Gaspare Armato

Blogger dal 2005, nomade per indole, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, Gaspare Armato si dedica a divulgare aspetti noti e meno noti della Storia moderna.

Jan 202015
 

Ogni condannato a morte avrà tagliata la testa.”
(1)

Joseph-Ignace Guillotin

Joseph-Ignace Guillotin

Quest’uomo dagli occhi azzurri e parrucca bianca nell’immagine a sinistra fu il medico e politico francese Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), celebre per aver dato il nome alla triste macchina “taglia-teste”, protagonista indiscussa della Rivoluzione francese.

Ma il vero padre della Louisette, nome con cui inizialmente venne chiamata la ghigliottina, fu il chirurgo, sempre francese, Antoine Louis (1738-1792), incaricato proprio da Guillotin, che gli aveva suggerito disegnare un arnese che potesse decapitare senza dolore, una macchina “democratica”, non più riservata a nobili e ad aristocratici, ma a tutti indistintamente, preti, artigiani, contadini, borghesi, alta società. Giacché sotto l’Ancien Régime, secondo il reato commesso, la vittima poteva esser uccisa con un colpo di spada, bruciata sul rogo, con la ruota della tortura e via dicendo.

E Antoine Louis, sulla base di altre già esistenti – ricordiamo che oggetti simili erano già stati adoperati in Boemia nel XIII sec., in Germania (chiamata Fallbeil), in Scozia (la Maiden di Edimburgo), in Inghilterra (il Patibolo di Halifax), in Italia (la Mannaia) – e avendo come assessore il boia ufficiale di Parigi Charles-Henri Sanson (1739-1806), ne abbozza una che poi sarà fabbricata dal costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmidt (1768-1821) per la modica somma, si fa per dire, di 960 franchi d’oro.

Le prime prove si eseguono nel 1792 su pecore e poi su cadaveri nell’ospedale parigino di Bicêtre, modificando la lama orizzontale per una di forma obliqua, più efficace nel taglio. I risultati furono tali che l’Assemblea Nazionale l’adottò immediatamente, adoperandola per tutti, senza distinzione di ceto sociale.

Ma la vera grande protagonista della Rivoluzione è proprio la ghigliottina ed è lei a ottenere il meritato riconoscimento artistico. Durante il Terrore questo strumento di vendetta è talmente idolatrato da divenire l’eroina di un’opera teatrale, La Guillotine d’amour. Il 16 luglio 1793 il «Journal des spectacles» annunciava:

«Si preparano due nuove pantomime al teatro Lycée, i cui titoli sono Adéle de Sacy e La Guillotine d’amour. Ignoriamo quali sono i soggetti dell’una e dell’altra, ma il titolo orribilmente singolare della seconda è ben capace senza dubbio di stimolare la curiosità pubblica.»” (2)

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Esecuzione di Robespierre, 1794

Esecuzione di Robespierre, 1794

Così fu.
Fra i tanti ghigliottinati della Rivoluzione francese ricordiamo il re di Francia Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, Maximilien de Robespierre, Georges Jacques Danton, Antoine Lavoisier, per seguire con Camille Desmoulins, Louis Saint-Just, Charlotte Corday e tanti altri, essendo stato Nicolas-Jean Pelletier, accusato di furto e omicidio, il primo della serie, 25 aprile 1792.

La ghigliottina, marchingegno di orrore, fu altresì rito teatrale, fu spettacolo cui partecipava il pubblico, un pubblico spesso diverso a secondo del soggetto decapitato e natura del crimine, e talvolta il “programma”

“[…] sfortunatamente non funziona a dovere, perché si scopre che la maggior parte degli aristocratici non ha paura di morire: noblesse oblige. Spesso, una volta issati sul patibolo, ridono, scherzano e prendono in giro boia e spettatori, continuando a guardare dall’alto in basso il Terzo Stato, e non solo per la scomoda posizione in cui si trovano. In preda a una luttuosa euforia, c’è anche chi balla elegantemente sulla carretta che lo conduce al supplizio.” (3)

Eppure

Ciò non toglie che, durante la dittatura di quaranta giorni dello stesso Robespierre, la ghigliottina non smise di funzionare. Dal 10 giugno al 27 luglio 1794, milletrecentosettantatre teste caddero «come tegole»: l’espressione da costruttore è di Fouquier-Tinville in persona. Fu l’apogeo dell’applicazione legale della pena di morte in Francia.” (4)

Nel corso della Rivoluzione, la definizione di reato punibile con la pena di morte diventò vieppiù vaga, passando dal cospirare contro la repubblica al dichiarare esser per il ritorno della monarchia, dall’esser sfavorevoli a ulteriori cambiamenti rivoluzionari a opinioni discutibili, dal semplice omicidio-vendetta al furto per la sopravvivenza e addirittura all’offrire cibo e acqua a soldati austriaci contro cui si combatteva. La testa poteva cadere facilmente! Cosicché il suo uso fu sempre più ampio ed equivoco.

