May 272014
 

Ciò che l’occhio è per il corpo,
la ragione lo è per l’anima” (1)

Erasmo da Rotterdam,  Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Erasmo da Rotterdam, Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Figura imprescindibile per comprendere il periodo storico in questione, fine Medioevo-inizi dell’Età Moderna, Erasmo da Rotterdam è uno di quei personaggi su cui tanti autori contemporanei e non hanno dissertato.

Desiderius Erasmus, come si firmava, era un uomo dal pensiero poliedrico, razionale per quel si poteva all’epoca, contro la guerra e le ingiustizie, a favore dell’ascolto prima di intraprendere una decisione che avrebbe recato danno all’altro, il dialogo come punto d’appoggio per una necessaria comprensione.

La figura di Erasmo da Rotterdam come intellettuale ha caratteri intrinseci di modernità. Ne ha la complessità di volti e di funzioni; ne ha la tensione di una ricerca sempre in itinere; ne ha la volontà di essere protagonista e insieme mediatrice. Ma ha anche aspetti ulteriori: la fede nella parola stampata; l’atteggiamento del “propagandista” (di idee, di valori); la dimensione internazionale del suo pensiero. Ma soprattutto manifesta due connotati decisivi: l’essere testimone e interprete dei valori in gestazione del Moderno (l’individualità e la coscienza; la tolleranza; la pace; la persuasione razionale: valori che si dipanano in Occidente, pur tra ecclissi e contrasti, dall’Umanesimo all’Illuminismo, e anche oltre, e che proprio la “classe dei colti” elabora, richiama, propugna), e di esserlo in un modo costante e convinto all’interno di un itinerario esistenziale e intellettuale tormentato e carico di tensioni; l’assumere un ruolo di “educatore” della società nel suo complesso, alla quale indica non solo valori e ideali, ma anche gli strumenti per realizzarli e uno stile di vita per incarnarli. (2)

Umanista, dunque, che avrebbe influenzato i pensieri e le tendenze non solo del XVI secolo, ma anche quelli a venire, amico, fra l’altro, di Tommaso Moro.

Come umanista Erasmo si sente apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo, bonariamente lungimirante, tolleranza magnanina, moralismo contenuto.
Rivive in lui la vena ilare di tanta letteratura pagana, irrobustita dall’arguzia umanistica di Boccaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, che avevano recentemente espresso pratica di mondo precisamente in qualità di cristiani rinascimentali. […] (3)

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

Vissuto in un’epoca irrequieta dal punto di vista religioso, ricordiamo Lutero e i vari “riformatori” della chiesa cattolica,

Erasmo fu spesso definito come «teologo» dai suoi contemporanei. Ci possono essere motivi per etichettarlo in questo modo invece che «umanista», «educatore» o «intellettuale», ma non ne consegue che tutte le opere di Erasmo siano teologiche. (3)

Questi pochi accenni per considerare che ci troviamo davanti un uomo che regalò all’umanità importanti tesi su cui riflettere, su cui costruire un mondo meno bellicoso, un mondo in cui la conversazione, la comunicazione dovrebbe essere pilastro della nostra società.

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

*****

- 1. Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, Fabbri ed., Milano, 1996.
- 2. a cura di Franco Cambi, Erasmo da Rotterdam, Sulle buone maniere dei bambini, Armando ed., 2000, pag. 9.
- 3. Erasmo da Rotterdam, Elogio alla follia, Newton Compton ed., Roma 1995, dall’Introduzione di Paolo Miccoli.
- 4. a cura di Erika Rummel, I colloqui di Erasmo da Rotterdam, Jaca Book, Milano, 1997, pag. 13.

May 022014
 

“Risalta meravigliosamente bene dai lavori mirabili
ai quali Keplero ha consacrato la sua vita,
che la conoscenza non può derivare dall’esperienza sola,
ma che occorre il paragone fra ciò che lo spirito umano
ha concepito e ciò che ha osservato.” (1)

Giovanni Keplero

Giovanni Keplero

Figlio del percorso scientifico a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, contemporaneo di Galileo Galilei, assistente di Tycho Brahe, Giovanni Keplero (1571-1630) incarna quella serie di ricercatori a tutto campo che iniziarono ad accettare le teorie copernicane dell’eliocentrismo, teorie che venivano già da Aristarco di Samo (310 a. C. circa – 230 a. C. circa), interrotte dalla concezione aristotelico-tolemaica.

E Keplero, a suo modo, fu un eroe nel percorrere strade che andavano controcorrente, approvando, per esempio, i lavori alternativi dell’italiano Galileo, quantunque ancora legato, il tedesco, a una visione del mondo che stentava allontanarsi dalla contemplazione religiosa degli eventi:

Ma l’astrologia di Keplero, uomo di natura religiosa e mistica, a parte l’aspetto pratico, è soprattutto visione antica delle cose, dominata dal misterioso rapporto tra l’uomo e il cosmo. In tutto ciò che accade, Keplero cerca uno scopo, un ordine superiore, e crederà di trovare l’armonia del mondo in contemplazioni di tipo geometrico. (2)

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Ben sappiamo che i secoli in questione, nel nostro caso, erano decenni in cui tutto girava intorno alla Chiesa o ad altre realtà mistiche, per cui:

Dio è infatti per Keplero fonte della geometria e nella creazione copera come un geometra, prendendo a modello le forme dei poliedri regolari (come già nel Timeo platonico operava il Demiurgo); ne consegue che ogni parte dell’universo corrisponde a principi e archetipi geometrici esistenti a-priori in Dio. Ed è usando l’analogia che Keplero mette in rapporto l’universo con l’azione creatrice divina in generale.(3)

Ma il rapporto tra Keplero e Galileo non fu un rapporto facile, seppur uniti nel rifiutare la cosmologia tradizionale, aderendo al copernicanesimo, un rapporto complesso, un rapporto che vedrà l’italiano costretto all’abiura e il tedesco scomunicato dalla chiesa luterana.

