Sep 222014
 

Cosa sarebbe stato dell’umanità senza il cavallo?
Il grande Cesare, Alessandro il Grande, i grandi di Spagna…
Sarebbero stati veramente grandi senza il cavallo?
Questa nazione sarebbe mai nata
senza il generoso aiuto di questo nobile animale?
E qual è il miglior modo per sdebitarsi
se non quello di offrir loro un pascolo grasso e tranquillo
dove potersi nutrire e procreare in pace.” (1)

Il cammello sta all’Africa come il cavallo sta all’Europa.
Un gioco di parole, questo, che potrebbe sintetizzare la storia evolutiva di almeno due continenti, nel senso che lo sviluppo economico e le escursioni militari dei nostri vicini si basarono, anche ma non solo, sul cammello, mentre le nostre sul cavallo.

Intrecci e connessioni che portano a valutare l’importanza che due animali ebbero nel continuum storico che interessò due diverse, ma complementari, civilizzazioni. Così come quella della Cina e oriente in generale. Insomma, il cavallo fu il “mezzo” per giungere all’oggi.

E giacché parliamo di Cina, ecco come il gesuita Giuseppe Castiglione (1688-1766) ritraeva in un lungo rotolo nel 1728 l’animale in questione:

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Quel “mezzo”, dunque, che dialoga con il mitologico con la fantasia con la realtà dei fatti. Viene allora in mente il famoso cavallo di Troia nell’omonima guerra, con le conseguenze che poi ebbe sulla nostra penisola tramite Enea; poi Ronzinante del Don Chisciotte nella letteratura del Cervantes; per passare a Tornado, il cavallo del mitico Zorro, benefattore con i poveri e gli oppressi; o a Dinamite, quello di Tex Willer, il ranger che lotta contro i “cattivi”; così come famoso è Bucefalo di Alessandro Magno, conquistatore di mondi sconosciuti… e la lista potrebbe riempire pagine e pagine.

Quel cavallo che condurrà i cavalieri nella battaglia, magari trasportando i primi pezzi di artiglieria (inizi XVI sec.), magari i vettovagliamenti, magari i feriti. Retaggio di una gloriosa cavalleria che dominava i campi del Medioevo, fino a quando con la massiva introduzione delle armi da fuoco, questa passerà lentamente in secondo piano.

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Fin dal Paleolitico superiore (le grotte di Lascaux in Aquitania, Francia), il cavallo interessò la pittura, tra occidente e oriente, basta considerare – nell’epoca che abbiamo preso in considerazione, Storia moderna – Paolo Uccello, Dürer, Leon Battista Alberti, Giuseppe Castiglione, Goya, Giulio Romano, e tantissimi altri artisti che immortalarono re principi cardinali conti duchi e nobiltà varia, una quantità di persone per le quali il cavallo era simbolo di forza dinamismo potere comando, era l’animale che più di tutti poteva condurre alla vittoria in guerra, dimostrando prestigio e spregio del pericolo. Non possiamo non ricordare il mai venuto alla luce cavallo di Leonardo da Vinci per Francesco Sforza, che doveva essere, nelle intenzioni, la più grande statua equestre mai costruita.

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Molteplice è la bibliografia, fra i tanti che pubblicarono sul tema, ricordiamo Giuseppe d’Alessandro (1656-1715), duca dell’allora Peschiolanciano (oggi Pescolanciano, nel Molise), che scrisse un trattato, Arte del Cavalcare (»»qua), proprio sui suoi amati cavalli e sull’arte del cavalcare, con annessi e connessi (poesie incluse) fino al modo di curare le malattie, opera stampata nel 1711 a Napoli.

E sempre a Napoli, intorno alla metà del ‘500, era nata una delle prime accademie equestri, famosi i nomi di Federico Frisone (»»qua e »»qua) e Giovanni Battista Ferraro (»»qua). Napoli, che sarà inoltre vivaio di corsieri che andranno a popolare le fila spagnole nella corte prima di Carlo V e poi di Filippo II.

Per non dimenticare, qualche secolo prima, il volume di Lorenzo Rusio, Opera de l’arte del malscalcio, pubblicata a Venezia nel 1543 (»»qua), o ancora del 1603 quello di Francesco Liberati, La perfettione del cavallo, alle stampe in quel di Roma (»»qua).

Animale che, sebbene addomesticato, conservava e conserva ancora quell’aspetto selvatico che ci attrae, misterioso e affascinante nello stesso tempo, dove la femmina sembra essere il capo branco. Branco sì, essendo, questo, un animale sociale per natura, in cerca di contatto, di comunicazione, di relazione.

Tale breve excursus, celebrazione di un equino che tanta importanza ebbe nei giochi della storia, non potrebbe concludersi senza alcuni versi a lui dedicati, senza risaltare l’appassionato legame fra cavallo ed eroe che Lord Byron ci racconta (»»qua):

“[…]
Un migliaio di cavalli e nessuno cavalcato!
Con coda ondeggiante e criniera al vento,
le froge selvagge mai contratte dal dolore,
le bocche non insanguinate
da morso o redine,
e piedi che il ferro mai calzò,
e i fianchi intatti da sperone o frusta,
un migliaio di cavalli, selvaggi, liberi,
come onde che s’inseguono nel mare
giunsero fitti tuonando.
[…]” (2)

E allora eccoli questi cavalli che hanno dato il loro sangue per noi (sic):

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*****

– 1. in Lo chiamavano Trinità, regista Enzo Barboni, film, 1970.
– 2. Lord Byron, Mazeppa, XVII, 1819.

 

Sep 092014
 
Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Vari e tanti sono i metodi per diffondere e divulgare la Storia, partendo dai quadri dei pittori alle sculture alle incisioni, o ancora tramite i libri e le riviste, a cui si aggiungono i blog i forum i siti, per continuare con la radio la televisione e, non per ultimo, il cinema i film.

