare alcuni giovani per scattarsi una foto.

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Narciso, Caravaggio, 1597-'99

Narciso, Caravaggio, 1597-’99

Se parliamo di auto-celebrazione, e il selfie, per certi analisti (»»qua), in qualche modo lo è, potrebbe venire in mente un personaggio mitologico citato da Ovidio – ma non solo – nelle sue Metamorfosi. Chi meglio di Narciso, innamorato di sé stesso, potrebbe rappresentare questa recente tendenza? Attribuito (»»qua) al Caravaggio (1571-1610), il quadro gioca abilmente con uno specchio d’acqua, un ritratto pieno di impulsi attuali.

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Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi, 1638-'39

Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi, 1638-’39

E le donne? Ce ne siamo dimenticati? No, ecco la nostra Artemisia Gentileschi (1593-1653), romana, dalle scene spesso drammatiche e reali, immortalata in questo prezioso “scatto pittorico”, un elegante e movimentato autoritratto cui si ritiene esser lei la protagonista, mentre si accinge a disegnare.

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Autoritratti, Rembrandt, a 24 anni, a 34 anni, a 52 anni

Autoritratti, Rembrandt, a 24 anni, a 34 anni, a 52 anni

Rembrandt (1606-1669), ritrattista per eccellenza del Seicento, invece va ben oltre, ed è così a noi contemporaneo che è normale per lui autoritrarsi nel trascorso della sua vita, una maniera di “mettersi in scena” nel trascorso degli anni, dalla giovinezza fino alla tarda età. Di sopra a 24 anni (sinistra), poi a 34 (centro) e infine a 52 (destra). Oggi come ieri (»»qua)!

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Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Foto di gruppo, con la famiglia, con il fidanzato, con il compagno d’avventura? Ha già pensato, nella Venezia del Settecento, Rosalba Carriera (1673-1757) immortalandosi con un quadro di sua sorella. Lei, stimata ritrattista, ricercata da re principi nobili, richiesta in Francia in Italia in Sassonia in Danimarca, in mezza Europa.

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Rino, sept. 2014

Non potevamo concludere questo breve percorso visivo senza il mio contributo, cosicché eccomi nei panni di colui che si diverte con l’iPhone!

E tu, hai fatto il selfie quotidiano?

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- 1. Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Francesco Mazzuoli pittore parmigiano, 1550.

Oct 012014
 

Dettagli!

George Simenon, La finestra dei Rouet

George Simenon, La finestra dei Rouet

Sono i dettagli che fanno la storia, quei dettagli, tasselli di un grande puzzle, che completano e danno una visione d’insieme dei fatti. Dettagli, inoltre, che analizzati con applicazione possono portarci nelle relative trasformazioni che quel dato oggetto, per esempio, ha avuto.

E ancora oggi, facendo flanella per le strade delle nostre città paesini borghi campagne, possiamo toccare con le mani la patina che certe costruzioni hanno sommato nel trascorso dei secoli, quell’aura, parafrasando Walter Benjamin, che li circonda e li caratterizza. Un dialogo, fra storico flâneur e manufatto, che risente dunque delle metamorfosi che interessano economia politica sociologia cultura, percorso del nostro cammino.

La nostra attenzione si sofferma stavolta sulle finestre, una componente essenziale delle odierne abitazioni, costruzione che ha subito mutazioni di cui possiamo prender nota grazie ai dipinti dell’epoca.

Percorriamo visivamente alcune delle riforme che queste hanno avuto dal XV al XVIII secolo, dettagliando così quell’aspetto fisico che qua ci interessa. Una finestra che, nell’arte, per buona parte del Rinascimento non è “demarcazione” fra fuori e dentro, ché intesa come “settore” di un insieme, di una “lunga veduta”, dove ciò che è fuori è “porzione” di ciò che è dentro, un confine che se c’è sembra esser poco palese. Il bello “di là” è integrante al “bello di qua”, stretto dialogo che si avvantaggia l’uno dall’altro.

