Mar 012015
 

Il percorso storico degli ebrei è un lungo e complesso cammino che si incrocia spesso con la storia dei luoghi in cui sono vissuti. Un percorso impresso nella loro viva memoria, la quale diventa importante e imprescindibile mezzo di trasmissione vuoi orale vuoi scritta. A tal punto che nella Bibbia la parola Zakhar, ovvero “ricordare”, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben 169 volte (1).

Ebbene, con il proposito di “ricordare”, suggeriamo tre libri che ci introducono nell’argomento in questione, considerando che non è certamente facile dare dei cenni sui seguenti testi, ché gli intrecci della loro storia, le complessità degli argomenti e, non per ultimo, le connessioni con le realtà in cui questi sono vissuti, danno alle seguenti proposte di lettura un carattere articolato e poliedrico, un gioco narrativo che vale la pena leggere e rileggere per meglio entrare e comprendere le molteplici dinamiche.

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492, è un resoconto variegato, in cui le “avventure” di un popolo sono “memorie” di resistenza, di nomadismo, di tolleranza-intolleranza, di avversità, di minacce di annientamento, ma anche creatività, forte affermazione della vita, continue sfide. Una diaspora che racconta di persone la cui esperienza si incrocia con la cultura, l’economia, la politica, e non solo di un Paese, ma di uno e più continenti. Un popolo, insomma, che è parte integrante del luogo in cui ha vissuto e vive, un’interazione attiva con gli altri necessaria per la sopravvivenza.

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Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo

La prof. Anna Foa già la conosciamo (»»qua) ed Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione. XIV-XIX secolo è uno dei suoi tanti lavori dedicati al tema, argomento affrontato dal punto di vista dei rapporti fra ebrei e cristiani, una persecuzione che supera i ghetti e va ben oltre il ricostruire la loro millenaria storia, in questo caso solo dei circa sei secoli dell’Età moderna.

“… Spostamenti ed esili caratterizzano e segnano momenti di crisi, come appunto il 1348, ma fanno parte della storia degli ebrei anche in circostanze meno drammatiche…”

Nell’Europa che va dal Trecento all’Ottocento, dunque, ci parla di quei “ricordi” che hanno segnato l’esilio, la dispora, la vita quotidiana nei ghetti e tanto altro ancora. Un testo da tenere sottomano.

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Riccardo Calimani, Storia dell'ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento

Riccardo Calimani nel suo Storia dell’ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento, si pone varie domande, quali: chi sono gli ebrei e perché sono stati da sempre perseguitati, come è nato nell’immaginario collettivo l’idea dell’ebreo errante, etc. Un libro che ripercorre duemila anni passando per Gesù e il falso messia Shabbetai Zevi, un volume che tenta comprendere la condizione psicologica dei figli di Giacobbe, che tratta altresì delle mille e una contraddizione del mondo cristiano, un mondo in cui hanno vissuto influenzando il suo continuum storico.

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– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.

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Nov 052014
 
Marco Aime

Marco Aime

La storia è movimento in lato sensu, movimento dei fatti nel tempo, e il tempo, per dirla con lo storico tedesco Reinhart Koselleck (1923-2006), “acquista un carattere dinamico, poiché diventa una forza della storia“. La storia, in poche parole, è movimento nel tempo.

La storia dell’umanità inizia con i piedi… grazie ai piedi ci siamo spostati… e sparpagliati in tutto il pianeta… siamo una specie migrante…” (Marco Aime).

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Oct 092014
 

«Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tostochè don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie […]» (1)

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l'attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l’attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

E allora Don Chisciotte preparò la sua lancia, lanciò il cavallo al galoppo e attaccò con tutte le sue forze quei mulini diventati improvvisamente guerrieri nemici… ben sappiamo com’è andata a finire (sic).

Abbiamo già affrontato tempo fa l’argomento mulini (ne abbiamo parlato »»qua), stavolta diamo spazio alle immagini, in che modo i pittori dell’epoca moderna rappresentavano tali aggeggi.

Aggeggi che sono stati per secoli motore dell’economia locale, ma non solo, quei mulini che hanno dato da sfamare a poveri e ricchi.

