Gaspare Armato

Gaspare Armato è blogger dal 2005, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, si dedica a divulgare aspetti, temi, curiosità della Storia Moderna. Maggiori informazioni su di lui »»qua, per iscriversi alla Newsletter e restare in contatto »»qua.

Apr 012015
 
Giovanni VIII Paleologo nell'affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Giovanni VIII Paleologo nell’affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Quando l’8 febbraio 1438 circa settecento greci approdarono a Venezia, ricevuti dal doge navigando nel suo prezioso Bucintoro, la galea di stato, l’incontro di due culture fu, probabilmente, la scintilla che attizzò ancor più gli studi classici che già da anni si venivano compiendo in Italia.

L’imperatore di Bisanzio Giovanni VIII Paleologo (1392-1448), il patriarca Giuseppe II (1360 ca.-1439), una ventina di vescovi, numerosi prelati, monaci e vari intellettuali dell’epoca, ricordiamo Basilio Bessarione (1403-1472), Isidoro di Kiev (1380 ca.-1463), Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca.-1452), Giovanni Argiropulo (1416 ca.-1487) e vari altri, portarono con loro, per discutere al prossimo Concilio di Ferrara poi spostato a Firenze nel 1439, una buona quantità di codici in greco poco facili da incontrare a quell’epoca che suscitarono in gran modo l’interesse degli italiani. Ma la curiosità era reciproca, ché pure i greci furono attratti dai manoscritti latini, volumi poco o del nulla noti nelle terre d’Oriente. E la cosa fu tale che se li prestarono e si hanno addirittura resoconti di lamentele, ché talvolta non venivano restituiti alla data pattuita (1).

Il Concilio di Firenze (che veniva da Basilea e poi Ferrara) era stato convocato da papa Martino V (1368-1431) con lo scopo di facilitare la riunione delle Chiese latina e ortodossa, un immane lavoro che fino ad allora non era stato portato a termine, e mai lo sarà nella pratica. Insieme all’interesse religioso, c’era inoltre uno politico, quello di sollecitare l’aiuto dell’Occidente davanti la minaccia dei turchi, che varie volte si erano affacciati sulla città per conquistarla. In tutta questa “eccitazione”, il clima culturale fu quello che più si respirava nell’aria, un clima in cui i dibattiti religiosi, le diversità degli stili di vita e del modo di ragionare, misero in rilievo i diversi possibili approcci per avvicinarsi agli studi e, momento significativo, sviluppare un fertile dibattito.

Un gioco, quello di confrontarsi con i classici, facilitato grazie – anche ma non solo – ai testi greci provenienti da Costantinopoli, che avrebbero favorito lo sviluppo del Rinascimento italiano. Cosicché, vari furono coloro che si installarono in Italia a insegnare il greco, vedi Demetrio Calcondila (1423-1511) a Padova o qualche decennio prima Emanuele Crisolora (1350-1415), o a restare come traduttori o copisti, un fruttifero viavai che durava e perdurò per decenni.

Insieme ai codici, altri “preziosi beni” arrivano dalle terre Orientali, fra i tanti quel sottile razionalismo che aveva caratterizzato i greci e quel loro caratteristico individualismo, valori che si scontravano con il misticismo Occidentale, preparando la strada a una nuova concezione dell’essere umano. E non bisogna pur dimenticare che

“… I bizantini – che, ricordiamolo sempre, si chiamarono loro stessi rhomaioi (romani) – furono sempre coscienti dell’enorme eredità di cui erano depositari: la filosofia e la letteratura greca, le costituzioni giuridiche e la storia romana e il primato dell’ortodossia… “ (2)

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Avendo ben presente il parere del politico scrittore Theodoros Metochite (1270-1332), favorevole all’unione delle due Chiese:

La nostra razza e la nostra lingua non ci fanno compatrioti ed eredi degli antichi greci?’” (3)

Un momento di rilevante importanza, dunque, in cui si favorirono gli intercambi culturali, uno stimolo per gli umanisti italiani a studiare e approfondire il greco e i relativi testi, mentre per i greci l’opportunità di conoscere gli scrittori latini, un flusso di manoscritti, specialmente dopo il Concilio di Firenze, verso Italia, e viceversa con i latini (4). Momento che si vide incrementare dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 nelle mani di Maometto II (1432-1481).

A tal punto una domanda sorge spontanea: considerato che il Rinascimento italiano sarebbe stato stimolato e influenzato altresì da quella parte del vecchio impero romano oramai decaduto, ossia Costantinopoli, significa ciò che in quelle terre c’era stato un “risveglio culturale” che avrebbe superato i confini locali? Insomma, in poche parole, ci fu una specie di Rinascimento nella Bisanzio di quei decenni?

La risposta non è facile, il parere degli studiosi è discorde, visto peraltro il terreno socio-politico-culturale-religioso in cui le due diverse realtà vivevano. È pur vero che sotto il regno dei Paleologi (XIII-XIV-XV sec.) si è avuto un certo fermento culturale rispetto ai secoli precedenti, un fermento in cui possiamo incontrare l’attività di piccole associazioni e circoli letterari e filosofici, l’attenzione verso la matematica, l’astronomia, la filosofia, la retorica, la medicina (5), particolari che lasciano pensare a un’attrazione verso il passato più rilevante di una volta, ma parlare di Rinascimento vero e proprio così come lo intendiamo nel caso europeo e italiano in particolare forse sarebbe esagerato (vedi libro in nota 1).