Un oggetto che conquisterà rapidamente l’interesse dell’epoca:

Che la ghigliottina costituisca una perversa «macchina estetica» lo comprovavo unanimemente la sua poetica e la sua efficacia e lo conferma perfino una somma di circostanze empiriche, solo in apparenza gratuite. La poetica è riassunta nelle parole pronunciate da Saint-Just all’Assemblea Nazionale: essere la ghigliottina una macchina gradita aux âmes sensibles, ‘alle anime sensibili’. L’attenzione spettacolare è attestata dal nereggiare della folla che, nei suoi giorni di gloria, non si stancherà mai di accalcarglisi attorno. Così il palco della ghigliottina si trasforma in un palcoscenico tanto per le vittime che per la massa degli spettatori.” (5)

Dal peso totale di circa 550 kg. e una lama di 39 kg., la ghigliottina resterà in vigore in Francia fino al 1977, la cui ultima decapitazione avverrà nel carcere di Marsiglia.

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– 1. Code pénal, 6 ottobre 1791, art. 3.
– 2. Antonio Fichera, Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria, ed. Castelvecchi, Roma, 2004, pag. 175.
– 3. Antonio Fichera, op. cit., pag. 277.
– 4. Julia Kristeva, La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, ed. Donzelli, Roma, 2009, pag. 122.
– 5. Alberto Boatto, Della ghigliottina considerata una macchina célibe, Libri Scheiwiller, Milano, 2008 pag. 11.

Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

Jan 112015
 

di Floriana Guidetti

Alfonso II d'Este ritratto da Cesare Aretusi

Alfonso II d’Este ritratto da Cesare Aretusi

Nell’Inventario Testamentario dei Beni di Alfonso II d’Este (1), morto a Ferrara nel 1597, riferendosi alle “barche et robbe diverse trovate nell’arsenale di San Giorgio e Lagoscuro” (2), nell’elenco dei vari beni, al 3447 si legge appunto di questa célega, trovata insieme a “un panno verde avolto in una stuora, due carieghe fornite di panno verde, un panno rosso vecchio per la barca longa… otto cusini di corame pieni di pena” (3), in particolare dunque tra le “diverse robbe che si trovano in detta monitione per servitio di dette barche”.

Non deve confondere il termine ‘beretina’, che in altre occasioni documentate sta ad indicare ‘di colore grigio’ ovvero ‘scuro’. Si può ricordare infatti che Tommaso Garzoni di Bagnacavallo, parlando delle frodi dei fornai e delle angherie dei gabellieri, nell’edizione veneziana del 1586 della sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo, dedicata al Duca di Ferrara Alfonso II, dice che “il pane era nero come un carbone o beretino come la pelle di un asino” e aggiunge “tale che i struzzi nol padirebbono… e così caro che s’augurano mille cancheri a chi ne è causa”.

Occorre precisare che dal 1570 al 1586 gli Estensi avevano appaltato per diecimila scudi il monopolio della fabbricazione del ‘pane venale’, quello cioè destinato alla vendita e al consumo della città e dei borghi, quindi le rimostranze popolari in merito alla pessima qualità del pane e al sempre minore peso della ‘pagnotta’ venduta per unità monetaria, si rivolgevano all’appaltatore e ai fornai che da quello dipendevano, non al principe.

Il vocabolo celega invece è sicuramente derivato da caecus, cieco, attraverso il diminutivo femminile caecula che troviamo anche in Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XII-IV,33), come nome della piccola serpe a noi nota come orbettino, proprio perché “parva et non habet oculos”, piccola e priva di occhi, almeno a quanto appare.

Da caecula si è arrivati a caeluca, per metatesi, quindi a celega, per assimilazione della u ad e e sonorizzazione della c in g.

Non ci si deve quindi meravigliare per il fatto che celega sia poi un epiteto riservato a chi è ‘orbo’, tant’è che Bartolommeo Gamba (1766 – 1841) nella sua Galleria dei letterati ed artisti illustri delle province austro-venete che fiorirono nel secolo XVIII racconta che il padre dell’artista veneziano Giambattista Piranesi (nato nel 1720) era uno “scarpellino detto l’Orbo Celega”.

Qui però non si può evitare di chiedersi il perché di questa ridondanza, se celega è davvero sinonimo di ‘orbo’. Ma proprio in questo riferimento viene da pensare che col tempo sia prevalso quanto contenuto nell’originario termine caecus, nel senso di ‘cieco’ come ‘nascosto, coperto’ e nel nostro caso potremmo dire ‘bendato’, da una specie di copricapo, celega appunto, simile a una bandana, per nascondere l’occhio guercio (o entrambi gli occhi).

Ci viene in aiuto il dialetto (ferrarese), nel quale è ancora ricordato presso gli anziani il vocabolo zélga, nome popolare della Passera minore o Passera mattugia (Passer montanus), che ha una fascia di colore marron estesa dalla parte posteriore del capo fino agli occhi, come bendata, cieca.

E se volessimo spingerci oltre, in un volo di fantasia, potremmo anche pensare che la nostra gente conoscesse questo uccelletto anche come pàsara d’muntàgna e che magari, ispirati proprio da questa circostanza, si sia cominciato a parlare di ‘passamontagna’ come copricapo diremmo oggi ‘integrale’, chissà!