Ricordato per le tre leggi sul moto dei pianeti, il suo contributo spazia inoltre all’astronomia all’ottica alla geometria alla musica, un testimone che rappresentava un tardo umanesimo ancora presente, una cultura che si muoveva per i più disparati campi dello scibile umano, anteponendo alla parola scritta la parola della natura, la visione diretta, di prima mano.

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Il nostro uomo ha un carattere forte, deciso, spigoloso, ha un linguaggio colorito, il suo corpo è frequentemente attaccato da malattie, pur sempre capace di estasiarsi alla vista di un’eclisse di luna, come allo scintillare delle lontane stelle.

Keplero, lo abbiamo accennato, fu anche un musico, anticipando le recenti scoperte sui “suoni” dei pianeti, e in quanto tale:

Riprendendo idee care a Pitagora e a Platone, e di cui si trovano tracce lungo tutta la storia del pensiero medievale, Keplero cercava di dare basi scientifiche al concetto di «musica delle sfere», l’idea secondo la quale ogni pianeta, nel suo moto intorno al Sole, produce un suono ben preciso. Secondo Keplero, la particolare nota musicale emessa doveva essere legata al periodo dell’orbita.(4)

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Lo scienziato morirà ad appena 58 anni, povero, in disgrazia, la cui tomba fu distrutta dalle truppe di Gustavo Adolfo durante la Guerra dei Trent’anni, rimanendo solo le parole con cui lui stesso si identificava:

Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet. (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità).

*****

- 1. Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1982.
- 2. Mario Rigutti, Storia dell’astronomia occidentale: l’universo sfuggente, Giunti, Firenze, 1999, pag. 87.
- 3. Laura Tundo, L’utopia di Fourier: in cammino verso armonía, Ed. Dédalo, Bari, 1991, pag. 21.
- 4. Amedeo Balbi, La musica del Big Bang: Come la radiazione cosmica di fondo ci ha svelato i segreti dell’Universo, Springer-Verlag, Roma, Milano, 2007, pgg. 113, 114.

Apr 192014
 
Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Geniale figura del Cinquecento, uomo più intuitivo che sistematico e meditativo, cresciuto in un ambiente cattolico severo, contadino e volgare, ma anche superstizioso, Martin Lutero incarnò le “scosse” religiose dell’epoca, preparando e aprendo il terreno a scissioni che smuoveranno le basi della Chiesa. Lutero, in poche parole, riaccese un fuoco che da decenni covava, un fuoco che aspettava essere rimosso per propagarsi per le vie che oggi conosciamo.

Bisogna pur ricordare che

Perché un’idea nuova ottenga successo, è decisivo che attorno ad essa si formi una corrente che la sostenga e la propaghi. Colui che la enuncia deve trovare degli uditori pronti a diffonderla, dei partigiani dei quali divenire il capo.
Lutero trovò e si formò un tale ambiente, dapprima nelle aule, tra i colleghi dell’università di Wittenberg, poi nel suo ordine. (1)

Insomma,

Lutero poi, sotto tutti i punti di vista, esercitava un prodigioso potere di attrazione sulla gioventù studiosa di tutti i paesi. (2)

E allora, la stessa università di Wittenberg – fondata da Federico il Saggio nel 1502/3 in cui lo stesso Martin insegnerà -, sebbene non ancora luterana, sarà focolaio di propagazione delle idee del riformatore tedesco, studenti colleghi amici nemici saranno veicoli di trasmissione, varcando i limiti locali, paesani, territoriali, della stessa scuola e dello stesso ordine.

Giacché, dicono,

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

[…] Lutero era uno spirito bellicoso e fanatico, amante della lotta e dello scontro frontale […].
Lutero aveva un concetto fortemente pessimistico dell’uomo e considerava ogni sua forma di agire intellettuale e morale assolutamente impotente in ordine alla salvezza, per cui non poteva giudicare positivamente né gli sforzi della filosofia né quelli della morale: tutto questo andava disprezzato e calpestato in nome della theologia crucis. (3)

In tutto ciò, nella sua “umiltà” scriveva:

Mi ha dato [Dio] vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie e figlio, campo, bestiame e tutti i beni… e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia, per pura, paterna, divina misericordia. Per tutto questo io devo ringraziarlo e lodarlo, servirgli e obbedirgli.”(4)

La cui conversione interiore

[…] per quanto riguarda la teologia, era già maturata nella convinzione che la teologia avesse bisogno di una riorganizzazione, che la portasse ad un rinnovamento radicale. La Bibbia, Agostino e la mistica avevano orientato e condotto a maturazione la sua conversione teologica. Già le prime dichiarazioni di Lutero permettono di cogliere la sua ribellione contro il vuoto del meccanicismo teologico.”(5)

E così, mentre

[…] in Germania Lutero divulgava le sue tesi, in Vaticano si allestivano spettacoli teatrali. Sotto Giulio II la situazione era stata seria, ma non disperata; adesso era disperata, ma non la si considerava seriamente. Tra lazzi e  danze, si andava incontro alla rovina. (6)

*****

- 1. Joseph Lortz,  La Riforma, ed. Jaca Book, Milano, 1971, vol.1, pag. 240.
- 2. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 328.
- 3. Battista Mondin, Storia della teologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1996, vol. 3, pag. 189.
- 4. Martin Lutero, Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, Utet, Torino, 1967.
- 5. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 240.
- 6. Ludwig Hertling, Angiolino Bulla, Storia della Chiesa, Città Nuova editrice, Roma, 2001, pag. 304.