Fra i tanti studiosi del tema, alcuni a favore altri in contro, secondo lo storico greco Nicolaos Oikonomides:

“… la magia degli antichi aveva cominciato a prevalere in un circolo chiuso di scelti intellettuali costantinopolitani, così come era accaduto in Italia.” (6)

Il fatto è che Costantinopoli aveva sempre avuto con l’Italia non solo rapporti commerciali – vedi Genova Firenze Venezia etc. -, ma anche relazioni che alimentavano la cultura, un andirivieni di idee pensieri artisti manoscritti che aveva interessato buona parte del Medioevo, un legame che, sebbene meno forte di un tempo, sussisteva e perdurava. Un quasi simultaneo processo di ricerca culturale chissà più o meno parallelo che avrebbe germinato diversamente nel suolo delle due realtà.

Un argomento che tuttavia suscita forti discussioni fra gli studiosi, e che prosegue esplorandosi.

*****

- 1. Antonio Bravo García, Viajes por Bisancio y Occidente, ed. Dykinson, Madrid, 2014, pag. 223.
– 2. David Hernández de la Fuente, Breve historia de Bizancio, ed. Alianza, Madrid, 2014, pag. 303.
– 3. in Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, ed. Mondadori, Madrid, 1992, pag. 493.
– 4. A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 230.
– 5. Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, op. cit. pag. 494.
– 6. in A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 313.

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Mar 282015
 
Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Figura chiave nell’Europa assolutista del Settecento, Federico II di Prussia (1712-1786) fu temuto rispettato venerato non solo dai suoi contemporanei ma anche da coloro che desideravano emularlo nel trascorso dei secoli, al punto da chiamarlo il Grande. Personaggio controverso che si dilettava di musica poesia filosofia, chiamò alla sua corte, fra i tanti, Voltaire, con cui parlava francese, nello stesso tempo in cui si interessava scrupolosamente di arti militari, facendo del suo esercito uno dei più efficienti dell’epoca.

Nei seguenti podcast (di seguito solo i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli direttamente nel sito di Radio 2 »»qua), il prof. Alessandro Barbero ci offre un’ampia e critica visione di un uomo che ancora oggi, in un modo o nell’altro, affascina.

 

 

 

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Mar 232015
 
Bibbia Borso d'Este, XV sec., part.

Bibbia Borso d’Este, XV sec., part.

Quando nel 1455 il primo Duca di Ferrara affittò una casa per albergare alcuni miniatori, nessuno avrebbe potuto immaginare il risultato che sarebbe venuto alla luce dopo sei anni di minuzioso lavoro, un lavoro che lui stesso ispezionava e sorvegliava con somma attenzione.

Unica nel suo genere, la Bibbia di Borso d’Este (1413-1471) rappresenta il culmine della miniatura di tutto il periodo rinascimentale, e non solo. Un’opera d’arte dal Duca commissionata che voleva di sicuro competere con la sontuosità delle corti italiane dell’epoca, vedi quella fiorentina dei Medici, quella di Urbino dei Montefeltro, e altre ancora, per dimostrare la grandezza e la magnificenza della famiglia.

Negli stessi anni in cui i caratteri mobili gutenberghiani approntavano qualche centinaio di “grossolane” ma “rivoluzionarie” bibbie, un gruppo di artisti quali Taddeo Crivelli (1425-1479), Franco dei Russi (o Franco di Mantova, attivo fra il 1453 e il 1482), Girolamo da Cremona (o Girolamo de’ Corradi, circa 1451-1483), Marco dell’Avogadro, Giorgio d’Alemagna, etc., s’ingegnavano per dare vita a una delle più preziose opere d’arte di tutti i tempi, un capolavoro composto da due volumi in folio, con oltre 1000 illustrazioni che rappresentavano scene della Bibbia, eventi storici, vedute della natura, con tanto di dettagli, di motivi mitologi, animalistici, araldici.

Bibbia Borso d'Este, XV sec.

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

Il testo, organizzato su due colonne, è stato scritto su pergamena dall’amanuense Pietro Paolo Marone. Erano gli anni che andavano dal 1455 al 1461.

Quando nel 1598 la famiglia Estense abbandonava Ferrara per Modena, la Bibbia fu uno di quei beni che l’accompagnarono, ivi rimanendo fino al 1859, anno in cui la città entrava a far parte del nuovo Regno d’Italia. E fu allora che tale meraviglia prese la strada dell’Austria, a seguito di Francesco V d’Austria-Este (1819-1875) fuggendo per Vienna.

L’ultima proprietaria, la principessa Zita d’Asburgo, la vende e va a finire in Francia (fine XIX – inizi XX sec.), e dobbiamo a Giovanni Treccani degli Alfieri (1877-1961) l’averla acquistata presso un libraio-antiquario parigino nel 1923 e donata poi alla Repubblica italiana. Oggi è conservata nella Biblioteca Estense di Modena.

La Bibbia di Borso d'Este, XV sec..

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

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Mar 162015
 
Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Che l’epoca illuminista sia uno spartiacque fra un prima e un poi, fra un Ancien Régime e un mondo a noi contemporaneo, è cosa risaputa. Il Settecento con i suoi Lumi furono decenni che ruppero con un passato tuttavia legato a un certo feudalesimo, pieno di strutture per lo più immobili che mal accettavano un cambiamento politico-sociale, ruppero ancora con un’epoca in cui il potere assolutistico di diritto divino faceva da padrone in mezza Europa, incarnato nel Seicento da Luigi XIV, e in cui il privilegio aristocratico era punto di forza dell’intero sistema.

