babilonia61

May 212012
 

Uno dei primi gruppi che si avventurò nelle Nuove Terre da poco scoperte da Colombo era composto soprattutto da conquistadores, amministratori, religiosi. Conquistadores alla ricerca di una facile ricchezza, amministratori, nominati dalla corona spagnola per gestire le terre sottomesse, religiosi pronti a convertire al cattolicesimo le “primitive” tribù che si incontravano strada facendo. E non sempre le cose furono facili, specialmente quando qualche avventuriero, ritenendo che nulla doveva alla corona, si metteva per conto proprio a dirigere i “propri possedimenti”.

Per quanto riguarda l’esplorazione di ciò che oggi è la Colombia, i primi a entrare in contatto con i nativi furono Alonso de Ojeda (1468 ca.-1515) nel 1499 e Rodrigo de Bastidas (1445?-1527) nel 1500. Qualche anno dopo, 1510, Alonso fonda Santa María la Antigua del Darién, nel Golfo di Urabá, mentre il secondo dà le origini a Santa Marta, 1525. Cartagena de Indias data invece 1533, fondata da Pedro de Heredia (1505?-1554), dopo aver sottomesso gli indios del luogo.
Luoghi, questi, che serviranno sia come base per contrastare gli attacchi dei popoli nativi, sia come punto di partenza per ulteriori esplorazioni. Cartagena sarà altresì legata fortemente alla Spagna, in quanto porto dei viaggi intercontinentali, oltre che piazza per il commercio degli schiavi che arrivavano dall’Africa, per non dimenticare che da lì salpavano la maggior parte dei vascelli carichi di oro e argento alla direzione di Siviglia.

Dicevamo che le prime conquiste furono anche luoghi in cui ci si organizzava per nuove spedizioni. E così fu. Personaggi come Gonzalo Jiménez de Quesada (1509-1579), Nicolás Federmann (1505 ca.-1542), Sebástian de Belalcázar  (1480-1551), alcuni di coloro che si avventurarono verso l’interno delle Ande.
Nel 1536, il granadino Jimenez de Quesada (»»»qua), intraprende un viaggio, seguendo il fiume Magdalena, alla ricerca di un cammino che lo conducesse nell’odierno Perù. Nel 1538 incontra i Muisca, popolo della Cordigliera centrale delle Ande, di Nemocón e Zipaquirá, e fonda Santa Fe de Bogotá, l’odierna Bogotá, centro di potere della futura Nuova Granada.
Federmann, finanziato dalla famiglia Welser, invece entrerà a Bogotá nel 1539, dopo aver attraversato la Cordigliera orientale delle Ande, mentre Belalcázar dà le origini a Santiago de Cali, oggi semplicemente Cali, e a Popayán, raggiungendo Bogotà nello stesso 1539. I tre negozieranno la divisione dei territori appena esplorati.

A metà XVI secolo, 1550, venne poi istituita la Audiencia y Cancillería Real de Santafé, istituzione coloniale che serviva a dirigere un territorio oramai abbastanza vasto e variegato.
Potremmo dire che i tre conquistadores gettarono le basi per ulteriori esplorazioni, esplorazioni non sempre facili, giacché si marciava ad alture che talvolta superavano i 2000-2500 mt., in zone scoscese, difficili da percorrere, in condizioni estreme di disagio, attraversando valli e altipiani. E in effetti certe regioni della Nuova Granada erano le colonie più isolate della conquista spagnola.

May 172012
 

Vi sono date nella Storia che sembrano non avere importanza, specialmente quando si crede che nulla di rilevante sia accaduto. Eppure se andiamo alla ricerca di eventi fatti accadimenti, anche se di poco conto, questi hanno, in un modo o nell’altro, contribuito a un continuum storico di cui facciamo parte. Prendiamo per esempio l’anno 1498, una data a caso, e accingiamoci a indagare gli intrecci della Storia i quali, se a un primo acchito ci possono sembrare talvolta silenziosi, insignificanti, semplici, in realtà presentano relazioni e correlazioni, azioni e interazioni, cause ed effetti, che possono sfuggire se non studiati da un punto di vista quanto più ampio possibile.

