Gaspare Armato

Feb 132016
 

La storia che trascura l’economia è pura sciocchezza;
una mostra di ombre, e non più comprensibile
di quanto lo sia la lanterna magica per un selvaggio
ignaro della causa delle immagini.
È una sorta di magia, come il grammofono o il telefono
per un beduino che li ascolta per la prima volta.” (1)

Il concetto di economia così come lo intendiamo oggi è un concetto che nasce più o meno nell’Età moderna, quando i traffici iniziavano a globalizzarsi ancor più di prima, una nascente e gradualmente vigorosa borghesia si affacciava sulla nuova realtà dei secoli XV e XVI , quando ancora si aprivano nuove vie commerciali con le terre scoperte da Colombo e le varie rotte che conducevano all’Est, quando insomma l’uomo si accorge che può accedere a beni una volta destinati a pochi. Ma la faccenda è ben più complicata e fra i tantissimi testi, ne ho scelto tre per entrare in quelle dinamiche che oggi sono la base della nostra civilizzazione.

L'economia degli antichi e dei moderni

Partiamo dal periodo classico, dalla differenza che potrebbe esserci fra il mondo antico, quello dei greci e dei latini, con il presente. Moses I. Finley, L’economia degli antichi e dei moderni, ci aiuta a comprendere che l’economia nell’antichità era condizionata dallo status e dall’ideologia civica, più che da motivazioni economiche razionali, che saranno la base del successivo sviluppo a partire dal periodo moderno. Un’economia statica, quella di prima, in confronto a un’economia dinamica quella di dopo. Un libro, che sebbene molto criticato, vale la pena leggere per avere una visione un po’ più ampia.

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Storia economica dell'Europa pre-industriale

Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale: imperdibile testo da studiare con cura, volume che porta a scoprire un’Europa che, iniziando dal X-XI sec., si trasforma lentamente da zona poco sviluppata a motore dell’economia mondiale. E in effetti fu nei secoli XVII e XVIII che il nostro continente, grazie a sviluppi scientifici, tecnologici, culturali, sociali, getta le basi ai presenti giochi economici.

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Reti commerciali e traffici globali in età moderna

Il libro della prof.ssa Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, parte dalle remote origini della globalizzazione, da quei cammini costruiti grazie alle scoperte geografiche che hanno interessato mezzo mondo, in un rapporto di relazioni e interrelazioni che superavano oramai i confini locali e si immettevano con forza in varie altre realtà spesso lontano dalla nostra. Commerci internazionali ed evoluzioni degli strumenti finanziari che favorirono altresì la cosiddetta Rivoluzione industriale del XVIII sec.

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– 1. Ezra Pound, Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.

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Feb 082016
 

Che cosa fu la Crociata dei fanciulli? Da dove partì? Chi erano gli organizzatori? Perché è rimasta nella memoria collettiva? Che conseguenze ebbe?

La crociata dei fanciulli, illustrazione di Gustave Doré.

La crociata dei fanciulli, illustrazione di Gustave Doré.

Tutti abbiamo studiato o sentito parlare delle crociate, ma pochi ne ricordano una davvero singolare, strana, forse raccapricciante: La crociata dei fanciulli del 1212, nelle cui poche fonti confluiscono cronaca e mito. Per meglio analizzarla bisogna dividerla in due parti, giacché ebbe inizio in due diverse zone europee: la Francia e la Germania.

La crociata francese

Riportano le cronache che nel giugno – altre fonti citano maggio – del 1212, un fanciullo pastorello di nome Stefano, probabilmente di un villaggio francese denominato Cloyes, presso la fortezza di Vendôme, predicava che Gesù gli era apparso dandogli del pane e delle lettere da consegnare al re francese Filippo II Augusto. Il puer vagava per le città gridando: “Signore Gesù, rendici la santa Croce”. Nello stesso tempo circa trentamila fanciulli (la cifra sembra essere troppo alta per l’epoca!) più o meno della sua stessa età, attirati dal suo peregrinare e dalle sue invocazioni, si unirono a lui, con il fine di raggiungere i luoghi sacri dove era vissuto Gesù.

Stefano aspettava la replica dal suo re, che giunse dopo qualche tempo con una risposta negativa. Non conosciamo il contenuto delle lettere.

