babilonia61

Apr 292012
 

Il 25-26 e 27 maggio 2012, Pistoia sarà per la terza volta sede di una manifestazione a me cara, ritornano i “Dialoghi sull’uomo”. Quest’anno sono incentrati sul dono, sulla condivisione, sul regalo come forma di socializzazione e rapporto umano, e non solo dal punto di vista fisico, ma anche intellettuale, spirituale, sentimentale, e via dicendo.
Un evento che vede invitati studiosi come Daniel Pennac, Stefano Benni, Marco Aime, Corrado Augias, Zygmunt Bauman, Stefano Bartezzaghi, Anna Bonaiuto e tantissimi altri (»»»qua il programma).
Stavolta, ahimè, non sarò presente, mi trovo dall’altra parte dell’oceano Atlantico, e confesso mi piange il cuore non poter assistere a una celebrazione – giacché si celebra l’uomo nelle varie sfaccettature – cui vale la pena partecipare.
Vi prego, andate e fatemi sapere.

Apr 272012
 

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, entrata

Solo chi vive in una grande città, in una metropoli come Bogotà, può sapere cosa significa traffico, qual è il vero senso del “trancón”. Eppur l’amore verso la cultura non conosce ostacoli.
Ebbene, sabato scorso, dopo 45 minuti immerso in un andirivieni di auto moto camion biciclette, e pioggia, elementi costanti da queste parti, sono andato a conoscere la nuova biblioteca pubblica di Bogotà, dedicata a Julio Mario Santo Domingo; scrivo nuova, giacché data appena maggio 2010 (»»»qua delle immagini a 360°, »»»qua un video dell’architetto progettista).
Facente parte della Bibliored, Red Capital de Bibliotecas Públicas, in un’estesa superficie verde di sei ettari, circondato dalle Ande, immerso nelle Ande, il centro culturale si presenta come un’enorme infrastruttura che può accogliere, secondo i progettisti, ben oltre il milione di utenti l’anno. E in effetti, gli ampi spazi disponibili e le capacità ricettive ben accordano tale cifra, sebbene, per il momento, gli usuari non superino la quantità di circa 1000 il giorno.

Cosicché salgo per le comode verdi-scalinate, m’incammino per i tre piani del complesso, evito l’ascensore, voglio far flanella, vedendo ascoltando tastando ogni possibile anfratto che mi parli con le parole del luogo.
Teatro, cinema, zone aperte e chiuse, ambienti per libri infantili e giovanili, poi una mostra, poi ancora una fornita emeroteca, mi colpiscono gli scaffali che contengono libri in Braille e la grande quantità di postazioni internet. Proseguo lento. Ah, ecco in una sala ci sono degli anziani che stanno apprendendo a usare il computer, in un’altra leggono ad alta voce. Ovvia, non posso crederlo: c’è anche una lezione di ballo, salsa. Che meraviglia, la cultura a 360 gradi!

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, postazioni computer

Mi soffermo a parlare con un’impiegata, giovane, come tutti, dico tutti, i dipendenti della biblioteca. Chiedo a Emilzen Bohorquez informazioni sulla quantità dei libri, mi dice che, seppur ancora nuova, la biblioteca accoglie oltre 40.000 fra libri, cd, dvd e audiolibri, catalogati, con qualche eccezione, secondo il sistema Dewey. La maggior parte dei volumi sono moderni, nel senso che non vi sono né manoscritti né incunaboli né testi di particolare pregio. Eppur il vero pregio della Santo Domingo sono gli ospiti. Sissignori, sono gli utenti!

Dicevo giovani, meno giovani, aggiungo studenti, persone in età matura, anziani, più anziani ancora: insomma, non esagero se dico che la biblioteca è frequentata da bambini di 2-3-4 anni, fino a persone di oltre settanta anni, animati da una voglia di sapere scoprire indagare leggere curiosare appassionarsi che mi sorprende, e mi sorprende benevolmente, nel senso che il loro desiderio di cultura è un desiderio sano, veritiero, sincero, è un desiderio che varca la soglia del falso sapere, che varca le porte del conoscere per dimostrare agli altri, che va ben oltre la fugace materialità, è un sapere che fa crescere la persona.

Biblioteca Julio Mario Santo Domingo, sala lettura

Non mi fermo, ho ancora fiato per scambiate due parole con un’altra impiegata che lavora in direzione, là dove parte tutta l’organizzazione. Mi informa che la scelta dei libri e la quantità che ricevono dipende dalla sede centrale, da Bibliored, sono loro che selezionano e distribuiscono a secondo delle necessità locali. E sì, perché a Bibliored sono legate 20, dicesi 20, biblioteche, da quelle Mayores, che sono 4, a quelle Locales, 6, a quelle dei Barrios, altre 10, e, dulcis in fundo, un BiblioBús che si sposta giornalmente per la città avvicinando la cultura nelle periferie di una città che conta 8-9 milioni di abitanti.
Resto affascinato da un insieme organizzativo che permette alla gente accostarsi al sapere, che offre a tutti, indistintamente, la possibilità di superare i propri limiti, che invita, nel vero senso della parola, ad approfondire argomenti e fatti in modo semplice, immediato, facile. E sebbene la biblioteca Julio Mario Santo Domingo sia appena nata, ha tutte le capacità e risorse per essere uno dei centri culturali di spicco del Paese. Lo merita e lo merita anche un popolo che ha voglia di cultura!

