Gaspare Armato

Blogger dal 2005, nomade per indole, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, Gaspare Armato si dedica a divulgare aspetti noti e meno noti della Storia moderna. Puoi anche seguirlo sui social networks... e non dimenticare scaricare i libri Monografie

Sep 182014
 
Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Il cammino tecnologico è giunto a tal punto che basta avere un computer e una connessione internet per ammirare le più belle opere d’arte, facendo sì che spazio e tempo si identifichino con un presente che permette meglio raccogliere le memorie del passato.

Sicché, per assaporare i lavori di un dato pittore, basta giocare con i tasti del nostro pc e scegliere la meta, una meta che si rivelerà ai nostri occhi addirittura con didascalie, descrizioni, suggerimenti, informazioni varie. Il tutto comodamente da casa nostra, con la capacità, inoltre, di ampliare l’immagine ed entrare in minuzie che talvolta sfuggono.

Ma tale riproducibilità tecnica, seppur di grande aiuto nella comunicazione della cultura, è priva di un quid, priva, per dirla con Walter Benjamin (1892-1940), dell’aura, quella stessa aura mancante quando lui scriveva sulla diffusione della fotografia e del cinema nella prima metà del Novecento. Un concetto, a mio avviso, tuttavia valido.

“[…] L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto, questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa.
Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico.
[…]
Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un unico evento una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” (1)

Ché solo “vedendo” un’opera d’arte nella propria tangibilità fisica e, magari, nello spazio per cui è stata creata, solo allora si riuscirà a entrare nello studio di una “creazione” in cui l’aura che la identifica si manifesta e percepisce. Chiaramente non sempre è possibile, cosicché l’aiuto offerto dai nuovi mezzi di comunicazione può avvicinarci a quelle testimonianze storiche che dovrebbero far parte del nostro bagaglio formativo.

Eppure la tecnica, come accennavamo prima:

“[…] può, mediante la fotografia, rivelare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere a piacimento il suo punto di vista, ma non all’occhio umano, oppure con l’aiuto di certi procedimenti come l’ingrandimento o la ripresa al rallentatore, può cogliere immagini che si sottraggono interamente all’ottica naturale.” (2)

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Il quadro in questione, quello di sopra di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), La lavandaia, del 1734 ca., è dunque solo una scusa – potrebbe esser stato un altro – per comprendere la testimonianza di Benjamin, un lavoro, quello del francese, che parla di una quotidianità storica del XVIII secolo.

La scena a sfondo familiare ha l’abilità di metterci in ascolto, un ascolto “osservativo” che prende anima e corpo, isolandoci dal nostro tempo e trasportandoci in un mondo che non poche connessioni ha con il nostro presente, un gioco di rimandi che agevola un dialogo fra tela e spettatore, fra un’energia – aura – che viene dall’ieri e la nostra, quella dell’oggi tecnologico.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Il racconto si svolge all’interno di una umile casa, dove due donne, prese in diversa prospettiva, sono attente ai loro lavori domestici, mentre un bambino gioca con bolle di sapone – ci ricorda un altro suo lavoro dello stesso periodo, 1733-’34 ca. appunto Bolle di sapone – , e un gatto abbellisce ancor più l’insieme. Un dipinto pieno di particolari che gli conferiscono una preziosità davvero unica e singolare che può meglio esser analizzata se lo ampliamo grazie alle nuove tecniche.

Sovviene alla mente, fra l’altro, La lavandaia di Giacomo Ceruti, più o meno coevo, 1736 ca.

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– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998, kindle pos. 100 e segg.
– 2. Walter Benjamin, op. cit., kindle pos. 88 e segg.

Sep 142014
 

di Ivana Palomba

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Il modo di dire “essere l’esercito di Franceschiello”, patrimonio del nostro lessico, ha un significato dispregiativo volendo significare “un reparto, un’istituzione dissestata, disorganizzata senza disciplina, né mezzi.”[1]

Mai modo di dire fu più ingiusto, perché nel crollo del regno borbonico fu proprio l’esercito col suo valore e fedeltà, morale e politica, a salvare l’onore della dinastia.

Il “Franceschiello” in questione è Francesco II di Borbone (1836-1894), re delle Due Sicilie, soprannome datogli dal popolo napoletano per affetto e simpatia, ma passato alla storia come epiteto dispregiativo poiché, come si sa, la storia la scrivono i vincitori e chi perde è sempre dalla parte del torto.

Francesco II nato a Napoli nel 1836 non conobbe la madre, Maria Cristina di Savoia beatificata nel gennaio del 2014, che ad appena quindici giorni dal parto morì. Salì al trono nel 1859, ricevendo dal padre, Ferdinando II (1810-1859) che aveva regnato per oltre trent’anni trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa, un’eredità pesante per la sua giovane età e proprio quando iniziava la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti infatti travolsero la dinastia e mutarono la storia del popolo.