Non sarà che per arrivare al passamontagna occorresse partire da quel copricapo che era la celega beretina vecchia della quale si parla nell’inventario dei beni di Alfonso II d’Este?

© Floriana Guidetti

Passer montanus o passera mattugia

Passer montanus o passera mattugia

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– 1. Pietro Sella, Atti della Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Tip. Zuffi, 1931.
– 2. San Giorgio e Lagoscuro (oggi Pontelagoscuro) sono località rispettivamente a sud e a nord delle mura di Ferrara.
– 3. Un panno verde avvolto in una stuoia, due sedie ricoperte di panno verde, un panno rosso vecchio per la barca lunga… otto cuscini di cuoio pieni di piume.

Jan 042015
 
Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri

Verso la fine della cosiddetta Età moderna (»»qua le suddivisioni storiche), si svegliano ancor più le coscienze con i nuovi ideali dell’Illuminismo, il Settecento darà l’avvio a dibattiti e discussioni che stimoleranno i salotti letterari francesi – ricordiamo quello della marchesa de Rambouilet (1588-1665) di metà Seicento – ed europei, così come i caffè letterari – in Italia famoso quello dei fratelli Verri. Schiavitù, libertà, eguaglianza, diritti, fra l’altro, saranno parole e concetti nelle bocche di tutti, iniziando dai letterati per finire, poco a poco, alla borghesia e al popolo in generale. La rottura con l’Ancien Régime è di là a poco a venire, la Rivoluzione americana e francese romperanno vecchi legami, e un differente modo di veder e vivere la vita prenderà piede, le monarchie cominceranno a barcollare.

Vittorio Alfieri (1749-1803) (»»qua un particolare) è uno dei letterati italiani più noti dell’epoca, drammaturgo, poeta e attore teatrale, uomo dal carattere intenso e tormentato, sempre pronto all’avventura, individualista convinto. Il conflitto interiore sarà una delle peculiarità del suo essere, a volte schivo, a volte solitario, altre volte malinconico, un carattere che lottava contro ogni forma di dispotismo, e disponibile, lui, all’eroismo, dilettato dai classici greci di cui ammirava Plutarco. Un uomo, l’Alfieri, che divenne figura di primo piano negli anni a seguire, un pre-romantico cui farà riferimento il Foscolo, ma non solo.

Dallo studio delle idee illuministe – Voltaire e Montesquieu furono due degli autori da lui preferiti – trasse una convinzione razionale della vita, in favore, tra l’altro, della libertà, contro la tirannia.

Proprio questa ultima questione lo porterà a scrivere su un tema politico, Della tirannide – 1777, Alfieri aveva 28 anni -, tema affrontato durante il suo viaggio in Toscana e il soggiorno a Siena, e in cui critica aspramente una delle forme di governo più atroce che possa esserci. Il monarca è un tiranno, diceva, e i due aspetti convivono perché il primo ha la facoltà di limitare e nuocere la libertà altrui, e può abusare a piacimento e volontà del suo potere per esecutare le leggi, distruggerle, sospenderle. Insomma, il monarca identifica la legge con il suo arbitrio.

Ancor più: dalla convinzione che tutti i monarchi e principi sono tiranni, bisogna star vigili, ché la tirannide può cambiar forma e presentarsi con altre sembianze nel trascorrere dei tempi, senza per questo perdere la sua sostanza. E non bisogna dimenticare che la tirannide ha per sostegno oltre l’esercito, anche la religione e la nobiltà. O l’uccisione del tiranno o il suicidio: queste le vie di uscita, secondo l’autore, dal problema.

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Leggiamo di seguito qualche brevissimo passo dell’opera.

- Cosa sia il Tiranno:

Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l’onore. Re all’incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch’ei non pigliano.

- Della Paura:

Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo più gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizj, i principj distruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni; e tutti in somma i tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui, che le troppe gravezze di giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie; perché da quelle enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l’enorme numero de’ suoi soldati, spie, e cortigiani; rimedj tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch’egli benissimo, che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizj e gli onori più importanti cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur mai il tiranno.

- Del Primo Ministro:

Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di lui ministro, si viene a produrre la prepotenza; cioè l’abuso di un potere abusivo già per se stesso. Crescono la potenza e l’abuso ogniqualvolta vengono innestati nella persona di un suddito, perché questo tiranno elettivo e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno ereditario e se stesso. Una persona di più da difendersi, richiede necessariamente più mezzi di difesa; e un’autorità più illegittima, richiede mezzi più illegittimi. Perciò la creazione, o l’intrusione di questo personaggio nella tirannide, si dee senza dubbio riputare come la più sublime perfezione di ogni arbitraria potestà.”

- Delle Tirannidi antiche paragonate colle moderne.

Le nostre tirannidi, in oltre, differiscono dalle antiche moltissimo; ancorché di queste e di quelle la milizia sia il nervo, la ragione, e la base. Né so, che questa differenza ch’io sto per notare, sia stata da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente la romana imperiale, nacquero e si corroborarono per via della forza militare stabilita senza nessunissimo rispetto su la rovina totale d’ogni preventiva forza civile e legale. All’incontro le tirannidi moderne in Europa sono cresciute e si sono corroborate per via d’un potere, militare sì e violento, ma pure fatto, per così dir, scaturire da quell’apparente o reale potere civile e legale, che si trovava già stabilito presso a quei popoli. Servirono a ciò di plausibil pretesto le ragioni di difesa d’uno stato contro all’altro; la conseguenza ne riuscì più sordamente tirannica che fra gli antichi; ma ella ne è pur troppo più funesta e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza.