Cosicché, si dice, una parte dei giovinetti ritornò a casa, mentre un’altra parte si mosse da Saint-Denis a Vendôme e poi verso Marsiglia. Qui, narra il monaco Alberico delle Tre Fontane, a quei fanciulli si unirono due uomini, tali Ugo Ferreo e Guglielmo Porco, secondo lui malvagi. Costoro erano armatori e mercanti di Marsiglia, che promisero di imbarcare i pueri, per trasportarli in Terrasanta. Si armarono sette navi. Due di queste affondarono nei pressi dell’Isola di San Pietro, a sud-ovest della costa della Sardegna, senza che nessuno dei ragazzi si salvasse. Le altre cinque navi raggiunsero l’Oriente, Alessandria e Bugia. I due individui rivelarono ben presto il loro vero scopo, vendendo il resto dei superstiti a mercanti e principi saraceni. Sempre dalla nostra fonte, Alberico, apprendiamo che una ventina di anni dopo, 18 per l’esattezza, ben settecento di loro erano ancora vivi e in buona salute e pare siano stati incontrati da Federico II nei pressi di Gerusalemme.

Da notare che del fanciullo Stefano si hanno notizie solo fino a quando lui resta in attesa della risposta del re, non sappiamo se sia andato in Oriente o ritornato a casa. In nessuna cronaca, che si sappia, troviamo tracce di lui, sembra essere sparito nel nulla!

La crociata tedesca

Poco prima della Pasqua del 1212, come fosse stata comune divina ispirazione, una dubbia quantità di pueri, alcuni autori dicono ottomila altri diecimila, si riunirono in determinate città tedesche per intraprendere il cammino verso la Terrasanta, con il proposito di raggiungere Gerusalemme. Capo e guida di questo gruppo era un tale Nicola.

Nicola era un fanciullo di Colonia, che portava al collo una croce a forma del tau, simbolo di persona santa e miracolosa. Di lui si ha testimonianza in più di una cronaca dell’epoca, cronache che raccontano, fra le altre cose, che un angelo lo incaricò di recarsi nella Città Santa. Negli Annales Placentini Guelfi abbiamo la descrizione del giovane Nicola e del suo seguito che transitarono per Cremona, Piacenza e Genova. In quest’ultima città, il miracolo non si compie, non aprendosi le acque del mare per farli passare, come gli aveva promesso l’angelo.

In seguito a ciò, alcuni di loro decisero tornare indietro, altri, invece, si incamminarono prima verso Roma, e qui si parla dei pueri negli Annales Marbacenses, e poi, dopo notevoli sforzi, raggiunsero il porto di Brindisi, da dove si dovevano imbarcare per andare in Oriente. Si dice che furono fermati dal vescovo della città che sospettava un inganno. Infatti, il padre di Nicola aveva venduto i ragazzi ai pagani. Molti di loro morirono, fra cui lo stesso Nicola, mentre altri restarono in città, altri ancora presero la via del ritorno, ma pochissimi raggiunsero le loro case.

A che cosa servirono queste due crociate? Che scopo avevano? Chi li aveva organizzate?

Nessuno lo sa, si può solo osare qualche ipotesi. Ci sono storici che vogliono vedere in loro la mano del papa Innocenzo III, che, mediante vescovi, preti e prelati, aveva voluto organizzare un qualcosa di eccezionale per dimostrare che anche i fanciulli, esseri puri e spiritualmente vicini a Dio, desideravano una Gerusalemme libera. Certuni dicono essere stata ispirata da genuini ideali cattolici, indipendenti dal papa – ricordiamo che erano gli anni in cui la Chiesa combatteva gli eretici, in particolare i catari, gli albigesi. Taluni affermano l’influenza di sette diaboliche o semplicemente suppongono sia stata una tratta di schiavi. Fatto sta che tutto si concluse con la morte di migliaia di fanciulli, senza aver raggiunto il loro scopo.

È da valutare peraltro che non tutti erano davvero fanciulli, v’erano pure adulti, persone sposata, gente per lo più povera, sebbene “sembra” che la maggior parte fossero proprio fanciulli. Certamente nacquero diatribe: se era nata prima quella tedesca o quella francese, poiché le date riportate nelle cronache sono varie e non coincidono, o se era più spontaneo e ispirato divinamente Stefano o Nicola, o se aveva raccolto maggiori consensi la crociata francese o quella tedesca.

Ai critici piace spesso giocare con i se e con i ma!

Alla fin fine, ciò che bisogna notare è come un’idea, un ideale, un qualcosa di immaginario, un sogno possa far muovere migliaia di individui accomunati da una stessa fede e li possa condurre, se mal guidati, a conseguenze disastrose.