Ma anche se Franceschiello regnò per un breve spazio di tempo riuscì lo stesso a farsi apprezzare dal suo popolo per bontà d’animo, spirito di carità verso i più deboli e grande fede cattolica.

In pochi mesi attuò importanti riforme sociali e politiche: dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, emanò amnistie, ampliò la rete ferroviaria del regno. Per sua iniziativa furono create cattedre universitarie, licei e collegi.

L’iconografia ci rimanda l’immagine di un giovane con spalle cadenti, aspetto impacciato e occhi tristi e la storiografia, anche quella più recente, ci riporta ad un re che viene quasi trascinato nella difesa di Gaeta dall’entusiasmo incosciente e talvolta imprudente della giovane moglie Maria Sofia di Baviera (1841-1925), riconosciuta come “eroina di Gaeta”.

Quest’immagine stereotipata di un monarca perdente, di un re pavido e inetto, dove le parole potere e trionfo non trovano spazio, stride con la realtà di un re dal profilo umano, morale, intellettuale e cristiano, altissimo e rigoroso.

Il 6 settembre 1860, Francesco, per risparmiare alla sua città atroci combattimenti con l’esercito garibaldino ormai alle porte, partì per Gaeta denunciando all’Europa, con un proclama dai toni gravi, ciò che riteneva una violazione ai popoli delle Due Sicilie:

“… una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee.”[2]

Egli denunciava ai rappresentanti delle potenze europee la violazione alle più elementari norme del diritto internazionale. Ciò che adesso succedeva al suo stato apriva le porte all’autolegittimazione dei governi spianando la strada a dei regimi che avrebbero basato la loro potenza sulla forza e la violenza e non sul consenso dei popoli. Denunciava inoltre il Piemonte che pubblicamente sconfessava l’azione garibaldina ma in segreto la sosteneva:

“… questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato… L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo… L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo…”[3]

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Lasciando Napoli, Francesco non aveva portato nulla con sé. Dopo appena una settimana dalla sua partenza, i suoi beni furono dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”. Alla successione di Vittorio Emanuele II (1820-1878) fu avanzata la proposta di rendergli i suoi beni privati con la condizione che non avanzasse alcuna pretesa al trono delle Due Sicilie ma Francesco non accettò, non volendo alcuna strumentalizzazione della sua persona:

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o li restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me. Stimo più la dignità che la ricchezza.”[4]

Federico si acquartierò, con i suoi uomini più fedeli, nella fortezza di Gaeta che fu assediata dalle forze, comandate dal generale Cialdini, inviate da Cavour (Camillo Benso, conte di Cavour 1810-1861), che voleva dare l’ultimo colpo di grazia alle resistenze borboniche.

Francesco combatteva contro l’indifferenza europea e protestava instancabilmente sul fronte diplomatico. Convinto della legittimità della sua opera si era messo a fianco dei suoi soldati per osteggiare tale sopruso.

Così si esprimeva:

Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi.”[5]

Non voleva assumersi la responsabilità dei massacri che l’esercito piemontese stava facendo ai suoi napoletani che la propaganda dipingeva come “briganti”.

Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io.”[6]

La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e animosa regina Maria Sofia di Baviera (1841-1925), ma a metà febbraio la città dovette capitolare. L’11 febbraio 1861, anche per risparmiare ulteriori perdite, Francesco II dava mandato al governatore della piazzaforte di negoziare la resa. I due giorni di trattative non risparmiarono però altri lutti perché il generale Cialdini continuava a bombardare la fortezza militare. Alla fine si registreranno: tra le file piemontesi 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi e tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi senza contare la popolazione civile che pure aveva subito il grave assedio.

Povero e in esilio l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa visse ad Arco di Trento gli ultimi anni della sua breve vita, in umiltà e dignitoso anonimato. Il 27 dicembre 1894 uscirà definitivamente dalla scena del mondo sobriamente come aveva vissuto.

Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. In prima pagina Matilde Serao aveva scritto:

Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.[7]

©Ivana Palomba

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[1] Carlo Lapucci, Dizionario modi dire, Garzanti-Avallardi, 1993.
[2] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997, pag. 553.
[3] Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004, pag.168.
[4] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Trabant, Vol. II, 2013, pag. 555.
[5] Proclama reale, Gaeta 8 dicembre 1860.
[6] Ibidem.
[7] Matilde Serao, Il re di Napoli, “Il Mattino di Napoli”, del 29 dicembre 1894.

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Bibliografia:

– Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II, edizioni Trabant, 2013.
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997.
– Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004.
– Stefano Preite, Il Risorgimento, ovvero, Un passato che pesa sul presente: rivolte contadine e brigantaggio nel sud, Lacaita, 2009.
– Raffaele Di Lauro, L’assedio e la resa di Gaeta, 1860-61, ed. Marino, Caserta, 1923.
– Mariolina Spadaro, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, La Riviera, 2007.

