Gaspare Armato

Blogger dal 2005, nomade per indole, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, Gaspare Armato si dedica a divulgare aspetti noti e meno noti della Storia moderna. Puoi anche seguirlo sui social networks... e non dimenticare scaricare i libri Monografie

Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

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– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

Oct 192014
 
Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Partendo dalla conquista di Cipro, dettagliando i preliminari nel preparare la flotta cattolica e musulmana, accennando all’accordo voluto da Pio V fra Venezia Spagna e vari altri alleati, il prof. Barbero ci porta nel XVI secolo, in un famoso scontro fra ottomani e Lega Santa: la Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571. Una battaglia che, fermo restando la sua importanza storica, poche conseguenze strategiche ebbe nei mesi successivi. Fu grazie alla stampa dell’epoca, dice Barbero, che restò impressa in breve tempo nella memoria collettiva.

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Oct 132014
 
Autoritratto, Robert Cornelius, 1839

Autoritratto, Robert Cornelius, 1839

Robert Cornelius (1809–1893), di origine olandese, fu uno dei pionieri della fotografia negli Stati Uniti, un ragazzo intraprendente che dalla fotografia passerà a dirigere l’azienda familiare che si dedicava all’illuminazione a gas, lui amante della chimica. Ebbene, questo giovane, che tentava perfezionare il dagherrotipo, sembra esser stato il primo, nell’arte fotografica, a farsi un autoscatto: era il 1839, a Filadelfia, nello stato di Pennsylvania, aveva appena 30 anni.

Spettinato, braccia incrociate, con lo sguardo fisso e serio, aprì le porte alla moda di oggi, quella moda che oramai imperversa in mezzo mondo e che vuole i cosiddetti selfie (»» def. Accademia della Crusca) esser all’ordine del giorno. Non c’è profilo Facebook, Instagram, Twitter, che non abbia almeno un paio di autoscatti, usualmente con il telefonino, in posizioni quanto più insolite ed eccentriche, dal presidente americano Barack Obama, a papa Bergoglio, alla nota cantante colombiana Shakira, a tutta una serie di celebri attori, così come di ragazzi e ragazze che popolano e spopolano sul web.

Eppure, se forziamo un po’ i giochi della storia – ricordiamo che selfie significa autoritratto fotografico -, e ritorniamo indietro di qualche secolo – Età moderna -, potremmo andare alla ricerca di qualche tela nella pittura, in cui l’artista si auto-raffigurava, un modo di dialogare trasversalmente con il passato e documentare che il presente è frutto dell’ieri che talvolta dimentichiamo. Magari un passato poco conosciuto e meno famoso, magari ancora un ieri che pensiamo non aver continuum con il nostro quotidiano, quantunque i sentimenti dell’uomo restano immutabili nel tempo, cambiando solo le quinte storiche. Certamente è da considerare che le manifestazioni del presente sono fortemente amplificate dai nuovi media, specialmente da internet, ciò che una volta era riservato a pochi, ai nostri giorni è quasi a portata di tutti – ragioniamo solo al passaggio del manoscritto e alla diffusione dei libri grazie all’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani nel XV sec. e, perché no, al veneziano Manuzio padre del tascabile (»»qua).

Rivolgiamo dunque lo sguardo alla pittura e andiamo alla ricerca di autoritratti, presentiamone, fra i tantissimi, alcuni.

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Partiamo dal Parmigianino (1503-1540), un emiliano fondamentale per entrare nelle dinamiche della corrente manieristica di metà ‘500. Scriveva di lui il Vasari:

“[…] per investigare le sottigliezze dell’arte, si mise un giorno a ritrarre se stesso, guardandosi in uno specchio da barbieri, di que’ mezzotondi: nel che fare, vedendo quelle bizzarrie che fa la ritondità dello specchio [...] (1)

Una bizzarra rappresentazione di sé che si diverte con la prospettiva, adoperando un semplice specchio, così come oggi adoperano fare alcuni giovani per scattarsi una foto.

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Narciso, Caravaggio, 1597-'99

Narciso, Caravaggio, 1597-’99

Se parliamo di auto-celebrazione, e il selfie, per certi analisti (»»qua), in qualche modo lo è, potrebbe venire in mente un personaggio mitologico citato da Ovidio – ma non solo – nelle sue Metamorfosi. Chi meglio di Narciso, innamorato di sé stesso, potrebbe rappresentare questa recente tendenza? Attribuito (»»qua) al Caravaggio (1571-1610), il quadro gioca abilmente con uno specchio d’acqua, un ritratto pieno di impulsi attuali.

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Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi, 1638-'39

Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi, 1638-’39

E le donne? Ce ne siamo dimenticati? No, ecco la nostra Artemisia Gentileschi (1593-1653), romana, dalle scene spesso drammatiche e reali, immortalata in questo prezioso “scatto pittorico”, un elegante e movimentato autoritratto cui si ritiene esser lei la protagonista, mentre si accinge a disegnare.

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Autoritratti, Rembrandt, a 24 anni, a 34 anni, a 52 anni

Autoritratti, Rembrandt, a 24 anni, a 34 anni, a 52 anni

Rembrandt (1606-1669), ritrattista per eccellenza del Seicento, invece va ben oltre, ed è così a noi contemporaneo che è normale per lui autoritrarsi nel trascorso della sua vita, una maniera di “mettersi in scena” nel trascorso degli anni, dalla giovinezza fino alla tarda età. Di sopra a 24 anni (sinistra), poi a 34 (centro) e infine a 52 (destra). Oggi come ieri (»»qua)!

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Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Foto di gruppo, con la famiglia, con il fidanzato, con il compagno d’avventura? Ha già pensato, nella Venezia del Settecento, Rosalba Carriera (1673-1757) immortalandosi con un quadro di sua sorella. Lei, stimata ritrattista, ricercata da re principi nobili, richiesta in Francia in Italia in Sassonia in Danimarca, in mezza Europa.

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Rino, sept. 2014

Non potevamo concludere questo breve percorso visivo senza il mio contributo, cosicché eccomi nei panni di colui che si diverte con l’iPhone!

