Gaspare Armato

Blogger dal 2005, nomade per indole, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, Gaspare Armato si dedica a divulgare aspetti noti e meno noti della Storia moderna.

Mar 012015
 

Il percorso storico degli ebrei è un lungo e complesso cammino che si incrocia spesso con la storia dei luoghi in cui sono vissuti. Un percorso impresso nella loro viva memoria, la quale diventa importante e imprescindibile mezzo di trasmissione vuoi orale vuoi scritta. A tal punto che nella Bibbia la parola Zakhar, ovvero “ricordare”, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben 169 volte (1).

Ebbene, con il proposito di “ricordare”, suggeriamo tre libri che ci introducono nell’argomento in questione, considerando che non è certamente facile dare dei cenni sui seguenti testi, ché gli intrecci della loro storia, le complessità degli argomenti e, non per ultimo, le connessioni con le realtà in cui questi sono vissuti, danno alle seguenti proposte di lettura un carattere articolato e poliedrico, un gioco narrativo che vale la pena leggere e rileggere per meglio entrare e comprendere le molteplici dinamiche.

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492, è un resoconto variegato, in cui le “avventure” di un popolo sono “memorie” di resistenza, di nomadismo, di tolleranza-intolleranza, di avversità, di minacce di annientamento, ma anche creatività, forte affermazione della vita, continue sfide. Una diaspora che racconta di persone la cui esperienza si incrocia con la cultura, l’economia, la politica, e non solo di un Paese, ma di uno e più continenti. Un popolo, insomma, che è parte integrante del luogo in cui ha vissuto e vive, un’interazione attiva con gli altri necessaria per la sopravvivenza.

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Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo

La prof. Anna Foa già la conosciamo (»»qua) ed Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione. XIV-XIX secolo è uno dei suoi tanti lavori dedicati al tema, argomento affrontato dal punto di vista dei rapporti fra ebrei e cristiani, una persecuzione che supera i ghetti e va ben oltre il ricostruire la loro millenaria storia, in questo caso solo dei circa sei secoli dell’Età moderna.

“… Spostamenti ed esili caratterizzano e segnano momenti di crisi, come appunto il 1348, ma fanno parte della storia degli ebrei anche in circostanze meno drammatiche…”

Nell’Europa che va dal Trecento all’Ottocento, dunque, ci parla di quei “ricordi” che hanno segnato l’esilio, la dispora, la vita quotidiana nei ghetti e tanto altro ancora. Un testo da tenere sottomano.

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Riccardo Calimani, Storia dell'ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento

Riccardo Calimani nel suo Storia dell’ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento, si pone varie domande, quali: chi sono gli ebrei e perché sono stati da sempre perseguitati, come è nato nell’immaginario collettivo l’idea dell’ebreo errante, etc. Un libro che ripercorre duemila anni passando per Gesù e il falso messia Shabbetai Zevi, un volume che tenta comprendere la condizione psicologica dei figli di Giacobbe, che tratta altresì delle mille e una contraddizione del mondo cristiano, un mondo in cui hanno vissuto influenzando il suo continuum storico.

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– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.

Feb 232015
 

Anche se uno dei regni insorgerà contro di te
per consegnarti alla distruzione,
sempre ci sarà un altro dove troverai rifugio.”
(1)

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Nella storia del nomade popolo ebreo (»»qua), grande importanza ha avuto, nel Seicento, l’Olanda, Amsterdam in particolare, vuoi come centro dei loro commerci vuoi come luogo in cui godevano di una certa tolleranza religiosa.

La maggior parte degli ebrei presenti in città proveniva dalle terre iberiche, Spagna e Portogallo, terre che li avevano visti allontanare con la “forza” a fine XV sec. (»»qua), dirigendosi – anche ma non solo – verso il nord Europa. I Paesi Bassi, che avevano proclamato la propria indipendenza nel 1581, sebbene solo nel 1648 riconosciuta, sarà una delle loro destinazioni. Amsterdam già nel 1609 aveva accolto i cosiddetti marranos, ebrei convertiti (»»qua), sebbene qualche decennio prima (1593) si abbiano notizie di una piccola comunità originaria del Portogallo (2).

Nell’epoca da noi considerata, autorizzati dagli Stati Generali delle Provincie Unite, questi potevano esercitare, più o memo indisturbati, il proprio culto e i propri traffici, distinguendosi alcuni nell’esercizio dell’industria della seta, mentre altri lavoravano con lo zucchero, monete, olio, tessuti, libri. Zucchero che arrivava dal Brasile attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, processato e venduto altresì all’estero. Una delle prime raffinerie fu quella dei fratelli Abraham e Isaac Pereira fondata ad Amsterdam nel 1665. Attiva fu peraltro la commercializzazione del tabacco, prodotto originario del Brasile e che veniva venduto a mezza Europa. Per il traffico dei diamanti e gemme preziose si dovette aspettare la metà del Settecento, controllando loro – per lo più ashkenaziti – il settore.

Dicevamo dei libri, e qua ci basta ricordare che vari furono gli stampatori di origine ebrea che diedero luce a migliaia di volumi, nelle più disparate lingue – olandese portoghese francese spagnolo italiano inglese ebreo -, destinate al mercato non solo locale, realtà che oramai aveva superato Venezia. Il rabbino Menasseh Ben Israel (1604-1657), uno di questi, e unico ebreo a partecipare addirittura alla fiera del libro di Francoforte nel 1634. Di lui Rembrandt, di cui era amico, ci lascerà diversi ritratti. Non dimentichiamo inoltre David de Castro Tartas che fra il 1672 e il 1702 pubblicherà un periodico, La Gazeta de Amsterdam, in lingua spagnola, contenente informazioni politiche, commerciali, marittime, e che sarà un mezzo per comunicare e informare pur oltre le frontiere patrie.

Gazeta de Amsterdam, 1672

Gazeta de Amsterdam, 1672

E sebbene molti fossero coloro che avevano intrapresero attività ben redditizie – ricordiamo che erano finanche azionisti delle due compagnie, Occidentale e Orientale, oltre che della Borsa di Amsterdam -, ciò non significa tutti fossero agiati, ché la maggior parte degli ebrei erano piccoli commercianti, medici, artigiani, pescatori, sarti, orafi, argentieri, gente comune, tuttavia la loro importanza nelle attività giornaliere era di somma importanza e muoveva l’economia. Oltre al fatto che gli immigranti portavano con loro preziosi capitali da investire, di grande utilità in un Paese in pieno sviluppo.

Intorno al 1632 gli ebrei, prevalentemente sefarditi, erano circa 1.500 su una popolazione locale di 114.000 abitanti, pochi anni dopo, 1660, raggiungevano la somma di 4.000, stavolta contando quelli di provenienza polacca e tedesca, ashkenaziti (3). Infatti, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Amsterdam accolse una gran quantità di questi provenienti dalle terre germaniche in guerra e in piena crisi economica, fuggendo dalla miseria e dalla distruzione, e dalla Polonia in lotta contro i russi e le ribellioni (1648-1649) dei cosacchi di Chmielnicki (1596-1657).

