Apr 232014
 

Gli utenti acquisiscono ogni giorno competenze
che assottigliano sempre più la linea
tra professionalità e amatorialità
mentre l’intelligenza collettiva riesce
ad arrivare dove il singolo non giungerà mai.” (1)

 

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Frase, quella di sopra, che identifica con estrema precisione l’epoca che stiamo vivendo, dove la condivisione permette una maggiore diffusione delle idee, delle competenze, rompendo vecchi paradigmi cui eravamo abituati.

La citazione viene da un interessante saggio, La biblioteca diventa social, scritto da due bibliotecarie, Cristina Bambini e Tatiana Wakefield della San Giorgio di Pistoia. Libro in cui si analizza, fra l’altro, il possibile utilizzo da parte delle biblioteche dei social network per avvicinarsi al lettore, quel lettore che sta partecipando dinamicamente alla creazione di un nuovo sapere che supera le frontiere patrie.

Internet oramai fa parte attiva della nostra quotidianità, e le biblioteche non potevano certamente e giustamente mancare all’appuntamento. Facebook twitter instagram google+ e altri dovrebbero essere mezzi per accorciare le distanze con l’utente. Cristina e Tatiana hanno individuato i punti forti, suggerendo non solo le altre biblioteche a usufruire della rete sociale, ma anche il singolo lettore a contribuire a una comunità che dovrebbe migliorare, anche ma non solo, il nostro modus vivendi.

- Cristina, mi sembra che una volta i libri sugli scaffali delle biblioteche erano “oggetti morti” fino a quando qualcuno non richiedesse una copia di quel dato autore o argomento, oggi iniziano ad acquistare una certa vita collettiva grazie alla rete. Che ne pensi?
Che Borges nel 1952 aveva già capito tutto. Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni.
I social networks hanno fatto riscoprire questa dimensione, che a volte abbiamo dimenticato,  sopraffatti da logiche commerciali che ci vogliono sempre più lettori, passami la similitudine, “fast food”. Ci gettiamo con voracità sul nuovo, su ciò che va di moda, su ciò che fa tendenza, perdendoci l’occasione di ruminare, di riprendere in mano letture che invece hanno ancora infinite voci ancora da narrare e da far scoprire.”

- Tatiana, credi sia cambiato il fruitore delle biblioteche in questi ultimi anni? Che peso ha internet e i vari social network nella divulgazione della cultura in generale?
Gli utenti sono cambiati, perché l’utenza è sempre più variegata: non solo studiosi, studenti, lettori forti, ma anche e per fortuna casalinghe, pensionati, lettori curiosi, giovani e giovanissimi. Inoltre in biblioteca si va per avere delle risposte, certi di trovare, grazie all’aiuto di persone competenti, informazioni specialistiche e precise. In quanto all’utilizzo di internet per divulgare la cultura, credo che già da tempo questo  stia avendo un peso sempre più determinante. I social network sono un acceleratore, permettono di contattare più persone in breve tempo. Più che il mezzo è il modo in cui si usa questo mezzo, non credo certo che la promozione della cultura possa passare solo dai social, ma aiuta, e deve sicuramente essere integrata nella promozione tradizionale.”

- Cristina, a tal punto viene spontanea un’altra domanda, chi e come si sceglie la persona che gestirà i vari profili sociali di una biblioteca? Che requisiti, che preparazione deve avere?
Questa è davvero una domanda difficile. Tutti amano definirsi social media manager, tutti si atteggiano a super esperti del web ma la cosa che ho imparato e continuo a imparare ogni giorno è che questo lavoro non si improvvisa! Bisogna spronare se stessi a scoprire, a testare, a valutare criticamente quello che la rete sembra regalarti con grande libertà. Privacy, copyright, licenze sono 3 dei nodi più ardui da affrontare e su cui non bisogna mai perdere la concentrazione. Nel nostro caso la biblioteca ha voluto sfruttare la nostra curiosità e intraprendenza nel mondo dei social e ci ha incentivato a coltivare questa dimensione lavorativa. Con una raccomandazione precisa: mai perdere di vista la mission della biblioteca, mai snaturare le attività e i servizi che quotidianamente proponiamo ai nostri utenti.
Per la San Giorgio al momento non c’è programmazione dei post o dei tweet. Scelta dettata dal fatto di voler parlare o rispondere alla rete quando la biblioteca è aperta, inserendo l’attività dei social nelle attività quotidiane.

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

- Tatiana, scendendo nei dettagli, per esempio, quali procedimenti usa la San Giorgio per Facebook? Quante volte aggiorna il suo stato? È lo stesso sui vari social?
Alla San Giorgio piace la programmazione. Abbiamo iniziato proprio da Facebook e dopo poco tempo abbiamo inserito nel piano comunicativo Twitter. Abbiamo un gruppo comunicazione, che decide la strategia comunicativa in generale e la forza dei social network in questa strategia cresce giorno dopo giorno. Abbiamo deciso di coprire tutta la fascia oraria di apertura della biblioteca e io e Cristina ci alterniamo su tutti i social network. Non abbiamo mai stabilito (volutamente) quanti post o tweet pubblicare durante la giornata, decidiamo in base a quanto programmato settimanalmente, non dimenticando che tutto può essere cambiato o integrato in base a news e fatti rilevanti da evidenziare. Tutti i giorni la nostra presenza sui vari social è garantita.”

- Cristina, leggo nel vostro libro che “Gli utenti sulla rete vogliono prodotti, servizi ed esperienze che parlino al cuore e non solo al cervello(2)”, in che modo si selezionano gli argomenti da trattare?
Ogni piattaforma ha il suo battito. Lavorare sui social networks m’ha insegnato questo. Da Twitter a Facebook, da Instagram ad Anobii, ogni piattaforma ha una sua dimensione. Facebook (sempre più visuale), giocando sulla carta dell’attenzione, ti esorta a far vedere quello che chi è lontano non può vedere concretamente; Twitter invece ti vuole autoironico, creativo, conciso e diretto. Belle le immagini, bello poter divagare verso l’esterno per gustare un video, ma quello che gli iscritti cercano è l’interazione con gli altri, è dire la propria attorno a ciò che sta catturando l’attenzione. Instagram ti invita a viaggiare, a cercare nuove angolazioni attraverso cui riscoprire uno luogo che ti è oramai familiare o magari regalare alla rete l’emozione che ha provato nell’istante in cui l’hai assaporato. Foursquare ti invita a trasformarti in testimonial attivo di uno spazio; che tu sia di passaggio o frequentatore abituale poco importa, l’importante è che tu suggerisca agli altri perché passare di lì.”

