Gaspare Armato

Blogger dal 2005, nomade per indole, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, Gaspare Armato si dedica a divulgare aspetti noti e meno noti della Storia moderna. Puoi anche seguirlo sui social networks... e non dimenticare scaricare i libri Monografie

Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

Jul 222014
 

Il Quattrocento si arricchì di un fertile dialogo con un nuovo interlocutore, o, per meglio dire, con un interlocutore che aveva attualizzato la sua evoluzione, stiamo parlando del passaggio dai manoscritti alla stampa gutenberghiana.

La lenta diffusione della cultura, che prendeva piede anche fra le classi meno abbienti, era stata accelerata dai torchi del tedesco Johann Gutenberg (1394 ca.-1468), dai quei libri che venivano alla luce in modo più rapido che un tempo e che prendevano, talvolta non rilegati e dentro botti per proteggersi dalle intemperie, le più disparate strade verso i quattro punti cardinali del continente europeo.

E ancor più grazie alla geniale immaginazione del veneziano Aldo Manuzio (1449-1515) – forse il primo editore inteso in senso moderno – che ne aveva ridotto altresì le dimensioni: nasceva il tascabile. Il libro in ottavo e senza commenti era tanto facile da trasportare che, nel 1501 da Budapest, Sigismondo Thurzó, segretario del re d’Ungheria, scriveva a Manuzio:

I tuoi libri – così maneggevoli da poterli usare camminando […] – sono diventati per me un piacere speciale”. (1)

Bene, tutto questo per introdurre alcuni dei tantissimi volumi a nostra disposizione per avvicinarci a un argomento rilevante della Storia Moderna e della Storia Contemporanea, un’invenzione che potremmo, in un certo qual senso, dire essere stata acceleratrice di un percorso che da tempo cercava una via più aperta a tutti, una via che doveva favorire l’alfabetizzazione del popolo.

In particolar modo, desidero inoltre sottolineare due testi che trattano della censura, del controllo, della proibizione, di quei metodi e mezzi che hanno cercato contrastare, fino ad ancora entrato l’Ottocento, la libera diffusione delle idee. Imperatori re principi, protestanti cattolici, paesi dell’ovest e dell’est, fra i tanti, con le loro leggi repressive favorivano però un mercato clandestino che avrebbe interessato mezza Europa, dall’Olanda fino al nostro Mezzogiorno, Napoli, in particolare, fu centro di un certo rilievo nella diffusione di opere che, per esempio, l’Indice aveva messo al bando, basta solo ricordare autori quali Boccaccio, Galileo Galilei e perfino il cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura.

L'alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo

Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo.

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Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna

Sandro Landi, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna.

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I libri proibiti da Gutenberg all'Encyclopédie

Mario Infelise, I libri proibiti da Gutenberg all’Encyclopédie.

 

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- in G. Armato, A Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 89.

Jul 162014
 
The Costume of China, William Alexander, 1805

The Costume of China, William Alexander, 1805

La Cina è stata da sempre un paese misterioso, poco conosciuto, meta di intraprendenti viaggiatori alla ricerca di spezie e prodotti da importare, un mercato (»»qua) sostanzialmente a via univoca, gelosa, potremmo azzardare, la Cina, delle proprie ancestrali memorie.

E quando il re inglese Giorgio III inviò una delegazione, 1793 (»»qua), l’occasione giovò a una serie di diplomatici pittori letterati artisti in genere per prendere contatto e raccontare una realtà diversa dall’europea.

A questo punto entra in gioco il nostro personaggio.

Dopo aver completato i suoi studi alla Royal Accademy Schools di Londra, William Alexander (1767-1816) nel 1792, all’età di 25 anni, fu uno dei disegnatori che accompagnavano in Cina la Macartney Embassy. Periodo ben fruttifero quello trascorso nelle terre orientali che permisero a William immortalare il quotidiano cinese di fine Settecento, quello in cui regnava l’imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing.

Nei due anni – ritornerà a Londra nel 1794 -, seguendo il conte George Macarteny (1737-1806), che in quel mentre cercava convincere il sovrano cinese ad aprirsi ai commerci con l’Occidente, operazione fallita, il nostro pittore ebbe bastante tempo per preparare ciò che poi sarà dato alle stampe nel 1805 come The Costume of China, un volume in cui si raccoglievano ben 48 preziose immagini che presentavano all’Europa dell’epoca la società di quelle terre esotiche, immagini seguite da un’accurata descrizione.

Prima di lasciare lo spazio ad alcune tratte dal libro di William Alexander, che ci danno una visione storica di un mondo ancora oggi a noi poco conosciuto, desidero segnalare l’interessante sito della Fondazione Intorcetta – Prospero Intorcetta (1625-1696) fu il primo a tradurre in latino le opere di Confucio – che segnala alcuni dei tanti gesuiti siciliani che viaggiarono vissero studiarono quella cultura.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Jul 102014
 

Cibo, cibo, cibo! Che cosa sarebbe l’uomo senza cibo?

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo”, diceva il buon Ippocrate nel 400 a.C. (1), enfatizzando una buona e sana alimentazione.

Il cammino dell’uomo non sarebbe comprensibile senza la scoperta del fuoco, dell’agricoltura, della caccia, non sarebbe ancor più comprensibile senza il passaggio dai cibi crudi a quelli cucinati. Quel fuoco sacro che per ingraziarsi la dea romana Vesta, protettrice del focolare domestico, doveva restare sempre acceso.

E i camini, nel nostro caso intesi come focolari domestici, hanno avuto una nota rilevante nel continuum storico dell’essere umano, iniziando dai fuochi delle caverne per passare a quei delle capanne, delle abitazioni di campagna e paese, a quei delle case dei borghesi o dei principi o delle cucine dei re.