Intorno alle terre coltivabili, boschi prati e paludi vengono lasciati al godimento del signore e dei villani in proporzione alla parte di suolo che sfruttano. Spesso, se la terra è attraversata da un corso d’acqua, il signore vi costruisce un mulino per uso proprio e degli abitanti. Il mugnaio preleva da ogni sacco una parte di farina per il proprio mantenimento: questo è il primo dei diritti del vassallaggio, scomparsi soltanto con la Rivoluzione francese.” (2)

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Non è vano ricordare qualche loro impiego, per esempio quello della macinatura dei cereali, che sembra esser il più antico uso, poi quello per segare legno, azionare telai e folloni nel settore tessile. Con il passare del tempo furono perfino adoperati per spingere pompe idrauliche e per la produzione dell’elettricità grazie all’uso di un generatore. Alcuni dei tanti modi con i quali collaborarono allo sviluppo della civiltà, e non solo europea, ma anche cinese indiana, orientale in generale. Non bisogna dimenticare altresì l’esteso uso che ne fece l’Olanda dall’XI sec. in poi per sollevare le acque e assicurare le terre.

Cosicché, i mulini sono stati di tale importanza nell’attività produttiva che:

Nelle vecchie mappe di Londra si trova una fila di mulini a vento sulle colline a nord. Probabilmente ai tempi di re Giorgio veniva considerata una circostanza preoccupante, tale da influenzare il rifornimento di cibo della città, che qualcuno costruisse così vicino a loro da rubare il vento alle loro pale.” (3)

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini ad acqua, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Costruire un mulino non era certo alla portata delle tasche di tutti, era necessario spesso preparare degli argini, sviare il corso di un fiume, drenare, insomma un lavoro costoso e faticoso.

Un mulino ad acqua richiedeva un investimento considerevole, non solo nella struttura stessa, ma anche nella costruzione di dighe per immagazzinare l’acqua e nella deviazione del corso dei fiumi per regolarne il flusso.” (4)

In poche parole, la realizzazione era riservata a nobili e latifondisti che ne avevano i mezzi e le possibilità economiche, come il barone Pietro Gaetani (1400 ca.-1459) signore, fra l’altro, di Sortino, in Siracusa:

Il Gaetani aveva fatto raggiungere la cima del colle Temenite all’acqua che, da qui cadendo sulle gradinate con gran violenza, le inondava e forniva energia a due mulini impiantati sulla parte superiore del teatro, ad un altro nelle immediate vicinanze della scena e ad un quarto collocato al centro della cavea, dove erano state realizzate due profonde fosse per agevolare le manovre di marcia.” (5)

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Dunque, per molti secoli mulini a vento e mulini ad acqua furono matrici di energia principale, almeno fino a quando non giunsero le innovazioni a vapore di Newcomen, Watt e compagnia varia, iniziando a collaborare con le nuove invenzioni, finché, già avanti nei secoli, fine XIX-XX, non furono del tutto soppiantati dalle macchine più complesse della Rivoluzione industriale.

Di ritorno a Londra, un mio amico ottenne per me un permesso per vedere i mulini che erano in costruzione vicino al ponte di Black Friars [era un importante impianto, Albion Mills] che dovevano essere composti di tre macchine a vapore, ognuna delle quali doveva far andare dieci mulini.” (6)

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Mulino ad acqua, Hobbema Meyndert, 1665-'68 ca.

Mulino ad acqua, Meindert Hobbema, 1665-’68 ca.

*****
– 1. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Cap. VIII (»»qua), 1605.
– 2. Henri Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton Compton, Roma, 2012, kindle pos. 1692, 1704.
– 3. in Tra Stato e Mercato, a cura di Francesco Pulitini, IBL libri, Torino, 2011, pag. 408.
– 4. Karl Gunnar Persson, Storia economica d’Europa, Maggioli ed., 2014, pag. 38.
– 5. Alvise Spadaro, Caravaggio in Sicilia: il percorso smarrito, Bonanno, 2008, pag. 45
– 6. in Ana Millán Gasca, Fabbriche, sistemi, organizzazioni: Storia dell’ingegneria industriale, Springer-Verlag Italia, Milano, 2006, pag. 98.