Di seguito un video di un intervento dei professori Franco Cardini e Domenico del Nero che si interessarono del tema.

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Feb 042016
 

Chi era il croato Giulio Clovio? Perché fu un personaggio di rilievo del XVI sec.? Che rapporti aveva con l’Italia del tempo? Con quali artisti entrò in contatto? Quali opere ci rimangono di lui?

Giulio Clovio, Adorazione dei Re Magi e Salomone ricevendo la regina di Saba, Libro d'Ore del cardinal Farnese, 1546

Giulio Clovio, Adorazione dei Re Magi e Salomone ricevendo la regina di Saba, Libro d’Ore del cardinal Farnese, 1546

Quella qui a lato, è una delle pagine decorate da uno dei più competenti miniaturisti del XVI sec., uomo, Giorgio Giulio Clovio (1498-1578), considerato il Michelangelo della miniatura. E in un certo qual modo, i due sembrano quasi somigliarsi anche fisicamente, almeno in età avanzata: fronte spaziosa, enormi orecchie, naso ben prominente, barba folta, viso sottile… A parte questa mia scherzosa osservazione, Clovio fu uno di quegli artisti rinascimentali che seppe incarnare lo spirito del tempo, in cui studio e genialità erano due delle tante peculiarità.

Il nostro Juraj Julije Klović nacque da genitori Macedoni nell’odierna Croazia, alcuni dicono a Grižane, altri a Drivenik, città – allora territorio veneziano – che tuttavia se lo contendono. Purtroppo sembra non esserci registro che indichi esser stato partorito nella seconda, mentre è fatto noto che viveva nella prima. Sia come sia, i giochi della vita lo porteranno in Italia, a contatto con i più eminenti maestri, vedi Giulio Romano con il quale dette i primi passi. Visse a Venezia, a Firenze, a Roma, a Buda, e altre località, incaricato di miniare alcune delle preziosità che oggi ci rimangono, manoscritti di indubbio valore appartenenti a re, principi, alla curia romana.

Vediamo alcuni aspetti.

– Lo stesso Vasari (1511-1574), nel suo Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, lo indica come uno dei più grandi del tempo. Dedicato principalmente a temi storici e religiosi, Giulio Clovio aveva un polso fermo, deciso, sicuro dei suoi movimenti anche nei minimi particolari.

– Accompagnò Pieter Bruegel il Vecchio (1525 ca.-1569) quando questi venne in viaggio a Roma. Ci rimane, del rapporto fra i due, un foglio su cui l’olandese dipinse un medaglione, non si sa invece dove siano conservate le sei opere di Bruegel che Clovio citò nel suo testamento.

Giulio Clovio indicando il Libro d'Ore miniato per il cardinal Alessandro Farnese, El Greco, 1571-72

Giulio Clovio indicando il Libro d’Ore miniato per il cardinal Alessandro Farnese, El Greco, 1571-72

– Clovio aiutò un giovane cretese a prendere contatto con i personaggi influenti dell’epoca affinché lo aiutassero: era El Greco (1541-1614), accolto come ospite a Roma dal cardinale Alessandro Farnese (1520-1589), grande mecenate.

– L’opera più famosa del nostro croato è un libro d’ore, di possessione del suddetto cardinal Farnese, nove anni di fatiche dedicati a miniare un capolavoro: l’Officium Virginis vedeva la luce nel 1546 con 28 miniature di indiscussa pregevolezza.

– I colori da lui preferiti sembrano essere le varie sfumature di azzurro, di viola, rosa, giallo, verdi sbiaditi; i suoi corpi sono allungati, a mo’ manierismo, i paesaggi e gli sfondi danno vitalità all’insieme; angeli sfingi cariatidi sibille maschere decorano meravigliosamente i margini dei suoi lavori.

– È invece poco noto che Clovio, con buona probabilità, disegnò inoltre vestiti per le nozze del 1565 di Ortensia Borromeo (1550-1578), così come quadri di piccoli formati.

– Potremmo affermare che Giulio fu sicuramente uno degli ultimi straordinari miniaturisti di un secolo, il XVI, che oramai vedeva i caratteri mobili gutenberghiani favorire una maggiore diffusione dei testi, quella stampa che poco a poco metterà da parte le mansioni di miniaturisti e amanuensi, un passaggio dai manoscritti alla stampa che interesserà mezza Europa.