E tu, hai fatto il selfie quotidiano?

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- 1. Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Francesco Mazzuoli pittore parmigiano, 1550.

Oct 092014
 

«Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tostochè don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie […]» (1)

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l'attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

Don Chisciotte e Sancio Panza dopo l’attacco ai mulini, Gustave Doré, 1832

E allora Don Chisciotte preparò la sua lancia, lanciò il cavallo al galoppo e attaccò con tutte le sue forze quei mulini diventati improvvisamente guerrieri nemici… ben sappiamo com’è andata a finire (sic).

Abbiamo già affrontato tempo fa l’argomento mulini (ne abbiamo parlato »»qua), stavolta diamo spazio alle immagini, in che modo i pittori dell’epoca moderna rappresentavano tali aggeggi.

Aggeggi che sono stati per secoli motore dell’economia locale, ma non solo, quei mulini che hanno dato da sfamare a poveri e ricchi.

Intorno alle terre coltivabili, boschi prati e paludi vengono lasciati al godimento del signore e dei villani in proporzione alla parte di suolo che sfruttano. Spesso, se la terra è attraversata da un corso d’acqua, il signore vi costruisce un mulino per uso proprio e degli abitanti. Il mugnaio preleva da ogni sacco una parte di farina per il proprio mantenimento: questo è il primo dei diritti del vassallaggio, scomparsi soltanto con la Rivoluzione francese.” (2)

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Sviluppo ed uso del mulino ad acqua

Non è vano ricordare qualche loro impiego, per esempio quello della macinatura dei cereali, che sembra esser il più antico uso, poi quello per segare legno, azionare telai e folloni nel settore tessile. Con il passare del tempo furono perfino adoperati per spingere pompe idrauliche e per la produzione dell’elettricità grazie all’uso di un generatore. Alcuni dei tanti modi con i quali collaborarono allo sviluppo della civiltà, e non solo europea, ma anche cinese indiana, orientale in generale. Non bisogna dimenticare altresì l’esteso uso che ne fece l’Olanda dall’XI sec. in poi per sollevare le acque e assicurare le terre.

Cosicché, i mulini sono stati di tale importanza nell’attività produttiva che:

Nelle vecchie mappe di Londra si trova una fila di mulini a vento sulle colline a nord. Probabilmente ai tempi di re Giorgio veniva considerata una circostanza preoccupante, tale da influenzare il rifornimento di cibo della città, che qualcuno costruisse così vicino a loro da rubare il vento alle loro pale.” (3)

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini ad acqua, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Jan van der Straat, Mulini a vento, 1584

Costruire un mulino non era certo alla portata delle tasche di tutti, era necessario spesso preparare degli argini, sviare il corso di un fiume, drenare, insomma un lavoro costoso e faticoso.

Un mulino ad acqua richiedeva un investimento considerevole, non solo nella struttura stessa, ma anche nella costruzione di dighe per immagazzinare l’acqua e nella deviazione del corso dei fiumi per regolarne il flusso.” (4)

In poche parole, la realizzazione era riservata a nobili e latifondisti che ne avevano i mezzi e le possibilità economiche, come il barone Pietro Gaetani (1400 ca.-1459) signore, fra l’altro, di Sortino, in Siracusa:

Il Gaetani aveva fatto raggiungere la cima del colle Temenite all’acqua che, da qui cadendo sulle gradinate con gran violenza, le inondava e forniva energia a due mulini impiantati sulla parte superiore del teatro, ad un altro nelle immediate vicinanze della scena e ad un quarto collocato al centro della cavea, dove erano state realizzate due profonde fosse per agevolare le manovre di marcia.” (5)

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

La strada del villaggio, Jan Brueghel il Vecchio, 1603

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Mulino a vento a Wijk-bij-Duurstede, Jacob Van Ruisdael, 1670 ca.

Dunque, per molti secoli mulini a vento e mulini ad acqua furono matrici di energia principale, almeno fino a quando non giunsero le innovazioni a vapore di Newcomen, Watt e compagnia varia, iniziando a collaborare con le nuove invenzioni, finché, già avanti nei secoli, fine XIX-XX, non furono del tutto soppiantati dalle macchine più complesse della Rivoluzione industriale.

Di ritorno a Londra, un mio amico ottenne per me un permesso per vedere i mulini che erano in costruzione vicino al ponte di Black Friars [era un importante impianto, Albion Mills] che dovevano essere composti di tre macchine a vapore, ognuna delle quali doveva far andare dieci mulini.” (6)

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Paesaggio estivo, Jan van Os, seconda metà XVIII sec.

Mulino ad acqua, Hobbema Meyndert, 1665-'68 ca.

Mulino ad acqua, Meindert Hobbema, 1665-’68 ca.

*****
– 1. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Cap. VIII (»»qua), 1605.
– 2. Henri Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton Compton, Roma, 2012, kindle pos. 1692, 1704.
– 3. in Tra Stato e Mercato, a cura di Francesco Pulitini, IBL libri, Torino, 2011, pag. 408.
– 4. Karl Gunnar Persson, Storia economica d’Europa, Maggioli ed., 2014, pag. 38.
– 5. Alvise Spadaro, Caravaggio in Sicilia: il percorso smarrito, Bonanno, 2008, pag. 45
– 6. in Ana Millán Gasca, Fabbriche, sistemi, organizzazioni: Storia dell’ingegneria industriale, Springer-Verlag Italia, Milano, 2006, pag. 98.

Oct 052014
 

di Floriana Guidetti

Cristoforo da Messisbugo

Cristoforo da Messisbugo

Vale la pena soffermarsi un attimo su una ‘curiosità’, se così la vogliamo chiamare, riguardante il famoso ‘pane intorto’ che ha segnato la nascita del celebrato (giustamente!) pane ferrarese, creando le premesse per la ciupéta (coppietta), formata da due ‘panetti’ attorcigliati e accostati, una ‘coppia’ insomma.

