Gaspare Armato

Gaspare Armato è blogger dal 2005, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, si dedica a divulgare aspetti, temi, curiosità principalmente della Storia Moderna, con escursioni nei secoli e negli argomenti attinenti. Maggiori informazioni su di lui »»qua, per iscriversi alla Newsletter e restare in contatto »»qua.

May 272015
 
Famiglia di contadini, Le Nain, 1640 ca.

Famiglia di contadini, Le Nain, 1640 ca.

Con la Rivoluzione industriale del Settecento si ebbe una serie di fenomeni sociali che interessarono non solo l’Inghilterra del tempo, ma anche, successivamente, buona parte dell’Europa. Cominciarono a declinare poco a poco le vecchie “consuetudini” che reggevano i rapporti fra gli uomini, quei comportamenti che Francesco Bacone diceva essere inerti, provocati e abituali (»»qua), e che, per migliorare, era necessario iniziare a cambiare la mentalità di un giovane fin dalla tenera età.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie e la conseguente forte domanda di manodopera favorì una certa migrazione dalle campagne verso le città o i luoghi di produzione di massa, sconvolgendo e perdendosi, in tal modo, usi e costumi che legavano la memoria storica delle famiglie. Non più, per esempio fra gli agricoltori, una donzella veniva educata nelle obbligazioni domestiche dalla mamma e/o dalla nonna, o il figlio nei lavori dei campi dal padre e/o nonno o dai vicini. Presero così forma le prime specializzazioni che caratterizzeranno l’epoca.

La trasmissione orale iniziava la sua decadenza, quella comunicazione piena di esempi, aneddoti, racconti che provenivano da lontano e reggevano le abitudini di determinati gruppi sociali. Libri libelli fogli e opuscoli prendevano il sopravvento sulla voce trasmettendo nuovi modelli di convivenza, di relazione, che talvolta arrivavano da lontano.

Fin dai primi decenni delle innovazioni tecniche, le nuove generazioni avranno sempre meno legami di apprendimento dalle vecchie, si scioglieranno quei vincoli comunicativi che li tenevano dipendenti. Una legittimazione del quotidiano, tradizioni fatti di gesta e parole non scritte relegate e accettate dalla memoria collettiva, una lenta accumulazione di tacite leggi, spesso diverse da regione a regione, che tentano ora resistere alle accelerazioni del progresso.

Industria e ozio, William Hogarth, XVIII sec.

Industria e ozio, William Hogarth, XVIII sec.

Il riconoscimento delle usanze un tempo era diritto richiesto e privo di discussione, motivo per cui bastava un piccolo cambio per impugnare i giustificanti della tradizione. Pensiamo solo quando nel 1718 i negozianti di tessuti del sud-ovest dell’Inghilterra tentarono allungare i pezzi di stoffa di mezza yard (457 cm.), i tessitori si ribellarono dicendo che era “contrario al diritto, all’uso e alla consuetudine da tempo immemorabile” (1). E tali implicite abitudini erano perpetuate nei ricordi testimoniati dagli anziani, di coloro i quali erano tramite fra l’ieri e il presente.

Non di rado, la cultura conservatrice del popolo resiste, nel nome della consuetudine, alle razionalizzazioni e alle innovazioni economiche (come recintare le terre, la disciplina del lavoro, i mercati di grano «libero» e non disciplinato) che cercano di imporre i governanti, i mercanti o datori di lavoro. L’innovazione è più evidente nell’alto della società che nei suoi strati inferiori.” (2)

La pressione riformista che veniva dall’alto e dai repentini cambi economici della Rivoluzione industriale dunque incontrerà una resistenza dura da sconfiggere, catene ancestrali perpetuate, rafforzate e legittimate dal timbro consuetudinario dei secoli, quello status quo difficile da combattere e lasciarsi alle spalle, un gioco a carattere europeo che, se sconvolto, era visto dal popolo come una violenta espropriazione dei loro diritti, quei diritti acquistati e conquistati gradualmente. Un cammino storico in cui le nuove esigenze dettate dal tempo e le antiche tradizioni culturali coesisteranno tuttavia per lungo tempo.

Le vecchie usanze che ancora esistono negli oscuri anfratti e angoli della nostra patria, o che sono sopravvissuti alla marcia del progresso nella nostra vita frenetica della città.” (3)

scriveva il reverendo Peter Hempson Ditchfield nel 1896.

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– 1. Edward Palmer Thompson, Costumbres en comun, ed. Grijalbo-Mondadori sa, Barcelona, 1995, pag. 17.
– 2. E. P. Thompson, op. cit., pag. 22.
– 3. Peter Hempson Ditchfield, Old English Customs Extant at the Present Time, George Redway, London,1896, Preface pag. V.

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May 232015
 
Planisfero di Battista Agnese, 1544, con la rotta del viaggio di Ferdinando Magellano

Planisfero di Battista Agnese, 1544, con la rotta del viaggio di Ferdinando Magellano

Avevano lasciato il Muelle de las Mulas, un po’ più al sud della Torre dell’Oro, nel fiume spagnolo Guadalquivir, il 10 agosto 1519, scendendo lentamente verso Sanlucar de Barrameda per mettersi definitivamente nell’Oceano Atlantico.