Il testo alfieriano, di chiara posizione antireligiosa e anticristiana, arricchirà di suggerimenti di dialogo la filosofia politica dei tempi, specialmente per esser stato capace di rompere con le illusioni dell’assolutismo illuminato, titolo con cui si fregiavano certi regnanti europei.

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- brani tratti da: Vittorio Alfieri, Della tirannide, 1777 (»»qua e »»qua).

Dec 302014
 
Simbolo dell'Inquisizione

Simbolo dell’Inquisizione

21 luglio 1542: papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, emana la famosa bolla Licet ab initio, che darà l’avvio ufficialmente all’Inquisizione cattolica, strumento per combattere e fermare la cosiddetta Riforma protestante. Una riforma che già da tempo covava nei Paesi nordici, basti pensare alle spallate che John Wyclif (1320 ca.-1384), Jan Hus (1370 ca.-1415), Huldreich Zwingli (1484-1531) diedero, prima di Lutero, alla Chiesa cattolica.

E allora l’Inquisizione romana, diversa da quella spagnola e portoghese che già esistevano nei rispettivi paesi, sempre con l’autorizzazione di Roma, e che erano strumenti di consolidazione monarchica, creerà nella nostra penisola un apparato repressivo così capillare come nessun altro, una serie di tribunali presenti per lo più nel centro-nord, una eccellente rete informativa e operativa, che potremmo considerare “organo di controllo sociale nell’Italia della Controriforma (E. Bonora, vedi seguente video).

In questa disquisizione, la prof.ssa Elena Bonora (»»qua un suo libro), ci parla di alcuni aspetti dell’Inquisizione, cercando di rispondere a domande quali:

- Come era organizzata la giustizia intollerante dell’Inquisizione?
Come ha potuto la sua intransigenza segnare tutta un’epoca della Chiesa prevalendo su altre opzioni?

Dec 232014
 
La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

Casa famosa soy en quince años edificada.
Probad y ved cuan bueno es el comercio
que no usa fraude en la palabra,
que jura al prójimo y no falta,
que no da su dinero con usura.
El mercader que vive de este modo
rebosará de riquezas y gozará,
por último, de la vida eterna.” (1)

La Phoenix dactylifera è pianta tipica delle coste del Mediterraneo, palma che gli arabi del Medioevo coltivavano – anche ma non solo – in al-Andalus, terra iberica che li vide per circa settecento anni.

E fu tanta l’influenza di codesta specie nella cultura locale che potremmo azzardare a suggerire che le alte colonne elicoidali di 12 e più metri che sostengono l’interno della sala della contrattazione della Lonja de la seda a Valencia sono state fatte a loro somiglianza.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

Ma andiamo con un certo ordine e iniziamo osservando che la funzione di questo luogo rifletteva quella della “Bourses de Commerce” di Parigi o di Marsiglia, o come “The Corn Exchange” di Londra, e altri ancora, luogo dove i mercanti, locali e non, si riunivano e patteggiavano le loro mercanzie, in un’epoca, inizi-metà del XVI sec., in cui Valencia, già prospera nei due secoli anteriori, poteva competere con mercati europei come Marsiglia e Genova. Generalmente le operazioni non erano pubbliche e si definivano con una stretta di mano, garanzia di accordo raggiunto e da mantenere.

Sebbene ci fossero un centinaio di tavoli, posti fissi ottenuti dietro pagamento di una determinata tariffa, la maggior parte delle discussioni avveniva in piedi, talvolta interrotte da una campana se entrava un’autorità o se terminava una sessione.

L’intera struttura fu costruita dal 1482 al 1548, di cui il maestro valenciano Pere Compte, ispirandosi al modello della Lonja di Palma di Maiorca, fu il primo architetto che gettò le basi di quello che potremmo definire essere la più emblematica rappresentazione del Secolo d’oro valenciano, edificio che risente tuttavia dell’influenza gotica e dei primi passi del Rinascimento italiano. Tre corpi lo formano, iniziando dal vero e proprio Salone di contrattazione, poi dalla Torre centrale e, per finire, dal Consolato del mare. Un cosiddetto Patio de los Naranjos allietava le giornate di lavoro dei mercanti.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

L’elegante pavimento del Salone, dal marmo bianco nero e color cannella, attrae fortemente la nostra attenzione per un simpatico disegno che forma stelle a sei punte con attorno dei quadrati, mentre il soffitto, una volta policromo, fu dipinto nel 1498 dal maestro Martí Girbes di colore blu con le stelle, volendo simulare il cielo. Un gioco di luci pensieri e caratteri impressi nell’intero complesso che potremmo dire contenere l’antica anima edetana iberica, la religiosità cristiana e il senso degli affari dei sefarditi e degli arabi.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

Per non dimenticare che in questa sala si installò la Taula de Canvis i depòsits, ovvero la Tavola di cambio e deposito, istituita a Valencia nel lontano 1407. Una cappella dedicata all’Immacolata Concezione è situata nel sotterraneo della Torre. Mentre una scala esterna porta al piano del Consulado del Mar, che risente già delle forme rinascimentali, consolato che trattava degli affari marittimi e commerciali della città.