È un magma di cose vecchie di secoli (e talvolta di millenni) lasciate tutte, senza eccezione, in vigore. L’ancien régime fu profondamente conservatore, e spesso di anticaglie o, se si vuole, di antichità rispettate, venerate, deformate, dimenticate, resuscitate, fossilizzate a un tempo.” (1)

Già la lenta nascita degli imperi oltremare di Spagna Francia Inghilterra Olanda e lo sfruttamento delle terre coloniali aveva permesso alla politica economica ampliare oltremodo i confini geografici e affacciarsi su terre che avrebbero permesso lo sviluppo di una marina mercantile, un gioco insomma che vedeva cambiare i paradigmi e proporre ai dirigenti nuove sfide e nuovi problemi da risolvere, da quello della schiavitù a quello delle libertà, dal predisporre un esercito permanente a intavolare rapporti con paesi e stati prima sconosciuti o poco esplorati, vedi Cina e oriente in generale.

L'Europa nel Settecento

L’Europa nel 1700 (wikipedia)

Ma non tutta l’Europa ebbe uno sviluppo omogeneo, giacché variava secondo il passato storico di ogni regione. Le prime machine a vapore avevano dato al futuro Regno Unito una marcia in più, la Rivoluzione industriale sarà alle porte, seguito dalla Francia che prendeva vittoriosa la via dell’America e che avrebbe aspettato l’Ottocento per innovare la sua tecnologia, mentre Spagna Italia Portogallo seguivano ancora immersi principalmente in una ancestrale agricoltura, fulcro delle loro economie – con le dovute eccezioni locali. Verso l’Est le differenze si notavano ancor più, popoli maggiormente arretrati dal punto di vista economico, ostacolati da infrastrutture che rallentavano il commercio, privi di una organizzazione bancaria efficiente, con forti istituzioni a regime feudale, in tal modo si presentavano, per fare un esempio, i territori dell’odierna Russia e della Polonia.

La mentalità degli uomini difficilmente segue il progresso sociale, modificare le proprie idee mentre proseguono immobili le vecchie strutture esistenziali è duro e arduo. L’Illuminismo aprì quelle vie verso una riflessione razionale, ma era un movimento intellettuale che interessava aristocratici e borghesi, in uno Stato autoritario e intollerante in cui i sudditi restavano legati al rispetto incondizionato e alla rassegnazione, seguiti da un corpo religioso ben presente nella loro vita quotidiana e che scandiva i ritmi dell’anno. Il cosiddetto Terzo Stato aveva ben poco peso politico nelle decisioni comunitarie.

Tuttavia la mentalità borghese – ma non solo – tenterà rompere questo status quo grazie a una nuova corrente di pensiero, in un ambiente in cui l’economia giocherà peraltro una partita importante, così come l’apertura verso un nuovo spirito scientifico e tecnico, così come altresì il credere nella forza di una ragione critica che tutto poteva. Una lenta evoluzione che impregnerà poco a poco l’intera Europa e oltre.

La rivoluzione culturale poteva accelerare i cambi.

*****
– 1. Pierre Goubert, L’ancien règime, Jaca Book, Milano, 1999, vol. I, pag. 32, 33

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Mar 112015
 
Mendelssohn a sinistra, Lavater a destra e Lessing in piedi, di  Moritz Daniel Oppenheim, 1856

Mendelssohn a sinistra, Lavater a destra e Lessing in piedi, di Moritz Daniel Oppenheim, 1856

Se nel periodo moderno da noi studiato, il 1492 è da considerare come punto di partenza per una svolta storica del popolo ebreo, quell’allontanamento (»»qua) prima dalla Spagna poi dal Portogallo con il loro insediamento in mezza Europa e il fiorire, qualche decennio prima e dopo, di un significativo sviluppo culturale che potrebbe coincidere con il nostro Umanesimo, il Seicento è invece l’età d’oro olandese (»»qua) in cui i figli di Mosè ebbero non poca importanza nel gioco dei commerci e della fioritura di quelle terre, il Settecento, non per ultimo, viene poi a spostare l’attenzione e l’asse verso l’oriente europeo, la Polonia e la Russia principalmente.

Il XVIII secolo si apre con una popolazione ebrea intorno ai tre milioni e mezzo di persone (1), sparse per lo più nella parte occidentale del globo, con una maggioranza rilevante in Europa. Un popolo tuttavia relegato, nella maggior parte dei casi, nei ghetti, costretto e obbligato a determinati lavori, non sempre benvenuto nelle varie realtà politiche del continente e pronto a levar le tende e migrare verso altri possibili territori per sopravvivere alle vicissitudini politico-religiose.

Già nei primi decenni del Settecento, Polonia, Ucraina e Lituania ne ospitano circa 600.000, regione poco stabile, devastata dalle guerre, molto arretrata economicamente e socialmente. Pochi sono coloro che coltivano la terra, occupandosi principalmente di tessuti, commercio di cera, sale, tabacco, alcool, sapone, pochissimi i banchieri, forse nessuno. Le varie crisi provocheranno vieppiù risentimento anti-ebreo. Quando il 5 agosto 1772 la Polonia viene spartita, 150.000 di loro sono inglobati nel regno austriaco, 25.000 nella Russia e altri nella Prussia. Nel 1790 gli ebrei polacchi sono oramai 900 mila (2). L’anno dopo, quando i borghesi prenderanno il potere, la Dieta istaurerà una monarchia ereditaria e liberale: gli ebrei inizieranno ad acquistare una certa libertà.

La Russia non conosce, salvo rare eccezioni e piccolissime comunità, gli ebrei, almeno fino a quando non incorpora parte della Polonia, nessun zar aveva autorizzato la loro immigrazione, neanche Pietro il Grande (1672-1725). Nel 1778 Caterina II (1729-1796), fra concessioni e oppressioni, apre marginalmente le porte ai mercanti e agli artigiani ebrei per poter partecipare alle corporazioni, permettendo finanche l’elezione di rappresentanti di associazioni e di municipi nelle “zone di residenza”, il tutto in un’ambiente in cui i commercianti russi chiedevano protezione da qualsiasi forma di concorrenza. La Russia di fine Settecento avrà nei suoi possedimenti più della metà della popolazione ebrea mondiale (»»qua).