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Sep 222014
 

Cosa sarebbe stato dell’umanità senza il cavallo?
Il grande Cesare, Alessandro il Grande, i grandi di Spagna…
Sarebbero stati veramente grandi senza il cavallo?
Questa nazione sarebbe mai nata
senza il generoso aiuto di questo nobile animale?
E qual è il miglior modo per sdebitarsi
se non quello di offrir loro un pascolo grasso e tranquillo
dove potersi nutrire e procreare in pace.” (1)

Il cammello sta all’Africa come il cavallo sta all’Europa.
Un gioco di parole, questo, che potrebbe sintetizzare la storia evolutiva di almeno due continenti, nel senso che lo sviluppo economico e le escursioni militari dei nostri vicini si basarono, anche ma non solo, sul cammello, mentre le nostre sul cavallo.

Intrecci e connessioni che portano a valutare l’importanza che due animali ebbero nel continuum storico che interessò due diverse, ma complementari, civilizzazioni. Così come quella della Cina e oriente in generale. Insomma, il cavallo fu il “mezzo” per giungere all’oggi.

E giacché parliamo di Cina, ecco come il gesuita Giuseppe Castiglione (1688-1766) ritraeva in un lungo rotolo nel 1728 l’animale in questione:

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Quel “mezzo”, dunque, che dialoga con il mitologico con la fantasia con la realtà dei fatti. Viene allora in mente il famoso cavallo di Troia nell’omonima guerra, con le conseguenze che poi ebbe sulla nostra penisola tramite Enea; poi Ronzinante del Don Chisciotte nella letteratura del Cervantes; per passare a Tornado, il cavallo del mitico Zorro, benefattore con i poveri e gli oppressi; o a Dinamite, quello di Tex Willer, il ranger che lotta contro i “cattivi”; così come famoso è Bucefalo di Alessandro Magno, conquistatore di mondi sconosciuti… e la lista potrebbe riempire pagine e pagine.

Quel cavallo che condurrà i cavalieri nella battaglia, magari trasportando i primi pezzi di artiglieria (inizi XVI sec.), magari i vettovagliamenti, magari i feriti. Retaggio di una gloriosa cavalleria che dominava i campi del Medioevo, fino a quando con la massiva introduzione delle armi da fuoco, questa passerà lentamente in secondo piano.

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Fin dal Paleolitico superiore (le grotte di Lascaux in Aquitania, Francia), il cavallo interessò la pittura, tra occidente e oriente, basta considerare – nell’epoca che abbiamo preso in considerazione, Storia moderna – Paolo Uccello, Dürer, Leon Battista Alberti, Giuseppe Castiglione, Goya, Giulio Romano, e tantissimi altri artisti che immortalarono re principi cardinali conti duchi e nobiltà varia, una quantità di persone per le quali il cavallo era simbolo di forza dinamismo potere comando, era l’animale che più di tutti poteva condurre alla vittoria in guerra, dimostrando prestigio e spregio del pericolo. Non possiamo non ricordare il mai venuto alla luce cavallo di Leonardo da Vinci per Francesco Sforza, che doveva essere, nelle intenzioni, la più grande statua equestre mai costruita.

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Molteplice è la bibliografia, fra i tanti che pubblicarono sul tema, ricordiamo Giuseppe d’Alessandro (1656-1715), duca dell’allora Peschiolanciano (oggi Pescolanciano, nel Molise), che scrisse un trattato, Arte del Cavalcare (»»qua), proprio sui suoi amati cavalli e sull’arte del cavalcare, con annessi e connessi (poesie incluse) fino al modo di curare le malattie, opera stampata nel 1711 a Napoli.

E sempre a Napoli, intorno alla metà del ‘500, era nata una delle prime accademie equestri, famosi i nomi di Federico Frisone (»»qua e »»qua) e Giovanni Battista Ferraro (»»qua). Napoli, che sarà inoltre vivaio di corsieri che andranno a popolare le fila spagnole nella corte prima di Carlo V e poi di Filippo II.