È tradizione consolidata che la prima volta che fu presentato questo tipo di pane intorto (altre volte detto ‘intorto tagliato’, ma altre più precisamente ‘intortogliato’, attorcigliato) fosse il giovedì di carnevale del 1536, ad opera di Messer Girolamo Giliolo (dei conti Giglioli), come si legge nella pagina seguente, dal trattato di Messisbugo “”:

Su Messer Girolamo Giliolo, in Messisbugo

Evidentemente il termine Giobbia ricalca perfettamente Źòbia del dialetto ferrarese.

Ma guardando poi con attenzione (e a dire il vero va osservato che la descrizione delle cene e dei banchetti non è riportata in ordine cronologico preciso, il che può ovviamente indurre in equivoco) anche nel “Desinare” del 28 Maggio 1530 viene già citato questo ‘pane intorto’:

Pane intorto, in Messisbugo

Si noti anche il termine sosamelli, ovvero focaccine all’olio contenenti sesamo, ma questi non dovevano essere particolarmente gustosi se poi il nome (accrescitivo) suśamlóƞ è passato ad indicare persona insulsa e ingombrante, della quale si potrebbe dire che al zarvèl al gh’è sól d’impìć… (il cervello gli è solo d’impiccio…)

Ma ancora non basta in quanto alle date, perché lo stesso ‘pane intorto’ si trova anche nella “Cena di pesce” del 20 maggio 1529:

Pane intorto, in Messisbugo.

Comunque sia, pochi anni non fanno troppa differenza a distanza di quasi 5 secoli! È opinione comunque diffusa che l’occasione del carnevale, quando ogni scherzo vale, fosse la più adatta per presentare questo pane nel quale i cornetti potrebbero rappresentare le gambe delle donne… con gli annessi e connessi!

Pane intorto, intortogliatto, in Messisbugo

Bellissimo il vocabolo ‘intortogliatto’ dal dialetto ferrarese inturtià che rende al meglio il concetto di attorcigliare, avvolgere i due componenti di quella che sarà dunque la ‘coppia’ o ‘coppietta’, la ciupéta. Ed è anche presumibile che almeno inizialmente questo ‘attorcigliamento’ riguardasse i due ‘panetti’ (i panìt) come tuttora si trovano in Romagna come ‘coppie ferraresi’ nella versione ‘chiusa’ e poi in quella aperta per noi usuale.

Nell’immagine si vedono citate anche le ‘bracciatelle’ altrove (anche nella cena del 1536) scritte ‘brazzatelle’, dove il riferimento a braz, braza, braccio, braccia, è evidente, data l’usanza poi di infilare nel braccio una o più ‘bracciatelle’ per la successiva distribuzione. Ancora fino a non tanti decenni fa era tradizione regalare ai bambini che ‘facevano la Cresima’, all’uscita della chiesa, una piccola ciambella che andava appunto infilata al polso. Qualcuno vorrebbe l’origine da ‘brace’, braśa, riferendosi alla cottura, ma sembra ragionevole non ammettere questa ipotesi, dato che nel nostro termine brazadèla la z ha il suono semplice ma sordo e non dolce come in braśa.

La coppia ‘inturtià’, attorcigliata:

Pane intorto, foto F. Guidetti

Pane intorto, foto F. Guidetti

e la ciupéta (da Wikipedia):

Ciupéta (da Wikipedia)

Ciupéta (da Wikipedia)

Da notare che la parte terminale del grustìƞ è detta grugnòl e la sua punta, proprio la parte più croccante, è il grugnulìƞ.

Il termine grugnòl viene dal lat. corneolus che significa ‘a forma di corno’, probabilmente attraverso un *croneolus>grognòl(us)>grugnòl.

© Floriana Guidetti

Oct 012014
 

Dettagli!

George Simenon, La finestra dei Rouet

George Simenon, La finestra dei Rouet

Sono i dettagli che fanno la storia, quei dettagli, tasselli di un grande puzzle, che completano e danno una visione d’insieme dei fatti. Dettagli, inoltre, che analizzati con applicazione possono portarci nelle relative trasformazioni che quel dato oggetto, per esempio, ha avuto.

E ancora oggi, facendo flanella per le strade delle nostre città paesini borghi campagne, possiamo toccare con le mani la patina che certe costruzioni hanno sommato nel trascorso dei secoli, quell’aura, parafrasando Walter Benjamin, che li circonda e li caratterizza. Un dialogo, fra storico flâneur e manufatto, che risente dunque delle metamorfosi che interessano economia politica sociologia cultura, percorso del nostro cammino.

La nostra attenzione si sofferma stavolta sulle finestre, una componente essenziale delle odierne abitazioni, costruzione che ha subito mutazioni di cui possiamo prender nota grazie ai dipinti dell’epoca.

Percorriamo visivamente alcune delle riforme che queste hanno avuto dal XV al XVIII secolo, dettagliando così quell’aspetto fisico che qua ci interessa. Una finestra che, nell’arte, per buona parte del Rinascimento non è “demarcazione” fra fuori e dentro, ché intesa come “settore” di un insieme, di una “lunga veduta”, dove ciò che è fuori è “porzione” di ciò che è dentro, un confine che se c’è sembra esser poco palese. Il bello “di là” è integrante al “bello di qua”, stretto dialogo che si avvantaggia l’uno dall’altro.

Un’architettura dipinta, aperta sull’esterno attraverso una serie di grandi finestre, che mostrano la realtà che sta dietro ad esse, con un cielo azzurro diffuso dappertutto, che ne costituisce il fondale scenico.” (1)

L'Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

L’Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

Elemento, la finestra, che presenta varie connotazioni, da influssi ancora gotici, nel XV-XVI sec., a proposte bifore e trifore, per continuare con un’influenza tipica italiana, l’abbaino, che si apre sul tetto. Tante e diverse le derivazioni, moresche e saracene tanto per citarne due, come il loro essere protette dalle inferriate o dalle persiane o dal portello e altro ancora.

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

Con l’arrivo e il rafforzamento della borghesia – siamo entrati in pieno Seicento – prende energia e vigore la vita privata, una vita svolta all’interno della casa, in cui oramai le finestre diventano divisione spaziale, uno spazio che custodisce gelosamente averi e sentimenti: il mio è mio, il tuo resta dall’altra parte delle vetrate. Un gioco in cui le mura domestiche rappresentano oramai uno sviluppo sociale che porterà all’oggi, al sempre più privato.