Un’architettura dipinta, aperta sull’esterno attraverso una serie di grandi finestre, che mostrano la realtà che sta dietro ad esse, con un cielo azzurro diffuso dappertutto, che ne costituisce il fondale scenico.” (1)

L'Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

L’Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

Elemento, la finestra, che presenta varie connotazioni, da influssi ancora gotici, nel XV-XVI sec., a proposte bifore e trifore, per continuare con un’influenza tipica italiana, l’abbaino, che si apre sul tetto. Tante e diverse le derivazioni, moresche e saracene tanto per citarne due, come il loro essere protette dalle inferriate o dalle persiane o dal portello e altro ancora.

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

Con l’arrivo e il rafforzamento della borghesia – siamo entrati in pieno Seicento – prende energia e vigore la vita privata, una vita svolta all’interno della casa, in cui oramai le finestre diventano divisione spaziale, uno spazio che custodisce gelosamente averi e sentimenti: il mio è mio, il tuo resta dall’altra parte delle vetrate. Un gioco in cui le mura domestiche rappresentano oramai uno sviluppo sociale che porterà all’oggi, al sempre più privato.

L'alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

L’alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

Le miserie dell'ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Le miserie dell’ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Dietro una finestra, oramai rappresentata come intima familiare confidenziale, si può celare un alchimista che ricerca la pietra filosofare, o le disgrazie di una famiglia in miseria, fatti e problemi quotidiani che, ieri come oggi, impregnano e identificano il cammino della nostra civilizzazione.

Per giochi riflessivi si entra così nel XX secolo, e vengono in mente le parole di Stella:

Siamo una bella razza di guardoni

ne La finestra sul cortile, del 1954, in cui protagonista, Jeff, interloquisce interviene e si immette nella vita della comunità. Un film capolavoro di Alfred Hitchcock in cui l’oggetto-finestra è comunicazione, interazione attiva, strumento che permette intervenire nella vita del “villaggio”.

Se andiamo ancor più indietro nei decenni e diamo uno sguardo alla letteratura, basta rileggerci La finestra dei Rouet, un romanzo noir del 1945 di George Simenon, un libro in cui Dominique Salès, una quarantenne che vive in un piccolo appartamentino di Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, assiste il padre. Una donna che spia da dietro le persiane la vita degli altri. Finestra – eccola ancora la nostra finestra – che isola e nello stesso tempo comunica unilateralmente con un mondo in cui non si desidera entrare.

Dicevamo del privato e del pubblico, una sottile delicata linea che ai nostri giorni si varca facilmente, grazie anche all’uso della rete e dei social network in particolare, finestre dove giovani e meno giovani si affacciano per far partecipi della loro vita diaria per mezzo della condivisione di foto e aggiornamenti di stato.

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– Philippe Daverio, Guardar lontano Veder vicino, Rizzoli, Milano 2013, e.book, kindle pos. 365.

Sep 022014
 
Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Una delle conseguenze delle navigazioni, della scoperta di nuovi mondi, delle esplorazioni geografiche, a partire almeno da Enrico il Navigante (1394-1460), fu altresì quella di descrivere analizzare e studiare flora e fauna di quei luoghi esotici che man mano alimenteranno l’immaginazione dei lettori europei.

Non c’è pianta esotica che Dampier non descriva con estrema cura e sistematicità, dal cacao all’albero del pane. Basta scorgere per questo le note che dedica alla vaniglia che definisce «un piccolo baccello pieno di semini; è lungo quattro o cinque pollici, grosso all’incirca come il gambo di una foglia di tabacco e, quando si secca, gli assomiglia anche molto […]»” (1)

Fiori alberi uccelli animali sconosciuti entravano poco a poco a far parte delle conoscenze che aggiungevano tasselli mancanti al necessario bagaglio del sapere che servivano per i dialoghi nei salotti letterari, nei futuri caffè, nelle riunioni nobiliari e borghesi del tempo, nonché per lo studio dei relativi settori.