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Apr 272012
 

Sólo aquellos que viven en una gran ciudad, en una ciudad como Bogotá, pueden saber que significa tráfico, cuál es el verdadero significado de “trancón”. Sin embargo, el amor por la cultura no conoce obstáculos.
Bueno, el sábado pasado, después de unos 45 minutos inmersos en un laberinto de camiones autos motos bicicletas, y lluvia, elementos constantes en estas partes, fuimos a conocer la nueva biblioteca pública de Bogotá, dedicada a Julio Mario Santo Domingo, digo nueva porque fecha mayo de 2010.
Haciendo parte de la Bibliored, Red Capital de Bibliotecas Públicas, en una extensa área verde de seis hectáreas, rodeada por los Andes, ubicada en los Andes, el centro cultural es una enorme infraestructura que puede hospedar, según los diseñadores, más allá de un millon de usuarios al año. De hecho, los amplios espacios y la capacidad de la infraestructura lo permiten, aunque por el momento, los visitantes no excedan los 1000 al día.

Así que subo por las verdes escaleras, camino por las tres plantas del complejo, ya que evité el ascensor, quiero escuchar todos los rincones que me hablen de cultura.
Teatro, cine, espacios abiertos y ambientes cerrados, libros para jóvenes para niños, y luego una esposicion de arte, varios periódicos listos por ser leydos, hasta que llegué a las estanterías que contienen los libros en Braille, finalmente una gran cantidad de computadores para acceso a internet.
Camino lento. Ah, aquí estamos en una sala donde los ancianos están aprendiendo a manejar el computador, en otra parte se lee en voz alta. Obviamente, yo no lo puedo creer: hay también una lección de baile, la salsa. ¡Qué maravilloso, cultura a 360 grados!
Me detengo a hablar con una empleada, una joven: me gusta que los responsables sean personas jóvenes, tienen entusiasmo y pasión por el trabajo. Pido información a Emilzen Bohórquez, que en este momento está en la recepción, sobre la cantidad de libros que hay en la biblioteca, me dice que, aunque todavía sea nueva, hay más de 40.000, incluyendo libros, CDs, DVDs y audiolibros, catalogado, con algunas excepciones, de acuerdo con el sistema Dewey. La mayoría son modernos en el sentido de que no hay manuscritos o incunables, o libros de especial valor. Y, sin embargo, el valor real de la biblioteca son los usuarios. Sí, señor, son las personas que vienen a vistarla!
Son jóvenes, mayores, estudiantes, son infantes, gente comun: en una palabra, no exagero cuando digo que la biblioteca es frecuentada desde niños de 2-3-4 años hasta personas de más de setenta años, animadas por el deseo de aprender, de leer, de investigar, de navegar en internet, me apasiona y me sorprende con gracia, en el sentido que su deseo de cultura es un deseo sano, honesto, sincero, es un deseo que cruza el umbral del falso conocimiento, que va más alla del saber para mostrar a otros, más allá todavia de la materialidad efímera, es el conocimiento que hace que la persona pueda crecer en su interior.

Todavía tengo ganas de conversar, encuentro otra empleada que trabaja en la dirección, donde está toda la organización. Me informa que la elección de los libros y la cantidad que reciben depende de la sede de Bibliored, son ellos los que seleccionan y distribuyen de acuerdo a las necesidades locales. Ya que a Bibliored estan afiliadas 20 bibliotecas, las Mayores, que son 4, las Locales, 6, las de Barrios, otras 10, y, por último, pero no menos importante, una biblioteca itinerante – BiblioBús – que viaja diariamente para acercar la cultura en los suburbios de la ciudad, de una ciudad que cuenta 8-9 millones de habitantes.
Estoy fascinado por la buena organización que permite que la gente sepa, que todos, sin distinción alguna, tengan oportunidad de superar sus limitaciones, en el verdadero sentido de la palabra, para encontrar respuestas de manera sencilla, directa, fácil gracias a la cultura.
Y a pesar de que la biblioteca Julio Mario Santo Domingo acaba de nacer, tiene todas las caracteristicas y recursos para ser uno de los principales centros culturales del país.
Se lo merece y se lo merece también un pueblo que quiere cultura!