Vari artisti si sono interessati ai camini, sia come struttura architettonica funzionale, si vedano un paio di disegni di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, sia come elemento decorativo per riscaldare l’ambiente – a partire dal periodo rinascimentale -, sia come manufatto per preparare gli alimenti.

Ma non solo: molti trattati durante il periodo moderno sono stati approntati per meglio rispondere alle domande dei committenti, fra questi, saltellando per i secoli, ricordiamo:

  •  Leon Battista Alberti (1404-1472) e il suo “De re aedificatoria“, dove inoltre s’era ingegnato a metà ‘400 su come doveva essere realizzato un buon camino;
  •  Vincenzo Scamozzi (1548-1616), architetto veneto, che nel 1615 pubblicava “Dell’idea dell’Architettura universale”, in cui, fra l’altro, nel capitolo XIII, si descrivono i vari tipi di camino;
  •  Benjamin Thompson (1753-1814) con “Sui camini, con proposte per migliorarli e risparmiare combustibile, rendere le abitazioni più confortevoli e salubri, e prevenire efficacemente l’emissione di fumo dalle canne fumarie”, del 1795, opera imprescindibile fino ai giorni d’oggi per l’esecuzione di una buona costruzione. Famoso il caminetto di Rumford.

Nella storia, questo oggetto inizia la sua vera diffusione dal ‘300 in poi – sembra inventato nei paesi freddi del nord Europa -, quando le varie soluzioni tecniche permisero una certa sicurezza e affidabilità, portandolo dal centro dell’abitazione a una delle pareti e fornendolo definitivamente di una canna fumaria, almeno nelle case dei più abbienti. Passando dalle grandi dimensioni gotiche a quelle più modeste ma non per questo meno funzionali rinascimentali, raggiungendo l’età barocca e la fine dell’Ancien Régime già solidamente installato nelle case.

Le immagini che seguono desiderano solo essere testimonianza popolare dei secoli dell’età moderna, secoli in cui i pittori hanno immortalato, certamente non solo, la quotidianità domestica, dal nord dell’Europa al sud, dall’est all’ovest, quella del focolare, quella dove ci si incontrava, si parlava, si litigava, si cucinava, quella, in poche parole, che, se chiudessimo gli occhi, potremmo considerare oggi cucina di casa nostra in un giorno di festa.

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte del cucinare, 1570

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, “Opera dell’arte del cucinare”, 1570

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Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca.

Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca. Si beve si cucina si mangia, la tavola apparecchiata dice tutto, mentre alcuni viandanti guardano.

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David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644

David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644. Nel grande camino al fondo si cuoce cacciagione.

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Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca..

Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca.

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François Boucher, La toilet, 1742

François Boucher, La toilet, 1742. Il camino serve per riscaldarsi mentre la gentil fanciulla si abbiglia.

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Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759

Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759. È sera, si approntano focacce e nello stesso tempo si intiepidisce l’ambiente.

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Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec.

Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec. Elegante scena, pregiata zuppiera. Il camino si adopera principalmente per preparare cibi.

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William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward)

William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward). Attorno al camino per asciugare i panni del marito, del papà, che ritorna dopo una giornata di pioggia.

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-1. in Umberto Veronesi, Mario Pappagallo, Verso la scelta vegetariana, Giunti ed., 2011, pag. 42.

Jul 072014
 

Diverse volte abbiamo accennato che la storia che usualmente studiamo dovrebbe andare oltre l’Europa, quell’Eurocentrismo con cui affrontiamo gli argomenti del nostro passato. Ché la storia è ben più ampia, è globale, universale, la storia è una immensa ragnatela in cui i fili sono strettamente connessi e interconnessi fra loro, sono parte di un grande indivisibile insieme e solo nell’insieme se ne può comprendere il continuum.

Di seguito una serie di interessanti video che ci mostrano la tesi del prof. Enrique Dussel, tesi che dovremmo approfondire e sviluppare ancor più, magari cambiando il nostro angolo di visione, magari considerando che la vera importanza economico-sociale dell’Europa cominciò – forse – con la Rivoluzione francese e industriale, o che anche la Cina e quel lontano oriente hanno avuto parte rilevante nell’evoluzione dell’essere umano.

Jul 022014
 
Domenico Angelo Malevolti Tremamondo

Domenico Angelo Malevolti Tremamondo

Qui gladio ferit gladio perit

Chi di spada ferisce, di spada perisce”, recita Gesù nel Nuovo Testamento (1).

E lo sapeva bene il buon Casanova, quel Giacomo (1725-1798) scrittore, poeta, diplomatico, ma anche eccezionale avventuriero, che sfidava la vita a colpi di spada:

… il Casanova è quello che è, e non vuole essere altro; vero eroe del suo tempo per l’audacia, la sincerità con la quale lo visse, allo sbaraglio, senza temere i colpi di spada o di pistola, il carcere o l’esilio, pur di consumare fino all’ultimo l’avventura della sua esistenza in un’epoca in cui la vita era un’opera d’arte e si poteva farne, con vera gioia, un capolavoro dei sensi… ” (2)

Fu, il nostro connazionale, coevo e allievo di Domenico Angelo Malevolti Tremamondo (1716-1802), nobile di nascita, ai più sconosciuti, ma non alla famiglia reale inglese di cui fu maestro di scherma – re Giorgio III e re Giorgio IV, alcuni dei suoi discepoli -, quella scherma che, grazie ad Angelo, passava dai campi di battaglia a proporsi come sport.

Studente del ben celebre maestro parigino Bertrand Teillagory, avendo appreso i primi rudimenti a Pisa da Andrea Gianfaldoni, Domenico era agile svelto mobile, sicuramente uno dei primi, se non il primo, a evidenziare l’importanza dei movimenti della spada come metodi per sviluppare l’equilibrio, la grazia, la stabilità.

Il suo sistema d’insegnamento, sebbene non particolarmente innovativo e originale, ha caratterizzato un’epoca, il Settecento, e dato l’avvio a quell’arte in cui ancora oggi si notano eleganza armonia piacevolezza.