- Tatiana, è dunque diverso il ruolo del bibliotecario nel XXI secolo?
Certo. Tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare il ruolo del bibliotecario. Come abbiamo evidenziato anche nel libro, per stare nel cambiamento bisogna però avere chiari la propria identità e i propri valori. Ciò che cambia è la forma, non la sostanza. Le competenze biblioteconomiche restano alla base della formazione del bibliotecario, a cui si richiedono però anche competenze che comprendono l’empatia, la capacità di gestire relazioni personali e la capacità di auto-organizzarsi.”

- Cristina, in un’epoca in cui le foto, i video, in cui Flickr Instagram Youtube fanno da padroni, come la biblioteca può attirare l’attenzione sui lunghi testi, sulla lettura in generale, non credi il lettore di oggi sia attratto più da un’immagine che da un paragrafo di un libro?
Questa è una delle sfide più difficili. Granieri ha scritto una cosa con cui sono in sintonia: «Se invece di chiederci perché la gente non legge tutto il nostro articolo, ci chiedessimo come imparare a scrivere articoli che la gente oggi legga in base alla grammatica culturale che stiamo vivendo?» Siamo in una fase di transizione e ci sentiamo destabilizzati dai mutamenti che la rete produce sulle pratiche di lettura. Forse è il caso di fermarsi ad osservare e riflettere sul fatto che la gente non è alla ricerca di contenuti generalisti (secondo me non lo è mai stata). La gente vuole la profondità ma è lo stile che dobbiamo cambiare.”

- Tatiana, “dialogo” è una parola che avete adoperato spesso nel vostro libro, significa che l’utente può conversare via social network con la biblioteca? E fino a che punto?
L’utente e la biblioteca dialogano alla pari, nessuna voce è più autorevole dell’altra. Deve essere sempre chiaro però, sia per la biblioteca, che per l’utente fino a dove ci si può spingere e per far questo ci può aiutare senza ombra di dubbio una buona Social media policy. La San Giorgio sta lavorando a questo documento, che definisce le regole e i comportamenti della biblioteca e degli utenti, quali contenuti gli utenti troveranno sui social network e il tipo di relazione che gli utenti si devono aspettare dalla biblioteca. In poche parole sono i diritti e i doveri degli utenti e della biblioteca.”

- Cristina,Tatiana, siamo dunque entrati in una differente maniera di concepire lo spazio di una biblioteca?
Spazio fisico e spazio sociale: la biblioteca vive entrambe queste dimensioni. Non dobbiamo sentirci sradicati dalla rete. Le nostre fondamenta sono sempre loro: le informazioni. Poco importa che spazio occupino, l’importante è garantire agli utenti l’accesso per poter dare loro la libertà di conoscere e costruire il futuro.”

Grazie per la vostra disponibilità, in bocca al lupo per il vostro libro.

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- 1. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social, Editrice Bibliografica, 2014, pag. 16.
- 2. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, op. cit. pag. 13.

Jan 232014
 

Raccontando la storia, 2Un e.book, il secondo della serie, in formato pdf, che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli dedicati alla storia moderna, con immagini e video, da scaricare gratis, 30 pagine.

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Indice

- Toné, un precursore del concetto di libertà in America, di Gaspare Armato

- Isabella d’Este, donna del Rinascimento, di Rosalia de Vecchi

- Michele Amari, fra storia e impegno civile, di Ivana Palomba

- La Cavalleria nel Trecento, di Daniela Nutini

- Gli oggetti della storia, El florero de Llorente, di Gaspare Armato

- La vera origine del Sandwich, di Ute Margaret Saine

- Philip Sidney nell’Inghilterra elisabettiana, di Rosalia de Vecchi

Jan 142014
 

Il sole è ancora alto, sono appena le ore tre del pomeriggio di un caldo venerdì sudamericano, primi di gennaio. Dopo aver visitato il Museo d’arte precolombiana, ci avviamo, mia moglie ed io, verso la Cattedrale, dedicata all’Asunción de la Santísima Virgen, situata nel lato ovest della Plaza de Armas, a Santiago del Cile.

Cattedrale di Santiago del Cile

Cattedrale di Santiago del Cile

Fu lo stesso fondatore della capitale cilena Pedro de Valdivia che destinò un appezzamento di terreno per la costruzione del tempio cattolico, era il 1541. Quella presente è la quinta edificazione – i terremoti in Cile sono stati e sono davvero disastrosi -, iniziata nel 1748 e diretta, fra cui, dal maestro Matías Vásquez Acuña. Sarà nel 1780 che l’italiano Joaquín Toesca dirigerà i lavori per renderla più o meno come la vediamo oggi. Nel 1800 si aggregarono infine le due torri. L’interno è diviso in tre navate, due laterali più basse della centrale, che si comunicano dietro l’altare maggiore, le vetrate sono davvero preziose, riccamente decorate.

Il passeggiare per la cattedrale ci prese la mano, ma desideravamo andare oltre il “conosciuto”, girovagare per quella zona oggi ristretta al pubblico e…

José e Gaspare Armato, Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

José e Gaspare Armato, Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

… ed ecco José spuntare dal nulla: trentatré anni, di cui 24 dedicati al servizio del luogo sacro, così come aveva fatto, e ancora fa, suo padre, 60 anni, quasi tutti trascorsi fra quelle mura. Ci intrattiene con aneddoti, come quello del sacerdote italiano, don Faustino Gazziero de Stefani, ucciso da un “pazzo” mentre, finita la messa, si recava in sacrestia: era il 2004. Poi ci dà delucidazioni sulla visita di Giovanni Paolo II nel 1987, poi ancora sull’organo costruito a Calera de Tango, a sud della stessa capitale cilena, piccoli dettagli che danno energia agli eventi.

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile

La vera sorpresa fu quando José ci condusse nel museo, nella sala chiusa ai più che alberga opere degne di note, la maggior parte lavori dei gesuiti. Quadri degli apostoli, i cui volti sono la rappresentazione dei pittori che eseguirono le varie opere; un orologio a pendolo del 1757 ancora perfettamente funzionante mostrando perfino le fasi lunari; il vecchio altare, oramai in disuso, in legno intagliato con minuzia di particolari; un tabernacolo in argento finemente elaborato, una tela raffigurante un’ultima cena davvero “affollata”, poi ancora un leggio d’argento goffrato con figure di indigeni…

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile.

Museo della Cattedrale di Santiago del Cile.

È questo il bello dell’indagine, poter entrare nelle dinamiche più remote e recondite di ciò che usualmente si legge nei libri, è riuscire a parlare con coloro i quali vivono e abitano i luoghi. Solo così si può conoscere di prima mano l’aura che circonda gli oggetti che hanno fatto e fanno tuttavia storia.

Sono trascorse varie ore, siamo stanchi, ci sediamo sui banchi della cattedrale, riposiamo qualche minuto, ascoltiamo la musica sacra che emettono gli altoparlanti. Abbiamo gli occhi colmi di bellezze artistiche, l’inizio del 2014 ci ha regalato doni che abbiamo bisogno “assimilare” poco a poco.