La loro vita quotidiana avveniva in libertà, nel senso, peraltro, che il quartiere in cui vivevano non era un ghetto, non c’erano né mura né porte d’entrata, così come nessuno era obbligato a portare determinati distintivi sugli abiti. Vicino la casa del pittore Rembrandt (1606-1669) viveva Daniel Pinto, fondatore insieme a suo fratello Abraham, della comunità portoghese di Amsterdam, all’altro lato abitava Salvador Rodrígues, un mercante, mentre a pochi passi c’era Isaac Montalto, figlio di quell’Elias Montalto medico di Maria de’ Medici alla corte francese.

Il porto di Vlooyenburg, quello che oggi si chiama Waterlooplein, fu il cuore del mondo ebreo. Un agglomerato di case negozi attività che permetteva all’Olanda di quel Seicento esser considerata ambita meta.

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Nel 1615 avevano poi ottenuto autorizzazione a costruire la prima Sinagoga, che anni dopo si convertirà addirittura in meta turistica: nel 1639 sarà visitata dalla regina madre di Francia Maria de’ Medici (4). Conclusa nel 1675, sarà la più grande del continente.

La prosperità dei nostri vicini Olandesi evidenzia che la diversità religiosa dei nostri fratelli non è un ostacolo, viceversa vivono in pace gli uni con gli altri… sufficientemente uniti nella difesa delle loro libertà comuni e nella lotta contro i comuni nemici” (5),

scriverà nel 1650 William Walwyn (1600-1681) durante il suo esilio in Olanda.

Ciò non significa tutto essere color rosa. Per molti anni non poterono tuttavia partecipare alle cariche pubbliche o alle elezioni municipali, eppure il governo era pronto a proteggere i propri membri ebrei qualora si trovassero all’estero, almeno dal 1657 in poi, anzi, il direttore della Compagnia delle Indie Occidentali, in una lettera al governatore della futura New York, Peter Stuyvesant (1612-1672), poco propenso ad accettare una comunità ebraica nella Nuova Olanda, suggeriva:

Bisogna accogliere gli ebrei nella Nuova Amsterdam, anche in considerazione dei grandi capitali che hanno investito nella Compagnia.” (6)

In un periodo di tempo relativamente breve, la comunità ebraica fiorì oltre misura, economia, scienza, cultura in generale (il filosofo Baruch Spinoza fra i tanti) furono settori in cui eccelsero.

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– 1. Samuel Usque, Consolação às Tribulações de Israel, Ferrara, 1552.
– 2. Werner Keller, Historia del pueblo judio, ed. Omega, Barcellona, 1994, pag. 394.
– 3. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, ed. Fondo de cultura economica de Argentina, Buenos Aires, 2005, pag. 259, 260.
– 4. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, op. cit., pag. 308.
– 5. Howard Morley Sachar, Adios España, Thassália ed., Barcellona, 1995, pag. 308.
– 6. in Werner Keller, Historia del pueblo judio, op. cit., pag. 398.

Feb 172015
 
Denis Diderot

Denis Diderot

L’epoca da noi considerata non erano certo decenni di libertà d’espressione, la pubblicazione di libri libelli periodici era sottoposta a un controllo regio a volte duro e spietato, tutti i manoscritti dovevano passare per le mani di un censore che ne vagliava il contenuto e aggiudicava o respingeva la stampa. Con Lamoignon de Malesherbes (1721-1794) forse si ebbe una leggera maggiore tolleranza, fu lui ad appoggiare, per esempio, il prosieguo dell’Encyclopédie. 

Lo stesso Diderot (1713-1784) fu incarcerato dal 24 luglio al 3 novembre 1749 per aver dato alle stampe Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, o ricordiamo l’ordine di arresto a Rousseau (1712-1778) per l’Emilio o dell’educazione, nel 1762, Rousseau che dovette fuggire.

La produzione francese di volumi autorizzati o per privilegio o tacitamente ebbe un incremento notevole nel secolo da noi considerato, basti pensare che dal 1723 al 1789 più di 30.000 testi (1) ottennero il beneplacito per passare ai torchi. La maggior parte dei libri venuti alla luce erano dedicati alle scienze, all’arte, alla medicina, all’agricoltura, alla politica, mentre quelli sulla religione iniziavano ad avere minor interesse fra i lettori. La maggior parte in lingua francese, il latino oramai declinava sempre più.

Tale, tanta e varia fu la produzione che in una lettera a Malesherbes del 5 novembre 1760, Rousseau scriverà:

La vendita di libri in Francia è prodigiosa, grande quasi come in tutto il resto d’Europa. In Olanda, è quasi nulla. Al contrario, si imprimono proporzionalmente più libri in Olanda che in Francia. Cosicché, potrebbe dirsi in un certo qual modo che il consumo è in Francia e la produzione in Olanda.” (2)

In effetti la stessa Enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1717-1783) aveva ricevuto offerte per essere data alla luce a Neuchâtel, a Cléveris o nella stessa Olanda, ma alla fine sarà Andrés Le Breton (1708-1779) ad avere la concessione. All’estero, clandestinamente, usciranno gli scritti di tanti autori, fra cui Voltaire che si affiderà ai fratelli Gabriel e Philibert Cramer di Ginevra, Rousseau sarà impresso ad Amsterdam dalla tipografia di Marc Michel Rey, etc. (3)

Un gioco economico talvolta proibito che andava a finire dunque fuori i confini gallici e che non riportava il luogo di pubblicazione quando il testo non era tollerato dalle autorità. Lione e Rouen saranno nella Francia di quei decenni le due città dalle quali usciranno una gran quantità di libri (4) che non avevano ottenuto autorizzazione.

La tirature variavano a secondo l’autore e l’argomento, dai 1.000 esemplari della prima edizione de Il Secolo di Carlo XII di Voltaire ai 3.000 della Storia Naturale di Buffon (1707-1788), e se parliamo di periodici, 7.000 erano le copie normalmente impresse del Mercurio di Francia (5).

Già che ci siamo, diamo qualche cenno sui foglietti dell’epoca, sui libelli, sui bollettini, sui notiziari che andavano per la maggiore.

Esiste un genere di libri che in Persia non conosciamo per niente e che qui mi sembra molto alla moda: i giornali. La pigrizia si sente lusingata leggendoli: si è estasiati di poter scorrere trenta volumi in un quarto d’ora.” (6)

faceva dire Montesquieu al suo Usbek (1721).

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Fra i più noti al tempo, o poco prima, la Gazette de France (1631) di Teophraste Renaudot (1586-1653), il già citato Mercure de France (1672) a cura di Jean Donneau de Visé (1638-1710), poi il Journal des Savants, sicuramente il primo giornale scientifico d’Europa (1665), e tanti altri che spesso duravano lo spazio temporale di pochi mesi.

A chi erano dirette queste pagine date alle stampe?

Generalmente e con le dovute eccezioni i lettori, gli acquirenti, erano per lo più la classe abbiente, aristocratici, nobili, i religiosi, inoltre coloro che avevano avuto possibilità di studiare, seguiva poi la borghesia, i mercanti più colti. Rilievo ebbe peraltro l’apertura dei gabinetti di lettura, ricordiamo a Parigi quello del libraio Grangé (1762) o quello di Moureau (1779), luoghi in cui si poteva entrare e leggere al prezzo di pochi spiccioli e, magari, iniziare una conversazione che permetteva creare una specie di circolo informale. Una passione che attraversò l’epoca e permise altresì il diffondersi dell’Illuminismo.