Suo è il trattato L’École des Armes, The school of fencing, La scuola di scherma, scritto in francese e pubblicato nel 1763, un volume (3) ricco di immagini – 47 tavole -, di consigli, di raccomandazioni, un testo fondamentale ai nostri giorni per chi desidera praticare questo sport in modo inoffensivo.

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- 1. Nuovo Testamento, Mt.: 26,52.
- 2 G. Casanova, Storia della mia vita, ed. Mondadori, Milano 1965, a cura di Piero Chiara, vol. VII. pag.13, 14).
- 3. Domenico Angelo, School of Fencing with a General Explanation of the Principal Attitudes and Positions peculiar to the Art, London 1787.

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763.

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763.

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Jun 282014
 

di Daniela Nutini

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Riguardo ai matrimoni nel periodo tardo medievale, abbiamo alcune testimonianze che ci trasmettono come quelle unioni fossero in genere felici. Parliamo ovviamente della borghesia, i matrimoni della nobiltà erano spesso combinati per motivi dinastici e di terre, e molto spesso mandati all’aria con la scusa della parentela, difatti la parentela fino al quarto grado rendeva un matrimonio spiritualmente illegale. E così fabbricando un falso albero genealogico, un uomo poteva liberarsi della moglie, ammesso che fosse in condizioni di pagarsi le spese. Per principi e sovrani vi erano poi dispense papali a volontà, anche se talvolta rimaneggiate se non andavano bene agli interessi del momento. Esemplare il caso di Enrico VIII Tudor con la prima moglie, Caterina di Aragona.

Ma per la borghesia, allora in ascesa, i casi erano ben diversi. Vi sono testimonianze che concordano, per esempio, un anziano funzionario di Parigi (1) scrisse intorno al 1393 un manuale di comportamento per la moglie-bambina, un’orfana, con pagine colme di grande affetto e comprensione, e sappiamo come la giovanissima moglie lo ricambiasse con un tenero amore.

Abbiamo, per continuare, le parole del cavaliere Geoffroy La Tour Landry (1320 ca-1391 ca.) che diceva essere felicemente sposato, poi inconsolabile per la perdita della moglie, e di molti altri (2). E ancora: la scrittrice e poetessa Christine de Pisan (1362-1431 ca.) rimase triste fino alla fine dei suoi giorni per la perdita del marito, teneramente amato, morto nella terribile epidemia di peste del 1402.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Preziosa è la vicenda di Thomas Betson, un mercante inglese di circa quarant’anni, che viveva a Calais. Questi aveva una fidanzata giovanissima, come si usava frequentemente all’epoca, e ne era innamoratissimo. Annoterà nel 1476:

Mia teneramente amata cugina Katherine mi raccomando a te con tutto il cuore… Se tu mangiassi sempre con appetito cosa che ti farebbe diventare presto donna, mi renderesti l’uomo più felice del mondo… Ti prego di portare i miei saluti al mio cavallo e di chiedergli in dono quattro dei suoi anni per crescere più in fretta. E quando tornerò gli darò quattro dei miei anni e quattro focacce da cavallo in compenso. Digli che sono io di pregarlo di questo favore. E l’onnipotente Gesù ti faccia diventare una donna buona… Nella grande Calais il primo giorno di giugno, quando ogni uomo è già andato a pranzo e l’orologio batte le nove e tutta la tua famiglia si metterebbe a chiamarmi dicendo di andare subito a cena… Da parte del tuo fedele cugino e innamorato Thomas Betson. Ti mando questo anello per ricordo.” (3)

Dalla lettera traspare una pace domestica e serena. Più tardi scriverà ancora alla madre di lei:

… ho sognato che Katherine aveva trent’anni e quando mi svegliai desiderai che ne avesse solo venti così il mio desiderio si avverrà prima del mio sogno.” (4)

Poco tempo dopo, Thomas sposò la sua Katherine e sappiamo che ella divenne una moglie amorevole e sollecita. Quando un anno dopo Thomas si ammalò gravemente, Katherine, benché solo sedicenne e in attesa del primo figlio, lo curò con grande affetto e si occupò dei suoi affari con quella competenza che le donne medioevali delle classi superiori apprendevano fin dalla prima infanzia.

Venivano, infatti, tali donne, istruite sulle erbe medicinali e sui massaggi ed era indice di buona cultura sapere giocare a scacchi e a dama, oltre che tirare d’arco. Importante era avere un’infarinatura in materia legale perché spesso la moglie era lasciata a custodire le terre e i commerci del marito, talvolta assente. A tal pro, testimonia una lettera che, nel 1465, Margaret Paston scriveva al marito John:

Mio adorato marito hai fatto bene a parlare con i giudici prima che venissero qui. Se vuoi che io porti avanti il nostro affare, se Dio mi aiuta farò come tu mi consigli… il mio fisico è debole e il mio umore molto basso ma secondo le mia capacità farò ciò che posso e devo per le tue faccende”. (5)

©Daniela Nutini

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- 1. a cura di Eileen Power, The Goodman of Paris (Le Ménegier de Paris), Londra 1928.
- 2. La Tour Landry, Livre por l’éducation de mes filles, a cura di A. de Montaiglon, Paris, 1854.
- 3, 4. in Barbara A. Hanawalt, The Wealth of Wives: Women, Law, and Economy in Late Medieval London, Oxford University Press, New York, 2007.
- 5. in Sir John Fenn, Paston Letters, London, 1840.

Jun 202014
 

Raccontano che le cose stanno così.

L'Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

L’Europa, una donna seduta che tiene sul grembo varie corone, allegoria, 1695

Agenore, re di Tiro, cittadina situata a poco oltre 80 km. dall’odierna Beirut, aveva avuto insieme alla moglie Telefassa una figlia da tutti ammirata per la bellezza, chiamata Europa.

