Gaspare Armato

Blogger dal 2005, nomade per indole, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, Gaspare Armato si dedica a divulgare aspetti noti e meno noti della Storia moderna. Puoi anche seguirlo sui social networks... e non dimenticare scaricare i libri Monografie

Dec 202014
 
Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Accennando all’Umanesimo, al Rinascimento, alle varie coeve scoperte geografiche principalmente portoghesi e spagnole, il prof. Giuseppe Galasso ci spiega le Guerre d’Italia, entrando nel periodo storico moderno, punto di partenza temporale che prepara il terreno al nostro mondo contemporaneo. Una serie di eventi diplomatici e bellici dal 1494 al 1559, dagli accordi talvolta di fragile equilibrio, che vedranno formarsi poco a poco i vari Stati europei, Stati connessi fra loro spesso per legami dinastici, Stati che dipenderanno l’uno dall’altro con una serie di trattati che cercheranno evitare l’egemonia di uno di loro.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina.

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi di Colombo verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

Dec 112014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Rivoluzione scientifica?
  2. In quale secolo dell’Età moderna potremmo dire esser avvenuta una certa Rivoluzione scientifica?
  3. Quali personaggi ebbero una sicura influenza nelle ricerche scientifiche?
  4. Quali furono le istituzioni scientifiche che si fondarono a Parigi e a Londra negli anni ’60 del Seicento?
  5. Rispetto al Medioevo e al primo Rinascimento, che cosa differenzia questa nuova ricerca scientifica?
  6. Nella vita di tutti i giorni, quali saranno i vantaggi pratici?
Attività all'Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

Attività all’Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

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Risposte:

  1. In generale, sono dei periodi in cui, superando antiche consuetudini di ricerca e idee legate a vecchi paradigmi, si aprono altri scenari grazie a nuovi modi di vedere e investigare.
  2. Partendo da metà-fine Cinquecento, sicuramente il Seicento sarà il culmine, età in cui si propose – certamente non solo – l’eliocentrismo copernicano, metà del XVI secolo. Un culmine però cui seguiranno i miglioramenti della Rivoluzione industriale (XVIII sec.), un continuum insomma che viene da molto lontano (»»qua ieri e oggi).
  3. Fra i tanti che misero in discussione il passato e condurre nuove investigazioni ricordiamo Copernico, Tycho Brahe, Galileo Galilei, Keplero, Hans Lippershey, Willebrord van Roijen Snell, Bacone, Pascal, Robert Boyle, Newton, etc. (»»vedi qua).
  4. Delle istituzioni a carattere scientifico, ricordiamo la Royal Society (1660) a Londra e la Académie des Sciences (1666) a Parigi.
  5. Sicuramente il lento distaccarsi dalla magia, dall’occultismo e incamminarsi verso una visione della natura, delle cose, più razionale, basata sull’osservazione, sulla logica, sull’esperimento riproducibile.
  6. Per esempio, il miglioramento di una delle prime macchine a vapore da parte di Thomas Savery che avrà impiego pratico qualche decennio dopo, il cannocchiale ricostruito e potenziato empiricamente da Galileo Galilei, il barometro di Torricelli e via dicendo.
Dec 072014
 
San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

All’epoca ben popolare in Europa, oggi passato in secondo piano, Jacopo Ligozzi (1547-1627) fu un pittore, come si suole dire, a tutto tondo, nel senso che pur interessandosi principalmente di rappresentare flora e fauna, era sempre pronto a soddisfare esigenze di corte, ritratti, temi religiosi, arazzi, arredi, decorazioni, chiamato, fra l’altro a servizio dal Granduca di Toscana Francesco I. Un pittore delicato, preciso, attento ai particolari, che sapeva cogliere con sapienza le esigenze dei committenti. Di lui ricordiamo per esempio San Gerolamo sorretto da un angelo, del 1593, sicuramente la tela più rappresentativa. Di seguito una serie di video.

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Dec 012014
 
Vino Marsala  (da wikipedia)

Vino Marsala (da wikipedia)

di Ivana Palomba

Il Marsala, questo vino siciliano, dolce e forte come la terra da cui origina, che esprime la macchia mediterranea, la salinità del mare, gli agrumi, le erbe officinali ha avuto un ruolo fondamentale, anche se indiretto, nello sbarco dei Mille in Sicilia.