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Jan 312016
 

Quali elementi di continuità ci sono fra il cosiddetto Medioevo e la nostra quotidianità? Quali oggetti, modi di dire, di fare ci sono pervenuti? Che rapporto potrebbe esserci fra ieri e oggi?

È dal Medioevo che escono direttamente
le dottrine filosofiche e scientifiche
sotto le quali si pretende di subissarlo.” (1)

Nulla di buio nel Medioevo: fra scoperte, modi di dire, viaggi, arte, letteratura e tanto altro ancora, i secoli di quel periodo storico sono pieni di attività e creatività che hanno forti relazioni con il nostro presente – occhiali, cappa del camino, forchetta, carta – un continuum di cui abbiano sempre parlato. Fra i tanti, lo storico medievista francese Jacques Le Goff lo sottolineava bene nei suoi eccellenti lavori (uno fra tutti »»qua), uno studio, il suo, che andava ben oltre gli abituali rigidi schemi e i vecchi paradigmi di vedere il passato.

Nel seguente video, la prof.ssa Chiara Frugoni, autrice fra l’altro del bel volume Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali, ci porta a scoprire alcuni particolari dell’epoca in questione.

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– 1. Étienne Gilson, La filosofia nel Medioevo, La Nuova Italia, 1990.
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Jan 272016
 
Palazzo VII Aprile, una volta Loggia dei Pisani, Marsala

Palazzo VII Aprile, una volta Loggia dei Pisani, Marsala

Marsala è una preziosa città sulla costa occidentale della Sicilia, isola madida di storia, tradizioni e ricordi ancestrali, perla del Mediterraneo. La conobbi quando avevo 18 anni, spensierata epoca che portava a immettermi nelle realtà locali nella speranza di cogliere con senso storico l’aura che avvolgeva la vita quotidiana.

Una quotidianità che risente dell’influenza delle decine di dominazioni, culture che hanno lasciato una indelebile impronta nel carattere, nei gesti, nei cibi, nel comportamento, nell’arte, nelle leggende… nel folclore dei marsalesi.

Di origine fenicia, Marsala è situata sul promontorio Lilibeo, che termina con capo Boeo. Secondo dati storici fu fondata nel 397 a.C. da alcuni fenici superstiti che si ritirarono dalla piccola isola di Mozia, espugnata dal tiranno di Siracusa Dionisio I. Questo nuovo insediamento prese il nome di Lylibeo, ovvero città che guarda la Lybia. Se facciamo quattro passi per Mozia ci immergiamo in una storia millenaria, quando l’isoletta era capitale degli Elimi, antichissimi abitanti della Sicilia.

Più di 150 anni dopo, nel 241 a.C., fu occupata dai romani, proprio nel periodo augusteo, conservando la denominazione di Lylibaeum. In quei tempi fu un grande centro navale e commerciale, con un prospero e fiorente porto. Da qui, nel 204 a.C., partì Scipione per raggiungere Cartagine. Mia sorpresa fu, leggendo qua e là, scoprire che Cicerone ricoprì la carica di questore nel 75 a.C.

Ma la storia, diceva Giambattista Vico, presenta corsi e ricorsi, cosicché venne un periodo di decadenza, causato anche dal disfacimento dell’impero romano. A questo seguirono sia atti vandalici di popolazioni nordiche sia razzie da parte di pirati.

Gli Arabi la conquistarono nell’830 d.C., ribattezzandola Porto di Allah, ovvero Marsà-Allah (qualcuno invece esser Porto di Alì). Quei secoli portarono il rifiorire della sua economia. Dalle sue acque salpavano navi per tutto il Mediterraneo, il popolo si dedicava all’agricoltura, agli scambi commerciali, il centro era in espansione, si costruivano palazzi moschee edifici, di cui oggi rimane ben poco. Il loro linguaggio si arricchì di vocaboli, espressioni e gesti che ricordano ancora oggi le terre africane.

Nel continuum storico, Marsala passò in mano ai Normanni, nel XII secolo, – un’influenza che tuttavia si nota se girovaghiamo per le sue vie – perdurò quello sviluppo che aveva caratterizzato i secoli anteriori.

Come tutta l’isola, Marsala fu terra di conquista di molte popolazioni a venire: svevi, angioini, aragonesi… Gli anni tristi iniziarono verso la fine del XVI sec., con una decadenza economica e sociale, per risorgere nel Settecento grazie agli inglesi, in particolare a John Woodhouse, con la sua esportazione di vini pregiati.

