Gaspare Armato

Gaspare Armato è blogger dal 2005, topo di biblioteca una volta, topo del web oggi, si dedica a divulgare aspetti, temi, curiosità della Storia Moderna. Maggiori informazioni su di lui »»qua, per iscriversi alla Newsletter e restare in contatto »»qua.

Apr 262015
 
Selinunte, Tempio dedicato a Hera

Selinunte, Tempio dedicato a Hera (foto ©G. Armato)

Fra disagi e disavventure, nel suo peregrinare per la Sicilia, un giorno del 1551, il saccense fraticello domenicano Tommaso Fazello (1498-1570) si imbatté in colossi di pietra e imponenti costruzioni distrutte che descrisse nel suo “De Rebus Siculis” pubblicato a Palermo nel 1558, testimonianza scritta in latino che raccoglie la storia dell’isola dalle mitiche origini fino al XVI sec., un’opera storico-geografica di degna nota.

«Dentro le sue mura [di Selinunte] si vedono due templi non tanto grandi, uno ha colonne scanalate, l’altro invece lisce, e non è ben certo se sia stato un tempio o la casa del pretore. In essa si vede anche una rocca che incombe sul mare e che, sebbene sia stesa a terra, tuttavia ha rovine di grandi proporzioni e un arco ancora in piedi. Si vedono, poi, rovine sparse in tutta la città per molti iugeri e si cammina su fondamenta, strutture, e resti di case che occupano quasi ogni sua parte» (1)

La scoperta del nostro monaco siciliano fu base di partenza, nei secoli successivi, per ulteriori peregrinazioni specialmente dal XVII-XVIII secolo in poi, quella moda del Grand Tour che prese animo e corpo di artisti letterati aristocratici europei. Ecco allora giungere a Selinunte Jacques-Philippe D’Orville (1696-1751), Richard Henry Payne Knight (1750-1824), Jean-Pierre Louis Laurent Houël (1735-1813), Jean-Claude-Richard de Saint-Non (1727-1791), Johann Hermann von Riedesel (1740-1785), e tanti altri ancora, un viavai di persone che procurò una certa fama alla remota località. E non dimentichiamo il frontespizio del libro di Jakob Philipp Hackert (1737-1807), Vues de la Sicilie, dedicato proprio a Selinunte, libro pubblicato a Roma nel 1782.

Scriveva Jean-Pierre-Laurent Houël nel 1777 sec.:

Dovevo recarmi a Selinunte: presi informazioni necessarie su tutto quanto concerne questa città fiorente un tempo e oggi completamente in rovina. Se ne scorgono facilmente i resti a sud di Castel Vetrano. Me li fecero osservare dai confini di una ricca campagna coperta di colture di ogni genere e soprattutto di alberi da frutta, che affascinavano lo sguardo per la varietà delle forme e dei colori. Il mare chiude maestosamente la prospettiva. Sulla riva si sgorgono le colonne di un tempio, il più grande dell’antica Selinunte, che dominano tutto ciò che circonda. La gente del paese le chiama Pilieri giganti, le colonne dei giganti, per la loro smisurata grandezza.” (2)

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1782-1787

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1777

Sono passati oltre 2600 anni e i templi di Selinunte tuttora affascinano i nostri sensi e ci rapiscono in una meravigliosa estasi, portandoci a sognare a occhi aperti e restare di stucco davanti quell’immane laboriosità costruttiva dei nostri antenati.

Selinunte (Σελινοΰς), secondo alcune fonti fondata intorno al 650 a. C. da coloni di Megara Hyblaea, un insediamento greco vicino Siracusa, si sporge sul mar Mediterraneo nella Sicilia sud-occidentale. Nei circa 240 anni di vita, fu una potente città di oltre 80.000 abitanti, con una propria zecca – coniando monete dal 550-530 a.C. – e con un florido commercio, specialmente con i Punici che vivevano nella parte più occidentale dell’isola. Prese il nome da Sèlìnus, l’endemico prezzemolo selvatico che cresceva spontaneo in quelle zone, vicino il fiume Modione.

Sull’Acropoli si costruirono vari templi ed edifici destinati al culto: il tempio D e accanto quello C, quest’ultimo della prima metà del VI sec. a.C., poi uno più piccolo B di epoca ellenistica, forse dedicato a Empedocle di Agrigento. Poi ancora i templi A e O, forse quest’ultimo con sei colonne da un lato e quattordici dall’altro, vicinissimi i due e molto simili.

 Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Ma l’opera dei selinuntini non finì qua: sulla collina orientale altri tre luoghi destinati alla devozione, E, F ed infine quello – sembra – dedicato a Giove, G, uno dei più grandi dell’antichità classica con ben 110 m. di lunghezza e 50 m. di larghezza, e colonne alte circa 17 m., con un’altezza totale che sfiorava i 30 metri. Colossale opera, forse iniziata nel 530 a.C., mai portata a fine, poiché la distruzione della città avvenne prima.

Gli archeologi dicono che dovrebbe esistere un altro tempio, non ancora individuato, e che avrebbe dovuto essere il primo e il più vecchio, edificato dai coloni megaresi. Il mistero resta, non si sa con certezza a quali divinità fossero stati dedicati, a parte il tempio E che grazie a un’iscrizione sappiamo fu consacrato alla dea Hera. La facciata principale degli edifici era sempre rivolta ad oriente, al sorgere del sole, dove il viso del dio doveva guardare.

Il materiale da costruzione proveniva dalle cosiddette Cave di Cusa, oggi nei pressi della cittadina di Campobello di Mazara, a circa 13 km. da Selinunte.