Jan 112014
 

Rino nel Museo d'arte precolombiana, Santiago del Cile6.000 pesos cileni, tanto basta per andare in taxi dalla Comuna di Ñuñoa, dove sono alloggiato, al centro storico di Santiago, poco più di una trentina di minuti, in piena estate con una temperatura di circa 32 °C. Non importa, per la cultura, per soddisfare la sete di conoscere il passato si fa anche altro!

L’Avenida Bandera è chiusa per lavori, scendo sulla parallela, proprio a poche decine di metri dalla mia destinazione. Scotta, il sole scotta, corriamo, mia  moglie e io, per ripararci nel fresco del patio di quello che un tempo fu l’Antiguo Palacio de la Real Aduana (1805). Compro i biglietti, 3.500 pesos cadauno, qualche scalino e siamo giù a visitare le meraviglie del Museo de Arte precolombino, iniziando proprio dalla sala dedicata al Cile prima del Cile, un’arte che parte da secoli prima dell’era cristiana, addirittura 15.000 anni di percorso accertato.

Sala Museo d’arte precolombiana, Santiago del Cile

Sala Museo d’arte precolombiana, Santiago del Cile

Mi soffermo ad ammirare decine di vasi di terracotta finemente decorati, poi manufatti in tela, resto a bocca aperta, poi ancora scorgo preziosi elementi di oreficeria, statue di legno sapientemente intagliate, mummie che di sicuro oltrepassano i tremila anni di esistenza, strumenti musicali incaici e preincaici, per proseguire con una bacheca dedicata ai quipu dell’impero Tahuantinsuyo, insomma una vera miniera di emozioni raccolte in una grande sala in cui girovago qua e là, ritornando più di una volta su quegli esemplari che hanno attirato la mia attenzione.

Mummie cultura Chinchorro

Mummie cultura Chinchorro

Salgo lentamente le scale verso il secondo piano, rifletto sul destino di certe etnie che stanno scomparendo del tutto, come gli Yámana. Quella che vedete nella foto (sotto) scattata da mia moglie a un grande cartello posto nel Museo Histórico Nacional del Cile, sempre a Santiago, è l’ultima donna discendente Yámana ancora in vita che parla la sua lingua originaria, ha oltre ottant’anni. Con lei, la storia prenderà nota della sua vita!

L'ultima donna della etnia Yámana, Cile

L’ultima donna della etnia Yámana, Cile

Proseguo nel percorso, altre sorprese mi attendono.

Stavolta l’occhio s’intrattiene su vetrine raggruppate per aree culturali, allargando gli orizzonti e immettendosi nella manualità dei diversi popoli che abitarono quelle zone. Fra i tanti, ricordo i Mapuche, forse i più numerosi, gli Aymara, i Chonos, i Chinchorro, gli Yámana, e vari altri.

Contenitori di liquidi

Contenitori di liquidi

L’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo fece talvolta da collante fra le disperse etnie, che, uniti, cercarono in tutti i modi di contrastare l’invasione spagnola. Accenno in special modo ai citati Mapuche che incendiarono varie località che i primi avevano fondato, iniziando dal fiume Bío Bío fino al sud del Cile, ribellione che fu scintilla della cosiddetta Guerra di Arauco (1536-1881). La Spagna fu costretta a mantenere un contingente permanente per controllare i locali, che mal si sommettevano ai dettami degli europei, costretti a riconoscere momentaneamente la loro autonomia. Tutto terminò a fine ‘800 per mano dell’esercito della Repubblica del Cile, Repubblica il cui fine era – fra l’altro – conquistare quei territori per sfruttarli e darli in mano agli europei. I Mapuche furono costretti a vivere in piccoli e determinati spazi, ma la lotta continua, seppur in tono minore, ancora oggi.

Juan, discendente Mapuche, e Gaspare Armato, Santiago del Cile

Juan, discendente Mapuche, e Gaspare Armato, Santiago del Cile

Esco, contento della visita, felice d’aver conosciuto civiltà poco note in Europa, civiltà che non hanno nulla da invidiare a quelle nostrane. Ciò che realmente serve da queste parti è – anche ma non solo – una maggiore investigazione archeologica, una ben precisa e dettagliata analisi del passato, e riscrivere i fatti, in questo caso, dell’America meridionale, una storia che inizia non da Colombo, bensì da millenni prima, considerando la scoperta una semplice tappa nel continuum degli avvenimenti storici.

Dec 192013
 

Parole e storia, Ivana Palomba“La parola è l’ombra dell’azione”,

affermava il filosofo Democrito nella Grecia del IV sec. a.C.

E l’importanza delle parole, della loro nascita, della loro evoluzione è abilmente sottolineata e descritta da Ivana Palomba che, in questo delizioso e.book, ce ne presenta quattordici, parole legate principalmente agli eventi  dell’Età moderna.

Scarica gratis le 53 pagine del pdf.

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Indice

- Bastian Contrario
– Camera ardente
– Fronda
– Genocidio
– Lapalissiano
– Linciaggio
– Maionese
– OK
– Paga pantalon
– Picchetto d’onore
– Quinta colonna
– Silhouette
– Voltagabbana
– Gerghi e neologismi della Grande Guerra

Dec 052013
 

Donne della storia modernaNon è mai vano sottolineare l’importanza delle donne nel trascorso della storia, l’influenza diretta o indiretta sui fatti, le loro lotte, il sangue versato, la loro determinazione a salire sul palcoscenico della cultura a testa alta, fra l‘altro.

Daniela Nutini ha raccolto in un piacevole e.book di 70 pagine una serie di figure femminili che hanno lasciato un indelebile segno negli eventi della storia moderna. Scarica gratis: 

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Indice

- Elisabetta I d’Inghilterra e Francesco duca d’Angiò, l’amore
– Françoise-Athénaïs de Mortemart, l’amante splendente di Luigi XIV
– Giulia Farnese, la Bella
– Jeanne Antoinette, Marchesa di Pompadour
– La duchessa di Bisceglie, Lucrezia Borgia
– Le Mancinette, italiane alla corte francese del XVII sec.
– La vita di Madame de Maintenon
– Parisina Malatesta: una storia d’amore
– Sulla contessa di Bentinck e Caterina di Russia
– Un significato dell’amore, la Monaca di Monza

Nov 212013
 

Ma dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore di coloro che, abbagliati da un esasperato materialismo, ritengono che un elemento molto importante e necessario sia per questo sufficiente. È facile ma assurdo dimenticare che non sono i capitali che fanno gli uomini, ma sono gli uomini che fanno i capitali.” (1)

Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo. Nel trascorso della storia, ciò che una volta era oggetto di desiderio di lusso di necessità, con il passar del tempo, poteva trasformarsi, rimpiazzato da un altro (ne abbiamo parlato qua).