Zeus, il divino signore che tutto comandava e dirigeva, se ne innamorò e la volle con sé a tutti i costi. Ma la cosa non era facile. E allora, dicono ancora gli anziani (1), Zeus inviò suo figlio Ermes a condurre i buoi di Agenore proprio in quella spiaggia dove Europa stava raccogliendo dei fiori.

Il dio, furbo, prese le sembianze di un toro bianco adagiandosi sulla sabbia, sul cui dorso la fanciulla salì. Boccone facile per il potente, che ne approfittò e la portò via fino all’isola di Creta!

Difatti così Ovidio narra:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace.” (2)

La storia prosegue.

Zeus, trasformatosi in aquila, la conquista. Europa divenne la prima regina di Creta. Tre figli nacquero dall’unione. Nello stesso tempo, Agenore aveva mandato i figli alla ricerca della sorella, ma il “misfatto” oramai era stato commesso.

Tranquilli, non finisce qua!

Il grande capo, a sua volta, la diede in sposa al re di Creta, tal Asterione che, incredulo del bellissimo dono, adottò perfino i tre figli.

Quanti poeti letterati scultori pittori filosofi se ne sono occupati! Assaporiamo ora la bellezza di questi tre dipinti dell’Epoca Moderna:

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto di Europa, Jean Cousin il Vecchio, 1550 ca.

Ratto d'Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Ratto d’Europa, Simon Vouet, 1640 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

Il ratto di Europa, François Boucher, 1734 ca.

I fatti, che mi piace trasportare dalla mitologia alla pura e cruda realtà storica (sic!) per meglio entrare nelle dinamiche contemporanee del tema – giacché il confine fra le due sfaccettature è in un certo qual modo davvero invisibile -, potrebbero invitarci a pensare che l’Europa, la nostra odierna Europa, nacque su quelle sponde del Mediterraneo che si rivolgono verso l’Asia e l’Africa, quasi a significare il movimento delle idee che generate di là si sviluppano di qua (o viceversa). Una multiculturalità che dovrebbe affascinare almeno dal punto di vista storico. Una migrazione e immigrazione – in lato sensu – su cui si basa l’evoluzione umana, frontiere che non dovrebbero esistere neanche nella mente.

Il percorso, dunque, dalla mitologia alla realtà è stato lungo, tortuoso, contraddittorio, ché nel Medioevo il termine era più espressione geografica che politica. Certo, potremmo dare a Carlo Magno l’appellativo di “padre d’Europa” -siamo nel IX secolo -, ma… lo fu davvero? O forse desiderava rimettere in piedi il vecchio Impero Romano? E che cosa si pensava nell’immaginario popolare collettivo? Non entro nella questione, è troppo ampia e polemica per un breve articolo come questo.

Cosicché il concetto d’Europa, con il trascorrere degli anni, iniziò a esser sempre più adoperato, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli, 1453, e l’avanzare dell’impero ottomano. Era necessario unire le genti europee per fermare il passo ai nemici: papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, ne fu l’emblema espressivo.

In tempi passati siamo stati colpiti in Asia e in Africa, e cioè in terra altrui, ma ora siano colpiti e sconfitti in Europa, e cioè nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra dimora.” (3)

Poi tanti altri se ne sono interessati, Rousseau per esempio nelle sue Considérations sur le gouvernements de Pologne parlava che non ci sono più francesi spagnoli tedeschi inglesi, ma solo europei, e allora va oltre:

Oggi non vi sono più francesi, tedeschi, spagnoli, nemmeno inglesi, checché se ne dica; ci sono soltanto europei. Tutti hanno gli stessi gusti, le stesse passioni, gli stessi costumi, poiché nessuno ha ricevuto modalità nazionali che provenissero da un particolare principio. Tutti nelle stesse circostanze faranno le medesime cose; tutti si diranno disinteressati e saranno disonesti (o birboni); tutti parleranno del bene pubblico e non penseranno che a se stessi; tutti vanteranno la mediocrità e vorranno esser opulenti; questi non hanno ambizioni che per il lusso, non hanno che passione per l’oro. Sicuri d’avere con esso tutto ciò che li tenta, si venderanno al primo che vorrà pagarli. Che cosa importa loro a quale padrone obbedire, di quale stato seguire le leggi? A patto che trovino denaro da rubare e donne da corrompere, sono ovunque nei loro paesi.” (4),

allo stesso modo Hume considerava importante e da conservare la pluralità della ricchezza culturale.

Suvvia però, facciamo un lungo salto temporale, poggiamo i piedi nell’oggi, proprio mentre si è votato qualche settimana fa (25 maggio 2014) per il Parlamento Europeo, e leggiamo il buon Croce quando accennava, più o meno a metà Novecento, al suo concetto d’Europa contemporanea:

Per intanto, già in ogni parte di Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno ad Europei e i lori pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già ma meglio amate.
Questo processo di Unione Europea che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberare completamente l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà a pieno restaurato negli animi.” (5)

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Il dibattito, nell’Europa sì nell’Europa no, continua ancora oggi, oggi che siamo già entrati nell’epoca internettiana, epoca che dovrebbe portare a una maggiore “unione transnazionale”, una unione rappresentata dalle più disparate forze storico-culturali, dalle più variegate reminiscenza mitiche, una unione, insomma, che dovrebbe conquistare e cambiare prima di tutto la nostra forma mentis.

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- 1. Sembra che le prime prove scritte sul mito d’Europa siano quelle di Omero, nella cui Iliade (750 a. C. circa) Zeus relata, fra i tanti, l’amore con Europa (vedi »»qua). Anche Esiodo nel suo Teogonia (700 a. C. circa) parla di Europa e di sua figlia Teti (vedi »»qua).
- 2. Ovidio, Metamorfosi, II (»» qua).
- 3. Enea Silvio Piccolomini, De constantinopolitana clade et bello contra Turchos congregando, in PIUS II, Orationes politicae et ecclesiasticae, a cura di J. D. Mansi, 1755, p. 263.
- 4. Jean Jacques Rousseau, Considérations sur le gouvernements de Pologne, 1782 (»»qua, tradotto da Serena Zampini).
- 5. Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Adelphi, 1991.

