Jun 162015
 

Visto dal Budavári Palota, c’è un incantevole alone storico che copre Budapest e la vecchia idea di Mitteleuropa, come foschia o nebbia che avvolge laggiù il Danubio nel suo lento deciso andar verso il Mar Nero, un gioco di destini che investe culture e società le cui alterità sono base di progresso.

Da qua si va al nord, si va al sud, si può altresì andare all’est come all’ovest. Budapest è luogo di arrivo di partenza di transito, Budapest è ai miei occhi una piacevole coesione di genti idee principi. Budapest è nodo importante della Storia che va dall’Europa verso l’Asia l’Africa e viceversa. Budapest è un grande fiume nella quale tutti si bagnano per sentirsi parte di un continuum che abbraccia i secoli del Danubio.

«Stando al poco che ho potuto vederne dal treno e percorrendone brevemente le strade di Budapest, mi sembra una bellissima città. Non ho osato allontanarmi troppo dalla stazione, poiché, giunti in ritardo, saremmo però ripartiti quanto più possibile in orario. Ne ho ricavato l’impressione che, abbandonato l’Occidente, stessimo entrando nell’Oriente, e infatti anche il più occidentale degli splendidi porti sul Danubio, che qui è maestosamente ampio e profondo, ci richiamava alle tradizioni della dominazione turca.» (1)

Stazione ferroviaria orientale, Budapest

Stazione ferroviaria orientale, Budapest

Secoli dunque, da quando nell’896 i magiari si fermarono in queste terre e, grazie ad Arpad che unificò le sette tribù, fondarono un regno più o meno stabile. Poco a poco l’Ungheria prenderà la via che conduce all’oggi, di cui re Stefano (969-1038), fatto santo, è considerato punto di partenza – anno mille.

Quel re che, scrivendo al figlio Imre nel 1036, diceva:

«Gli ospiti e gli stranieri devono occupare un posto nel tuo regno. Accoglili bene e accetta i lavori e le armi che possono recarti; non aver paura delle novità; esse possono servire alla grandezza e alla gloria della tua corte. Lascia agli stranieri la loro lingua e le loro abitudini, giacché il regno che possiede una sola lingua e da per tutto i medesimi costumi è debole e caduco…» (»»qua)

Una terra che vide passare, fra l’altro, la dinastia degli Angioini, dei Lussemburgo, degli Jagelloni, per arrivare a Mattia Corvino (1443-1490) e alla sua famosa biblioteca data al fuoco per ordine di Solimano il Magnifico, ai quasi 150 anni di dominio turco, e via via fino agli Asburgo e alla rinascita di metà-fine ‘800, alla Prima Guerra Mondiale, al disastroso avvenimento della Seconda Guerra Mondiale, al comunismo, all’entrata nella Comunità Europea.

E Budapest, in tutto questo andirivieni, giocò un ruolo di primo piano, un gioco che la vedrà sulle scene come raffinata e distinta protagonista, realtà che percorrendo le sue strade si può toccare con mano.

«Budapest è la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Budapest dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un’imponenza da città protagonista della storia.» (2)

Book Café, Budapest

Book Café, Budapest

Se c’è un particolare che risalta all’occhio per chi, come me, è appassionato di caffè storici, è quello di una buona certa quantità che hanno ancora un’aria ottocentesca, dove si può sedere a bere un caffè, gustare un dolce, dedicarsi alla scrittura e, di sicuro, connettersi a internet grazie agli avanzi tecnologi che convivono con armonia con il tradizionale stile che li contraddistingue.

«I cafè, qui, non hanno nulla a che vedere con i nostri bar. La speciale atmosfera di quei locali dal sapore “imperiale” in Italia si trova soltanto a Trieste, o in qualche posto a Torino. Ma se è vero che nella capitale ungherese molto è cambiato dall’epoca gloriosa del Central e del New York, è altrettanto vero che la cultura dei cafè qui è nata prima che in altre metropoli europee e le sale più antiche risalgono all’epoca dei turchi che diffusero la bevanda in Ungheria già nel 1500. L’epoca d’oro però si concentra tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando si contavano fino a seicento luoghi di incontro dove ritrovarsi.» (3)

