Jan 192016
 

Che cosa fu l’Epoca dei Tulipani e perché si chiamò così? Chi era Ahmed III? Che cosa desiderava introdurre nell’allora Impero Ottomano? Quali innovazioni tentò?

Ahmed III

Ahmed III

Ahmed III nacque e morì a Istanbul (1673-1736), sultano ottomano che tentò una “rottura” con le ancestrali strutture fisico-mentali che legavano al passato la storia della Sublime Porta. Motivo, questo – certamente non solo -, della sua forzata rimozione nel 1730, sostituito dal nipote Mahmud I. Il regno di Ahmed fu impregnato, nei primi 3 decenni del Settecento, di dinamismo, un fermento chiamato Era dei Tulipani, una certa modernizzazione del suo Impero.

Vediamo alcuni particolari che identificano la sua epoca.

  • Le continue vittorie del principe Eugenio di Savoia, comandante delle truppe austriache, porterà poco a poco a un ridimensionamento del territorio ottomano, prima il Banato, poi Belgrado, poi ancora la Serbia settentrionale saranno controllate da Vienna.
  • Ahmed III fu promotore di riforme amministrative e culturali, fra cui la costruzione di biblioteche e l’introduzione della prima tipografia, nel 1727. Prima di allora era vietata la stampa con i caratteri mobili gutenberghiani.
  • Inviò vari ambasciatori all’estero, nelle varie corti europee, con il proposito di apprendere e ritornare con le nuove idee che là si stavano diffondendo. Incoraggiò peraltro la venuta di insegnanti e letterati proprio dal Vecchio Continente.
  • Buona diffusione ebbero, durante il suo potere, i caffè intesi come luogo fisico di scambio di idee, di socializzazione, di trattative, di interazione culturale, di decisioni, frequentato in modo particolare dai giannizzeri. Locali spesso riccamente decorati e disegnati da famosi architetti, mentre altri semplici e umili, alcuni destinati alle classi alte, altri a quelle meno agiate (»»qua).
Il sultano Ahmed III riceve l'ambasciatore francese il visconte Andrezel. Jean Baptiste Vanmour, 1724

Il sultano Ahmed III riceve l’ambasciatore francese il visconte Andrezel. Jean Baptiste Vanmour, 1724

  • Durante il suo regno si edificarono edifici pubblici e privati, scuole, moschee, palazzi, acquedotti, fontane, giardini, amalgamando lo stile europeo del tempo, si costruì altresì la famosa biblioteca nel palazzo Topkapi.
  • Intervenne nella struttura dell’esercito, affidando a un generale francese, Claude Alexandre, conte di Bonneval, nominato pascià, la riforma dell’artiglieria, e nello stesso tempo si impegnava a ridurre il numero dei giannizzeri pagati dallo stato.
  • Il periodo fra il 1718 e il 1730 fu chiamato “Periodo dei Tulipani”, così detto per la diffusione che ebbero, fra i ceti alti, i tulipani, fiore presente nelle decorazioni della vita quotidiana, tappeti, abbigliamento, mobili, maioliche… , rappresentando le aperture politiche e culturali di un sultano, Ahmed III, disposto a occidentalizzare il suo Paese, un tentativo concluso con la sua destituzione, ma che in un modo o nell’altro introdurrà cambiamenti.

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Dec 292015
 

Non è mai vano sottolineare, giacché spesso si dimentica, che la Storia è una enorme ragnatela le cui relazioni e interrelazioni superano i confini locali, regionali, nazionali e si immettono talvolta con forza nella realtà europea e oltre, un modo per dire che ieri come oggi gli intrecci sono tali che parlare di nazionalismo o eurocentrismo è concetto superato (»»qua una serie di video).

Ebbene, peculiare importanza ebbero i gesuiti nel continuum storico dell’Età moderna – certamente non solo -, in particolar modo nelle connessioni con i territori orientali, la Cina nel nostro caso. Vari furono coloro i quali partirono alla scoperta di quelle “esotiche” terre, e non solo per evangelizzare, ma attratti altresì da una società che aveva tanto da offrire.