L’area, una volta conquistata dai Cartaginesi, fu ripopolata con piccole case fatte con i ruderi esistenti in loco, ed elementari e basici luoghi sacri fra quartiere e quartiere. Poderoso era il sistema difensivo con alte mura erette poco prima della caduta della città. L’intera zona fu poi assoggettata dai romani.

Poco resta della gloria di quei tempi, la distruzione totale avvenne peraltro tramite un violentissimo terremoto, X-XI sec., che abbatté i monumenti. Eppure ancora oggi chi visita Selinunte viene dolcemente rapito dai cinque sensi, dai florali profumi primaverili, dal vento che accarezza la pelle, dai suoni che si ascoltano a occhi chiusi fra le rovine, dal tatto nello sfiorare una tuttavia presente classicità, dal gusto di quel sedano che diede nome alla città. Non c’è pietra che non racconti storie, non c’è metopa che non parli di un mito, non c’è colonna che non abbia l’impronta di un uomo che con il suo sudore ci ha lasciato una testimonianza di cui dobbiamo andar fieri.

Ma Selinunte non è nostra, Selinunte è dell’intera Umanità che dovrebbe custodirla gelosamente.

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*****

– 1. Tommaso Fazello, De rebus Siculis, Panormi, 1558, ed. Storia di Sicilia, 1990, vol. I lib. I, pp. 326-327.
– 2. Jean-Pierre-Laurent Houël, Il viaggio in Sicilia, Edizioni di storia e studi sociali, 2013, pag. 25.

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Apr 202015
 

di Ivana Palomba

“… Il a travaillé, il a travaillé pour le roi de Prusse…”

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Oggi certamente la locuzione “lavorare per il re di Prussia” è entrata nel dimenticatoio per quel regno di Prussia disperso nelle nebbie del passato. Un regno che costituiva circa i due terzi dell’Impero tedesco e che durò dal 1701, quando fu creato, fino alla fine della prima guerra mondiale.

Il modo di dire, il cui significato è darsi da fare inutilmente, a proprio danno o, peggio, a vantaggio della parte avversa, quindi risente dell’usura del tempo che ne vanifica l’efficacia nel contesto di un discorso.

Come per tanti modi di dire, ci sono molte ipotesi interpretative circa la sua origine.

Alcuni la fanno risalire a Voltaire che nel 1750 trovò rifugio presso Federico Il Grande (1712-1786), re di Prussia, che amava circondarsi da filosofi.

Nel suo “buen retiro” Voltaire si diede a combinare molti affari dubbi, quali commercio di diamanti, transazioni illegali e altro. Ciò fu senz’altro causa della rottura fra il re ed il filosofo che per tutta risposta coniò la frase.

Atri, al fatto che Federico II avesse ereditato dal padre una certa avarizia e non solo avesse un’abitudine tutta speciale di pagare il soldo alle sue truppe: egli saldava trenta giorni per mese, lucrando così un giorno per tutti quei mesi che erano di 31, ma addirittura cercava tutte le scappatoie per non pagare. Si racconta infatti che nel 1744 desiderando conquistare la Slesia volle assicurarsi la neutralità della Russia promettendo a un certo Bestoujef, che esercitava una forte influenza sullo zar, 40.000 fiorini. Certo della neutralità russa, Federico fa la sua guerra vincendola ma dilazionando giorno dopo giorno il pagamento dovuto. E quando Bestoujef stanco di aspettare reclamò il dovuto, Federico si finse stupito che la Russia avesse potuto vendere la sua neutralità, per cui Bestoujef diceva a tutti di aver lavorato per il re di Prussia.

Ma le linee interpretative più seguite sono quelle sottese ad eventi bellici. La prima si rifà al trattato di Aix La Chapelle del 18 ottobre 1748 che mette fine alla guerra di Successione Austriaca. La guerra, durata otto anni e che rivelerà il sorgere di una nuova potenza, la Prussia, termina con il relativo successo della Francia che al tavolo dei negoziati non pretende niente. Infatti vengono restituiti all’Austria i territori conquistati come pure la Savoia e la contea di Nizza e viene riconosciuto al marito di Maria Teresa di Habsbourg il diritto alla corona imperiale, mentre Federico II riesce ad annettersi la Slesia senza alcuna giustificazione. Quindi Il re prussiano sembra essere il solo ad aver guadagnato dalla guerra e da ciò sarebbe nata l’espressione “travailler pour le roi de Prussie”.

Carlo di Rohan-Soubise

Carlo di Rohan-Soubise

La seconda riguarda una battaglia nel contesto della guerra dei Sette anni. Secondo Enrico Fumagalli (1863–1939), bibliografo, bibliotecario, e storico italiano, il tutto nasce da una frase di un popolarissimo ritornello di una canzonetta satirica che si cantava a Parigi contro il maresciallo di Francia Charles de Rohan principe di Soubise (1715–1787) che subì, contro ogni previsione, una disastrosa sconfitta ad opera di Federico II, il 5 novembre 1757 nella battaglia di Rossbach, paese della Sassonia.

All’esercito del re Federico II di Prussia forte di soli 21.000 uomini si oppongono le truppe franco-imperiali composte da circa 27.000 comandati dal principe di Sassonia Hildburghausen e 36.000 francesi diretti da Soubise.

In sole due ore di battaglia e nonostante il significativo vantaggio numerico, l’esercito franco-imperiale comandato dal principe de Soubise, fu sconfitto con una perdita di 7000 uomini contro i 1056 di Federico.