Erano cinque navi, Trinidad, San Antonio, Concepción, Victoria, Santiago, partite da Siviglia al comando di Ferdinando Magellano (1480-1521) e poi, alla morte di questi, da Juan Sebastián Elcano (1486/87-1526). Li accompagnava un italiano di Vicenza, Antonio Pigafetta (1492 ca.-1531), diventato famoso per aver descritto minuziosamente quel lungo viaggio nel suo Relazione del primo viaggio intorno al mondo.

Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle Undecimila vergine uno stretto, el capo del quale chiamammo Capo de le undece mila Vergine, per grandissimo miracolo. Questo stretto è longo cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo più o manco de mezza lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar Pacifico, circondato da montagne altissime caricate de neve.” (1)

Finanziata dalla corona spagnola, all’epoca di Carlo V quasi al culmine della sua gloria e potenza mondiale, la spedizione, la prima circumnavigazione del globo, partita con 234 uomini, sarebbe tornata in patria il 6 settembre 1522 con una sola nave ad aver raggiunto il proposito (2), la Victoria, e 18 superstiti, fra cui Elcano – Magellano era stato ucciso dagli indigeni nell’isola di Mactan, nelle Filippine, nel 1521.

Di seguito un video in cui il prof. Alessandro Barbero ci parla di quell’esperienza.

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– 1. Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo.
– 2. La Trinidad non completò il giro, rientrerà in Spagna nel 1525.

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May 182015
 

pàprica (o pàprika) s. f. [dal serbocr. (ma anche ungh. e ted.) paprika, propr. «peperone», der. di papar «pepe» che risale al lat. piper «pepe»]. – Polvere di colore rosso vivo, ricavata da alcune varietà di peperone, leggermente piccante o fortemente acre a seconda che si utilizzino i pericarpi e i semi lavati in acqua, oppure il frutto intero con i semi non lavati; è detta anche pepe rosso, pimento rosso, capsico”:

così recita il vocabolario Treccani alla voce paprica. Ma andiamo con ordine.

Mercato centrale di Budapest

Mercato centrale di Budapest (foto G. Armato)

Sicuramente Cristoforo Colombo non avrebbe mai immaginato che i prodotti vegetali caricati nelle stive dei suoi vascelli nelle terre americane da lui raggiunte a fine Quattrocento avrebbero cambiato nel lungo periodo le abitudini alimentari di mezzo continente europeo, anzi di mezzo mondo (»»vedi qua). Uno di questi è il capsicum di cui accennava nel suo diario a metà gennaio del 1493. Pianticella da secoli conosciuta dagli indigeni del Messico e del Perù, sarà una delle prime specie vegetali introdotte nell’impero spagnolo, un impero che, ricordiamolo, prima con Carlo V e poi con Filippo II comprenderà peraltro le lontane terre asiatiche.

In breve il capsicum si diffuse in tutti questi paesi col nome di pimiento, peperone, spagnolino, paprika. Con l’unione delle corone di Spagna e di Portogallo sotto Filippo II le Molucche del Nord, dove a Cebù morì Magellano, divennero Filippine, ed il piccante e clorato vegetale invase l’Asia fino alle vette dell’Himalaia.” (1)

E giacché la Storia è una grande ragnatela che tutto copre e tutto collega, basta andar per il mercato centrale di Budapest per vedere assaporare e comprare il risultato di quell’avventura del nostro genovese: la paprica. Passeggiando per i lunghi corridoi del Nagyvásárcsarnok, edificio dalla possente struttura principale in ferro della fine dell’800, ci si imbatte in decine e decine di locali che la offrono nei più disparati sapori, da piccante a meno piccante, a dolce e ancor più dolce, insomma per tutti i palati.

Eppure la storiella è tuttavia più curiosa.

Paprica nel mercato centrale di Budapest

Paprica nel mercato centrale di Budapest (foto G. Armato)

Quantunque fosse dunque presente in Spagna già dai primi del ‘500, coltivata localmente nella provincia di Murcia e Cáceres, furono i turchi, probabilmente prendendola in India – giunta, come letto, dalle nuove terre americane -, a portarla durante la loro avanzata del XVI-XVII sec. verso il centro Europa, conosciuta in Ungheria nel 1569 (»»qua), a Buda, ma solo nel XIX secolo diventata famosa e di uso comune. I turchi la adoperavano sia come alimento, sia come medicina contro febbre e malaria.

Il peperoncino fu, ed è, specie che si adattò molto bene al clima mite continentale ungherese, pianta di facile riproduzione che si propagò in modo davvero veloce per le varie regioni del sud a partire dalla fine del Settecento inizi dell’Ottocento, considerando che un ben noto chef francese, Georges Auguste Escoffier (1846-1935), fu colui che nel 1879 introdusse la paprica ungherese nella cucina occidentale, avendola comprata a Szeged (Seghedino). Due i piatti da lui proposti nel Casinò di Montecarlo: Poulet au Paprika, Gulyás Hongroise (»»qua le ricette di Escoffier).