L'alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

L’alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

Le miserie dell'ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Le miserie dell’ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Dietro una finestra, oramai rappresentata come intima familiare confidenziale, si può celare un alchimista che ricerca la pietra filosofare, o le disgrazie di una famiglia in miseria, fatti e problemi quotidiani che, ieri come oggi, impregnano e identificano il cammino della nostra civilizzazione.

Per giochi riflessivi si entra così nel XX secolo, e vengono in mente le parole di Stella:

Siamo una bella razza di guardoni

ne La finestra sul cortile, del 1954, in cui protagonista, Jeff, interloquisce interviene e si immette nella vita della comunità. Un film capolavoro di Alfred Hitchcock in cui l’oggetto-finestra è comunicazione, interazione attiva, strumento che permette intervenire nella vita del “villaggio”.

Se andiamo ancor più indietro nei decenni e diamo uno sguardo alla letteratura, basta rileggerci La finestra dei Rouet, un romanzo noir del 1945 di George Simenon, un libro in cui Dominique Salès, una quarantenne che vive in un piccolo appartamentino di Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, assiste il padre. Una donna che spia da dietro le persiane la vita degli altri. Finestra – eccola ancora la nostra finestra – che isola e nello stesso tempo comunica unilateralmente con un mondo in cui non si desidera entrare.

Dicevamo del privato e del pubblico, una sottile delicata linea che ai nostri giorni si varca facilmente, grazie anche all’uso della rete e dei social network in particolare, finestre dove giovani e meno giovani si affacciano per far partecipi della loro vita diaria per mezzo della condivisione di foto e aggiornamenti di stato.

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– Philippe Daverio, Guardar lontano Veder vicino, Rizzoli, Milano 2013, e.book, kindle pos. 365.

Sep 272014
 

di Floriana Guidetti

Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio in generale, Cristoforo da MessisbugoIntanto diamo soddisfazione a quanti, ora anziani, in età scolare saranno stati severamente sgridati a scuola quando usavano parole prese dal dialetto e trasferite, secondo il loro ingenuo buon senso, nella forma che pensavano corretta in italiano.

Così usando i termini: spoglia, pevere, mollena, piriotto, renga, scarane, formento, solaro, strazzi, cavedoni, mogliette, zampini ecc. si saranno guadagnati qualche bacchettata sulle dita o un paio di scapaccioni, di quelli elargiti allora senza economia dalla maestra, per non aver riportato invece i corrispondenti: sfoglia, pepe, mollica, imbuto, aringa, sedie, frumento, soffitto, stracci, alari, molle (per il fuoco), attizzatoi ecc. dell’italiano.

Sarebbe stata una piccola consolazione e non si sarebbero sentiti vergognosamente ignoranti se avessero saputo, allora (e ci sembra doveroso fare giustizia almeno adesso), che nel ‘500 a Ferrara, alla Corte degli Este, lo scalco Cristoforo di Messisbugo, nel suo famoso trattato “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale” (FE. 1549), nell’italiano di allora, quello delle persone colte che sapevano quindi leggere e scrivere, riportava esattamente quei vocaboli, certamente nella forma ‘italianizzata’ dei corrispondenti vocaboli dialettali usati dai suoi servi di cucina: spója, pévar, muléna, piriòt, rénga, scarànn, furmént, sulàr, straz, cavdùη, mujét, zampìη.

In modo particolare, il termine spoglia compare nella descrizione di tutte le preparazioni nelle quali si parla di pasta spianata, come nell’esempio sotto riportato:

Sfoglie

e anche il compilatore dell’opera e ancora di più il copista del manoscritto avrebbero dovuto fare i conti con la maestra per aver scritto piati, sotille, adaggio, zuccharo oltre a tutto il resto!

Resta il fatto che Messisbugo suggerisce, rivolgendosi a chi si accinge a fare la sfoglia: “tira la detta spoglia tu et uno compagno, tanto che venga sottile come carta”.

Quindi il ‘compagno’, dall’altra parte del tavolo, come viene chiaramente illustrato in una delle immagini che corredano l’analogo trattato “Opera” di Bartolomeo Scappi (VE. 1570)

Cucina rinascimentale

provvederà a tirare letteralmente la sfoglia insieme all’altro che usa il mattarello, il lesgnaturo ovvero il ‘lasagnaturo’, che serve a fare le lasagne di sfoglia spianata, nel nostro dialetto śgnadùr, il lasagnatore, tante volte usato dalle massaie di un tempo anche come ‘arma impropria’ o almeno con intenti minacciosi, ad esempio per scoraggiare chi, di robusto appetito, si fosse avvicinato in un momento non appropriato alla scafa dal paη, allo scaffale dove veniva riposto il pane.

© Floriana Guidetti

Sep 222014
 

Cosa sarebbe stato dell’umanità senza il cavallo?
Il grande Cesare, Alessandro il Grande, i grandi di Spagna…
Sarebbero stati veramente grandi senza il cavallo?
Questa nazione sarebbe mai nata
senza il generoso aiuto di questo nobile animale?
E qual è il miglior modo per sdebitarsi
se non quello di offrir loro un pascolo grasso e tranquillo
dove potersi nutrire e procreare in pace.” (1)

Il cammello sta all’Africa come il cavallo sta all’Europa.
Un gioco di parole, questo, che potrebbe sintetizzare la storia evolutiva di almeno due continenti, nel senso che lo sviluppo economico e le escursioni militari dei nostri vicini si basarono, anche ma non solo, sul cammello, mentre le nostre sul cavallo.

Intrecci e connessioni che portano a valutare l’importanza che due animali ebbero nel continuum storico che interessò due diverse, ma complementari, civilizzazioni. Così come quella della Cina e oriente in generale. Insomma, il cavallo fu il “mezzo” per giungere all’oggi.

E giacché parliamo di Cina, ecco come il gesuita Giuseppe Castiglione (1688-1766) ritraeva in un lungo rotolo nel 1728 l’animale in questione:

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Cento cavalli, Giuseppe Castiglione, 1728 ca.