Dicevamo dunque 1498, anno in cui viene annunziato il matrimonio fra Lucrezia Borgia (1480-1519), figlia illegittima del papa Alessandro VI (1431-1503), e il diciassettenne Alfonso d’Aragona (1481-1500), figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli, unione festeggiata poi il 21 luglio 1498 a Roma. Città, che ci ricorda Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), quel de’ Medici che nel 1526 tenterà ostacolare la discesa dei lanzichenecchi di Carlo V diretti a saccheggiare la Città Eterna. Città Eterna il cui pontefice Alessandro VI l’anno dopo scomunicherà Girolamo Savonarola (1452-1498), frate domenicano ribelle che desiderava il ritorno della chiesa a una condizione più umile e più vicina alla gente, che, condannato al rogo, morirà a Firenze in Piazza della Signoria il 23 maggio 1498 a quarantasei anni. Legami, questi, fra luoghi personaggi eventi, i quali, per essere meglio compresi, sono da visionare nell’insieme, quell’insieme composto da un’infinità di particolari che valicano sempre le mura di un paese, di una fortezza, di uno stato, di una data, delle decisioni di un singolo essere umano.
In effetti, per complicare ancor più la trama: 1498, Luigi XII (1462-1515) ascende al trono di Francia alla morte di Carlo VIII (1470-1498), senza eredi. Di lui accenniamo brevemente ai suoi interventi in Italia, rivendicando i diritti ereditari della nonna Valentina Visconti (1371-1408).
Si potrebbe proseguire con questi piccoli tasselli che servono ad arricchire un mosaico generale, mosaico che, ricordiamo, mai e poi mai potremmo completare definitivamente, vuoi perché la Storia si aggiorna in continuazione grazie a nuovi documenti rinvenuti e riletti, vuoi perché tanti fatti sono caduti nell’oblio senza testimonianze giunte, vuoi perché la damnatio memoriae gioca ancor oggi, sebbene meno che in passato, un certo ruolo, vuoi per tanti altri motivi.

Uomini città date, dunque, che hanno fatto Storia, quella Storia di cui siamo gli eredi viventi, prodotto delle decisioni del, anche ma non solo, 1498. Ma questa Storia ha intrecci ben più profondi e intercontinentali di quanto possiamo immaginare.
Andiamo avanti.

Incaricato dal re portoghese Emanuele I (1469-1521), Vasco da Gama (1469-1524), all’età di 29 anni raggiunse le coste occidentali del subcontinente indiano, un continente che, sebbene sconosciuto ai più, aveva già rapporti commerciali con l’Europa. Leggiamo un brano del libro della prof.ssa Maria Fusaro che serve per farci capire, fra le altre cose, le interdipendenze, i legami storici:

Il 20 maggio del 1498 il portoghese Vasco da Gama, dopo più di dieci mesi dalla partenza da Lisbona, ormeggiò la sua piccola flotta al nord del porto di Calicut, in India. Il giorno successivo inviò a terra in esplorazione un membro dell’equipaggio, João Nunes, il quale venne accompagnato da alcuni abitanti del luogo al cospetto di due «mori provenienti da Tunisi, che sapevano parlare Castigliano e Genovese». Alvaro Velho, cui è stata attribuita la stesura del diario del viaggio di da Gama, così racconta il dialogo che ne seguì: uno dei due tunisini, rivolgendosi a João, esclamò: «Che il Diavolo ti prenda! Cosa vi ha portato fin qui?» E João rispose: «Cerchiamo spezie e cristiani»; al che costoro replicarono: «Come mai né il Re di Castiglia, né quello di Francia né la Signoria di Venezia hanno inviato i loro uomini?». João spiegò che il re del Portogallo non lo aveva acconsentito e i due mori conclusero che aveva fatto molto bene.
[…]
L’episodio è illuminante. […] Illuminante, perché riassume in maniera molto semplice i principali motivi dell’espansione europea, e perché evidenzia come Europa e Asia già a quell’epoca fossero strettamente legate. Il globo si stava rimpicciolendo.
Il commercio sulle lunghe distanze è da sempre una costante della storia dell’umanità, ma tra il Quattrocento e il Cinquecento subì una radicale trasformazione qualitativa e quantitativa mettendo in moto una serie di eventi e di interazioni economiche, sociali e culturali che si dimostrano fondamentali per la genesi della società contemporanea.” (1)