Motivo per cui l’Ungheria si convertì in paese produttore ed esportatore di paprika, ingrediente principale di uno dei loro piatti più famosi, il gulasch. Basta altresì ricordare la cittadina di Kalocsa a poco meno di 130 km. al sud di Budapest con il suo museo dedicato proprio alla paprika.

Adesso non ci resta che preparare un buon piatto di Gulasch:

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– 1. Giovanni Rebora, La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucine, ed. Laterza, Roma-Bari, 2011, Kindle pos. 1364-1374.

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May 132015
 

I giochi evolutivi dell’essere umano hanno prodotto materiali che sono serviti al suo continuum storico su questa Terra, necessità tecniche che sono cambiate con il trascorso dei secoli.

Romance Papyrus, papiro greco miniato del I-II secolo (da BNF)

Romance Papyrus, papiro greco miniato del I-II secolo (da BNF)

Intorno al 3000-3500 a.C. in Egitto venne impiegato il Cyperus papyrus, una pianta palustre, per preparare un qualcosa di simile a ciò che oggi conosciamo come carta. Gli steli di quella bella specie botanica, tagliati longitudinalmente e disposti uno accanto all’altro, formavano una fine superficie su cui, dopo essersi seccata, si poteva scrivere. Per rendere più robusto e omogeneo il rotolo, si sovrapponeva al primo strato un secondo in modo trasversale.

Col tempo si scoprì la pergamena, fatta di pelli di animali, materiale ben resistente che costituì il prodotto più adoperato per vari secoli.

Le prime notizie sulla carta ci vengono dalla Cina nel II sec. a.C., quando un eunuco, un tale Ts’ai Lum, della corte cinese dell’imperatore Ho Ti, la produsse per la prima volta ricavandola – non solo – dalla corteccia di una pianta tipica di quelle zone, la Brussonetia papyrifera, coltivata oggi in Italia per scopi ornamentali.

Fu Marco Polo che ci parla, in un brano del suo famoso libro Il Milione, della carta, citando l’abilità dei cinesi nella sua lavorazione e fabbricazione.

Per molti anni la tecnica fu mantenuta segreta fino a quando si diffuse intorno al 610 dapprima in Corea e poi in Giappone, per passare verso il 750 in Asia centrale. Da lì, gli arabi, avendone imparato i segreti, la portano con loro nella conquista della Spagna, dove iniziarono a produrla intorno il 1150 a Xativa, cittadina vicino Valencia. Raccontano poeti e scrittori locali che si vedevano in quelle zone vaste aree di terra piene di fiori azzurri di lino, giacché si adoperavano gli stracci di lino per la sua lavorazione.

Lettera della Contessa Adelasia del Vasto, XII sec.

Lettera della Contessa Adelasia del Vasto, XII sec.

Un altro percorso dice che la carta giunse da Tunisi a Palermo e da qui si portò la tecnica di lavorazione a Fabriano. Una delle prime testimonianze di scrittura su carta sembra essere stata la lettera del 1109 di Adelasia del Vasto, nota anche come Adelasia degli Aleramici (1074-1118), contessa di Sicilia e terza moglie di Ruggero I di Sicilia, lettera scritta in greco e arabo.

La prima cartiera italiana sembra essere stata a Bologna, nel XII sec., mentre quella di Amalfi è datata 1220. Vari documenti attestano che già nel 1283 a Fabriano si produceva la migliore carta d’Italia, esportandosi in tutta Europa. Addirittura, raccontano i fatti, alcuni nostri maestri cartai si stabilirono in varie città europee per produrla.

Interessante le citazioni che il fiorentino Cennino Cennini (1370-1440) fa sulla carta nel suo “Libro dell’arte” dei primi anni del XV sec., parlando fra l’altro di carta lucida, carta tinta carta pecorina carta bambagina (vedi »»»qua).

Dopo varie alterne vicende, crisi, periodi di peste, guerre, resistenze alla sua diffusione perché conoscenze di provenienza arabo-giudaica, eccoci nel XV secolo con l’introduzione dei caratteri mobili gutenberghiani e una maggiore richiesta di carta, un materiale ancora caro, certamente sempre meno che la pergamena.

Furono i fratelli ed editori britannici Henry e Sealy Fourdrinier che, nel 1803, migliorando la macchina inventata dal francese Nicholas-Louis Robert nel 1798, diffusero maggiormente l’uso della carta, fabbricandola in modo industriale e abbattendone i costi.

Da allora lo sviluppo delle tecnologie ha permesso di produrre carta di tutti i tipi e in modo relativamente economico.

Ma oggi, con l’introduzione di internet, che valore ha quel pregiato materiale che per secoli permise la diffusione della cultura? Fra 70-100 anni si stamperanno ancora libri riviste quotidiani così come li conosciamo oggi?