“La sconfitta si deve alla sagacità di Federico, che ha sorpreso il nemico in una marcia di fianco, ed ha attaccato la testa delle colonne in condizioni da non permettere loro lo spiegamento. Bello fu il movimento per girare il fianco del nemico, e saggiamente combinati gli attacchi di fianco”. (1)

Sconfitta che fu sì dovuta alla sagacia di Federico II ma anche alla conoscenza dei luoghi nonché alla stesura di perfetti piani minuziosi, mentre Soubise sembrava non li avesse affatto.

Il risultato di Rossbach fu prodigioso. Voltaire disse che il nazionalismo tedesco era nato quel giorno, cambiando il destino della Germania. (2)

Ovviamente una tale disfatta fece del maresciallo di Soubise un vero e proprio capro espiatorio in patria e fu l’occasione per dileggiarlo con beffe e caustici libelli: «Soubise dit, la lanterne à la main, J’ai beau chercher, où diable est mon armée?….» (3) (libera trad.: Soubise dice con la lanterna in mano, ho un bel cercar dove diavolo è la mia armata?)

© Ivana Palomba

*****

– 1. Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868, pag. 453.
– 2. Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007, pag. 191.
– 3. Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.

Bibliografia:

– Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868.
– Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha, Zanichelli, 1992.
– Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.
– Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007.
– Pierre Gaxotte, Federico II re di Prussia, De Agostini, 1972.

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Apr 142015
 
Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Grande incidenza hanno avuto i caffè, intesi come locali sociali, nell’Inghilterra del XVII sec., aiutando a modificare quella cultura nazionale che in pochi decenni avrebbe trasformato la nazione. Caffè, prodotto che ai primi del secolo in questione era bene di lusso e riservato a pochi, novità esotica che avrebbe conquistato un ruolo di primo piano, a tal punto che Thomas Rugg affermava esserci una bevanda turca, chiamata caffè, che si vendeva in tutte le strade della città (1). Verso il 1670, e maggiormente verso la fine del Seicento, i caffè erano così diffusi che per un penny era possibile bersene una tazza comodamente seduti, fumando e leggendo un periodico.

Per lo storico Brian Cowan, i caffè inglesi erano:

“… luoghi dove le persone si riunivano per bere un caffè, apprendere la notizia del giorno, e magari per incontrarsi con altri residenti locali e discutere questioni di reciproco interesse.” (2)

Tali ambienti esistevano già nel XVI sec. a Damasco, al Cairo, a Bagdad, esistevano altresì a Istanbul, a Smirne, e sembra esser stati i commercianti europei che trafficavano con l’impero ottomano ad importare l’idea del locale e l’usanza di berlo. In effetti, un ebreo di nome Jacob pare avesse aperto la prima caffetteria a Oxford nel 1650, chiamandola Angel, in cui si riunivano gli studenti universitari che di tutto parlavano fuorché di questioni accademiche (3), mentre a Londra precursori dicono esser stati due commercianti inglesi, Rastall e Daniel Edwards un paio di anni dopo (4) (»»qua una versione complementare e leggermente diversa).

Cosicché tale costume si diffuse in maniera abbastanza veloce, da Londra prese la via per andare vuoi nelle medie città come nei piccoli villaggi, lo ritroviamo finanche nelle realtà locali manifatturiere, vedi Gloucerster, Exter, Kendal, Sheffield, Newcastle, e altri centri, fino a raggiungere i porti, Bristol, Plymouth, Dorchester.

Caffè, Londra, XVII sec.

Caffè, Londra, XVII sec.

Coffeehouse che non erano riservati solo alla nobiltà o ai grandi commercianti, ma a tutti indistintamente, un gioco trasversale che avrebbe favorito ancor più l’arte della conversazione, svolgendo una funzione importante nello sviluppo dei mercati finanziari e dei giornali. Spectator e Tatler sono stati considerati i due più influenti periodici che circolavano nei caffè inglesi.

L’introduzione del caffè nelle abitudini alimentari ha contribuito a creare nuovi modelli di socialità – come le sale da caffè, antenate dei nostri bar – e, migliorando il rendimento psicofisico e la resistenza alla fatica in virtù degli effetti stimolanti della caffeina, ha concorso a modificare sensibilmente il nostro ritmo circadiano.” (5)

Personaggi come Samuel Pepys, Robert Hooke, Dudley Ryder e tanti altri erano soliti frequentarli, luogo in cui intavolavano discussioni, si scambiavano pareri, si informavano, non solo di pettegolezzi, ma anche di politica, questioni sociali, attualità, scienze… e, considerata la diffusione e influenza di questi coffeehouse, il governo li teneva sottocchio (»»qua).

Diversa fu la questione nell’Europa continentale, dove Vienna vide il suo primo caffè intorno al 1683, Amburgo nel 1671, Amsterdam solo a fine XVII sec., mentre a Parigi giunsero negli anni del ’70, dopo il primo a Marsiglia nel 1671, con un vero boom che si vedrà solo nell’Età dell’Illuminismo. Ma i caffè parigini, di cui il siciliano Francesco Procopio Coltelli ne aprì uno, poi famoso, nella rue des Fosses Saint Germain nel 1686, erano ambienti eleganti, con tavoli in marmo specchi e quadri, riservati all’aristocrazia principalmente urbana.

Una palese diversità risulta evidente fra i locali inglesi e quelli francesi, ché mentre i primi invitavano alla discussione di gruppo indipendentemente dallo stato sociale, i secondi erano organizzati in modo da favorire l’intimità, nel circolo di poche scelte persone. Nei primi si potevano incontrare artigiani, commercianti, lord, imbroglioni, marinai, tutti attorno a un grande e lungo tavolo in cui si appoggiavano le riviste e i foglietti dell’epoca, magari accordandosi su un futuro carico di cotone o stringendosi la mano per un affare appena concluso. I caffè francesi del Settecento furono quasi sempre ed esclusivamente a titolo principalmente letterario.