Mezzo di trasporto per distribuire la posta, Postamúzeum, Budapest

Mezzo di trasporto per distribuire la posta, Postamúzeum, Budapest

Facendo flanella per le sue strade, è bello perdersi per scovare angoli vie viuzze che il turismo non vede, quel turismo dedicato solo ai grandi musei o alle solite quattro arterie principali. E allora vivi il palpitare della vita quotidiana nei negozi alimentari della Damjanich utca (utca=via), o ti immetti nell’intenso verde dei tigli e dei platani della zona attorno al Postamúzeum che pochi vanno a visitare, nella Benczúr utca. Poi, se magari si ha voglia di cosmopolitismo, va bene un dolce nello Starbucks della Király utca, luogo in cui giovani di mezzo mondo si incontrano, studiano, chiacchierano in inglese, in russo, in polacco, in spagnolo…

Ma Budapest è anche il VII e l’VIII kerület (=distretto), gli ebrei che lì vivevano e vivono e che hanno dato esistenza alla Grande Sinagoga, quegli ebrei perseguitati dal nazismo, luogo, la Dohány utca, che vide la nascita di Theodor Herzl (1860-1904), fondatore del movimento politico del sionismo, 1897.

«All’inizio del ventesimo secolo dell’era cristiana l’Ottavo Distretto di Budapest era già stato occupato da decine di migliaia di ebrei e zingari, le due minoranze reiette dell’impero austro-ungarico, mentre il mercato di piazza Teleky, con chioschi e bottegucce piazzati su ogni metro quadrato, era divenuto un non trascurabile centro d’affari nonché crogiuolo di povertà e di sofferenza umana.» (4)

Mercato centrale di Budapest, facciata principale

Mercato centrale di Budapest, facciata principale

Si cammina e si incontrano qua e là il Teatro dell’Opera, il Museo Casa del Terrore, il Museo dedicato a Listz, all’Agricoltura, alle Belle Arti e decine e decine di altri ancora, un percorso che aggiunge un senso storico alla città e che è necessariamente bene complementare scoprendo il grande Mercato Centrale coperto in piazza Fővám dove sapori come la paprika tipicamente ungherese ti investono e ti portano nella storia che attraversando l’Atlantico passando per l’Oriente ti ricordano i turchi (»»qua). E lì, nei corridoi dove maestosi pilastri di ferro sorreggono un tetto di tegole rosse di fine Ottocento, scovi le alterità di una locale “vita movimentata” che si alimenta di verdura frutta carne pesce spezie e tanto altro ancora, gusto e delizia del palato umano. L’antropologo culturale gioisce per la varietà umana da studiare!

Tramonto sul Danubio, in lontananza il Ponte delle Catene, Budapest

Tramonto sul Danubio, in lontananza il Ponte delle Catene, Budapest

Poi cala la notte e un alone magico copre Budapest, s’accendono soffuse le luci, s’abbassa ancor più il bisbiglio diurno, i passi si fanno più lenti, la storia sembra fermare le sue pedine. Si sa, non bastano né diecimila né un milione di parole per descrivere la capitale ungherese, non ci sono aggettivi che possono identificarla, ché lei è filosofa come un Lukács, fotografa come un Capa, inventrice come un Bíró, illusionista come un Houdini…

… ops, aggettivi pure questi!

*****

– 1. Bram Stoker, Dracula, Oscar Mondadori, Milano, 1992.
– 2. Claudio Magris, Danubio, Garzanti, Milano, 1986.
– 3. Francesca Mazzucato, Kaddish profano per il corpo perduto, ed. Azimut, Roma, 2008.
– 4. Giorgio Pressburger, Nicola Pressburger, Storie dell’Ottavo Distretto, ed. Marietti, Genova, 1986.

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May 132015
 

I giochi evolutivi dell’essere umano hanno prodotto materiali che sono serviti al suo continuum storico su questa Terra, necessità tecniche che sono cambiate con il trascorso dei secoli.