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May 072015
 
Il Danubio visto dal Ponte delle Catene, Budapest

Il Danubio visto dal Ponte delle Catene, Budapest

Il Danubio è spesso avvolto da un alone simbolico antitedesco, è il fiume lungo il quale s’incontrano, s’incrociano e si mescolano genti diverse, anziché essere, come il Reno, un mitico custode della purezza della stirpe. È il fiume di Vienna, di Bratislava, di Budapest, di Belgrado, della Dacia, il nastro che attraversa e cinge, come l’Oceano cingeva il mondo greco, l’Austria absburgica, della quale il mito e l’ideologia hanno fatto il simbolo di una koinè plurima e sovrannazionale, l’impero il cui sovrano si rivolgeva «ai miei popoli» e il cui inno veniva cantato in undici lingue diverse. Il Danubio è la Mitteleuropa tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica, polemicamente contrapposta al Reich germanico, un’ecumene «hinternazionale», come la celebrava a Praga Johannes Urzidil, un mondo «dietro le nazioni».” (1)

Un gioco di destini, quello delle acque del Danubio, le cui radici succhiano linfa vitale da millenni di Storia, almeno dai Celti nel I sec. a.C. e poi dai Romani, un continuum che appartiene vuoi all’Europa dell’Est come dell’Ovest, vuoi del Nord come del Sud, e in cui palpitavano e palpitano ancora le più disparate culture, dalla magiara a quella tedesca a quella ebrea a quella rumena…

E allora il Ponte delle Catene di Budapest, ovvero il Széchenyi Lánchíd, potrebbe rappresentare una mano tesa verso un florido futuro cui l’Ungheria sembra lentamente spingersi dopo l’entrata nell’Unione europea nel maggio 2004.

Acque, dunque, in cui due possenti archi-piloni in stile neoclassico sorreggono uno dei ponti più famosi della nazione, ponte che collega comodamente Buda a Pest. Comodamente sì, ché una volta c’erano ben poche vie di comunicazione fra le due rive, attraversando, le persone, in estate in barche o in chiatte, in inverno camminando, quando possibile, sul ghiaccio.

Ponte delle Catene, Budapest.

Ponte delle Catene, Budapest.

Ne fu testimone un conte, il politico e scrittore István Széchenyi (1791-1860), ostacolato nel 1820 a passare dall’altra parte in modo urgente per assistere ai funerali del padre. Problema che lo spinse a costituire una fondazione per finanziare le opere per la costruzione di un ponte permanente i cui lavori, dopo incertezze e pareri sfavorevoli, iniziarono nel 1839.

Alla testa di centinaia di operai, fra cui alcuni specializzati venuti anche dalla Gran Bretagna, lo scozzese Adam Clark (1811-1866) supervisionò il progetto dell’ingegnere inglese William Tierney Clark (1783-1852), che aveva già alle spalle l’esperienza del Marlow Bridge (1832). Un elegante ponte sospeso che avrebbe fatto rimanere tutti meravigliati la cui campata centrale avrebbe misurato ben 202 m., la più lunga dell’epoca.

L’inaugurazione avvenne il 21 novembre del 1849, dopo dieci anni di fatiche e di lotte. Lo stesso Adam Clark salvò per ben due volte la sua distruzione, una prima durante la rivoluzione del 1849 da un generale austriaco, la seconda da un generale ungherese che aveva ordinato abbatterlo dopo la ritirata delle sue truppe.

Ma il vero colpo di grazia fu dato nel gennaio del 1945, minato, insieme agli altri ponti sul Danubio, dalle truppe tedesche che non riuscivano a tener testa all’avanzata russa. Stavolta buona parte delle strutture caddero, il Széchenyi Lánchíd si sedeva ferito sulle tristi acque del suo amato fiume.

Fu infine ricostruito e inaugurato il 21 novembre 1949. Lungo quasi 380 metri, è sostenuto da catene fissate a due massicci piloni che s’innalzano per circa 50 metri, ornati da 4 statue di leoni, scolpite da János Marschalkò (1818-1877).

I leoni del Ponte delle Catene, Budapest

I leoni del Ponte delle Catene, Budapest

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– 1. Claudio Magris, Danubio, Garzanti, Milano, 2006.

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May 032015
 

Nei giochi della storia a volte ci si imbatte in falsi miti, dicerie, che vengono da ben lontano e che vagliati alla luce delle fonti si scoprono prive di attendibilità, credenze passate di bocca in bocca di libro in libro di autore in autore che hanno acquistato, ingiustamente, il timbro di “verità”.

Nel seguente video il prof. Alessandro Barbero ci parla di tre “invenzioni storiche” – i terrori dell’Anno Mille, lo ius primae noctis, l’idea che la terra era piatta – che per secoli si sono creduti esser veri, tre “inesattezze” che hanno pur sempre una loro importanza storica.

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Apr 262015
 
Selinunte, Tempio dedicato a Hera

Selinunte, Tempio dedicato a Hera (foto ©G. Armato)

Fra disagi e disavventure, nel suo peregrinare per la Sicilia, un giorno del 1551, il saccense fraticello domenicano Tommaso Fazello (1498-1570) si imbatté in colossi di pietra e imponenti costruzioni distrutte che descrisse nel suo “De Rebus Siculis” pubblicato a Palermo nel 1558, testimonianza scritta in latino che raccoglie la storia dell’isola dalle mitiche origini fino al XVI sec., un’opera storico-geografica di degna nota.