Nel 1996, l’Unesco la dichiarò Patrimonio dell’Umanità. Di seguito un video che, percorrendo alcune vie di Valencia, ci porta nella Loggia.

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– 1. Iscrizione presente lungo le pareti della Sala di contrattazione.

Dec 202014
 
Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Accennando all’Umanesimo, al Rinascimento, alle varie coeve scoperte geografiche principalmente portoghesi e spagnole, il prof. Giuseppe Galasso ci spiega le Guerre d’Italia, entrando nel periodo storico moderno, punto di partenza temporale che prepara il terreno al nostro mondo contemporaneo. Una serie di eventi diplomatici e bellici dal 1494 al 1559, dagli accordi talvolta di fragile equilibrio, che vedranno formarsi poco a poco i vari Stati europei, Stati connessi fra loro spesso per legami dinastici, Stati che dipenderanno l’uno dall’altro con una serie di trattati che cercheranno evitare l’egemonia di uno di loro.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

Dec 112014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Rivoluzione scientifica?
  2. In quale secolo dell’Età moderna potremmo dire esser avvenuta una certa Rivoluzione scientifica?
  3. Quali personaggi ebbero una sicura influenza nelle ricerche scientifiche?
  4. Quali furono le istituzioni scientifiche che si fondarono a Parigi e a Londra negli anni ’60 del Seicento?
  5. Rispetto al Medioevo e al primo Rinascimento, che cosa differenzia questa nuova ricerca scientifica?
  6. Nella vita di tutti i giorni, quali saranno i vantaggi pratici?
Attività all'Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

Attività all’Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

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Risposte:

  1. In generale, sono dei periodi in cui, superando antiche consuetudini di ricerca e idee legate a vecchi paradigmi, si aprono altri scenari grazie a nuovi modi di vedere e investigare.
  2. Partendo da metà-fine Cinquecento, sicuramente il Seicento sarà il culmine, età in cui si propose – certamente non solo – l’eliocentrismo copernicano, metà del XVI secolo. Un culmine però cui seguiranno i miglioramenti della Rivoluzione industriale (XVIII sec.), un continuum insomma che viene da molto lontano (»»qua ieri e oggi).
  3. Fra i tanti che misero in discussione il passato e condurre nuove investigazioni ricordiamo Copernico, Tycho Brahe, Galileo Galilei, Keplero, Hans Lippershey, Willebrord van Roijen Snell, Bacone, Pascal, Robert Boyle, Newton, etc. (»»vedi qua).
  4. Delle istituzioni a carattere scientifico, ricordiamo la Royal Society (1660) a Londra e la Académie des Sciences (1666) a Parigi.
  5. Sicuramente il lento distaccarsi dalla magia, dall’occultismo e incamminarsi verso una visione della natura, delle cose, più razionale, basata sull’osservazione, sulla logica, sull’esperimento riproducibile.
  6. Per esempio, il miglioramento di una delle prime macchine a vapore da parte di Thomas Savery che avrà impiego pratico qualche decennio dopo, il cannocchiale ricostruito e potenziato empiricamente da Galileo Galilei, il barometro di Torricelli e via dicendo.
Dec 072014
 
San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

All’epoca ben popolare in Europa, oggi passato in secondo piano, Jacopo Ligozzi (1547-1627) fu un pittore, come si suole dire, a tutto tondo, nel senso che pur interessandosi principalmente di rappresentare flora e fauna, era sempre pronto a soddisfare esigenze di corte, ritratti, temi religiosi, arazzi, arredi, decorazioni, chiamato, fra l’altro a servizio dal Granduca di Toscana Francesco I. Un pittore delicato, preciso, attento ai particolari, che sapeva cogliere con sapienza le esigenze dei committenti. Di lui ricordiamo per esempio San Gerolamo sorretto da un angelo, del 1593, sicuramente la tela più rappresentativa. Di seguito una serie di video.

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Dec 012014
 
Vino Marsala  (da wikipedia)

Vino Marsala (da wikipedia)

di Ivana Palomba

Il Marsala, questo vino siciliano, dolce e forte come la terra da cui origina, che esprime la macchia mediterranea, la salinità del mare, gli agrumi, le erbe officinali ha avuto un ruolo fondamentale, anche se indiretto, nello sbarco dei Mille in Sicilia.

Correva l’anno 1860, l’11 di un maggio gravido di eventi di portata nazionale. Il mitico eroe dei due mondi era partito da Quarto, a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo, con le sue “camicie rosse” alla volta della Sicilia. In un primo momento lo sbarco doveva avvenire a Castellamare del Golfo o Porto Palo, ma Garibaldi (1807-1882) era stato dissuaso dall’amico ed ex ufficiale borbonico Salvatore Castiglia (1819-1895) a causa dei bassi fondali che avrebbero provocato l’arenamento delle navi.