Sep 092014
 
Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Roma città aperta, Roberto Rossellini,1945

Vari e tanti sono i metodi per diffondere e divulgare la Storia, partendo dai quadri dei pittori alle sculture alle incisioni, o ancora tramite i libri e le riviste, a cui si aggiungono i blog i forum i siti, per continuare con la radio la televisione e, non per ultimo, il cinema i film.

Più sarà eterogenea la possibilità di raggiungere il pubblico, più i fatti e gli eventi potranno essere a conoscenza di tutti. E il cinema ha avuto, e ha tuttavia, la missione non solo di informare e propagandare superando spesso le barriere linguistiche e territoriali grazie alla forza delle immagini, superando forma mentis e limiti sensoriali, ma altresì quella di memoria storica.

Il cinema, lo sappiamo, nasce a fine ‘800, considerando i francesi fratelli Lumière, Auguste e Louis, come gli inventori del proiettore cinematografico, coloro che seppero fare il salto tecnologico fra i tanti precedenti tentativi e quello che sarà poi punto di partenza per successivi sviluppi. Certamente non è da dimenticare il nostro Filoteo Alberini, già nel 1894 uno dei pionieri italiani.

Ma andiamo avanti… e andiamo avanti ricordando il passaggio dal muto al sonoro, nella cui Pisa del 1906 si realizza una delle prime prove, proseguendo dal bianco e nero al colore, esperimenti iniziati, sembra, nella Germania degli anni ’40 del Novecento e poi definiti negli Stati Uniti nei seguenti anni ’50.

Insomma, il cammino che ci porta all’oggi, dalla pellicola analogica a quella digitale, dallo schermo quadrato al rettangolare, fino agli impressionanti effetti speciali del 3D, è un cammino che parla non solo della storia del cinema come tale, ma perfino di quei film che hanno immortalato i grandi avvenimenti storici.

Non è vano sottolineare che un film storico è una serie di immagini interconnesse che tratta di vicende reali, accadute nel passato, un film ambientato in un ben preciso contesto che riporta, nei limiti dello schermo e della sceneggiatura, fatti di una certa importanza, in cui la ricostruzione di costumi scene dialoghi e via dicendo si attesta quanto più possibile aderente alla verità.

Noi ricorderemo qua solo qualcuno che interessa da vicino la Storia moderna, ripoteremo 4 di quelle pellicole cinematografiche che hanno tramandato le gesta di coloro che hanno lasciato una impronta indelebile nel tempo, facendo attenzione agli errori, voluti e non, che talvolta anche un profano può scorgere, come i libri che si vedono nel celebre Il Gladiatore, o le ripetute scene dei cuori ancora pulsanti strappati dai sacerdoti Maya ne Apocalypto, forse, sottolineo forse, tradizione più Atzeca.

Partiamo con una testimonianza che ci conduce in un momento decisivo della nostra civilizzazione occidentale, momento in cui la storia sembra accelerare il passo e parte dei commerci sposteranno, nei secoli a venire, il loro asse dal Mediterraneo all’Atlantico.

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1492 – La conquista del paradiso, del regista britannico Ridley Scott prodotto nel 1992 a 500 anni dall’avventura, relata i decenni che precedono introducono e seguono la cosiddetta scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, una scoperta di cui gli storici odierni iniziano a dubitare essere stato, l’italiano, il primo a visitare il Nuovo Mondo. In ogni modo la pellicola, a mio avviso molto romanzata, ci fa riflettere sulla forza delle passioni umane che spingono l’uomo a superare i propri limiti e sfidare lo sconosciuto.

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Le guerre d’Italia di fine Quattrocento inizi Cinquecento sono state lotte che ci hanno interessato in particolar modo, epoca di scontri fra Spagna e Francia per il controllo di un territorio vitale per le due, allora, superpotenze.

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Diretto dal regista italiano Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, del 2001, narra gli ultimi giorni di Giovanni de’ Medici, ovvero Giovanni dalle Bande Nere, che, al soldo del pontefice Clemente VII, tentava contrastare l’avanzata delle truppe di Carlo V, entrate nella penisola per dirigersi verso Roma (Sacco di Roma del 1527). Un film di un degno valore storico.

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Il Seicento è stato caratterizzato dal Barocco, dall’ascesa al trono di Luigi XIV, da un periodo assolutista, da produzioni letterarie e artistiche davvero notevoli e degne di nota. Il sovrano francese è, per antonomasia, il prodotto e il produttore di quel periodo che segnò in maniera incisiva il comportamento sociale di un’epoca che tanta ripercussione avrà nel trascorrere dei decenni.