Romance Papyrus, papiro greco miniato del I-II secolo (da BNF)

Romance Papyrus, papiro greco miniato del I-II secolo (da BNF)

Intorno al 3000-3500 a.C. in Egitto venne impiegato il Cyperus papyrus, una pianta palustre, per preparare un qualcosa di simile a ciò che oggi conosciamo come carta. Gli steli di quella bella specie botanica, tagliati longitudinalmente e disposti uno accanto all’altro, formavano una fine superficie su cui, dopo essersi seccata, si poteva scrivere. Per rendere più robusto e omogeneo il rotolo, si sovrapponeva al primo strato un secondo in modo trasversale.

Col tempo si scoprì la pergamena, fatta di pelli di animali, materiale ben resistente che costituì il prodotto più adoperato per vari secoli.

Le prime notizie sulla carta ci vengono dalla Cina nel II sec. a.C., quando un eunuco, un tale Ts’ai Lum, della corte cinese dell’imperatore Ho Ti, la produsse per la prima volta ricavandola – non solo – dalla corteccia di una pianta tipica di quelle zone, la Brussonetia papyrifera, coltivata oggi in Italia per scopi ornamentali.

Fu Marco Polo che ci parla, in un brano del suo famoso libro Il Milione, della carta, citando l’abilità dei cinesi nella sua lavorazione e fabbricazione.

Per molti anni la tecnica fu mantenuta segreta fino a quando si diffuse intorno al 610 dapprima in Corea e poi in Giappone, per passare verso il 750 in Asia centrale. Da lì, gli arabi, avendone imparato i segreti, la portano con loro nella conquista della Spagna, dove iniziarono a produrla intorno il 1150 a Xativa, cittadina vicino Valencia. Raccontano poeti e scrittori locali che si vedevano in quelle zone vaste aree di terra piene di fiori azzurri di lino, giacché si adoperavano gli stracci di lino per la sua lavorazione.

Lettera della Contessa Adelasia del Vasto, XII sec.

Lettera della Contessa Adelasia del Vasto, XII sec.

Un altro percorso dice che la carta giunse da Tunisi a Palermo e da qui si portò la tecnica di lavorazione a Fabriano. Una delle prime testimonianze di scrittura su carta sembra essere stata la lettera del 1109 di Adelasia del Vasto, nota anche come Adelasia degli Aleramici (1074-1118), contessa di Sicilia e terza moglie di Ruggero I di Sicilia, lettera scritta in greco e arabo.

La prima cartiera italiana sembra essere stata a Bologna, nel XII sec., mentre quella di Amalfi è datata 1220. Vari documenti attestano che già nel 1283 a Fabriano si produceva la migliore carta d’Italia, esportandosi in tutta Europa. Addirittura, raccontano i fatti, alcuni nostri maestri cartai si stabilirono in varie città europee per produrla.

Interessante le citazioni che il fiorentino Cennino Cennini (1370-1440) fa sulla carta nel suo “Libro dell’arte” dei primi anni del XV sec., parlando fra l’altro di carta lucida, carta tinta carta pecorina carta bambagina (vedi »»»qua).

Dopo varie alterne vicende, crisi, periodi di peste, guerre, resistenze alla sua diffusione perché conoscenze di provenienza arabo-giudaica, eccoci nel XV secolo con l’introduzione dei caratteri mobili gutenberghiani e una maggiore richiesta di carta, un materiale ancora caro, certamente sempre meno che la pergamena.

Furono i fratelli ed editori britannici Henry e Sealy Fourdrinier che, nel 1803, migliorando la macchina inventata dal francese Nicholas-Louis Robert nel 1798, diffusero maggiormente l’uso della carta, fabbricandola in modo industriale e abbattendone i costi.

Da allora lo sviluppo delle tecnologie ha permesso di produrre carta di tutti i tipi e in modo relativamente economico.

Ma oggi, con l’introduzione di internet, che valore ha quel pregiato materiale che per secoli permise la diffusione della cultura? Fra 70-100 anni si stamperanno ancora libri riviste quotidiani così come li conosciamo oggi?

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Mar 012015
 

Il percorso storico degli ebrei è un lungo e complesso cammino che si incrocia spesso con la storia dei luoghi in cui sono vissuti. Un percorso impresso nella loro viva memoria, la quale diventa importante e imprescindibile mezzo di trasmissione vuoi orale vuoi scritta. A tal punto che nella Bibbia la parola Zakhar, ovvero “ricordare”, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben 169 volte (1).