E ancora: il 30 maggio dello stesso anno Colombo partiva con sei navi per il suo terzo viaggio verso le terre scoperte tempo prima, aprendo nuove rotte commerciali e facendo sì che l’economia europea spostasse il suo asse principale dal Mediterraneo all’Atlantico.
Mi fermo, si potrebbe aggiungere ancor altro.
Mi sembra sia palese come gli avvenimenti nella Storia si relazionino fra loro, formando ragnatele di tale portata di cui è difficile, anzi, impossibile, coglierne l’inizio nella speranza di scorgerne la fine e comprenderne il vero significato. Forse possiamo seguire un tracciato, un complicato cammino di cui i fili che si intrecciano sono così sottili che perfino la più complessa e preparata mente umana raramente riesce a coglierne l’unità composta da un’infinità di particolari, mosaico di relazioni e interrelazioni che comprendono uomini date luoghi vicende per proseguire un continuum di cui l’uomo è l’attore principale, a volte cosciente a volte incosciente.

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- 1. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, Editori Laterza, aprile 2011, ebook: pos. 17, 24, 32.

May 162012
 

Una breve lista, che cercherò di aggiornare con una certa frequenza, sulla Storia del costume, con particolare attenzione all’età moderna.

 

- Carlo M. Belfanti, Civiltà della moda.

- Melissa Leventon, L’Abbigliamento nel mondo.

- M. Giuseppina Muzzarelli, Breve storia della moda in Italia.

- M. Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo.

- Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento.

- Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno in tutti i popoli della terra.

- Paul Poiret, Vestendo la Belle Époque.

- Patricia Rieff Anawalt, Storia universale del costume. Abiti e accessori dei popoli di tutto il mondo.

- Roberta Orsi Landini, Moda a Firenze 1540-1580. Lo stile di Eleonora di Toledo e la sua influenza.

- Auguste Racinet, The complete costume history.

 

May 142012
 

Da dove deriva il termine lapalissiano? Ce ne parla Ivana Palomba.

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Da un evento storico è derivata la parola “lapalissiano”, a significare una cosa ovvia, banale, insomma tanto palese da non potere essere messa in dubbio.
Il fatto storico si riferisce alla battaglia di Pavia avvenuta il 24 febbraio 1525, che oltre ad essere una delle più brevi battaglie della storia fu anche molto decisiva per le sorti del nostro paese.
Sul terreno italiano guerreggiavano l’esercito di Francesco I (1494-1547), re di Francia, contrapposto a quello dell’imperatore Carlo V (1500-1558), e l’oggetto del contendere era il ducato di Milano, un vero e proprio nodo strategico fra la penisola italiana ed il resto d’Europa.
Le forze in campo per entrambi i fronti erano pressappoco equivalenti, circa venticinquemila uomini, ma gli archibugi usati dagli spagnoli ebbero ben presto la meglio sull’esercito avversario.
I caduti furono all’incirca ottomila e lo stesso re di Francia fu ferito e tradotto in prigionia.
I francesi si erano battuti con grande coraggio e sul terreno, in un misto di pioggia e sangue, giaceva il fior fiore della nobiltà francese, fra i caduti eccellenti vi era anche il maresciallo di Francia Jacques II de Chabannes, signore de la Palice (ca. 1470-1525).
I suoi soldati ne onorarono la morte con una ingenua epigrafe dall’involontario effetto comico:

Hélas! La Palice est mort
Il est mort devant Pavie.
Hélas! S’il n’estoit pas mort
Il seroit encore en vie.

(La Palice è morto, è morto davanti a Pavia e se non fosse morto sarebbe ancora in vita – trad. libera)

O come un’altra versione recita:

Un quart d’heure devant la mort
Il était encore en vie.

(Un quarto d’ora prima della morte era ancora in vita)

Per la verità, qualche studioso ha avanzato l’ipotesi che la quartina sia stata corrotta e che originariamente fosse:

Hélas! S’il n’estoit pas mort
Il feroit encore envie.

(Se non fosse morto farebbe ancora invidia).

Senz’altro l’ipotesi più attendibile è da intendersi come una lode all’uomo che si era comportato da eroe e aveva combattuto strenuamente fino a pochi attimi prima della morte.
La quartina fu poi scoperta dall’accademico francese Bernard de la Monnoye (1641-1728) che ne parodiò il carattere formando altre quartine, ovviamente “lapalissiane”:

Se del noto La Palisse / la canzone qui ascoltate / vi sarà di gran diletto / sempreché vi divertiate;
Un carattere pacato / Da suo padre avea sortito / Mai mostravasi arrabbiato / Se non era incollerito;
Fu colpito crudelmente / da una perfida ferita / che mortal fu certamente / dacché lui non restò in vita… “ (1)

La “Chanson sur le fameux La Palisse“ diede la stura ad altre imitazioni che si diffusero fra gli studenti, nelle feste e nelle fiere decretando così la fama imperitura di La Palice.