Il siciliano Prospero Intorcetta, nato a Piazza Armerina nel 1625 e morto a Hangzhou, Cina, nel 1696, fu tra quelli che viaggiarono verso l’oriente, il primo a tradurre in Europa in latino le opere di Confucio. La Fondazione Prospero Intorcetta raccoglie testimonianza del gesuita in questione, una lodevole iniziativa per conservare memoria di uno studioso della filosofia e della cultura cinese.

Di seguito un interessante video che ci introduce l’epoca in questione e il gesuita Prospero Intorcetta.

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Dec 172015
 

Quale fu l’importanza della figura femminile nella Storia? Quali erano i compiti che la “società” le assegnava? Quali esempi ci sono rimasti?

Il problema è che per molto tempo le donne non si sono sentite particolarmente elette a raccontare storie come gli uomini, forse perché da sempre relegate dalla società maschile, in ruoli stereotipati di madri, mogli, educatrici. Spesso alle donne è stata vietata la scrittura in quanto scelta di vita troppo audace.” (1)

Non è mai vano sottolineare l’importanza dei ruoli della donna fra la fine del Medioevo e il Rinascimento, andando oltre in piena Età moderna, ruoli che andavano dall’essere monaca all’essere balia, dall’essere filatrice all’essere cortigiana, da tessitrice a contadina o accudire alla casa al marito ai figli…

Donna, quale solo negli ultimi decenni si sta cercando di dare il giusto e doveroso rilievo nello sviluppo della società, donna come Isabella d’Este, protagonista del Rinascimento, o come coloro le quali hanno lasciato il loro sangue nella Rivoluzione francese, o ancora ricordando le donne nella Lione del XVI secolo. E l’elenco potrebbe essere molto più lungo e dettagliato, magari includendo quelle dedite ai salotti letterari del XVIII sec., o a figure note solo agli addetti ai lavori come Maria Gaetana Agnesi, o alle rivoluzioni di cui poco conosciamo, vedi Policarpa Salavarrieta in Colombia…

Non dimenticando inoltre le studiose contemporanee che contribuiscono ad approfondire la verità storica e a divulgare con un approccio diverso avvenimenti che hanno lasciato l’impronta nella nostra civilizzazione: Natalie Zemon Davis, Anna Foa, Elena Bonora

Affidiamoci dunque a qualche immagine per dare un semplice e superficiale accenno visivo al loro ruolo.

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– 1. Diana Abu-Jaber, in Caffè Letterario, intervista di Valentina Acava Mmaka, 30 gennaio 2002.

(Articolo già pubblicato il 21 settembre 2009, rivisto ampliato e ripubblicato in data odierna)

Monache ricevono da San Benedetto la Regola

Monache ricevono da San Benedetto la Regola

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti,1341

Filatrici e tessitrici ai primi del XV secolo

Filatrici e tessitrici ai primi del XV secolo

Le inservienti, Libro d’Ore, fine XV sec.

Vittore Carpaccio, Le due cortigiane, 1493-1495 ca.

Vittore Carpaccio, Le due cortigiane, 1493-1495 ca.

Contadine del XVI secolo, dal Breviario Grimani

Contadine del XVI secolo, dal Breviario Grimani

Luigi XIV e la sua prima nutrice

Luigi XIV e la sua prima nutrice

William Hogarth, Scene in una taverna,1735

Jean Baptiste Chardin, La lavandaia, 1740

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Nov 102015
 

Frutti misti di Storia Moderna

Frutti misti di storia moderna, ebookOgni buon frutto di stagione partecipa a una stuzzicante macedonia, ogni avvenimento è parte integrante di un mosaico che serve a presentarci un determinato periodo storico.

Ebbene, salterellando per la cultura, per l’economia, per questioni della società, per la storia degli ebrei, mi sono soffermato sullo sviluppo e la crisi dell’università italiana, sull’erotismo, sui cambiamenti climatici, sul real spagnolo e i talleri di Maria Teresa, sul problema degli emigranti e degli schiavi, sono approdato in Cina e in India, ho dato una svista all’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 e ai loro affari ad Amsterdam, e tanto altro ancora.

Argomenti di un insieme, questi, come frutti misti che contribuiscono alla macedonia!
Un ebook che, tassello dopo tassello, ci presenta un collage di particolari aspetti della Storia Moderna, periodo del quale siamo figli.