E le illustrazioni, che completavano i testi dell’epoca, erano vere e proprie opere d’arte, immagini la cui completezza dei dettagli è tale da meravigliarci tuttavia. Basta ricordare la naturalista tedesca Maria Sibylla Merian (1647-1717) che, ritornata da Paramaribo, in Suriname, pubblicò un meraviglioso libro dal titolo Metamorfosi degli insetti del Suriname, del 1705.

Willem Piso (1611-1678), medico e naturalista olandese, fu uno di coloro che, grazie alla sponsorizzazione del principe John Maurice di Nassau (1604-1679), al tempo governatore delle colonie olandesi in Brasile, viaggiò a seguito della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali proprio in Brasile, dal 1637 al 1644. Uno dei fondatori della medicina tropicale, Piso, insieme al naturalista e astronomo tedesco Georg Marcgraf (1611-1648) e all’apporto di Joannes de Laet e H. Gralitzio, diede alle stampe al rientro ad Amsterdam un prezioso testo, Historia naturalis Brasiliae, 1648, forse il primo a carattere medico che tratta di quelle lontane terre in cui si analizzavano, fra l’altro, le malattie tropicali e i rimedi indigeni.

Redatto in latino, è un’opera di una certa importanza, giacché, descrivendo flora e fauna della regione a nord-est del Brasile, fu punto di riferimento per i futuri lavori scientifici realizzati da Carlo Linneo (1707-1778) per il suo Systema naturae (1735).

Di seguito una serie di immagini di piante contenute nel bellissimo libro.

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae,, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

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– 1. in Attilio Brilli, Dove finiscono le mappe. Storia di esplorazioni e conquiste, il Mulino, 2012, kindle pos. 517.

Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

*****

– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

May 022014
 

“Risalta meravigliosamente bene dai lavori mirabili
ai quali Keplero ha consacrato la sua vita,
che la conoscenza non può derivare dall’esperienza sola,
ma che occorre il paragone fra ciò che lo spirito umano
ha concepito e ciò che ha osservato.” (1)

Giovanni Keplero

Giovanni Keplero

Figlio del percorso scientifico a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, contemporaneo di Galileo Galilei, assistente di Tycho Brahe, Giovanni Keplero (1571-1630) incarna quella serie di ricercatori a tutto campo che iniziarono ad accettare le teorie copernicane dell’eliocentrismo, teorie che venivano già da Aristarco di Samo (310 a. C. circa – 230 a. C. circa), interrotte dalla concezione aristotelico-tolemaica.

E Keplero, a suo modo, fu un eroe nel percorrere strade che andavano controcorrente, approvando, per esempio, i lavori alternativi dell’italiano Galileo, quantunque ancora legato, il tedesco, a una visione del mondo che stentava allontanarsi dalla contemplazione religiosa degli eventi:

Ma l’astrologia di Keplero, uomo di natura religiosa e mistica, a parte l’aspetto pratico, è soprattutto visione antica delle cose, dominata dal misterioso rapporto tra l’uomo e il cosmo. In tutto ciò che accade, Keplero cerca uno scopo, un ordine superiore, e crederà di trovare l’armonia del mondo in contemplazioni di tipo geometrico. (2)

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Ben sappiamo che i secoli in questione, nel nostro caso, erano decenni in cui tutto girava intorno alla Chiesa o ad altre realtà mistiche, per cui:

Dio è infatti per Keplero fonte della geometria e nella creazione copera come un geometra, prendendo a modello le forme dei poliedri regolari (come già nel Timeo platonico operava il Demiurgo); ne consegue che ogni parte dell’universo corrisponde a principi e archetipi geometrici esistenti a-priori in Dio. Ed è usando l’analogia che Keplero mette in rapporto l’universo con l’azione creatrice divina in generale.(3)

Ma il rapporto tra Keplero e Galileo non fu un rapporto facile, seppur uniti nel rifiutare la cosmologia tradizionale, aderendo al copernicanesimo, un rapporto complesso, un rapporto che vedrà l’italiano costretto all’abiura e il tedesco scomunicato dalla chiesa luterana.