Crisi depressioni crolli, alti e bassi, elementi costanti nel continuum storico. Oggi ci lamentiamo che il nostro stipendio non ci permette arrivare a fine mese, mentre i nostri genitori rimpiangono l’ieri dove tutto era più “maneggevole”, e i nostri nonni ci ricordano le difficoltà della loro epoca di guerra. Un costante lagnarsi che ci riporta, per esempio, al memorialista francese Gilles de Gouberville (1521-1578) quando nel 1560 scriveva nel suo Journal:

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.” (2)

Annibale Caracci, Il mangiafagioli – 1583

A fine XVIII sec., Thomas Malthus (1766-1834) sosteneva che

La popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica. I mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica” (3),

un concetto che influenzerà le idee dai suoi coevi in poi, da Charles Darwin a Alfred Russel Wallace a John Maynard Keynes, mentre l’economia diventava man mano sempre più globale, l’industria iniziava a far da protagonista.

Una rete commerciale, un “compra-vendi”, che andava da est a ovest da nord a sud. Una Cina, che fino al Quattrocento sembrava esser sviluppata tecnologicamente come o forse più dell’occidente, perderà terreno, così come Portogallo e Spagna lasceranno il dominio dei mari favorendo, con l’avanzare l’età moderna, Francia e Gran Bretagna. Giochi sociali spesso imprevedibili.

Come imprevedibili saranno, secoli dopo, le manipolazioni borsistiche degli anni ’20 del Novecento negli Stati Uniti, potenza mondiale che influisce oramai nelle decisioni di mezzo mondo.

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Passano gli anni, l’Italia cambia la propria economia da agricola a industriale, la Vespa la Fiat 600 la televisione i frigoriferi, gli elettrodomestici in generale, saranno oggetti da tutti desiderati. Gli anni ’60 saranno così ricordati:

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In tutto questo andirivieni, chissà se qualcuno si ricordava delle parole di Adam Smith (1723-1790), quando scriveva nel XVIII sec.:

Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. (4)

Cosicché resta la riflessione che i cambi sono il pane della nostra vita, nulla resta immutabile nel passaggio del tempo, ciò che ieri era vero oggi potrebbe essere da rivalutare e ciò che stiamo costruendo domani sarà modificato in qualcos’altro, entrando nella vita liquida contemporanea tanto cara a Bauman. Un percorso evolutivo economico che dovrebbe tener in conto delle risorse della nostra Terra, giacché sembrano essere limitate.

E per chiudere questo articolo non resta che affidarci a:

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- 1. Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, 2009, cap. 28, pag. 242.
- 2. in Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.
- 3.  Robert Malthus, The Principle of Population, 1798.
- 4.  Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

Nov 152013
 

Raccontando la storia, babilonia61Un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli dedicati alla storia moderna, con immagini e video, da scaricare gratis.

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Indice:

- Gli intrecci della storia, 1498, un esempio, di Gaspare Armato, pag. 3

- Le bal des ardentes, Il ballo degli ardenti, 1393, di Daniela Nutini, pag. 9

- Noi, la storia e Paolo Ferrario, di Gaspare Armato, pag. 13

- Luoghi della storia, Pistoia, Via de’ Rossi, di Gaspare Armato, pag. 18

- Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, di Annarita Ruberto, pag. 23

- Gaspare Vanvitelli e le vedute di Napoli del XVIII sec., di Gaspare Armato, pag. 29

- Sophie Germain, una matematica del Settecento, di Rosalia de Vecchi, pag. 33

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Raccontando la storia, preview

 

Oct 112013
 

L’istruzione non sparge semi dentro di noi,
ma fa sì che i nostri semi germoglino.
(1)

Il concetto è sempre lo stesso, la scuola deve favorire lo sviluppo dei giovani, deve agevolare la crescita e l’evoluzione delle loro tendenze, delle loro aspirazioni, deve, in poche parole, far sì che si compiano le loro vocazioni, vuoi letterarie, artistiche, e via dicendo. Ma la nostra organizzazione sociale è fondata su propositi ancora legati alla Rivoluzione industriale del Settecento, su fini per lo più materiali, tralasciando la parte emotiva, fantasiosa, creativa.

Lo dice bene Sir Ken Robinson in questo video:

Bisogna rompere i vecchi paradigmi con i quali siamo cresciuti, andare oltre le vecchie idee, offrire ai ragazzi la possibilità di giocare con le proprie ambizioni, favorendo e fornendo loro ciò che possa aiutarli, eliminando per prima cosa i “giudizi” e le valutazioni poco incoraggianti.

Perché la scuola sembra esser oggi:

“… quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio.” (2)

È ancora illuminante Ken Robinson quando ci invita a “uscire dalla valle della morte educativa” odierna, stimolando, fra l’altro, il potere dell’immaginazione e della creatività:

E tutto parte dal coinvolgere lo studente nella propria inclinazione, nella propria passione, metterlo ancor più nella propria curiosità, aiutandolo a comprendere come crescere, anche spiritualmente, nel migliore dei modi. Una scuola, in poche parole, più individuale, personale, una istruzione attenta al particolare, al talento del singolo.

E nel processo interviene anche la famiglia, la società in generale, il luogo dove il ragazzo matura, che hanno il compito di dare una mano nel rimuovere, prima di tutto, pregiudizi preconcetti tabù, forme negative di pensiero, parzialità…

Che lo studio sia importante, importantissimo, su questo non si discute, ma non bisogna considerare l’apprendimento come un processo industriale, non si possono sformare laureati come fossero lastre di ferro o macchine, uno Stato non deve basare la propria evoluzione dalla quantità di dottori e avvocati che ogni anno raggiungono la loro meta, o dal numero di ingegneri e architetti, nel momento in cui buona parte di costoro hanno studiato per compiacere al padre alla famiglia alle tradizioni, o calcolato a priori che un medico guadagna economicamente più di un agricoltore (!) o un idraulico è valutato socialmente (sic) meno che un notaio. In tutto ciò, dove risiede la felicità e la gioia di apprendere per appagare la curiosità e sviluppare le proprie attitudini?

*****
- 1. Kahlil Gibran, Massime spirituali, Newton Compton, 1993.
- 2. Maria Montessori, citato in Claudio Nutrito, I due magnifici insolenti, Effepi Libri, 2011, p. 68.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

Oct 042013
 

Nelle varie sfaccettature e angolature con cui abbiamo affrontato e affrontiamo gli argomenti storici in questo blog, uno dei punti che risalta sempre alla vista è la memoria storica, il continuum degli eventi che caratterizza l’esistenza dell’essere umano su questa Terra, relazioni e interrelazioni di cui dobbiamo tener conto se desideriamo aver una visione quanto più completa di un insieme. Non a caso, per esempio, nella Bibbia la parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben centosessantanove volte (1). Un rilievo che ci permette comprendere che siamo – anche ma non solo – prodotto delle decisioni dei nostri avi e l’importanza del ricordo.