«Dentro le sue mura [di Selinunte] si vedono due templi non tanto grandi, uno ha colonne scanalate, l’altro invece lisce, e non è ben certo se sia stato un tempio o la casa del pretore. In essa si vede anche una rocca che incombe sul mare e che, sebbene sia stesa a terra, tuttavia ha rovine di grandi proporzioni e un arco ancora in piedi. Si vedono, poi, rovine sparse in tutta la città per molti iugeri e si cammina su fondamenta, strutture, e resti di case che occupano quasi ogni sua parte» (1)

La scoperta del nostro monaco siciliano fu base di partenza, nei secoli successivi, per ulteriori peregrinazioni specialmente dal XVII-XVIII secolo in poi, quella moda del Grand Tour che prese animo e corpo di artisti letterati aristocratici europei. Ecco allora giungere a Selinunte Jacques-Philippe D’Orville (1696-1751), Richard Henry Payne Knight (1750-1824), Jean-Pierre Louis Laurent Houël (1735-1813), Jean-Claude-Richard de Saint-Non (1727-1791), Johann Hermann von Riedesel (1740-1785), e tanti altri ancora, un viavai di persone che procurò una certa fama alla remota località. E non dimentichiamo il frontespizio del libro di Jakob Philipp Hackert (1737-1807), Vues de la Sicilie, dedicato proprio a Selinunte, libro pubblicato a Roma nel 1782.

Scriveva Jean-Pierre-Laurent Houël nel 1777 sec.:

Dovevo recarmi a Selinunte: presi informazioni necessarie su tutto quanto concerne questa città fiorente un tempo e oggi completamente in rovina. Se ne scorgono facilmente i resti a sud di Castel Vetrano. Me li fecero osservare dai confini di una ricca campagna coperta di colture di ogni genere e soprattutto di alberi da frutta, che affascinavano lo sguardo per la varietà delle forme e dei colori. Il mare chiude maestosamente la prospettiva. Sulla riva si sgorgono le colonne di un tempio, il più grande dell’antica Selinunte, che dominano tutto ciò che circonda. La gente del paese le chiama Pilieri giganti, le colonne dei giganti, per la loro smisurata grandezza.” (2)

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1782-1787

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1777

Sono passati oltre 2600 anni e i templi di Selinunte tuttora affascinano i nostri sensi e ci rapiscono in una meravigliosa estasi, portandoci a sognare a occhi aperti e restare di stucco davanti quell’immane laboriosità costruttiva dei nostri antenati.

Selinunte (Σελινοΰς), secondo alcune fonti fondata intorno al 650 a. C. da coloni di Megara Hyblaea, un insediamento greco vicino Siracusa, si sporge sul mar Mediterraneo nella Sicilia sud-occidentale. Nei circa 240 anni di vita, fu una potente città di oltre 80.000 abitanti, con una propria zecca – coniando monete dal 550-530 a.C. – e con un florido commercio, specialmente con i Punici che vivevano nella parte più occidentale dell’isola. Prese il nome da Sèlìnus, l’endemico prezzemolo selvatico che cresceva spontaneo in quelle zone, vicino il fiume Modione.

Sull’Acropoli si costruirono vari templi ed edifici destinati al culto: il tempio D e accanto quello C, quest’ultimo della prima metà del VI sec. a.C., poi uno più piccolo B di epoca ellenistica, forse dedicato a Empedocle di Agrigento. Poi ancora i templi A e O, forse quest’ultimo con sei colonne da un lato e quattordici dall’altro, vicinissimi i due e molto simili.

 Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Ma l’opera dei selinuntini non finì qua: sulla collina orientale altri tre luoghi destinati alla devozione, E, F ed infine quello – sembra – dedicato a Giove, G, uno dei più grandi dell’antichità classica con ben 110 m. di lunghezza e 50 m. di larghezza, e colonne alte circa 17 m., con un’altezza totale che sfiorava i 30 metri. Colossale opera, forse iniziata nel 530 a.C., mai portata a fine, poiché la distruzione della città avvenne prima.

Gli archeologi dicono che dovrebbe esistere un altro tempio, non ancora individuato, e che avrebbe dovuto essere il primo e il più vecchio, edificato dai coloni megaresi. Il mistero resta, non si sa con certezza a quali divinità fossero stati dedicati, a parte il tempio E che grazie a un’iscrizione sappiamo fu consacrato alla dea Hera. La facciata principale degli edifici era sempre rivolta ad oriente, al sorgere del sole, dove il viso del dio doveva guardare.

Il materiale da costruzione proveniva dalle cosiddette Cave di Cusa, oggi nei pressi della cittadina di Campobello di Mazara, a circa 13 km. da Selinunte.

L’area, una volta conquistata dai Cartaginesi, fu ripopolata con piccole case fatte con i ruderi esistenti in loco, ed elementari e basici luoghi sacri fra quartiere e quartiere. Poderoso era il sistema difensivo con alte mura erette poco prima della caduta della città. L’intera zona fu poi assoggettata dai romani.