Per la classe meno “alfabeta” che desiderava avvicinarsi alle pagine scritte e illustrate, ecco la letteratura cosiddetta popolare, quei romanzi di evasione comprati con pochi denari, talvolta meno di 2 soldi, stampati in carta grossolana, male impaginati, di solito meno di 120 pagine, così come pure tutta quella serie di libelli che trattavano di catechismo, vita dei santi, cantici, pratiche religiose, racconti di avventura, miti, leggende, fantasia. E non bisogna dimenticare i famosi almanacchi, come Il Grande Calendario, in cui si illustravano i lavori agricoli, i giorni della settimana, tradizione orale, astrologia, e via dicendo.

Queste poche righe per entrare in un continuum storico che conduce alla realtà odierna, quel passaggio iniziato da Gutenberg a metà del XV sec. e che permetterà, lentamente e lungo il trascorso dei secoli, una maggiore alfabetizzazione delle classi sociali più basse. E l’Epoca Illuminista è da considerare come punto di svolta dell’intero sistema culturale.

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- 1. ‪Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, El siglo de las Luces, ed. Akal, 2013, pag. 524.
– 2. in Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 526 (trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato).
– 3. Gaspare Armato, Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, UK, 2009, pag. 214.
– 4. A volte erano indicate le città di Amsterdam o Ginevra come luogo di stampa, altre volte erano luoghi di fantasia.
– 5. Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 527.
– 6. Montesquieu, Lettere Persiane, lettera CV.

Feb 112015
 
Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), olandese, Tommaso Moro (1478-1535), inglese, Juan Luis Vives (1492-1540), spagnolo: tre personaggi europei che dettero all’Umanesimo una spinta divulgativa di un certo rilievo, tre figure che credevano nella forza rivoluzionaria dell’uomo, di quell’uomo che, capace di impregnare il proprio cammino con le decisioni personali, doveva e poteva slegarsi dai nodi di un passato ancora affollato da superstizioni e credenze irrazionali. Di là da tutto ciò, bisogna pur notare le relazioni-interrelazioni che occorrevano fra Spagna Inghilterra Olanda – certamente non solo -, quei legami non esclusivamente dinastici, ma altresì culturali, connessioni, azzarderemo dire, di unione, per quanto possibile, europea. E Carlo V forse rappresenterebbe l’utopica esperienza politica del momento.

Avvicinati da rapporti di amicizia, i tre, ognuno a modo proprio, riprendendo i passi dei classici, tentavano stabilire con il presente un rapporto innovativo, un rapporto che doveva superare gli stessi limiti del classicismo. Sia il “valenciano”, come Moro chiamava Vives, sia lo stesso inglese, sottolineavano l’importanza della cultura come mezzo di cambio sociale.

Nel maggio 1520, Moro, in una lettera a Erasmo, dirà di Vives (*):

Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Anche se tutti i suoi scritti mi sono graditi, il trattato In pseudo-dialecticos mi cagiona un piacere speciale. Non solo per l’abilità con cui Vives si fa beffe di assurde piccolezze e confonde i sofisti con ragionamenti serratissimi; un piacere speciale, dicevo, giacché inquadra i problemi esattamente nello stesso modo con cui li vedevo io nella mia mente molto prima di leggere il suo libro. […] È ormai notissimo come maestro di latino e greco, ché Vives eccelle in entrambe le lingue […] Chi insegna meglio, in un modo più efficace o più affascinante di lui? […]” (1)

Juan Luis Vives, spagnolo, figlio di ebrei convertiti, formatosi in Francia, docente in Inghilterra all’Università di Oxford, vissuto parte della vita e morto in Belgio, fu, fra l’altro, precettore della futura regina d’Inghilterra, Maria Tudor (1516-1558), moglie di Filippo II di Spagna, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, uomo, il Vives, che potremmo definire europeista praticante. Dall’incontro con Tommaso Moro se ne intuisce l’influenza di quest’ultimo nelle sue opere (vedi De subventione pauperum, »»qua), e del Moro, Juan Luis, riceve una positiva testimonianza di vita familiare, una energica spinta per seguire riflessioni di tipo etico-sociale. Il “valenciano” era un vivace difensore dell’educazione, della sanità e della salute pubblica, così come della sicurezza sociale per i più poveri. Difensore peraltro del suo amico Erasmo, annotava in una corrispondenza:

“[…] Quanto a te, [Francisco de Vitoria] ti ammira e ti venera. Com’è acutissimo d’ingegno, così è tranquillo di carattere, perfino un po’ remissivo. Tuttavia, se avesse partecipato a queste dispute [in Spagna], avrebbe frenato suo fratello, che s’infervorava più del dovuto.” (2),

Tommaso Moro, incisione di  Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Tommaso Moro, incisione di Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Testimone privilegiato di quell’epoca che Erasmo chiamò Età d’Oro, Tommaso Moro fu inizialmente consigliere e segretario dello stesso re d’Inghilterra Enrico VIII, uomo dotto, il nostro, che difendeva tenacemente il primato del papato e della Chiesa cattolica, vuoi dal punto di vista religioso vuoi temporale. Basta ricordare il suo costante inveire contro eretici, riformisti, e loro opere. Quando il sovrano inglese si slegò da Roma e si mise a capo della nuova Chiesa anglicana, Moro se ne distaccò, dimettendosi da cancelliere. Nel momento in cui gli si chiese giuramento al recente ordine, il suo diniego fu causa che lo portò nelle carceri della Torre di Londra. La scure cadde sulla sua testa il 6 luglio 1535.

Di Erasmo da Rotterdam ne abbiamo accennato varie volte (»»qua e anche »»qua), forse il personaggio più famoso dell’epoca, il cui modo di pensare ebbe tanta ripercussione nel trascorso dei secoli a venire. Erasmo fu buon amico del Moro, a tal punto che gli dedicò il suo saggio sulla follia, Elogio alla follia, un’amicizia che però si iniziò a flettere quando Tommaso insisteva fortemente nel difendere le posizioni cattoliche, mentre Erasmo tentava criticare i possibili errori di tale confessione. In una lettera del 17 febbraio 1516 all’amico Erasmo, Moro sottolineava:

“[…] È inutile sprecar parole per dirti che cosa pensano di te i nostri vescovi, in particolare l’arcivescovo di Canterbury, e la benevolenza speciale che ha per te il nostro re.” (3)

Erasmo, Moro, Vives, autori che incarnavano un movimento di idee che avrebbe portato, nel lungo periodo, al risveglio dell’uomo, alla presa di coscienza, all’elaborazione di un modus vivendi che oramai ci appartiene e di cui sarebbe bene, di tanto in tanto, ricordarne il cammino.

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– (*) ricordiamo che fu Erasmo da Rotterdam a invogliare Tommaso Moro a leggere gli scritti di Juan Luis Vives
– 1. a cura di Laureano Robles, E la filosofia scoprì l’America, Jaca Book, Milano, 2003, pag. 15.
– 2. a cura di Laureano Robles, op. cit., pag. 240.
– 3. a cura di Francesco Rognoni, Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano, 2008, pag. 163.

Feb 082015
 
Il generale Napoleone Bonaparte, comandante dell'Armata d'Italia

Il generale Napoleone Bonaparte, comandante dell’Armata d’Italia

Una serie di video su Napoleone Bonaparte (1769-1821), il suo esercito e alcune delle sue battaglie.