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Apr 252012
 

Caos, migrazione, strade affollate, fumo, smog, euforia, stupore, alcuni dei tanti aggettivi che potrebbero esserci utili per identificare Londra nel XVIII secolo, un secolo che porta già nei primi decenni i germi della rivoluzione industriale, degli imminenti cambi che percorreranno l’Europa intera.
Proprio in quegli anni la popolazione della Gran Bretagna cresce in modo davvero rapido, passerà da poco più di 5 milioni nei primi del ‘700 a circa 9 entro fine secolo (»»»qua). Crescita dovuta, fra le altre cose, a un miglior benessere rispetto al secolo anteriore, a una minore mortalità infantile, a un certo incremento economico. Persone che dalle zone rurali irlandesi, scozzesi, gallesi “invaderanno” non solo Londra, ma anche altre città di una certa importanza, alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Giovani che si impiegheranno come apprendisti, aiuto bottegai, nelle nuove fabbriche, donne contrattate, fra le altre attività, come aiutanti nelle case dei nuovi ricchi.
E non solo la capitale sarà testimone di una rapida crescita, anche città del nord come Manchester e Leeds, dove si apriranno nuove fabbriche, dove migliaia di persone si sposteranno a partire dalla seconda metà del ‘700. La struttura sociale ed economica dell’isola cambierà palesemente.
Londra, che agli inizi del XIX secolo conta già un milione di persone, circa un decimo della popolazione di tutta la Gran Bretagna, inizierà a modernizzarsi, teatri, pensioni, attrazioni, negozi con l’ultima moda, luoghi per divertimento. Le strade saranno affollate da gente che va e viene, che compra, che contratta, che beve e che mangia, che chiede l’elemosina, strade dove scarrozzano nobili e nuovi possessori di capitali che metteranno in moto l’economia come non prima.
La folla invaderà però quelle strade e stradine che erano rimaste tali da decenni, dal Medioevo, piccole, strette, buie, che si congestioneranno non appena due o più veicoli trainati da cavalli si incroceranno, magari percorse anche da venditori ambulanti, o che saranno impraticabili d’inverno per la pioggia e il conseguente fango, o per la polvere causata dal caldo estivo.
Londra, sebbene viva e palpitante, poteva apparire ai viaggiatori inquinata, con smog, con alcune vie e viuzze sporche all’estremo, a tal punto che si racconta che certe lettere inviate dalla capitale avevano un odore di “fuliggine”. E non dimentichiamo i fiumi, spesso maleodoranti e pieni di sporcizia, così come le fogne a cielo aperto, così come i rifiuti delle attività economiche giornaliere, dei macellai, dei verdurai, degli animali, e via dicendo.
Solo verso la fine del secolo in questione, si cercherà di rimediare: pavimentazione e migliore drenaggio delle strade (1760), pulizia delle stesse, rimozione insegne pericolose, illuminazione con lampade ad olio, maggior sicurezza urbana. Insomma, il XIX secolo vedrà Londra come una delle città più desiderate d’Europa.

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»»»qua altri articoli relativi a Londra, alla Gran Bretagna, alla Rivoluzione industriale.

Apr 232012
 

Docente di storia dell’arte dal 2007, Valentina Casarotto non ha mai smesso di studiare, consultare documenti, scrivere articoli specialistici, seppur impiegata in settori ben diversi alla sua laurea.
Amante del collezionismo numismatico in età moderna, lo vive in perfetta e appagante solitudine, condividendone i risultati con i pochi altri colleghi. Partecipa con i suoi studenti la passione per la storia dell’arte in generale e in particolare per la pittura moderna.
Uscirà a fine aprile un suo romanzo storico dedicato a una figura femminile che caratterizzò un’epoca, che aprì un cammino, che immortalò la tecnica a pastello: Il segreto nello sguardo. Memorie di Rosalba Carriera prima pittrice d’Europa (»»»qua).

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- Che cos’è per lei la Storia, che rapporto ha con essa?
La Storia per me non è un concetto astratto. Per uno studioso è il respiro dei manoscritti, la polvere dei volumi antichi, il fascino delle incisioni, la fragilità della carta corrosa dall’inchiostro ferroso, è il soffio della vita del passato che rivive nei particolari insignificanti della quotidianità: un termine in dialetto in una lettera del Seicento, una glossa privata che si insinua in un atto pubblico. Spesso, mentre sfoglio i manoscritti, ascolto la musica del medesimo secolo e magari ricordo la produzione di qualche pittore coevo. Mi sembra che mi aiuti a capire maggiormente quel tempo che dista da noi qualche secolo. Come si vede quindi per me il rapporto con la Storia è una necessità declinata al presente.

- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
La coscienza storica è saper attribuire un valore agli oggetti che la storia ci ha consegnato in eredità ma anche in custodia per le generazioni future, come del resto cita il nostro Codice dei Beni culturali e la Costituzione Italiana. La comprensione del valore di un bene quale testimonianza di una civiltà o di un momento storico inizia attraverso la conoscenza delle sue caratteristiche materiali e stilistiche, si realizza attraverso la tutela del bene nella sua integrità, ma si concretizza pienamente attraverso la valorizzazione, che è poi un processo di condivisione del suo valore con l’intera società. In ultima analisi solo la coscienza storica permette di preservare e tramandare il passato, comprendendone il valore assoluto per l’intera umanità.