Ricordato per le tre leggi sul moto dei pianeti, il suo contributo spazia inoltre all’astronomia all’ottica alla geometria alla musica, un testimone che rappresentava un tardo umanesimo ancora presente, una cultura che si muoveva per i più disparati campi dello scibile umano, anteponendo alla parola scritta la parola della natura, la visione diretta, di prima mano.

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Il nostro uomo ha un carattere forte, deciso, spigoloso, ha un linguaggio colorito, il suo corpo è frequentemente attaccato da malattie, pur sempre capace di estasiarsi alla vista di un’eclisse di luna, come allo scintillare delle lontane stelle.

Keplero, lo abbiamo accennato, fu anche un musico, anticipando le recenti scoperte sui “suoni” dei pianeti, e in quanto tale:

Riprendendo idee care a Pitagora e a Platone, e di cui si trovano tracce lungo tutta la storia del pensiero medievale, Keplero cercava di dare basi scientifiche al concetto di «musica delle sfere», l’idea secondo la quale ogni pianeta, nel suo moto intorno al Sole, produce un suono ben preciso. Secondo Keplero, la particolare nota musicale emessa doveva essere legata al periodo dell’orbita.(4)

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Lo scienziato morirà ad appena 58 anni, povero, in disgrazia, la cui tomba fu distrutta dalle truppe di Gustavo Adolfo durante la Guerra dei Trent’anni, rimanendo solo le parole con cui lui stesso si identificava:

Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet. (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità).

*****

– 1. Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1982.
– 2. Mario Rigutti, Storia dell’astronomia occidentale: l’universo sfuggente, Giunti, Firenze, 1999, pag. 87.
– 3. Laura Tundo, L’utopia di Fourier: in cammino verso armonía, Ed. Dédalo, Bari, 1991, pag. 21.
– 4. Amedeo Balbi, La musica del Big Bang: Come la radiazione cosmica di fondo ci ha svelato i segreti dell’Universo, Springer-Verlag, Roma, Milano, 2007, pgg. 113, 114.

Apr 152014
 
Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

I negri possiamo dire essere stati l’unica manodopera importata con la forza nelle terre americane del dopo Colombo, negri trasportati e utilizzati con violenza, negri che sono stati “elementi” necessari e imprescindibili nell’economia del continente.

E in Argentina il loro arrivo si ha già verso la fine del ‘500, un flusso più o meno continuo che seguì almeno fino ai primi dell’800. Secondo alcuni calcoli (1), entrarono legalmente o illegalmente nel territorio argentino fra il XVII e XVIII sec. qualcosa come 40.000 di origine africana, una massa che talvolta era il 40-45% della popolazione di origine europea, per esempio nella città di Tucumán.

I principali mercati di schiavi che si conoscono a Buenos Aires durante il XVIII sec. erano tre: uno appartenente alla Compañia Francesa de Guinea, operante nel sud della città dove oggi c’è il Parque Lezama; un altro inglese proprietà della South Sea Company nei pressi della Quinta del Retiro; infine quello degli spagnoli, negli ultimi anni del ‘700, nella zona dell’allora dogana, vicino il Riachuelo, detto Barracas.

I prezzi variavano da zona a zona, da corporatura a corporatura, da età a età, dall’essere maschile o femminile, adulto o vecchio. Nel 1731, un gruppo di essi si vendeva a Mendoza per 50 pesos a testa (2) più che nell’odierna capitale, mentre a Santiago del Cile potevano essere smerciati a 100 pesos di più.