Mar 252014
 

Abbiamo trattato (»»qua) delle calzature del periodo rinascimentale, ‘400-‘500, e le abbiamo viste raffigurate in alcuni dei tanti dipinti europei dell’epoca. Ma come erano in realtà, come si sentivano al tatto? Ecco due immagini, grazie al MMA, in cui possiamo ben distinguere la loro forma, il loro essere, in questo caso, di cuoio, una bassa, l’altra alta allacciata: insomma potremmo quasi percepirle al tatto. Scarpe popolari fra il XV e XVI secolo provenienti da un sito archeologico lungo il fiume Tamigi nei pressi di Londra.

Scarpa inglese del XVI secolo

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, a collo medio.

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, bassa.

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, bassa.

 

Mar 182014
 
Solimano il Magnifico da giovane

Solimano il Magnifico da giovane

Ha fama di essere molto giusto, dimodoché quando è bene informato non fa torto ad alcuno. […] È uomo che per la continua pratica che ha avuta già tanti anni che è nell’imperio, intende tutte le cose molto bene, e si risolve il più delle volte al meglio.” (1),

scriveva alla metà del ‘500 l’ambasciatore veneziano Bernardo Navagero parlando del sultano Süleyman Khan.

L’impero ottomano ebbe la sua massima espansione sotto Solimano il Magnifico (1494-1566), un impero che raggiunse le porte di Vienna dopo aver conquistato l’Ungheria e territori vicini, mantenendone il controllo per ben oltre 150 anni. Ad est, l’Iraq veniva assoggettato (1534) dopo esser stato tolto ai Safavidi dell’Iran, inoltre, buona parte dei porti del Mediterraneo erano nelle sue mani, con una flotta che dominava quasi incontrastata. Insomma, l’egemonia ottomana, verso gli ultimi anni del regno di Solimano, andava dall’Asia all’Africa all’Europa, con una capitale, Istanbul, che contava circa 400.000 abitanti, raggiungendo i 700.000 alla fine del suo governo, sicuramente una delle città più popolose del periodo (XVI sec.).

Istanbul, in cui confluivano, liberamente o portati dallo stesso sultano, vuoi genti dai più disparati luoghi per sviluppare ulteriormente le attività commerciali, vuoi artigiani e operai per abbellire ancor più la città, vuoi ancora diplomatici, letterati, artisti di ogni genere. E il Palazzo Topkapı fu motore del tutto, da cui partiva ogni idea, ogni progetto, ogni proposta, raggiungendo le estreme periferie del vasto dominio, adeguandosi poi alle varie realtà locali.

Elmetto ottomano, metà XVI sec.

Elmetto ottomano, metà XVI sec.

Rilevante fu dunque la crescita economica con i relativi scambi che interessavano buona parte del territorio, un territorio in cui anche le arti, la letteratura, le scienze, le matematiche avevano fatto da protagoniste. Così vigorose le attività culturali, a tal punto che qualcuno disse essere stato quel secolo il “Golden Age” del Medio-Oriente, proprio quando il Rinascimento italiano iniziava a trasformarsi, lasciando semi che si svilupperanno ben oltre le frontiere europee. Fra gli artisti ricordiamo Ahmad Karahisari (1468–1566), uno dei più importanti calligrafi del tempo – suo uno dei preziosi Corani scritti per Solimano il Magnifico -, i pittori Shahquli e Kara Memi che illustrarono, fra l’altro, diverse pagine delle Scritture sacre musulmane.

Formulando stili unici, con occhio attento al passato, gli artisti hanno sviluppato esempi davvero alti di codici miniati, di armature e armi, oggetti modellati in oro e argento, lavori di legno intarsiato, recipienti di ceramica, piastrelle, arazzi, tappeti: in sostanza, l’arte di quelle terre ebbe tanto splendore e fecondità che lascerà un’impronta indelebile a cui tanti successivamente attingeranno. Vestigie tuttavia visibili ai nostri giorni.

Decenni altresì di fioritura architettonica, come la costruzione degli edifici pubblici progettati da Sinān (1489/90 ca.-1588), capo del Corpo degli Architetti Reali, personaggio, Sinān, particolarmente celebre e importante, sebbene qualcuno dica essere stato poco originale e innovativo, altri critici lo identificano come il Brunelleschi del Medio-oriente. Delle centinaia di lavori, ricordiamo le moschee di Shehzāde e di Solimano (Suleimaniyye) a İstanbul.

Oltre a edifici sacri, Solimano, abile mecenate cui piaceva ispezionare personalmente i lavori, fece erigere anche scuole, ospizi, mense, mercati, caravanserragli, bagni pubblici in varie parti del suo regno, ogni opera tenendo in contro le tradizioni indigene, così come gli elementi tipici del luogo.

Fatti ed eventi che giocarono un ruolo davvero stimolante nello sviluppo dell’Europa del Cinquecento.

Manoscritto illustrato, metà XVI sec.

Il Futuh al-Haramain è una guida per coloro che vanno in pellegrinaggio alla Mecca e in altri luoghi sacri alla fede musulmana. Di solito, questi testi comprendono descrizioni di rituali e preghiere, oltre a una serie di immagini dei santuari e di vari luoghi di pellegrinaggio.
L’illustrazione di sopra mostra la pianura di Arafat.

*****

- 1. in Alessandro Barbero, Solimano il Magnifico, ed. Laterza, 2012, kindle pos. 15.