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Il regista italiano Roberto Rossellini ci ha regalato nel 1966 uno squarcio del XVII secolo con La presa del potere da parte di Luigi XIV, un film per la televisione che non potevamo lasciare nel dimenticatoio. Anna d’Austria, il cardinale Mazarino, Colbert, Luigi XIV, Madame Du Plessis, alcuni dei protagonisti di una lodevole ricostruzione storica piena di teatralità riti cerimonie di quasi sacralità, così come era la vita del re.

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Fra il 1775 e il 1783, copioso fu il sangue umano versato dalle colonie nord-americane per uscire dal giogo britannico, anni di lotte, spesso fratricide, che hanno portato alla creazione di una potenza che oggigiorno guida, direttamente o indirettamente, mezzo mondo.

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Nel 2000, il tedesco naturalizzato statunitense Roland Emmerich evidenzia una serie di problemi peculiari delle colonie americane inglesi del XVIII secolo, dalla schiavitù alla crudeltà, vuoi delle truppe britanniche vuoi americane, all’uso dei sentimenti in battaglia. Il patriota, film ambientato nella Guerra d’indipendenza americana, gira intorno a un personaggio, Benjamin Martin, che lotta per difendere la sua famiglia e per la libertà della sua terra.

Sep 062014
 
Sito archeologico Caral, Perù

Sito archeologico Caral, Perù

Sebbene in questo blog si parli principalmente di Storia moderna (»»qua), vi sono notizie che portano a profonde riflessioni e che vanno oltre le artificiali suddivisioni temporali, riflessioni che dovrebbero considerare la Storia come un unicum e un continuum (»»qua, »»qua) dell’evoluzione umana avvenuta più o meno contemporaneamente in più parti del nostro globo.

La revisione storica, quella seria, quella scientifica, quella con dati e documenti alla mano, è un processo da fare giorno dopo giorno, in cui scoperte archeologiche, fra l’altro, ci portano a riconsiderare il passato e vederlo da altre angolazioni, con mente aperta, pronta a vagliare possibili alternative e suggerire modificazioni e correzioni al già conosciuto.

Pensare che l’Egitto fu inizio, circa 5.000 anni fa, della nostra civilizzazione, almeno intesa in senso moderno, è oramai un concetto superato, ché, pur restando vero che anche in Cina, in India, in Mesopotamia si hanno indizi di sviluppo coevo, in Sudamerica, e precisamente in Perù, è stata scoperta, qualche decennio addietro, una civilizzazione andina chiamata Caral che data anch’essa 5.000 anni.

E Caral con le sue piramidi di circa 30 mt., dicono gli archeologi peruviani, nella figura investigativa della prof.ssa Ruth Shady, fu uno stato teocratico che nulla aveva da invidiare alle lontane civiltà egizie, stato dedito agli scambi commerciali.

Bene, lascio un paio video e il sito internet affinché si possa approfondire:

Caral, sito internet ufficiale;
Caral, video introduttivo;
Piramides de Caral.

Sep 022014
 
Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Una delle conseguenze delle navigazioni, della scoperta di nuovi mondi, delle esplorazioni geografiche, a partire almeno da Enrico il Navigante (1394-1460), fu altresì quella di descrivere analizzare e studiare flora e fauna di quei luoghi esotici che man mano alimenteranno l’immaginazione dei lettori europei.

Non c’è pianta esotica che Dampier non descriva con estrema cura e sistematicità, dal cacao all’albero del pane. Basta scorgere per questo le note che dedica alla vaniglia che definisce «un piccolo baccello pieno di semini; è lungo quattro o cinque pollici, grosso all’incirca come il gambo di una foglia di tabacco e, quando si secca, gli assomiglia anche molto […]»” (1)

Fiori alberi uccelli animali sconosciuti entravano poco a poco a far parte delle conoscenze che aggiungevano tasselli mancanti al necessario bagaglio del sapere che servivano per i dialoghi nei salotti letterari, nei futuri caffè, nelle riunioni nobiliari e borghesi del tempo, nonché per lo studio dei relativi settori.

E le illustrazioni, che completavano i testi dell’epoca, erano vere e proprie opere d’arte, immagini la cui completezza dei dettagli è tale da meravigliarci tuttavia. Basta ricordare la naturalista tedesca Maria Sibylla Merian (1647-1717) che, ritornata da Paramaribo, in Suriname, pubblicò un meraviglioso libro dal titolo Metamorfosi degli insetti del Suriname, del 1705.

Willem Piso (1611-1678), medico e naturalista olandese, fu uno di coloro che, grazie alla sponsorizzazione del principe John Maurice di Nassau (1604-1679), al tempo governatore delle colonie olandesi in Brasile, viaggiò a seguito della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali proprio in Brasile, dal 1637 al 1644. Uno dei fondatori della medicina tropicale, Piso, insieme al naturalista e astronomo tedesco Georg Marcgraf (1611-1648) e all’apporto di Joannes de Laet e H. Gralitzio, diede alle stampe al rientro ad Amsterdam un prezioso testo, Historia naturalis Brasiliae, 1648, forse il primo a carattere medico che tratta di quelle lontane terre in cui si analizzavano, fra l’altro, le malattie tropicali e i rimedi indigeni.