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Negli anni ’70, Andrew Yarranton, ingegnere incaricato di rendere navigabili certi corsi d’acqua, dava discorsi e conferenze proprio in un caffè, parlando per esempio sulla necessità di una banca pubblica. Accadeva dunque, che le caffetterie inglesi erano luoghi per riflettere, dibattere, leggere i quotidiani e i pamphlets, e nello stesso tempo fumare, malignare, giocare, generalmente con un linguaggio educato e civile, non mancando le eventuali liti di tanto in tanto, ogni caffetteria magari si creava una certa clientela unita da un interesse in comune. Nella Jamaica Coffee House, per dare una pista, si riunivano i commercianti delle Indie Occidentali per avere informazioni sul prezzo dello zucchero o degli schiavi.

Quando i politici scoprirono che la divulgazione delle notizie e delle idee in generale era più rapida, efficace e capillare se erano lanciate in tali ambienti, ne approfittarono subito, vedi i whig alla fine del XVII sec. Nello stesso tempo, alcuni di questi furono sede di centri culturali di un certo rilievo, John Dryden e Samuel Butler, fra i tanti, erano soliti frequentare negli anni ‘60 il Will’s Coffehouse di Londra. Letterati, critici, drammaturghi, opinionisti, giornalisti, eruditi, scientifici adoperavano le caffetterie per proporre le proprie idee o le ultime produzioni letterarie. E se accanto c’era un piccolo borghese o un semplice operaio, questi se ne beneficiava.

*****
– 1. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, Ed. Acantilado, Barcelona, 2013, pag. 133.
– 2. Brian Cowan, The Social Life of Coffee. The Emergence of the British Coffeehouse, Yale University Press, New Haven, 2005, pag. 79.
– 3. Bennett A. Weinberg, Bonnie K. Bealer, Tè, caffè, cioccolata. I mondi della caffeina tra storie e culture, Donzelli, 2009, pag. 171.
– 4. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, op. cit., pag. 137.
– 5. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, ed. Laterza, 2008, kindle pos. 72.

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Apr 072015
 
Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1540-1585, part.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577, part.

La Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze alberga un risultato che qualche autore considera uno dei primi testi antropologici, manoscritti compilati dal frate francescano Bernardino de Sahagún (1499-1590), il cosiddetto “Codice Fiorentino.

Giunto in Messico nel 1529, pochi anni dopo la conquista di quei territori da parte di Hernán Cortés, il missionario spagnolo tentava convertire al cristianesimo la popolazione indigena devota agli dei “pagani”. Eppure il nostro ammirava, in un certo qual modo, i locali, basta leggere nel prologo al Libro I quando affermava essere, questi, “… in materia di cultura e raffinatezza, sono un passo avanti di altre nazioni che presumono di essere molto politica…”, riferendosi al disordine sociale introdotto dagli spagnoli nel corso delle loro conquiste.

Uno dei lavori che ebbe il coraggio di svolgere Bernardino de Rivera fu inoltre comprendere e tradurre la lingua locale, il náhuatl, allo spagnolo. Nacque così la “Historia general de las cosas de nueva España”, un’opera a carattere enciclopedico sulla cultura degli indigeni del Messico centrale, che voleva essere – anche ma non solo – un aiuto agli evangelizzatori che venivano da quelle parti, e testimonianza di un mondo sconosciuto ai più.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

E allora girovagava per i villaggi, si sedeva con i ragazzi e gli anziani e iniziava a giocare, a parlare, a decifrare il loro alfabeto vocabolo dopo vocabolo, frase dopo frase, raccogliendo modi di dire, racconti degli anziani sulla conquista e tanto altro ancora. Dalle immagini che lui proponeva nascevano le parole, trascritte poco a poco con lettere latine. Un lavoro certosino di grande valore altresì etnologico che racconta e cerca di ricostruire una parte della storia che gli “invasori” stavano distruggendo, lavoro che vide la luce ben 30 anni dopo l’inizio, completato sicuramente fra il 1575 e il 1577.

Il codice è organizzato su due colonne, da un lato la lingua degli indigeni, dall’altra lo spagnolo. I 12 libri furono rilegati in 4 volumi, a noi giunti 3, adornati da oltre 2.400 illustrazioni. Per esempio, i primi sei trattano degli aspetti religiosi degli indigeni, il settimo di astronomia, del calendario solare e rituale, altri della loro vita sociale, etc.: un impegno unico nel suo genere.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

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Apr 012015
 
Giovanni VIII Paleologo nell'affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Giovanni VIII Paleologo nell’affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Quando l’8 febbraio 1438 circa settecento greci approdarono a Venezia, ricevuti dal doge navigando nel suo prezioso Bucintoro, la galea di stato, l’incontro di due culture fu, probabilmente, la scintilla che attizzò ancor più gli studi classici che già da anni si venivano compiendo in Italia.

L’imperatore di Bisanzio Giovanni VIII Paleologo (1392-1448), il patriarca Giuseppe II (1360 ca.-1439), una ventina di vescovi, numerosi prelati, monaci e vari intellettuali dell’epoca, ricordiamo Basilio Bessarione (1403-1472), Isidoro di Kiev (1380 ca.-1463), Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca.-1452), Giovanni Argiropulo (1416 ca.-1487) e vari altri, portarono con loro, per discutere al prossimo Concilio di Ferrara poi spostato a Firenze nel 1439, una buona quantità di codici in greco poco facili da incontrare a quell’epoca che suscitarono in gran modo l’interesse degli italiani. Ma la curiosità era reciproca, ché pure i greci furono attratti dai manoscritti latini, volumi poco o del nulla noti nelle terre d’Oriente. E la cosa fu tale che se li prestarono e si hanno addirittura resoconti di lamentele, ché talvolta non venivano restituiti alla data pattuita (1).