Poco resta della gloria di quei tempi, la distruzione totale avvenne peraltro tramite un violentissimo terremoto, X-XI sec., che abbatté i monumenti. Eppure ancora oggi chi visita Selinunte viene dolcemente rapito dai cinque sensi, dai florali profumi primaverili, dal vento che accarezza la pelle, dai suoni che si ascoltano a occhi chiusi fra le rovine, dal tatto nello sfiorare una tuttavia presente classicità, dal gusto di quel sedano che diede nome alla città. Non c’è pietra che non racconti storie, non c’è metopa che non parli di un mito, non c’è colonna che non abbia l’impronta di un uomo che con il suo sudore ci ha lasciato una testimonianza di cui dobbiamo andar fieri.

Ma Selinunte non è nostra, Selinunte è dell’intera Umanità che dovrebbe custodirla gelosamente.

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– 1. Tommaso Fazello, De rebus Siculis, Panormi, 1558, ed. Storia di Sicilia, 1990, vol. I lib. I, pp. 326-327.
– 2. Jean-Pierre-Laurent Houël, Il viaggio in Sicilia, Edizioni di storia e studi sociali, 2013, pag. 25.

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Apr 202015
 

di Ivana Palomba

“… Il a travaillé, il a travaillé pour le roi de Prusse…”

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Oggi certamente la locuzione “lavorare per il re di Prussia” è entrata nel dimenticatoio per quel regno di Prussia disperso nelle nebbie del passato. Un regno che costituiva circa i due terzi dell’Impero tedesco e che durò dal 1701, quando fu creato, fino alla fine della prima guerra mondiale.

Il modo di dire, il cui significato è darsi da fare inutilmente, a proprio danno o, peggio, a vantaggio della parte avversa, quindi risente dell’usura del tempo che ne vanifica l’efficacia nel contesto di un discorso.

Come per tanti modi di dire, ci sono molte ipotesi interpretative circa la sua origine.

Alcuni la fanno risalire a Voltaire che nel 1750 trovò rifugio presso Federico Il Grande (1712-1786), re di Prussia, che amava circondarsi da filosofi.

Nel suo “buen retiro” Voltaire si diede a combinare molti affari dubbi, quali commercio di diamanti, transazioni illegali e altro. Ciò fu senz’altro causa della rottura fra il re ed il filosofo che per tutta risposta coniò la frase.

Atri, al fatto che Federico II avesse ereditato dal padre una certa avarizia e non solo avesse un’abitudine tutta speciale di pagare il soldo alle sue truppe: egli saldava trenta giorni per mese, lucrando così un giorno per tutti quei mesi che erano di 31, ma addirittura cercava tutte le scappatoie per non pagare. Si racconta infatti che nel 1744 desiderando conquistare la Slesia volle assicurarsi la neutralità della Russia promettendo a un certo Bestoujef, che esercitava una forte influenza sullo zar, 40.000 fiorini. Certo della neutralità russa, Federico fa la sua guerra vincendola ma dilazionando giorno dopo giorno il pagamento dovuto. E quando Bestoujef stanco di aspettare reclamò il dovuto, Federico si finse stupito che la Russia avesse potuto vendere la sua neutralità, per cui Bestoujef diceva a tutti di aver lavorato per il re di Prussia.

Ma le linee interpretative più seguite sono quelle sottese ad eventi bellici. La prima si rifà al trattato di Aix La Chapelle del 18 ottobre 1748 che mette fine alla guerra di Successione Austriaca. La guerra, durata otto anni e che rivelerà il sorgere di una nuova potenza, la Prussia, termina con il relativo successo della Francia che al tavolo dei negoziati non pretende niente. Infatti vengono restituiti all’Austria i territori conquistati come pure la Savoia e la contea di Nizza e viene riconosciuto al marito di Maria Teresa di Habsbourg il diritto alla corona imperiale, mentre Federico II riesce ad annettersi la Slesia senza alcuna giustificazione. Quindi Il re prussiano sembra essere il solo ad aver guadagnato dalla guerra e da ciò sarebbe nata l’espressione “travailler pour le roi de Prussie”.

Carlo di Rohan-Soubise

Carlo di Rohan-Soubise

La seconda riguarda una battaglia nel contesto della guerra dei Sette anni. Secondo Enrico Fumagalli (1863–1939), bibliografo, bibliotecario, e storico italiano, il tutto nasce da una frase di un popolarissimo ritornello di una canzonetta satirica che si cantava a Parigi contro il maresciallo di Francia Charles de Rohan principe di Soubise (1715–1787) che subì, contro ogni previsione, una disastrosa sconfitta ad opera di Federico II, il 5 novembre 1757 nella battaglia di Rossbach, paese della Sassonia.

All’esercito del re Federico II di Prussia forte di soli 21.000 uomini si oppongono le truppe franco-imperiali composte da circa 27.000 comandati dal principe di Sassonia Hildburghausen e 36.000 francesi diretti da Soubise.

In sole due ore di battaglia e nonostante il significativo vantaggio numerico, l’esercito franco-imperiale comandato dal principe de Soubise, fu sconfitto con una perdita di 7000 uomini contro i 1056 di Federico.