Tutte le storie hanno un inizio, un principio. Il principio della mia storia si perde nel limbo… “.

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Qualcuno va esplorando le radici della propria famiglia, le migrazioni che la hanno interessato, della gente cui appartiene, del cognome che porta, prepara complicati alberi genealogici, qualche altro ritorna sui passi delle tradizioni di un “evento”, magari musicale, giacché “suonando ho capito che per conoscere te stesso devi conoscere il passato, è per sapere dove vai, è per sapere dove sei stato”, dicono (min. 6:26) nel seguente film-documentario di Martin Scorsese del 2003, Dal Mali al Mississippi (Feel Like Going Home), in cui il chitarrista blues Corey Harris ripercorre le strade americane per raggiungere il Mali, in Africa, terra madre dei grandi del blues.

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La necessità risiede nel non perdere i contatti con le nostre origini, con quell’energia che si è trasformata nel tempo dando vita al nostro presente, cammino che non dovremmo dimenticare, né criticare (»»qua). Costumi, tradizioni, riti, rituali, usanze, folclore, leggende che si evolvono e che poggiano le basi su un passato a volte lasciato nel dimenticatoio.

Sia come sia, sia chi sia:

Ricerca non vuol dire possesso della verità o dipendenza della verità da una tradizione o da una rivelazione, ma vuol dire che l’uomo si rende conto che la verità non è mai conclusa e che deve essere oggetto di continua investigazione. L’atteggiamento mentale del ricercatore è dunque caratterizzato dal fatto che egli non si considera in possesso della saggezza, della sophìa, ma si sente sempre in cammino verso una mèta che, nella sua perfetta totalità, è irraggiungibile [...]” (2).

Nella nostra investigazione bisogna tener in conto tutto, ogni cosa ogni oggetto (»»qua) ogni dettaglio, dalle lettere di una volta, alle statue cittadine dell’Ottocento alle registrazioni di battesimo o a quelle di morte, dai contratti di compravendita ai cocci del vaso etrusco ritrovato per caso mentre si lavoravano i campi, nulla deve sfuggire sia pur l’ossidata vanga piena di terra che custodisce gelosamente il nonno per richiamare alla mente la sua giovinezza passata a lavorare con sforzo. Non dimenticando l’oralità degli avvenimenti, quelli che un antenato o nostro padre hanno tramandato nei racconti verbali, restando impressi in un video o in una vecchia cassetta registrata con la loro voce (»»qua). Documenti storici che ci permettono entrare nelle mentalità delle epoche, fornendoci un legame fra ieri e oggi.

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Attrezzi del passato, Firenze, Duomo

Serve dunque, per esempio, analizzare l’evoluzione di uno specifico attrezzo, o di una singola parola o espressione, di un gesto che viene da lontano e caratterizza un italiano uno spagnolo un americano. Così come serve ricordare il modo e la maniera come i nostri genitori si rivolgevano a noi, i loro consigli, in che modo preparavano un pranzo festivo, come addobbavano la casa a Natale. La memoria è un muscolo che bisogna allenare, diceva qualcuno, e ancor più è una realtà che necessitiamo per affrontare le sfide odierne e dare il meglio di noi… e se abbiamo memoria degli “errori” (non credo siano errori!) nostri e altrui, allora potremmo agevolare il nostro vivere.

Ben vengano dunque rievocazioni storiche, sfilate, cortei, purché ben costruiti e documentati, sono d’aiuto a preparare il terreno per ulteriori approfondimenti e avvicinare ragazzi e meno “ragazzi” alla storia locale. Sì, storia locale, ché la Storia è fatta principalmente da piccoli quotidiani celati eventi che talvolta sfuggono alla nostra attenzione e hanno rilevanza più di quanto crediamo.

Per giochi di memoria, ritorna alla mente Walter Benjamin e il suo Angelo della Storia, quello di Paul Klee per intenderci, raffigurazione piena di significato, quello che lui amava tanto che se lo porterà dietro in ogni sua peregrinazione, significando, fra l’altro, che la storia non ci abbandona mai (»»qua).

S’è iniziato questo articolo con un video colmo di domande, si chiuderà con un invito a osar cambiare prospettiva, punti di vista, punti di riferimento:

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- 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.
- 2. Enzo Paci, Storia del pensiero presocratico, ed. Radio Italiana, 1957.

Sep 292013
 

Nel percorso evolutivo dell’uomo, la creatività ha giocato uno dei ruoli fondamentali per lo sviluppo della società come oggi la conosciamo. Le diverse epoche storiche hanno visto nascere crescere e maturare idee che hanno portato trasformazioni in cui la condivisione delle conoscenze è stata fattore determinante.

Soffermando la nostra attenzione nel periodo che interessa questo blog, l’Età moderna, potremmo riflettere sul XVII secolo e sulle tante scoperte avvenute, dalle leggi che regolano la rifrazione della luce di Willebrord van Roijen Snell al barometro di Torricelli, dalla famosa legge di Boyle alla gravitazione universale di Newton. Scoperte che avevano uno dei tanti “semi”, per fare un esempio che ben conosciamo, nell’ingegno di Leonardo da Vinci.

Newton e il suo Philosophiae naturalis principia mathematica

Newton e il suo Philosophiae naturalis principia mathematica

Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”, avrebbe detto Newton in una lettera a Robert Hooke (?) (1), quell’Isaac matematico fisico astronomo alchimista filosofo, autore fra l’altro del Philosophiae naturalis principia mathematica, prodotto, uomo-idee, di una “concatenazione” di eventi che veniva – non solo – dall’eliocentrismo di Copernico, passando per i movimenti dei pianeti di Keplero, etc.

Come a dire:

Un’idea è né più né meno che una nuova combinazione di vecchi elementi, [e] la capacità di portare i vecchi elementi in nuove combinazioni dipende in gran parte dall’abilità di vedere le relazioni. La disposizione mentale che conduce a una ricerca di relazioni tra i fatti è della massima importanza per la produzione di idee.” (2)

E la loro creatività, bisogna pur sottolinearlo, avvenne, almeno nel periodo rinascimentale, in un ambiente favorevole, quello delle corti che daranno l’avvio a progetti riflessioni discussioni di non poco conto, occupandosi di letteratura filosofia scienze astrologia matematica musica poesia pittura, materie connesse e interconnesse che permisero e permettono ancora oggi avere una visione d’insieme per meglio affrontare le sfide dell’ingegno.

La scuola di Atene, Raffaello Sanzio (1509-1511 ca.)