Zona di residenza ebrea a confine con la Russia, 1905

Zona di residenza ebrea a confine con la Russia

Venezia, in cui vivono a metà XVIII sec. circa 1.700 anime, autorizza, nel 1737, l’uscita dal ghetto anche di notte e la domenica, 20 anni dopo Firenze la segue (1757), mentre ad Ancora la situazione non è certamente piacevole, così come nel Contado Venassino, nei pressi di Avignone, sotto giurisdizione diretta del papato romano. La maggior parte degli ebrei residenti in Alsazia nel 1784, si stima poco meno di 20.000 persone, sono commercianti, altri prestano il denaro ai contadini del luogo. A Parigi, in un ambiente illuminista, c’è chi tollera la piccola comunità di sefarditi portoghesi e di ashkenaziti tedeschi, polacchi, inglesi, olandesi, c’è chi li rifiuta, vedi Voltaire (1694-1778) (»»qua).

Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che coniuga da lungo tempo l’avarizia più sordida alla superstizione più odiosa e all’odio più irrefrenabile per i popoli che li tollerano e li arricchiscono.” (3)

Favorevole era Robespierre:

Come potete rimproverare agli ebrei le persecuzioni che hanno subìto in diversi paesi? Queste sono, al contrario, dei crimini nazionali che noi dobbiamo espiare reintegrandoli negli imprescrittibili diritti dell’uomo di cui nessuna autorità umana può privarli. […] Restituiamogli la felicità, la patria e la virtù reintegrandoli nella loro dignità di uomini e cittadini.” (4)

Mentre i portoghesi lavorano con il cioccolato, la seta e le stoffe in generale, i restanti sono gioiellieri, sarti, piccoli negozianti. Pochi gli industriali e gli intellettuali, i medici e i prestatori di denaro. Il 17 novembre 1787, Luigi XVI autorizza loro essere ammessi nelle corporazioni. Poco prima della rivoluzione del 1789 si calcola essere in Francia circa 40.000 ebrei (5).

Dopo l’espulsione da Vienna nel 1670, solo nel 1737 si forma una piccola comunità che commercia con i Balcani e l’Impero Ottomano. Nel 1781 un decreto dell’imperatore Giuseppe II permette loro accedere alle università statali, nel 1797 possono vivere addirittura fuori i ghetti, ma devono in cambio, fra l’altro, partecipare all’esercito. Nella Germania frammentata, i banchieri ebrei hanno la meglio, giacché molti sono i principi che desiderano un loro esercito permanente, ampliare i loro regni, costruirsi la loro reggia a mo’ Versailles, cosicché hanno bisogno di denaro liquido. La Prussia di Federico II (1712-1786) restringe (1750) invece le loro libertà, possono solo, i figli di Mosè, dedicarsi a trafficare cavalli, pelli, miele, tè, caffè, cioccolato, essere venditori ambulanti, artigiani, stampatori, rigattieri, e poco altro ancora. Nel 1778 iniziano a esserci a Berlino scuole ebree laiche sia per uomini sia per donne: l’influenza delle idee “illuministe” di Moses Mendelssohn (1729-1786) si fanno palesi.

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Ad Amsterdam, dove nel secolo precedente (XVII) avevano giocato un ruolo decisivo nello sviluppo commerciale e culturale, risiedono ora, a metà Settecento, circa 20.000 ebrei, la metà sefarditi, l’altra ashkenaziti, lavorando per lo più nella finanza, nel commercio, meno nell’artigianato (6). Alcuni di loro occupano posizioni di rilievo, come un membro della famiglia De Pinto, direttore generale della Compagnia delle Indie Occidentali (1749), molti sono inoltre coloro i quali trafficano con i titoli nella Borsa della città.

La caduta dell’economia olandese, a seguito – anche ma non solo – di varie crisi bancarie (Joseph Arendt & Co. per causa altresì di una banca cristiana – vedi nota 7), fa sì che in molti lasceranno il suolo olandese per dirigersi verso le isole inglesi, dove nel 1700 si costruirà la prima sinagoga sefardita, seguita da una stamperia. La rivoluzione industriale li vedrà lavorare in primo piano specialmente nelle finanze e nei commerci oltremare: oramai la Gran Bretagna assorge come la nuova potenza mondiale. A fine XVIII secolo gli ebrei inglesi saranno circa 20.000.

Questo breve e incompleto excursus ci porta nella considerazione che, sebbene siano passati i secoli e sebbene ci si avvicini lentamente a una cosiddetta età dei Lumi, il cammino storico del popolo ebreo è ancora pieno di pietre e strade tortuose, perseguitato in buona parte dell’Europa, un cammino che porterà nella triste realtà della Seconda Guerra Mondiale.

*****
– 1. . Jacques Attali, Los judios, el mundo y el dinero, Fondo de cultura economica, Buenos Aires, 2005, pag. 272.
– 2. Daniel Tollet, Histoire des Juifs en Pologne du XVIe siècle à nos jours, Puf, París, 1992.
– 3. Voltaire, Dizionario filosofico, 1764,
– 4. Ouvres de Maximilen Robespierre, VII, p. 265, Société des études roberspierristes; cit. in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, 1981.
– 5. David Feuerwerker, L’Émancipation des Juifs en France de l’Ancien Régime à la fin du Second Empire, París, Albin Michel, 1976.
– 6. Herbert Ivan Bloom, The Economic Activities of the Jews of Amsterdam in the 17th & 18th centuries, Kennicot Press, Londres, 1982.
– 7. Herbert Ivan Bloom, op. cit.