Jun 162014
 

di Ivana Palomba

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Accessorio maschile, ormai quasi in disuso, ha avuto il suo battesimo con il re Sole (1638-1715). Anticamente già era documentato un accessorio con funzione sia di protezione sia di ornamento.

I Romani lo chiamavano “focale” corruzione di “faucale” da “faux, faucis”= fauce, gola.
Questa abitudine è attestata da una fonte iconografica importante, la colonna traianea fatta innalzare da Traiano nel 106 d.c. per celebrare la fortunata campagna contro i Daci. I legionari raffigurati nel fregio hanno una sorta di fazzoletto ripiegato sotto la corazza o semplicemente annodato al collo. È plausibile che i soldati romani avessero ereditato questo accessorio dalle popolazioni della Dacia e lo usassero come riparazione dal clima molto rigido. Usanza che si diffuse poi fra la popolazione tanto che alcuni celebri scrittori latini, Orazio e Seneca, ricordano il “ focale” con cui i Romani talvolta avvolgevano la gola.

Tuttavia sembra che ricorressero a questo accessorio soprattutto persone malate o quelle effeminate che gareggiavano a chi l’annodava con più originalità.

Ma la cravatta, come attualmente la intendiamo, nasce con re Luigi XIV. La parola “cravatta” che in antico era detta “corvatta” si fa generalmente derivare dal francese “cravate” un adattamento della parola croata “hrvat” (croato).

Per alcuni studiosi linguistici però il lemma non deriverebbe dal croato ma avrebbe origine  dal turco “kurbac” e dall’ungherese “korbacs”, termini che designano entrambi oggetti lunghi, come lo scudiscio e la frusta. D’altronde “cravache” in francese vuol dire frusta ed in Francia il termine “cravate” veniva già usato nel XV secolo per definire un pezzo di stoffa lungo e sottile.

In Italia, il termine cravatta era già adoperato nel corso del ’500 come testimonia Cesare Vecellio (1521-1601) nel libro “Degli abiti antichi e moderni in diversi parte del mondo” (1590), in cui, a proposito del focale  romano, scrive che era una specie di cravatta.

Seguendo la linea interpretativa generale, la storia vuole che, il re francese, impegnato com’era con innumerevoli battaglie europee, avesse creato nel 1686 un reggimento di cavalleria leggera di Croati. Questi croati, detti “cravates” storpiando l’originale “hrvat”, lanciarono una vera e propria moda della cravatta tanto che il reggimento croato al servizio del re di Francia era detto “Real Cravatta”. L’uniforme di questi cavalieri era simile a quella degli ussari ungheresi: un dolman rosso con alamari, un colbacco di pelo e una vistosa striscia di lino bianco annodata al collo.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Il monarca, fiero dei suoi arditi cavalieri, imitandoli, si cinse al collo una preziosa striscia bianca e volle che tutta la corte seguisse il suo esempio decretando così il successo della cravatta che cominciò il suo secolare percorso.

Prima di cristallizzarsi nelle attuali fogge, la cravatta è passata attraverso numerose trasformazioni. Un primo cambiamento si ebbe nel 1692 con la cravatta “alla Steinkerque”, dal nome della località presso la quale si svolse una sanguinosa battaglia, combattuta contro Guglielmo III d’Orange (1650-1702), re  d’Inghilterra e d’Irlanda dal 1689.

Molti stati europei erano confluiti nella cosiddetta “lega di Augusta” per contrastare la proterva ambizione del re Sole e la battaglia di Steinkerque del 3 agosto 1692 è collocata nel contesto delle numerose battaglie avvenute. I Francesi erano comandati da François-Henri de Montmorency Bouteville, Maréchal de Luxembourg, e gli Inglesi erano condotti da Guglielmo III d’ Orange novello re d’Inghilterra.

Le fasi della battaglia così vengono descritte:

Guglielmo, re d’ Inghilterra, scoprì una spia che da Luxembourg era mantenuta appresso di lui, e prima di farla giustiziare la sforzò a scrivere al generale francese un falso avviso, dietro del quale Luxembourg prese con tutta ragione quelle misure che doveano tornargli dannose. La sua armata immersa nel sonno fu assalita all’albeggiare del giorno; una brigata era già rotta in fuga. Luxembourg era ammalato ma il pericolo gli rese tutte le sue forze: cambiar posizione; stabilire un campo di battaglia alla sua armata; riordinar l’ala diritta totalmente scompigliata, rianimar truppe volte in fuga, condur tre volte all’assalto la guardia reale, fu tutto operato in meno di due ore. Abbiamo inseguito il nemico, dice il maresciallo di Berwik, per un lungo quarto di lega, facendone una orribile carneficina. Il nostro drappello scelto composto del duca d’Orleans, dei duchi di Bourbon, del principe di Conti, restò in tutta l’azione esposto al più vivo fuoco insieme col maresciallo di Luxembourg.” (1)

Fu davvero una carneficina, Guglielmo d’Orange battè in ritirata lasciando sul tappeto: 10.000 soldati, 1.300 prigionieri, 10 cannoni e 9 bandiere che andranno a decorare la navata di Notre-Dame.