Per non dimenticare, qualche secolo prima, il volume di Lorenzo Rusio, Opera de l’arte del malscalcio, pubblicata a Venezia nel 1543 (»»qua), o ancora del 1603 quello di Francesco Liberati, La perfettione del cavallo, alle stampe in quel di Roma (»»qua).

Animale che, sebbene addomesticato, conservava e conserva ancora quell’aspetto selvatico che ci attrae, misterioso e affascinante nello stesso tempo, dove la femmina sembra essere il capo branco. Branco sì, essendo, questo, un animale sociale per natura, in cerca di contatto, di comunicazione, di relazione.

Tale breve excursus, celebrazione di un equino che tanta importanza ebbe nei giochi della storia, non potrebbe concludersi senza alcuni versi a lui dedicati, senza risaltare l’appassionato legame fra cavallo ed eroe che Lord Byron ci racconta (»»qua):

“[…]
Un migliaio di cavalli e nessuno cavalcato!
Con coda ondeggiante e criniera al vento,
le froge selvagge mai contratte dal dolore,
le bocche non insanguinate
da morso o redine,
e piedi che il ferro mai calzò,
e i fianchi intatti da sperone o frusta,
un migliaio di cavalli, selvaggi, liberi,
come onde che s’inseguono nel mare
giunsero fitti tuonando.
[…]” (2)

E allora eccoli questi cavalli che hanno dato il loro sangue per noi (sic):

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– 1. in Lo chiamavano Trinità, regista Enzo Barboni, film, 1970.
– 2. Lord Byron, Mazeppa, XVII, 1819.

 

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Sep 092014
 
Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Vari e tanti sono i metodi per diffondere e divulgare la Storia, partendo dai quadri dei pittori alle sculture alle incisioni, o ancora tramite i libri e le riviste, a cui si aggiungono i blog i forum i siti, per continuare con la radio la televisione e, non per ultimo, il cinema i film.

Più sarà eterogenea la possibilità di raggiungere il pubblico, più i fatti e gli eventi potranno essere a conoscenza di tutti. E il cinema ha avuto, e ha tuttavia, la missione non solo di informare e propagandare superando spesso le barriere linguistiche e territoriali grazie alla forza delle immagini, superando forma mentis e limiti sensoriali, ma altresì quella di memoria storica.

Il cinema, lo sappiamo, nasce a fine ‘800, considerando i francesi fratelli Lumière, Auguste e Louis, come gli inventori del proiettore cinematografico, coloro che seppero fare il salto tecnologico fra i tanti precedenti tentativi e quello che sarà poi punto di partenza per successivi sviluppi. Certamente non è da dimenticare il nostro Filoteo Alberini, già nel 1894 uno dei pionieri italiani.

Ma andiamo avanti… e andiamo avanti ricordando il passaggio dal muto al sonoro, nella cui Pisa del 1906 si realizza una delle prime prove, proseguendo dal bianco e nero al colore, esperimenti iniziati, sembra, nella Germania degli anni ’40 del Novecento e poi definiti negli Stati Uniti nei seguenti anni ’50.

Insomma, il cammino che ci porta all’oggi, dalla pellicola analogica a quella digitale, dallo schermo quadrato al rettangolare, fino agli impressionanti effetti speciali del 3D, è un cammino che parla non solo della storia del cinema come tale, ma perfino di quei film che hanno immortalato i grandi avvenimenti storici.

Non è vano sottolineare che un film storico è una serie di immagini interconnesse che tratta di vicende reali, accadute nel passato, un film ambientato in un ben preciso contesto che riporta, nei limiti dello schermo e della sceneggiatura, fatti di una certa importanza, in cui la ricostruzione di costumi scene dialoghi e via dicendo si attesta quanto più possibile aderente alla verità.

Noi ricorderemo qua solo qualcuno che interessa da vicino la Storia moderna, ripoteremo 4 di quelle pellicole cinematografiche che hanno tramandato le gesta di coloro che hanno lasciato una impronta indelebile nel tempo, facendo attenzione agli errori, voluti e non, che talvolta anche un profano può scorgere, come i libri che si vedono nel celebre Il Gladiatore, o le ripetute scene dei cuori ancora pulsanti strappati dai sacerdoti Maya ne Apocalypto, forse, sottolineo forse, tradizione più Atzeca.