Più sarà eterogenea la possibilità di raggiungere il pubblico, più i fatti e gli eventi potranno essere a conoscenza di tutti. E il cinema ha avuto, e ha tuttavia, la missione non solo di informare e propagandare superando spesso le barriere linguistiche e territoriali grazie alla forza delle immagini, superando forma mentis e limiti sensoriali, ma altresì quella di memoria storica.

Il cinema, lo sappiamo, nasce a fine ‘800, considerando i francesi fratelli Lumière, Auguste e Louis, come gli inventori del proiettore cinematografico, coloro che seppero fare il salto tecnologico fra i tanti precedenti tentativi e quello che sarà poi punto di partenza per successivi sviluppi. Certamente non è da dimenticare il nostro Filoteo Alberini, già nel 1894 uno dei pionieri italiani.

Ma andiamo avanti… e andiamo avanti ricordando il passaggio dal muto al sonoro, nella cui Pisa del 1906 si realizza una delle prime prove, proseguendo dal bianco e nero al colore, esperimenti iniziati, sembra, nella Germania degli anni ’40 del Novecento e poi definiti negli Stati Uniti nei seguenti anni ’50.

Insomma, il cammino che ci porta all’oggi, dalla pellicola analogica a quella digitale, dallo schermo quadrato al rettangolare, fino agli impressionanti effetti speciali del 3D, è un cammino che parla non solo della storia del cinema come tale, ma perfino di quei film che hanno immortalato i grandi avvenimenti storici.

Non è vano sottolineare che un film storico è una serie di immagini interconnesse che tratta di vicende reali, accadute nel passato, un film ambientato in un ben preciso contesto che riporta, nei limiti dello schermo e della sceneggiatura, fatti di una certa importanza, in cui la ricostruzione di costumi scene dialoghi e via dicendo si attesta quanto più possibile aderente alla verità.

Noi ricorderemo qua solo qualcuno che interessa da vicino la Storia moderna, ripoteremo 4 di quelle pellicole cinematografiche che hanno tramandato le gesta di coloro che hanno lasciato una impronta indelebile nel tempo, facendo attenzione agli errori, voluti e non, che talvolta anche un profano può scorgere, come i libri che si vedono nel celebre Il Gladiatore, o le ripetute scene dei cuori ancora pulsanti strappati dai sacerdoti Maya ne Apocalypto, forse, sottolineo forse, tradizione più Atzeca.

Partiamo con una testimonianza che ci conduce in un momento decisivo della nostra civilizzazione occidentale, momento in cui la storia sembra accelerare il passo e parte dei commerci sposteranno, nei secoli a venire, il loro asse dal Mediterraneo all’Atlantico.

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1492 – La conquista del paradiso, del regista britannico Ridley Scott prodotto nel 1992 a 500 anni dall’avventura, relata i decenni che precedono introducono e seguono la cosiddetta scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, una scoperta di cui gli storici odierni iniziano a dubitare essere stato, l’italiano, il primo a visitare il Nuovo Mondo. In ogni modo la pellicola, a mio avviso molto romanzata, ci fa riflettere sulla forza delle passioni umane che spingono l’uomo a superare i propri limiti e sfidare lo sconosciuto.

*****

Le guerre d’Italia di fine Quattrocento inizi Cinquecento sono state lotte che ci hanno interessato in particolar modo, epoca di scontri fra Spagna e Francia per il controllo di un territorio vitale per le due, allora, superpotenze.

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Diretto dal regista italiano Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, del 2001, narra gli ultimi giorni di Giovanni de’ Medici, ovvero Giovanni dalle Bande Nere, che, al soldo del pontefice Clemente VII, tentava contrastare l’avanzata delle truppe di Carlo V, entrate nella penisola per dirigersi verso Roma (Sacco di Roma del 1527). Un film di un degno valore storico.

*****

Il Seicento è stato caratterizzato dal Barocco, dall’ascesa al trono di Luigi XIV, da un periodo assolutista, da produzioni letterarie e artistiche davvero notevoli e degne di nota. Il sovrano francese è, per antonomasia, il prodotto e il produttore di quel periodo che segnò in maniera incisiva il comportamento sociale di un’epoca che tanta ripercussione avrà nel trascorrere dei decenni.

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Il regista italiano Roberto Rossellini ci ha regalato nel 1966 uno squarcio del XVII secolo con La presa del potere da parte di Luigi XIV, un film per la televisione che non potevamo lasciare nel dimenticatoio. Anna d’Austria, il cardinale Mazarino, Colbert, Luigi XIV, Madame Du Plessis, alcuni dei protagonisti di una lodevole ricostruzione storica piena di teatralità riti cerimonie di quasi sacralità, così come era la vita del re.

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Fra il 1775 e il 1783, copioso fu il sangue umano versato dalle colonie nord-americane per uscire dal giogo britannico, anni di lotte, spesso fratricide, che hanno portato alla creazione di una potenza che oggigiorno guida, direttamente o indirettamente, mezzo mondo.

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Nel 2000, il tedesco naturalizzato statunitense Roland Emmerich evidenzia una serie di problemi peculiari delle colonie americane inglesi del XVIII secolo, dalla schiavitù alla crudeltà, vuoi delle truppe britanniche vuoi americane, all’uso dei sentimenti in battaglia. Il patriota, film ambientato nella Guerra d’indipendenza americana, gira intorno a un personaggio, Benjamin Martin, che lotta per difendere la sua famiglia e per la libertà della sua terra.

Sep 062014
 
Sito archeologico Caral, Perù

Sito archeologico Caral, Perù

Sebbene in questo blog si parli principalmente di Storia moderna (»»qua), vi sono notizie che portano a profonde riflessioni e che vanno oltre le artificiali suddivisioni temporali, riflessioni che dovrebbero considerare la Storia come un unicum e un continuum (»»qua, »»qua) dell’evoluzione umana avvenuta più o meno contemporaneamente in più parti del nostro globo.

La revisione storica, quella seria, quella scientifica, quella con dati e documenti alla mano, è un processo da fare giorno dopo giorno, in cui scoperte archeologiche, fra l’altro, ci portano a riconsiderare il passato e vederlo da altre angolazioni, con mente aperta, pronta a vagliare possibili alternative e suggerire modificazioni e correzioni al già conosciuto.