André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

André Le Nostre, architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

Anche Voltaire, nel suo “Secolo di Luigi XIV”, riferisce della battaglia e della nascita di una nuova moda. Al loro vittorioso rientro i nobili francesi trovarono tutte le strade bloccate da una moltitudine di persone che festante li applaudiva. Gli uomini portavano allora cravatte di pizzo, il cui nodo richiedeva parecchio tempo e cura, ma per  fronteggiare l’attacco sferrato a sorpresa contro il loro accampamento, gli ufficiali francesi, nella fretta con cui avevano dovuto vestirsi per la battaglia, avevano negligentemente annodato le loro cravatte al collo lasciando le estremità pendenti semplicemente infilate in un’asola.

Era nata così la “cravatta alla steinkerque”, che fu portata da ambo i sessi non solo in Francia ma in Inghilterra e in tutte le corti europee dove si seguiva la moda francese.

Alla battaglia di Steinkerque non si deve solo la nascita di un nuovo tipo di cravatta ma anche la composizione, in forma di Te Deum, forse la più conosciuta (2), di Marc-Antoine Charpentier(1643-1704).

Da allora la cravatta ha percorso tutti i secoli animando sempre più la scena vestimentaria.

Più la moda maschile si faceva sobria più la cravatta suscitava interesse essendo uno degli ultimi elementi decorativi in grado di esprimere la propria personalità. Nella prima metà del XIX secolo furono pubblicati vari libri di istruzione sull’arte di annodare la cravatta, per cui si riconosceva l’uomo geniale dallo slancio tutto particolare mentre il piccolo borghese si sarebbe fatto subito riconoscere da uno nodo banale e privo di fantasia. Anche il grande Balzac fu uno degli autori di questi manuali.

Così stigmatizzava il Corriere delle Dame del 30 Maggio 1835: “La cravate ‘est l’homme” .

© Ivana Palomba

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- 1. Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823, pagg. 36-37.
- 2. Il preludio di questa composizione è utilizzato come sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione.

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Bibliografia:
- Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento, Skira, 2011.
- Voltaire, Il secolo di Luigi XIV, trad. it. di U. Morra, Einaudi, 1994.
- Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni in diverse parti del mondo, 1590.
- Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823.

Jun 132014
 

di Carla Citarella

Pierre-Auguste Renoir, La Seine à Asniéres, 1879

Pierre-Auguste Renoir, La Seine à Asniéres, 1879

Il movimento impressionista si è formato a Parigi tra il 1860 e il 1870. La storia dell’Impressionismo non è tuttavia solo un fenomeno francese, ma un movimento d’arte internazionale (1860-1920) per la sua rapida diffusione. L’impressionismo è l’epilogo grandioso di un modo particolare di impossessarsi del mondo dipingendolo. Sarebbe incompleto senza il suo specifico proseguimento nel Neoimpressionismo di Georges Seurat.

Scopo della ricerca:

- trovare una pittura che rendesse “l’impressione” visiva nella sua immediatezza, e che permettesse loro di tradurre sulla tela a due dimensioni le impressioni prodotte in loro dai giochi di luce e movimento;

- adottare una tecnica rapida, senza ritocchi, a tocco, in modo da non pregiudicare la sensazione visiva e la soggettività dell’artista. I contorni sono aboliti, perché il colore, in un certo senso, straripa da un oggetto o da un personaggio, e si prolunga in forma di ombra colorata;

- abbandonare le regole di atelier nel disporre e illuminare i modelli sempre sotto la stessa falsa luce, nella solita posa tradizionale per poi passare al tratto e al chiaroscuro: tutto è equilibrio e banali giochi di luce ombre nere;

- avversione totale per l’arte accademica: prospettiva, composizione, soggetto storico,  personaggio, chiaroscuro. Queste regole erano state stabilite dalle accademie d’arte e indicavano proporzioni e rapporti ideali di linee e forme che dovevano essere osservati scrupolosamente.

Metodo: lavoro en plein air dal principio alla fine. Un’immersione totale nella luce e nel colore.

La Montagne Sainte-Victoire vue de Bellevue, Paul Cézanne, 1855 ca.

La Montagne Sainte-Victoire vue de Bellevue, Paul Cézanne, 1855 ca.

Questa filosofia della percezione sarà adottata sistematicamente a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento. I giovani “rivoluzionari” e trasgressivi dell’arte che aprono la via alla ricerca artistica moderna si chiamavano Monet, Renoir, Cézanne, Degas, Pissarro, Sisley e Toulouse-Lautrec. Interessati alle ricerche scientifiche che si stavano conducendo sulla natura fisica del colore, compiono uno vero e proprio studio diretto, sperimentale, all’aperto, sulle continue variazioni apportate dalla luce stessa sul mondo che li circonda: cercano per esempio di cogliere una variazione di luce che suggerisca un preciso momento nel tempo. I paesaggi e il succedersi delle stagioni nelle relative variazioni di tempo e di luce sono i soggetti particolarmente ideali per tali studi pittorici. Bastava, infatti, un cambiamento della luce, una leggera brezza o qualsiasi variazione atmosferica che la percezione non era più la stessa.

In pieno sole i contorni degli oggetti”, scrive Cézanne, “mi sembrano non solo bianchi e neri, ma blu rossi, marroni, viola”; (1)

Nessun ombra è nera”, spiega Renoir, “ha sempre un colore. La natura conosce solo i colori”. (2)

La pittura impressionistica, come afferma Monet, risulta in questo senso ”la registrazione di un’emozione irrepetibile in un istante di tempo che non si presenterà più”. (3)

L’effetto è ben reso dalla descrizione del critico Èmile Zola, con il quale Manet usava trascorrere del tempo assieme per discutere della sua arte:

Il sole cade a piombo sulle gonne di un bianco splendente; l’ombra tiepida di un albero ritaglia sul vialetto e sui vestiti soleggiati, una grande tovaglia grigia, stoffe tagliate in due dall’ombra e dal sole”. (4)

Claude Monet, Springtime, 1872

Claude Monet, Springtime, 1872

L’impressionismo espande la capacità percettiva e analitica della pittura, offrendo una propria soluzione a favore di una visione d’insieme, e innesca nell’osservatore una nuova sensibilità, una nuova capacità di vedere, e una sorta di coinvolgimento emotivo.