Lo sbarco dei Mille a Marsala l'11 maggio 1860

Lo sbarco dei Mille a Marsala l’11 maggio 1860. Garibaldi e i Mille

Marsala, come sappiamo, fu porto di sbarco di Garibaldi e i suoi Mille, per la conquista e l’unificazione d’Italia. Fu dall’oggi Palazzo VII Aprile dove il generale dichiarò esser decaduto il vecchio governo borbonico: partiva l’Unità d’Italia.

«Marsala in quel momento era immersa in un malinconico silenzio quando due vaporetti fur visti a tutta macchina montare Capo Boeo come due frecce scoccate, erano il “Piemonte” ed il “Lombardo”; il primo fatti i saluti di rito alla bandiera inglese infilò la bocca del porto gettando l’ancora in vicinanza del molo; l’altro per essere di più grossa portata non potendo seguire il Piemonte nel percorso canale andò a incagliare nei banchi maschierati di arena e fango intesi comunemente “striscioni”. Sul ponte di quei vaporetti, brulicavano i volontari dalle camicie rosse, colle armi in pugno, impazienti di scendere a terra […]». (1)

La seconda guerra mondiale la vide colpita dai bombardamenti degli alleati. Nella memoria cittadina è impressa la data dell’11 settembre 1943 che, tutt’oggi, qualche anziano marsalese racconta ai nipoti come giorno in cui fu gravemente ferita dalle bombe dell’aviazione americana.

Nell’epoca attuale, è un rigoglioso comune che si occupa di pesca, viticoltura, olivicoltura e, ultimamente, di vivaismo di piante mediterranee ed esotiche.

Chi raggiunge Marsala non può fare a meno di degustare sia il famoso vino Marsala sia il liquore Florio, esportati ambedue in tutto il mondo. Addirittura, dicono, che le cantine inglesi di Buckingham Palace continuano a rifornirsi di vino Marsala.

Quando visito la città, mi piace girovagare per le vie, parlare con la gente, entrare nel bel Duomo, scoprire i musei, immergermi nell’atmosfera dei bagli, assaporare l’aria salmastra delle saline, insomma viverla addentrandomi nell’atavica mentalità dei marsalesi, magari percorrendo le innumerevoli tortuose stradine che portano a contrade dai nomi arabi.

Non per concludere, perché di Marsala si potrebbe parlare tanto, raccomando visitare il museo storico navale, che espone, fra le altre cose, il relitto di una nave punica che risale alla metà del III a.C., relitto ritrovato nel 1971.

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– 1. in AA.VV., Non più mille. Lo sbarco di Garibaldi a Marsala: storia di un monumento mai nato, di una memoria negata, Coppola ed., Trapani, 2010, pag. 16.

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Jan 222016
 
Europa, 1328

Europa, 1328

La Storia è indagine, ricerca, è lettura di documenti antichi e meno, spesso poco leggibili, è analisi, studio… è passione. Ogni storico ha il proprio punto di vista, una propria opinione, un passato e un presente che lo influenza e in base a questi riconosce, elabora e descrive i fatti. Normalmente i risultati cui si raggiunge sono validi solo per quel determinato momento, non hanno né universalità, né atemporalità: tutto cambia, tutto scorre, tutto passa. Basta una nuova scoperta e può variare un concetto, basta un’ondata di nuove idee e pensieri e tutto si vede diversamente, si rivede, si riesamina, si racconta diversamente.

Mi piace accettare l’idea che

“…gli storici raccontano gli avvenimenti veri che hanno l’uomo per attore. La storia è un romanzo vero…”. (1)

Tutto ciò per narrare un’altra triste peculiarità del ‘300, di come la temperatura possa influenzare i percorsi storici e preparare nuove possibilità di sviluppo, certamente non solo, sociale.

Una variazione nel clima mondiale, iniziata nei primi anni del XIV sec. e durata fino al XIX sec., ha avuto come conseguenza una carestia che sconvolse l’Europa fra il 1315 e il 1317 – alcuni autori affermano essersi protratta fino al 1322. La piccola era glaciale, come fu denominata, causò inverni freddi con estati particolarmente piovose, danneggiando in modo irrimediabile i raccolti, addirittura facendo sì che i semi non germogliassero per le ghiacciate e per l’elevata umidità. La temperatura si ridusse di qualche grado, i fiumi del nord Europa, come il Tamigi e i canali dei Paesi Bassi, si congelarono per buona parte dell’anno, il risultato fu impedire i trasporti fluviali, i ghiacciai montani avanzarono in tutto il nostro continente.