Mar 132014
 

Quando mi trastullo con la mia gatta,
chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo
più di quanto io faccia con lei?
(Michel de Montaigne)

Animale presente nelle raffigurazioni pittoriche fin dalla preistoria, passando, fra l’altro, per gli egizi poi saltando nella Grecia classica e nella Roma imperiale, per giungere rafforzato e indenne al nostro oggi, il gatto ha avuto un posto d’onore, insieme al cane, nei quadri rinascimentali, elemento che va oltre il decorativo o il semplice simbolismo, gatto che poteva identificare il male, il bene, l’astuzia, l’indipendenza o addirittura rappresentare le varie razze nell’epoca in questione, diventando con il tempo animale domestico caro ai bambini, partecipe finanche dei salotti perbene. Il gatto è presente nell’Ultima cena, accanto alla Madonna, nella Sacra famiglia, nell’Arca che lo salva,  fra Adamo ed Eva, nelle cucine, giocando con i bambini, accarezzato da donne, dietro a principi e conti, mentre dorme, sbadiglia, si diverte con un cestino o con un ragazzo: insomma sembra sia proprio, azzarderemo dire, il Rinascimento del gatto!

Di seguito una breve serie di immagini di gatti nei dipinti del Cinquecento.

Gatto, volpe e scimmia. Dettaglio da Creazione degli animali, Libro d'ore, Francia, seconda metà XVI sec.

Gatto, volpe e scimmia. Dettaglio da Creazione degli animali, Libro d’ore, Francia, seconda metà XVI sec.

Ritratto di Cleophea Holzhalb con gatto, Hans Asper, 1538

Ritratto di Cleophea Holzhalb con gatto, Hans Asper, 1538

Ritratto di donna con gatto, Ambrosius Benson, 1540 ca.

Ritratto di donna con gatto, Ambrosius Benson, 1540 ca.

Due ragazzi con gatto, Annibale Carracci, 1588 ca.

Due ragazzi con gatto, Annibale Carracci, 1588 ca.

Giovane donna con gatto, Francesco Bacchiacca, 1525

Giovane donna con gatto, Francesco Bacchiacca, 1525

La cucina, Vincenzo Campi, 1580 ca.

La cucina, Vincenzo Campi, 1580 ca.

Henry Wriothesley, attribuito a John de Critz il vecchio, 1603 ca.

Henry Wriothesley, attribuito a John de Critz il vecchio, 1603 ca.

L'Ultima cena, Leandro Bassano, fine XVI sec.

L’Ultima cena, Leandro Bassano, fine XVI sec.

Mar 092014
 

Il 1580, quando già Lima era capitale di un vasto regno spagnolo nell’America del dopo Colombo, è l’anno della definitiva fondazione di Buenos Aires: l’11 giungo, Juan de Garay (1528-1583) la chiama Ciudad de la Santisima Trinidad y Puerto de Santa Maria del Buen Ayre.

Ma la città aveva ricevuto un primo battesimo già il 3 febbraio 1536, quando lo spagnolo Pedro de Mendoza (1487 ca.-1537) aveva stabilito un insediamento con il nome di Nuestra Señora del Buen Ayre, in una regione abitata da aborigeni noti come querandíes. Carestia e conflitti con i locali furono motivi per abbandonarla, distruggendo, gli stessi spagnoli, la località nel 1541.

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

In quel fine ‘500, il luogo aveva ben poco da offrire, ché l’unica cosa attrattiva erano le fertili terre intorno al fiume Paranà, oltre al fatto che si trovava ben lontano dai luoghi di commercio spagnoli e portoghesi del tempo. “La colonia porteña sorse modesta, ridotta e democratica”. (1)

In questa città… non ci sono altri stati sociali… che l’ecclesiastico, il militare, il commerciante, il lavoratore e i mestieri meccanici” (2), scriveva il Cabildo sulla struttura sociale del XVIII secolo. Cosicché nella piazza principale, accanto al potere religioso – grande importanza ebbero i gesuiti nell’evangelizzazione – che si centrava nella chiesa, viveva quello politico militare, con intorno le abitazioni della famiglie più rappresentative.

Ricordando che a Lima erano i nobili a prevalere e dirigere le sorti di quei territori, qua, nel profondo sud americano, erano invece i commercianti a giocare un ruolo di primo piano. Attività principale era l’agricoltura che, sebbene limitata nella produzione, riusciva a soddisfare il fabbisogno locale, agricoltura inoltre pregiudicata da una legislazione che favoriva l’allevamento del bestiame.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

La corona spagnola agevolava per lo più i porti sul Pacifico, per i preziosi carichi, piuttosto che quelli sull’Atlantico, per cui lo scalo argentino riceveva ben pochi vascelli provenienti dalla madre patria, 1-2 l’anno, talvolta nessuno.

E allora bisognava darsi da fare altrimenti.

Mentre i commercianti a cambio d’oro e argento o cuoio trafficavano dal vicino Brasile, in modo legale o no, ferro, zucchero, tessuti, schiavi negri, e merce varia, gli ecclesiastici e i militari dominavano nella politica e nell’aspetto spirituale. I funzionari ricevevano in denaro contante il loro stipendio, elemento da considerare importante in una zona in cui scarseggiava e per lo più ci si rivolgeva al baratto.

Bisogna pur considerare che solo chi partecipava ai vari commerci poteva dirsi persona influente, difatti, riportano le cronache, non si conosce prelato, militare o funzionario pubblico che abbia avuto un certo potere senza aver negoziato direttamente o indirettamente, ricavandone buoni compensi.

*****

- 1. Guillermo Céspedes del Castillo, Lima y Buenos Aires, in Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial,  Booket, 2009, pag. 250.
- 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 250.