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Oct 172015
 

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.” (1)

Ma che cosa c’entra il nostro Ignazio Silone vissuto in pieno XX secolo (1900-1978) con il Cardinal Mazzarino nato nel XVII secolo (1602-1661)? Tanto, forse molto: questione di ragionamenti geografici!

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Pescina, piccolo comune italiano oggi in Abruzzo, ma allora parte del Regno di Napoli. Lì nacquero a distanza di secoli i due personaggi a noi famosi, il primo, reggente insieme alla regina Anna d’Austria (1601-1666), tenendo in mano le sorti di una delle più forti potenze del XVII secolo, la Francia, il secondo, autore del ben noto Fontamara, libro che supererà le frontiere italiane per raggiungere gloria e fama in mezzo mondo, uno spaccato delle ingiustizie patite dai contadini, una denuncia contro autorità che abusano e potenti che impongono.

Il cardinale Mazzarino nella Galleria del suo palazzo, Robert Nanteuil, 1659.

Il cardinale Mazzarino nella Galleria del suo palazzo, Robert Nanteuil, 1659.

Giochiamo con una immagine e un video. Partiamo dall’incisione di sopra, in cui il cardinale ci viene proposto seduto nella Galleria del suo palazzo. Lui, serio, con lo sguardo attento, circondato dalle sue pregiate collezioni di statue e dipinti, in mezzo ad avvolgenti drappi, fra cartine geografiche, mappe e mappamondo sembra dire:

Lascia agli altri nome e gloria; tu cerca solido potere.” (2)

E allora mentre ci guarda e parla con gli occhi, mentre pensa alla prossima mossa – ricordiamo essere abile tessitore di intrecci -, lo possiamo immaginare attento a un qualcosa che stupisse l’udito, ma nello stesso tempo lo divertisse, quella che poi sarà chiamata musica barocca. Nel 1660, fu proprio Mazzarino a chiamare alla corte l’italiano cremasco Francesco Cavalli (1602-1676), per il matrimonio del futuro Re Sole, Luigi XIV (1638-1715) con Maria Teresa d’Austria (1638-1683). Quante interconnessioni presenta la storia!

A questo punto non ci resta che sederci accanto a lui, vestito di porpora, in prima fila, a vedere e ascoltare L’Ercole amante del 1662 di Cavalli, su libretto di Francesco Buti, teatrale musica delle nozze del sovrano francese.

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– 1. Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1988.
– 2. Giulio Mazzarino, Breviario dei politici secondo il Cardinale Mazzarino, Nino Aragno ed., 2008.
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Oct 012015
 
Francesco I de' Medici

Francesco I de’ Medici

Figlio di Cosimo I de’ Medici ed Eleonora di Toledo, Francesco I de’ Medici (1541-1587) regnò col titolo di Granduca dal 1574, sebbene come reggente al posto del padre dal 1564. Ricordiamo che “Granduca di Toscana” fu un titolo assegnato da papa Pio V il 27 agosto 1569 a Cosimo I de’ Medici, da quell’anno il ducato passò a chiamarsi Granducato, con tutta una serie di concessioni e privilegi. Durò fino al 1859. Per cui, Francesco I fu secondo Granduca.

Di seguito 5 tracce per inquadrare il personaggio toscano:

  1. Di carattere incline al dispotismo, nelle scelte politiche Francesco I sembrava agire più come dipendente del suocero Ferdinando I d’Asburgo che brillar di propria iniziativa.
  2. Si sposò nel 1565 in prime nozze con Giovanna d’Austria, donna poco colta e non certo bella, e poi con l’amante veneziana Bianca Cappello, 1579.
  3. Per versare una gran quantità di tributi all’Impero, tassava pesantemente i propri sudditi. Il Granduca era più attratto dalla cultura, dall’arte, dal mecenatismo che dalla politica che lasciava nelle mani di funzionari.
  4. Era appassionato di alchimia e così attratto delle porcellane cinesi che in quegli anni arrivavano dall’Oriente che decise creare un laboratorio a tal uopo. Nel 1575 per la prima volta in Occidente, si riuscì a fabbricare le prime porcellane a pasta vitrea.
  5. Sia Francesco I che la seconda moglie Bianca Cappello morirono nel 1587 all’improvviso di febbre elevata e vomito. Qualcuno disse avvelenati da arsenico, altri a causa di una malaria contratta tempo prima.
Francesco I nel suo laboratorio alchemico, 1570 ca., part., Giovanni Stradano