Partiamo con una testimonianza che ci conduce in un momento decisivo della nostra civilizzazione occidentale, momento in cui la storia sembra accelerare il passo e parte dei commerci sposteranno, nei secoli a venire, il loro asse dal Mediterraneo all’Atlantico.

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1492 – La conquista del paradiso, del regista britannico Ridley Scott prodotto nel 1992 a 500 anni dall’avventura, relata i decenni che precedono introducono e seguono la cosiddetta scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, una scoperta di cui gli storici odierni iniziano a dubitare essere stato, l’italiano, il primo a visitare il Nuovo Mondo. In ogni modo la pellicola, a mio avviso molto romanzata, ci fa riflettere sulla forza delle passioni umane che spingono l’uomo a superare i propri limiti e sfidare lo sconosciuto.

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Le guerre d’Italia di fine Quattrocento inizi Cinquecento sono state lotte che ci hanno interessato in particolar modo, epoca di scontri fra Spagna e Francia per il controllo di un territorio vitale per le due, allora, superpotenze.

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Diretto dal regista italiano Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, del 2001, narra gli ultimi giorni di Giovanni de’ Medici, ovvero Giovanni dalle Bande Nere, che, al soldo del pontefice Clemente VII, tentava contrastare l’avanzata delle truppe di Carlo V, entrate nella penisola per dirigersi verso Roma (Sacco di Roma del 1527). Un film di un degno valore storico.

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Il Seicento è stato caratterizzato dal Barocco, dall’ascesa al trono di Luigi XIV, da un periodo assolutista, da produzioni letterarie e artistiche davvero notevoli e degne di nota. Il sovrano francese è, per antonomasia, il prodotto e il produttore di quel periodo che segnò in maniera incisiva il comportamento sociale di un’epoca che tanta ripercussione avrà nel trascorrere dei decenni.

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Il regista italiano Roberto Rossellini ci ha regalato nel 1966 uno squarcio del XVII secolo con La presa del potere da parte di Luigi XIV, un film per la televisione che non potevamo lasciare nel dimenticatoio. Anna d’Austria, il cardinale Mazarino, Colbert, Luigi XIV, Madame Du Plessis, alcuni dei protagonisti di una lodevole ricostruzione storica piena di teatralità riti cerimonie di quasi sacralità, così come era la vita del re.

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Fra il 1775 e il 1783, copioso fu il sangue umano versato dalle colonie nord-americane per uscire dal giogo britannico, anni di lotte, spesso fratricide, che hanno portato alla creazione di una potenza che oggigiorno guida, direttamente o indirettamente, mezzo mondo.

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Nel 2000, il tedesco naturalizzato statunitense Roland Emmerich evidenzia una serie di problemi peculiari delle colonie americane inglesi del XVIII secolo, dalla schiavitù alla crudeltà, vuoi delle truppe britanniche vuoi americane, all’uso dei sentimenti in battaglia. Il patriota, film ambientato nella Guerra d’indipendenza americana, gira intorno a un personaggio, Benjamin Martin, che lotta per difendere la sua famiglia e per la libertà della sua terra.

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Sep 062014
 
Sito archeologico Caral, Perù

Sito archeologico Caral, Perù

Sebbene in questo blog si parli principalmente di Storia moderna (»»qua), vi sono notizie che portano a profonde riflessioni e che vanno oltre le artificiali suddivisioni temporali, riflessioni che dovrebbero considerare la Storia come un unicum e un continuum (»»qua, »»qua) dell’evoluzione umana avvenuta più o meno contemporaneamente in più parti del nostro globo.

La revisione storica, quella seria, quella scientifica, quella con dati e documenti alla mano, è un processo da fare giorno dopo giorno, in cui scoperte archeologiche, fra l’altro, ci portano a riconsiderare il passato e vederlo da altre angolazioni, con mente aperta, pronta a vagliare possibili alternative e suggerire modificazioni e correzioni al già conosciuto.