©Carla Citarella

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- 1. a cura di G. A. Dell’Acqua, Impressionisti francesi, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1955.
- 2. a cura di G. A. Dell’Acqua, op. cit.
- 3. a cura di Luigina Rossi Bartolatto, Claude Monet 1870-1889, L’opera Completa di Monet, Rizzoli, 1978.
- 4. a cura di Luigina Rossi Bartolatto, op. cit.

Jun 092014
 
Cronache di Norimberga, Dio creando il mondo

Cronache di Norimberga, Dio creando il mondo

L’invenzione gutenberghiana, quella dei caratteri mobili, agevolò lo sviluppo e la diffusione della cultura, quei libri non ancora rilegati che viaggiavano dentro botti per proteggersi, anche, dall’umidità e dalle intemperie raggiungevano in relativamente poco tempo le più disparate parti dell’Europa: la stessa copia in mano a un borghese olandese poteva essere letta da un nobile tedesco o da un artista italiano. La cultura acquistava e conquistava quello spazio necessario per lo sviluppo di un popolo di uno stato di un gruppo di individui.

E proprio in Germania, nell’allora frammentata Germania, si diede alle stampe, prima in latino – giugno 1493 – e pochi mesi dopo – dicembre 1493 – in tedesco, un simpatico e “colorato” testo detto Cronache di Norimberga, ovvero Liber Chronicarum o Die Schedelsche Weltchronik (»»qua).

L’incunabolo, riccamente illustrato da 1809 xilografie, ha un valore artistico davvero inestimabile, un lodevole risultato dell’epoca scritto dal medico di Norimberga Hartmann Schedel (1440-1514), un umanista che incarnava i valori culturali dell’epoca, lui che s’interessava di fisica, di storia, che collezionava manoscritti, opere d’arte, stampe. Umanista altresì che aveva seguito il suo maestro, Peter Luder (1410 ca.-1472), fino in Italia, Padova, per completare i suoi studi.

L’opera, illustrata da Michael Wohlgemut (1434-1519) e dal suo figliastro Wilhelm Pleydenwurff (1450 ca.-1494) (1), relata, sulle orme della Bibbia, una storia universale che partendo dalla creazione di Adamo raggiunge proprio il 1490, un’opera in cui si intrecciano temi religiosi, evoluzione umana, considerazioni personali sulla vita. Tratta così, in un dialogo fra immaginazione e realtà, di importanti personaggi, come re, membri del clero, pensatori, filosofi, talvolta accompagnati da brevi profili biografici, descrive genealogie, presenta città, ma la parte più importante è riservata alle immagini, basti pensare che sono varie quelle che occupano, addirittura, due pagine.

Quella di seguito, Argentina, non è il paese sudamericano, bensì la città franco-tedesca Strasburgo, in cui l’artista, esagerando, fa svettare la guglia della cattedrale per farla apparire la più alta d’Europa.

Cronache di Norimberga, Argentina/Strasburgo

Cronache di Norimberga, Argentina/Strasburgo

Bisogna pur notare che sebbene siano presenti 1809 immagini, si realizzarono solo 652 piastre, giacché alcune di queste furono adoperate più di una volta pur rappresentando concetti diversi. In poche parole, non sempre l’immagine era riproduzione fedele della realtà, bensì serviva per intrattenere e ricordare al lettore l’argomento letto, un modo per meglio memorizzare.

Per esempio la stessa piastra è servita, come si nota nella seguente immagine, per ritrarre sia Prometo sia il poeta latino Ovidio.

Cronache di Norimberga, la stessa stampa per raffigurare Prometeo e Ovidio

Cronache di Norimberga, la stessa stampa per raffigurare Prometeo e Ovidio

L’editore delle circa 600 pagine del libro fu Anton Koberger, finanziato da Sebald Schreyer e Sebastian Kammermaister, mentre la traduzione in tedesco fu lavorata da Georg Alt.

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- 1. Ricordiamo che Albrecht Dürer (1471-1528) fu allievo di Michael Wohlgemut.

Jun 062014
 

Non si porta la libertà sulla punta delle baionette.” (1)

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

La “rivoluzione”, in lato sensu, la fanno i giovani.
Sono loro che, con forza coraggio spavalderia inventiva, cercano sfidare lo status quo, disponibili a dare, spesso inconsapevolmente, la loro vita, pronti, in poche parole, a scendere per le strade della storia e dimostrare che talvolta i vecchi giochi non servono più e bisogna creare nuove regole per permettere l’evoluzione, anche sociale, di un popolo, di una nazione, di un gruppo di individui.

E allora Marat, assassinato all’età di 50 anni da Charlotte Corday, ghigliottinata a sua volta a 25 anni, Camille Desmoulins decapitato a 34 anni, Danton a 35 anni, Robespierre a 36, potrebbero rappresentare alcuni dei tanti personaggi che, accessi dalla realizzazione di nuovi ideali, hanno saputo dare una spallata all’Ancien Régime e preparare la strada a nuove forme di governo.

Questo che segue non desidera essere un articolo conclusivo né esaustivo, ma solo un panorama che spazia per alcuni dei “pareri” offerti da Robespierre, Robespierre che, prodotto dell’epoca in questione, quel Settecento in cui idee illuministe imbevevano la cultura quotidiana, affermava:

“La legge è forse l’espressione della volontà generale, quando il maggior numero di coloro per cui essa è fatta non possono in alcun modo concorrere alla sua formazione?” (2)

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Robespierre è già un seguace delle idee di Rousseau quando, appena trentenne, viene eletto rappresentante del Terzo Stato agli Stati Generali, era il 1789. Pochi anni dopo, 1793, entra nel Comitato di Salute Pubblica.