Ebbene, con il proposito di “ricordare”, suggeriamo tre libri che ci introducono nell’argomento in questione, considerando che non è certamente facile dare dei cenni sui seguenti testi, ché gli intrecci della loro storia, le complessità degli argomenti e, non per ultimo, le connessioni con le realtà in cui questi sono vissuti, danno alle seguenti proposte di lettura un carattere articolato e poliedrico, un gioco narrativo che vale la pena leggere e rileggere per meglio entrare e comprendere le molteplici dinamiche.

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492, è un resoconto variegato, in cui le “avventure” di un popolo sono “memorie” di resistenza, di nomadismo, di tolleranza-intolleranza, di avversità, di minacce di annientamento, ma anche creatività, forte affermazione della vita, continue sfide. Una diaspora che racconta di persone la cui esperienza si incrocia con la cultura, l’economia, la politica, e non solo di un Paese, ma di uno e più continenti. Un popolo, insomma, che è parte integrante del luogo in cui ha vissuto e vive, un’interazione attiva con gli altri necessaria per la sopravvivenza.

*****

Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo

La prof. Anna Foa già la conosciamo (»»qua) ed Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione. XIV-XIX secolo è uno dei suoi tanti lavori dedicati al tema, argomento affrontato dal punto di vista dei rapporti fra ebrei e cristiani, una persecuzione che supera i ghetti e va ben oltre il ricostruire la loro millenaria storia, in questo caso solo dei circa sei secoli dell’Età moderna.

“… Spostamenti ed esili caratterizzano e segnano momenti di crisi, come appunto il 1348, ma fanno parte della storia degli ebrei anche in circostanze meno drammatiche…”

Nell’Europa che va dal Trecento all’Ottocento, dunque, ci parla di quei “ricordi” che hanno segnato l’esilio, la dispora, la vita quotidiana nei ghetti e tanto altro ancora. Un testo da tenere sottomano.

*****

Riccardo Calimani, Storia dell'ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento

Riccardo Calimani nel suo Storia dell’ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento, si pone varie domande, quali: chi sono gli ebrei e perché sono stati da sempre perseguitati, come è nato nell’immaginario collettivo l’idea dell’ebreo errante, etc. Un libro che ripercorre duemila anni passando per Gesù e il falso messia Shabbetai Zevi, un volume che tenta comprendere la condizione psicologica dei figli di Giacobbe, che tratta altresì delle mille e una contraddizione del mondo cristiano, un mondo in cui hanno vissuto influenzando il suo continuum storico.

*****

– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.

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Nov 052014
 
Marco Aime

Marco Aime

La storia è movimento in lato sensu, movimento dei fatti nel tempo, e il tempo, per dirla con lo storico tedesco Reinhart Koselleck (1923-2006), “acquista un carattere dinamico, poiché diventa una forza della storia“. La storia, in poche parole, è movimento nel tempo.

La storia dell’umanità inizia con i piedi… grazie ai piedi ci siamo spostati… e sparpagliati in tutto il pianeta… siamo una specie migrante…” (Marco Aime).

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Oct 092014
 

«Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tostochè don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie […]» (1)

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l'attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l’attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

E allora Don Chisciotte preparò la sua lancia, lanciò il cavallo al galoppo e attaccò con tutte le sue forze quei mulini diventati improvvisamente guerrieri nemici… ben sappiamo com’è andata a finire (sic).

Abbiamo già affrontato tempo fa l’argomento mulini (ne abbiamo parlato »»qua), stavolta diamo spazio alle immagini, in che modo i pittori dell’epoca moderna rappresentavano tali aggeggi.

Aggeggi che sono stati per secoli motore dell’economia locale, ma non solo, quei mulini che hanno dato da sfamare a poveri e ricchi.