Quel “mezzo”, dunque, che dialoga con il mitologico con la fantasia con la realtà dei fatti. Viene allora in mente il famoso cavallo di Troia nell’omonima guerra, con le conseguenze che poi ebbe sulla nostra penisola tramite Enea; poi Ronzinante del Don Chisciotte nella letteratura del Cervantes; per passare a Tornado, il cavallo del mitico Zorro, benefattore con i poveri e gli oppressi; o a Dinamite, quello di Tex Willer, il ranger che lotta contro i “cattivi”; così come famoso è Bucefalo di Alessandro Magno, conquistatore di mondi sconosciuti… e la lista potrebbe riempire pagine e pagine.

Quel cavallo che condurrà i cavalieri nella battaglia, magari trasportando i primi pezzi di artiglieria (inizi XVI sec.), magari i vettovagliamenti, magari i feriti. Retaggio di una gloriosa cavalleria che dominava i campi del Medioevo, fino a quando con la massiva introduzione delle armi da fuoco, questa passerà lentamente in secondo piano.

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Fin dal Paleolitico superiore (le grotte di Lascaux in Aquitania, Francia), il cavallo interessò la pittura, tra occidente e oriente, basta considerare – nell’epoca che abbiamo preso in considerazione, Storia moderna – Paolo Uccello, Dürer, Leon Battista Alberti, Giuseppe Castiglione, Goya, Giulio Romano, e tantissimi altri artisti che immortalarono re principi cardinali conti duchi e nobiltà varia, una quantità di persone per le quali il cavallo era simbolo di forza dinamismo potere comando, era l’animale che più di tutti poteva condurre alla vittoria in guerra, dimostrando prestigio e spregio del pericolo. Non possiamo non ricordare il mai venuto alla luce cavallo di Leonardo da Vinci per Francesco Sforza, che doveva essere, nelle intenzioni, la più grande statua equestre mai costruita.

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Il cavaliere, la morte e il diavolo, Albrecht Dürer, 1513-14

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Studio di un cavallo sellato e un cavallo con un ragazzo a cavalcioni, Jacob de Gheyn II, 1603 ca.

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Cavaliere polacco, Rembrandt, 1655

Molteplice è la bibliografia, fra i tanti che pubblicarono sul tema, ricordiamo Giuseppe d’Alessandro (1656-1715), duca dell’allora Peschiolanciano (oggi Pescolanciano, nel Molise), che scrisse un trattato, Arte del Cavalcare (»»qua), proprio sui suoi amati cavalli e sull’arte del cavalcare, con annessi e connessi (poesie incluse) fino al modo di curare le malattie, opera stampata nel 1711 a Napoli.

E sempre a Napoli, intorno alla metà del ‘500, era nata una delle prime accademie equestri, famosi i nomi di Federico Frisone (»»qua e »»qua) e Giovanni Battista Ferraro (»»qua). Napoli, che sarà inoltre vivaio di corsieri che andranno a popolare le fila spagnole nella corte prima di Carlo V e poi di Filippo II.

Per non dimenticare, qualche secolo prima, il volume di Lorenzo Rusio, Opera de l’arte del malscalcio, pubblicata a Venezia nel 1543 (»»qua), o ancora del 1603 quello di Francesco Liberati, La perfettione del cavallo, alle stampe in quel di Roma (»»qua).

Animale che, sebbene addomesticato, conservava e conserva ancora quell’aspetto selvatico che ci attrae, misterioso e affascinante nello stesso tempo, dove la femmina sembra essere il capo branco. Branco sì, essendo, questo, un animale sociale per natura, in cerca di contatto, di comunicazione, di relazione.

Tale breve excursus, celebrazione di un equino che tanta importanza ebbe nei giochi della storia, non potrebbe concludersi senza alcuni versi a lui dedicati, senza risaltare l’appassionato legame fra cavallo ed eroe che Lord Byron ci racconta (»»qua):

“[…]
Un migliaio di cavalli e nessuno cavalcato!
Con coda ondeggiante e criniera al vento,
le froge selvagge mai contratte dal dolore,
le bocche non insanguinate
da morso o redine,
e piedi che il ferro mai calzò,
e i fianchi intatti da sperone o frusta,
un migliaio di cavalli, selvaggi, liberi,
come onde che s’inseguono nel mare
giunsero fitti tuonando.
[…]” (2)

E allora eccoli questi cavalli che hanno dato il loro sangue per noi (sic):

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*****

– 1. in Lo chiamavano Trinità, regista Enzo Barboni, film, 1970.
– 2. Lord Byron, Mazeppa, XVII, 1819.

 

Sep 182014
 
Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Il cammino tecnologico è giunto a tal punto che basta avere un computer e una connessione internet per ammirare le più belle opere d’arte, facendo sì che spazio e tempo si identifichino con un presente che permette meglio raccogliere le memorie del passato.

Sicché, per assaporare i lavori di un dato pittore, basta giocare con i tasti del nostro pc e scegliere la meta, una meta che si rivelerà ai nostri occhi addirittura con didascalie, descrizioni, suggerimenti, informazioni varie. Il tutto comodamente da casa nostra, con la capacità, inoltre, di ampliare l’immagine ed entrare in minuzie che talvolta sfuggono.

Ma tale riproducibilità tecnica, seppur di grande aiuto nella comunicazione della cultura, è priva di un quid, priva, per dirla con Walter Benjamin (1892-1940), dell’aura, quella stessa aura mancante quando lui scriveva sulla diffusione della fotografia e del cinema nella prima metà del Novecento. Un concetto, a mio avviso, tuttavia valido.

“[…] L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto, questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa.
Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico.
[…]
Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un unico evento una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” (1)

Ché solo “vedendo” un’opera d’arte nella propria tangibilità fisica e, magari, nello spazio per cui è stata creata, solo allora si riuscirà a entrare nello studio di una “creazione” in cui l’aura che la identifica si manifesta e percepisce. Chiaramente non sempre è possibile, cosicché l’aiuto offerto dai nuovi mezzi di comunicazione può avvicinarci a quelle testimonianze storiche che dovrebbero far parte del nostro bagaglio formativo.