- Coscienza storica potrebbe significare anche prepararsi per scrivere un romanzo come quello suo, “Il segreto nello sguardo”, in cui Rosalba Carriera è la protagonista, quindi indagare, ricercare, analizzare, verificare dati, e allora mi chiedo: dove finisce la storia e inizia la fantasia del romanziere?
Mi sono avvicinata a quel confine con profondo timore, data la mia natura di storico dell’arte. Quando ho scritto il prologo del romanzo, nel 2003, sotto una sorta di suggestione provata davanti all’ultimo ritratto di Rosalba Carriera conservato alle Gallerie dell’Accademia – dove a quel tempo lavoravo – mi sono sentita decisamente intimorita dalla mole di studio che avrei dovuto affrontare. Il sostegno e l’incoraggiamento di molti amici mi ha persuaso a tentare l’impresa.
Il punto di partenza è stato lo studio dei ritratti, scegliendo come fil rouge del romanzo quelli da cui spiccava un aspetto vivido della personalità del soggetto: gli occhi tristi di Federico IV di Danimarca, lo sguardo giocoso di Luigi XV fanciullo, il piglio piccato di una fanciulla con la scimmietta, lo sguardo languido del pittore Antoine Watteau, la spavalderia della contralto Faustina Bordoni Hasse, e così proseguendo. Perché questo è un romanzo d’arte sull’arte, in cui le opere sono protagoniste al pari di Rosalba Carriera: è un racconto sull’arte del ritratto, sulle vicende dei personaggi ritrattati, sull’intreccio del collezionismo internazionale a Venezia e a Parigi, ma anche sulla mondanità e sulla cultura – fatta di teatro, feste, opere liriche e concerti realmente avvenuti – della prima metà del Settecento.
Intrecciando documenti e ritratti, la parte inventiva fioriva spontaneamente dallo studio dei carteggi, dei diari della pittrice, i quali mi avvicinavano al suo animo, all’indole determinata e alle motivazioni delle sue scelte di vita. È stato un passo naturale incrociare questi dati con la Storia e gli eventi della società del tempo, scoprendo singolari punti di tangenza.
La fitta trama storica, precisa nei minimi particolari, a uno sguardo d’insieme si schiudeva da sola a suggerirmi l’invenzione poetica.
Del resto, l’espediente dell’io narrante, che ho sempre considerato l’unica scelta possibile, racconta i riti dell’aristocrazia e del bel mondo veneziano e parigino del tempo e ha il merito di coinvolgere profondamente nella vicenda umana della pittrice, restituendo alla sua voce sentimenti, speranze, ambizioni e rimpianti.
Era un mio fermo proposito inoltre mantenere per ogni personaggio le caratteristiche più evidenti della personalità che spiccava dallo studio dei documenti: l’alterigia del consigliere de Brosses, la machiavellica personalità del finanziare John Law, il carattere seduttivo e contraddittorio del Reggente.
E in particolar modo ho cercato di rispettare l’indole di Rosalba Carriera in ogni suo gesto o parola, cercando di rendere giustizia a una donna che in un modo sorprendentemente pacato ha raggiunto un grado di libertà, indipendenza e affermazione professionale assolutamente invidiabile e unico per quel tempo.
Quindi nei dialoghi e negli incontri, plausibilmente verosimili o storicamente avvenuti, ho immaginato le sfumature emotive e le tensioni sentimentali, mentre ho conservato quasi integri i contenuti, rimodulati da lettere, diari e resoconti degli stessi protagonisti o di personaggi a loro vicini.

Perché proprio Rosalba Carriera, cosa le ha colpito, qual è stato l’elemento, se esiste, che l’ha spinta a scrivere di lei?
Essendo i miei pittori favoriti Giovanni Bellini e Tintoretto, la risposta a questa domanda non è così scontata. Trascinata da alcuni studi sul Settecento e sul Grand-Tour in occasione di un’esposizione temporanea, mi sono avvicinata con maggiore consapevolezza alla opere di Rosalba Carriera esposte alle Gallerie dell’Accademia, cosa che è abbastanza rara per i noti problemi di conservazione del materiale.
Solo guardando, anche con occhio poco allenato, i suoi ritratti a pastello si può comprendere la fascinazione che ho subìto. Rosalba era una virtuosa in questa tecnica, primeggiava nella leggerezza di tocco e nelle sfumature impalpabili. La sua maestria nel rendere la verosimiglianza fisiognomica del personaggio con quel velato tocco di idealizzazione richiesto dalla committenza, ne ha decretato il successo europeo. Mi ha colpito poi il suo carattere a tratti gioviale, amante della conversazione, delle feste e del teatro, e per altri aspetti malinconico e solitario. M’incuriosiva questo soprattutto quella sua tanto decantata moderazione, definita dalle sue stesse parole “priva di eccessi”, e mi sono stupita che fosse accompagnata da una tenacia straordinaria, che le ha permesso di raggiungere una posizione invidiabile, conquistata sul campo e con un’oculata gestione del suo dono, senza il clamore di scandali o relazioni pericolose. Una rivoluzionaria silenziosa la definirei…