© Ivana Palomba

1. Pier Paolo Rinaldi, Il piccolo libro del NONSENSE, Vallardi, 1997, pag. 101

Bibliografia:
- Dante Zanetti, Vita, morte e trasfigurazione del Signore di Lapalisse, Bologna, Il Mulino, 1992.

May 112012
 

Nella Storia moderna, uno dei temi più dibattuti è stato, ed è, quello dello schiavismo (»»qua, »»qua), dell’abolizione di una pratica che veniva esercitata da millenni, una pratica che trovava sostenitori e avversari, ampiamente accettata nelle varie antiche civiltà. E il Mediterraneo fu quel mare che per prima vide solcare navi e vascelli trasportando “materiale umano” da una sponda all’altra, dall’Africa dall’Asia alle coste europee. Ricordiamo brevemente, nell’Età moderna, le incursioni turche verso le coste italiane, e non solo (»»qua, »»qua, »»qua), ma anche quelle spagnole o francesi o le stesse italiane alla ricerca di schiavi.
In questo scenario, ampio e variegato, anche l’Impero britannico giocava la sua carta, le cui imbarcazioni attraversavano le più disparate acque, Mediterraneo, Atlantico, Pacifico, Indiano, e via dicendo, per permettere, secondo i fautori, lo sviluppo di un’economia che proprio in quei secoli, XVIII-XIX, prendeva forza e diventava ancor più globale.
Le cifre erano spaventose, e lo sono ancora, (»»qua).
Nel 1807, il 25 marzo, la Gran Bretagna decideva porre fine, almeno sulla carta, alla compravendita di schiavi, sebbene solo nel 1838 si ebbe una vera e propria abrogazione. Eppure, ancor dopo questa data, vari abolizionisti continuarono la loro campagna contro un “traffico” che aveva impegnato l’intero pianeta. Una tratta in cui navi mercantili partivano dall’Europa piene di manufatti, raggiungevano le coste africane, scaricavano i prodotti e ripartivano cariche di schiavi – provenienti sia dalle coste che dall’entroterra – alla direzione delle Nuove Terre. Un viaggio di mesi che indeboliva il fisico degli uomini, a tal punto che decine e decine erano coloro che venivano gettati in mare privi di vita, così come tanti altri si ammalavo e giungevano a destinazione affamati e privi di forze. Coloro che sopravvivevano erano destinati a lavorare nelle piantagioni oramai colonizzate dai paesi europei. Ma il gioco non finiva qua. Scaricati gli schiavi, le navi salpavano verso l’Europa cariche di merce anche, ma non solo, “esotiche”: patate, mais, tabacco, e via dicendo. Il cerchio si chiudeva e il giro d’affari era davvero elevato.

Se andiamo a leggere la letteratura dell’epoca, ci si accorge che fautori e abolizionisti lottavano fortemente per imporre la loro visione dei fatti. Fautori, che insistevano nell’idea secondo la quale il commercio degli schiavi permetteva e aveva permesso sostenere e incrementare l’economia britannica, fino ad allora dipendente dalle braccia umane, una dipendenza che aveva consentito produrre mercanzia a basso costo e, di conseguenza, aumentare i consumi in generale, generando nuove classi sociali e quanto ad esse relazionato.