Eppure la tecnica, come accennavamo prima:

“[…] può, mediante la fotografia, rivelare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere a piacimento il suo punto di vista, ma non all’occhio umano, oppure con l’aiuto di certi procedimenti come l’ingrandimento o la ripresa al rallentatore, può cogliere immagini che si sottraggono interamente all’ottica naturale.” (2)

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Il quadro in questione, quello di sopra di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), La lavandaia, del 1734 ca., è dunque solo una scusa – potrebbe esser stato un altro – per comprendere la testimonianza di Benjamin, un lavoro, quello del francese, che parla di una quotidianità storica del XVIII secolo.

La scena a sfondo familiare ha l’abilità di metterci in ascolto, un ascolto “osservativo” che prende anima e corpo, isolandoci dal nostro tempo e trasportandoci in un mondo che non poche connessioni ha con il nostro presente, un gioco di rimandi che agevola un dialogo fra tela e spettatore, fra un’energia – aura – che viene dall’ieri e la nostra, quella dell’oggi tecnologico.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Il racconto si svolge all’interno di una umile casa, dove due donne, prese in diversa prospettiva, sono attente ai loro lavori domestici, mentre un bambino gioca con bolle di sapone – ci ricorda un altro suo lavoro dello stesso periodo, 1733-’34 ca. appunto Bolle di sapone – , e un gatto abbellisce ancor più l’insieme. Un dipinto pieno di particolari che gli conferiscono una preziosità davvero unica e singolare che può meglio esser analizzata se lo ampliamo grazie alle nuove tecniche.

Sovviene alla mente, fra l’altro, La lavandaia di Giacomo Ceruti, più o meno coevo, 1736 ca.

*****

– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998, kindle pos. 100 e segg.
– 2. Walter Benjamin, op. cit., kindle pos. 88 e segg.

Sep 142014
 

di Ivana Palomba

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Il modo di dire “essere l’esercito di Franceschiello”, patrimonio del nostro lessico, ha un significato dispregiativo volendo significare “un reparto, un’istituzione dissestata, disorganizzata senza disciplina, né mezzi.”[1]

Mai modo di dire fu più ingiusto, perché nel crollo del regno borbonico fu proprio l’esercito col suo valore e fedeltà, morale e politica, a salvare l’onore della dinastia.

Il “Franceschiello” in questione è Francesco II di Borbone (1836-1894), re delle Due Sicilie, soprannome datogli dal popolo napoletano per affetto e simpatia, ma passato alla storia come epiteto dispregiativo poiché, come si sa, la storia la scrivono i vincitori e chi perde è sempre dalla parte del torto.

Francesco II nato a Napoli nel 1836 non conobbe la madre, Maria Cristina di Savoia beatificata nel gennaio del 2014, che ad appena quindici giorni dal parto morì. Salì al trono nel 1859, ricevendo dal padre, Ferdinando II (1810-1859) che aveva regnato per oltre trent’anni trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa, un’eredità pesante per la sua giovane età e proprio quando iniziava la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti infatti travolsero la dinastia e mutarono la storia del popolo.

Ma anche se Franceschiello regnò per un breve spazio di tempo riuscì lo stesso a farsi apprezzare dal suo popolo per bontà d’animo, spirito di carità verso i più deboli e grande fede cattolica.

In pochi mesi attuò importanti riforme sociali e politiche: dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, emanò amnistie, ampliò la rete ferroviaria del regno. Per sua iniziativa furono create cattedre universitarie, licei e collegi.

L’iconografia ci rimanda l’immagine di un giovane con spalle cadenti, aspetto impacciato e occhi tristi e la storiografia, anche quella più recente, ci riporta ad un re che viene quasi trascinato nella difesa di Gaeta dall’entusiasmo incosciente e talvolta imprudente della giovane moglie Maria Sofia di Baviera (1841-1925), riconosciuta come “eroina di Gaeta”.

Quest’immagine stereotipata di un monarca perdente, di un re pavido e inetto, dove le parole potere e trionfo non trovano spazio, stride con la realtà di un re dal profilo umano, morale, intellettuale e cristiano, altissimo e rigoroso.

Il 6 settembre 1860, Francesco, per risparmiare alla sua città atroci combattimenti con l’esercito garibaldino ormai alle porte, partì per Gaeta denunciando all’Europa, con un proclama dai toni gravi, ciò che riteneva una violazione ai popoli delle Due Sicilie:

“… una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee.”[2]

Egli denunciava ai rappresentanti delle potenze europee la violazione alle più elementari norme del diritto internazionale. Ciò che adesso succedeva al suo stato apriva le porte all’autolegittimazione dei governi spianando la strada a dei regimi che avrebbero basato la loro potenza sulla forza e la violenza e non sul consenso dei popoli. Denunciava inoltre il Piemonte che pubblicamente sconfessava l’azione garibaldina ma in segreto la sosteneva:

“… questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato… L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo… L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo…”[3]

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Lasciando Napoli, Francesco non aveva portato nulla con sé. Dopo appena una settimana dalla sua partenza, i suoi beni furono dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”. Alla successione di Vittorio Emanuele II (1820-1878) fu avanzata la proposta di rendergli i suoi beni privati con la condizione che non avanzasse alcuna pretesa al trono delle Due Sicilie ma Francesco non accettò, non volendo alcuna strumentalizzazione della sua persona:

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o li restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me. Stimo più la dignità che la ricchezza.”[4]

Federico si acquartierò, con i suoi uomini più fedeli, nella fortezza di Gaeta che fu assediata dalle forze, comandate dal generale Cialdini, inviate da Cavour (Camillo Benso, conte di Cavour 1810-1861), che voleva dare l’ultimo colpo di grazia alle resistenze borboniche.

Francesco combatteva contro l’indifferenza europea e protestava instancabilmente sul fronte diplomatico. Convinto della legittimità della sua opera si era messo a fianco dei suoi soldati per osteggiare tale sopruso.