Feb 162014
 

La scoperta dell’America ha dato avvio altresì, nel medio lungo periodo, a una trasformazione politico economica e sociale che ha interessato mezzo mondo, forse il mondo intero. Le vie commerciali, che una volta avevano il Mediterraneo come centro, sono adesso spostate verso l’Atlantico e i paesi del nord Europa, fra cui Olanda Francia Inghilterra. Le politiche esteriori degli stati europei guardano con occhio attento alle nuove terre e alle possibilità di arricchirsi e ampliare i propri confini. Le società di casa nostra vedranno persone e merci giungere da oltreoceano, indigeni inviati in Inghilterra, per esempio, a scopo di studio – ricordiamo Jemmy Button arrivare a Londra dal profondo sud americano -, non dimenticando poi l’enorme tratta degli schiavi, così come prodotti agricoli prima sconosciuti, mais patata fagioli, e tanto altro ancora.

Diamo pertanto suggerimento di tre, dei tantissimi testi, che potrebbero introdurci all’argomento in questione.

La conquista dell'America

Partiamo da un volume necessario e utile per capire chi era “l’altro”, chi erano gli indigeni, che rapporto hanno avuto con i conquistatori nel trascorso degli eventi avvenuti durante la conquista del Messico. Erano considerati inferiori o riconosciuti uguali? Tzvetan Todorov in La conquista dell’America analizza con spirito investigativo la storia di un popolo la cui cultura è stata quasi del tutto distrutta.

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Conquista. La distruzione degli indios americani

Ma quali furono le cause della loro scomparsa? Quali sono stati i meccanismi che hanno permesso la loro sconfitta essendo pur più numerosi degli spagnoli o degli europei in generale che sbarcavano in quelle terre? Nel suo Conquista. La distruzione degli indios americani, Massimo Livi Bacci ci porta nelle testimonianze di quegli eventi che hanno condotto al loro annientamento, annientamento causato anche, dice l’autore, per la natura umana delle società sottomesse.

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Verso il nuovo mondo. L'immaginario europeo e la scoperta dell'America

Francesco Surdich, Verso il nuovo mondo. L’immaginario europeo e la scoperta dell’America. Motivazioni politiche religiose economiche spinsero a ricercare nuove vie di comunicazione, vie che dettero come risultato la scoperta di terre al di fuori dai paradigmi di quel periodo, mettendo l’Europa difronte a una realtà ben diversa e distinta. L’esplorazione dell’America, oltre a sconvolgere tutta una serie di archetipi scientifici e religiosi, fu la porta d’ingresso verso la costruzione di una nuova società, oggigiorno alla base del nostro modus vivendi.

Feb 132014
 
El Primer nueva corónica y buen gobierno, Guamán Poma

El Primer nueva corónica y buen gobierno, Guamán Poma

14 febbraio 1615,
Santiago de Chipao, provincia di Lucanas,
Departamento de Ayacucho, odierno Perù

L’inca Felipe Guamán Poma de Ayala fa sapere al re spagnolo Filippo III che ha appena finito di scrivere le oltre 1200 pagine del suo “El Primer nueva corónica y buen gobierno”, dove annotava tutto ciò aver appreso nei suoi ottanta anni di vita (?), una relazione che trattava della società andina, dagli inizi passando per gli inca fino alla colonizzazione spagnola. Relazione ancora che evidenziava la profonda crisi che stava attraversando tutta la zona dopo la conquista da parte delle truppe iberiche.

Nella complessa descrizione dei fatti, Guamán Poma invitava il sovrano affinché fermasse la distruzione di un’antica società che, costretta a lavorare con la forza nei campi e nelle miniere a ritmi sovrumani, a stento sopravviveva ai nuovi arrivati.

Il testo includeva peraltro 398 disegni che risaltavano visivamente le sue posizioni, in particolar modo sull’abuso coloniale commesso verso la popolazione nativa.

Non si sa se lo scritto sia giunto in alcun modo nelle mani del re, il fatto è che attualmente si trova in una biblioteca danese (»»qua).

Ciò per evidenziare un testo di notevole importanza nello studio degli eventi di quei decenni, un testo scritto da un indigeno, Guamán Poma, di nobile famiglia, che crebbe fra gli spagnoli, apprendendone usi costumi lingua religione, elementi che cercava trasmettere alla sua gente e che, nello stesso tempo, difendeva tenacemente.

E a proposito degli inca, di quella somma di culture che dominò per circa un secolo le terre dal sud della Colombia fino a buona parte del Cile, passando per il Perù, l’Equador e la Bolivia, di seguito una serie di articoli:

- L’economia nell’impero inca
- Gli incas e la patata
- Gli incas e le abitazioni
- Gli incas e il matrimonio
- Gli incas e le loro vie di comunicazione
- Machu Picchu, Montaña vieja
- Gli incas e la musica, danza, teatro
- Lima, città dei re

Feb 072014
 

La storia non è un racconto lineare, non parte da un punto e raggiunge un altro, tantomeno si può cercare di “afferrarla” restando nei limiti territoriali in cui si svolge un determinato avvenimento.

La storia è invece una grande ragnatela nel cui centro si agita e vive l’uomo, con tutta una serie di fili che si muovono qua e là, connessi-interconnessi, dipendenti-interdipendenti, fili che si rinnovano e si rinforzano ogniqualvolta idee concetti pensieri acquistano maggior vigore.

Premessa per considerare che il nostro presente viene dal passato, un passato di cui è necessaria aver memoria per comprendere che i giochi di oggi poggiano le basi su soggettività spesso dimenticate e delle quali spesso ci meravigliamo.

E allora introduciamo un simpatico tema “visivo”, la rappresentazione pittorica di cibi e bevande durante il XVI secolo, alimenti giunti a noi dalle più disparate parti del mondo che poco a poco entrano a far parte della tavola di tutti i giorni, un ‘500 che potremmo dire essere stato padre della cucina a noi contemporanea. Secolo ancora che prepara i piatti in un ben determinato modo, presentandoli con un occhio rivolto alla bellezza, all’armonia, alla “vista”.