Redatto in latino, è un’opera di una certa importanza, giacché, descrivendo flora e fauna della regione a nord-est del Brasile, fu punto di riferimento per i futuri lavori scientifici realizzati da Carlo Linneo (1707-1778) per il suo Systema naturae (1735).

Di seguito una serie di immagini di piante contenute nel bellissimo libro.

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae,, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

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– 1. in Attilio Brilli, Dove finiscono le mappe. Storia di esplorazioni e conquiste, il Mulino, 2012, kindle pos. 517.

Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

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– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Aug 232014
 
Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Frutta fresca autunnale, Pompei, affresco 63-79 a. C.

Nella storia dell’umanità il cibo ha avuto un aspetto di primo piano nel progresso economico politico sociale, periodi di carenze e carestie, periodi che hanno influenzato il viaggio evolutivo della nostra società.

Philippe Daverio ci offre una serie di esempi di antropologia culturale portandoci nello sviluppo del gusto, del cibo, un percorso storico dell’alimentazione che dialoga con pittura letteratura poesia, fra la Francia l’Italia l’Inghilterra, che va oltre spazio e tempo, da Pompei dai Romani alla Regina Vittoria nel XIX sec., passando, certamente, per il Rinascimento, punto cruciale che conduce all’oggi.

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Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

- Come chiamerebbe lei - mi disse l’anziano nativo - l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

- Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

- E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

- Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

- Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

- La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

- Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

- In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

- Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

- 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
– L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

Aug 122014
 
Poporo, Quimbaya

Poporo, Quimbaya, Colombia

In questi ultimi anni, interessandomi in situ dei nativi sudamericani, ho notato un diverso approccio storico da parte degli studiosi latinoamericani cercando di superare l’eurocentrismo che ha caratterizzato e caratterizza tuttavia la visione del mondo.

Vari autori si sono sforzati nell’affrontare le questioni partendo dalle ancestrali radici indigene che dovrebbero essere punti-forza per approfondire temi che li riguardano. Basta pensare al filosofo argentino-messicano Enrique Dussel o all’antropologo colombiano Ricardo Saldarriaga Gaviria o ancora all’arche-astronomo peruviano Carlos Milla Villena, persone che, mettendo in dubbio tradizionali opinioni, le hanno sfidate per presentare una diversa tesi.

E allora, il Museo de oro di Bogotà, museo che raccoglie protegge e tramanda dal 1939 un tesoro memoria, fra l’altro, della locale arte orafa, potrebbe essere spunto per considerare che la cultura andina aveva raggiunto uno sviluppo che non aveva nulla da invidiare all’Europa del tempo, una cultura non da intendersi come periferica o secondaria, ma una realtà storica interrotta dall’invasione spagnola e che adesso cerca riprendere i contatti di continuità con le ancestrali memorie (»»qua il Museo de oro Quimbaya in Armenia, Colombia). Una realtà, insomma, che dovrebbe vedere oggi la pacifica convivenza fra l’indigeno, per esempio, Mapuche o Emberá, e l’europeo venuto nel XVI secolo.

Per tal motivo, è valido necessario e doveroso che tali istituzioni siano depositi di memoria non passivi, non semplici vetrine inerte, ma spingano a studiare e approfondite temi che hanno un lungo continuum storico che si intreccia e confluisce in un unico fiume.

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Suggerimenti lettura:

Luoghi e storia, Bogotà, immagini
Chibcha, un popolo fra luce e oscurità
Cultura Quimbaya, Colombia
Laguna di Guatavita, Colombia
Società Quimbaya, immagini

Aug 062014
 
Qin Shi Huang

Qin Shi Huang

Non si può comprendere la Storia se non si studia in maniera globale, se non si supera quell’eurocentrismo che ci caratterizza e che oramai è tema decaduto e privo di basi.

Nel continuum storico, che ricordiamo non è lineare, non va da un punto a un altro, altre regioni della Terra, talvolta lontane, hanno avuto importanza determinante anche nei fatti di casa nostra, e la Cina riveste un carattere speciale che dovremo iniziare a studiare con maggior cura e attenzione (»»qua alcuni articoli).

Quella Cina che ci ha dato la bussola, la polvere da sparo, i primi libri stampati in serie, insomma quelle terre che, se a un primo acchito possano sembrare distanti diverse e prive di relazioni con noi, alla fine risultano essere parte di una immensa ragnatela che contribuisce, in un modo o nell’altro, alla nostra evoluzione.