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Mar 072015
 
Maometto II, di Gentile Bellini, 1480

Maometto II, di Gentile Bellini, 1480

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 nella mani di Maometto II (1432-1481), le porte dell’Occidente si aprono oramai ai turchi, marciando quasi indisturbati verso il cuore dell’Europa, Vienna in particolare.

Costantinopoli rappresentava il cosmopolitismo dell’epoca in cui si incontravano i tre continenti – Europa Asia Africa -, un crocevia di culture che fiorivano nelle vecchie terre che avevano visto i greci e l’eredità dell’impero romano.

Tanti furono i “letterati” che prenderanno le vie d’Europa e d’Italia in particolare, favorendo ancor più quel Rinascimento che segnerà indelebilmente un momento storico di alto valore – anche, ma non solo – intellettuale.

Segnalo una serie di podcast (di seguito i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli nel sito di Radio 2 »»qua) in cui Silvia Ronckey ci presenta uno spaccato di quella realtà.

 

 

 

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Mar 012015
 

Il percorso storico degli ebrei è un lungo e complesso cammino che si incrocia spesso con la storia dei luoghi in cui sono vissuti. Un percorso impresso nella loro viva memoria, la quale diventa importante e imprescindibile mezzo di trasmissione vuoi orale vuoi scritta. A tal punto che nella Bibbia la parola Zakhar, ovvero “ricordare”, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben 169 volte (1).

Ebbene, con il proposito di “ricordare”, suggeriamo tre libri che ci introducono nell’argomento in questione, considerando che non è certamente facile dare dei cenni sui seguenti testi, ché gli intrecci della loro storia, le complessità degli argomenti e, non per ultimo, le connessioni con le realtà in cui questi sono vissuti, danno alle seguenti proposte di lettura un carattere articolato e poliedrico, un gioco narrativo che vale la pena leggere e rileggere per meglio entrare e comprendere le molteplici dinamiche.

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492, è un resoconto variegato, in cui le “avventure” di un popolo sono “memorie” di resistenza, di nomadismo, di tolleranza-intolleranza, di avversità, di minacce di annientamento, ma anche creatività, forte affermazione della vita, continue sfide. Una diaspora che racconta di persone la cui esperienza si incrocia con la cultura, l’economia, la politica, e non solo di un Paese, ma di uno e più continenti. Un popolo, insomma, che è parte integrante del luogo in cui ha vissuto e vive, un’interazione attiva con gli altri necessaria per la sopravvivenza.

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Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo

La prof. Anna Foa già la conosciamo (»»qua) ed Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione. XIV-XIX secolo è uno dei suoi tanti lavori dedicati al tema, argomento affrontato dal punto di vista dei rapporti fra ebrei e cristiani, una persecuzione che supera i ghetti e va ben oltre il ricostruire la loro millenaria storia, in questo caso solo dei circa sei secoli dell’Età moderna.

“… Spostamenti ed esili caratterizzano e segnano momenti di crisi, come appunto il 1348, ma fanno parte della storia degli ebrei anche in circostanze meno drammatiche…”

Nell’Europa che va dal Trecento all’Ottocento, dunque, ci parla di quei “ricordi” che hanno segnato l’esilio, la dispora, la vita quotidiana nei ghetti e tanto altro ancora. Un testo da tenere sottomano.

*****

Riccardo Calimani, Storia dell'ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento

Riccardo Calimani nel suo Storia dell’ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento, si pone varie domande, quali: chi sono gli ebrei e perché sono stati da sempre perseguitati, come è nato nell’immaginario collettivo l’idea dell’ebreo errante, etc. Un libro che ripercorre duemila anni passando per Gesù e il falso messia Shabbetai Zevi, un volume che tenta comprendere la condizione psicologica dei figli di Giacobbe, che tratta altresì delle mille e una contraddizione del mondo cristiano, un mondo in cui hanno vissuto influenzando il suo continuum storico.

*****

– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.

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Feb 232015
 

Anche se uno dei regni insorgerà contro di te
per consegnarti alla distruzione,
sempre ci sarà un altro dove troverai rifugio.”
(1)

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Nella storia del nomade popolo ebreo (»»qua), grande importanza ha avuto, nel Seicento, l’Olanda, Amsterdam in particolare, vuoi come centro dei loro commerci vuoi come luogo in cui godevano di una certa tolleranza religiosa.

La maggior parte degli ebrei presenti in città proveniva dalle terre iberiche, Spagna e Portogallo, terre che li avevano visti allontanare con la “forza” a fine XV sec. (»»qua), dirigendosi – anche ma non solo – verso il nord Europa. I Paesi Bassi, che avevano proclamato la propria indipendenza nel 1581, sebbene solo nel 1648 riconosciuta, sarà una delle loro destinazioni. Amsterdam già nel 1609 aveva accolto i cosiddetti marranos, ebrei convertiti (»»qua), sebbene qualche decennio prima (1593) si abbiano notizie di una piccola comunità originaria del Portogallo (2).

Nell’epoca da noi considerata, autorizzati dagli Stati Generali delle Provincie Unite, questi potevano esercitare, più o memo indisturbati, il proprio culto e i propri traffici, distinguendosi alcuni nell’esercizio dell’industria della seta, mentre altri lavoravano con lo zucchero, monete, olio, tessuti, libri. Zucchero che arrivava dal Brasile attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, processato e venduto altresì all’estero. Una delle prime raffinerie fu quella dei fratelli Abraham e Isaac Pereira fondata ad Amsterdam nel 1665. Attiva fu peraltro la commercializzazione del tabacco, prodotto originario del Brasile e che veniva venduto a mezza Europa. Per il traffico dei diamanti e gemme preziose si dovette aspettare la metà del Settecento, controllando loro – per lo più ashkenaziti – il settore.