La scuola di Atene, Raffaello Sanzio (1509-1511 ca.)

Ma che cos’è la creatività per un uomo del XXI secolo? È la stessa di cento o duecento o trecento anni fa? È sfidare la natura? È andar controcorrente? Da dove bisogna partire? Forzando un po’ Cartesio:

La mia terza massima fu di vincere sempre piuttosto me stesso che la fortuna, e di voler modificare piuttosto i miei desideri che l’ordine delle cose nel mondo” (3), scriveva il filosofo e matematico francese nel XVII secolo.

Nel 1996 Steve Jobs rifletteva:

Creatività è semplicemente connettere le cose. Quando si chiede alle persone creative come hanno fatto qualcosa, si sentono un po’ in colpa, perché realmente non hanno fatto nulla, hanno solo percepito qualcosa. Dopo un po’, a loro sembra ovvio. Questo perché sono stati in grado di collegare le esperienze che hanno avuto e sintetizzare nuove cose. E la ragione per cui sono stati in grado di farlo è che hanno avuto più esperienze o hanno riflettuto di più sulle loro esperienze di altre persone.” (4)

L’inventiva, dunque, poggia sempre le basi su pilastri già abbozzati, su fatti eventi disegni pre-esistenti, su quel continuum storico di cui parliamo spesso, tale da poter affermare che l’invenzione della locomotiva a vapore dell’Ottocento è figlia degli esperimenti del Seicento di Thomas Savery e Thomas Newcomen, così come il Seicento è frutto del Cinquecento e via indietreggiando nel tempo.

Creatività è pur fantasia, arte di improvvisare, estro. Facciamo un salto temporale e guardiamoci questo interessante spezzone di un famoso film del 1936 di Charlie Chaplin, Tempi moderni.

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Parole immagini musiche che giocano a “creare” emozioni valide ancora oggi e che servono a preparare il terreno a nuove “realizzazioni”, gioco che divide un passaggio dal cinema muto a quello parlato – 1926/’27. Chaplin vide e visse quel cambio, difficile da assimilare per un attore abituato a recitare con il corpo, difatti solo nel 1940 si dedicò al suo primo film sonoro, Il grande dittatore.

Immagini che potrebbero condurre a muoverci con disinvoltura fra le varie discipline, per esempio ritornando all’arte impressionista del XIX secolo, movimento di partenza di quella più moderna a noi contemporanea, o ancora nei primi tentativi di fotografia da parte di Nadar e le sue sperimentazioni nelle catacombe parigine con luce artificiale.

Oggi più che prima, dove tutto è interconnesso e molto più facile da condividere, dove la creatività è lavoro partecipativo, di più persone alla volta, dove tutto sembra essere capacità di “assemblare” varie parti, ascoltiamo cosa ci dice sir Ken Robinson sulla scuola.

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Qua mi fermo, segnalando un pensiero di Enzo Mari: da riflettere! (5)

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- 1. Attribuita a Bernardo di Chartres da Giovanni di Salisbury.
- 2. James Webb Young, A Technique for Producing Ideas: The simple, five-step formula anyone can use to be more creative in business and in life!, Waking Lion Press, 2009 [parte trad. a cura di G. Armato].
- 3. – Renato Cartesio, Discorso sul metodo, Mursia, Milano, 1991.
- 4. Wired, February, 1996 [parte trad. a cura di G. Armato] »»qua.
- 5. »»qua stralci dell’intervista per meglio comprendere le sue idee.

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Piccola bibliografia:

- Edward De Bono, Creatività e pensiero laterale, Bur, Milano, 2001.
- Edward De Bono, Il pensiero laterale, Bur, Milano, 2000.
- Fernando Trias De Bes, Philip Kotler, Marketing laterale. Tecniche nuove per trovare idee rivoluzionarie, ed. Sole 24 ore, 2008.
- Jules Henri Poincaré, Scienza e metodo, Einaudi, 1997.

Sep 152013
 

«- Lo sai perché mi piace cucinare?
- No, perché?
- Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire niente, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è un tale conforto!» (1)

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Bon appétit!

La storia del cibo è sicuramente una delle più affascinanti, tradizioni legate alla memoria di ciascuno di noi, tradizioni che sembrano restare immutate nel tempo e che si evolvono lentamente, almeno fino a qualche decennio fa. Pasti, la colazione il pranzo la cena, parte del nostro quotidiano vivere e ripetuti giornalmente, talvolta dimenticando la provenienza di certe consuetudini.

In questi ultimi anni il boom dei blog e dei siti dedicati alle ricette culinarie è cresciuto in maniera esponenziale, chi si occupa di dolci, chi di primi piatti, chi di secondi, chi di sole torte, un modo per riavvicinarsi alla cucina, forse a quella di una volta, a quella della nonna o dell’anziana zia, tramandata in un pezzetto di carta scolorita, una miscela di ingredienti che sembrano riprendere forma e sapore alla luce del XXI secolo.

E nel passato bisogna metter le mani, magari iniziando da Colombo, per soffermare la nostra attenzione sul periodo storico che interessa questo blog, l’Età moderna, su quei frutti che i primi spagnoli imbarcarono sulle loro caravelle e portarono ai re cattolici (»»qua un articolo sui cacciatori di piante). Viaggi in occidente e in oriente i quali, con il trascorrere del tempo, arricchirono la nostra cucina con alimenti che talvolta generavano malattie sconosciute, ricordiamo la “pellagra” del XVII-XVIII sec. (»»qua un relativo articolo). Altri, come la patata, che Federico II di Prussia suggeriva fortemente coltivare in modo estensivo, per supportare il nutrimento popolare, a quel tempo e in certi luoghi scarso.

Dal Nuovo Mondo venne anche il cacao:

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«- La tua cannella sembra rancida!
– Non è cannella, è uno speciale tipo di peperoncino
– Peperoncino nella cioccolata calda?
– mmh, vedrai: ti tirerà un po’ su!» (2)

Incontro di culture ancestrali, quella dei maya e quella francese ancora legata a vecchi abiti, in questo film in cui la protagonista, Vianne, maneggia con destrezza un alimento millenario, il cacao. Il cacao, ritornando al nostro Cristoforo, fu uno di quei prodotti della terra entrati in Europa poco dopo la scoperta dell’America, quel kakaw uhanal, ovvero cibo degli Dei, nella lingua indigena maya, simbolo di prosperità nei riti religiosi, medicina, e moneta, ché con tre semi si comprava una zucca e con quasi cento un mantello di cotone.