Dal colpo di stato, attraverso gli avvenimenti della Grande Armée, nel mezzo di vittorie e sconfitte, avanzate e accampamenti, vita privata e pubblica, un video che ci porta nell’esercito di Napoleone, un esercito che ha combattuto in Austria, in Italia, in Egitto, in Russia, in Spagna, in Prussia, in mezza Europa, un esercito diventato leggendario.

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Battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, fu combattuta tra Napoleone, Alessandro I zar di Russia e Francesco II imperatore del Sacro Romano Impero nei pressi dell’odierno paesino di Slavkov u Brna nella Moravia, Repubblica Ceca. Vinta da Napoleone, è ritenuto uno dei più grandi successi tattici del francese.

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18 giugno 1815, si scontrano francesi, britannici e prussiani. Ultima sanguinosa battaglia di Napoleone. Durata circa otto ore, si svolse in realtà nei pressi del villaggio belga di Mont-Saint-Jean, a 5 chilometri da Waterloo. La sconfitta condurrà Napoleone all’esilio a Sant’Elena, dove morirà nel 1821.

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Famosa anche per la morte di Horatio Nelson (1758-1805), la battaglia navale di Trafalgar, tra francesi e spagnoli contro inglesi, vide la sconfitta napoleonica, nei pressi di Cadice, Spagna. Era il 21 ottobre 1805. Da ora in avanti il controllo dei mari sarà in mano agli inglesi, Bonaparte abbandonerà l’idea di invadere l’isola.

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Feb 022015
 
Encyclopédie, D'Alembert e Diderot

Encyclopédie, D’Alembert e Diderot

La pubblicazione dell’Encyclopédie da parte di Diderot e compagnia bella, a partire dalla metà del Settecento, fu momento di riflessione culturale, un’opera che abbracciava i più svariati campi del sapere umano e che tentava rompere un sistema tuttavia legato al passato. L’Enciclopedia francese, che oltretutto fu manifesto – in lato sensu – dell’Illuminismo, si interessò inoltre del problema dell’istruzione tanto a cuore ai filosofi dell’epoca, un’istruzione legata alle classi privilegiate, mentre quelle popolari si mantenevano in-con una cultura orale tramandata da padre in figlio, da anziano a giovane, e che raramente superava i limiti del villaggio o del paesino.

Se passeggiamo per l’Europa di quei decenni, l’analfabetismo si estendeva dalla Russia di Caterina II la Grande alla Spagna di Ferdinando VI Borbone e successori ancorata al mondo agricolo, dall’Italia politicamente frammentata alla Francia di Luigi XVI all’Austria di Maria Teresa, quasi a dire che la persistenza di una certa struttura feudale faceva sì che la massa rurale restasse passiva, poco attiva e ignorante.

Cosa leggermente diversa se guardiamo la parte protestante del continente, dove la lettura delle Bibbia, necessità religiosa per avvicinarsi direttamente a Dio, era pratica quotidiana di tutti, sicché l’istruzione, almeno quella legata alla capacità di leggere, era considerata necessaria. Vedi, per esempio, la Svizzera, l’Olanda, la Scozia, parti della Germania…

Federico II di Prussia, viceversa, nel 1763 aveva promulgato un regolamento che obbligava l’insegnamento elementare per i bambini dai 5 ai 13 anni: sarebbe interessante analizzare l’effettività della legge.

In Francia i giochi in generale stavano così: la zona Nord-Est sembrava più alfabetizzata rispetto a quella Sud-Ovest. Un resoconto afferma che su 344.220 matrimoni celebrati fra il 1786 e il 1789 il 47% erano firmati da uomini e un 26% da donne (1). Con il trascorso dei decenni, l’importanza delle scuole nei villaggi veniva sempre più tenuta in conto, al punto tale che la comunità locale costruiva o affittava gli edifici necessari pagando altresì i maestri. Un’educazione ancora elementare in cui l’istruttore poteva essere un sacrestano, uno scrivano, qualcuno appena alfabeta, per offrire rudimenti di lettura, poi di scrittura e qualche cenno di calcolo matematico. Per le fanciulle esisteva peraltro la possibilità di entrare nelle congregazioni religiose.

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Nelle medie e grandi città, artigiani bottegai commercianti piccoli borghesi possedevano una cultura superiore alla media, una formazione che permise una maggiore diffusione delle idee illuministe. Nel 1785 a Tolosa, a mo’ d’esempio, si rileva un leggero progresso dell’alfabetizzazione cittadina rispetto al 1749: la percentuale delle donne della piccola borghesia che non sanno leggere era scesa dal 30 al 25%, proporzionalmente anche quella dei ceti inferiori (2).

Ma era davvero priorità dell’Illuminismo offrire conoscenze al popolo?

Il dibattito fu certamente vivo e variegato, da quando i fisiocratici avevano affermato la necessità di un’educazione gratuita, obbligatoria e laica, in opposizione, per esempio, all’abate Noël-Antoine Pluche (1688-1761) o a Charles Pinot Duclos (1704-1772) nel cui Essais sur les Ponts et Chaussées, la Voirie et les Corvées (1759) diceva che l’istruzione rendeva il contadino orgoglioso. Più duro l’intervento di Louis-René de Caradeuc de La Chalotais (1701-1785) in cui insisteva nel suo Essai d’éducation nationale (1763) sull’eccessiva diffusione dell’educazione elementare. L’argomento è vasto e controverso per esser sviluppato in questa sede, considerando fra l’altro gli interventi di Kant (1724-1804) per il quale ogni individuo doveva esser capare di riflettere con la propria testa o di Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) quando scriveva:

Se per educazione si intende semplicemente quella che si riceve negli stessi luoghi, e da parte degli stessi maestri, essa risulta allora la medesima per un’infinità di uomini.

Ma se a questo termine si attribuisce un significato più autentico e più esteso, comprensivo di tutto quello che coopera alla nostra istruzione, si può dire che nessuno riceve la stessa educazione. Infatti ognuno ha per propri maestri, per così dire, la forma di governo sotto la quale vive, i suoi amici, le sue amanti, la gente da cui è circondato, le sue letture, e infine il caso – cioè un’infinità di avvenimenti di cui, per la nostra ignoranza, non siamo in grado di scorgere la concatenazione e le cause. Questo caso ha una parte assai maggiore di quella che si ritiene nella nostra educazione. Esso pone certi oggetti sotto i nostri occhi, ed è quindi occasione delle idee più felici; talvolta esso ci conduce alle più grandi scoperte.” (3)

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Per non dimenticare le opinioni di Diderot a favore di un’educazione che avesse legami con il mondo reale, quello di tutti i giorni, magari più scientifica rispetto al passato. O, anni prima, il sostituire la memoria passiva con il ragionamento, di John Locke (1632-1704) con il suo Pensieri sull’educazione che tanta influenza avrà nel tempo.

Da secoli, poi, l’istruzione in Francia era nelle mani per lo più di religiosi, gesuiti in primo piano, almeno fino al 1762, anno della soppressione dell’Ordine, quell’istruzione secondaria fondata sul latino, sulla retorica, sulla scolastica. Passando poi sulle spalle degli Oratoriani che a poco a poco aprirono le porte a materie come la lingua francese e alla storia. Piccoli cambiamenti che preannunceranno l’effettività della rivoluzione illuminista.