Intorno alle terre coltivabili, boschi prati e paludi vengono lasciati al godimento del signore e dei villani in proporzione alla parte di suolo che sfruttano. Spesso, se la terra è attraversata da un corso d’acqua, il signore vi costruisce un mulino per uso proprio e degli abitanti. Il mugnaio preleva da ogni sacco una parte di farina per il proprio mantenimento: questo è il primo dei diritti del vassallaggio, scomparsi soltanto con la Rivoluzione francese.” (2)

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Non è vano ricordare qualche loro impiego, per esempio quello della macinatura dei cereali, che sembra esser il più antico uso, poi quello per segare legno, azionare telai e folloni nel settore tessile. Con il passare del tempo furono perfino adoperati per spingere pompe idrauliche e per la produzione dell’elettricità grazie all’uso di un generatore. Alcuni dei tanti modi con i quali collaborarono allo sviluppo della civiltà, e non solo europea, ma anche cinese indiana, orientale in generale. Non bisogna dimenticare altresì l’esteso uso che ne fece l’Olanda dall’XI sec. in poi per sollevare le acque e assicurare le terre.

Cosicché, i mulini sono stati di tale importanza nell’attività produttiva che:

Nelle vecchie mappe di Londra si trova una fila di mulini a vento sulle colline a nord. Probabilmente ai tempi di re Giorgio veniva considerata una circostanza preoccupante, tale da influenzare il rifornimento di cibo della città, che qualcuno costruisse così vicino a loro da rubare il vento alle loro pale.” (3)

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini ad acqua, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Costruire un mulino non era certo alla portata delle tasche di tutti, era necessario spesso preparare degli argini, sviare il corso di un fiume, drenare, insomma un lavoro costoso e faticoso.

Un mulino ad acqua richiedeva un investimento considerevole, non solo nella struttura stessa, ma anche nella costruzione di dighe per immagazzinare l’acqua e nella deviazione del corso dei fiumi per regolarne il flusso.” (4)

In poche parole, la realizzazione era riservata a nobili e latifondisti che ne avevano i mezzi e le possibilità economiche, come il barone Pietro Gaetani (1400 ca.-1459) signore, fra l’altro, di Sortino, in Siracusa:

Il Gaetani aveva fatto raggiungere la cima del colle Temenite all’acqua che, da qui cadendo sulle gradinate con gran violenza, le inondava e forniva energia a due mulini impiantati sulla parte superiore del teatro, ad un altro nelle immediate vicinanze della scena e ad un quarto collocato al centro della cavea, dove erano state realizzate due profonde fosse per agevolare le manovre di marcia.” (5)

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Dunque, per molti secoli mulini a vento e mulini ad acqua furono matrici di energia principale, almeno fino a quando non giunsero le innovazioni a vapore di Newcomen, Watt e compagnia varia, iniziando a collaborare con le nuove invenzioni, finché, già avanti nei secoli, fine XIX-XX, non furono del tutto soppiantati dalle macchine più complesse della Rivoluzione industriale.

Di ritorno a Londra, un mio amico ottenne per me un permesso per vedere i mulini che erano in costruzione vicino al ponte di Black Friars [era un importante impianto, Albion Mills] che dovevano essere composti di tre macchine a vapore, ognuna delle quali doveva far andare dieci mulini.” (6)

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Mulino ad acqua, Hobbema Meyndert, 1665-'68 ca.

Mulino ad acqua, Meindert Hobbema, 1665-’68 ca.

*****
– 1. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Cap. VIII (»»qua), 1605.
– 2. Henri Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton Compton, Roma, 2012, kindle pos. 1692, 1704.
– 3. in Tra Stato e Mercato, a cura di Francesco Pulitini, IBL libri, Torino, 2011, pag. 408.
– 4. Karl Gunnar Persson, Storia economica d’Europa, Maggioli ed., 2014, pag. 38.
– 5. Alvise Spadaro, Caravaggio in Sicilia: il percorso smarrito, Bonanno, 2008, pag. 45
– 6. in Ana Millán Gasca, Fabbriche, sistemi, organizzazioni: Storia dell’ingegneria industriale, Springer-Verlag Italia, Milano, 2006, pag. 98.