Pensare che l’Egitto fu inizio, circa 5.000 anni fa, della nostra civilizzazione, almeno intesa in senso moderno, è oramai un concetto superato, ché, pur restando vero che anche in Cina, in India, in Mesopotamia si hanno indizi di sviluppo coevo, in Sudamerica, e precisamente in Perù, è stata scoperta, qualche decennio addietro, una civilizzazione andina chiamata Caral che data anch’essa 5.000 anni.

E Caral con le sue piramidi di circa 30 mt., dicono gli archeologi peruviani, nella figura investigativa della prof.ssa Ruth Shady, fu uno stato teocratico che nulla aveva da invidiare alle lontane civiltà egizie, stato dedito agli scambi commerciali.

Bene, lascio un paio video e il sito internet affinché si possa approfondire:

Caral, sito internet ufficiale;
Caral, video introduttivo;
Piramides de Caral.

Aug 232014
 
Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Nella storia dell’umanità il cibo ha avuto un aspetto di primo piano nel progresso economico politico sociale, periodi di carenze e carestie, periodi che hanno influenzato il viaggio evolutivo della nostra società.

Philippe Daverio ci offre una serie di esempi di antropologia culturale portandoci nello sviluppo del gusto, del cibo, un percorso storico dell’alimentazione che dialoga con pittura letteratura poesia, fra la Francia l’Italia l’Inghilterra, che va oltre spazio e tempo, da Pompei dai Romani alla Regina Vittoria nel XIX sec., passando, certamente, per il Rinascimento, punto cruciale che conduce all’oggi.

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Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

- Come chiamerebbe lei - mi disse l’anziano nativo - l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

- Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

- E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

- Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

- Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

- La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

- Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

- In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

- Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

- 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
– L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

Aug 062014
 
Qin Shi Huang

Qin Shi Huang

Non si può comprendere la Storia se non si studia in maniera globale, se non si supera quell’eurocentrismo che ci caratterizza e che oramai è tema decaduto e privo di basi.

Nel continuum storico, che ricordiamo non è lineare, non va da un punto a un altro, altre regioni della Terra, talvolta lontane, hanno avuto importanza determinante anche nei fatti di casa nostra, e la Cina riveste un carattere speciale che dovremo iniziare a studiare con maggior cura e attenzione (»»qua alcuni articoli).

Quella Cina che ci ha dato la bussola, la polvere da sparo, i primi libri stampati in serie, insomma quelle terre che, se a un primo acchito possano sembrare distanti diverse e prive di relazioni con noi, alla fine risultano essere parte di una immensa ragnatela che contribuisce, in un modo o nell’altro, alla nostra evoluzione.

Ebbene, Qin Shi Huang (260 a.C.-210 a.C.) fu il primo imperatore della Cina, il cui nome di nascita era Ying Zhèng, colui che nel 221 a.C. riunì tutti i territori allora divisi. E la sua importanza, fra l’altro, è data anche per essere stato chi dette ordine di iniziare a costruire la Grande Muraglia Cinese, cercando di proteggere il suo regno dai barbari del nord, colui, altresì, che commissionò l’imponente Esercito di Terracotta che doveva difenderlo e accompagnarlo nel viaggio nell’aldilà.

Abolizione del regime feudale, standardizzazione della scrittura e delle unità di misura, creazione di una efficiente rete stradale e canali per ottimizzare i commerci, amministrazione centrale dello stato, furono alcune delle tante opere intraprese dall’imperatore. Ma Qin Shi Huang temeva che qualcuno andasse a spulciare nel passato e allora ordinò bruciare tutti i testi antichi, specialmente quelli a carattere storico-politico, eccezion fatta per l’argomento tecnico-scientifico a cui tanto teneva, il tutto seguito da una violenta persecuzione contro gli intellettuali.

Queste poche righe per introdurre un video che ci offre uno sguardo a quel mondo orientale, da cui verranno le sete, le spezie, quel mondo da cui salpò una maestosa flotta nei primi decenni del XV secolo andando alla scoperta di nuove terre, quel mondo ancora che nell’Ottocento qualche regnante europeo tenterà colonizzare, destabilizzando un millenario ordine che tanto offrì al progresso e che sempre ha avuto in Qin Shi Huang un punto solido di riferimento.

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Jul 102014
 

Cibo, cibo, cibo! Che cosa sarebbe l’uomo senza cibo?

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo”, diceva il buon Ippocrate nel 400 a.C. (1), enfatizzando una buona e sana alimentazione.

Il cammino dell’uomo non sarebbe comprensibile senza la scoperta del fuoco, dell’agricoltura, della caccia, non sarebbe ancor più comprensibile senza il passaggio dai cibi crudi a quelli cucinati. Quel fuoco sacro che per ingraziarsi la dea romana Vesta, protettrice del focolare domestico, doveva restare sempre acceso.

E i camini, nel nostro caso intesi come focolari domestici, hanno avuto una nota rilevante nel continuum storico dell’essere umano, iniziando dai fuochi delle caverne per passare a quei delle capanne, delle abitazioni di campagna e paese, a quei delle case dei borghesi o dei principi o delle cucine dei re.

Vari artisti si sono interessati ai camini, sia come struttura architettonica funzionale, si vedano un paio di disegni di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, sia come elemento decorativo per riscaldare l’ambiente – a partire dal periodo rinascimentale -, sia come manufatto per preparare gli alimenti.