Politico democratico e repubblicano, il nostro si animava di moralità nei discorsi, duri ed espliciti, per far presa sul popolo, esprimendo con enfasi il suo modo di proporre una diversa realtà politica, una politica più sana, più vicina ai bisogni della gente, più onesta.

Additato come freddo intransigente incorruttibile pronto a giustificare l’assassinio per favorire la causa rivoluzionaria, il giovane Maximilien lottava inoltre per l’uguaglianza e la giustizia verso i meno abbienti:

Ma se la bilancia della giustizia cessasse di essere in equilibrio, non dovrebbe forse pendere in favore dei cittadini meno agiati?” (3)

Quest’uomo di potere, quest’abile avvocato di Arras, descritto da George Sand come “Il più grande uomo della rivoluzione e uno dei più grandi della storia” (4), che qualcuno disse essere stato ateo, nel medesimo tempo in cui lui stesso gridava:

Abbandoniamo i preti e torniamo a Dio. Costruiamo la moralità su fondamenta sacre ed eterne; ispiriamo nell’uomo quel rispetto religioso per l’uomo, quel profondo senso del dovere, che è l’unica garanzia della felicità sociale; nutriamo in lui questo sentimento attraverso tutte le nostre istituzioni e facciamo sì che l’istruzione pubblica sia diretta verso questo fine” (5),

quest’avvocato, dicevamo, incarnò la figura principale del Terrore, quel triste periodo che va, più o meno, dal luglio 1793 al luglio dell’anno seguente con la sua morte. La stessa ghigliottina che aveva ucciso migliaia di persone fece cadere la lama sulla testa proprio di Maximilien: aveva 36 anni.

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Caro fratello, non riesco a nasconderti i miei timori, tu suggellerai la causa del popolo con il tuo sangue, e forse il popolo stesso sarà così disgraziato da colpirti; ma io giuro di vendicare la tua morte, e di meritarla con me.” (6)

avrebbe scritto il fratello Agustin qualche tempo prima della morte dei due.

La figura storica di Maximilien Robespierre è stata da sempre una figura controversa, campo di studi e di ricerca di storici che, analizzando perfino i particolari della sua vita, dal non essersi mai sposato all’essere austero alle possibili amanti – M.lle Anaïs Deshorties potrebbe essere stata una – e tanti altri dettagli ancora, hanno mostrato al mondo un uomo che seppe spendere la sua esistenza al servizio di una causa che cambierà per sempre la storia dell’Europa e dell’occidente intero, un uomo che ha lasciato una impronta indelebile che varrebbe la pena riprendere, specialmente nei suoi discorsi pubblici (»»qua).

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-1. Maximilien de Robespierre, in Simone Weil, Riflessioni sulla guerra (1933), in Incontri libertari, Elèuthera, Milano, 2001, p. 38.
- 2. da Ouvres de Maximilien Robespierre, VII, pp. 161-166, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
- 3. in Maximilien Robespierre, La rivoluzione giacobina, ed. Studio Tesi, Pordenone, 1992, pag.10.
- 4. George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
- 5. da Ouvres de Maximilien Robespierre, X, pp. 462-464, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
- 6. Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, Milano, 2009.

Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

May 312014
 

di Ute Margaret Saine

Dorozka, Aleksander Orłowski

Dorozka, Aleksander Orłowski

È concepibile supporre che le scienze cambino quando cambia la realtà? Questo è vero: la realtà può impellere o impedire la curiosità scientifica. Un esempio è l’effetto Doppler.

Per il fisico Christian Doppler (Salisburgo, 1803-1853), conosciuto per l’effetto che porta il suo nome, era opportuno che le carrozze, veicoli tirati da cavalli, che si muovevano per le città a una certa velocità, usassero un suono per allertare i pedoni.

I primi Drozhki [veloce carrozza trainata da cavalli], parola russa che poi in tedesco è diventata Droschken, chiamati Hackneys in Inghilterra, si osservarono negli stati baltici, e da lì il concetto si mosse verso ovest.

Christian Doppler

Christian Doppler

Quante persone avevano ascoltato quello strano cambio di suono, senza minimamente chiedersi il perché? Nel 1841, Christian Doppler notò che il suono percepito dall’orecchio cambiava di frequenza quando la carrozza urbana si avvicinava verso l’osservatore e dopo si allontanava da lui. Il suono si espande in onde, così come la luce. Nel 1842, Doppler presentò davanti la Reale Società Boema di Scienze a Praga una conferenza sulla luce colorata di stelle binarie. Le sue ricerche applicavano lo stesso principio, postulando che la frequenza osservata di un’onda dipendeva dalla velocità relativa della fonte sonora in relazione con l’osservatore.

Verso il 1845, Doppler aveva generalizzato il suo principio per includere ogni fenomeno di onda. Nel frattempo, due fisici contemporanei conosciuti, Joseph Petzval (1807-1891) e Anders Jonas Ångström (1814-1874), entrarono in polemica con Doppler. Ma il fisico e psicologo Ernst Mach (1838-1916), cui nome è legato ai numeri Mach, dedicò i suoi primi importanti progetti scientifici a confermare la teoria di Doppler.

Mach costruì un semplice apparecchio per dimostrare che l’effetto Doppler era reale, almeno in quanto al suono. Fissò a terra un tubo di sei piedi di altezza con un segnale acustico in modo che girasse verticalmente. Quando l’ascoltatore stava sullo stesso piano dell’asse di rotazione, non ascoltava il cambio di frequenza. Quando invece stava sul piano della stessa rotazione, notava una fluttuazione di frequenza corrispondente alla velocità della rotazione.

Senza le carrozze urbane, in quell’epoca, nessuno sarebbe stato capace di scoprire lo spettro dei colori delle stelle binarie. Fino a quando, in occasione successiva, la realtà avrebbe offerto un nuovo contesto per la scoperta scientifica.

©Ute Margaret Saine

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