Che cosa ha permesso alla nostra pittrice aver successo in una società che è vero apriva lentamente alle donne, ma ancor chiusa dentro certi parametri sociali?
Potrei citare Roberto Longhi, che fu il primo a rivendicare nella nostra epoca la grandezza di Rosalba, pur vissuta nel tanto vituperato Rococò, poiché “seppe esprimere con forza impareggiabile la svaporata delicatezza dell’epoca”.
Eppure, anche secondo la critica moderna, oltre alla innegabile bravura, furono una serie di caratteristiche precise delle sue opere a decretarne il successo. Innanzitutto il genere del ritratto era un genere minore, uno dei meno lucrosi, e il ritratto a pastello poi ancor meno. Era quindi adatto a esser praticato da una donna, da sempre esclusa, salvo rari casi, dalla più remunerativa pittura di storia e dai generi maggiori. La velocità propria di questa tecnica, non paragonabile alle lunghe ore delle sedute dei ritratti a olio, lo rendeva un acquisto perfetto per i viaggiatori del Grand Tour che giungevano a Venezia sulla via del ritorno in patria: veloce da realizzare, poco costoso, facilmente trasportabile. Le caratteristiche peculiari del pastello poi si adattavano magnificamente all’estetica fragile ed effimera del Rococò, e l’esser donna assecondava la mania dell’esclusività e della ricercatezza delle novità tipica del secolo: cosa poteva esserci di più raro ed esclusivo di un ritratto dipinto da una donna?
È pur vero che la società tuttavia, proprio in quel momento storico, stava lentamente cambiando. Negli anni ’20 del secolo si stava dibattendo nelle Accademie e nei salotti, anche in modo appassionato, l’accesso delle donne allo studio e alla libertà di espressione. Nel salotto di Rosalba Carriera erano spesso ospiti nobildonne e letterate, cantanti e attrici che opera dopo opera rosicchiavano brandelli di concessioni alla causa del gentil sesso. Ed è proprio questo momento storico che si respira nella seconda parte del romanzo.

Apr 202012
 

What would have been of Humanism and Renaissance without books, without the written word? Maybe the human being wouldn’t have that development, in a broad sense, that led him up to our days. Culture had, has and will always have a decisive role in men conditions’ growth and improvement, improvement, beyond all, as approach to true happiness, the interior one, that interior harmony supposed to support us in less pleasant moments. On the way pointed by Petrarca (1304–1374), a series of academics of that time and of following times, started to work, pointing to the classics as masters of life, as models to study, copy, follow, but, in the meantime, to overcome.
Latin, Greek, Hebrew studies started, even Florence chancellor Coluccio Salutati (1331–1406) called Manuele Crisolora (1350–1415) from Byzantium, to entrust him the new Chair of Greek. So came in Florence, in addition to distinguished literati, also manuscripts from East, from that part of the late Roman Empire. Those manuscripts became alive, became vehicles of communication and discussion; they came out from abbeys, monasteries, convents, they was translated and, with the Gutenberg printing advent, they reached, in a more or less comfortable way, also the hidden parts of Europe. They entered courts, schools, academies, libraries, chancelleries, their circulation became increasingly diffused. Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380–1459), among the others, used the “Humanistic cursive”, they replaced the “laborious Gothic handwriting” with the “Littera Antiqua”, easy to read, clear and elegant. Enea Silvio Piccolomini (1405–1464), the future Pope Pius II, for example, in 1450 recommended “the form of ancient letters, easier to read, sharper, nearer to Greek types by which it comes.” (1)
When Palla di Nofri Sforza (1372–1462) begins the inventory of his own books, some of which came from Constantinople, he noticed to have in his library as many as four hundred manuscripts, between which Cicero, Seneca, Livy, Horace, Quintilian, Hesiod and Plato stood out, for most classical Greek and Latin texts.
Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spent a good part of his time and heritage searching for and buying books, working to have them translated.
Famous was the Mattia Corvino’s (1443 ca.-1490), king of Hungary, library and the one property of Federico of Montefeltro (1422 – 1482), and do not forget the one owned by the Medici in Florence, started by Cosimo, continued by Lorenzo and so on.
In Rome, Pope Nicholas V (1397–1455), famous humanist, charged his agents to recover classic works wherever, also in the more remote corner of the world.
Cardinal Bessarione (1408 ca. -1472), whose name was linked to Marciana library in Venice, carried with him from Constantinople, during the city fall in 1453, his rich library.
The same, cardinal Orsini offered to Vaticana library his manuscripts.
Libraries took, in short, an important part in men humanistic ideas disclosure; they were opened to scholars, curious, literati, they were font of inspiration, of work and discussion.
When, at last, came wars in Italy, at the end of ’400 century, various manuscripts and printed texts took the road to Europe; France, Spain, United Kingdom, and so on, got in touch with the new way of thinking and acting of the “new rise”, in which man was considered the main figure, a man no more linked to the “dark” of the Middle Age, but a man conscious of his own strenght and ability to reason and discern. In these all, a considerable part had, as mentioned, Gutenberg mobile types, which let an easier diffusion and multiplication of the works. And among all, in Italy rose the figure of Aldo Manuzio (1449–1515) humanist, philologist, printer, Poliziano (1454–1494) admirer, friend of Giovanni Pico della Mirandola (1463–1494) and friend of Erasmus of Rotterdam (1466 ca.-1536).
Aldine editions were handy, pocket, easy to read, famous all over the Europe.
Marsilio Ficino (1433-1499), in 1492, writing to Paolo of Middelburg astronomer said:

This golden Century gave back to light the liberal arts, already almost disappeared, Grammar, Poetry, Oratory, Painting, Sculpture, Architecture, Music […], led Astronomy to perfection; in Florence recalled to light Plato knowledge; in Germany they found out instruments to print books.” (2)

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1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
2. in G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

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»»»qua versione in italiano

Apr 172012
 

Il Settecento fu un secolo che vide aprire lentamente le porte alle future varie democrazie europee e americane. Con la fine della Guerra dei Sette anni, l’Inghilterra concentrò la sua attenzione nei paesi oltre Atlantico, terre dove, fra il 1775 e il 1783, le tredici colonie nordamericane diedero battaglia per la loro indipendenza dalla madrepatria. Una sconfitta che la stessa Inghilterra non si sarebbe mai aspettata.
Di seguito due libri che ci introducono nelle atmosfere sociali, politiche, economiche di quegli anni.

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La Rivoluzione americana vista con gli occhi di un contemporaneo dell’epoca, Richard Price (1723-1791) – Considerazioni sull’importanza della rivoluzione americana -, filosofo e predicatore britannico a favore delle rivendicazioni delle colonie inglesi d’America. L’illuminista Price si auspicava che le nuove idee di libertà, di pluralismo, di tolleranza, e via dicendo, potessero attraversare l’Atlantico ed essere di beneficio anche per l’Europa. E quando poi scoppiò la Rivoluzione francese, Richard Price fu un sostenitore.

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La Rivoluzione americana dello storico Guido Abbattista ci introduce nelle considerazioni commerciali, economiche, politiche, propone un quadro generale degli eventi che caratterizzarono la seconda metà del XVIII secolo. Libro necessario ed essenziale per capire gli intrecci internazionali, le dipendenze e interdipendenze di un continuum storico che ci porta nel presente.

Apr 142012
 

Donna di forte e deciso carattere, Sophie Germain, matematica del Settecento ritratta da Rosalia de Vecchi.