Ma non solo: molti trattati durante il periodo moderno sono stati approntati per meglio rispondere alle domande dei committenti, fra questi, saltellando per i secoli, ricordiamo:

  •  Leon Battista Alberti (1404-1472) e il suo “De re aedificatoria“, dove inoltre s’era ingegnato a metà ‘400 su come doveva essere realizzato un buon camino;
  •  Vincenzo Scamozzi (1548-1616), architetto veneto, che nel 1615 pubblicava “Dell’idea dell’Architettura universale”, in cui, fra l’altro, nel capitolo XIII, si descrivono i vari tipi di camino;
  •  Benjamin Thompson (1753-1814) con “Sui camini, con proposte per migliorarli e risparmiare combustibile, rendere le abitazioni più confortevoli e salubri, e prevenire efficacemente l’emissione di fumo dalle canne fumarie”, del 1795, opera imprescindibile fino ai giorni d’oggi per l’esecuzione di una buona costruzione. Famoso il caminetto di Rumford.

Nella storia, questo oggetto inizia la sua vera diffusione dal ‘300 in poi – sembra inventato nei paesi freddi del nord Europa -, quando le varie soluzioni tecniche permisero una certa sicurezza e affidabilità, portandolo dal centro dell’abitazione a una delle pareti e fornendolo definitivamente di una canna fumaria, almeno nelle case dei più abbienti. Passando dalle grandi dimensioni gotiche a quelle più modeste ma non per questo meno funzionali rinascimentali, raggiungendo l’età barocca e la fine dell’Ancien Régime già solidamente installato nelle case.

Le immagini che seguono desiderano solo essere testimonianza popolare dei secoli dell’età moderna, secoli in cui i pittori hanno immortalato, certamente non solo, la quotidianità domestica, dal nord dell’Europa al sud, dall’est all’ovest, quella del focolare, quella dove ci si incontrava, si parlava, si litigava, si cucinava, quella, in poche parole, che, se chiudessimo gli occhi, potremmo considerare oggi cucina di casa nostra in un giorno di festa.

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte del cucinare, 1570

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, “Opera dell’arte del cucinare”, 1570

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Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca.

Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca. Si beve si cucina si mangia, la tavola apparecchiata dice tutto, mentre alcuni viandanti guardano.

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David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644

David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644. Nel grande camino al fondo si cuoce cacciagione.

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Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca..

Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca.

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François Boucher, La toilet, 1742

François Boucher, La toilet, 1742. Il camino serve per riscaldarsi mentre la gentil fanciulla si abbiglia.

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Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759

Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759. È sera, si approntano focacce e nello stesso tempo si intiepidisce l’ambiente.

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Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec.

Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec. Elegante scena, pregiata zuppiera. Il camino si adopera principalmente per preparare cibi.

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William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward)

William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward). Attorno al camino per asciugare i panni del marito, del papà, che ritorna dopo una giornata di pioggia.

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-1. in Umberto Veronesi, Mario Pappagallo, Verso la scelta vegetariana, Giunti ed., 2011, pag. 42.

Jun 202014
 

Raccontano che le cose stanno così.

L'Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

L’Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

Agenore, re di Tiro, cittadina situata a poco oltre 80 km. dall’odierna Beirut, aveva avuto insieme alla moglie Telefassa una figlia da tutti ammirata per la bellezza, chiamata Europa.

Zeus, il divino signore che tutto comandava e dirigeva, se ne innamorò e la volle con sé a tutti i costi. Ma la cosa non era facile. E allora, dicono ancora gli anziani (1), Zeus inviò suo figlio Ermes a condurre i buoi di Agenore proprio in quella spiaggia dove Europa stava raccogliendo dei fiori.

Il dio, furbo, prese le sembianze di un toro bianco adagiandosi sulla sabbia, sul cui dorso la fanciulla salì. Boccone facile per il potente, che ne approfittò e la portò via fino all’isola di Creta!

Difatti così Ovidio narra:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace.” (2)

La storia prosegue.

Zeus, trasformatosi in aquila, la conquista. Europa divenne la prima regina di Creta. Tre figli nacquero dall’unione. Nello stesso tempo, Agenore aveva mandato i figli alla ricerca della sorella, ma il “misfatto” oramai era stato commesso.

Tranquilli, non finisce qua!

Il grande capo, a sua volta, la diede in sposa al re di Creta, tal Asterione che, incredulo del bellissimo dono, adottò perfino i tre figli.

Quanti poeti letterati scultori pittori filosofi se ne sono occupati! Assaporiamo ora la bellezza di questi tre dipinti dell’Epoca Moderna:

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto d'Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Ratto d’Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

I fatti, che mi piace trasportare dalla mitologia alla pura e cruda realtà storica (sic!) per meglio entrare nelle dinamiche contemporanee del tema – giacché il confine fra le due sfaccettature è in un certo qual modo davvero invisibile -, potrebbero invitarci a pensare che l’Europa, la nostra odierna Europa, nacque su quelle sponde del Mediterraneo che si rivolgono verso l’Asia e l’Africa, quasi a significare il movimento delle idee che generate di là si sviluppano di qua (o viceversa). Una multiculturalità che dovrebbe affascinare almeno dal punto di vista storico. Una migrazione e immigrazione – in lato sensu – su cui si basa l’evoluzione umana, frontiere che non dovrebbero esistere neanche nella mente.

Il percorso, dunque, dalla mitologia alla realtà è stato lungo, tortuoso, contraddittorio, ché nel Medioevo il termine era più espressione geografica che politica. Certo, potremmo dare a Carlo Magno l’appellativo di “padre d’Europa” -siamo nel IX secolo -, ma… lo fu davvero? O forse desiderava rimettere in piedi il vecchio Impero Romano? E che cosa si pensava nell’immaginario popolare collettivo? Non entro nella questione, è troppo ampia e polemica per un breve articolo come questo.

Cosicché il concetto d’Europa, con il trascorrere degli anni, iniziò a esser sempre più adoperato, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli, 1453, e l’avanzare dell’impero ottomano. Era necessario unire le genti europee per fermare il passo ai nemici: papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, ne fu l’emblema espressivo.