Parlando di tradizioni, restiamo nel XVI sec. e prepariamo una ricetta di Cristoforo da Messisbugo, scalco nella Corte Estense a Ferrara; ha tutta l’apparenza di esser gustosa:

Cesi infranti con codeghe”:

Piglia i tuoi cesi mondi e netti, e lavali con acqua di Po ovvero di fiume e poneli a cuocere in detta acqua. E così come si vanno cuocendo, aggiungegli buon brodo grasso, e poi piglia una buona pestata di lardo e gettagliela dentro a cuocere, e fa che sia ben pesta. E poi piglia le tue codeghe cotte allesso da sua posta, e tagliale in quadretti e gettagliele dentro con erbe oliose che sian ben peste con i coltelli; e fa che gli sia, sopra il tutto, della menta, o verde o secca in polvere, e pevere e gengevero. E poi l’imbandirai.” (3)

Ceci? Chi di noi ha qualche capello bianco si ricorderà della pasta e ceci degli indimenticabili Aldo Fabrizi e Ave Ninchi, in cui si cita anche la storia, l’Herbario Nuovo di Castore Durante, medico e botanico del Cinquecento:

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A questo punto ci sta un dolce (4):

Dolci alla zenzero

Lo zenzero, uno degli elementi largamente adoperati, insieme al pepe, ai chiodi di garofano, alla cannella, alla noce moscata – per coloro che certamente potevano permetterselo – nella cucina rinascimentale, tanto da metterlo nella preparazione del cappone, del montone, della birra, delle torte, dei biscotti. Qualcuno lo usava addirittura per alleviare il mal di denti o restare sveglio la notte. Spezie, una volta, monopolio, durante il Medioevo, dei mercanti arabi, dei veneziani, dei genovesi e di qualche catalano, poi largamente importati, già avanti nel periodo moderno. Spezie che, in un certo qual modo, invogliarono l’esplorazione di nuove rotte commerciali e di conseguenza il ritrovamento colombiano.

Il caffè, signori stavamo dimenticando il caffè!

Caffè originario dell’Etiopia – anche, ma non solo -, e di cui oggi la Colombia è uno dei maggiori esportatori di caffè soave al mondo (»»qua un articolo con immagini), quel caffè con cui il giovane Michaelowitz preparò, a fine battaglia di Vienna del 1683, si dice, uno dei primi cappuccini proprio al frate Marco d’Aviano (»»qua la storiella).

Ma il caffè ha tutta una sua preparazione, legata ai costumi del nostro sud, a Napoli, a Edoardo de Filippo e al suo teatro… perché il caffè deve essere tostato a “… color manto di monaco”:

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Non ci resta che andar a mangiare qualcosa!

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- 1. Julie Powell (Amy Adams), nel film Julie & Julia, diretto da Nora Ephron, 2009.
- 2. Vianne (Juliette Binoche), nel film Chocolat, diretto da Lasse Hallström, 2000.
- 3. Cristoforo da Messisbugo, Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, Neri Pozza, 1960.
- 4. Roberto Carretta, In taverna con Shakespeare. Amori, vendette e inganni a banchetto, Il leone verde ed., Torino, 2005, Kindle, Pos. 887.

Sep 092013
 

Chi fa flanella lo sa bene, ogni luogo, specialmente pubblico, ha una storia da raccontare, ogni passante è portatore di memorie, tutte, tutte degne di nota e di essere trasmesse al futuro. Passato presente futuro diventano così, negli oggetti e negli uomini, incarnazioni della nostra presenza su questa Terra, un messaggio da non sottovalutare.

Nel trascorso dei secoli, il concetto di spazio pubblico, per lo più associato alla storia urbana, subisce una trasformazione, spesso lenta e invisibile nel breve tempo, che partendo dall’agorà dei greci, passando per il foro romano, proseguendo per le piazze e mercati medievali, ci porta – parlando dell’Epoca moderna – ai borghi e all’espansione delle nuove città, con una serie di problematiche ben lungi dall’essere oggigiorno risolte.

Elemento determinante e fattore d’unione, dicevamo, è l’uomo, quell’uomo che, consapevole nel Rinascimento delle sue potenzialità, comprende che lo sviluppo di una società inizia dallo strutturare creativamente e coscientemente il proprio luogo, luogo in cui svolgere “lavori” atti a migliorare le condizioni della collettività.

Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Acquedotto dell’Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Un tempo, il cammino verso il fiume per attingere acqua o il riunirsi nei lavatoi pubblici poteva essere motivo e luogo d’incontro, così come ritrovarsi nelle fontanelle induceva a condividere gli ultimi fatti e misfatti del paese, e, ancor oltre, le piazze pubbliche o lo spazio antistante alle entrate dei luoghi di culto dava opportunità a fugaci raduni o saluti convenevoli, per non dimenticare fiere mensili e mercati rionali settimanali che permettevano scambi economici: un mondo vibrante che talvolta stentava a sopravvivere (basta pensare alla peste del XIV sec. o a quella di manzoniana memoria) e che usciva dal Medioevo e si metteva con vigore nei secoli XVI e XVII (»»qua un articolo con slide su Il lento passaggio dal medioevo all’età moderna).

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

La disposizione innata a socializzare dell’essere umano indusse i governanti, entrando ben oltre l’Età moderna, a creare ambienti in cui si facilitava una “socievole vita pubblica” che usciva gradualmente peraltro dalle corti e interessava oramai tutti, quello spazio in cui gli individui, per dirla con Hannah Arendt (1906-1975) (1), hanno la possibilità di interagire e mettere in pratica le conseguenti azioni, dando un certo significato politico al luogo.

E allora il video che segue ci porta a entrare nelle dinamiche dei piccoli spazi urbani di una città, New York, in pieno XX secolo, che vive e palpita per la propria voglia di condivisione e partecipazione, dove qualcuno prende parte più che un altro, e dove ancora “Il modo in cui le persone utilizzano un posto rispecchia le aspettative” (2).

Ciò per dire, con Simmel (1858-1918), a fine XIX inizi del XX secolo, che

“[...] le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto [...]” (3).

Ma i tempi cambiano, si evolvono nell’ormai Vita liquida, ricordando Zygmunt Bauman (1925) (4):

Zygmunt Bauman, citazione

Zygmunt Bauman, Vita liquida

Nella lunga e instancabile “passeggiata” storica, il ruolo degli spazi fisici – caffè biblioteche salotti culturali piazze angoli strade etc. – è cambiato di volta in volta in base ai bisogni e alle necessità, giungendo ai nostri giorni alle vetrine virtuali internettiane, facebook, twitter, google+, blog, vetrine in cui tutti indistintamente possono compartecipare idee progetti esperienze, vetrine che stanno cambiando il modo di socializzare, vetrine che rappresentano una comunità che ha tuttavia desiderio di “comunicare” ed essere presente in un mondo sempre più aperto e globalizzato. Con la possibilità, seduti davanti un computer, di discutere con un amico giapponese, australiano argentino, comprare un libro in inglese in Barnes & Nobles e mandarlo a un conoscente in Inghilterra per dialogare in rete del tema.