Sebbene i negri fossero la maggiore forza lavoro, esistevano altri “individui” che partecipavano ai lavori quotidiani. Seguiamo il racconto di due padri gesuiti, Gaetano Cattaneo e Carlo Gervasoni che vissero in prima persona l’esperienza di visitare il Sud America e quei luoghi in particolare:

“[…]

Si trova la città di Buenos Aires sulle rive del grande Rio de la Plata, a 200 miglia dalla sua foce, ed è la capitale della provincia denominata Rio de la Plata, di cui fanno parte altre due piccole città, una chiamata Santa Fe e l’altra Corrientes, che sono le uniche di questa vasta provincia. Questa è la migliore e più popolata delle città che si trovano da questa parte delle imponenti montagne delle Ande fino al mare, a tal punto che hanno tre o quattro o al massimo cinque o sei mila anime (tranne Assunzione che è molto più numerosa), a Buenos Aires ve ne saranno almeno sedicimila, fra cui un migliaio di spagnoli europei e tre o quattromila spagnoli del paese, discendenti in linea retta da quelli che in precedenza si stabilirono qui con le loro famiglie e che si distinguono poco o nulla dagli europei né nello spirito né nelle capacità. Questi ultimi sono chiamati creoli. Tutto il resto sono mulatti, meticci e neri. Sono chiamati mulatti i nati da legittimo matrimonio tra bianchi e negri o viceversa […], meticci coloro i quali nascono da spagnoli sposati con indigeni o viceversa […]. I negri sono molti e l’America è piena di loro, non perché esista qualche nazione di negri, ma perché vengono continuamente portati dall’Africa dai britannici, dove li acquistano a migliaia come bestiame […]

Questi sono gli unici in tutte queste province che servono nelle case, coltivano i campi e lavorano in tutti gli altri ministeri. E se non fosse per questi schiavi non si potrebbe vivere, perché nessun spagnolo per quanto povero venga dall’Europa vuole essere servo, ma una volta raggiunte le Indie, anche non avendo con che sostenersi, vuole essere signore.

[…]” (3)

*****

– 1. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, Booket, Buenos Aires, 2009, pag. 258.
– 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 261.
– 3. Segunda carta del padre Cattaneo, Societatis Iesu, a su hermano José, de Módena (»»qua) (trad. di Gaspare Armato).

Apr 092014
 

«Così finì, in un turbinio di idee, il XVII secolo. Un secolo che ha visto l’affermazione del borghese di fronte all’eroe, al cortigiano e al gentiluomo, l’espansione del capitalismo commerciale e la crescita industriale, la perfezione del mercantilismo e della monarchia assoluta, la bozza di un socialismo statale e la nascita del regime parlamentare.

Jean Racine

Jean Racine

Un secolo che ha visto l’apogeo del barocco e del classicismo, di Shakespeare e Racine, Ruben e Poussin, che ha dato alla luce uomini come Galileo, Cartesio e Newton, il razionalismo quantitativo e il meccanicismo. Un secolo in cui lo spirito umano ha rotto definitivamente con Aristotele e scoprì l’Universo per mezzo della meccanica e dell’esperienza; in cui i saggi, i filosofi e i teologi hanno aperto l’Infinito all’uomo e hanno proposto il progresso senza limiti, mentre cristiani di tutte le confessioni, Berulle e Pascal, Arminio e Gomarus, hanno aperto il loro cuore palpitante per lanciarlo verso l’infinito di grandezza e potere, di santità e perfezione, verso l’infinito d’amore; un secolo che ha realizzato, forse, una mutazione della specie umana.

Per tutto ciò ha ogni ragione per essere denominato “Il Grande Secolo”.

Finì con una nuova crisi; però deve la sua fecondità, in gran parte, esattamente alla sua crisi. Nella ricerca dei rimedi, nella sua lotta contro le forze di dissociazione e distruzione, l’uomo moltiplicò le sue invenzioni in tutti gli ordini e si superò.