La causa si pensa essere stata vuoi l’aumento dell’attività vulcanica, le cui ceneri nell’atmosfera bloccarono parte delle radiazioni solari, vuoi la diminuzione dell’attività solare.

L’Europa, che nei secoli precedenti aveva visto prosperità, sviluppo e un certo benessere, fu agitata da una grande penuria di alimenti, a partire dalla primavera del 1315, che causò milioni di morti, dovuti peraltro a malattie, guerre, attività criminali, rivolte. Si pensi che l’aspettativa di vita per una persona comune che viveva nel ‘300 era di appena 30-35 anni, mentre un nobile o un re poteva sopravvivere fino a 37-40 anni.

I prezzi aumentarono, l’economia ebbe un forte freno, alcuni banchieri dovettero chiudere le loro imprese. In Inghilterra, il grano, che era venduto a 20 scellini, ben presto raddoppiò di prezzo, passando a 40 scellini, il sale da 30 a 40 scellini.

Trionfo della Morte, 1446 ca., Palazzo Abatellis, Palermo

Trionfo della Morte, 1446 ca., Palazzo Abatellis, Palermo

Si legge in una cronaca monastica inglese del 1316:

“La carestia, che era cominciata il passato anno nel mese di maggio, durò fino alla festa della Natività della Beata Maria in questo anno. Discesero piogge autunnali così abbondanti che i frutti non poterono maturare […]. Alla fame dunque che ha invaso la terra nella sua totalità è seguita la mortalità degli uomini e soprattutto dei poveri, tanto che a stento i vivi potevano seppellire i morti […] Ed ecco che la dissenteria, generata dalla corruzione dei cibi, si impadronì quasi di tutti.” (2)

Mentre in Francia, sempre nel 1316:

Posso testimoniare che a Tournai morivano ogni giorno così tante persone, uomini e donne, potenti, medii e poveri, giovani e vecchi, ricchi e miserabili, che l’aria era quasi totalmente corrotta e i preti delle parrocchie non sapevano da che parte voltarsi. I poveri mendicanti morivano in così gran numero per le strade e dappertutto che i consiglieri della città ordinarono di portarli a seppellire al di là della Schelda.” (3)

La popolazione, specie agricoltori, fu costretta alla fame, s’indebolì al punto da contrarre malattie, polmonite, tubercolosi, bronchite. Si riferisce che morì fra il 15% e il 25% della gente europea. Alcuni autori affermano esser state epoche di cannibalismo e infanticidio.

Avvenne che, per avere un capo espiatorio, si iniziò a perseguitare gli ebrei, gli eretici, i lebbrosi, coloro i quali si indicavano come responsabili della carestia, sospettati di aver avvelenato pozzi e fontane. La Chiesa perdette potere e attendibilità, dilagò la violenza.

Già indebolito di per sé, il popolo dovette subire, nel 1347, la cosiddetta peste nera, altro flagello durato, con alcune interruzioni, sino ai primi del ‘400.

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– 1. Paul Marie Veyne, Come si scrive la storia, Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 4-5.
– 2. Thomas Walsingham, Historia anglicana, in Rerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores, 28, I, London, 1863, pp. 145-147.
– 3. Jean Glenisson – John Day, Textes et documents d’histoire du Moyen-Âge, XIV-XV siècles, I, Sedes, Paris 1970, pp. 8-9.

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Jan 192016
 

Che cosa fu l’Epoca dei Tulipani e perché si chiamò così? Chi era Ahmed III? Che cosa desiderava introdurre nell’allora Impero Ottomano? Quali innovazioni tentò?

Ahmed III

Ahmed III

Ahmed III nacque e morì a Istanbul (1673-1736), sultano ottomano che tentò una “rottura” con le ancestrali strutture fisico-mentali che legavano al passato la storia della Sublime Porta. Motivo, questo – certamente non solo -, della sua forzata rimozione nel 1730, sostituito dal nipote Mahmud I. Il regno di Ahmed fu impregnato, nei primi 3 decenni del Settecento, di dinamismo, un fermento chiamato Era dei Tulipani, una certa modernizzazione del suo Impero.

Vediamo alcuni particolari che identificano la sua epoca.