Il Concilio di Firenze (che veniva da Basilea e poi Ferrara) era stato convocato da papa Martino V (1368-1431) con lo scopo di facilitare la riunione delle Chiese latina e ortodossa, un immane lavoro che fino ad allora non era stato portato a termine, e mai lo sarà nella pratica. Insieme all’interesse religioso, c’era inoltre uno politico, quello di sollecitare l’aiuto dell’Occidente davanti la minaccia dei turchi, che varie volte si erano affacciati sulla città per conquistarla. In tutta questa “eccitazione”, il clima culturale fu quello che più si respirava nell’aria, un clima in cui i dibattiti religiosi, le diversità degli stili di vita e del modo di ragionare, misero in rilievo i diversi possibili approcci per avvicinarsi agli studi e, momento significativo, sviluppare un fertile dibattito.

Un gioco, quello di confrontarsi con i classici, facilitato grazie – anche ma non solo – ai testi greci provenienti da Costantinopoli, che avrebbero favorito lo sviluppo del Rinascimento italiano. Cosicché, vari furono coloro che si installarono in Italia a insegnare il greco, vedi Demetrio Calcondila (1423-1511) a Padova o qualche decennio prima Emanuele Crisolora (1350-1415), o a restare come traduttori o copisti, un fruttifero viavai che durava e perdurò per decenni.

Insieme ai codici, altri “preziosi beni” arrivano dalle terre Orientali, fra i tanti quel sottile razionalismo che aveva caratterizzato i greci e quel loro caratteristico individualismo, valori che si scontravano con il misticismo Occidentale, preparando la strada a una nuova concezione dell’essere umano. E non bisogna pur dimenticare che

“… I bizantini – che, ricordiamolo sempre, si chiamarono loro stessi rhomaioi (romani) – furono sempre coscienti dell’enorme eredità di cui erano depositari: la filosofia e la letteratura greca, le costituzioni giuridiche e la storia romana e il primato dell’ortodossia… “ (2)

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Avendo ben presente il parere del politico scrittore Theodoros Metochite (1270-1332), favorevole all’unione delle due Chiese:

La nostra razza e la nostra lingua non ci fanno compatrioti ed eredi degli antichi greci?’” (3)

Un momento di rilevante importanza, dunque, in cui si favorirono gli intercambi culturali, uno stimolo per gli umanisti italiani a studiare e approfondire il greco e i relativi testi, mentre per i greci l’opportunità di conoscere gli scrittori latini, un flusso di manoscritti, specialmente dopo il Concilio di Firenze, verso Italia, e viceversa con i latini (4). Momento che si vide incrementare dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 nelle mani di Maometto II (1432-1481).

A tal punto una domanda sorge spontanea: considerato che il Rinascimento italiano sarebbe stato stimolato e influenzato altresì da quella parte del vecchio impero romano oramai decaduto, ossia Costantinopoli, significa ciò che in quelle terre c’era stato un “risveglio culturale” che avrebbe superato i confini locali? Insomma, in poche parole, ci fu una specie di Rinascimento nella Bisanzio di quei decenni?

La risposta non è facile, il parere degli studiosi è discorde, visto peraltro il terreno socio-politico-culturale-religioso in cui le due diverse realtà vivevano. È pur vero che sotto il regno dei Paleologi (XIII-XIV-XV sec.) si è avuto un certo fermento culturale rispetto ai secoli precedenti, un fermento in cui possiamo incontrare l’attività di piccole associazioni e circoli letterari e filosofici, l’attenzione verso la matematica, l’astronomia, la filosofia, la retorica, la medicina (5), particolari che lasciano pensare a un’attrazione verso il passato più rilevante di una volta, ma parlare di Rinascimento vero e proprio così come lo intendiamo nel caso europeo e italiano in particolare forse sarebbe esagerato (vedi libro in nota 1).

Fra i tanti studiosi del tema, alcuni a favore altri in contro, secondo lo storico greco Nicolaos Oikonomides:

“… la magia degli antichi aveva cominciato a prevalere in un circolo chiuso di scelti intellettuali costantinopolitani, così come era accaduto in Italia.” (6)

Il fatto è che Costantinopoli aveva sempre avuto con l’Italia non solo rapporti commerciali – vedi Genova Firenze Venezia etc. -, ma anche relazioni che alimentavano la cultura, un andirivieni di idee pensieri artisti manoscritti che aveva interessato buona parte del Medioevo, un legame che, sebbene meno forte di un tempo, sussisteva e perdurava. Un quasi simultaneo processo di ricerca culturale chissà più o meno parallelo che avrebbe germinato diversamente nel suolo delle due realtà.

Un argomento che tuttavia suscita forti discussioni fra gli studiosi, e che prosegue esplorandosi.

*****

– 1. Antonio Bravo García, Viajes por Bisancio y Occidente, ed. Dykinson, Madrid, 2014, pag. 223.
– 2. David Hernández de la Fuente, Breve historia de Bizancio, ed. Alianza, Madrid, 2014, pag. 303.
– 3. in Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, ed. Mondadori, Madrid, 1992, pag. 493.
– 4. A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 230.
– 5. Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, op. cit. pag. 494.
– 6. in A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 313.