In tempi passati siamo stati colpiti in Asia e in Africa, e cioè in terra altrui, ma ora siano colpiti e sconfitti in Europa, e cioè nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra dimora.” (3)

Poi tanti altri se ne sono interessati, Rousseau per esempio nelle sue Considérations sur le gouvernements de Pologne parlava che non ci sono più francesi spagnoli tedeschi inglesi, ma solo europei, e allora va oltre:

Oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli, nemmeno inglesi, checché se ne dica; ci sono soltanto europei. Tutti hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi, poiché nessuno ha ricevuto modalità nazionali che provenissero da un particolare principio. Tutti nelle stesse circostanze faranno le medesime cose; tutti si diranno disinteressati e saranno disonesti (o birboni); tutti parleranno del bene pubblico e non penseranno che a se stessi; tutti vanteranno la mediocrità e vorranno esser opulenti; questi non hanno ambizioni che per il lusso, non hanno che passione per l’oro. Sicuri d’avere con esso tutto ciò che li tenta, si venderanno al primo che vorrà pagarli. Che cosa importa loro a quale padrone obbedire, di quale stato seguire le leggi? A patto che trovino denaro da rubare e donne da corrompere, sono ovunque nei loro paesi.” (4),

allo stesso modo Hume considerava importante e da conservare la pluralità della ricchezza culturale.

Suvvia però, facciamo un lungo salto temporale, poggiamo i piedi nell’oggi, proprio mentre si è votato qualche settimana fa (25 maggio 2014) per il Parlamento Europeo, e leggiamo il buon Croce quando accennava, più o meno a metà Novecento, al suo concetto d’Europa contemporanea:

Per intanto, già in ogni parte di Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad Europei e i lori pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate.
Questo processo di Unione Europea che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberare completamente l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà a pieno restaurato negli animi.” (5)

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Il dibattito, nell’Europa sì nell’Europa no, continua ancora oggi, oggi che siamo già entrati nell’epoca internettiana, epoca che dovrebbe portare a una maggiore “unione transnazionale”, una unione rappresentata dalle più disparate forze storico-culturali, dalle più variegate reminiscenza mitiche, una unione, insomma, che dovrebbe conquistare e cambiare prima di tutto la nostra forma mentis.

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– 1. Sembra che le prime prove scritte sul mito d’Europa siano quelle di Omero, nella cui Iliade (750 a. C. circa) Zeus relata, fra i tanti, l’amore con Europa (vedi »»qua). Anche Esiodo nel suo Teogonia (700 a. C. circa) parla di Europa e di sua figlia Teti (vedi »»qua).
– 2. Ovidio, Metamorfosi, II (»» qua).
– 3. Enea Silvio Piccolomini, De constantinopolitana clade et bello contra Turchos congregando, in PIUS II, Orationes politicae et ecclesiasticae, a cura di J. D. Mansi, 1755, p. 263.
– 4. Jean Jacques Rousseau, Considérations sur le gouvernements de Pologne, 1782 (»»qua, tradotto da Serena Zampini).
– 5. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Adelphi, 1991.

Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

Apr 232014
 

Gli utenti acquisiscono ogni giorno competenze
che assottigliano sempre più la linea
tra professionalità e amatorialità
mentre l’intelligenza collettiva riesce
ad arrivare dove il singolo non giungerà mai.” (1)

 

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Frase, quella di sopra, che identifica con estrema precisione l’epoca che stiamo vivendo, dove la condivisione permette una maggiore diffusione delle idee, delle competenze, rompendo vecchi paradigmi cui eravamo abituati.

La citazione viene da un interessante saggio, La biblioteca diventa social, scritto da due bibliotecarie, Cristina Bambini e Tatiana Wakefield della San Giorgio di Pistoia. Libro in cui si analizza, fra l’altro, il possibile utilizzo da parte delle biblioteche dei social network per avvicinarsi al lettore, quel lettore che sta partecipando dinamicamente alla creazione di un nuovo sapere che supera le frontiere patrie.

Internet oramai fa parte attiva della nostra quotidianità, e le biblioteche non potevano certamente e giustamente mancare all’appuntamento. Facebook twitter instagram google+ e altri dovrebbero essere mezzi per accorciare le distanze con l’utente. Cristina e Tatiana hanno individuato i punti forti, suggerendo non solo le altre biblioteche a usufruire della rete sociale, ma anche il singolo lettore a contribuire a una comunità che dovrebbe migliorare, anche ma non solo, il nostro modus vivendi.

- Cristina, mi sembra che una volta i libri sugli scaffali delle biblioteche erano “oggetti morti” fino a quando qualcuno non richiedesse una copia di quel dato autore o argomento, oggi iniziano ad acquistare una certa vita collettiva grazie alla rete. Che ne pensi?
Che Borges nel 1952 aveva già capito tutto. Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni.
I social networks hanno fatto riscoprire questa dimensione, che a volte abbiamo dimenticato,  sopraffatti da logiche commerciali che ci vogliono sempre più lettori, passami la similitudine, “fast food”. Ci gettiamo con voracità sul nuovo, su ciò che va di moda, su ciò che fa tendenza, perdendoci l’occasione di ruminare, di riprendere in mano letture che invece hanno ancora infinite voci ancora da narrare e da far scoprire.”

- Tatiana, credi sia cambiato il fruitore delle biblioteche in questi ultimi anni? Che peso ha internet e i vari social network nella divulgazione della cultura in generale?
Gli utenti sono cambiati, perché l’utenza è sempre più variegata: non solo studiosi, studenti, lettori forti, ma anche e per fortuna casalinghe, pensionati, lettori curiosi, giovani e giovanissimi. Inoltre in biblioteca si va per avere delle risposte, certi di trovare, grazie all’aiuto di persone competenti, informazioni specialistiche e precise. In quanto all’utilizzo di internet per divulgare la cultura, credo che già da tempo questo  stia avendo un peso sempre più determinante. I social network sono un acceleratore, permettono di contattare più persone in breve tempo. Più che il mezzo è il modo in cui si usa questo mezzo, non credo certo che la promozione della cultura possa passare solo dai social, ma aiuta, e deve sicuramente essere integrata nella promozione tradizionale.”