Francesco I nel suo laboratorio alchemico, 1570 ca., part., Giovanni Stradano

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Apr 262015
 
Selinunte, Tempio dedicato a Hera

Selinunte, Tempio dedicato a Hera (foto ©G. Armato)

Fra disagi e disavventure, nel suo peregrinare per la Sicilia, un giorno del 1551, il saccense fraticello domenicano Tommaso Fazello (1498-1570) si imbatté in colossi di pietra e imponenti costruzioni distrutte che descrisse nel suo “De Rebus Siculis” pubblicato a Palermo nel 1558, testimonianza scritta in latino che raccoglie la storia dell’isola dalle mitiche origini fino al XVI sec., un’opera storico-geografica di degna nota.

«Dentro le sue mura [di Selinunte] si vedono due templi non tanto grandi, uno ha colonne scanalate, l’altro invece lisce, e non è ben certo se sia stato un tempio o la casa del pretore. In essa si vede anche una rocca che incombe sul mare e che, sebbene sia stesa a terra, tuttavia ha rovine di grandi proporzioni e un arco ancora in piedi. Si vedono, poi, rovine sparse in tutta la città per molti iugeri e si cammina su fondamenta, strutture, e resti di case che occupano quasi ogni sua parte» (1)

La scoperta del nostro monaco siciliano fu base di partenza, nei secoli successivi, per ulteriori peregrinazioni specialmente dal XVII-XVIII secolo in poi, quella moda del Grand Tour che prese animo e corpo di artisti letterati aristocratici europei. Ecco allora giungere a Selinunte Jacques-Philippe D’Orville (1696-1751), Richard Henry Payne Knight (1750-1824), Jean-Pierre Louis Laurent Houël (1735-1813), Jean-Claude-Richard de Saint-Non (1727-1791), Johann Hermann von Riedesel (1740-1785), e tanti altri ancora, un viavai di persone che procurò una certa fama alla remota località. E non dimentichiamo il frontespizio del libro di Jakob Philipp Hackert (1737-1807), Vues de la Sicilie, dedicato proprio a Selinunte, libro pubblicato a Roma nel 1782.

Scriveva Jean-Pierre-Laurent Houël nel 1777 sec.:

Dovevo recarmi a Selinunte: presi informazioni necessarie su tutto quanto concerne questa città fiorente un tempo e oggi completamente in rovina. Se ne scorgono facilmente i resti a sud di Castel Vetrano. Me li fecero osservare dai confini di una ricca campagna coperta di colture di ogni genere e soprattutto di alberi da frutta, che affascinavano lo sguardo per la varietà delle forme e dei colori. Il mare chiude maestosamente la prospettiva. Sulla riva si sgorgono le colonne di un tempio, il più grande dell’antica Selinunte, che dominano tutto ciò che circonda. La gente del paese le chiama Pilieri giganti, le colonne dei giganti, per la loro smisurata grandezza.” (2)

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1782-1787

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1777

Sono passati oltre 2600 anni e i templi di Selinunte tuttora affascinano i nostri sensi e ci rapiscono in una meravigliosa estasi, portandoci a sognare a occhi aperti e restare di stucco davanti quell’immane laboriosità costruttiva dei nostri antenati.

Selinunte (Σελινοΰς), secondo alcune fonti fondata intorno al 650 a. C. da coloni di Megara Hyblaea, un insediamento greco vicino Siracusa, si sporge sul mar Mediterraneo nella Sicilia sud-occidentale. Nei circa 240 anni di vita, fu una potente città di oltre 80.000 abitanti, con una propria zecca – coniando monete dal 550-530 a.C. – e con un florido commercio, specialmente con i Punici che vivevano nella parte più occidentale dell’isola. Prese il nome da Sèlìnus, l’endemico prezzemolo selvatico che cresceva spontaneo in quelle zone, vicino il fiume Modione.