Questo sforzo accrebbe l’individualismo. Nazioni e individui, scontrandosi e rivaleggiando, accentuarono i propri caratteri, le proprie particolari creazioni, intercambiarono idee, le hanno svegliate per compararle a nuove creazioni e le moltiplicarono. Certamente l’uomo è più vincolato alle corporazioni e alle comunità e alla famiglia […]. Dio non autorizza gli uomini a vendicare le proprie ferite, e il conflitto innesca mali più grandi di quelli che già esistevano.

Ratto di Europa, Carlo Cignani, dettaglio, 1680

Ratto di Europa, Carlo Cignani, dettaglio, 1680

Gli Stati europei formano una comunità di pari, dipendendo l’uno dall’altro. Devono proseguire riparando le ingiustizie commesse a danno di uno di essi. “La comunità internazionale è compromessa per tutte le ingiustizie, chiunque siano gli autori e le vittime.” Gli Stati devono tollerare il libero patto o convegno e lo stabilirsi di straniero dentro le proprie frontiere, fintanto questi non danneggino i cittadini. Gli Stati devono costruire una “società umana”, una “Repubblica dell’Umanità”.

Il secolo cerca compensare la crescita dell’individualismo con l’uguaglianza dei diritti, la solidarietà e la fraternità.» (1)

*****

- 1. Roland  Mousnier, Los siglos XVI y XVII, in Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, Booket, Buenos Aires, 2009, pag. 138, trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato.

Apr 032014
 

La storia del passato vista a volo d’uccello. Sì, perché l’anno scorso, sei studenti (»»qua il loro sito) della De Montfort University di Leicester, cittadina nel centro dell’isola inglese, hanno realizzato un video dalle immagini tridimensionali davvero interessante per entrare nelle dinamiche visive degli eventi del tempo.

Concentrando la loro attenzione nel quartiere da dove partì il famoso incendio del 1666, intorno alla Puddin Lane, nella casa del fornaio Thomas Farriner, il dinamico filmato ci immette nei vicoli, nelle viuzze, nei passaggi di una città ancora stile medievale, in cui il fuoco ha avuto vita facile nelle case addossate l’una all’altra, costruite con materiali altamente incendiari. Ci fa toccare, in poche parole, l’atmosfera quotidiana inglese, basta osservare per esempio le insegne dei negozi, i fangosi viottoli su cui si appoggiavano le assi di legno per camminare, i prodotti venduti lungo le vie, e tanto altro ancora.

Con il sostegno di mappe dell’epoca, con precise descrizioni, con documenti e testimonianze alla mano, i ragazzi sono riusciti a ricreare una suggestiva parte della Londra della metà XVII secolo, nell’Inghilterra di Carlo II Stuart.

Di seguito il bel filmato.

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Mar 282014
 

Una serie di immagini tratte da pubblicazioni dell’epoca, prodotto talvolta di viaggiatori che hanno descritto ciò che hanno visto o sentito, che si riferiscono alla storia dell’America del Sud durante la conquista spagnola. Suggerisco dettagliarle con estrema cura, presentano particolari davvero interessanti, per esempio, nella terza i locali sono dipinti senza capelli.

Lama caricati di merce destinata agli spagnoli

Metodo con cui i minerali preziosi, argento e oro, venivano trasportati, in Perù, dai lama, XVII sec. Quando un animale era sovraccaricato, spesso si sedeva e difficilmente si rialzava. Se scappavano, dovevano essere uccisi per recuperare il carico.
– Immagine da Theodor de Bry; autore dell’opera Historia general de los hechos de los castellanos Antonio de Herrera y Tordesillas.

*****

Donna che rema in una zattera

Una donna rema in una zattera fatta di balsa, fine XVII secolo. Già dalla prima metà del ‘500 questo tipo di imbarcazioni erano note agli spagnoli (Pizarro).
– da Francisco Coreal, Voyages de François Coreal aux Indes Occidentales.
– nota: Coreal potrebbe essere il nome fittizio di uno scrittore che non ha mai viaggiato nei territori descritti nel libro.