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Sophie Germain si colloca nel gruppo delle grandi matematiche della storia del passato ed il suo nome è da accostare, per l’importanza ed il valore degli studi da lei condotti, a quello di altre eminenti personalità femminili, che si sono distinte nel campo scientifico-matematico, quali la stessa Ipazia, Maria Gaetana Agnesi, Laura Bassi, Emilie du Chatelet, Sofia Vasilyevna Kovalevskaya.
Nata a Parigi il 1° aprile del 1776 da famiglia ricca e all’avanguardia per i suoi ideali di libertà, Sophie è ricordata ancor oggi non solo per il contributo dato all’evoluzione degli studi matematici, ma anche come simbolo significativo della lotta femminista per l’abbattimento dei pregiudizi e degli ostacoli socio-culturali nei confronti della donna e della sua carriera professionale.
È sempre molto interessante, quando si affronta la conoscenza dell’iter biografico di un’individualità, poter rilevare alcuni significativi rapporti esistenti tra la realizzazione del destino di questa e gli influssi derivanti dall’ambiente di formazione. Così, anche nel caso di Sophie, non è irrilevante che il padre, ricco commerciante, divenuto poi direttore della Banca di Francia e pertanto appartenente a quella classe borghese che, con la rivoluzione, volle far valere i propri diritti civili e politici, sia stato un rappresentante del Terzo Stato nell’Assemblea Costituente del 1789. Lei, infatti, animata dal medesimo spirito combattivo, lottò per parecchi anni prima di riuscire a veder riconosciuti i suoi talenti matematici all’interno delle istituzioni. E come altre donne della sua epoca perseguì il suo fine senza che alcuna esitazione ne frenasse l’impeto, senza che niente costituisse un ostacolo insormontabile al suo successo. La sua “Bastiglia” da espugnare furono gli ambienti accademici, per introdursi nei quali dovette persino fingersi uomo ed usare uno pseudonimo maschile, quello di Antoine-August Le Blanc.
Sophie aveva 13 anni , quando scoppiò la rivoluzione e fu proprio quello stesso anno che scoprì la sua passione per la matematica. Come spesso accade, talvolta è un incontro che risveglia quanto giace nella nostra interiorità. Per Sophie l’incontro decisivo fu la lettura del racconto di Plutarco, contenuto in un libro per ragazzi, della morte di Archimede, durante l’assedio di Siracusa: «Ad un tratto entrò nella stanza un soldato e gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise.» Sophie ne fu molto colpita, poiché pensava quanto grande dovesse essere stata la passione dello scienziato per la matematica da non avergli fatto badare a salvare la vita!
Da quel momento Sophie cominciò a studiare matematica, dapprima da sola, poi sotto la guida di maestri, i cui metodi però lei stessa riteneva inadeguati alle sue esigenze conoscitive, che non si limitavano certo a quelle di una comune signorina di buona famiglia! Lei affrontava già la lettura diretta delle opere di Newton e di altri matematici, opere che poteva reperire da sé nella biblioteca paterna.
Sophie era ormai giunta al punto di aver necessità di percorrere un iter di formazione superiore degli studi matematici e perciò doveva ad ogni costo abbattere ogni ostacolo si sovrapponesse a questa sua necessità: la scuola superiore di studi scientifico-matematici da pochi anni aperta a Parigi, che lei avrebbe voluto frequentare, non ammetteva l’ingresso alle donne, per cui decise d’iscriversi sotto pseudonimo maschile e così, pur non potendo frequentare i corsi, ottenne di poter avere e studiare le dispense. Dopo un certo tempo, fu notata per la qualità del suo lavoro, dall’eminente professor Lagrange, il quale, fortunatamente, non smise di apprezzarla, quando lei dovette rivelargli la sua vera identità. Questo evento fu una nuova svolta nella sua vita di studiosa, poiché, sostenuta dal professor Lagrange, Sophie intraprese gli studi più complessi della teoria dei numeri. Aveva 18 anni quando iniziò questo lavoro che l’avrebbe portata a individuare il “numero primo di Sophie Germain” e che ancor oggi viene ritenuto il più importante dei suoi studi, insieme a quello sulla teoria dell’elasticità.
In quello stesso periodo diede inizio al suo carteggio con Friedrich Gauss ed anche questa volta volle usare lo pseudonimo maschile, per esser certa di essere presa in seria considerazione dal prestigioso matematico. Si preoccupò di Gauss quando Napoleone entrò in Prussia e lo raccomandò ad un amico di famiglia, un generale, che “vegliasse” su di lui, e più tardi, quando finì per rivelare anche a lui la sua vera identità, ancora una volta fu sorpresa nel riceverne apprezzamenti ed incoraggiamenti. Il carteggio si concluse quando il matematico, ricevuta la cattedra di astronomia all’Università di Gottingen, forse perché troppo impegnato in altri campi di ricerca, non rispose più alle sue lettere e lei, non più sostenuta nelle sue ricerche sulla teoria dei numeri dallo scambio con lo studioso, abbandonò questo campo e si dedicò ad altro.
In quei primi anni dell’ottocento il fisico tedesco Ernst Florens Friedrich Chladni portava avanti il suo interessantissimo lavoro sulle lastre vibranti e incontrava anche lo stesso Napoleone, al cospetto del quale dava luogo alle sue affascinanti dimostrazioni sulle vibrazioni impartite a lastre di vetro ricoperte di sabbia finissima. L’Accademia delle Scienze indisse un concorso per cercarne una spiegazione e Napoleone avrebbe offerto un premio in denaro. Sophie vi partecipò tre volte e mentre le prime due i suoi calcoli contenevano alcune imperfezioni, per cui non le venne mai riconosciuto il lavoro, infine la terza volta ottenne il riconoscimento. Tuttavia non volle presentarsi alla premiazione, poiché riteneva, dopo il trattamento ricevuto nelle due prime esperienze, un non apprezzamento adeguato al merito. Il suo lavoro sull’argomento, Memoria sulle vibrazioni delle piastre elastiche, è considerato un testo di grande valore.
Sophie avrebbe voluto continuare le ricerche in questa direzione, ma la commissione dell’Istituto di Francia non volle nemmeno considerare il suo articolo, presa com’era dalla presenza al suo interno di studiosi quali lo stesso Laplace! L’articolo fu scoperto più tardi e fu pubblicato nel 1880.
Sophie aveva però vinto, alla terza prova, l’ambito concorso che la riconobbe, a soli 40 anni, una delle grandi matematiche del suo tempo. E, unica donna, venne accolta all’Accademia delle Scienze, dove poteva frequentare a suo piacimento le varie sessioni. A quel tempo un tal privilegio era riservato soltanto alle mogli degli scienziati che facevano parte dell’Accademia.
Questa donna, questa studiosa, questa matematica, anch’essa destinata, come Sofia Vasilyevna Kovalevskaya ad una breve vita, morì nel giugno del 1831 a Parigi per un tumore. Non si era mai sposata, il padre non aveva infatti “manovrato” la sua esistenza!
I suoi lavori di filosofia della scienza piacquero a Comte.
Col suo nome fu inoltre ribattezzato un luogo del cielo, individuato in un cratere di Venere!