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– 1. ‪Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, El siglo de las Luces, ed. Akal, Madrid, 1992, vol. II, pag. 517.
– 2. Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, op. cit., pag. 519.
– 3. Claude-Adrien Helvétius, Sullo Spirito, III, I, 1758, in Pietro Rossi, Gli illuministi francesi, Loescher, Torino, 1987, pag. 283.

Jan 292015
 

di Ivana Palomba

« … e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
gridando a Dio: “Ormai più non ti temo!”
come fé il merlo per poca bonaccia…»

(Sapia senese in Dante, Purgatorio, XIII, 119–123)
 

Turdus merula, merlo

Turdus merula, merlo

Ci stiamo avvicinando ai tre giorni di fine gennaio che da tempo immemorabile sono detti della merla e che dovrebbero essere caratterizzati da freddo polare.

Il “Turdus merula” è un uccello che non migra, rimanendo nel nostro paese per tutto l’inverno, anticipando col suo canto le avvisaglie della primavera. Molte sono le storie legate al modo di dire: i giorni della merla.

Già la citazione dantesca ricorda la leggenda del merlo che credendo passato l’inverno disse al padrone: “or non ti curo domine“, e se ne volò via. Il linguista e storico Tiraboschi (1838-1883) nella sua raccolta di proverbi bergamaschi racconta del tempo in cui i merli erano di colore bianco:

“… si ebbe un gennaio mitissimo; si era alla fine del mese e già si presentivano gli zefiri primaverili. Una merla audace scherzando si fece beffa del mese: Gennaio, mio bel Gennaio, te ne incaco, poiché il mio merlotto è già sicuro. Gennaio indispettito le rispose: Uno ce l’ho e due li prenderò ad imprestito; bianca eri, nera ti farò. Non fu minaccia vana: in quei tre giorni il freddo fu così rigido che la merla dovette cercare rifugio in un camino da dove uscì nera”. (1)

Leggenda ripresa anche dal bresciano Gabriele Rosa (1812-1897). Altre leggende raccontano che nel periodo del 29-30-31 gennaio l’inverno fu così rigido che le acque dei fiumi gelarono, ciò non impedì a un giovanotto di attraversar l’Adda per andare a sposarsi. Ma se all’andata tutto andò bene non lo fu altrettanto al ritorno con la sposina, per cui la lastra di gelo, attraversata per raggiungere la nuova casa, si ruppe facendo annegare la neo-sposa di nome Merla.

Tralasciando le leggende, sembra che il modo di dire abbia origine da una vicenda bellica. Già Sebastiano Pauli nel suo “Modi di dire toscani ricercati nella loro origine” (1740), accennava ad un’origine storica del detto ed il canonico Antonio Barili nel suo “Notizie storico-patrie di Casalmaggiore” confermava tale ipotesi.

Dunque secondo Pauli:

«”I giorni della Merla” in significazione di giorni freddissimi. L’origine del quel dettato dicon esser questo: dovendosi far passare oltre Po un Cannone di prima portata, nomato la Merla, s’aspettò l’occasione di questi giorni: ne’ quali, essendo il Fiume tutto gelato, poté quella macchina esser tratta sopra di quello, che sostenendola diè il comodo di farla giugnere all’altra riva”. (2)

E secondo Barili:

La quarta congelazione del Po accadde nell’anno 1510, su cui passò l’Esercito Francese con tutta la pesante guerresca artiglieria, (tra la quale eravi il lungo e grosso pezzo di cannone denominato La Merla, donde si è propagato il proverbio La Merla ha passato il Po, che si suol dire per lo più nel mancare il fiore dell’esser suo di chicchessia; v. g. la bellezza della donna, e simili, per l’età avanzata; e da cui eziandio si chiamano gli ultimi giorni annuali del mese di Gennajo Giorni della Merla, alludendo al rigidissimo freddo glaciale, che si fe’ sentire nell’epoca indicata), perlochè gli abitanti di Casalmaggiore astretti furono a trasferire a Colorno i necessarj grani, per farli colà macinare ne’ mulini da terra ivi esistenti, con notabile gravissimo dispendio”. (3)

L’anno indicato da Barili indica un periodo ben preciso caratterizzato dagli sviluppi seguiti alla Lega di Cambrai che nel 1508 aveva visto coalizzarsi molte potenze italiane ed europee contro la Serenissima.

Per comprendere appieno tali eventi c’è da considerare che l’inizio del Cinquecento rappresenta per la nostra patria uno dei momenti cruciali della sua storia: l’inizio di quelle “guerre horrende” (come ebbe a definirle Guicciardini), che videro anche l’inizio del dominio peninsulare delle grandi monarchie europee.

La Serenissima aveva esteso la propria influenza in Italia approfittando dei vari conflitti esistenti nella penisola. La sua crescente potenza aveva destato una forte preoccupazione sia negli altri stati italiani che nelle potenze straniere presenti sul nostro suolo, ma soprattutto in papa Giulio II, appena asceso al soglio pontificio. Tutti avevano un motivo di astio o rivalsa nei confronti della Serenissima: Luigi XII, re di Francia, mirava alle città lombarde della repubblica marciana; Massimiliano I d’Asburgo rivendicava come possedimenti dell’impero il Veneto, l’Istria e il Friuli; Ferdinando II d’Aragona sollecitava i porti pugliesi; il Ducato di Ferrara ambiva al Polesine; quello di Mantova ad Asola; quello di Savoia guardava a Cipro e Firenze mal digeriva l’appoggio veneziano alla ribelle Pisa. Per tutte queste ragioni nel dicembre del 1508 fu stipulata la Lega di Cambrai alla quale aderirono Giulio II, Luigi XII di Francia, Massimiliano I, la Spagna e i ducati di Mantova, Ferrara e Urbino.

Le guerre, con alternanze di fronti e schieramenti, proseguirono fino al 1516, dalle quali Venezia uscì molto ridimensionata iniziando il suo lento declino.

Ma tornando al nostro detto è molto probabile una sua origine storica tanto più che non era affatto raro affibbiare curiosi nomignoli ai cannoni come si può evincere dal suddetto testo:

A questi pezzi mostruosi convenivano mostruosi o strani nomi: la Vipera, il Liofante, la Liona, il Bufalo, il Diluvio, la Rovina, il Non-più-parole, il Grandiavolo, il Terremoto ecc. Talvolta, oltre il nome strano, aveano figure stravaganti.” (4)

Che dire allora, attendiamo tremanti i giorni della merla!

©Ivana Palomba

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- 1. Antonio Tiraboschi, Raccolta di proverbi bergamaschi, Tip. F.lli Bolis, Bergamo,1875, pag. 98.
– 2. Sebastiano Pauli, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, Venezia, appresso Simone Occhi, MDCCXL, p. 341.
– 3. Antonio Barili, Notizie storico-patrie di Casalmaggiore, dalla stamperia imperiale, 1812, pag. 26.
– 4. Giovanni de Castro, Storia di un cannone. Notizie sulle armi da fuoco, 1866, pag. 33.