“La sconfitta si deve alla sagacità di Federico, che ha sorpreso il nemico in una marcia di fianco, ed ha attaccato la testa delle colonne in condizioni da non permettere loro lo spiegamento. Bello fu il movimento per girare il fianco del nemico, e saggiamente combinati gli attacchi di fianco”. (1)

Sconfitta che fu sì dovuta alla sagacia di Federico II ma anche alla conoscenza dei luoghi nonché alla stesura di perfetti piani minuziosi, mentre Soubise sembrava non li avesse affatto.

Il risultato di Rossbach fu prodigioso. Voltaire disse che il nazionalismo tedesco era nato quel giorno, cambiando il destino della Germania. (2)

Ovviamente una tale disfatta fece del maresciallo di Soubise un vero e proprio capro espiatorio in patria e fu l’occasione per dileggiarlo con beffe e caustici libelli: «Soubise dit, la lanterne à la main, J’ai beau chercher, où diable est mon armée?….» (3) (libera trad.: Soubise dice con la lanterna in mano, ho un bel cercar dove diavolo è la mia armata?)

© Ivana Palomba

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– 1. Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868, pag. 453.
– 2. Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007, pag. 191.
– 3. Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.

Bibliografia:

– Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868.
– Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha, Zanichelli, 1992.
– Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.
– Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007.
– Pierre Gaxotte, Federico II re di Prussia, De Agostini, 1972.

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Apr 142015
 
Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Grande incidenza hanno avuto i caffè, intesi come locali sociali, nell’Inghilterra del XVII sec., aiutando a modificare quella cultura nazionale che in pochi decenni avrebbe trasformato la nazione. Caffè, prodotto che ai primi del secolo in questione era bene di lusso e riservato a pochi, novità esotica che avrebbe conquistato un ruolo di primo piano, a tal punto che Thomas Rugg affermava esserci una bevanda turca, chiamata caffè, che si vendeva in tutte le strade della città (1). Verso il 1670, e maggiormente verso la fine del Seicento, i caffè erano così diffusi che per un penny era possibile bersene una tazza comodamente seduti, fumando e leggendo un periodico.

Per lo storico Brian Cowan, i caffè inglesi erano:

“… luoghi dove le persone si riunivano per bere un caffè, apprendere la notizia del giorno, e magari per incontrarsi con altri residenti locali e discutere questioni di reciproco interesse.” (2)

Tali ambienti esistevano già nel XVI sec. a Damasco, al Cairo, a Bagdad, esistevano altresì a Istanbul, a Smirne, e sembra esser stati i commercianti europei che trafficavano con l’impero ottomano ad importare l’idea del locale e l’usanza di berlo. In effetti, un ebreo di nome Jacob pare avesse aperto la prima caffetteria a Oxford nel 1650, chiamandola Angel, in cui si riunivano gli studenti universitari che di tutto parlavano fuorché di questioni accademiche (3), mentre a Londra precursori dicono esser stati due commercianti inglesi, Rastall e Daniel Edwards un paio di anni dopo (4) (»»qua una versione complementare e leggermente diversa).

Cosicché tale costume si diffuse in maniera abbastanza veloce, da Londra prese la via per andare vuoi nelle medie città come nei piccoli villaggi, lo ritroviamo finanche nelle realtà locali manifatturiere, vedi Gloucerster, Exter, Kendal, Sheffield, Newcastle, e altri centri, fino a raggiungere i porti, Bristol, Plymouth, Dorchester.

Caffè, Londra, XVII sec.

Caffè, Londra, XVII sec.

Coffeehouse che non erano riservati solo alla nobiltà o ai grandi commercianti, ma a tutti indistintamente, un gioco trasversale che avrebbe favorito ancor più l’arte della conversazione, svolgendo una funzione importante nello sviluppo dei mercati finanziari e dei giornali. Spectator e Tatler sono stati considerati i due più influenti periodici che circolavano nei caffè inglesi.

L’introduzione del caffè nelle abitudini alimentari ha contribuito a creare nuovi modelli di socialità – come le sale da caffè, antenate dei nostri bar – e, migliorando il rendimento psicofisico e la resistenza alla fatica in virtù degli effetti stimolanti della caffeina, ha concorso a modificare sensibilmente il nostro ritmo circadiano.” (5)

Personaggi come Samuel Pepys, Robert Hooke, Dudley Ryder e tanti altri erano soliti frequentarli, luogo in cui intavolavano discussioni, si scambiavano pareri, si informavano, non solo di pettegolezzi, ma anche di politica, questioni sociali, attualità, scienze… e, considerata la diffusione e influenza di questi coffeehouse, il governo li teneva sottocchio (»»qua).

Diversa fu la questione nell’Europa continentale, dove Vienna vide il suo primo caffè intorno al 1683, Amburgo nel 1671, Amsterdam solo a fine XVII sec., mentre a Parigi giunsero negli anni del ’70, dopo il primo a Marsiglia nel 1671, con un vero boom che si vedrà solo nell’Età dell’Illuminismo. Ma i caffè parigini, di cui il siciliano Francesco Procopio Coltelli ne aprì uno, poi famoso, nella rue des Fosses Saint Germain nel 1686, erano ambienti eleganti, con tavoli in marmo specchi e quadri, riservati all’aristocrazia principalmente urbana.