Correva l’anno 1860, l’11 di un maggio gravido di eventi di portata nazionale. Il mitico eroe dei due mondi era partito da Quarto, a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo, con le sue “camicie rosse” alla volta della Sicilia. In un primo momento lo sbarco doveva avvenire a Castellamare del Golfo o Porto Palo, ma Garibaldi (1807-1882) era stato dissuaso dall’amico ed ex ufficiale borbonico Salvatore Castiglia (1819-1895) a causa dei bassi fondali che avrebbero provocato l’arenamento delle navi.

Si era diretto quindi verso Marsala, dove alla fonda nel porto vi erano due navi inglesi: Argus e Intrepid, intente al carico di vino dai magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham. Garibaldi sfruttò l’occasione e mettendosi fra i legni inglesi e la costa fece sbarcare i suoi uomini.

Intanto erano arrivate, anche se in ritardo, le navi borboniche: lo Stromboli, la Partenope ed il Capri, ma il fuoco nemico fu ritardato per le insistenze di Richard Brown Cossins, vice console inglese a Marsala e direttore degli stabilimenti vinicoli Ingham, che ammonì Guglielmo Acton, comandante della corvetta Stromboli, sostenendo che lo avrebbe ritenuto responsabile se il cannoneggiamento avesse danneggiato le vicine proprietà vinicole inglesi.

Ciò diede ampio respiro al generale Garibaldi facilitando il completamento dello sbarco dei garibaldini, e l’Italia fu unificata.

La fama del Marsala nasce invece per merito degli inglesi nel 1773.

John Woodhouse, un commerciante inglese diretto a Mazara del Vallo per un carico di cenere di soda, fu costretto da una tempesta a rifugiarsi col suo brigantino nel porto di Marsala.

La Sicilia era luogo di commercio assai frequentato dagli inglesi che vi acquistavano tonno, sale, miele, olio e alcuni materiali minerali. Woodhouse a Marsala assaggiò il vino locale, il cosiddetto Perpetuum, solare e robusto, invecchiato in botti di rovere dalle quali se ne prelevava un certo quantitativo rimpiazzato da altrettanto vino giovane.

Woodhouse si accorse subito che il Perpetuum assomigliava in maniera strabiliante al Porto, saporoso, dolce e con sentori di resina e ne intuì le grandi potenzialità, infatti se i suoi connazionali erano disposti a sborsare cifre enormi per il Porto, senz’altro avrebbero apprezzato quel vino che, cosa di non poco conto, costava una bazzecola.

Quando il brigantino riprese il mare, oltre alla cenere di soda aveva come carico anche “cinquanta pipes” di 412 litri ciascuna di Marsala e l’astuto commerciante per timore che durante il lungo viaggio il vino si potesse deteriorare, vi aggiunse il 2% di acquavite di vino.

Il vino, inutile dirlo, riscosse grande successo e divenne così famoso che l’ammiraglio Nelson convinse Sua Maestà britannica a rifornire di vino siciliano le navi reali.

Altri commercianti, fra cui Benjamin Ingham, visto il successo commerciale di Woodhouse, si recarono in Sicilia per commerciare il vino aprendo ad altre destinazioni fra cui l’America. Alla sua morte Ingham lasciò tutto al nipote Giuseppe Whitaker, che collezionò grandi premi e riconoscimenti.

Il primo stabilimento tutto italiano fu invece realizzato nel 1832 da Vincenzo Florio, facoltoso armatore, che per poter competere con gli inglesi abbassò i prezzi. La sua flotta navale, nata da una costola della società fondata con Ingham, ben presto monopolizzò il mercato esportando il vino siciliano in tutti i continenti.

Alexandre Dumas raccontò addirittura che un barone tedesco catturato dai briganti ebbe salva la vita perché come ultimo desiderio chiese di bere un bicchiere di Marsala.