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Bibliografia:
– Antonio Tiraboschi, Raccolta di proverbi bergamaschi, Tip. F.lli Bolis, Bergamo, 1875.
– Sebastiano Pauli, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, Venezia, appresso Simone Occhi MDCCXL, 1740.
Notizie storico-patrie di Casalmaggiore scritte dal canonico Antonio Barili dottore di S. T., dalla stamperia imperiale, 1812.
– Giovanni de Castro, Storia di un cannone. Notizie sulle armi da fuoco, 1866.

Jan 202015
 

Ogni condannato a morte avrà tagliata la testa.”
(1)

Joseph-Ignace Guillotin

Joseph-Ignace Guillotin

Quest’uomo dagli occhi azzurri e parrucca bianca nell’immagine a sinistra fu il medico e politico francese Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), celebre per aver dato il nome alla triste macchina “taglia-teste”, protagonista indiscussa della Rivoluzione francese.

Ma il vero padre della Louisette, nome con cui inizialmente venne chiamata la ghigliottina, fu il chirurgo, sempre francese, Antoine Louis (1738-1792), incaricato proprio da Guillotin, che gli aveva suggerito disegnare un arnese che potesse decapitare senza dolore, una macchina “democratica”, non più riservata a nobili e ad aristocratici, ma a tutti indistintamente, preti, artigiani, contadini, borghesi, alta società. Giacché sotto l’Ancien Régime, secondo il reato commesso, la vittima poteva esser uccisa con un colpo di spada, bruciata sul rogo, con la ruota della tortura e via dicendo.

E Antoine Louis, sulla base di altre già esistenti – ricordiamo che oggetti simili erano già stati adoperati in Boemia nel XIII sec., in Germania (chiamata Fallbeil), in Scozia (la Maiden di Edimburgo), in Inghilterra (il Patibolo di Halifax), in Italia (la Mannaia) – e avendo come assessore il boia ufficiale di Parigi Charles-Henri Sanson (1739-1806), ne abbozza una che poi sarà fabbricata dal costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmidt (1768-1821) per la modica somma, si fa per dire, di 960 franchi d’oro.

Le prime prove si eseguono nel 1792 su pecore e poi su cadaveri nell’ospedale parigino di Bicêtre, modificando la lama orizzontale per una di forma obliqua, più efficace nel taglio. I risultati furono tali che l’Assemblea Nazionale l’adottò immediatamente, adoperandola per tutti, senza distinzione di ceto sociale.

Ma la vera grande protagonista della Rivoluzione è proprio la ghigliottina ed è lei a ottenere il meritato riconoscimento artistico. Durante il Terrore questo strumento di vendetta è talmente idolatrato da divenire l’eroina di un’opera teatrale, La Guillotine d’amour. Il 16 luglio 1793 il «Journal des spectacles» annunciava:

«Si preparano due nuove pantomime al teatro Lycée, i cui titoli sono Adéle de Sacy e La Guillotine d’amour. Ignoriamo quali sono i soggetti dell’una e dell’altra, ma il titolo orribilmente singolare della seconda è ben capace senza dubbio di stimolare la curiosità pubblica.»” (2)

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Esecuzione di Robespierre, 1794

Esecuzione di Robespierre, 1794

Così fu.
Fra i tanti ghigliottinati della Rivoluzione francese ricordiamo il re di Francia Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, Maximilien de Robespierre, Georges Jacques Danton, Antoine Lavoisier, per seguire con Camille Desmoulins, Louis Saint-Just, Charlotte Corday e tanti altri, essendo stato Nicolas-Jean Pelletier, accusato di furto e omicidio, il primo della serie, 25 aprile 1792.

La ghigliottina, marchingegno di orrore, fu altresì rito teatrale, fu spettacolo cui partecipava il pubblico, un pubblico spesso diverso a secondo del soggetto decapitato e natura del crimine, e talvolta il “programma”

“[…] sfortunatamente non funziona a dovere, perché si scopre che la maggior parte degli aristocratici non ha paura di morire: noblesse oblige. Spesso, una volta issati sul patibolo, ridono, scherzano e prendono in giro boia e spettatori, continuando a guardare dall’alto in basso il Terzo Stato, e non solo per la scomoda posizione in cui si trovano. In preda a una luttuosa euforia, c’è anche chi balla elegantemente sulla carretta che lo conduce al supplizio.” (3)

Eppure

Ciò non toglie che, durante la dittatura di quaranta giorni dello stesso Robespierre, la ghigliottina non smise di funzionare. Dal 10 giugno al 27 luglio 1794, milletrecentosettantatre teste caddero «come tegole»: l’espressione da costruttore è di Fouquier-Tinville in persona. Fu l’apogeo dell’applicazione legale della pena di morte in Francia.” (4)

Nel corso della Rivoluzione, la definizione di reato punibile con la pena di morte diventò vieppiù vaga, passando dal cospirare contro la repubblica al dichiarare esser per il ritorno della monarchia, dall’esser sfavorevoli a ulteriori cambiamenti rivoluzionari a opinioni discutibili, dal semplice omicidio-vendetta al furto per la sopravvivenza e addirittura all’offrire cibo e acqua a soldati austriaci contro cui si combatteva. La testa poteva cadere facilmente! Cosicché il suo uso fu sempre più ampio ed equivoco.

Un oggetto che conquisterà rapidamente l’interesse dell’epoca:

Che la ghigliottina costituisca una perversa «macchina estetica» lo comprovavo unanimemente la sua poetica e la sua efficacia e lo conferma perfino una somma di circostanze empiriche, solo in apparenza gratuite. La poetica è riassunta nelle parole pronunciate da Saint-Just all’Assemblea Nazionale: essere la ghigliottina una macchina gradita aux âmes sensibles, ‘alle anime sensibili’. L’attenzione spettacolare è attestata dal nereggiare della folla che, nei suoi giorni di gloria, non si stancherà mai di accalcarglisi attorno. Così il palco della ghigliottina si trasforma in un palcoscenico tanto per le vittime che per la massa degli spettatori.” (5)

Dal peso totale di circa 550 kg. e una lama di 39 kg., la ghigliottina resterà in vigore in Francia fino al 1977, la cui ultima decapitazione avverrà nel carcere di Marsiglia.

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– 1. Code pénal, 6 ottobre 1791, art. 3.
– 2. Antonio Fichera, Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria, ed. Castelvecchi, Roma, 2004, pag. 175.
– 3. Antonio Fichera, op. cit., pag. 277.
– 4. Julia Kristeva, La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, ed. Donzelli, Roma, 2009, pag. 122.
– 5. Alberto Boatto, Della ghigliottina considerata una macchina célibe, Libri Scheiwiller, Milano, 2008 pag. 11.

Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

Jan 112015
 

di Floriana Guidetti

Alfonso II d'Este ritratto da Cesare Aretusi

Alfonso II d’Este ritratto da Cesare Aretusi

Nell’Inventario Testamentario dei Beni di Alfonso II d’Este (1), morto a Ferrara nel 1597, riferendosi alle “barche et robbe diverse trovate nell’arsenale di San Giorgio e Lagoscuro” (2), nell’elenco dei vari beni, al 3447 si legge appunto di questa célega, trovata insieme a “un panno verde avolto in una stuora, due carieghe fornite di panno verde, un panno rosso vecchio per la barca longa… otto cusini di corame pieni di pena” (3), in particolare dunque tra le “diverse robbe che si trovano in detta monitione per servitio di dette barche”.