  • Le continue vittorie del principe Eugenio di Savoia, comandante delle truppe austriache, porterà poco a poco a un ridimensionamento del territorio ottomano, prima il Banato, poi Belgrado, poi ancora la Serbia settentrionale saranno controllate da Vienna.
  • Ahmed III fu promotore di riforme amministrative e culturali, fra cui la costruzione di biblioteche e l’introduzione della prima tipografia, nel 1727. Prima di allora era vietata la stampa con i caratteri mobili gutenberghiani.
  • Inviò vari ambasciatori all’estero, nelle varie corti europee, con il proposito di apprendere e ritornare con le nuove idee che là si stavano diffondendo. Incoraggiò peraltro la venuta di insegnanti e letterati proprio dal Vecchio Continente.
  • Buona diffusione ebbero, durante il suo potere, i caffè intesi come luogo fisico di scambio di idee, di socializzazione, di trattative, di interazione culturale, di decisioni, frequentato in modo particolare dai giannizzeri. Locali spesso riccamente decorati e disegnati da famosi architetti, mentre altri semplici e umili, alcuni destinati alle classi alte, altri a quelle meno agiate (»»qua).
Il sultano Ahmed III riceve l'ambasciatore francese il visconte Andrezel. Jean Baptiste Vanmour, 1724

Il sultano Ahmed III riceve l’ambasciatore francese il visconte Andrezel. Jean Baptiste Vanmour, 1724

  • Durante il suo regno si edificarono edifici pubblici e privati, scuole, moschee, palazzi, acquedotti, fontane, giardini, amalgamando lo stile europeo del tempo, si costruì altresì la famosa biblioteca nel palazzo Topkapi.
  • Intervenne nella struttura dell’esercito, affidando a un generale francese, Claude Alexandre, conte di Bonneval, nominato pascià, la riforma dell’artiglieria, e nello stesso tempo si impegnava a ridurre il numero dei giannizzeri pagati dallo stato.
  • Il periodo fra il 1718 e il 1730 fu chiamato “Periodo dei Tulipani”, così detto per la diffusione che ebbero, fra i ceti alti, i tulipani, fiore presente nelle decorazioni della vita quotidiana, tappeti, abbigliamento, mobili, maioliche… , rappresentando le aperture politiche e culturali di un sultano, Ahmed III, disposto a occidentalizzare il suo Paese, un tentativo concluso con la sua destituzione, ma che in un modo o nell’altro introdurrà cambiamenti.

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Jan 152016
 
L'arresto di Robespierre

L’arresto di Robespierre

Com’è simpatica da studiare la Storia quando nello stesso periodo, in questo caso un particolare anno, intreccia eventi che hanno determinato e dato l’avvio a una serie di congiunture che porteranno a sviluppi poco prevedibili! La nostra quotidianità, in un modo o nell’altro, affonda le radici proprio nelle insurrezioni parigine del 1789.

Ebbene, il 1794 sembra essere uno di quegli anni che resterà legato, almeno nella società occidentale, alla Rivoluzione francese. Rammentiamo sei dei tanti avvenimenti che hanno segnato l’epoca.

  1. Robespierre, quel Maximilien chiamato l’Incorruttibile, ordina la decapitazione di Georges Jacques Danton e di Camille Desmoulins: 5 aprile.
  2. Il 26 luglio lo stesso Robespierre sarà ghigliottinato, il 27 un colpo di stato detto Termidoro (dall’undicesimo mese del calendario rivoluzionario francese) mette fine al periodo del Terrore.
  3. Mesi prima, il 4 febbraio, la Convenzione nazionale, in Francia, aveva abolito la schiavitù, almeno ufficialmente.

Non tutto però era guerra e battaglie.

  1. John Dalton, chimico inglese, resta per lo più legato al daltonismo: le sue calze, comprate per un normale marrone, erano invece color rosso acceso. Da lì partiranno i suoi studi.
  2. Moriva l’autore de Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria, libro che tanto rilievo ha avuto negli ultimi anni di fine Settecento e buona parte dell’Ottocento. Gli stessi padri fondatori dei futuri Stati Uniti d’America lo presero in considerazione come spunto per le nuove leggi che andavano preparando.
  3. Si trasmette in Francia per via del telegrafo ottico di Claude Chappé il primo telegramma di cui la Storia ha notizia fra Lilla e Parigi: 230 km. coperti da 22 torri ricetrasmittenti, un esito che avvierà la costruzione di una rete di circa 5.000 km. Internet era da lì a venire (sic).
Claude Chappé e il suo telegrafo ottico

Claude Chappé e il suo telegrafo ottico

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Jan 092016
 
Cesare Borgia, Lucrezia Borgia e Callisto III a Gandia

Cesare Borgia, Lucrezia Borgia e Callisto III a Gandia

Quando Callisto III sbarcò a Roma per prendere posto sul soglio pontificio in quell’aprile del 1455, nessuno avrebbe mai immaginato che Roma sarebbe stata “invasa” dagli spagnoli: il nuovo papa portava con sé tutta una schiera di collaboratori, amici, parenti, conoscenti e serventi.