Dicevamo dei libri, e qua ci basta ricordare che vari furono gli stampatori di origine ebrea che diedero luce a migliaia di volumi, nelle più disparate lingue – olandese portoghese francese spagnolo italiano inglese ebreo -, destinate al mercato non solo locale, realtà che oramai aveva superato Venezia. Il rabbino Menasseh Ben Israel (1604-1657), uno di questi, e unico ebreo a partecipare addirittura alla fiera del libro di Francoforte nel 1634. Di lui Rembrandt, di cui era amico, ci lascerà diversi ritratti. Non dimentichiamo inoltre David de Castro Tartas che fra il 1672 e il 1702 pubblicherà un periodico, La Gazeta de Amsterdam, in lingua spagnola, contenente informazioni politiche, commerciali, marittime, e che sarà un mezzo per comunicare e informare pur oltre le frontiere patrie.

Gazeta de Amsterdam, 1672

Gazeta de Amsterdam, 1672

E sebbene molti fossero coloro che avevano intrapresero attività ben redditizie – ricordiamo che erano finanche azionisti delle due compagnie, Occidentale e Orientale, oltre che della Borsa di Amsterdam -, ciò non significa tutti fossero agiati, ché la maggior parte degli ebrei erano piccoli commercianti, medici, artigiani, pescatori, sarti, orafi, argentieri, gente comune, tuttavia la loro importanza nelle attività giornaliere era di somma importanza e muoveva l’economia. Oltre al fatto che gli immigranti portavano con loro preziosi capitali da investire, di grande utilità in un Paese in pieno sviluppo.

Intorno al 1632 gli ebrei, prevalentemente sefarditi, erano circa 1.500 su una popolazione locale di 114.000 abitanti, pochi anni dopo, 1660, raggiungevano la somma di 4.000, stavolta contando quelli di provenienza polacca e tedesca, ashkenaziti (3). Infatti, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Amsterdam accolse una gran quantità di questi provenienti dalle terre germaniche in guerra e in piena crisi economica, fuggendo dalla miseria e dalla distruzione, e dalla Polonia in lotta contro i russi e le ribellioni (1648-1649) dei cosacchi di Chmielnicki (1596-1657).

La loro vita quotidiana avveniva in libertà, nel senso, peraltro, che il quartiere in cui vivevano non era un ghetto, non c’erano né mura né porte d’entrata, così come nessuno era obbligato a portare determinati distintivi sugli abiti. Vicino la casa del pittore Rembrandt (1606-1669) viveva Daniel Pinto, fondatore insieme a suo fratello Abraham, della comunità portoghese di Amsterdam, all’altro lato abitava Salvador Rodrígues, un mercante, mentre a pochi passi c’era Isaac Montalto, figlio di quell’Elias Montalto medico di Maria de’ Medici alla corte francese.

Il porto di Vlooyenburg, quello che oggi si chiama Waterlooplein, fu il cuore del mondo ebreo. Un agglomerato di case negozi attività che permetteva all’Olanda di quel Seicento esser considerata ambita meta.

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Nel 1615 avevano poi ottenuto autorizzazione a costruire la prima Sinagoga, che anni dopo si convertirà addirittura in meta turistica: nel 1639 sarà visitata dalla regina madre di Francia Maria de’ Medici (4). Conclusa nel 1675, sarà la più grande del continente.

La prosperità dei nostri vicini Olandesi evidenzia che la diversità religiosa dei nostri fratelli non è un ostacolo, viceversa vivono in pace gli uni con gli altri… sufficientemente uniti nella difesa delle loro libertà comuni e nella lotta contro i comuni nemici” (5),

scriverà nel 1650 William Walwyn (1600-1681) durante il suo esilio in Olanda.

Ciò non significa tutto essere color rosa. Per molti anni non poterono tuttavia partecipare alle cariche pubbliche o alle elezioni municipali, eppure il governo era pronto a proteggere i propri membri ebrei qualora si trovassero all’estero, almeno dal 1657 in poi, anzi, il direttore della Compagnia delle Indie Occidentali, in una lettera al governatore della futura New York, Peter Stuyvesant (1612-1672), poco propenso ad accettare una comunità ebraica nella Nuova Olanda, suggeriva:

Bisogna accogliere gli ebrei nella Nuova Amsterdam, anche in considerazione dei grandi capitali che hanno investito nella Compagnia.” (6)

In un periodo di tempo relativamente breve, la comunità ebraica fiorì oltre misura, economia, scienza, cultura in generale (il filosofo Baruch Spinoza fra i tanti) furono settori in cui eccelsero.

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– 1. Samuel Usque, Consolação às Tribulações de Israel, Ferrara, 1552.
– 2. Werner Keller, Historia del pueblo judio, ed. Omega, Barcellona, 1994, pag. 394.
– 3. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, ed. Fondo de cultura economica de Argentina, Buenos Aires, 2005, pag. 259, 260.
– 4. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, op. cit., pag. 308.
– 5. Howard Morley Sachar, Adios España, Thassália ed., Barcellona, 1995, pag. 308.
– 6. in Werner Keller, Historia del pueblo judio, op. cit., pag. 398.

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Feb 172015
 
Denis Diderot

Denis Diderot

L’epoca da noi considerata non erano certo decenni di libertà d’espressione, la pubblicazione di libri libelli periodici era sottoposta a un controllo regio a volte duro e spietato, tutti i manoscritti dovevano passare per le mani di un censore che ne vagliava il contenuto e aggiudicava o respingeva la stampa. Con Lamoignon de Malesherbes (1721-1794) forse si ebbe una leggera maggiore tolleranza, fu lui ad appoggiare, per esempio, il prosieguo dell’Encyclopédie. 