Gli abolizionisti, dal canto loro, facevano di tutto per contrastare la millenaria attività, ricordiamo il movimento che nacque intorno al 1830 negli Stati Uniti. Movimento che determinò uno schieramento a favore dell’abolizione, il nord industrializzato, e uno a sfavore, quello del sud, dove l’economia agricola dipendeva principalmente dagli schiavi. E la questione non riguardava solo i commercianti i ricchi i nobili, anche il popolo, che, in un certo qual modo, prese parte al dibattito. Per esempio, in un articolo apparso su un giornale inglese, “The Diary” o “Woodfall’s Register”, il 16 aprile 1789, si “davano” una serie di considerazioni sulla necessità di mantenere in vigore la schiavitù che, a loro detta, aveva contribuito a produrre merce a buon costo che veniva usualmente consumata dalle famiglie britanniche, prodotti provenienti da oltre oceano. Prodotti che si vendevano nei negozi di Londra e tante altre città che si affacciavano poco a poco all’industrializzazione, negozi che impiegavano manodopera locale, negozi che davano, quindi, posti di lavoro e possibilità di ulteriore sviluppo economico. Persone, insomma, che arricchendosi, potevano costruire le loro case in campagna, generando domanda di altri lavoratori, e così via, una catena che prendeva un po’ tutti. Per non dimenticare, diceva l’articolo, che vari porti, come Bristol e Liverpool, avevano creato un giro d’affari che si sosteneva soprattutto dall’attività degli schiavi. Che cosa sarebbe accaduto se la schiavitù fosse stata abolita?
Qualche anno prima, il 22 maggio 1787, un gruppo di dodici abolizionisti, nove quaccheri e tre anglicani, si erano riuniti a Londra per organizzare i piani della loro campagna, forse una delle prime commissioni che compiva un passo poco usuale per i tempi – ricordiamo i quaccheri essere considerati all’epoca setta radicale. Eppure riuscirono nel loro intento: scelsero un tesoriere, una sede per riunirsi, aprirono un conto in banca, insomma, ciò che oggi possa a nostra vista sembrare ovvio, allora non lo era. Così iniziarono la loro attività, un’attività non certo facile, in un ambiente e in un fine Settecento che apriva oramai le porte alla meccanizzazione, un’attività, la loro, che aveva come scopo coinvolgere ampi strati sociali e convincerli delle nefandezze della schiavitù.

Un percorso, quello qua brevemente accennato, che inizia da lontano e che fa parte di un continuum storico che ci porta all’oggi, al presente dove, ahimè, il problema, seppur con rilevanza non tale quanta nel passato, è ancora vivo e vegeto, specialmente in quelle zone dove i diritti umani non sono stati del tutto capiti.

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Piccola bibliografia:

- Francesco Carboni, L’umanità negata. Schiavi mori, turchi, neri, ebrei e padroni cristiani nella Sardegna del ’500, CUEC Editrice.
- Lisa A. Lindsay, Il commercio degli schiavi, il Mulino, 2011.
- Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale, il Mulino, 2010.

May 092012
 

Una meravigliosa donna che solca onorabilmente le scene della cultura del Settecento italiano ed europeo, descritta da Rosalia de Vecchi.

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«Stupitevi piuttosto, che con saper profondo
prodotto abbia una donna un sì gran libro al mondo.
È italiana l’autrice, signor, non è olandese,
donna illustre, sapiente, che onora il suo paese;
ma se trovansi altrove scarsi i seguaci suoi,
ammirasi il gran libro, e studiasi da noi»
(Goldoni, 1827, pp. 230-231)

Era il 1756: a Milano, Carlo Goldoni rappresentava per la prima volta la commedia “Il medico olandese”, nel cui testo si leggono i versi cui sopra, dedicati “all’autrice d’un certo libro italiano/ che tratta delle Analisi.
L’autrice è Maria Gaetana Agnesi; il “certo libro italiano” sono Le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana, stampate in due volumi nel 1748 a Milano e dedicate all’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Si tratta di un manuale d’introduzione all’algebra, alla geometria cartesiana e al calcolo infinitesimale; manuale che fu l’unico testo di riferimento in materia durante tutta la seconda metà del Settecento nell’intera Europa, e che rese famosa la donna che per prima si preoccupò di compilare un testo completo e dettagliato, ma nel contempo semplice e chiaro, che introducesse i principianti allo studio della matematica. Tutta Europa applaude alla giovane matematica: l’Accademia Reale di Francia giudica la sua opera di grande valore per le esposizioni molto avanzate, l’imperatrice ringrazia l’autrice con un anello di brillanti, che le invia custodito in un prezioso cofanetto, e il Papa le fa pervenire, insieme alle sue “santissime benedizioni”, ricchi doni. Goldoni, con i suoi versi, esprime non solo la propria, ma anche la voce dell’intero mondo del teatro, che anch’esso vuole aggiungersi al coro delle lodi provenienti dal mondo della cultura e dei potenti.
Primo lavoro sistematico nel campo suddetto, aggiornato delle nuove teorie e corredato di procedimenti nuovi per quanto riguarda la soluzione delle equazioni differenziali, le Instituzioni furono presto tradotte in inglese da John Colson, professore di matematica a Cambridge, con il titolo Analytical Institutions e furono pubblicate postume, mentre solo il secondo volume di esse fu tradotto in francese col titolo Traités élémentaires de calcul différentiel et de calcul integral da P. T. D’Antelmy in collaborazione con Charles Bossut, traduzione pubblicata a Parigi nel 1775.
Il trattato fu considerato anche come la migliore introduzione ai lavori di Eulero e contribuì alla divulgazione delle idee e delle scoperte di Newton e di Leibnitz, che ai suoi tempi erano ancora poco conosciuti. Inoltre, in questo suo manuale, Maria Gaetana Agnesi tratta una curva, la “curva versiera”, che ancora oggi è nota e studiata col nome di “curva di Agnesi”. Nella lingua inglese è detta la “Witch of Agnesi”( la strega di Agnesi, da cui la curva avversiera), così chiamata probabilmente per un errore di traduzione del Colson. La curva d’Agnesi, però, non fu una sua scoperta, ma fu una scoperta di Guido Grandi, che la chiamò “curva con seno verso” da cui “curva versiera”. È interessante ricordare che, nell’anno 2003, sulla curva d’Agnesi è stato impostato uno dei problemi degli Esami di Stato per il Liceo Scientifico.

Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718. È la prima di 21 figli. La sua è una famiglia le cui ricchezze derivano dalle attività legate all’industria della seta. Il padre è professore di matematica all’Università di Bologna. Maria Gaetana trascorre i suoi primissimi anni di vita in un ambiente in cui la cultura occupa un posto di primo piano e lei stessa si rivela presto una bambina prodigio, dotata di intelligenza eccezionale. Fin da soli cinque anni, per volere paterno, sotto la guida di eminenti maestri, apprende il latino, il greco, l’ebraico, il francese, lo spagnolo, il tedesco… dimostrando una spiccata inclinazione per l’apprendimento delle lingue, infatti, tra i cinque e i nove anni completa la sua educazione linguistica tanto da padroneggiare tutte le lingue, antiche e moderne, imparate fino ad allora. Nel frattempo completa anche gli studi matematici, che, già fanciulla, domina perfettamente. La sua casa è frequentata da uomini di cultura e Maria Gaetana, adolescente, partecipa già alle discussioni di filosofia e di matematica, nonostante la sua natura timida e riservata. Il contributo da lei stessa dato agli approfondimenti degli studi matematici rende la casa paterna uno dei salotti più famosi ed interessanti di Milano. Ed è ancora per volere del padre che nel 1738 vengono pubblicate le Propositiones Philosophicae, una raccolta cioè di 191 tesi, basate sulle discussioni intorno a problemi di logica, botanica, cosmologia, ontologia, meccanica, pneumatologia, svoltesi in casa sua. È in questi scritti che Maria Gaetana afferma la necessità dell’istruzione delle donne.
Una svolta importante nella sua vita è costituita dalla perdita prematura della madre. Maria Gaetana si ritira dalla vita pubblica e, per sua libera scelta, assume la direzione della famiglia e dell’educazione dei fratelli di lei più giovani, senza pertanto abbandonare né trascurare i propri studi, ma se mai prendendosi cura anche di quelli dei fratelli.
Maria Gaetana, che oggi noi ricordiamo non solo per le sue rare qualità matematiche ma anche per la sua generosa opera di benefattrice, si era sentita chiamata alla vita religiosa e aveva chiesto al padre di poter entrare in convento, ma la vita ora le pone innanzi un compito insospettato, cui lei non volge le spalle: nonostante il successo e la stima conseguiti già così giovane, preferisce interrompere la frequenza di salotti intellettuali e rifugiarsi nell’approfondimento dell’algebra e della geometria. La sua anima è tranquilla, come lei stessa afferma, e il suo interesse matematico la conduce ad analizzare il Traité Analytique des Sections Coniques del marchese de L’Hôpital, della quale stende un commento, che non sarà però mai pubblicato. Nel 1750 sostituisce il padre nell’insegnamento della matematica all’Università di Bologna; ma quando, dopo la morte del padre, avvenuta nel 1752, papa Benedetto XIV acconsente che Maria Gaetana ricopra ufficialmente la cattedra, lei rifiuta e si ritira dalla vita pubblica per dedicarsi interamente ai suoi studi, all’istruzione dei fratelli e degli stessi domestici e, finalmente, anche ai poveri e agli ammalati.
Agli studi matematici unisce lo studio approfondito delle Sacre Scritture. La sua casa si trasforma in un piccolo ospedale, in cui lei stessa cura le donne ammalate ed inferme alle quali dà rifugio. Vende uno dopo l’altro tutti i suoi beni e chiede l’aiuto e il contributo di conoscenti, di personalità autorevoli, di opere pie per poter mandare avanti la sua opera, quando ecco che il principe Don Antonio Tolomeo Trivulzi la fa oggetto di una donazione e lei può ora finalmente fondare il Pio Albergo Trivulzio. Sollecitata dal cardinale Giuseppe Pozzobonelli, diventa prima Visitatrice e Direttrice delle donne, specialmente inferme, poi, trasferitasi direttamente nell’Albergo, ne diventa Direttrice e lì vive il resto della sua vita. Tiene lezioni di catechismo e continua a studiare i testi sacri, diventa così teologa, cui persino il cardinale Pozzobonelli si rivolge per consiglio. Rifiuta invece, in questi anni, di fornire la sua consulenza su testi e questioni di ordine scientifico, dicendo che le sue “occupazioni” le impediscono di averne il tempo. Dopo ventisei anni di attività al Trivulzio, il 9 gennaio dell’anno 1799, Maria Gaetana Agnesi muore a Milano.