Ebbene, Qin Shi Huang (260 a.C.-210 a.C.) fu il primo imperatore della Cina, il cui nome di nascita era Ying Zhèng, colui che nel 221 a.C. riunì tutti i territori allora divisi. E la sua importanza, fra l’altro, è data anche per essere stato chi dette ordine di iniziare a costruire la Grande Muraglia Cinese, cercando di proteggere il suo regno dai barbari del nord, colui, altresì, che commissionò l’imponente Esercito di Terracotta che doveva difenderlo e accompagnarlo nel viaggio nell’aldilà.

Abolizione del regime feudale, standardizzazione della scrittura e delle unità di misura, creazione di una efficiente rete stradale e canali per ottimizzare i commerci, amministrazione centrale dello stato, furono alcune delle tante opere intraprese dall’imperatore. Ma Qin Shi Huang temeva che qualcuno andasse a spulciare nel passato e allora ordinò bruciare tutti i testi antichi, specialmente quelli a carattere storico-politico, eccezion fatta per l’argomento tecnico-scientifico a cui tanto teneva, il tutto seguito da una violenta persecuzione contro gli intellettuali.

Queste poche righe per introdurre un video che ci offre uno sguardo a quel mondo orientale, da cui verranno le sete, le spezie, quel mondo da cui salpò una maestosa flotta nei primi decenni del XV secolo andando alla scoperta di nuove terre, quel mondo ancora che nell’Ottocento qualche regnante europeo tenterà colonizzare, destabilizzando un millenario ordine che tanto offrì al progresso e che sempre ha avuto in Qin Shi Huang un punto solido di riferimento.

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Aug 012014
 

di Ute Margaret Saine

Stretto di Magellano e Capo Horn, 1628 ca.

Stretto di Magellano e Capo Horn, 1628 ca.

“Horn”, dal nome di Capo Horn, si traduce facilmente nella parola “corno”, tutte e due avendo la stessa radice indoeuropea. Ma dov’è il corno di Capo Horn? D’accordo, probabilmente un gran numero di “capi” hanno per natura la forma di un corno, questo è vero per il Capo di Buona Speranza, Capo di Gibuti, tanto per nominarne solo due. Però questo capo si chiama addirittura Capo Horn (Cap Horn in francese, Cape Horn in inglese, Kap Horn in tedesco). Perché? È una lunga storia.

Il Capo Horn è situato in Patagonia, all’estremo sud dell’Argentina vicino al Cile, formando la punta sud delle Ande e del continente sudamericano. Navigare le sue baie, le isole, i banchi di sabbia, è sempre stato pericoloso, così come avvicinarsi alla terra.

A proposito, il nome di Patagonia viene da libri cinquecenteschi pubblicati giusto dopo la scoperta delle Americhe, quando informazione e fantasia formavano ancora una miscela caotica, ciò che a volte succede tuttavia. Alcuni libri sostenevano che vi abitavano degli esseri con una testa dritta su di un gigantesco unico piede (patagones in spagnolo, dalla parola pata, ossia zampa, prendendo il posto della parola pie, ossia piede). Questo mito si basava su storie più antiche, trovate nelle immagini medievali degli “sciapodi” europei. Gli sciapodi erano spiritelli mitici di un solo piede grande.

I giganti Patagoni della Terra del Fuoco e Louis-Antoine de Bougainville, 1769

I giganti Patagoni della Terra del Fuoco e Louis-Antoine de Bougainville, 1769

Perfino molto dopo la fine del Seicento, nel 1766, quando la nave Dolphin (Delfino), comandata da John Byron (nonno del poeta George Byron), ritornò dalla circumnavigazione, si confabulava che in Patagonia i marinai britannici avessero visto dei giganti misurando piú di tre metri. La notizia apparve per primo nella rivista di moda Gentleman’s Magazine.

Piú o meno la stessa area portava inoltre il nome di Terra del Fuoco (Tierra del Fuego in spagnolo, Fireland in inglese). Questo nome veniva dai marinai portoghesi e spagnoli, tali come il capitano Ferdinando Magellano, che navigò attraverso il poi celebre Stretto Magellano che porta il suo nome (Estrecho de Magallanes in spagnolo, o Estreito de Magalhães nel suo portoghese nativo). A distanza, i marinai videro grandi fuochi, intorno ai quali gli abitanti si riscaldavano, dato il clima quasi polare.

Ispiratosi da quei falò, il nome di Capo Horn viene realmente da “Cabo de Hornos“, letteralmente “Capo dei Falò”. I geografi e cartografi inglesi, abitualmenti avversi alle lingue straniere, lo resero foneticamente come “Cape Horn”, senza molestarsi neanche di consultare il dizionario. E poiché “Britannia domina le onde” (Britannia rules the waves), come dice la canzone, e la Gran Bretagna fabbricava anche la maggior parte delle mappe nautiche del Settecento e Ottocento, questo nome assurdamente sbagliato di Capo Horn fu disseminato in tutte le nazioni, tranne naturalmente la Spagna il Portogallo e i paesi latinoamericani.