Per molto tempo fu chiamato “vino inglese”, ma poi prese il nome di Marsala dalla sua terra d’origine, condividendone la prelibatezza insita nel nome che le diedero gli arabi: Marsa Allah = porto di Dio.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:

– Michela D’Angelo, Mercanti inglesi in Sicilia 1806-1815, A. Giuffrè, Milano 1988.
– AA. VV., Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Harvard College Library, 1863.
– Salvatore Mondini, Il Marsala, Cassone, Casale Monferrato, 1900.

Nov 272014
 
Pierre Corneille all'Hotel de Rambouillet

Pierre Corneille all’Hotel de Rambouillet

Non c’è stato e non c’è movimento rivoluzionario che non abbia avuto la propria genesi nell’incontro-scontro di idee, nei dialoghi, nei dibattiti privati o pubblici, un gioco trasversale che inizia, a volte, nei caffè, nei circoli, nei luoghi meno immaginabili.

Sappiamo bene che le idee illuministe ebbero una certa influenza nelle decisioni seguenti della rivoluzione francese, pensieri sviluppatisi, certamente non solo, nei salotti letterari francesi dell’epoca. Luoghi frequentati dai più disparati personaggi, con i dovuti distinguo:

Nel Settecento inoltre si devono oramai distinguere i salons letterari dalle «conversazioni» o salotti mondani, in base al criterio di una specifica vocazione culturale contrapposta alla mera socialità o «galanteria». Il termine salons del resto è posteriore al dispiegarsi del fenomeno: si usava piuttosto compagnia o cotérie. L’Inghilterra fu caso a parte, con ben pochi luoghi di socialità d’influenza francese; Italia e Germania, Vienna e Berlino ebbero i loro salons, che tuttavia non attinsero mai al primato assoluto dei modelli parigini nella direzione del movimento dei Lumi.” (1)

Salon che si potrebbe far risalire nel 1625, in un certo qual modo, a quello della marchesa di Rambouillet e del suo hotel, poco distante dal palazzo reale del Louvre, là, in quella Parigi poco prima che Luigi XIV assumesse potere assoluto. Salotti che dalla reggenza di Anna d’Austria e Mazzarino si moltiplicarono a vista d’occhio e, quasi sempre, condotti da “dame letterate”. Ecco dunque quello della ricca borghese Madame Geoffrin, il vivace e animato del barone Paul Henri Thiry d’Holbach, forse l’unico salotto parigino promosso da un uomo, quello di Madame de Staël, quello di Marie Anne Doublet, ecc. Mezza Europa ne fu interessata, menzioniamo le conversazioni (»»qua un relativo articolo) avvenute, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, nei salotti berlinesi ebraico-tedeschi di Henriette Herz, figlia di un benestante medico, Rahel Levin Varnhagen, figlia di un ricco gioielliere, e Dorothea Veit, compagna di Friedrich Schlegel, uno dei padri fondatori del romanticismo.

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L'orfano della Cina, 1812

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L’orfano della Cina, 1812

Luoghi di incontri altresì, accettando ricevere una società mista uomini e donne – chiaramente tuttavia elitaria -, spesso forniti di ricche biblioteche a disposizione dei frequentatori, come in Italia:

“[…] biblioteche fruibili da chiunque frequentasse la casa, sono segnalati dai viaggiatori un po’ in tutta Italia, da Napoli a Torino, a Roma, a Milano. Basti solo ricordare, come esempio, la biblioteca ed il salotto, tra Mergellina e Posillipo, dei fratelli di Gennaro a Napoli, luogo di incontro massonico e di dibattiti sulle grandi questioni delle riforme politiche ed economiche del momento. Anche i Berio avevano, a Napoli, una fornita biblioteca e un palazzo sempre aperto alle «dotte conversazioni».” (2)

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

La regia delle discussioni era per lo più relegata alle donne che con sapiente e intelligente intuito riuscivano a moderare e condurre i dibattiti, argomenti di carattere letterario, scientifico, artistico, musicali, a volte frivoli, altre volte politici, una “gestione” non certo semplice, ché accadeva che qualcuno offendesse altrui sentimenti.