Così si esprimeva:

Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi.”[5]

Non voleva assumersi la responsabilità dei massacri che l’esercito piemontese stava facendo ai suoi napoletani che la propaganda dipingeva come “briganti”.

Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io.”[6]

La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e animosa regina Maria Sofia di Baviera (1841-1925), ma a metà febbraio la città dovette capitolare. L’11 febbraio 1861, anche per risparmiare ulteriori perdite, Francesco II dava mandato al governatore della piazzaforte di negoziare la resa. I due giorni di trattative non risparmiarono però altri lutti perché il generale Cialdini continuava a bombardare la fortezza militare. Alla fine si registreranno: tra le file piemontesi 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi e tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi senza contare la popolazione civile che pure aveva subito il grave assedio.

Povero e in esilio l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa visse ad Arco di Trento gli ultimi anni della sua breve vita, in umiltà e dignitoso anonimato. Il 27 dicembre 1894 uscirà definitivamente dalla scena del mondo sobriamente come aveva vissuto.

Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. In prima pagina Matilde Serao aveva scritto:

Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.[7]

©Ivana Palomba

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[1] Carlo Lapucci, Dizionario modi dire, Garzanti-Avallardi, 1993.
[2] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997, pag. 553.
[3] Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004, pag.168.
[4] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Trabant, Vol. II, 2013, pag. 555.
[5] Proclama reale, Gaeta 8 dicembre 1860.
[6] Ibidem.
[7] Matilde Serao, Il re di Napoli, “Il Mattino di Napoli”, del 29 dicembre 1894.

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Bibliografia:

– Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II, edizioni Trabant, 2013.
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997.
– Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004.
– Stefano Preite, Il Risorgimento, ovvero, Un passato che pesa sul presente: rivolte contadine e brigantaggio nel sud, Lacaita, 2009.
– Raffaele Di Lauro, L’assedio e la resa di Gaeta, 1860-61, ed. Marino, Caserta, 1923.
– Mariolina Spadaro, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, La Riviera, 2007.

Sep 092014
 
Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Vari e tanti sono i metodi per diffondere e divulgare la Storia, partendo dai quadri dei pittori alle sculture alle incisioni, o ancora tramite i libri e le riviste, a cui si aggiungono i blog i forum i siti, per continuare con la radio la televisione e, non per ultimo, il cinema i film.

Più sarà eterogenea la possibilità di raggiungere il pubblico, più i fatti e gli eventi potranno essere a conoscenza di tutti. E il cinema ha avuto, e ha tuttavia, la missione non solo di informare e propagandare superando spesso le barriere linguistiche e territoriali grazie alla forza delle immagini, superando forma mentis e limiti sensoriali, ma altresì quella di memoria storica.

Il cinema, lo sappiamo, nasce a fine ‘800, considerando i francesi fratelli Lumière, Auguste e Louis, come gli inventori del proiettore cinematografico, coloro che seppero fare il salto tecnologico fra i tanti precedenti tentativi e quello che sarà poi punto di partenza per successivi sviluppi. Certamente non è da dimenticare il nostro Filoteo Alberini, già nel 1894 uno dei pionieri italiani.

Ma andiamo avanti… e andiamo avanti ricordando il passaggio dal muto al sonoro, nella cui Pisa del 1906 si realizza una delle prime prove, proseguendo dal bianco e nero al colore, esperimenti iniziati, sembra, nella Germania degli anni ’40 del Novecento e poi definiti negli Stati Uniti nei seguenti anni ’50.

Insomma, il cammino che ci porta all’oggi, dalla pellicola analogica a quella digitale, dallo schermo quadrato al rettangolare, fino agli impressionanti effetti speciali del 3D, è un cammino che parla non solo della storia del cinema come tale, ma perfino di quei film che hanno immortalato i grandi avvenimenti storici.

Non è vano sottolineare che un film storico è una serie di immagini interconnesse che tratta di vicende reali, accadute nel passato, un film ambientato in un ben preciso contesto che riporta, nei limiti dello schermo e della sceneggiatura, fatti di una certa importanza, in cui la ricostruzione di costumi scene dialoghi e via dicendo si attesta quanto più possibile aderente alla verità.

Noi ricorderemo qua solo qualcuno che interessa da vicino la Storia moderna, ripoteremo 4 di quelle pellicole cinematografiche che hanno tramandato le gesta di coloro che hanno lasciato una impronta indelebile nel tempo, facendo attenzione agli errori, voluti e non, che talvolta anche un profano può scorgere, come i libri che si vedono nel celebre Il Gladiatore, o le ripetute scene dei cuori ancora pulsanti strappati dai sacerdoti Maya ne Apocalypto, forse, sottolineo forse, tradizione più Atzeca.

Partiamo con una testimonianza che ci conduce in un momento decisivo della nostra civilizzazione occidentale, momento in cui la storia sembra accelerare il passo e parte dei commerci sposteranno, nei secoli a venire, il loro asse dal Mediterraneo all’Atlantico.

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1492 – La conquista del paradiso, del regista britannico Ridley Scott prodotto nel 1992 a 500 anni dall’avventura, relata i decenni che precedono introducono e seguono la cosiddetta scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, una scoperta di cui gli storici odierni iniziano a dubitare essere stato, l’italiano, il primo a visitare il Nuovo Mondo. In ogni modo la pellicola, a mio avviso molto romanzata, ci fa riflettere sulla forza delle passioni umane che spingono l’uomo a superare i propri limiti e sfidare lo sconosciuto.

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Le guerre d’Italia di fine Quattrocento inizi Cinquecento sono state lotte che ci hanno interessato in particolar modo, epoca di scontri fra Spagna e Francia per il controllo di un territorio vitale per le due, allora, superpotenze.

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Diretto dal regista italiano Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, del 2001, narra gli ultimi giorni di Giovanni de’ Medici, ovvero Giovanni dalle Bande Nere, che, al soldo del pontefice Clemente VII, tentava contrastare l’avanzata delle truppe di Carlo V, entrate nella penisola per dirigersi verso Roma (Sacco di Roma del 1527). Un film di un degno valore storico.