- Cristina, a tal punto viene spontanea un’altra domanda, chi e come si sceglie la persona che gestirà i vari profili sociali di una biblioteca? Che requisiti, che preparazione deve avere?
Questa è davvero una domanda difficile. Tutti amano definirsi social media manager, tutti si atteggiano a super esperti del web ma la cosa che ho imparato e continuo a imparare ogni giorno è che questo lavoro non si improvvisa! Bisogna spronare se stessi a scoprire, a testare, a valutare criticamente quello che la rete sembra regalarti con grande libertà. Privacy, copyright, licenze sono 3 dei nodi più ardui da affrontare e su cui non bisogna mai perdere la concentrazione. Nel nostro caso la biblioteca ha voluto sfruttare la nostra curiosità e intraprendenza nel mondo dei social e ci ha incentivato a coltivare questa dimensione lavorativa. Con una raccomandazione precisa: mai perdere di vista la mission della biblioteca, mai snaturare le attività e i servizi che quotidianamente proponiamo ai nostri utenti.
Per la San Giorgio al momento non c’è programmazione dei post o dei tweet. Scelta dettata dal fatto di voler parlare o rispondere alla rete quando la biblioteca è aperta, inserendo l’attività dei social nelle attività quotidiane.

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

- Tatiana, scendendo nei dettagli, per esempio, quali procedimenti usa la San Giorgio per Facebook? Quante volte aggiorna il suo stato? È lo stesso sui vari social?
Alla San Giorgio piace la programmazione. Abbiamo iniziato proprio da Facebook e dopo poco tempo abbiamo inserito nel piano comunicativo Twitter. Abbiamo un gruppo comunicazione, che decide la strategia comunicativa in generale e la forza dei social network in questa strategia cresce giorno dopo giorno. Abbiamo deciso di coprire tutta la fascia oraria di apertura della biblioteca e io e Cristina ci alterniamo su tutti i social network. Non abbiamo mai stabilito (volutamente) quanti post o tweet pubblicare durante la giornata, decidiamo in base a quanto programmato settimanalmente, non dimenticando che tutto può essere cambiato o integrato in base a news e fatti rilevanti da evidenziare. Tutti i giorni la nostra presenza sui vari social è garantita.”

- Cristina, leggo nel vostro libro che “Gli utenti sulla rete vogliono prodotti, servizi ed esperienze che parlino al cuore e non solo al cervello(2)”, in che modo si selezionano gli argomenti da trattare?
Ogni piattaforma ha il suo battito. Lavorare sui social networks m’ha insegnato questo. Da Twitter a Facebook, da Instagram ad Anobii, ogni piattaforma ha una sua dimensione. Facebook (sempre più visuale), giocando sulla carta dell’attenzione, ti esorta a far vedere quello che chi è lontano non può vedere concretamente; Twitter invece ti vuole autoironico, creativo, conciso e diretto. Belle le immagini, bello poter divagare verso l’esterno per gustare un video, ma quello che gli iscritti cercano è l’interazione con gli altri, è dire la propria attorno a ciò che sta catturando l’attenzione. Instagram ti invita a viaggiare, a cercare nuove angolazioni attraverso cui riscoprire uno luogo che ti è oramai familiare o magari regalare alla rete l’emozione che ha provato nell’istante in cui l’hai assaporato. Foursquare ti invita a trasformarti in testimonial attivo di uno spazio; che tu sia di passaggio o frequentatore abituale poco importa, l’importante è che tu suggerisca agli altri perché passare di lì.”

- Tatiana, è dunque diverso il ruolo del bibliotecario nel XXI secolo?
Certo. Tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare il ruolo del bibliotecario. Come abbiamo evidenziato anche nel libro, per stare nel cambiamento bisogna però avere chiari la propria identità e i propri valori. Ciò che cambia è la forma, non la sostanza. Le competenze biblioteconomiche restano alla base della formazione del bibliotecario, a cui si richiedono però anche competenze che comprendono l’empatia, la capacità di gestire relazioni personali e la capacità di auto-organizzarsi.”

- Cristina, in un’epoca in cui le foto, i video, in cui Flickr Instagram Youtube fanno da padroni, come la biblioteca può attirare l’attenzione sui lunghi testi, sulla lettura in generale, non credi il lettore di oggi sia attratto più da un’immagine che da un paragrafo di un libro?
Questa è una delle sfide più difficili. Granieri ha scritto una cosa con cui sono in sintonia: «Se invece di chiederci perché la gente non legge tutto il nostro articolo, ci chiedessimo come imparare a scrivere articoli che la gente oggi legga in base alla grammatica culturale che stiamo vivendo?» Siamo in una fase di transizione e ci sentiamo destabilizzati dai mutamenti che la rete produce sulle pratiche di lettura. Forse è il caso di fermarsi ad osservare e riflettere sul fatto che la gente non è alla ricerca di contenuti generalisti (secondo me non lo è mai stata). La gente vuole la profondità ma è lo stile che dobbiamo cambiare.”

- Tatiana, “dialogo” è una parola che avete adoperato spesso nel vostro libro, significa che l’utente può conversare via social network con la biblioteca? E fino a che punto?
L’utente e la biblioteca dialogano alla pari, nessuna voce è più autorevole dell’altra. Deve essere sempre chiaro però, sia per la biblioteca, che per l’utente fino a dove ci si può spingere e per far questo ci può aiutare senza ombra di dubbio una buona Social media policy. La San Giorgio sta lavorando a questo documento, che definisce le regole e i comportamenti della biblioteca e degli utenti, quali contenuti gli utenti troveranno sui social network e il tipo di relazione che gli utenti si devono aspettare dalla biblioteca. In poche parole sono i diritti e i doveri degli utenti e della biblioteca.”

- Cristina,Tatiana, siamo dunque entrati in una differente maniera di concepire lo spazio di una biblioteca?
Spazio fisico e spazio sociale: la biblioteca vive entrambe queste dimensioni. Non dobbiamo sentirci sradicati dalla rete. Le nostre fondamenta sono sempre loro: le informazioni. Poco importa che spazio occupino, l’importante è garantire agli utenti l’accesso per poter dare loro la libertà di conoscere e costruire il futuro.”