Papa, quell’Alfonso o Alonso de Borja, nato a Xativa, vicino Valencia, in Spagna, che avrebbe nominato cardinale suo nipote Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI di cui Gandia vide la sua nascita.

E allora andiamo a Gandia e scopriamo alcune curiosità sulla località e sul palazzo.

  • Nel 1485 il Ducato di Gandia, titolo nobiliare creato dai Re Cattolici nel 1483, passò in mano ai Borgia. I Borgia avevano partecipato, fra il 1229 e il 1245, con la Corona d’Aragona, nella conquista di Valencia, una volta governata dagli arabi.
  • Quando nel 1609 si iniziò l’espulsione dei “moriscos”, Gandia soffrì negative conseguenze economiche: molte attività legate allo zucchero erano in mano di questi che le gestivano dando lavoro e generando profitti.
  • Il Palazzo Ducale è inoltre la casa natale di Francesco Borgia, fatto Santo nel 1671 da papa Clemente X. Nel 1890 la Compagnia di Gesù acquisterà l’immobile in una subasta, restaurandolo poco a poco.
  • I Borgia, famiglia influente e potente, furono buoni mecenati, ricordiamo aver incaricato opere, fra l’altro, a Michelangelo, Pinturicchio, Tiziano. Dall’ingegno di Leonardo da Vinci uscirono varie macchine da guerra per l’esercito papale.
  • Fra intrighi, lotte intestine, battaglie, guerre, congiure, i Borgia furono protagonisti indiscussi dell’Umanesimo italiano e di quel Rinascimento che valicherà le Alpi.
Palazzo Borgia a Gandia

Palazzo Borgia a Gandia

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Jan 042016
 

Partiamo in quarta, a tutta velocità, iniziamo l’anno nuovo, 2016, con 4 libri da leggere, anzi da rileggere, giacché dovrebbero essere già nei scaffali delle nostre librerie o nei nostri e.readers.

Apologia della storia o mestiere di storico

Apologia della storia o mestiere di storico

Primo, non per importanza, ché tutti hanno un valore incalcolabile, è l’intramontabile volume di Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere dello storico, testo da tener sempre a portata di mano e ripassare con frequenza, una specie di Bibbia il cui contenuto è alla base del mestiere dello storico moderno (»»qua altro materiale).

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La civiltà dell'Occidente medievale

La civiltà dell’Occidente medievale

Secondo: un altro grande studioso dell’Età medievale, il francese Jacques Le Goff con il suo La civiltà dell’Occidente medievale, testo che ci porta nei secoli X, XI, XII, XIII, decenni che hanno dato l’avvio alle prime università, alle prime città a carattere moderno, a un certo primitivo capitalismo, a varie innovazioni tecniche, a una certa forza creatrice dell’uomo che supera le barriere del villaggio per entrare in una comunità sempre più ampia, dove si affaccia il borghese.

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Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II

Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II

Terzo, un saggio che ha segnato un’epoca e ha dato l’avvio a studi più complessi del XVI sec., Fernand Braudel con Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II apre una straordinaria visione della Storia, una storia che comprende l’universale e il particolare, il vicino e il lontano, un tempo lento e uno più veloce… insomma, un’opera che ancora oggi dovrebbe esser tenuta presente più che mai.

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La conquista dell'America

La conquista dell’America

Quarto, ma non  ultimo, è una rilettura di Tzvetan Todorov, nel nostro caso La conquista dell’America, tema che ripercorre le vicende dell’avventura colombiana e oltre, secoli di lotte, sconvolgimento di una società esistente, invasione di un territorio, scomparsa di intere popolazioni indigene. Un libro – diverso dal solito saggio -, quello del bulgaro, che entra nelle dinamiche, non solo, di una società che si scontra con l’altro, un’analisi davvero interessante.

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