Pensare che l’Egitto fu inizio, circa 5.000 anni fa, della nostra civilizzazione, almeno intesa in senso moderno, è oramai un concetto superato, ché, pur restando vero che anche in Cina, in India, in Mesopotamia si hanno indizi di sviluppo coevo, in Sudamerica, e precisamente in Perù, è stata scoperta, qualche decennio addietro, una civilizzazione andina chiamata Caral che data anch’essa 5.000 anni.

E Caral con le sue piramidi di circa 30 mt., dicono gli archeologi peruviani, nella figura investigativa della prof.ssa Ruth Shady, fu uno stato teocratico che nulla aveva da invidiare alle lontane civiltà egizie, stato dedito agli scambi commerciali.

Bene, lascio un paio video e il sito internet affinché si possa approfondire:

Caral, sito internet ufficiale;
Caral, video introduttivo;
Piramides de Caral.

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Aug 232014
 
Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Nella storia dell’umanità il cibo ha avuto un aspetto di primo piano nel progresso economico politico sociale, periodi di carenze e carestie, periodi che hanno influenzato il viaggio evolutivo della nostra società.

Philippe Daverio ci offre una serie di esempi di antropologia culturale portandoci nello sviluppo del gusto, del cibo, un percorso storico dell’alimentazione che dialoga con pittura letteratura poesia, fra la Francia l’Italia l’Inghilterra, che va oltre spazio e tempo, da Pompei dai Romani alla Regina Vittoria nel XIX sec., passando, certamente, per il Rinascimento, punto cruciale che conduce all’oggi.

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Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

Come chiamerebbe lei – mi disse l’anziano nativo – l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

– Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

– Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

– La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

– In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

– 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
– L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

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Aug 062014
 
Qin Shi Huang

Qin Shi Huang

Non si può comprendere la Storia se non si studia in maniera globale, se non si supera quell’eurocentrismo che ci caratterizza e che oramai è tema decaduto e privo di basi.

Nel continuum storico, che ricordiamo non è lineare, non va da un punto a un altro, altre regioni della Terra, talvolta lontane, hanno avuto importanza determinante anche nei fatti di casa nostra, e la Cina riveste un carattere speciale che dovremo iniziare a studiare con maggior cura e attenzione (»»qua alcuni articoli).

Quella Cina che ci ha dato la bussola, la polvere da sparo, i primi libri stampati in serie, insomma quelle terre che, se a un primo acchito possano sembrare distanti diverse e prive di relazioni con noi, alla fine risultano essere parte di una immensa ragnatela che contribuisce, in un modo o nell’altro, alla nostra evoluzione.

Ebbene, Qin Shi Huang (260 a.C.-210 a.C.) fu il primo imperatore della Cina, il cui nome di nascita era Ying Zhèng, colui che nel 221 a.C. riunì tutti i territori allora divisi. E la sua importanza, fra l’altro, è data anche per essere stato chi dette ordine di iniziare a costruire la Grande Muraglia Cinese, cercando di proteggere il suo regno dai barbari del nord, colui, altresì, che commissionò l’imponente Esercito di Terracotta che doveva difenderlo e accompagnarlo nel viaggio nell’aldilà.

Abolizione del regime feudale, standardizzazione della scrittura e delle unità di misura, creazione di una efficiente rete stradale e canali per ottimizzare i commerci, amministrazione centrale dello stato, furono alcune delle tante opere intraprese dall’imperatore. Ma Qin Shi Huang temeva che qualcuno andasse a spulciare nel passato e allora ordinò bruciare tutti i testi antichi, specialmente quelli a carattere storico-politico, eccezion fatta per l’argomento tecnico-scientifico a cui tanto teneva, il tutto seguito da una violenta persecuzione contro gli intellettuali.

Queste poche righe per introdurre un video che ci offre uno sguardo a quel mondo orientale, da cui verranno le sete, le spezie, quel mondo da cui salpò una maestosa flotta nei primi decenni del XV secolo andando alla scoperta di nuove terre, quel mondo ancora che nell’Ottocento qualche regnante europeo tenterà colonizzare, destabilizzando un millenario ordine che tanto offrì al progresso e che sempre ha avuto in Qin Shi Huang un punto solido di riferimento.

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Jul 102014
 

Cibo, cibo, cibo! Che cosa sarebbe l’uomo senza cibo?