Sappiamo che ritrarre banchetti feste baccanali ci viene addirittura dall’antica Grecia, passando per Roma, interessando il Medioevo, fino al periodo storico moderno, in cui il Rinascimento, ispirato dalla cultura classica, ne riprende temi e materia di studio.

Fra realtà quotidiana, significato simbolico e allusioni varie, il pittore si diletta a mostrare le sue abilità, la sua capacità di osservazione, il suo modo di concepire forma colore consistenza.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

Agli inizi del ‘500, 1525, il fiammingo Joos van Cleve (1485 ca.-1540) metteva – non fu certamente né l’unico né il primo – un bel vassoio di frutta davanti Gesù e la Madonna, fra cui il melograno, frutto tipico delle coste del Mediterraneo, segno di fertilità, oltre che di resurrezione e immortalità.

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Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Scendiamo per le strade, anzi per le campagne, un affamato uomo degusta un piatto di fagioli, accompagnati da una manciata di cipolle, da un tozzo di pane sicuramente cotto nei forni pubblici – ché le autorità dovevano controllare per evitare speculazioni -, annaffiando il tutto con un bicchiere di vino rosso. Annibale Carracci ci illustra una consuetudine contadina di fine del XVI secolo.

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Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Ancora fra il popolo, ancora nel ceto meno avvantaggiato: Pieter Bruegel il Vecchio ci porta in un banchetto matrimoniale della sua Olanda, una maniera per segnalarci come si viveva nella quotidianità fiamminga. Birra, polenta (?), zuppa d’avena, minestra, pane.

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L'imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

Arcimboldo invece, nella sua genialità, ci presenta il reggente del Sacro Romano impero, Rodolfo II d’Asburgo, nelle vesti di prodotti autunnali. Uva, pere, melograni, zucche, carciofi, ciliegie, insieme alla recente importazione del mais dalle nuove terre, insomma un simpatico amalgama di frutta verdura e fiori.

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Donna al mercato - Pieter Aertsen, 1567

Donna al mercato, Pieter Aertsen, 1567

Per la gioia dei vegetariani, Pieter Aertsen (1508 ca.-1575) dipinge le prelibatezze di metà secolo, mentre una mucca muggisce che il latte è pronto.

Cento anni prima, Martino da Como, famoso cuoco dell’epoca, pubblicava ciò che avrebbe rappresentato il passaggio da una cucina medievale a una rinascimentale: Libro de Arte Coquinaria, metà XV sec.

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Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Per il godimento dei carnivori, Vincenzo Campi (1536 ca.-1591): pesci polli cacciagione varia, spicca qualche frutto e qualche ortaggio, gli occhi si riempiono di ogni ben di Dio, anzi di Gesù, mentre parla, al fondo a sinistra, comodamente con Maria e Marta.

La lepre di Hans Burgkmair, agli inizi del XVI sec., mi è rimasta impressa nella memoria »»qua.

Storie che in un certo qual modo si ravvisano tuttavia »»qua.

Jan 292014
 
Machi - Chamán - Mapuche, 1903

Machi – Chamán – Mapuche, 1903

Sono oramai più di due anni che mi dedico in situ agli studi sugli indigeni sudamericani prima dell’arrivo di Colombo, passando per gruppi etnici colombiani, peruviani, adesso cileni, dai quimbaya ai muisca, dai wari ai lima agli inca, seguendo ancora con gli yàmana e i mapuche, fra gli altri. E c’è un particolare che mi colpisce, il loro rispetto verso la natura, verso la terra in cui vivono e lavorano, la loro devozione verso quelle “energie” che “abitano” i luoghi sacri, le montagne in particolare. Tutto ha un ritmo, tutto è legato all’aspetto religioso, tutto segue una tradizione tramandata da padre in figlio, per secoli. Cosicché diamo un’occhiata generale a quegli elementi che li accomuna.

L’armonia della natura, l’amore verso Pachamama, insieme a certi principi di reciprocità e dualità sono la base della spiritualità del nativo sudamericano che gli spagnoli trovarono al loro arrivo nelle Nuove Terre – XVI sec.

Nelle loro credenze, la realtà visibile e tangibile non è certamente l’unica, esiste un mondo occulto ai più che determina la sussistenza del cosmo e dell’uomo. Un uomo caratterizzato da due elementi, corpo e spirito, potendo a sua volontà e con determinati metodi, passare da uno stato a un altro, quando lo spirito si libera del corpo.

Tale particolare evento può manifestarsi per diverse cause, in particolari circostanze della vita, essendo volontario o involontario. E il cosiddetto Chamán è stato ed è colui che ben conosce queste diverse realtà, colui che ha capacità e potere di varcare la soglia del tangibile con l’intangibile, interpretare i sogni, è colui che maneggia con destrezza le piante sacre e le bevande “embriagantes”. Riesce, in poche parole, a comunicare con il sacro, attuando pratiche curative e di divinazione.

Machitún, cerimonia di sanazione da parte di un machi mapuche, immagine di  Claude Gay

Machitún, cerimonia di sanazione da parte di un machi mapuche, immagine di Claude Gay

Il suo “dono” è di solito ricevuto per eredità, rare volte per vocazione, in ogni caso deve passare per un’iniziazione e per un periodo di digiuno e ritiro spirituale, sommettendosi a un rigoroso addestramento per prepararsi a viaggiare nel mondo spirituale mediante le alterazioni di coscienza.

Ogni gruppo ha il proprio Chamán che cura la propria gente, adoperando accorgimenti ancestrali e tipici della zona culturale in cui vive, un Chamán è rispettato e temuto, preso in grande considerazione in quando depositario, inoltre, sia del sapere, sia della storia del gruppo a cui appartiene.