Donne che, emancipandosi lentamente e assurgendo più numerose sulla scena pubblica, seppero distinguersi e imporsi, e non solo in Francia. In Italia, a mo’ di semplice nota, ricordiamo:

Nella prima metà del Settecento, avevano animato le conversazioni dei salotti napoletani qualificate presenze femminili, come Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone. […] Queste donne, che parlavano e scrivevano correttamente in almeno una lingua straniera, potevano in genere vantare la traduzione in italiano di note opere scientifiche.” (3)

In poche parole, non è da sottovalutare l’influenza che i salotti ebbero nello sviluppo storico del tempo e di quelli che seguirono (»»qua un articolo conversare ieri e oggi): concetti e argomenti dibattuti dentro quattro mura uscivano fuori per esser messi in pratica e coinvolgere gli avvenimenti. E nello stesso tempo è d’annotare l’azione di quelle donne che difendevano e propagandavano i nuovi ideali, una lenta rottura con l’Ancien Régime che vedrà sorgere, poco a poco, il mondo a noi contemporaneo.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Non si può certamente racchiudere in un breve articolo come questo il fenomeno “salon”, un fenomeno che interessò e prese piede in mezzo continente, oltrepassando l’oceano e raggiungendo i nascenti Stati americani. Abbiamo solo voluto dar vetrina a un “costume”, un “abito” che sarebbe interessante poter riportare in vita, magari coinvolgendo un pubblico più ampio che in passato.

Lascio di seguito alcuni testi per approfondire:

- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2006.
– Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi, Milano, 2001.
– Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013.
– Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013.
– Giuseppina Rossi, Salotti letterari in Toscana. I tempi, l’ambiente, i personaggi, ed. Le Lettere, Firenze, 1992.
– a cura di Maria Luisa Betri e Elena Brambilla, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.

*****
– 1. Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013, pag. 54.
– 2. Maria Consiglia Napoli, Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 9.
– 3. Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 251.

Nov 212014
 
Bautizo de judíos conversos

Bautizo de judíos conversos

Il percorso degli ebrei nella Storia è stato un cammino dibattuto, controverso, incerto, doloroso. La prof.ssa Anna Foa, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ne presenta un quadro che va dall’Impero romano al Medioevo all’Età contemporanea passando per la Moderna. Storia di una minoranza che, direttamente o indirettamente, tanta influenza ha avuto nelle decisioni economiche politiche e sociali.

In particolar modo in una Chiesa che, sebbene non li ritenesse eretici, sebbene non sottoposti all’Inquisizione, sembrava “ossessionata” con essi, adottando scelte a volte discutibili, a volte tolleranti, altre volte accettandone la presenza. Basti ricordare la funzione dei ghetti, dal primo veneziano al romano… Fino a raggiungere gli anni della nostra attuale società dove sembrano più o meno integrati nella vita quotidiana.

Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

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Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
Nov 102014
 

Jacques Le GoffLa storia è ricerca della verità, una verità fondata su testimonianze a cui tutti possono attingere per raggiungere gli stessi obiettivi, gli stessi risultati. La storia, insomma, è scienza e come tale bisogna trattarla e investigarla. E il grande medievista francese Jacques Le Goff (1924-2014), che tanto ci ha insegnato e continua a insegnare, ci parla in modo chiaro e semplice di concetti che sono stati, nel trascorso dei secoli, talvolta ambigui talvolta mutevoli, concetti però che hanno bisogno dello sforzo scientifico per essere presentati come veri.

Estraggo brevi brani da un capitolo di un testo, Jacques Le Goff, La storia, pubblicato in formato ebook da Einaudi lo scorso anno, che consiglio leggere con cura per approfondire ulteriormente l’argomento.

La miglior prova che la storia è e dev’essere una scienza è costituita dal fatto che essa ha bisogno di tecniche, di metodi, e che s’insegna. Lucien Febvre, più restrittivamente ha detto: «Qualifico la storia come studio condotto scientificamente e non come scienza» […] I teorici più ortodossi della storia positivista, Langlois e Seignobos, hanno espresso in una formula stringente, che costituisce la professione di fede fondamentale dello storico, ciò che è alla base della scienza storica: «Senza documenti, non vi è storia» […]. La ricerca è in generale il fatto non dello storico stesso, ma di ausiliari che costituiscono le riserve di documenti alle quali lo storico attingerà la propria documentazione: archivi, scavi archeologici, musei, biblioteche, ecc.” (1)