Si era diretto quindi verso Marsala, dove alla fonda nel porto vi erano due navi inglesi: Argus e Intrepid, intente al carico di vino dai magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham. Garibaldi sfruttò l’occasione e mettendosi fra i legni inglesi e la costa fece sbarcare i suoi uomini.

Intanto erano arrivate, anche se in ritardo, le navi borboniche: lo Stromboli, la Partenope ed il Capri, ma il fuoco nemico fu ritardato per le insistenze di Richard Brown Cossins, vice console inglese a Marsala e direttore degli stabilimenti vinicoli Ingham, che ammonì Guglielmo Acton, comandante della corvetta Stromboli, sostenendo che lo avrebbe ritenuto responsabile se il cannoneggiamento avesse danneggiato le vicine proprietà vinicole inglesi.

Ciò diede ampio respiro al generale Garibaldi facilitando il completamento dello sbarco dei garibaldini, e l’Italia fu unificata.

La fama del Marsala nasce invece per merito degli inglesi nel 1773.

John Woodhouse, un commerciante inglese diretto a Mazara del Vallo per un carico di cenere di soda, fu costretto da una tempesta a rifugiarsi col suo brigantino nel porto di Marsala.

La Sicilia era luogo di commercio assai frequentato dagli inglesi che vi acquistavano tonno, sale, miele, olio e alcuni materiali minerali. Woodhouse a Marsala assaggiò il vino locale, il cosiddetto Perpetuum, solare e robusto, invecchiato in botti di rovere dalle quali se ne prelevava un certo quantitativo rimpiazzato da altrettanto vino giovane.

Woodhouse si accorse subito che il Perpetuum assomigliava in maniera strabiliante al Porto, saporoso, dolce e con sentori di resina e ne intuì le grandi potenzialità, infatti se i suoi connazionali erano disposti a sborsare cifre enormi per il Porto, senz’altro avrebbero apprezzato quel vino che, cosa di non poco conto, costava una bazzecola.

Quando il brigantino riprese il mare, oltre alla cenere di soda aveva come carico anche “cinquanta pipes” di 412 litri ciascuna di Marsala e l’astuto commerciante per timore che durante il lungo viaggio il vino si potesse deteriorare, vi aggiunse il 2% di acquavite di vino.

Il vino, inutile dirlo, riscosse grande successo e divenne così famoso che l’ammiraglio Nelson convinse Sua Maestà britannica a rifornire di vino siciliano le navi reali.

Altri commercianti, fra cui Benjamin Ingham, visto il successo commerciale di Woodhouse, si recarono in Sicilia per commerciare il vino aprendo ad altre destinazioni fra cui l’America. Alla sua morte Ingham lasciò tutto al nipote Giuseppe Whitaker, che collezionò grandi premi e riconoscimenti.

Il primo stabilimento tutto italiano fu invece realizzato nel 1832 da Vincenzo Florio, facoltoso armatore, che per poter competere con gli inglesi abbassò i prezzi. La sua flotta navale, nata da una costola della società fondata con Ingham, ben presto monopolizzò il mercato esportando il vino siciliano in tutti i continenti.

Alexandre Dumas raccontò addirittura che un barone tedesco catturato dai briganti ebbe salva la vita perché come ultimo desiderio chiese di bere un bicchiere di Marsala.

Per molto tempo fu chiamato “vino inglese”, ma poi prese il nome di Marsala dalla sua terra d’origine, condividendone la prelibatezza insita nel nome che le diedero gli arabi: Marsa Allah = porto di Dio.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:

– Michela D’Angelo, Mercanti inglesi in Sicilia 1806-1815, A. Giuffrè, Milano 1988.
– AA. VV., Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Harvard College Library, 1863.
– Salvatore Mondini, Il Marsala, Cassone, Casale Monferrato, 1900.

Nov 272014
 
Pierre Corneille all'Hotel de Rambouillet

Pierre Corneille all’Hotel de Rambouillet

Non c’è stato e non c’è movimento rivoluzionario che non abbia avuto la propria genesi nell’incontro-scontro di idee, nei dialoghi, nei dibattiti privati o pubblici, un gioco trasversale che inizia, a volte, nei caffè, nei circoli, nei luoghi meno immaginabili.

Sappiamo bene che le idee illuministe ebbero una certa influenza nelle decisioni seguenti della rivoluzione francese, pensieri sviluppatisi, certamente non solo, nei salotti letterari francesi dell’epoca. Luoghi frequentati dai più disparati personaggi, con i dovuti distinguo:

Nel Settecento inoltre si devono oramai distinguere i salons letterari dalle «conversazioni» o salotti mondani, in base al criterio di una specifica vocazione culturale contrapposta alla mera socialità o «galanteria». Il termine salons del resto è posteriore al dispiegarsi del fenomeno: si usava piuttosto compagnia o cotérie. L’Inghilterra fu caso a parte, con ben pochi luoghi di socialità d’influenza francese; Italia e Germania, Vienna e Berlino ebbero i loro salons, che tuttavia non attinsero mai al primato assoluto dei modelli parigini nella direzione del movimento dei Lumi.” (1)