©Ute Margaret Saine

Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

Jul 222014
 

Il Quattrocento si arricchì di un fertile dialogo con un nuovo interlocutore, o, per meglio dire, con un interlocutore che aveva attualizzato la sua evoluzione, stiamo parlando del passaggio dai manoscritti alla stampa gutenberghiana.

La lenta diffusione della cultura, che prendeva piede anche fra le classi meno abbienti, era stata accelerata dai torchi del tedesco Johann Gutenberg (1394 ca.-1468), dai quei libri che venivano alla luce in modo più rapido che un tempo e che prendevano, talvolta non rilegati e dentro botti per proteggersi dalle intemperie, le più disparate strade verso i quattro punti cardinali del continente europeo.

E ancor più grazie alla geniale immaginazione del veneziano Aldo Manuzio (1449-1515) – forse il primo editore inteso in senso moderno – che ne aveva ridotto altresì le dimensioni: nasceva il tascabile. Il libro in ottavo e senza commenti era tanto facile da trasportare che, nel 1501 da Budapest, Sigismondo Thurzó, segretario del re d’Ungheria, scriveva a Manuzio:

I tuoi libri – così maneggevoli da poterli usare camminando […] – sono diventati per me un piacere speciale”. (1)

Bene, tutto questo per introdurre alcuni dei tantissimi volumi a nostra disposizione per avvicinarci a un argomento rilevante della Storia Moderna e della Storia Contemporanea, un’invenzione che potremmo, in un certo qual senso, dire essere stata acceleratrice di un percorso che da tempo cercava una via più aperta a tutti, una via che doveva favorire l’alfabetizzazione del popolo.

In particolar modo, desidero inoltre sottolineare due testi che trattano della censura, del controllo, della proibizione, di quei metodi e mezzi che hanno cercato contrastare, fino ad ancora entrato l’Ottocento, la libera diffusione delle idee. Imperatori re principi, protestanti cattolici, paesi dell’ovest e dell’est, fra i tanti, con le loro leggi repressive favorivano però un mercato clandestino che avrebbe interessato mezza Europa, dall’Olanda fino al nostro Mezzogiorno, Napoli, in particolare, fu centro di un certo rilievo nella diffusione di opere che, per esempio, l’Indice aveva messo al bando, basta solo ricordare autori quali Boccaccio, Galileo Galilei e perfino il cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura.

L'alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo

Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo.

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Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna

Sandro Landi, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna.

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I libri proibiti da Gutenberg all'Encyclopédie

Mario Infelise, I libri proibiti da Gutenberg all’Encyclopédie.

 

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- in G. Armato, A Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 89.

Jul 162014
 
The Costume of China, William Alexander, 1805

The Costume of China, William Alexander, 1805

La Cina è stata da sempre un paese misterioso, poco conosciuto, meta di intraprendenti viaggiatori alla ricerca di spezie e prodotti da importare, un mercato (»»qua) sostanzialmente a via univoca, gelosa, potremmo azzardare, la Cina, delle proprie ancestrali memorie.

E quando il re inglese Giorgio III inviò una delegazione, 1793 (»»qua), l’occasione giovò a una serie di diplomatici pittori letterati artisti in genere per prendere contatto e raccontare una realtà diversa dall’europea.

A questo punto entra in gioco il nostro personaggio.

Dopo aver completato i suoi studi alla Royal Accademy Schools di Londra, William Alexander (1767-1816) nel 1792, all’età di 25 anni, fu uno dei disegnatori che accompagnavano in Cina la Macartney Embassy. Periodo ben fruttifero quello trascorso nelle terre orientali che permisero a William immortalare il quotidiano cinese di fine Settecento, quello in cui regnava l’imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing.

Nei due anni – ritornerà a Londra nel 1794 -, seguendo il conte George Macarteny (1737-1806), che in quel mentre cercava convincere il sovrano cinese ad aprirsi ai commerci con l’Occidente, operazione fallita, il nostro pittore ebbe bastante tempo per preparare ciò che poi sarà dato alle stampe nel 1805 come The Costume of China, un volume in cui si raccoglievano ben 48 preziose immagini che presentavano all’Europa dell’epoca la società di quelle terre esotiche, immagini seguite da un’accurata descrizione.

Prima di lasciare lo spazio ad alcune tratte dal libro di William Alexander, che ci danno una visione storica di un mondo ancora oggi a noi poco conosciuto, desidero segnalare l’interessante sito della Fondazione Intorcetta – Prospero Intorcetta (1625-1696) fu il primo a tradurre in latino le opere di Confucio – che segnala alcuni dei tanti gesuiti siciliani che viaggiarono vissero studiarono quella cultura.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Jul 102014
 

Cibo, cibo, cibo! Che cosa sarebbe l’uomo senza cibo?