Non deve confondere il termine ‘beretina’, che in altre occasioni documentate sta ad indicare ‘di colore grigio’ ovvero ‘scuro’. Si può ricordare infatti che Tommaso Garzoni di Bagnacavallo, parlando delle frodi dei fornai e delle angherie dei gabellieri, nell’edizione veneziana del 1586 della sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo, dedicata al Duca di Ferrara Alfonso II, dice che “il pane era nero come un carbone o beretino come la pelle di un asino” e aggiunge “tale che i struzzi nol padirebbono… e così caro che s’augurano mille cancheri a chi ne è causa”.

Occorre precisare che dal 1570 al 1586 gli Estensi avevano appaltato per diecimila scudi il monopolio della fabbricazione del ‘pane venale’, quello cioè destinato alla vendita e al consumo della città e dei borghi, quindi le rimostranze popolari in merito alla pessima qualità del pane e al sempre minore peso della ‘pagnotta’ venduta per unità monetaria, si rivolgevano all’appaltatore e ai fornai che da quello dipendevano, non al principe.

Il vocabolo celega invece è sicuramente derivato da caecus, cieco, attraverso il diminutivo femminile caecula che troviamo anche in Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XII-IV,33), come nome della piccola serpe a noi nota come orbettino, proprio perché “parva et non habet oculos”, piccola e priva di occhi, almeno a quanto appare.

Da caecula si è arrivati a caeluca, per metatesi, quindi a celega, per assimilazione della u ad e e sonorizzazione della c in g.

Non ci si deve quindi meravigliare per il fatto che celega sia poi un epiteto riservato a chi è ‘orbo’, tant’è che Bartolommeo Gamba (1766 – 1841) nella sua Galleria dei letterati ed artisti illustri delle province austro-venete che fiorirono nel secolo XVIII racconta che il padre dell’artista veneziano Giambattista Piranesi (nato nel 1720) era uno “scarpellino detto l’Orbo Celega”.

Qui però non si può evitare di chiedersi il perché di questa ridondanza, se celega è davvero sinonimo di ‘orbo’. Ma proprio in questo riferimento viene da pensare che col tempo sia prevalso quanto contenuto nell’originario termine caecus, nel senso di ‘cieco’ come ‘nascosto, coperto’ e nel nostro caso potremmo dire ‘bendato’, da una specie di copricapo, celega appunto, simile a una bandana, per nascondere l’occhio guercio (o entrambi gli occhi).

Ci viene in aiuto il dialetto (ferrarese), nel quale è ancora ricordato presso gli anziani il vocabolo zélga, nome popolare della Passera minore o Passera mattugia (Passer montanus), che ha una fascia di colore marron estesa dalla parte posteriore del capo fino agli occhi, come bendata, cieca.

E se volessimo spingerci oltre, in un volo di fantasia, potremmo anche pensare che la nostra gente conoscesse questo uccelletto anche come pàsara d’muntàgna e che magari, ispirati proprio da questa circostanza, si sia cominciato a parlare di ‘passamontagna’ come copricapo diremmo oggi ‘integrale’, chissà!

Non sarà che per arrivare al passamontagna occorresse partire da quel copricapo che era la celega beretina vecchia della quale si parla nell’inventario dei beni di Alfonso II d’Este?

© Floriana Guidetti

Passer montanus o passera mattugia

Passer montanus o passera mattugia

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– 1. Pietro Sella, Atti della Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Tip. Zuffi, 1931.
– 2. San Giorgio e Lagoscuro (oggi Pontelagoscuro) sono località rispettivamente a sud e a nord delle mura di Ferrara.
– 3. Un panno verde avvolto in una stuoia, due sedie ricoperte di panno verde, un panno rosso vecchio per la barca lunga… otto cuscini di cuoio pieni di piume.

Jan 042015
 
Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri

Verso la fine della cosiddetta Età moderna (»»qua le suddivisioni storiche), si svegliano ancor più le coscienze con i nuovi ideali dell’Illuminismo, il Settecento darà l’avvio a dibattiti e discussioni che stimoleranno i salotti letterari francesi – ricordiamo quello della marchesa de Rambouilet (1588-1665) di metà Seicento – ed europei, così come i caffè letterari – in Italia famoso quello dei fratelli Verri. Schiavitù, libertà, eguaglianza, diritti, fra l’altro, saranno parole e concetti nelle bocche di tutti, iniziando dai letterati per finire, poco a poco, alla borghesia e al popolo in generale. La rottura con l’Ancien Régime è di là a poco a venire, la Rivoluzione americana e francese romperanno vecchi legami, e un differente modo di veder e vivere la vita prenderà piede, le monarchie cominceranno a barcollare.

Vittorio Alfieri (1749-1803) (»»qua un particolare) è uno dei letterati italiani più noti dell’epoca, drammaturgo, poeta e attore teatrale, uomo dal carattere intenso e tormentato, sempre pronto all’avventura, individualista convinto. Il conflitto interiore sarà una delle peculiarità del suo essere, a volte schivo, a volte solitario, altre volte malinconico, un carattere che lottava contro ogni forma di dispotismo, e disponibile, lui, all’eroismo, dilettato dai classici greci di cui ammirava Plutarco. Un uomo, l’Alfieri, che divenne figura di primo piano negli anni a seguire, un pre-romantico cui farà riferimento il Foscolo, ma non solo.

Dallo studio delle idee illuministe – Voltaire e Montesquieu furono due degli autori da lui preferiti – trasse una convinzione razionale della vita, in favore, tra l’altro, della libertà, contro la tirannia.

Proprio questa ultima questione lo porterà a scrivere su un tema politico, Della tirannide – 1777, Alfieri aveva 28 anni -, tema affrontato durante il suo viaggio in Toscana e il soggiorno a Siena, e in cui critica aspramente una delle forme di governo più atroce che possa esserci. Il monarca è un tiranno, diceva, e i due aspetti convivono perché il primo ha la facoltà di limitare e nuocere la libertà altrui, e può abusare a piacimento e volontà del suo potere per esecutare le leggi, distruggerle, sospenderle. Insomma, il monarca identifica la legge con il suo arbitrio.

Ancor più: dalla convinzione che tutti i monarchi e principi sono tiranni, bisogna star vigili, ché la tirannide può cambiar forma e presentarsi con altre sembianze nel trascorrere dei tempi, senza per questo perdere la sua sostanza. E non bisogna dimenticare che la tirannide ha per sostegno oltre l’esercito, anche la religione e la nobiltà. O l’uccisione del tiranno o il suicidio: queste le vie di uscita, secondo l’autore, dal problema.

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Leggiamo di seguito qualche brevissimo passo dell’opera.

- Cosa sia il Tiranno:

Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l’onore. Re all’incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch’ei non pigliano.

- Della Paura:

Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo più gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizj, i principj distruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni; e tutti in somma i tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui, che le troppe gravezze di giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie; perché da quelle enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l’enorme numero de’ suoi soldati, spie, e cortigiani; rimedj tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch’egli benissimo, che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizj e gli onori più importanti cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur mai il tiranno.