Salon che si potrebbe far risalire nel 1625, in un certo qual modo, a quello della marchesa di Rambouillet e del suo hotel, poco distante dal palazzo reale del Louvre, là, in quella Parigi poco prima che Luigi XIV assumesse potere assoluto. Salotti che dalla reggenza di Anna d’Austria e Mazzarino si moltiplicarono a vista d’occhio e, quasi sempre, condotti da “dame letterate”. Ecco dunque quello della ricca borghese Madame Geoffrin, il vivace e animato del barone Paul Henri Thiry d’Holbach, forse l’unico salotto parigino promosso da un uomo, quello di Madame de Staël, quello di Marie Anne Doublet, ecc. Mezza Europa ne fu interessata, menzioniamo le conversazioni (»»qua un relativo articolo) avvenute, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, nei salotti berlinesi ebraico-tedeschi di Henriette Herz, figlia di un benestante medico, Rahel Levin Varnhagen, figlia di un ricco gioielliere, e Dorothea Veit, compagna di Friedrich Schlegel, uno dei padri fondatori del romanticismo.

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L'orfano della Cina, 1812

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L’orfano della Cina, 1812

Luoghi di incontri altresì, accettando ricevere una società mista uomini e donne – chiaramente tuttavia elitaria -, spesso forniti di ricche biblioteche a disposizione dei frequentatori, come in Italia:

“[…] biblioteche fruibili da chiunque frequentasse la casa, sono segnalati dai viaggiatori un po’ in tutta Italia, da Napoli a Torino, a Roma, a Milano. Basti solo ricordare, come esempio, la biblioteca ed il salotto, tra Mergellina e Posillipo, dei fratelli di Gennaro a Napoli, luogo di incontro massonico e di dibattiti sulle grandi questioni delle riforme politiche ed economiche del momento. Anche i Berio avevano, a Napoli, una fornita biblioteca e un palazzo sempre aperto alle «dotte conversazioni».” (2)

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

La regia delle discussioni era per lo più relegata alle donne che con sapiente e intelligente intuito riuscivano a moderare e condurre i dibattiti, argomenti di carattere letterario, scientifico, artistico, musicali, a volte frivoli, altre volte politici, una “gestione” non certo semplice, ché accadeva che qualcuno offendesse altrui sentimenti.

Donne che, emancipandosi lentamente e assurgendo più numerose sulla scena pubblica, seppero distinguersi e imporsi, e non solo in Francia. In Italia, a mo’ di semplice nota, ricordiamo:

Nella prima metà del Settecento, avevano animato le conversazioni dei salotti napoletani qualificate presenze femminili, come Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone. […] Queste donne, che parlavano e scrivevano correttamente in almeno una lingua straniera, potevano in genere vantare la traduzione in italiano di note opere scientifiche.” (3)

In poche parole, non è da sottovalutare l’influenza che i salotti ebbero nello sviluppo storico del tempo e di quelli che seguirono (»»qua un articolo conversare ieri e oggi): concetti e argomenti dibattuti dentro quattro mura uscivano fuori per esser messi in pratica e coinvolgere gli avvenimenti. E nello stesso tempo è d’annotare l’azione di quelle donne che difendevano e propagandavano i nuovi ideali, una lenta rottura con l’Ancien Régime che vedrà sorgere, poco a poco, il mondo a noi contemporaneo.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Non si può certamente racchiudere in un breve articolo come questo il fenomeno “salon”, un fenomeno che interessò e prese piede in mezzo continente, oltrepassando l’oceano e raggiungendo i nascenti Stati americani. Abbiamo solo voluto dar vetrina a un “costume”, un “abito” che sarebbe interessante poter riportare in vita, magari coinvolgendo un pubblico più ampio che in passato.

Lascio di seguito alcuni testi per approfondire:

- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2006.
– Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi, Milano, 2001.
– Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013.
– Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013.
– Giuseppina Rossi, Salotti letterari in Toscana. I tempi, l’ambiente, i personaggi, ed. Le Lettere, Firenze, 1992.
– a cura di Maria Luisa Betri e Elena Brambilla, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.

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– 1. Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013, pag. 54.
– 2. Maria Consiglia Napoli, Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 9.
– 3. Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 251.

Nov 212014
 
Bautizo de judíos conversos

Bautizo de judíos conversos

Il percorso degli ebrei nella Storia è stato un cammino dibattuto, controverso, incerto, doloroso. La prof.ssa Anna Foa, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ne presenta un quadro che va dall’Impero romano al Medioevo all’Età contemporanea passando per la Moderna. Storia di una minoranza che, direttamente o indirettamente, tanta influenza ha avuto nelle decisioni economiche politiche e sociali.

In particolar modo in una Chiesa che, sebbene non li ritenesse eretici, sebbene non sottoposti all’Inquisizione, sembrava “ossessionata” con essi, adottando scelte a volte discutibili, a volte tolleranti, altre volte accettandone la presenza. Basti ricordare la funzione dei ghetti, dal primo veneziano al romano… Fino a raggiungere gli anni della nostra attuale società dove sembrano più o meno integrati nella vita quotidiana.

Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

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Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
Nov 102014
 

Jacques Le GoffLa storia è ricerca della verità, una verità fondata su testimonianze a cui tutti possono attingere per raggiungere gli stessi obiettivi, gli stessi risultati. La storia, insomma, è scienza e come tale bisogna trattarla e investigarla. E il grande medievista francese Jacques Le Goff (1924-2014), che tanto ci ha insegnato e continua a insegnare, ci parla in modo chiaro e semplice di concetti che sono stati, nel trascorso dei secoli, talvolta ambigui talvolta mutevoli, concetti però che hanno bisogno dello sforzo scientifico per essere presentati come veri.

Estraggo brevi brani da un capitolo di un testo, Jacques Le Goff, La storia, pubblicato in formato ebook da Einaudi lo scorso anno, che consiglio leggere con cura per approfondire ulteriormente l’argomento.

La miglior prova che la storia è e dev’essere una scienza è costituita dal fatto che essa ha bisogno di tecniche, di metodi, e che s’insegna. Lucien Febvre, più restrittivamente ha detto: «Qualifico la storia come studio condotto scientificamente e non come scienza» […] I teorici più ortodossi della storia positivista, Langlois e Seignobos, hanno espresso in una formula stringente, che costituisce la professione di fede fondamentale dello storico, ciò che è alla base della scienza storica: «Senza documenti, non vi è storia» […]. La ricerca è in generale il fatto non dello storico stesso, ma di ausiliari che costituiscono le riserve di documenti alle quali lo storico attingerà la propria documentazione: archivi, scavi archeologici, musei, biblioteche, ecc.” (1)

Necessario pertanto un costruttivo dialogo con archeologi, bibliotecari, archivisti in generale, con antropologi, geologi, studiosi dell’arte, filologi, e via dicendo, per analizzare insieme quei documenti pilastri della scienza storica, pilastri talvolta solidi, poco solidi, inesistenti, fratturati, o che bisogna preparare mettendo insieme i più disparati pezzi:

Tuttavia, in una lezione all’università di Strasburgo, lo stesso Fustel aveva dichiarato: «Là dove alla storia mancano i monumenti scritti occorre che essa chieda alle lingue morte i loro segreti, e che nelle loro forme e nelle loro stesse parole indovini il pensiero degli uomini che le hanno parlate. La storia deve scrutare le favole, i miti, i sogni della fantasia, tutte queste vecchie falsità, al di sotto delle quali deve scoprire qualcosa di reale, le credenze umane. Là dove è passato l’uomo, dove ha lasciato qualche impronta della sua vita e della sua intelligenza, là sta la storia» […]” (2)

Lo storico francese Lucien Febvre (1878-1956), coetaneo e amico di Marc Bloch (1886-1944) fondatori, i due, delle Annales d’histoire économique et sociale, rispondendo a Fustel de Coulanges (1830-1889) nel 1949, affermava:

“[…] «La storia si fa, senza dubbio, con documenti scritti. Quando ce n’è. Ma si può fare, si deve fare senza documenti scritti, se non ne esistono. Per mezzo di tutto quello che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per fabbricare il suo miele, in mancanza dei fiori normalmente usati. Quindi, con parole. Con segni. Con paesaggi e con mattoni. Con forme di campi e con erbe cattive. Con ecclissi lunari e con collari da tiro. Con le ricerche su pietre, eseguite da geologi, e con analisi di spade metalliche, compiute da chimici. In una parola, con tutto quello che, essendo proprio dell’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, significa la presenza, l’attività, i gusti e i modi d’essere dell’uomo» […] Anche Marc Bloch [1941-42] aveva dichiarato: «La diversità delle testimonianze storiche è quasi infinita. Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tuto ciò che costruisce e che tocca, può e deve fornire informazioni su di lui».” (3)

Certo, il tutto esaminato con la lente da ingrandimento, quelle lente che aiuta a capire se un documento è vero, veritiero, falso, se quella data testimonianza è prova sicura e certa, per esempio per comprendere la mentalità di un’epoca, così come l’immaginario popolare di una data regione storica.

L’inizio della critica scientifica dei testi viene fatto risalire a Lorenzo Valla, che nella sua De falso credita et ementita Constantini donatione declaratio (1440), scritta su richiesta del re aragonese di Napoli in lotta con la Santa Sede, prova che il testo è un falso poiché la lingua usata non può risalire al IV secolo, ma è datata quattro o cinque secoli dopo: così le pretese del papa sugli Stati della Chiesa, fondate su questa presunta donazione di Costantino a papa Silvestro, si fondavano su un falso carolingio.” (5)

Le Goffe prosegue:

Che si tratti di documenti consapevoli o inconsapevoli (tracce lasciate dagli uomini al di là di ogni volontà di tramandare una testimonianza alla posterità), le condizioni di produzione del documento devono essere minuziosamente studiate.” (4)

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– 1. Jacques Le Goff, Storia, Einaudi, Torino, 2013, kindle pos. 1540.
– 2. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 1560.
– 3. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 1560-1570.
– 4. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 1613.
– 5. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 16763.

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