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo”, diceva il buon Ippocrate nel 400 a.C. (1), enfatizzando una buona e sana alimentazione.

Il cammino dell’uomo non sarebbe comprensibile senza la scoperta del fuoco, dell’agricoltura, della caccia, non sarebbe ancor più comprensibile senza il passaggio dai cibi crudi a quelli cucinati. Quel fuoco sacro che per ingraziarsi la dea romana Vesta, protettrice del focolare domestico, doveva restare sempre acceso.

E i camini, nel nostro caso intesi come focolari domestici, hanno avuto una nota rilevante nel continuum storico dell’essere umano, iniziando dai fuochi delle caverne per passare a quei delle capanne, delle abitazioni di campagna e paese, a quei delle case dei borghesi o dei principi o delle cucine dei re.

Vari artisti si sono interessati ai camini, sia come struttura architettonica funzionale, si vedano un paio di disegni di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, sia come elemento decorativo per riscaldare l’ambiente – a partire dal periodo rinascimentale -, sia come manufatto per preparare gli alimenti.

Ma non solo: molti trattati durante il periodo moderno sono stati approntati per meglio rispondere alle domande dei committenti, fra questi, saltellando per i secoli, ricordiamo:

  •  Leon Battista Alberti (1404-1472) e il suo “De re aedificatoria“, dove inoltre s’era ingegnato a metà ‘400 su come doveva essere realizzato un buon camino;
  •  Vincenzo Scamozzi (1548-1616), architetto veneto, che nel 1615 pubblicava “Dell’idea dell’Architettura universale”, in cui, fra l’altro, nel capitolo XIII, si descrivono i vari tipi di camino;
  •  Benjamin Thompson (1753-1814) con “Sui camini, con proposte per migliorarli e risparmiare combustibile, rendere le abitazioni più confortevoli e salubri, e prevenire efficacemente l’emissione di fumo dalle canne fumarie”, del 1795, opera imprescindibile fino ai giorni d’oggi per l’esecuzione di una buona costruzione. Famoso il caminetto di Rumford.

Nella storia, questo oggetto inizia la sua vera diffusione dal ‘300 in poi – sembra inventato nei paesi freddi del nord Europa -, quando le varie soluzioni tecniche permisero una certa sicurezza e affidabilità, portandolo dal centro dell’abitazione a una delle pareti e fornendolo definitivamente di una canna fumaria, almeno nelle case dei più abbienti. Passando dalle grandi dimensioni gotiche a quelle più modeste ma non per questo meno funzionali rinascimentali, raggiungendo l’età barocca e la fine dell’Ancien Régime già solidamente installato nelle case.

Le immagini che seguono desiderano solo essere testimonianza popolare dei secoli dell’età moderna, secoli in cui i pittori hanno immortalato, certamente non solo, la quotidianità domestica, dal nord dell’Europa al sud, dall’est all’ovest, quella del focolare, quella dove ci si incontrava, si parlava, si litigava, si cucinava, quella, in poche parole, che, se chiudessimo gli occhi, potremmo considerare oggi cucina di casa nostra in un giorno di festa.

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte del cucinare, 1570

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, “Opera dell’arte del cucinare”, 1570

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Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca.

Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca. Si beve si cucina si mangia, la tavola apparecchiata dice tutto, mentre alcuni viandanti guardano.

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David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644

David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644. Nel grande camino al fondo si cuoce cacciagione.

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Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca..

Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca.

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François Boucher, La toilet, 1742

François Boucher, La toilet, 1742. Il camino serve per riscaldarsi mentre la gentil fanciulla si abbiglia.

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Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759

Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759. È sera, si approntano focacce e nello stesso tempo si intiepidisce l’ambiente.

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Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec.

Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec. Elegante scena, pregiata zuppiera. Il camino si adopera principalmente per preparare cibi.

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William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward)

William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward). Attorno al camino per asciugare i panni del marito, del papà, che ritorna dopo una giornata di pioggia.

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-1. in Umberto Veronesi, Mario Pappagallo, Verso la scelta vegetariana, Giunti ed., 2011, pag. 42.

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