- Del Primo Ministro:

Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di lui ministro, si viene a produrre la prepotenza; cioè l’abuso di un potere abusivo già per se stesso. Crescono la potenza e l’abuso ogniqualvolta vengono innestati nella persona di un suddito, perché questo tiranno elettivo e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno ereditario e se stesso. Una persona di più da difendersi, richiede necessariamente più mezzi di difesa; e un’autorità più illegittima, richiede mezzi più illegittimi. Perciò la creazione, o l’intrusione di questo personaggio nella tirannide, si dee senza dubbio riputare come la più sublime perfezione di ogni arbitraria potestà.”

- Delle Tirannidi antiche paragonate colle moderne.

Le nostre tirannidi, in oltre, differiscono dalle antiche moltissimo; ancorché di queste e di quelle la milizia sia il nervo, la ragione, e la base. Né so, che questa differenza ch’io sto per notare, sia stata da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente la romana imperiale, nacquero e si corroborarono per via della forza militare stabilita senza nessunissimo rispetto su la rovina totale d’ogni preventiva forza civile e legale. All’incontro le tirannidi moderne in Europa sono cresciute e si sono corroborate per via d’un potere, militare sì e violento, ma pure fatto, per così dir, scaturire da quell’apparente o reale potere civile e legale, che si trovava già stabilito presso a quei popoli. Servirono a ciò di plausibil pretesto le ragioni di difesa d’uno stato contro all’altro; la conseguenza ne riuscì più sordamente tirannica che fra gli antichi; ma ella ne è pur troppo più funesta e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza.

Il testo alfieriano, di chiara posizione antireligiosa e anticristiana, arricchirà di suggerimenti di dialogo la filosofia politica dei tempi, specialmente per esser stato capace di rompere con le illusioni dell’assolutismo illuminato, titolo con cui si fregiavano certi regnanti europei.

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- brani tratti da: Vittorio Alfieri, Della tirannide, 1777 (»»qua e »»qua).

Dec 302014
 
Simbolo dell'Inquisizione

Simbolo dell’Inquisizione

21 luglio 1542: papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, emana la famosa bolla Licet ab initio, che darà l’avvio ufficialmente all’Inquisizione cattolica, strumento per combattere e fermare la cosiddetta Riforma protestante. Una riforma che già da tempo covava nei Paesi nordici, basti pensare alle spallate che John Wyclif (1320 ca.-1384), Jan Hus (1370 ca.-1415), Huldreich Zwingli (1484-1531) diedero, prima di Lutero, alla Chiesa cattolica.

E allora l’Inquisizione romana, diversa da quella spagnola e portoghese che già esistevano nei rispettivi paesi, sempre con l’autorizzazione di Roma, e che erano strumenti di consolidazione monarchica, creerà nella nostra penisola un apparato repressivo così capillare come nessun altro, una serie di tribunali presenti per lo più nel centro-nord, una eccellente rete informativa e operativa, che potremmo considerare “organo di controllo sociale nell’Italia della Controriforma (E. Bonora, vedi seguente video).

In questa disquisizione, la prof.ssa Elena Bonora (»»qua un suo libro), ci parla di alcuni aspetti dell’Inquisizione, cercando di rispondere a domande quali:

- Come era organizzata la giustizia intollerante dell’Inquisizione?
Come ha potuto la sua intransigenza segnare tutta un’epoca della Chiesa prevalendo su altre opzioni?

Dec 232014
 
La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

Casa famosa soy en quince años edificada.
Probad y ved cuan bueno es el comercio
que no usa fraude en la palabra,
que jura al prójimo y no falta,
que no da su dinero con usura.
El mercader que vive de este modo
rebosará de riquezas y gozará,
por último, de la vida eterna.” (1)

La Phoenix dactylifera è pianta tipica delle coste del Mediterraneo, palma che gli arabi del Medioevo coltivavano – anche ma non solo – in al-Andalus, terra iberica che li vide per circa settecento anni.

E fu tanta l’influenza di codesta specie nella cultura locale che potremmo azzardare a suggerire che le alte colonne elicoidali di 12 e più metri che sostengono l’interno della sala della contrattazione della Lonja de la seda a Valencia sono state fatte a loro somiglianza.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

Ma andiamo con un certo ordine e iniziamo osservando che la funzione di questo luogo rifletteva quella della “Bourses de Commerce” di Parigi o di Marsiglia, o come “The Corn Exchange” di Londra, e altri ancora, luogo dove i mercanti, locali e non, si riunivano e patteggiavano le loro mercanzie, in un’epoca, inizi-metà del XVI sec., in cui Valencia, già prospera nei due secoli anteriori, poteva competere con mercati europei come Marsiglia e Genova. Generalmente le operazioni non erano pubbliche e si definivano con una stretta di mano, garanzia di accordo raggiunto e da mantenere.

Sebbene ci fossero un centinaio di tavoli, posti fissi ottenuti dietro pagamento di una determinata tariffa, la maggior parte delle discussioni avveniva in piedi, talvolta interrotte da una campana se entrava un’autorità o se terminava una sessione.

L’intera struttura fu costruita dal 1482 al 1548, di cui il maestro valenciano Pere Compte, ispirandosi al modello della Lonja di Palma di Maiorca, fu il primo architetto che gettò le basi di quello che potremmo definire essere la più emblematica rappresentazione del Secolo d’oro valenciano, edificio che risente tuttavia dell’influenza gotica e dei primi passi del Rinascimento italiano. Tre corpi lo formano, iniziando dal vero e proprio Salone di contrattazione, poi dalla Torre centrale e, per finire, dal Consolato del mare. Un cosiddetto Patio de los Naranjos allietava le giornate di lavoro dei mercanti.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

L’elegante pavimento del Salone, dal marmo bianco nero e color cannella, attrae fortemente la nostra attenzione per un simpatico disegno che forma stelle a sei punte con attorno dei quadrati, mentre il soffitto, una volta policromo, fu dipinto nel 1498 dal maestro Martí Girbes di colore blu con le stelle, volendo simulare il cielo. Un gioco di luci pensieri e caratteri impressi nell’intero complesso che potremmo dire contenere l’antica anima edetana iberica, la religiosità cristiana e il senso degli affari dei sefarditi e degli arabi.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

Per non dimenticare che in questa sala si installò la Taula de Canvis i depòsits, ovvero la Tavola di cambio e deposito, istituita a Valencia nel lontano 1407. Una cappella dedicata all’Immacolata Concezione è situata nel sotterraneo della Torre. Mentre una scala esterna porta al piano del Consulado del Mar, che risente già delle forme rinascimentali, consolato che trattava degli affari marittimi e commerciali della città.

Nel 1996, l’Unesco la dichiarò Patrimonio dell’Umanità. Di seguito un video che, percorrendo alcune vie di Valencia, ci porta nella Loggia.

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– 1. Iscrizione presente lungo le pareti della Sala di contrattazione.

Dec 202014
 
Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Accennando all’Umanesimo, al Rinascimento, alle varie coeve scoperte geografiche principalmente portoghesi e spagnole, il prof. Giuseppe Galasso ci spiega le Guerre d’Italia, entrando nel periodo storico moderno, punto di partenza temporale che prepara il terreno al nostro mondo contemporaneo. Una serie di eventi diplomatici e bellici dal 1494 al 1559, dagli accordi talvolta di fragile equilibrio, che vedranno formarsi poco a poco i vari Stati europei, Stati connessi fra loro spesso per legami dinastici, Stati che dipenderanno l’uno dall’altro con una serie di trattati che cercheranno evitare l’egemonia di uno di loro.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.