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L'inca Atahualpa in catene

Atahualpa, l’ultimo re degli Incas, giustiziato dagli spagnoli nel 1533. Qua viene mostrato con le catene ai polsi e al collo. Attorno alla sua immagine, scene di vita quotidiana degli indigeni locali.
– Immagine da Theodor de Bry; autore dell’opera Historia general de los hechos de los castellanos Antonio de Herrera y Tordesillas.

*****

Ostaggi in mano spagnola

Nativi americani, in questo caso del Costa Rica, detenuti a scopo di estorsione, fine XVII inizi XVIII sec., con il fine di essere riscattati dietro ricompensa. Notare gli esotici animali (sic) e il cesto che doveva contenere oro, argento e oggetti vari (vedi qua).

Mar 092014
 

Il 1580, quando già Lima era capitale di un vasto regno spagnolo nell’America del dopo Colombo, è l’anno della definitiva fondazione di Buenos Aires: l’11 giungo, Juan de Garay (1528-1583) la chiama Ciudad de la Santisima Trinidad y Puerto de Santa Maria del Buen Ayre.

Ma la città aveva ricevuto un primo battesimo già il 3 febbraio 1536, quando lo spagnolo Pedro de Mendoza (1487 ca.-1537) aveva stabilito un insediamento con il nome di Nuestra Señora del Buen Ayre, in una regione abitata da aborigeni noti come querandíes. Carestia e conflitti con i locali furono motivi per abbandonarla, distruggendo, gli stessi spagnoli, la località nel 1541.

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

In quel fine ‘500, il luogo aveva ben poco da offrire, ché l’unica cosa attrattiva erano le fertili terre intorno al fiume Paranà, oltre al fatto che si trovava ben lontano dai luoghi di commercio spagnoli e portoghesi del tempo. “La colonia porteña sorse modesta, ridotta e democratica”. (1)

In questa città… non ci sono altri stati sociali… che l’ecclesiastico, il militare, il commerciante, il lavoratore e i mestieri meccanici” (2), scriveva il Cabildo sulla struttura sociale del XVIII secolo. Cosicché nella piazza principale, accanto al potere religioso – grande importanza ebbero i gesuiti nell’evangelizzazione – che si centrava nella chiesa, viveva quello politico militare, con intorno le abitazioni della famiglie più rappresentative.

Ricordando che a Lima erano i nobili a prevalere e dirigere le sorti di quei territori, qua, nel profondo sud americano, erano invece i commercianti a giocare un ruolo di primo piano. Attività principale era l’agricoltura che, sebbene limitata nella produzione, riusciva a soddisfare il fabbisogno locale, agricoltura inoltre pregiudicata da una legislazione che favoriva l’allevamento del bestiame.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

La corona spagnola agevolava per lo più i porti sul Pacifico, per i preziosi carichi, piuttosto che quelli sull’Atlantico, per cui lo scalo argentino riceveva ben pochi vascelli provenienti dalla madre patria, 1-2 l’anno, talvolta nessuno.

E allora bisognava darsi da fare altrimenti.

Mentre i commercianti a cambio d’oro e argento o cuoio trafficavano dal vicino Brasile, in modo legale o no, ferro, zucchero, tessuti, schiavi negri, e merce varia, gli ecclesiastici e i militari dominavano nella politica e nell’aspetto spirituale. I funzionari ricevevano in denaro contante il loro stipendio, elemento da considerare importante in una zona in cui scarseggiava e per lo più ci si rivolgeva al baratto.

Bisogna pur considerare che solo chi partecipava ai vari commerci poteva dirsi persona influente, difatti, riportano le cronache, non si conosce prelato, militare o funzionario pubblico che abbia avuto un certo potere senza aver negoziato direttamente o indirettamente, ricavandone buoni compensi.

*****

– 1. Guillermo Céspedes del Castillo, Lima y Buenos Aires, in Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial,  Booket, 2009, pag. 250.
– 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 250.

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