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Il Seicento è stato caratterizzato dal Barocco, dall’ascesa al trono di Luigi XIV, da un periodo assolutista, da produzioni letterarie e artistiche davvero notevoli e degne di nota. Il sovrano francese è, per antonomasia, il prodotto e il produttore di quel periodo che segnò in maniera incisiva il comportamento sociale di un’epoca che tanta ripercussione avrà nel trascorrere dei decenni.

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Il regista italiano Roberto Rossellini ci ha regalato nel 1966 uno squarcio del XVII secolo con La presa del potere da parte di Luigi XIV, un film per la televisione che non potevamo lasciare nel dimenticatoio. Anna d’Austria, il cardinale Mazarino, Colbert, Luigi XIV, Madame Du Plessis, alcuni dei protagonisti di una lodevole ricostruzione storica piena di teatralità riti cerimonie di quasi sacralità, così come era la vita del re.

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Fra il 1775 e il 1783, copioso fu il sangue umano versato dalle colonie nord-americane per uscire dal giogo britannico, anni di lotte, spesso fratricide, che hanno portato alla creazione di una potenza che oggigiorno guida, direttamente o indirettamente, mezzo mondo.

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Nel 2000, il tedesco naturalizzato statunitense Roland Emmerich evidenzia una serie di problemi peculiari delle colonie americane inglesi del XVIII secolo, dalla schiavitù alla crudeltà, vuoi delle truppe britanniche vuoi americane, all’uso dei sentimenti in battaglia. Il patriota, film ambientato nella Guerra d’indipendenza americana, gira intorno a un personaggio, Benjamin Martin, che lotta per difendere la sua famiglia e per la libertà della sua terra.

Sep 062014
 
Sito archeologico Caral, Perù

Sito archeologico Caral, Perù

Sebbene in questo blog si parli principalmente di Storia moderna (»»qua), vi sono notizie che portano a profonde riflessioni e che vanno oltre le artificiali suddivisioni temporali, riflessioni che dovrebbero considerare la Storia come un unicum e un continuum (»»qua, »»qua) dell’evoluzione umana avvenuta più o meno contemporaneamente in più parti del nostro globo.

La revisione storica, quella seria, quella scientifica, quella con dati e documenti alla mano, è un processo da fare giorno dopo giorno, in cui scoperte archeologiche, fra l’altro, ci portano a riconsiderare il passato e vederlo da altre angolazioni, con mente aperta, pronta a vagliare possibili alternative e suggerire modificazioni e correzioni al già conosciuto.

Pensare che l’Egitto fu inizio, circa 5.000 anni fa, della nostra civilizzazione, almeno intesa in senso moderno, è oramai un concetto superato, ché, pur restando vero che anche in Cina, in India, in Mesopotamia si hanno indizi di sviluppo coevo, in Sudamerica, e precisamente in Perù, è stata scoperta, qualche decennio addietro, una civilizzazione andina chiamata Caral che data anch’essa 5.000 anni.

E Caral con le sue piramidi di circa 30 mt., dicono gli archeologi peruviani, nella figura investigativa della prof.ssa Ruth Shady, fu uno stato teocratico che nulla aveva da invidiare alle lontane civiltà egizie, stato dedito agli scambi commerciali.

Bene, lascio un paio video e il sito internet affinché si possa approfondire:

Caral, sito internet ufficiale;
Caral, video introduttivo;
Piramides de Caral.

Sep 022014
 
Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Una delle conseguenze delle navigazioni, della scoperta di nuovi mondi, delle esplorazioni geografiche, a partire almeno da Enrico il Navigante (1394-1460), fu altresì quella di descrivere analizzare e studiare flora e fauna di quei luoghi esotici che man mano alimenteranno l’immaginazione dei lettori europei.

Non c’è pianta esotica che Dampier non descriva con estrema cura e sistematicità, dal cacao all’albero del pane. Basta scorgere per questo le note che dedica alla vaniglia che definisce «un piccolo baccello pieno di semini; è lungo quattro o cinque pollici, grosso all’incirca come il gambo di una foglia di tabacco e, quando si secca, gli assomiglia anche molto […]»” (1)

Fiori alberi uccelli animali sconosciuti entravano poco a poco a far parte delle conoscenze che aggiungevano tasselli mancanti al necessario bagaglio del sapere che servivano per i dialoghi nei salotti letterari, nei futuri caffè, nelle riunioni nobiliari e borghesi del tempo, nonché per lo studio dei relativi settori.

E le illustrazioni, che completavano i testi dell’epoca, erano vere e proprie opere d’arte, immagini la cui completezza dei dettagli è tale da meravigliarci tuttavia. Basta ricordare la naturalista tedesca Maria Sibylla Merian (1647-1717) che, ritornata da Paramaribo, in Suriname, pubblicò un meraviglioso libro dal titolo Metamorfosi degli insetti del Suriname, del 1705.

Willem Piso (1611-1678), medico e naturalista olandese, fu uno di coloro che, grazie alla sponsorizzazione del principe John Maurice di Nassau (1604-1679), al tempo governatore delle colonie olandesi in Brasile, viaggiò a seguito della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali proprio in Brasile, dal 1637 al 1644. Uno dei fondatori della medicina tropicale, Piso, insieme al naturalista e astronomo tedesco Georg Marcgraf (1611-1648) e all’apporto di Joannes de Laet e H. Gralitzio, diede alle stampe al rientro ad Amsterdam un prezioso testo, Historia naturalis Brasiliae, 1648, forse il primo a carattere medico che tratta di quelle lontane terre in cui si analizzavano, fra l’altro, le malattie tropicali e i rimedi indigeni.

Redatto in latino, è un’opera di una certa importanza, giacché, descrivendo flora e fauna della regione a nord-est del Brasile, fu punto di riferimento per i futuri lavori scientifici realizzati da Carlo Linneo (1707-1778) per il suo Systema naturae (1735).

Di seguito una serie di immagini di piante contenute nel bellissimo libro.

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae,, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

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– 1. in Attilio Brilli, Dove finiscono le mappe. Storia di esplorazioni e conquiste, il Mulino, 2012, kindle pos. 517.

Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

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– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.