Necessario pertanto un costruttivo dialogo con archeologi, bibliotecari, archivisti in generale, con antropologi, geologi, studiosi dell’arte, filologi, e via dicendo, per analizzare insieme quei documenti pilastri della scienza storica, pilastri talvolta solidi, poco solidi, inesistenti, fratturati, o che bisogna preparare mettendo insieme i più disparati pezzi:

Tuttavia, in una lezione all’università di Strasburgo, lo stesso Fustel aveva dichiarato: «Là dove alla storia mancano i monumenti scritti occorre che essa chieda alle lingue morte i loro segreti, e che nelle loro forme e nelle loro stesse parole indovini il pensiero degli uomini che le hanno parlate. La storia deve scrutare le favole, i miti, i sogni della fantasia, tutte queste vecchie falsità, al di sotto delle quali deve scoprire qualcosa di reale, le credenze umane. Là dove è passato l’uomo, dove ha lasciato qualche impronta della sua vita e della sua intelligenza, là sta la storia» […]” (2)

Lo storico francese Lucien Febvre (1878-1956), coetaneo e amico di Marc Bloch (1886-1944) fondatori, i due, delle Annales d’histoire économique et sociale, rispondendo a Fustel de Coulanges (1830-1889) nel 1949, affermava:

“[…] «La storia si fa, senza dubbio, con documenti scritti. Quando ce n’è. Ma si può fare, si deve fare senza documenti scritti, se non ne esistono. Per mezzo di tutto quello che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per fabbricare il suo miele, in mancanza dei fiori normalmente usati. Quindi, con parole. Con segni. Con paesaggi e con mattoni. Con forme di campi e con erbe cattive. Con ecclissi lunari e con collari da tiro. Con le ricerche su pietre, eseguite da geologi, e con analisi di spade metalliche, compiute da chimici. In una parola, con tutto quello che, essendo proprio dell’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, significa la presenza, l’attività, i gusti e i modi d’essere dell’uomo» […] Anche Marc Bloch [1941-42] aveva dichiarato: «La diversità delle testimonianze storiche è quasi infinita. Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tuto ciò che costruisce e che tocca, può e deve fornire informazioni su di lui».” (3)

Certo, il tutto esaminato con la lente da ingrandimento, quelle lente che aiuta a capire se un documento è vero, veritiero, falso, se quella data testimonianza è prova sicura e certa, per esempio per comprendere la mentalità di un’epoca, così come l’immaginario popolare di una data regione storica.

L’inizio della critica scientifica dei testi viene fatto risalire a Lorenzo Valla, che nella sua De falso credita et ementita Constantini donatione declaratio (1440), scritta su richiesta del re aragonese di Napoli in lotta con la Santa Sede, prova che il testo è un falso poiché la lingua usata non può risalire al IV secolo, ma è datata quattro o cinque secoli dopo: così le pretese del papa sugli Stati della Chiesa, fondate su questa presunta donazione di Costantino a papa Silvestro, si fondavano su un falso carolingio.” (5)

Le Goffe prosegue:

Che si tratti di documenti consapevoli o inconsapevoli (tracce lasciate dagli uomini al di là di ogni volontà di tramandare una testimonianza alla posterità), le condizioni di produzione del documento devono essere minuziosamente studiate.” (4)

*****
– 1. Jacques Le Goff, Storia, Einaudi, Torino, 2013, kindle pos. 1540.
– 2. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 1560.
– 3. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 1560-1570.
– 4. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 1613.
– 5. Jacques Le Goff, op. cit., kindle pos. 16763.

Nov 052014
 
Marco Aime

Marco Aime

La storia è movimento in lato sensu, movimento dei fatti nel tempo, e il tempo, per dirla con lo storico tedesco Reinhart Koselleck (1923-2006), “acquista un carattere dinamico, poiché diventa una forza della storia“. La storia, in poche parole, è movimento nel tempo.

La storia dell’umanità inizia con i piedi… grazie ai piedi ci siamo spostati… e sparpagliati in tutto il pianeta… siamo una specie migrante…” (Marco Aime).