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Mar 282015
 
Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Figura chiave nell’Europa assolutista del Settecento, Federico II di Prussia (1712-1786) fu temuto rispettato venerato non solo dai suoi contemporanei ma anche da coloro che desideravano emularlo nel trascorso dei secoli, al punto da chiamarlo il Grande. Personaggio controverso che si dilettava di musica poesia filosofia, chiamò alla sua corte, fra i tanti, Voltaire, con cui parlava francese, nello stesso tempo in cui si interessava scrupolosamente di arti militari, facendo del suo esercito uno dei più efficienti dell’epoca.

Nei seguenti podcast (di seguito solo i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli direttamente nel sito di Radio 2 »»qua), il prof. Alessandro Barbero ci offre un’ampia e critica visione di un uomo che ancora oggi, in un modo o nell’altro, affascina.

 

 

 

→ segui ascoltando »»qua.

 

   

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Mar 232015
 
Bibbia Borso d'Este, XV sec., part.

Bibbia Borso d’Este, XV sec., part.

Quando nel 1455 il primo Duca di Ferrara affittò una casa per albergare alcuni miniatori, nessuno avrebbe potuto immaginare il risultato che sarebbe venuto alla luce dopo sei anni di minuzioso lavoro, un lavoro che lui stesso ispezionava e sorvegliava con somma attenzione.

Unica nel suo genere, la Bibbia di Borso d’Este (1413-1471) rappresenta il culmine della miniatura di tutto il periodo rinascimentale, e non solo. Un’opera d’arte dal Duca commissionata che voleva di sicuro competere con la sontuosità delle corti italiane dell’epoca, vedi quella fiorentina dei Medici, quella di Urbino dei Montefeltro, e altre ancora, per dimostrare la grandezza e la magnificenza della famiglia.

Negli stessi anni in cui i caratteri mobili gutenberghiani approntavano qualche centinaio di “grossolane” ma “rivoluzionarie” bibbie, un gruppo di artisti quali Taddeo Crivelli (1425-1479), Franco dei Russi (o Franco di Mantova, attivo fra il 1453 e il 1482), Girolamo da Cremona (o Girolamo de’ Corradi, circa 1451-1483), Marco dell’Avogadro, Giorgio d’Alemagna, etc., s’ingegnavano per dare vita a una delle più preziose opere d’arte di tutti i tempi, un capolavoro composto da due volumi in folio, con oltre 1000 illustrazioni che rappresentavano scene della Bibbia, eventi storici, vedute della natura, con tanto di dettagli, di motivi mitologi, animalistici, araldici.

Bibbia Borso d'Este, XV sec.

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

Il testo, organizzato su due colonne, è stato scritto su pergamena dall’amanuense Pietro Paolo Marone. Erano gli anni che andavano dal 1455 al 1461.

Quando nel 1598 la famiglia Estense abbandonava Ferrara per Modena, la Bibbia fu uno di quei beni che l’accompagnarono, ivi rimanendo fino al 1859, anno in cui la città entrava a far parte del nuovo Regno d’Italia. E fu allora che tale meraviglia prese la strada dell’Austria, a seguito di Francesco V d’Austria-Este (1819-1875) fuggendo per Vienna.

L’ultima proprietaria, la principessa Zita d’Asburgo, la vende e va a finire in Francia (fine XIX – inizi XX sec.), e dobbiamo a Giovanni Treccani degli Alfieri (1877-1961) l’averla acquistata presso un libraio-antiquario parigino nel 1923 e donata poi alla Repubblica italiana. Oggi è conservata nella Biblioteca Estense di Modena.

La Bibbia di Borso d'Este, XV sec..

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

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Mar 162015
 
Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Che l’epoca illuminista sia uno spartiacque fra un prima e un poi, fra un Ancien Régime e un mondo a noi contemporaneo, è cosa risaputa. Il Settecento con i suoi Lumi furono decenni che ruppero con un passato tuttavia legato a un certo feudalesimo, pieno di strutture per lo più immobili che mal accettavano un cambiamento politico-sociale, ruppero ancora con un’epoca in cui il potere assolutistico di diritto divino faceva da padrone in mezza Europa, incarnato nel Seicento da Luigi XIV, e in cui il privilegio aristocratico era punto di forza dell’intero sistema.

È un magma di cose vecchie di secoli (e talvolta di millenni) lasciate tutte, senza eccezione, in vigore. L’ancien régime fu profondamente conservatore, e spesso di anticaglie o, se si vuole, di antichità rispettate, venerate, deformate, dimenticate, resuscitate, fossilizzate a un tempo.” (1)

Già la lenta nascita degli imperi oltremare di Spagna Francia Inghilterra Olanda e lo sfruttamento delle terre coloniali aveva permesso alla politica economica ampliare oltremodo i confini geografici e affacciarsi su terre che avrebbero permesso lo sviluppo di una marina mercantile, un gioco insomma che vedeva cambiare i paradigmi e proporre ai dirigenti nuove sfide e nuovi problemi da risolvere, da quello della schiavitù a quello delle libertà, dal predisporre un esercito permanente a intavolare rapporti con paesi e stati prima sconosciuti o poco esplorati, vedi Cina e oriente in generale.

L'Europa nel Settecento

L’Europa nel 1700 (wikipedia)

Ma non tutta l’Europa ebbe uno sviluppo omogeneo, giacché variava secondo il passato storico di ogni regione. Le prime machine a vapore avevano dato al futuro Regno Unito una marcia in più, la Rivoluzione industriale sarà alle porte, seguito dalla Francia che prendeva vittoriosa la via dell’America e che avrebbe aspettato l’Ottocento per innovare la sua tecnologia, mentre Spagna Italia Portogallo seguivano ancora immersi principalmente in una ancestrale agricoltura, fulcro delle loro economie – con le dovute eccezioni locali. Verso l’Est le differenze si notavano ancor più, popoli maggiormente arretrati dal punto di vista economico, ostacolati da infrastrutture che rallentavano il commercio, privi di una organizzazione bancaria efficiente, con forti istituzioni a regime feudale, in tal modo si presentavano, per fare un esempio, i territori dell’odierna Russia e della Polonia.