Lo stesso Diderot (1713-1784) fu incarcerato dal 24 luglio al 3 novembre 1749 per aver dato alle stampe Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, o ricordiamo l’ordine di arresto a Rousseau (1712-1778) per l’Emilio o dell’educazione, nel 1762, Rousseau che dovette fuggire.

La produzione francese di volumi autorizzati o per privilegio o tacitamente ebbe un incremento notevole nel secolo da noi considerato, basti pensare che dal 1723 al 1789 più di 30.000 testi (1) ottennero il beneplacito per passare ai torchi. La maggior parte dei libri venuti alla luce erano dedicati alle scienze, all’arte, alla medicina, all’agricoltura, alla politica, mentre quelli sulla religione iniziavano ad avere minor interesse fra i lettori. La maggior parte in lingua francese, il latino oramai declinava sempre più.

Tale, tanta e varia fu la produzione che in una lettera a Malesherbes del 5 novembre 1760, Rousseau scriverà:

La vendita di libri in Francia è prodigiosa, grande quasi come in tutto il resto d’Europa. In Olanda, è quasi nulla. Al contrario, si imprimono proporzionalmente più libri in Olanda che in Francia. Cosicché, potrebbe dirsi in un certo qual modo che il consumo è in Francia e la produzione in Olanda.” (2)

In effetti la stessa Enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1717-1783) aveva ricevuto offerte per essere data alla luce a Neuchâtel, a Cléveris o nella stessa Olanda, ma alla fine sarà Andrés Le Breton (1708-1779) ad avere la concessione. All’estero, clandestinamente, usciranno gli scritti di tanti autori, fra cui Voltaire che si affiderà ai fratelli Gabriel e Philibert Cramer di Ginevra, Rousseau sarà impresso ad Amsterdam dalla tipografia di Marc Michel Rey, etc. (3)

Un gioco economico talvolta proibito che andava a finire dunque fuori i confini gallici e che non riportava il luogo di pubblicazione quando il testo non era tollerato dalle autorità. Lione e Rouen saranno nella Francia di quei decenni le due città dalle quali usciranno una gran quantità di libri (4) che non avevano ottenuto autorizzazione.

La tirature variavano a secondo l’autore e l’argomento, dai 1.000 esemplari della prima edizione de Il Secolo di Carlo XII di Voltaire ai 3.000 della Storia Naturale di Buffon (1707-1788), e se parliamo di periodici, 7.000 erano le copie normalmente impresse del Mercurio di Francia (5).

Già che ci siamo, diamo qualche cenno sui foglietti dell’epoca, sui libelli, sui bollettini, sui notiziari che andavano per la maggiore.

Esiste un genere di libri che in Persia non conosciamo per niente e che qui mi sembra molto alla moda: i giornali. La pigrizia si sente lusingata leggendoli: si è estasiati di poter scorrere trenta volumi in un quarto d’ora.” (6)

faceva dire Montesquieu al suo Usbek (1721).

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Fra i più noti al tempo, o poco prima, la Gazette de France (1631) di Teophraste Renaudot (1586-1653), il già citato Mercure de France (1672) a cura di Jean Donneau de Visé (1638-1710), poi il Journal des Savants, sicuramente il primo giornale scientifico d’Europa (1665), e tanti altri che spesso duravano lo spazio temporale di pochi mesi.

A chi erano dirette queste pagine date alle stampe?

Generalmente e con le dovute eccezioni i lettori, gli acquirenti, erano per lo più la classe abbiente, aristocratici, nobili, i religiosi, inoltre coloro che avevano avuto possibilità di studiare, seguiva poi la borghesia, i mercanti più colti. Rilievo ebbe peraltro l’apertura dei gabinetti di lettura, ricordiamo a Parigi quello del libraio Grangé (1762) o quello di Moureau (1779), luoghi in cui si poteva entrare e leggere al prezzo di pochi spiccioli e, magari, iniziare una conversazione che permetteva creare una specie di circolo informale. Una passione che attraversò l’epoca e permise altresì il diffondersi dell’Illuminismo.

Per la classe meno “alfabeta” che desiderava avvicinarsi alle pagine scritte e illustrate, ecco la letteratura cosiddetta popolare, quei romanzi di evasione comprati con pochi denari, talvolta meno di 2 soldi, stampati in carta grossolana, male impaginati, di solito meno di 120 pagine, così come pure tutta quella serie di libelli che trattavano di catechismo, vita dei santi, cantici, pratiche religiose, racconti di avventura, miti, leggende, fantasia. E non bisogna dimenticare i famosi almanacchi, come Il Grande Calendario, in cui si illustravano i lavori agricoli, i giorni della settimana, tradizione orale, astrologia, e via dicendo.

Queste poche righe per entrare in un continuum storico che conduce alla realtà odierna, quel passaggio iniziato da Gutenberg a metà del XV sec. e che permetterà, lentamente e lungo il trascorso dei secoli, una maggiore alfabetizzazione delle classi sociali più basse. E l’Epoca Illuminista è da considerare come punto di svolta dell’intero sistema culturale.

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- 1. ‪Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, El siglo de las Luces, ed. Akal, 2013, pag. 524.
– 2. in Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 526 (trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato).
– 3. Gaspare Armato, Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, UK, 2009, pag. 214.
– 4. A volte erano indicate le città di Amsterdam o Ginevra come luogo di stampa, altre volte erano luoghi di fantasia.
– 5. Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 527.
– 6. Montesquieu, Lettere Persiane, lettera CV.