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Nov 022014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Illuminismo?
  2. In quale Paese europeo ebbe inizio e in che secolo?
  3. Chi furono i principali esponenti?
  4. Quale pubblicazione potremmo considerare essere emblema di quel periodo?
  5. Quali sovrani europei abbracciarono tale pensiero filosofico?
  6. Quali conseguenze ebbe l’Illuminismo nella politica europea, e non solo?
  7. In quali ambienti francesi si dibatterono concetti cari all’Illuminismo?
  8. In quali Paesi si diffuse l’Illuminismo?
da sinistra a destra, d'Alembert, Diderot, Kant, Jean-Jacques Rousseau, Voltaire

da sinistra a destra, d’Alembert, Diderot, Kant, Jean-Jacques Rousseau, Voltaire

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Risposte:

  1. Fu un movimento di idee politiche sociali culturali filosofiche che si valeva dell’intelletto per dare risposte all’ignoranza e alla superstizione. La ragione come veicolo per illuminare la mente degli uomini (»»qua uno scritto di Kant).
  2. Sebbene ebbe genesi nell’Inghilterra di fine Seicento primi del Settecento – ricordiamo la figura di John Locke -, la Francia fu il paese in cui principalmente si sviluppò poco prima della metà del XVIII sec.
  3. Potremmo dire esser stati, in Francia, Diderot, D’Alembert, Antoine-Laurent de Lavoisier, Voltaire, Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, e tanti altri (»»qua).
  4. Certamente l’Encyclopédie, volumi stampati fra il 1751 e il 1772, con successivi supplementi e revisioni.
  5. Il sovrano di Prussia Federico II, Giuseppe II d’Austria, Caterina II di Russia, e vari altri.
  6. Alla luce delle nuove idee, si ruppe con un passato legato all’Ancien Régime e alle aristocrazie. La Rivoluzione americana potremmo affermare, in un certo modo, aver avuto semi nell’Illuminismo, così come, sicuramente, quella francese di fine XVIII sec. (»»qua altri spunti).
  7. I salotti letterari del XVIII secolo (»»qua), e, poi, i caffè (»»qua), furono i luoghi dove si incontrarono-scontrarono le nuove idee, avendo avuto una funzione sociale e politica non indifferente.
  8. Partendo dalla Francia, si propagò verso l’Austria, la Russia, la Prussia, l’Italia, in alcuni Paesi più palese in altri meno.
Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

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– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

Oct 192014
 
Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Partendo dalla conquista di Cipro, dettagliando i preliminari nel preparare la flotta cattolica e musulmana, accennando all’accordo voluto da Pio V fra Venezia Spagna e vari altri alleati, il prof. Barbero ci porta nel XVI secolo, in un famoso scontro fra ottomani e Lega Santa: la Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571. Una battaglia che, fermo restando la sua importanza storica, poche conseguenze strategiche ebbe nei mesi successivi. Fu grazie alla stampa dell’epoca, dice Barbero, che restò impressa in breve tempo nella memoria collettiva.

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Oct 132014
 
Autoritratto, Robert Cornelius, 1839

Autoritratto, Robert Cornelius, 1839

Robert Cornelius (1809–1893), di origine olandese, fu uno dei pionieri della fotografia negli Stati Uniti, un ragazzo intraprendente che dalla fotografia passerà a dirigere l’azienda familiare che si dedicava all’illuminazione a gas, lui amante della chimica. Ebbene, questo giovane, che tentava perfezionare il dagherrotipo, sembra esser stato il primo, nell’arte fotografica, a farsi un autoscatto: era il 1839, a Filadelfia, nello stato di Pennsylvania, aveva appena 30 anni.

Spettinato, braccia incrociate, con lo sguardo fisso e serio, aprì le porte alla moda di oggi, quella moda che oramai imperversa in mezzo mondo e che vuole i cosiddetti selfie (»» def. Accademia della Crusca) esser all’ordine del giorno. Non c’è profilo Facebook, Instagram, Twitter, che non abbia almeno un paio di autoscatti, usualmente con il telefonino, in posizioni quanto più insolite ed eccentriche, dal presidente americano Barack Obama, a papa Bergoglio, alla nota cantante colombiana Shakira, a tutta una serie di celebri attori, così come di ragazzi e ragazze che popolano e spopolano sul web.