I siti dove si praticano riti chamanici sono luoghi molto spirituali, dove l’energia della terra vibra in maniera più alta che altrove, per cui è di suprema importanza salvaguardarli e venerarli. Le montagne sono posti destinati a tale attività, montagne chiamate “apus” dalla cultura andina, e che proteggono il gruppo o il villaggio mediante gli spiriti – “achachilas”.

Montagne ancora che, considerate maschili, accompagnano a Pachamama, femminile, testimoni del tempo che trascorre, grandi blocchi di terra e pietra modellati dal vento dalla pioggia dalla vegetazione dagli animali. Sono onnipresenti, punto di riferimento della vita dell’indigeno sudamericano, elemento spirituale e magico che forma parte della “cosmovisione” del popolo delle Ande.

Una tradizione che, in un certo qual modo, si conserva tuttavia, per esempio in San Pedro de Atacama, Cile, dove i residenti sono soliti affermare:

Somos un pueblo muy espiritual, respetamos sagradamente la naturaleza y ocupamos mucho el movimiento de las energías”. (1)

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- 1. in Ya, rivista allegata al quotidiano El Mercurio, martes 28 de enero de 2014, n. 1584, pag. 51.

Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto [...] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

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- 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
- 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
- 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
- 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

Jan 202014
 

Inizi gennaio 2014, sono a Santiago del Cile, entro nell’interessante Museo Histórico Nacional in Plaza de Armas, proprio a due passi dalla Cattedrale e dal Museo d’Arte Precolombiana, tre dei tanti siti che è doveroso visitare per prendere atto delle dinamiche storiche di una società sudamericana che viene da millenni prima dell’era cristiana.

Girovago per le sale, prendo nota che la fondazione dell’odierna capitale del Cile è stata dettata da Pedro de Valdivia (1497-1553), il 12 febbraio 1541. Salendo le scale verso il secondo piano il quadro, la tela che raffigura l’atto e che è stata inoltre impressa sulle monete cartacee del XX e XXI secolo.

Fondazione di Santiago del Cile, Pedro Lira, 1888

Fondazione di Santiago del Cile, Pedro Lira, 1888

È grande, immensa, 250 x 400 cm., copre quasi l’intera parete, è del pittore cileno Pedro Lira (1845-1912). È del 1888, ritratta Valdivia, 
mentre fonda Santiago dalla collina che gli indigeni chiamavano Huelén, poi battezzata Santa Lucia dagli spagnoli. Al suo fianco Francisco de Villagra Velázquez (1511-1563), dietro, quasi nascosto, un frate con tonaca bianca, vari soldati assistono all’atto. Nessuna croce alla vista. Alle sue spalle il fiume Mapocho, davanti a lui un indigeno Mapuche mentre segnala qualcosa, di sicuro la sua terra. Nella mano di quest’ultimo un arco, che qualcuno afferma non essere stato usualmente adoperato da loro. Sullo sfondo le alte montagne dette Provincia. La scena è solenne, il momento resta immortalato negli annali della storia mondiale dell’uomo.

Jan 172014
 

  “Dell’erotismo si può dire, innanzitutto,
che esso è l’approvazione della vita
fin dentro la morte.”
(George Bataille)

 

Eros, dal greco, divinità dell’amore fisico.

È ben noto che l’erotismo, strettamente legato alla sessualità, di epoca in epoca viene alimentato ed elaborato dalla mediazione culturale in cui si sviluppa e si manifesta.

Se nell’età medievale solo le classi accomodate potevano permettersi i servizi dei pittori, degli scultori, dei letterati, con lo sviluppo della borghesia e della proto-industrializzazione, libri e dipinti furono più a “portata di mano”, grazie anche ai caratteri mobili gutenberghiani e a una maggiore diffusione dei pigmenti e all’introduzione di nuove tecniche.

Il passaggio, chiamato Rinascimento, quel passaggio che consolida, con il trascorrere del tempo, la personalità, l’individualità dell’essere umano, e che culmina con la Rivoluzione francese, è uno di quei percorsi in cui determinate connotazioni evidenziano caratterizzazioni sociali che si affermano man mano.

L’erotismo fu uno degli aspetti che si palesò nella nuova realtà storica, un erotismo che poco a poco si esprimeva apertamente, contro le restrizioni imposte dalla Chiesa nel Medioevo, contro le imposizioni dello Stato, una delle tante forme per ribellarsi al conservatorismo sessuale.

Lussuria incarnata, secondo la Chiesa di quei secoli, dalle donne salite sul rogo, streghe accusate di rapporti sessuali con il diavolo, modalità perverse e oscene, orge che il Canon Episcopi (906 ca.), precursore del ben noto e completo Malleus Maleficarum del 1487, condannava, donne, quelle streghe, che

“… credono e affermano di cavalcare nottetempo certe bestie, in compagnia di una moltitudine di donne, al seguito di Diana, dea pagana e di attraversare istantaneamente, nel silenzio della notte, enormi spazi di terre e di ubbidire agli ordini di questa loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio…”.

Parnasse satyrique

Parnasse satyrique

Pittori scultori letterati decisero dunque immettersi, pubblicamente o no, in territori che di sicuro andavano a cozzare contro ataviche mentalità e ancestrali tabù. Alcuni di loro in aperta sfida, ricordiamo il francese ugonotto Théophile de Viau (1590-1626), che a causa – anche ma non solo – della raccolta di poemetti licenziosi, suoi e di altri, “Le Parnasse satyrique” (1525 ca.), o Claude Le Petit (1638-1662), furono condannati a morte. Mentre il primo morì di stenti dopo un periodo di carcere, il secondo fu messo al rogo: il primo a 36 anni, il secondo ad appena 23 anni. Versi libertini che incitavano a godersi la vita liberamente, ponendo in discussione i dogmi religiosi del tempo.