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Sep 222014
 

Cosa sarebbe stato dell’umanità senza il cavallo?
Il grande Cesare, Alessandro il Grande, i grandi di Spagna…
Sarebbero stati veramente grandi senza il cavallo?
Questa nazione sarebbe mai nata
senza il generoso aiuto di questo nobile animale?
E qual è il miglior modo per sdebitarsi
se non quello di offrir loro un pascolo grasso e tranquillo
dove potersi nutrire e procreare in pace.” (1)

Il cammello sta all’Africa come il cavallo sta all’Europa.
Un gioco di parole, questo, che potrebbe sintetizzare la storia evolutiva di almeno due continenti, nel senso che lo sviluppo economico e le escursioni militari dei nostri vicini si basarono, anche ma non solo, sul cammello, mentre le nostre sul cavallo.

Intrecci e connessioni che portano a valutare l’importanza che due animali ebbero nel continuum storico che interessò due diverse, ma complementari, civilizzazioni. Così come quella della Cina e oriente in generale. Insomma, il cavallo fu il “mezzo” per giungere all’oggi.

E giacché parliamo di Cina, ecco come il gesuita Giuseppe Castiglione (1688-1766) ritraeva in un lungo rotolo nel 1728 l’animale in questione:

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Quel “mezzo”, dunque, che dialoga con il mitologico con la fantasia con la realtà dei fatti. Viene allora in mente il famoso cavallo di Troia nell’omonima guerra, con le conseguenze che poi ebbe sulla nostra penisola tramite Enea; poi Ronzinante del Don Chisciotte nella letteratura del Cervantes; per passare a Tornado, il cavallo del mitico Zorro, benefattore con i poveri e gli oppressi; o a Dinamite, quello di Tex Willer, il ranger che lotta contro i “cattivi”; così come famoso è Bucefalo di Alessandro Magno, conquistatore di mondi sconosciuti… e la lista potrebbe riempire pagine e pagine.

Quel cavallo che condurrà i cavalieri nella battaglia, magari trasportando i primi pezzi di artiglieria (inizi XVI sec.), magari i vettovagliamenti, magari i feriti. Retaggio di una gloriosa cavalleria che dominava i campi del Medioevo, fino a quando con la massiva introduzione delle armi da fuoco, questa passerà lentamente in secondo piano.

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Fin dal Paleolitico superiore (le grotte di Lascaux in Aquitania, Francia), il cavallo interessò la pittura, tra occidente e oriente, basta considerare – nell’epoca che abbiamo preso in considerazione, Storia moderna – Paolo Uccello, Dürer, Leon Battista Alberti, Giuseppe Castiglione, Goya, Giulio Romano, e tantissimi altri artisti che immortalarono re principi cardinali conti duchi e nobiltà varia, una quantità di persone per le quali il cavallo era simbolo di forza dinamismo potere comando, era l’animale che più di tutti poteva condurre alla vittoria in guerra, dimostrando prestigio e spregio del pericolo. Non possiamo non ricordare il mai venuto alla luce cavallo di Leonardo da Vinci per Francesco Sforza, che doveva essere, nelle intenzioni, la più grande statua equestre mai costruita.

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Molteplice è la bibliografia, fra i tanti che pubblicarono sul tema, ricordiamo Giuseppe d’Alessandro (1656-1715), duca dell’allora Peschiolanciano (oggi Pescolanciano, nel Molise), che scrisse un trattato, Arte del Cavalcare (»»qua), proprio sui suoi amati cavalli e sull’arte del cavalcare, con annessi e connessi (poesie incluse) fino al modo di curare le malattie, opera stampata nel 1711 a Napoli.

E sempre a Napoli, intorno alla metà del ‘500, era nata una delle prime accademie equestri, famosi i nomi di Federico Frisone (»»qua e »»qua) e Giovanni Battista Ferraro (»»qua). Napoli, che sarà inoltre vivaio di corsieri che andranno a popolare le fila spagnole nella corte prima di Carlo V e poi di Filippo II.

Per non dimenticare, qualche secolo prima, il volume di Lorenzo Rusio, Opera de l’arte del malscalcio, pubblicata a Venezia nel 1543 (»»qua), o ancora del 1603 quello di Francesco Liberati, La perfettione del cavallo, alle stampe in quel di Roma (»»qua).

Animale che, sebbene addomesticato, conservava e conserva ancora quell’aspetto selvatico che ci attrae, misterioso e affascinante nello stesso tempo, dove la femmina sembra essere il capo branco. Branco sì, essendo, questo, un animale sociale per natura, in cerca di contatto, di comunicazione, di relazione.