©Rosalia de Vecchi

Apr 112012
 

Nella ricerca storica, l’alimentazione è una materia da tener presente per comprendere, fra le tante cose, un continuum storico che ci porta ai nostri giorni, sapori piatti cibi costumi abitudini che hanno caratterizzato determinate epoche e popoli, che hanno avuto un loro sviluppo, che hanno influito nella salute nel commercio nell’economia dell’Europa e del mondo in generale.
E solo negli ultimi decenni gli studiosi si sono interessati del tema.
Di seguito un accenno alle vivande più in voga fra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento.

Alla base dell’alimentazione c’erano i cereali, il cui pane era il prodotto maggiormente consumato, a tal punto che il grano, a partire dalla fine del XV sec., era il più ricercato. L’avena invece era ingerita sottoforma di zuppa, per esempio, nelle regioni atlantiche del nord Europa. Mentre la segale veniva coltivata nei terreni più difficili, il miglio prendeva forza nel sud-ovest della Francia e il grano saraceno, da poco arrivato, si diffondeva nella Bretagna.

Il pane bianco, solitamente di forma rotonda, di grano puro finemente setacciato, era abbastanza presente nei borghi medievali, mentre i contadini ne mangiavano uno più nero, aggiungendo la crusca. Conseguenza della richiesta fu lo sviluppo delle panetterie nelle città, intanto nelle campagne i contadini erano obbligati a cucinare il loro pane nei forni del loro signore.

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Gli stessi contadini erano soliti pranzare e cenare con vegetali, il cavolo era ingerito in abbondanza, insieme a spinaci, rape, porri, legumi vari; patate pomodori mais verranno dopo la scoperta dell’America. Nelle città girovagavano i venditori ambulanti venuti dai campi a vendere la loro mercanzia. Zuppe e purè erano sulle tavole di tutti, la carne era riservata ai ricchi. Solo verso al fine del Medioevo si aprirono le macellerie nelle città. Il pesce abbondava nelle zone costiere del Mediterraneo, dell’Atlantico, lungo i fiumi e i laghi, preparato fresco, ma anche salato, essiccato, affumicato.

La frutta era largamente diffusa, ricordiamo i nobili che per deliziare i loro invitati terminavano i pasti con le famose pere cotte nel vino. Normalmente frutta e verdura venivano cotte, giacché si pensava che crude producessero malattie.

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Latte e latticini erano fonte proteica per tutti, in particolar modo per coloro i quali non potevano permettersi la carne. Latte fresco di capra, di vacca, di pecora era destinato principalmente a malati, poveri e bambini. Difficile da conservare, il latte veniva trasformato in formaggio e burro.

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Le spezie erano abbastanza costose per i meno abbienti, spezie come pepe nero, cannella, noce moscata, zenzero, prodotti riservati usualmente per le tavole dei nobili. Erbe aromatiche tipo la salvia, prezzemolo, menta, aneto e via dicendo potevano permetterselo anche i contadini. Bisogna ricordare che la dieta di un nobile, pur nei valori nutritivi, era ben diversa da quella di un povero, dieta, quest’ultima, meno raffinata e molto semplice.

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Il vino, si diceva, aiutava la digestione, produceva buon sangue e metteva di buon umore, bevanda largamente consumata vuoi fra i nobili che i poveri che la gente comune. La vite era coltivata in buona parte dell’Europa, almeno nelle regioni a clima più o meno mite.

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Apr 092012
 

Fondatore insieme a Bloch (1886-1944) del giornale Annales d’histoire économique et sociale, Febvre (1878-1956) ebbe un ruolo importante nello sviluppo della ricerca storica moderna. Di seguito una sua opinione sul collega e amico francese:

“ […] Avviene di rado che uno storico di razza come Marc Bloch tragga da sé, da vivo, e quando è nel pieno della sua forza creatrice ed è ossessionato dalle opere che porta in sé, avviene di rado che formuli le lezioni della propria esperienza per comunicarle ai suoi contemporanei. Non l’ha fatto Michelet, lui che era la storia stessa. Né Fustel de Coulanges. Né Jullian, ai giorni nostri. Neppure Pirenne. Hanno insegnato, e quindi trasmesso ad altri, un poco delle loro riflessioni. Ma c’è parecchia differenza fra i consigli distribuiti ad apprendisti, alla rinfusa, in modo discorsivo e frammentario; c’è parecchia differenza fra queste indicazioni di lavoro e quella specie di confidenza umana di un maestro, che spiega ai lettori (i quali non sono necessariamente dalla sua parte o) quel che rappresenta per lui la sua attività, quali fini ad essa propone e con quale spirito la pratica: e tutto questo non da pedante che dogmatizzi, ma da uomo che cerca di comprendersi interamente. Quel che più si gusterà nel libro di Marc Bloch, più che la sua stessa arringa per la storia, sono le sue preziose confidenze. Le riflessioni del maestro artigiano sul suo delicato mestiere. Libere, ma ordinate, senza nulla di scolastico, però, né di ereditato […].” (1)

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1. Lucien Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino, 1976, pag. 169.