Percorso di un’evoluzione da non criticare né biasimare, dinamiche con le quali bisogna convivere nel migliore dei modi, adoperando l’esperienza che il passato ci offre per comprendere e accettare il mondo in cui viviamo.

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- 1. Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, 2000.
- 2. William H. Whyte, The social life of small urban spaces, Project for Public Spaces Inc., New York, 2001.
- 3. George Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Armando ed. 1995.
- 4. Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2008.

Aug 302013
 

Mi diceste una volta che con un abito da sera e una cravatta bianca,
chiunque, anche un agente di cambio,
può acquistarsi la riputazione di una persona civile.
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1891)

 

Potremmo iniziare con il dire che non c’è moda se non ci sono i relativi accessori, e non da ora, fin dai tempi dei tempi: da Cleopatra? da prima? Cravatta, falsi nei, ventagli, collane, bracciali, anelli, foulard, e mille altri complementi, hanno creato un’industria che supporta lo stile, uno stile in cui “L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai” (1).

Potremmo però domandarci innanzi tutto che cos’era la moda una volta, e rispondere con le parole di Bianca Maria Rizzoli:

La moda è un fenomeno talmente complesso che riesce difficile darne un’univoca definizione. La maggior parte degli autori ne traggono conclusioni sociologiche. La moda sarebbe (o sarebbe stata) un fenomeno che evidenziava la differenziazione delle classi sociali.” (2)

E se poi seguiamo l’idea di Coco Chanel, “La moda è fatta per diventare fuori moda”, entriamo in un continuum storico che partendo da lontano sembra giungere a noi con una serie di rimandi, di ritorni, quasi di comparse e ricomparse, di proposizioni e riproposizioni, che sembrano dire “Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda” (3). Un gioco della storia dei costumi e della moda in lato sensu che è parte attiva e partecipe del nostro quotidiano vivere e che, attraendo, raggiunge oggigiorno enormi masse di persone dalle disparate evidenze sociali.

Bruegel il Vecchio, Banchetto nuziale, 1566 ca., particolare; Hieronymus Bosch, Il figliuol prodigo, 1510 ca., particolare; scarpa da donna 2012

Bruegel il Vecchio, Banchetto nuziale, 1566 ca., particolare; Hieronymus Bosch, Il figliuol prodigo, 1510 ca., particolare; scarpa da donna 2012

Cosicché, se, per semplice curiosità, facciamo un salto nel ‘400 o nel ‘500 e analizziamo un quadro del tempo, soffermando la nostra attenzione sulle scarpe e poi sbirciamo il nostro 2013, potremmo esser presi dall’interesse a investigar ulteriormente e sulla loro evoluzione, sia dal punto di vista del materiale adoperato, sia del disegno, sia del lavoro artigianale o meccanico, colori forme tratti che potrebbero identificare un’epoca, in cui era palese – nella grande massa - il valore dell’uso e della comodità che della ricercatezza.

Lord Brummell, Ottocento; pantalone 2013

Lord Brummell, Ottocento; pantalone 2013

Allo stesso modo sui pantaloni maschili del Settecento al confronto a quelli odierni o sulle cravatte di lord Brummell, e, per andare oltre, su come è cambiato il significato del “lusso” nel trascorso dei secoli, ciò che ieri era prezioso, il sale il pepe le spezie in generale, oggi non lo è, ciò che ieri era destinato a pochi, oggi è a portata di tutti. Cambia dunque il concetto – anche ma non solo – in base alla possibile quantità disponibile, ma oggi, rispetto a ieri, entra in gioco il “prestigio”, i personaggi di rilievo che “mettono” il loro nome (la loro esperienza) nell’oggetto e ne fanno un cult, un desiderio da appagare, il tutto in una complessa azione di marketing.

Il gioco, di cui accennavamo prima, si fa sempre più evidente con l’introduzione di internet, dei blog dedicati alla moda »qua uno dei blog più famosi in occidente), agli annessi e connessi, immagini che permettono “trasmettere” dinamiche anche di Paesi e mondi poco conosciuti (»»qua il lavoro dietro una sfilata di moda), foto presenti, per esempio, su Instragram o Pinterest, “fenomeni sociali” che divulgano i più variopinti “eventi”. Dove  l’individuo, talvolta privo di visione storica, propone un proprio senso estetico, un proprio gusto, una propria prospettiva del presente, cosicché basta un sito web e un video per raggiungere decine di migliaia di possibili utenti: processo che è bene studiare per penetrare le caratterizzazioni della nostra vita quotidiana.

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Considerare, in sostanza, quella onnipresente continuità storica di cui parliamo spesso, quelle complesse relazioni e interrelazioni che dominano la nostra vita e di cui dovremmo tener conto e prendere atto ogni qualvolta affrontiamo un argomento per approfondirlo e offrirlo, è proposito necessario per documentare un mondo che varia a ritmi primi impensabili, in cui il cambio deve, o dovrebbe essere, cosciente, consapevole, informato del proprio passato.

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- 1. Audrey Hepburn (»»qua)
- 2. Bianca Maria Rizzoli, Il fenomeno moda, babilonia61.com, 28 nov. 2008.
- 3. Leo Longanesi, La sua signora, Rizzoli, 1957.

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Suggerimenti lettura:

- Carlo M. Belfanti, Civiltà della moda, il Mulino, 2008.
- Melissa Leventon, L’abbigliamento nel mondo, Logos, 2009.
- M. Giuseppina Muzzarelli, Breve storia della moda in Italia, il Mulino, 2011.
- M. Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, il Mulino, 2008.
- Paul Poiret, Vestendo la Belle Époque, Excelsior 1881, 2010.
- Roland Barthes, Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento, Einaudi, 2006.

May 042013
 

Pistoia, Dialoghi sull'uomo, IV edizione, 2013Inizia fra qualche giorno, 24-25-26 maggio 2013, la IV edizione di Pistoia, Dialoghi sull’uomo, evento cui sono particolarmente legato, giacché presente in una città a me cara.

Stavolta il tema è “L’oltre e l’altro. Il viaggio e l’incontro”, un tema che mi riguarda, giacché come nomade, come viaggiatore instancabile, analizza i vari aspetti culturali dell’essere.
Argomenti come Professione giramondo di Tony Wheeler e Gabriele Romagnoli, o Il viaggio: andata o ritorno di Claudio Magris, e ancora Lontano da dove? Diverso da chi? Il viaggio e l’immaginario di Marco Aime, Viaggiatori e antropologi nello sguardo dei nativi di Adriano Favole, e via dicendo, temi da non perdersi assolutamente per entrare nelle nostre dinamiche ancestrali, noi, popolo nomade da sempre, fin dalla comparsa su questa terra.

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