Tale breve excursus, celebrazione di un equino che tanta importanza ebbe nei giochi della storia, non potrebbe concludersi senza alcuni versi a lui dedicati, senza risaltare l’appassionato legame fra cavallo ed eroe che Lord Byron ci racconta (»»qua):

“[…]
Un migliaio di cavalli e nessuno cavalcato!
Con coda ondeggiante e criniera al vento,
le froge selvagge mai contratte dal dolore,
le bocche non insanguinate
da morso o redine,
e piedi che il ferro mai calzò,
e i fianchi intatti da sperone o frusta,
un migliaio di cavalli, selvaggi, liberi,
come onde che s’inseguono nel mare
giunsero fitti tuonando.
[…]” (2)

E allora eccoli questi cavalli che hanno dato il loro sangue per noi (sic):

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*****

– 1. in Lo chiamavano Trinità, regista Enzo Barboni, film, 1970.
– 2. Lord Byron, Mazeppa, XVII, 1819.

 

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Sep 092014
 

Storiografia e dintorni


Che rilievo ha il cinema nella diffusione della memoria storica? Potrebbe aiutare a conservare e far conoscere il nostro passato? Che cosa è un film storico, quali caratteristiche dovrebbe avere? Potrebbe presentare inesattezze, errori?

Argomento, uno dei tanti di questo ebook, di rilevante importanza per la trasmissione di avvenimenti storici, tema che ci invita a indagare e a riflettere sulla necessità di adoperare in modo corretto ed equilibrato i moderni mezzi tecnologici.

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Sep 062014
 
Sito archeologico Caral, Perù

Sito archeologico Caral, Perù

Sebbene in questo blog si parli principalmente di Storia moderna (»»qua), vi sono notizie che portano a profonde riflessioni e che vanno oltre le artificiali suddivisioni temporali, riflessioni che dovrebbero considerare la Storia come un unicum e un continuum (»»qua, »»qua) dell’evoluzione umana avvenuta più o meno contemporaneamente in più parti del nostro globo.

La revisione storica, quella seria, quella scientifica, quella con dati e documenti alla mano, è un processo da fare giorno dopo giorno, in cui scoperte archeologiche, fra l’altro, ci portano a riconsiderare il passato e vederlo da altre angolazioni, con mente aperta, pronta a vagliare possibili alternative e suggerire modificazioni e correzioni al già conosciuto.

Pensare che l’Egitto fu inizio, circa 5.000 anni fa, della nostra civilizzazione, almeno intesa in senso moderno, è oramai un concetto superato, ché, pur restando vero che anche in Cina, in India, in Mesopotamia si hanno indizi di sviluppo coevo, in Sudamerica, e precisamente in Perù, è stata scoperta, qualche decennio addietro, una civilizzazione andina chiamata Caral che data anch’essa 5.000 anni.

E Caral con le sue piramidi di circa 30 mt., dicono gli archeologi peruviani, nella figura investigativa della prof.ssa Ruth Shady, fu uno stato teocratico che nulla aveva da invidiare alle lontane civiltà egizie, stato dedito agli scambi commerciali.

Bene, lascio un paio video e il sito internet affinché si possa approfondire:

Caral, sito internet ufficiale;
Caral, video introduttivo;
Piramides de Caral.

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Aug 232014
 
Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Nella storia dell’umanità il cibo ha avuto un aspetto di primo piano nel progresso economico politico sociale, periodi di carenze e carestie, periodi che hanno influenzato il viaggio evolutivo della nostra società.

Philippe Daverio ci offre una serie di esempi di antropologia culturale portandoci nello sviluppo del gusto, del cibo, un percorso storico dell’alimentazione che dialoga con pittura letteratura poesia, fra la Francia l’Italia l’Inghilterra, che va oltre spazio e tempo, da Pompei dai Romani alla Regina Vittoria nel XIX sec., passando, certamente, per il Rinascimento, punto cruciale che conduce all’oggi.

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Alcuni libri di Philippe Daverio:

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Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

Come chiamerebbe lei – mi disse l’anziano nativo – l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

– Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

– Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

– La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

– In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

– 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
– L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

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