Sull’Acropoli si costruirono vari templi ed edifici destinati al culto: il tempio D e accanto quello C, quest’ultimo della prima metà del VI sec. a.C., poi uno più piccolo B di epoca ellenistica, forse dedicato a Empedocle di Agrigento. Poi ancora i templi A e O, forse quest’ultimo con sei colonne da un lato e quattordici dall’altro, vicinissimi i due e molto simili.

 Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Ma l’opera dei selinuntini non finì qua: sulla collina orientale altri tre luoghi destinati alla devozione, E, F ed infine quello – sembra – dedicato a Giove, G, uno dei più grandi dell’antichità classica con ben 110 m. di lunghezza e 50 m. di larghezza, e colonne alte circa 17 m., con un’altezza totale che sfiorava i 30 metri. Colossale opera, forse iniziata nel 530 a.C., mai portata a fine, poiché la distruzione della città avvenne prima.

Gli archeologi dicono che dovrebbe esistere un altro tempio, non ancora individuato, e che avrebbe dovuto essere il primo e il più vecchio, edificato dai coloni megaresi. Il mistero resta, non si sa con certezza a quali divinità fossero stati dedicati, a parte il tempio E che grazie a un’iscrizione sappiamo fu consacrato alla dea Hera. La facciata principale degli edifici era sempre rivolta ad oriente, al sorgere del sole, dove il viso del dio doveva guardare.

Il materiale da costruzione proveniva dalle cosiddette Cave di Cusa, oggi nei pressi della cittadina di Campobello di Mazara, a circa 13 km. da Selinunte.

L’area, una volta conquistata dai Cartaginesi, fu ripopolata con piccole case fatte con i ruderi esistenti in loco, ed elementari e basici luoghi sacri fra quartiere e quartiere. Poderoso era il sistema difensivo con alte mura erette poco prima della caduta della città. L’intera zona fu poi assoggettata dai romani.

Poco resta della gloria di quei tempi, la distruzione totale avvenne peraltro tramite un violentissimo terremoto, X-XI sec., che abbatté i monumenti. Eppure ancora oggi chi visita Selinunte viene dolcemente rapito dai cinque sensi, dai florali profumi primaverili, dal vento che accarezza la pelle, dai suoni che si ascoltano a occhi chiusi fra le rovine, dal tatto nello sfiorare una tuttavia presente classicità, dal gusto di quel sedano che diede nome alla città. Non c’è pietra che non racconti storie, non c’è metopa che non parli di un mito, non c’è colonna che non abbia l’impronta di un uomo che con il suo sudore ci ha lasciato una testimonianza di cui dobbiamo andar fieri.

Ma Selinunte non è nostra, Selinunte è dell’intera Umanità che dovrebbe custodirla gelosamente.

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– 1. Tommaso Fazello, De rebus Siculis, Panormi, 1558, ed. Storia di Sicilia, 1990, vol. I lib. I, pp. 326-327.
– 2. Jean-Pierre-Laurent Houël, Il viaggio in Sicilia, Edizioni di storia e studi sociali, 2013, pag. 25.

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Apr 142015
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Che incidenza hanno avuto i caffè intesi come luoghi sociali nell’Inghilterra del XVII secolo? Di che cosa si parlava in quei posti? Chi erano gli abituali frequentatori? Dove, in che città inglesi, si diffusero per prima? Che differenza c’era con quelli francesi della stessa epoca?

Un prezioso argomento da approfondire, fra gli altri in questo ebook, che apre le porte alla condivisione della cultura dell’epoca, base per le spinte della imminente Rivoluzione industriale.

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Feb 232015
 

Frutti misti di Storia Moderna

Frutti misti di storia moderna, ebook
Che ruolo rivestirono gli ebrei nella storia dell’Europa? E in Amsterdam? Quali attività erano da loro praticate? Avevano una certa libertà religiosa e sociale? Chi era il rabbino Menasseh Ben Israel, che rapporto aveva con il pittore Rembrandt? Quanti erano coloro che risiedevano in quella città? Erano più sefarditiashkenaziti? Quando fu costruita la prima sinagoga?

Un appassionante tema che ci immette nella storia non solo degli ebrei, ma dell’Europa in generale. Uno degli argomenti di questo ebook.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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