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo”, diceva il buon Ippocrate nel 400 a.C. (1), enfatizzando una buona e sana alimentazione.

Il cammino dell’uomo non sarebbe comprensibile senza la scoperta del fuoco, dell’agricoltura, della caccia, non sarebbe ancor più comprensibile senza il passaggio dai cibi crudi a quelli cucinati. Quel fuoco sacro che per ingraziarsi la dea romana Vesta, protettrice del focolare domestico, doveva restare sempre acceso.

E i camini, nel nostro caso intesi come focolari domestici, hanno avuto una nota rilevante nel continuum storico dell’essere umano, iniziando dai fuochi delle caverne per passare a quei delle capanne, delle abitazioni di campagna e paese, a quei delle case dei borghesi o dei principi o delle cucine dei re.

Vari artisti si sono interessati ai camini, sia come struttura architettonica funzionale, si vedano un paio di disegni di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, sia come elemento decorativo per riscaldare l’ambiente – a partire dal periodo rinascimentale -, sia come manufatto per preparare gli alimenti.

Ma non solo: molti trattati durante il periodo moderno sono stati approntati per meglio rispondere alle domande dei committenti, fra questi, saltellando per i secoli, ricordiamo:

  •  Leon Battista Alberti (1404-1472) e il suo “De re aedificatoria“, dove inoltre s’era ingegnato a metà ‘400 su come doveva essere realizzato un buon camino;
  •  Vincenzo Scamozzi (1548-1616), architetto veneto, che nel 1615 pubblicava “Dell’idea dell’Architettura universale”, in cui, fra l’altro, nel capitolo XIII, si descrivono i vari tipi di camino;
  •  Benjamin Thompson (1753-1814) con “Sui camini, con proposte per migliorarli e risparmiare combustibile, rendere le abitazioni più confortevoli e salubri, e prevenire efficacemente l’emissione di fumo dalle canne fumarie”, del 1795, opera imprescindibile fino ai giorni d’oggi per l’esecuzione di una buona costruzione. Famoso il caminetto di Rumford.

Nella storia, questo oggetto inizia la sua vera diffusione dal ‘300 in poi – sembra inventato nei paesi freddi del nord Europa -, quando le varie soluzioni tecniche permisero una certa sicurezza e affidabilità, portandolo dal centro dell’abitazione a una delle pareti e fornendolo definitivamente di una canna fumaria, almeno nelle case dei più abbienti. Passando dalle grandi dimensioni gotiche a quelle più modeste ma non per questo meno funzionali rinascimentali, raggiungendo l’età barocca e la fine dell’Ancien Régime già solidamente installato nelle case.

Le immagini che seguono desiderano solo essere testimonianza popolare dei secoli dell’età moderna, secoli in cui i pittori hanno immortalato, certamente non solo, la quotidianità domestica, dal nord dell’Europa al sud, dall’est all’ovest, quella del focolare, quella dove ci si incontrava, si parlava, si litigava, si cucinava, quella, in poche parole, che, se chiudessimo gli occhi, potremmo considerare oggi cucina di casa nostra in un giorno di festa.

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte del cucinare, 1570

Cucina rinascimentale in Bartolomeo Scappi, “Opera dell’arte del cucinare”, 1570

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Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca.

Pieter Aertsen, Scene da una locanda, 1555 ca. Si beve si cucina si mangia, la tavola apparecchiata dice tutto, mentre alcuni viandanti guardano.

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David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644

David Teniers il Vecchio, Scene di cucina, 1644. Nel grande camino al fondo si cuoce cacciagione.

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Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca..

Una famiglia si riunisce intorno a un grande camino a parlare e fumare. Incisione di Cornelis Visscher secondo Adriaen van Ostade, 1656 ca.

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François Boucher, La toilet, 1742

François Boucher, La toilet, 1742. Il camino serve per riscaldarsi mentre la gentil fanciulla si abbiglia.

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Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759

Jan Josef Horemans il Vecchio (attr.), Famiglia in cucina, 1759. È sera, si approntano focacce e nello stesso tempo si intiepidisce l’ambiente.

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Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec.

Pehr Hilleström, Cameriera che versa zuppa da un calderone, fine XVIII sec. Elegante scena, pregiata zuppiera. Il camino si adopera principalmente per preparare cibi.

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William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward)

William Redmore Bigg, Il ritorno del marito, 1798 (incisore William Ward). Attorno al camino per asciugare i panni del marito, del papà, che ritorna dopo una giornata di pioggia.

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-1. in Umberto Veronesi, Mario Pappagallo, Verso la scelta vegetariana, Giunti ed., 2011, pag. 42.

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