Una palese diversità risulta evidente fra i locali inglesi e quelli francesi, ché mentre i primi invitavano alla discussione di gruppo indipendentemente dallo stato sociale, i secondi erano organizzati in modo da favorire l’intimità, nel circolo di poche scelte persone. Nei primi si potevano incontrare artigiani, commercianti, lord, imbroglioni, marinai, tutti attorno a un grande e lungo tavolo in cui si appoggiavano le riviste e i foglietti dell’epoca, magari accordandosi su un futuro carico di cotone o stringendosi la mano per un affare appena concluso. I caffè francesi del Settecento furono quasi sempre ed esclusivamente a titolo principalmente letterario.

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Negli anni ’70, Andrew Yarranton, ingegnere incaricato di rendere navigabili certi corsi d’acqua, dava discorsi e conferenze proprio in un caffè, parlando per esempio sulla necessità di una banca pubblica. Accadeva dunque, che le caffetterie inglesi erano luoghi per riflettere, dibattere, leggere i quotidiani e i pamphlets, e nello stesso tempo fumare, malignare, giocare, generalmente con un linguaggio educato e civile, non mancando le eventuali liti di tanto in tanto, ogni caffetteria magari si creava una certa clientela unita da un interesse in comune. Nella Jamaica Coffee House, per dare una pista, si riunivano i commercianti delle Indie Occidentali per avere informazioni sul prezzo dello zucchero o degli schiavi.

Quando i politici scoprirono che la divulgazione delle notizie e delle idee in generale era più rapida, efficace e capillare se erano lanciate in tali ambienti, ne approfittarono subito, vedi i whig alla fine del XVII sec. Nello stesso tempo, alcuni di questi furono sede di centri culturali di un certo rilievo, John Dryden e Samuel Butler, fra i tanti, erano soliti frequentare negli anni ‘60 il Will’s Coffehouse di Londra. Letterati, critici, drammaturghi, opinionisti, giornalisti, eruditi, scientifici adoperavano le caffetterie per proporre le proprie idee o le ultime produzioni letterarie. E se accanto c’era un piccolo borghese o un semplice operaio, questi se ne beneficiava.

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– 1. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, Ed. Acantilado, Barcelona, 2013, pag. 133.
– 2. Brian Cowan, The Social Life of Coffee. The Emergence of the British Coffeehouse, Yale University Press, New Haven, 2005, pag. 79.
– 3. Bennett A. Weinberg, Bonnie K. Bealer, Tè, caffè, cioccolata. I mondi della caffeina tra storie e culture, Donzelli, 2009, pag. 171.
– 4. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, op. cit., pag. 137.
– 5. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, ed. Laterza, 2008, kindle pos. 72.

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Apr 072015
 
Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1540-1585, part.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577, part.

La Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze alberga un risultato che qualche autore considera uno dei primi testi antropologici, manoscritti compilati dal frate francescano Bernardino de Sahagún (1499-1590), il cosiddetto “Codice Fiorentino.

Giunto in Messico nel 1529, pochi anni dopo la conquista di quei territori da parte di Hernán Cortés, il missionario spagnolo tentava convertire al cristianesimo la popolazione indigena devota agli dei “pagani”. Eppure il nostro ammirava, in un certo qual modo, i locali, basta leggere nel prologo al Libro I quando affermava essere, questi, “… in materia di cultura e raffinatezza, sono un passo avanti di altre nazioni che presumono di essere molto politica…”, riferendosi al disordine sociale introdotto dagli spagnoli nel corso delle loro conquiste.

Uno dei lavori che ebbe il coraggio di svolgere Bernardino de Rivera fu inoltre comprendere e tradurre la lingua locale, il náhuatl, allo spagnolo. Nacque così la “Historia general de las cosas de nueva España”, un’opera a carattere enciclopedico sulla cultura degli indigeni del Messico centrale, che voleva essere – anche ma non solo – un aiuto agli evangelizzatori che venivano da quelle parti, e testimonianza di un mondo sconosciuto ai più.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

E allora girovagava per i villaggi, si sedeva con i ragazzi e gli anziani e iniziava a giocare, a parlare, a decifrare il loro alfabeto vocabolo dopo vocabolo, frase dopo frase, raccogliendo modi di dire, racconti degli anziani sulla conquista e tanto altro ancora. Dalle immagini che lui proponeva nascevano le parole, trascritte poco a poco con lettere latine. Un lavoro certosino di grande valore altresì etnologico che racconta e cerca di ricostruire una parte della storia che gli “invasori” stavano distruggendo, lavoro che vide la luce ben 30 anni dopo l’inizio, completato sicuramente fra il 1575 e il 1577.

Il codice è organizzato su due colonne, da un lato la lingua degli indigeni, dall’altra lo spagnolo. I 12 libri furono rilegati in 4 volumi, a noi giunti 3, adornati da oltre 2.400 illustrazioni. Per esempio, i primi sei trattano degli aspetti religiosi degli indigeni, il settimo di astronomia, del calendario solare e rituale, altri della loro vita sociale, etc.: un impegno unico nel suo genere.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

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