Tra i giudizi e le opinioni su Maria Gaetana Agnesi amiamo qui riportare i seguenti: fu detta un «enigma psicologico», di lei si disse che era una donna dal «meraviglioso conversare in argomenti tanto astratti». Si racconta che Pietro Verri abbia detto che «ritrovava spesse volte nei sogni la soluzione dei problemi più ardui e l’invenzione de’ metodi più semplici ed eleganti»…
La sua mente matematica, un enigma psicologico, trovò dunque nei sogni le risposte agli enigmi posti dai problemi più ardui! E l’enigma fu capace di sciogliere enigmi!

©Rosalia de Vecchi

May 082012
 

Una serie di link per approfondire l’argomento in questione:

- Cristoforo Colombo era un ebreo catalano.

- Colombo verso le Indie. Tre caravelle e una “diaspora”.

- ¿Colón era judío?

- Simón Wiesenthal investiga la relación entre Cristóbal Colón y los judíos españoles.

- El origen geocultural de Cristóbal Colón.

- Los judios en el descrubrimiento de America.

- Was Columbus a Jew? and other tales of political in-correctness in american textbooks? 

May 072012
 

Famoso per i suoi studi sul marxismo, Edward Carr (1892-1982) fu uno storico e un giornalista inglese, fra l’altro vice-direttore del Times, che partecipò attivamente agli avvenimenti XX secolo come diplomatico.
Fra i suoi maggiori lavori ne ricordo due che vale la pena leggere e approfondire con attenzione.

Sei lezioni sulla storia è un volume che ogni studente di storia, ma non solo, dovrebbe tenere sempre a portata di mano, un testo che vale la pena leggere e rileggere, in quanto base fondamentale per comprendere il lavoro dello storico. Nelle sue “lezioni”, tenute nel 1961 all’Università di Cambridge, Carr, fra le altre cose, insisteva spesso che “Prima di studiare i fatti bisogna studiare lo storico che li espone”, storico non privo di influenze esterne.

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Particolarmente appassionato alla storia della Russia, di notevole mole è, difatti, la Storia della Russia sovietica, uno studio reso possibile grazie anche ad una buona quantità di materiale inedito che porta luce su eventi che ebbero forte rilevanza negli sviluppi politici ed economici dell’Europa contemporanea. Diceva Carr che la sua “ambizione è stata quella di scrivere la storia non degli eventi della rivoluzione (questi sono stati già riferiti da parte di molti altri autori) ma dell’ordinamento politico, sociale ed economico che è emerso da essa”.