Le passioni dell’uomo sono soltanto i mezzi di cui la natura si serve per conseguire i suoi scopi”,

avrebbe annotato qualche secolo dopo, nel 1795, ne La filosofia nel boudoir, Donatien Alphonse François de Sade.

Letteratura libertina potrebbe essere inoltre il primo romanzo di Denis Diderot (1713-1784), Les bijoux indiscrets, pubblicato nel 1748 in forma anonima. Non dimentichiamo poi il nostro Giacomo Casanova (1725-1798) accusato di libertinaggio e il cui nome oggigiorno è associato alla seduzione, o il Marchese de Sade (1740-1814), per antonomasia autore erotico.

Cosicché, la protagonista è la nuova società borghese – certamente non solo -, una classe che acquista potere economico e sociale, desiderosa di uscire da vecchi schemi e provare “emozioni” una volta riservate ai nobili. Quella parte di società che darà incarico ad artisti di eseguire dipinti erotici.

Più trascorrono gli anni, più le azioni prendono piede pur oltre Manica. Memorie di una donna di piacere, o Fanny Hill, del britannico John Cleland (1709-1789), pubblicato in Inghilterra nel 1748, sarebbe stato il primo romanzo erotico inglese in prosa così come oggi lo conosciamo, un lavoro scandaloso per l’epoca che suscitò non poche reazioni. John l’aveva scritto nel periodo in cui fu ospite delle prigioni, a causa di un debito.

Passiamo alle immagini, rimaste maggiormente impresse nell’immaginario collettivo del tempo da noi studiato, Età moderna.

Agnolo Bronzino, Allegoria del trionfo di Venere, 1543 ca.

Agnolo Bronzino, Allegoria del trionfo di Venere, 1543 ca.

Hans Baldung, Fillide cavalca Aristotele innamorato, 1513 ca.

Hans Baldung, Fillide cavalca Aristotele innamorato, 1513 ca.

Potrebbe venirci immediatamente in mente uno degli allievi di Dürer, Hans Baldung detto il Grigio (1485-1545), che spesso si divertiva a raffigurare temi a sfondo erotico, pensiamo a Fillide cavalca Aristotele innamorato (1513) (qui sopra), o a Le tre streghe (1514). Immagini per eccitare la mente del lettore, nel caso della scrittura, dello spettatore, nel caso della pittura, a godere di un aspetto intrinseco alla fantasia umana.

Giulio Romano, Giove seduce Olimpiade, 1526-1534.

Giulio Romano, Giove seduce Olimpiade, 1526-1534.

“Gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano [...] La vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile”,

scriveva l’italiano Curzio Malaparte nel romanzo La pelle del 1949.

In effetti, l’Italia sembra aver rivestito, nel XVI secolo, un interessante ruolo di rottura con il passato, introducendo in modo fantasioso una nuova maniera di “vedere” e “fruire” dell’erotismo.

Cosicché, se pittore e scrittore vengono a contatto, risultato sarà una delle opere dell’Aretino (1492-1556), Sonetti lussuriosi (1526), sonetti ispirati dalle incisioni erotiche realizzate da Marcantonio Raimondi (1480-1534) su disegni di Giulio Romano (1499-1546). Parole e immagini, testo e didascalia – I modi -, che iniziarono a circolare in quantità maggiore rispetto alle norme di quei decenni, quantità non più controllabile, che iniziava a dar fastidio alla Chiesa Cattolica – Clemente VII (1478-1534) papa all’epoca -, censurando il lavoro e mettendolo nell’Indice.

“[...]

Vedi com’ei l’ha sopra delle braccia

Sospesa con le gambe alte a suoi fianchi,
E par che per dolcezza si disfaccia.

    

 
Ne già si turban perche siano stanchi

Anzi par che tal gioco ad ambo piaccia,
Si che bramin fottendo venir manchi.

[...]”

appuntava nel Sonetto VIII, il toscano Pietro Aretino.

Il geniale dialogo da lui proposto, fra pittura e scrittura, fu chiave d’acceso per una ulteriore carica erotico-emotiva, chiave che schiudeva altrimenti le porte dell’immaginazione popolare, un successo inaspettato, che valicava confini sociali entrando nelle case di “tutti”. Figure, a volte economiche, a buon prezzo, impresse in volantini, incisioni di cui non sappiamo la quantità che andò bruciata per la censura.

Nel XVIII secolo i giochi si fanno ancor più liberi, il piacere, dicevano i contemporanei, deve essere privo di complicazioni filosofiche o religiose, di falso moralismo, ognuno deve essere libero di esprimere la propria fantasia.

Dipinti come quello del francese François Boucher (1703-1770), Odalisca Bruna, del 1745, o quello dello svedese Adolf Ulrik Wertmüller (1751-1811), Danae, del 1787, oramai rappresentano le esigenze di una società che tenta slegarsi dalle corde del passato, società appena entrata nel periodo dei Lumi, dell’industrializzazione, della Rivoluzione francese che farà da spartiacque fra l’ieri fortemente legato alle tradizioni morali e l’oggi che tenta ancora sciogliere gli ultimi nodi di quel passato.

François Boucher, Odalisca bruna, 1745.

François Boucher, Odalisca bruna, 1745.

Adolf Ulrik Wertmüller, Danae, 1787.

Adolf Ulrik Wertmüller, Danae, 1787.

Questo breve excursus, necessariamente e volutamente incompleto, è solo un modo per entrare nelle dinamiche delle varie mentalità che hanno “frequentato” la storia, resoconto di un percorso che dovremmo aver presente per meglio penetrare il nostro “comportamento

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