Grazie per la vostra disponibilità, in bocca al lupo per il vostro libro.

*****

- 1. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social, Editrice Bibliografica, 2014, pag. 16.
– 2. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, op. cit. pag. 13.

Jan 142014
 

Il sole è ancora alto, sono appena le ore tre del pomeriggio di un caldo venerdì sudamericano, primi di gennaio. Dopo aver visitato il Museo d’arte precolombiana, ci avviamo, mia moglie ed io, verso la Cattedrale, dedicata all’Asunción de la Santísima Virgen, situata nel lato ovest della Plaza de Armas, a Santiago del Cile.

Cattedrale di Santiago del Cile

Cattedrale di Santiago del Cile

Fu lo stesso fondatore della capitale cilena Pedro de Valdivia che destinò un appezzamento di terreno per la costruzione del tempio cattolico, era il 1541. Quella presente è la quinta edificazione – i terremoti in Cile sono stati e sono davvero disastrosi -, iniziata nel 1748 e diretta, fra cui, dal maestro Matías Vásquez Acuña. Sarà nel 1780 che l’italiano Joaquín Toesca dirigerà i lavori per renderla più o meno come la vediamo oggi. Nel 1800 si aggregarono infine le due torri. L’interno è diviso in tre navate, due laterali più basse della centrale, che si comunicano dietro l’altare maggiore, le vetrate sono davvero preziose, riccamente decorate.

Il passeggiare per la cattedrale ci prese la mano, ma desideravamo andare oltre il “conosciuto”, girovagare per quella zona oggi ristretta al pubblico e…

José e Gaspare Armato, Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

José e Gaspare Armato, Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

… ed ecco José spuntare dal nulla: trentatré anni, di cui 24 dedicati al servizio del luogo sacro, così come aveva fatto, e ancora fa, suo padre, 60 anni, quasi tutti trascorsi fra quelle mura. Ci intrattiene con aneddoti, come quello del sacerdote italiano, don Faustino Gazziero de Stefani, ucciso da un “pazzo” mentre, finita la messa, si recava in sacrestia: era il 2004. Poi ci dà delucidazioni sulla visita di Giovanni Paolo II nel 1987, poi ancora sull’organo costruito a Calera de Tango, a sud della stessa capitale cilena, piccoli dettagli che danno energia agli eventi.

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

La vera sorpresa fu quando José ci condusse nel museo, nella sala chiusa ai più che alberga opere degne di note, la maggior parte lavori dei gesuiti. Quadri degli apostoli, i cui volti sono la rappresentazione dei pittori che eseguirono le varie opere; un orologio a pendolo del 1757 ancora perfettamente funzionante mostrando perfino le fasi lunari; il vecchio altare, oramai in disuso, in legno intagliato con minuzia di particolari; un tabernacolo in argento finemente elaborato, una tela raffigurante un’ultima cena davvero “affollata”, poi ancora un leggio d’argento goffrato con figure di indigeni…

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile.

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile.

È questo il bello dell’indagine, poter entrare nelle dinamiche più remote e recondite di ciò che usualmente si legge nei libri, è riuscire a parlare con coloro i quali vivono e abitano i luoghi. Solo così si può conoscere di prima mano l’aura che circonda gli oggetti che hanno fatto e fanno tuttavia storia.

Sono trascorse varie ore, siamo stanchi, ci sediamo sui banchi della cattedrale, riposiamo qualche minuto, ascoltiamo la musica sacra che emettono gli altoparlanti. Abbiamo gli occhi colmi di bellezze artistiche, l’inizio del 2014 ci ha regalato doni che abbiamo bisogno “assimilare” poco a poco.

Jan 112014
 

Rino nel Museo d'arte precolombiana, Santiago del Cile6.000 pesos cileni, tanto basta per andare in taxi dalla Comuna di Ñuñoa, dove sono alloggiato, al centro storico di Santiago, poco più di una trentina di minuti, in piena estate con una temperatura di circa 32 °C. Non importa, per la cultura, per soddisfare la sete di conoscere il passato si fa anche altro!

L’Avenida Bandera è chiusa per lavori, scendo sulla parallela, proprio a poche decine di metri dalla mia destinazione. Scotta, il sole scotta, corriamo, mia  moglie e io, per ripararci nel fresco del patio di quello che un tempo fu l’Antiguo Palacio de la Real Aduana (1805). Compro i biglietti, 3.500 pesos cadauno, qualche scalino e siamo giù a visitare le meraviglie del Museo de Arte precolombino, iniziando proprio dalla sala dedicata al Cile prima del Cile, un’arte che parte da secoli prima dell’era cristiana, addirittura 15.000 anni di percorso accertato.

Sala Museo d’arte precolombiana, Santiago del Cile

Sala Museo d’arte precolombiana, Santiago del Cile

Mi soffermo ad ammirare decine di vasi di terracotta finemente decorati, poi manufatti in tela, resto a bocca aperta, poi ancora scorgo preziosi elementi di oreficeria, statue di legno sapientemente intagliate, mummie che di sicuro oltrepassano i tremila anni di esistenza, strumenti musicali incaici e preincaici, per proseguire con una bacheca dedicata ai quipu dell’impero Tahuantinsuyo, insomma una vera miniera di emozioni raccolte in una grande sala in cui girovago qua e là, ritornando più di una volta su quegli esemplari che hanno attirato la mia attenzione.

Mummie cultura Chinchorro

Mummie cultura Chinchorro

Salgo lentamente le scale verso il secondo piano, rifletto sul destino di certe etnie che stanno scomparendo del tutto, come gli Yámana. Quella che vedete nella foto (sotto) scattata da mia moglie a un grande cartello posto nel Museo Histórico Nacional del Cile, sempre a Santiago, è l’ultima donna discendente Yámana ancora in vita che parla la sua lingua originaria, ha oltre ottant’anni. Con lei, la storia prenderà nota della sua vita!

L'ultima donna della etnia Yámana, Cile

L’ultima donna della etnia Yámana, Cile

Proseguo nel percorso, altre sorprese mi attendono.