May 052012
 

Influence that the Renaissance had on various part of Europe wasn’t homogeneous, depending, among the many factors, on contacts that prominent people, coming from beyond the Alps, had with Italy and viceversa. Universities, courts, chancelleries was the principal, but not the only one, diffusion centers.
René of Anjou (1409-1480), for example, discovered humanistic studies during his coming to Italy and fell in love with them, so he remained in Italy from 1438 to 1441. The Anjou had got books by Plato, Livy, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 ca.-1457), a volume by the greek historian and geographer Strabo, received by the friend of him Jacopo Marcello as gift. Moreover he commissioned Francesco Laurana (1430-1502) various work, among which different medals, on the Antonio di Puccio Pisano, told the Pisanello (1395?-1455?), style. As well Francesco I of Valois (1494-1547) became interested in italian culture and in the humanistic studies that in this country took off, wishing literati, artists and scholars in his court, it will be enough to remember that Leonardo da Vinci lived his last years in Clos-Lucé castle, next to Amboise. The same Ottoman Sultan, Mehmet II the Conqueror (1432-1491), winner on Constantinople (1453), entered in touch with classic texts, Livy was one of his preferred. In his palace he called an italian scholar, Ciariaco of Ancona (1391–1452), as well as the painter Gentile Bellini (1429–1507), responsible to realize his portrait. Another king fascinated by Greeks and Latins was Mattia I Corvino (1443–1490), king of Hungary, who followed very closely italian studies and art developments. Married with Naple sovereign’s, Ferdinando I, daughter, Beatrice of Aragona (1457–1508), he was very soon influenced by the “italian way of life” and he surrounded himself with artists and literati, moreover he sent his agents all around Europe in searching of classic books, of which he was a famous collector. He had his books miniated by Florentine artists. He was in costant touch with Marsilio Ficino (1433–1499), he called Antonio Bonfini (1427–1505) to write an History of Hungary, and let’s not forget that the Verrocchio (1437–1488) and Filippino Lippi (1457–1504), among the others, stayed in his possessions.
As in courts, so also in chancelleries a certain diffusion of the Renaissance humanism took place. Catalan one, property of Peter the Cerimonious (1319–1387) had been organized taking the Florentine one as model. Henry IV of Castile (1425–1474) assumed the humanist Alfonso of Cartagena (1384–1456), son of a converted rabbi lived in Florence; Jànos Vitéz (1408–1472), Esztergom archbishop, educator of the King Mattia Corvino, fascinated by classic models, introduced them in royal hungarian chancellery. Small events which will gain importance on the long period.
It happened sometimes that foreign universities assumed italian scholars as readers, in Paris there were Filippo Beroaldo (1453–1503), Gregorio Tifernate (1414–1462) and so on. In the same time also local literati started to dissertate on classic culture, in Cracow we know about the presence of Gregory of Sanok (1406–1477) with a course based on Virgil, in Heidelberg Peter Luder (1443 ca.-1509) treated about the studia humanitatis. On the long way humanistic Renaissance would have had a wider an wider diffusion, more evident in certain cases, less in others, more influent in certain countries, less in others.

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May 022012
 

Sull’alimentazione nel periodo di fine Medioevo inizi Rinascimento, ne abbiamo parlato in vari articoli (»»»vedi qua), quelle che seguono sono scene di vita dello stesso periodo, scene che rappresentano i due principali pasti, il primo, usualmente servito fra le ore 10 e 11 del mattino, il secondo fra le ore 4 e le 7 del pomeriggio. Ricordiamo che nei campi ci si svegliava all’alba, per cui pranzare o far colazione a metà mattinata era d’abitudine, sia pure per seguire i ritmi del lavoro.

Si mangiava ancora con le mani, con le tre dita della destra, talvolta con un cucchiaio e dei coltelli, sebbene l’ospite poteva portarsi questi ultimi con sé; la forchetta comparve solo agli inizi del XIV secolo. Agli invitati d’onore, nei banchetti dei nobili, i servi del padrone di casa porgevano dei vassoi per lavarsi le mani e dei tovaglioli per asciugarsele, prima e dopo i pasti.

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A differenza che nelle famiglie benestanti, dove i servitori provvedevano alle portate con un certo rituale, accompagnati da trincianti coppieri musici e via dicendo, nelle case dei contadini e dei meno abbienti, erano le mogli o le donne in generale a portare a tavola i cibi.

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Nei monasteri e nei conventi, i pasti, regolati dalle preghiere, erano consumati in silenzio, ed era d’uso servirsi delle gesta delle mani per comunicare.

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Un video che ci introduce nei banchetti rinascimentali:

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