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Feb 112015
 
Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), olandese, Tommaso Moro (1478-1535), inglese, Juan Luis Vives (1492-1540), spagnolo: tre personaggi europei che dettero all’Umanesimo una spinta divulgativa di un certo rilievo, tre figure che credevano nella forza rivoluzionaria dell’uomo, di quell’uomo che, capace di impregnare il proprio cammino con le decisioni personali, doveva e poteva slegarsi dai nodi di un passato ancora affollato da superstizioni e credenze irrazionali. Di là da tutto ciò, bisogna pur notare le relazioni-interrelazioni che occorrevano fra Spagna Inghilterra Olanda – certamente non solo -, quei legami non esclusivamente dinastici, ma altresì culturali, connessioni, azzarderemo dire, di unione, per quanto possibile, europea. E Carlo V forse rappresenterebbe l’utopica esperienza politica del momento.

Avvicinati da rapporti di amicizia, i tre, ognuno a modo proprio, riprendendo i passi dei classici, tentavano stabilire con il presente un rapporto innovativo, un rapporto che doveva superare gli stessi limiti del classicismo. Sia il “valenciano”, come Moro chiamava Vives, sia lo stesso inglese, sottolineavano l’importanza della cultura come mezzo di cambio sociale.

Nel maggio 1520, Moro, in una lettera a Erasmo, dirà di Vives (*):

Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Anche se tutti i suoi scritti mi sono graditi, il trattato In pseudo-dialecticos mi cagiona un piacere speciale. Non solo per l’abilità con cui Vives si fa beffe di assurde piccolezze e confonde i sofisti con ragionamenti serratissimi; un piacere speciale, dicevo, giacché inquadra i problemi esattamente nello stesso modo con cui li vedevo io nella mia mente molto prima di leggere il suo libro. […] È ormai notissimo come maestro di latino e greco, ché Vives eccelle in entrambe le lingue […] Chi insegna meglio, in un modo più efficace o più affascinante di lui? […]” (1)

Juan Luis Vives, spagnolo, figlio di ebrei convertiti, formatosi in Francia, docente in Inghilterra all’Università di Oxford, vissuto parte della vita e morto in Belgio, fu, fra l’altro, precettore della futura regina d’Inghilterra, Maria Tudor (1516-1558), moglie di Filippo II di Spagna, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, uomo, il Vives, che potremmo definire europeista praticante. Dall’incontro con Tommaso Moro se ne intuisce l’influenza di quest’ultimo nelle sue opere (vedi De subventione pauperum, »»qua), e del Moro, Juan Luis, riceve una positiva testimonianza di vita familiare, una energica spinta per seguire riflessioni di tipo etico-sociale. Il “valenciano” era un vivace difensore dell’educazione, della sanità e della salute pubblica, così come della sicurezza sociale per i più poveri. Difensore peraltro del suo amico Erasmo, annotava in una corrispondenza:

“[…] Quanto a te, [Francisco de Vitoria] ti ammira e ti venera. Com’è acutissimo d’ingegno, così è tranquillo di carattere, perfino un po’ remissivo. Tuttavia, se avesse partecipato a queste dispute [in Spagna], avrebbe frenato suo fratello, che s’infervorava più del dovuto.” (2),

Tommaso Moro, incisione di  Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Tommaso Moro, incisione di Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Testimone privilegiato di quell’epoca che Erasmo chiamò Età d’Oro, Tommaso Moro fu inizialmente consigliere e segretario dello stesso re d’Inghilterra Enrico VIII, uomo dotto, il nostro, che difendeva tenacemente il primato del papato e della Chiesa cattolica, vuoi dal punto di vista religioso vuoi temporale. Basta ricordare il suo costante inveire contro eretici, riformisti, e loro opere. Quando il sovrano inglese si slegò da Roma e si mise a capo della nuova Chiesa anglicana, Moro se ne distaccò, dimettendosi da cancelliere. Nel momento in cui gli si chiese giuramento al recente ordine, il suo diniego fu causa che lo portò nelle carceri della Torre di Londra. La scure cadde sulla sua testa il 6 luglio 1535.

Di Erasmo da Rotterdam ne abbiamo accennato varie volte (»»qua e anche »»qua), forse il personaggio più famoso dell’epoca, il cui modo di pensare ebbe tanta ripercussione nel trascorso dei secoli a venire. Erasmo fu buon amico del Moro, a tal punto che gli dedicò il suo saggio sulla follia, Elogio alla follia, un’amicizia che però si iniziò a flettere quando Tommaso insisteva fortemente nel difendere le posizioni cattoliche, mentre Erasmo tentava criticare i possibili errori di tale confessione. In una lettera del 17 febbraio 1516 all’amico Erasmo, Moro sottolineava:

“[…] È inutile sprecar parole per dirti che cosa pensano di te i nostri vescovi, in particolare l’arcivescovo di Canterbury, e la benevolenza speciale che ha per te il nostro re.” (3)

Erasmo, Moro, Vives, autori che incarnavano un movimento di idee che avrebbe portato, nel lungo periodo, al risveglio dell’uomo, alla presa di coscienza, all’elaborazione di un modus vivendi che oramai ci appartiene e di cui sarebbe bene, di tanto in tanto, ricordarne il cammino.

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– (*) ricordiamo che fu Erasmo da Rotterdam a invogliare Tommaso Moro a leggere gli scritti di Juan Luis Vives
– 1. a cura di Laureano Robles, E la filosofia scoprì l’America, Jaca Book, Milano, 2003, pag. 15.
– 2. a cura di Laureano Robles, op. cit., pag. 240.
– 3. a cura di Francesco Rognoni, Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano, 2008, pag. 163.

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