La mentalità degli uomini difficilmente segue il progresso sociale, modificare le proprie idee mentre proseguono immobili le vecchie strutture esistenziali è duro e arduo. L’Illuminismo aprì quelle vie verso una riflessione razionale, ma era un movimento intellettuale che interessava aristocratici e borghesi, in uno Stato autoritario e intollerante in cui i sudditi restavano legati al rispetto incondizionato e alla rassegnazione, seguiti da un corpo religioso ben presente nella loro vita quotidiana e che scandiva i ritmi dell’anno. Il cosiddetto Terzo Stato aveva ben poco peso politico nelle decisioni comunitarie.

Tuttavia la mentalità borghese – ma non solo – tenterà rompere questo status quo grazie a una nuova corrente di pensiero, in un ambiente in cui l’economia giocherà peraltro una partita importante, così come l’apertura verso un nuovo spirito scientifico e tecnico, così come altresì il credere nella forza di una ragione critica che tutto poteva. Una lenta evoluzione che impregnerà poco a poco l’intera Europa e oltre.

La rivoluzione culturale poteva accelerare i cambi.

*****
– 1. Pierre Goubert, L’ancien règime, Jaca Book, Milano, 1999, vol. I, pag. 32, 33

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Mar 112015
 
Mendelssohn a sinistra, Lavater a destra e Lessing in piedi, di  Moritz Daniel Oppenheim, 1856

Mendelssohn a sinistra, Lavater a destra e Lessing in piedi, di Moritz Daniel Oppenheim, 1856

Se nel periodo moderno da noi studiato, il 1492 è da considerare come punto di partenza per una svolta storica del popolo ebreo, quell’allontanamento (»»qua) prima dalla Spagna poi dal Portogallo con il loro insediamento in mezza Europa e il fiorire, qualche decennio prima e dopo, di un significativo sviluppo culturale che potrebbe coincidere con il nostro Umanesimo, il Seicento è invece l’età d’oro olandese (»»qua) in cui i figli di Mosè ebbero non poca importanza nel gioco dei commerci e della fioritura di quelle terre, il Settecento, non per ultimo, viene poi a spostare l’attenzione e l’asse verso l’oriente europeo, la Polonia e la Russia principalmente.

Il XVIII secolo si apre con una popolazione ebrea intorno ai tre milioni e mezzo di persone (1), sparse per lo più nella parte occidentale del globo, con una maggioranza rilevante in Europa. Un popolo tuttavia relegato, nella maggior parte dei casi, nei ghetti, costretto e obbligato a determinati lavori, non sempre benvenuto nelle varie realtà politiche del continente e pronto a levar le tende e migrare verso altri possibili territori per sopravvivere alle vicissitudini politico-religiose.

Già nei primi decenni del Settecento, Polonia, Ucraina e Lituania ne ospitano circa 600.000, regione poco stabile, devastata dalle guerre, molto arretrata economicamente e socialmente. Pochi sono coloro che coltivano la terra, occupandosi principalmente di tessuti, commercio di cera, sale, tabacco, alcool, sapone, pochissimi i banchieri, forse nessuno. Le varie crisi provocheranno vieppiù risentimento anti-ebreo. Quando il 5 agosto 1772 la Polonia viene spartita, 150.000 di loro sono inglobati nel regno austriaco, 25.000 nella Russia e altri nella Prussia. Nel 1790 gli ebrei polacchi sono oramai 900 mila (2). L’anno dopo, quando i borghesi prenderanno il potere, la Dieta istaurerà una monarchia ereditaria e liberale: gli ebrei inizieranno ad acquistare una certa libertà.

La Russia non conosce, salvo rare eccezioni e piccolissime comunità, gli ebrei, almeno fino a quando non incorpora parte della Polonia, nessun zar aveva autorizzato la loro immigrazione, neanche Pietro il Grande (1672-1725). Nel 1778 Caterina II (1729-1796), fra concessioni e oppressioni, apre marginalmente le porte ai mercanti e agli artigiani ebrei per poter partecipare alle corporazioni, permettendo finanche l’elezione di rappresentanti di associazioni e di municipi nelle “zone di residenza”, il tutto in un’ambiente in cui i commercianti russi chiedevano protezione da qualsiasi forma di concorrenza. La Russia di fine Settecento avrà nei suoi possedimenti più della metà della popolazione ebrea mondiale (»»qua).

Zona di residenza ebrea a confine con la Russia, 1905

Zona di residenza ebrea a confine con la Russia

Venezia, in cui vivono a metà XVIII sec. circa 1.700 anime, autorizza, nel 1737, l’uscita dal ghetto anche di notte e la domenica, 20 anni dopo Firenze la segue (1757), mentre ad Ancora la situazione non è certamente piacevole, così come nel Contado Venassino, nei pressi di Avignone, sotto giurisdizione diretta del papato romano. La maggior parte degli ebrei residenti in Alsazia nel 1784, si stima poco meno di 20.000 persone, sono commercianti, altri prestano il denaro ai contadini del luogo. A Parigi, in un ambiente illuminista, c’è chi tollera la piccola comunità di sefarditi portoghesi e di ashkenaziti tedeschi, polacchi, inglesi, olandesi, c’è chi li rifiuta, vedi Voltaire (1694-1778) (»»qua).

Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che coniuga da lungo tempo l’avarizia più sordida alla superstizione più odiosa e all’odio più irrefrenabile per i popoli che li tollerano e li arricchiscono.” (3)

Favorevole era Robespierre:

Come potete rimproverare agli ebrei le persecuzioni che hanno subìto in diversi paesi? Queste sono, al contrario, dei crimini nazionali che noi dobbiamo espiare reintegrandoli negli imprescrittibili diritti dell’uomo di cui nessuna autorità umana può privarli. […] Restituiamogli la felicità, la patria e la virtù reintegrandoli nella loro dignità di uomini e cittadini.” (4)

Mentre i portoghesi lavorano con il cioccolato, la seta e le stoffe in generale, i restanti sono gioiellieri, sarti, piccoli negozianti. Pochi gli industriali e gli intellettuali, i medici e i prestatori di denaro. Il 17 novembre 1787, Luigi XVI autorizza loro essere ammessi nelle corporazioni. Poco prima della rivoluzione del 1789 si calcola essere in Francia circa 40.000 ebrei (5).

Dopo l’espulsione da Vienna nel 1670, solo nel 1737 si forma una piccola comunità che commercia con i Balcani e l’Impero Ottomano. Nel 1781 un decreto dell’imperatore Giuseppe II permette loro accedere alle università statali, nel 1797 possono vivere addirittura fuori i ghetti, ma devono in cambio, fra l’altro, partecipare all’esercito. Nella Germania frammentata, i banchieri ebrei hanno la meglio, giacché molti sono i principi che desiderano un loro esercito permanente, ampliare i loro regni, costruirsi la loro reggia a mo’ Versailles, cosicché hanno bisogno di denaro liquido. La Prussia di Federico II (1712-1786) restringe (1750) invece le loro libertà, possono solo, i figli di Mosè, dedicarsi a trafficare cavalli, pelli, miele, tè, caffè, cioccolato, essere venditori ambulanti, artigiani, stampatori, rigattieri, e poco altro ancora. Nel 1778 iniziano a esserci a Berlino scuole ebree laiche sia per uomini sia per donne: l’influenza delle idee “illuministe” di Moses Mendelssohn (1729-1786) si fanno palesi.

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Ad Amsterdam, dove nel secolo precedente (XVII) avevano giocato un ruolo decisivo nello sviluppo commerciale e culturale, risiedono ora, a metà Settecento, circa 20.000 ebrei, la metà sefarditi, l’altra ashkenaziti, lavorando per lo più nella finanza, nel commercio, meno nell’artigianato (6). Alcuni di loro occupano posizioni di rilievo, come un membro della famiglia De Pinto, direttore generale della Compagnia delle Indie Occidentali (1749), molti sono inoltre coloro i quali trafficano con i titoli nella Borsa della città.

La caduta dell’economia olandese, a seguito – anche ma non solo – di varie crisi bancarie (Joseph Arendt & Co. per causa altresì di una banca cristiana – vedi nota 7), fa sì che in molti lasceranno il suolo olandese per dirigersi verso le isole inglesi, dove nel 1700 si costruirà la prima sinagoga sefardita, seguita da una stamperia. La rivoluzione industriale li vedrà lavorare in primo piano specialmente nelle finanze e nei commerci oltremare: oramai la Gran Bretagna assorge come la nuova potenza mondiale. A fine XVIII secolo gli ebrei inglesi saranno circa 20.000.

Questo breve e incompleto excursus ci porta nella considerazione che, sebbene siano passati i secoli e sebbene ci si avvicini lentamente a una cosiddetta età dei Lumi, il cammino storico del popolo ebreo è ancora pieno di pietre e strade tortuose, perseguitato in buona parte dell’Europa, un cammino che porterà nella triste realtà della Seconda Guerra Mondiale.

*****
– 1. . Jacques Attali, Los judios, el mundo y el dinero, Fondo de cultura economica, Buenos Aires, 2005, pag. 272.
– 2. Daniel Tollet, Histoire des Juifs en Pologne du XVIe siècle à nos jours, Puf, París, 1992.
– 3. Voltaire, Dizionario filosofico, 1764,
– 4. Ouvres de Maximilen Robespierre, VII, p. 265, Société des études roberspierristes; cit. in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, 1981.
– 5. David Feuerwerker, L’Émancipation des Juifs en France de l’Ancien Régime à la fin du Second Empire, París, Albin Michel, 1976.
– 6. Herbert Ivan Bloom, The Economic Activities of the Jews of Amsterdam in the 17th & 18th centuries, Kennicot Press, Londres, 1982.
– 7. Herbert Ivan Bloom, op. cit.

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Mar 072015
 
Maometto II, di Gentile Bellini, 1480

Maometto II, di Gentile Bellini, 1480

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 nella mani di Maometto II (1432-1481), le porte dell’Occidente si aprono oramai ai turchi, marciando quasi indisturbati verso il cuore dell’Europa, Vienna in particolare.

Costantinopoli rappresentava il cosmopolitismo dell’epoca in cui si incontravano i tre continenti – Europa Asia Africa -, un crocevia di culture che fiorivano nelle vecchie terre che avevano visto i greci e l’eredità dell’impero romano.

Tanti furono i “letterati” che prenderanno le vie d’Europa e d’Italia in particolare, favorendo ancor più quel Rinascimento che segnerà indelebilmente un momento storico di alto valore – anche, ma non solo – intellettuale.

Segnalo una serie di podcast (di seguito i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli nel sito di Radio 2 »»qua) in cui Silvia Ronckey ci presenta uno spaccato di quella realtà.

 

 

 

→ Segui ascoltando »»qua.

 

      

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