Eppure, se forziamo un po’ i giochi della storia – ricordiamo che selfie significa autoritratto fotografico -, e ritorniamo indietro di qualche secolo – Età moderna -, potremmo andare alla ricerca di qualche tela nella pittura, in cui l’artista si auto-raffigurava, un modo di dialogare trasversalmente con il passato e documentare che il presente è frutto dell’ieri che talvolta dimentichiamo. Magari un passato poco conosciuto e meno famoso, magari ancora un ieri che pensiamo non aver continuum con il nostro quotidiano, quantunque i sentimenti dell’uomo restano immutabili nel tempo, cambiando solo le quinte storiche. Certamente è da considerare che le manifestazioni del presente sono fortemente amplificate dai nuovi media, specialmente da internet, ciò che una volta era riservato a pochi, ai nostri giorni è quasi a portata di tutti – ragioniamo solo al passaggio del manoscritto e alla diffusione dei libri grazie all’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani nel XV sec. e, perché no, al veneziano Manuzio padre del tascabile (»»qua).

Rivolgiamo dunque lo sguardo alla pittura e andiamo alla ricerca di autoritratti, presentiamone, fra i tantissimi, alcuni.

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Partiamo dal Parmigianino (1503-1540), un emiliano fondamentale per entrare nelle dinamiche della corrente manieristica di metà ‘500. Scriveva di lui il Vasari:

“[…] per investigare le sottigliezze dell’arte, si mise un giorno a ritrarre se stesso, guardandosi in uno specchio da barbieri, di que’ mezzotondi: nel che fare, vedendo quelle bizzarrie che fa la ritondità dello specchio […] (1)

Una bizzarra rappresentazione di sé che si diverte con la prospettiva, adoperando un semplice specchio, così come oggi adoperano fare alcuni giovani per scattarsi una foto.

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Narciso, Caravaggio, 1597-'99

Narciso, Caravaggio, 1597-’99

Se parliamo di auto-celebrazione, e il selfie, per certi analisti (»»qua), in qualche modo lo è, potrebbe venire in mente un personaggio mitologico citato da Ovidio – ma non solo – nelle sue Metamorfosi. Chi meglio di Narciso, innamorato di sé stesso, potrebbe rappresentare questa recente tendenza? Attribuito (»»qua) al Caravaggio (1571-1610), il quadro gioca abilmente con uno specchio d’acqua, un ritratto pieno di impulsi attuali.

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Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi, 1638-'39

Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi, 1638-’39

E le donne? Ce ne siamo dimenticati? No, ecco la nostra Artemisia Gentileschi (1593-1653), romana, dalle scene spesso drammatiche e reali, immortalata in questo prezioso “scatto pittorico”, un elegante e movimentato autoritratto cui si ritiene esser lei la protagonista, mentre si accinge a disegnare.

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Autoritratti, Rembrandt, a 24 anni, a 34 anni, a 52 anni

Autoritratti, Rembrandt, a 24 anni, a 34 anni, a 52 anni

Rembrandt (1606-1669), ritrattista per eccellenza del Seicento, invece va ben oltre, ed è così a noi contemporaneo che è normale per lui autoritrarsi nel trascorso della sua vita, una maniera di “mettersi in scena” nel trascorso degli anni, dalla giovinezza fino alla tarda età. Di sopra a 24 anni (sinistra), poi a 34 (centro) e infine a 52 (destra). Oggi come ieri (»»qua)!

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Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Foto di gruppo, con la famiglia, con il fidanzato, con il compagno d’avventura? Ha già pensato, nella Venezia del Settecento, Rosalba Carriera (1673-1757) immortalandosi con un quadro di sua sorella. Lei, stimata ritrattista, ricercata da re principi nobili, richiesta in Francia in Italia in Sassonia in Danimarca, in mezza Europa.

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Rino, sept. 2014

Non potevamo concludere questo breve percorso visivo senza il mio contributo, cosicché eccomi nei panni di colui che si diverte con l’iPhone!

E tu, hai fatto il selfie quotidiano?

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- 1. Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Francesco Mazzuoli pittore parmigiano, 1550.

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