Stavolta l’occhio s’intrattiene su vetrine raggruppate per aree culturali, allargando gli orizzonti e immettendosi nella manualità dei diversi popoli che abitarono quelle zone. Fra i tanti, ricordo i Mapuche, forse i più numerosi, gli Aymara, i Chonos, i Chinchorro, gli Yámana, e vari altri.

Contenitori di liquidi

Contenitori di liquidi

L’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo fece talvolta da collante fra le disperse etnie, che, uniti, cercarono in tutti i modi di contrastare l’invasione spagnola. Accenno in special modo ai citati Mapuche che incendiarono varie località che i primi avevano fondato, iniziando dal fiume Bío Bío fino al sud del Cile, ribellione che fu scintilla della cosiddetta Guerra di Arauco (1536-1881). La Spagna fu costretta a mantenere un contingente permanente per controllare i locali, che mal si sommettevano ai dettami degli europei, costretti a riconoscere momentaneamente la loro autonomia. Tutto terminò a fine ‘800 per mano dell’esercito della Repubblica del Cile, Repubblica il cui fine era – fra l’altro – conquistare quei territori per sfruttarli e darli in mano agli europei. I Mapuche furono costretti a vivere in piccoli e determinati spazi, ma la lotta continua, seppur in tono minore, ancora oggi.

Juan, discendente Mapuche, e Gaspare Armato, Santiago del Cile

Juan, discendente Mapuche, e Gaspare Armato, Santiago del Cile

Esco, contento della visita, felice d’aver conosciuto civiltà poco note in Europa, civiltà che non hanno nulla da invidiare a quelle nostrane. Ciò che realmente serve da queste parti è – anche ma non solo – una maggiore investigazione archeologica, una ben precisa e dettagliata analisi del passato, e riscrivere i fatti, in questo caso, dell’America meridionale, una storia che inizia non da Colombo, bensì da millenni prima, considerando la scoperta una semplice tappa nel continuum degli avvenimenti storici.

Nov 212013
 

Ma dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore di coloro che, abbagliati da un esasperato materialismo, ritengono che un elemento molto importante e necessario sia per questo sufficiente. È facile ma assurdo dimenticare che non sono i capitali che fanno gli uomini, ma sono gli uomini che fanno i capitali.” (1)

Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo. Nel trascorso della storia, ciò che una volta era oggetto di desiderio di lusso di necessità, con il passar del tempo, poteva trasformarsi, rimpiazzato da un altro (ne abbiamo parlato qua).

Crisi depressioni crolli, alti e bassi, elementi costanti nel continuum storico. Oggi ci lamentiamo che il nostro stipendio non ci permette arrivare a fine mese, mentre i nostri genitori rimpiangono l’ieri dove tutto era più “maneggevole”, e i nostri nonni ci ricordano le difficoltà della loro epoca di guerra. Un costante lagnarsi che ci riporta, per esempio, al memorialista francese Gilles de Gouberville (1521-1578) quando nel 1560 scriveva nel suo Journal:

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.” (2)

Annibale Caracci, Il mangiafagioli – 1583

A fine XVIII sec., Thomas Malthus (1766-1834) sosteneva che

La popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica. I mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica” (3),

un concetto che influenzerà le idee dai suoi coevi in poi, da Charles Darwin a Alfred Russel Wallace a John Maynard Keynes, mentre l’economia diventava man mano sempre più globale, l’industria iniziava a far da protagonista.

Una rete commerciale, un “compra-vendi”, che andava da est a ovest da nord a sud. Una Cina, che fino al Quattrocento sembrava esser sviluppata tecnologicamente come o forse più dell’occidente, perderà terreno, così come Portogallo e Spagna lasceranno il dominio dei mari favorendo, con l’avanzare l’età moderna, Francia e Gran Bretagna. Giochi sociali spesso imprevedibili.

Come imprevedibili saranno, secoli dopo, le manipolazioni borsistiche degli anni ’20 del Novecento negli Stati Uniti, potenza mondiale che influisce oramai nelle decisioni di mezzo mondo.

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Passano gli anni, l’Italia cambia la propria economia da agricola a industriale, la Vespa la Fiat 600 la televisione i frigoriferi, gli elettrodomestici in generale, saranno oggetti da tutti desiderati. Gli anni ’60 saranno così ricordati:

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In tutto questo andirivieni, chissà se qualcuno si ricordava delle parole di Adam Smith (1723-1790), quando scriveva nel XVIII sec.:

“Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. “(4)

Cosicché resta la riflessione che i cambi sono il pane della nostra vita, nulla resta immutabile nel passaggio del tempo, ciò che ieri era vero oggi potrebbe essere da rivalutare e ciò che stiamo costruendo domani sarà modificato in qualcos’altro, entrando nella vita liquida contemporanea tanto cara a Bauman. Un percorso evolutivo economico che dovrebbe tener in conto delle risorse della nostra Terra, giacché sembrano essere limitate.

E per chiudere questo articolo non resta che affidarci a:

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– 1. Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, 2009, cap. 28, pag. 242.
– 2. in Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.
– 3.  Robert Malthus, The Principle of Population, 1798.
– 4.  Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

Nov 152013
 

Raccontando la storia, babilonia61Un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli dedicati alla storia moderna, con immagini e video, da scaricare gratis.

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Indice:

- Gli intrecci della storia, 1498, un esempio, di Gaspare Armato, pag. 3

- Le bal des ardentes, Il ballo degli ardenti, 1393, di Daniela Nutini, pag. 9

- Noi, la storia e Paolo Ferrario, di Gaspare Armato, pag. 13

- Luoghi della storia, Pistoia, Via de’ Rossi, di Gaspare Armato, pag. 18

- Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, di Annarita Ruberto, pag. 23

- Gaspare Vanvitelli e le vedute di Napoli del XVIII sec., di Gaspare Armato, pag. 29

- Sophie Germain, una matematica del Settecento, di Rosalia de Vecchi, pag. 33

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