babilonia61

May 232013
 

di Daniela Nutini

Cavalieri di Cristo, Jan van Eyck, 1432, particolareLa cavalleria fu alimento e vita della cultura di ogni nobile del XIV secolo. Più che un codice di comportamento, la cavalleria era un sistema morale che governava tutta la sua vita. Per poter conciliare la Spada con la Chiesa, grazie all’aiuto dei pensatori benedettini, venne creato un codice che metteva teoricamente la spada del cavaliere al servizio della giustizia, della pietà, della Chiesa, degli orfani e degli oppressi. Ma ben presto si creò un codice tutto suo: l’essere “prode” – una combinazione di coraggio, forza e abilità – era l’elemento essenziale. Vi erano inoltre l’onore e la lealtà, e l’amore cortese. L’amore avrebbe reso il cavaliere più raffinato, cortese, gaio e galante e di conseguenza la società sarebbe risultata più gioiosa. Che questo amore fosse poi in genere rivolto alla moglie di un altro, non turbava minimamente le coscienze dell’epoca.

Vi era inoltre la “liberalità”, cioè una generosità illimitata che doveva contrassegnare il gentiluomo affinché i suoi doni e ospitalità potessero attrarre altri cavalieri a combattere sotto il vessillo, la munificenza del ”Gran Signore”. Magnificata da trovatori e cronisti, questa famosa liberalità portava spesso ad incaute e spensierate bancarotte.

Comunque l’essere prodi non era solo una questione di parole, perché l’esercizio della violenza fisica richiedeva una straordinaria capacità di resistenza. Combattere a cavallo o a piedi con addosso 25 chili di armatura metallica, scontrarsi con un avversario lanciato al galoppo reggendo contemporaneamente una lancia di 5 metri e mezzo – la metà di un palo telefonico –, dare e ricevere colpi con spade e mazze che potevano con un colpo solo amputare un arto in una armatura, passare metà della propria vita in sella con qualunque tempo per giorni di seguito, non era un lavoro per gente gracile.

Inoltre privazioni, paure, dormire poco e con indosso l’armatura, fare la guardia, stare all’erta giorno e notte, provvedere al foraggiamento… insomma, non era facile, né per tutti! Le calorie medie per una vita simile si aggiravano sulle 5000 e il vino ne era una parte essenziale. Infatti, la penitenza più terribile era una dieta di “pane e acqua”, difficilmente sopportata.

La cavalleria era considerata un ordinamento universale che comprendeva tutti i cavalieri cristiani al di là delle nazioni, in quanto si riteneva che fosse mossa da un unico ideale. Si credeva che si dovesse sempre combattere in aiuto dei fratelli e sacrificare la vita sebbene molti fossero mossi più da genuino amore per la lotta che per amore di una causa.

Morte Giovanni I di BoemiaEsempio perfetto fu il cieco re Giovanni I di Boemia: gli piaceva combattere per il gusto di farlo. Difficilmente si lasciava sfuggire una contesa in qualsiasi parte d’Europa e negli intervalli partecipava a tornei tra cavalieri, nel corso di uno dei quali ebbe a subire la ferita che lo rese cieco. Ma la menomazione non lo fece desistere dal combattere. Alleato con Filippo IV di Francia contro gli inglesi, a capo di 500 cavalieri, guerreggiò in lungo e largo per tutta la Piccardia, sempre temerario e in testa a tutti. Nella battaglia di Crecy chiese ai suoi cavalieri di portarlo nel mezzo della mischia per poter combattere di spada. Dodici di loro si legarono con le briglie al cavallo del re e si gettarono nel combattimento: i loro corpi furono poi trovati insieme a quello del re, tutti massacrati.

Si è parlato di tornei: essi furono l’attività più emozionante, dispendiosa, rovinosa e piacevole delle classi nobili del trecento.
Un torneo poteva durare anche due settimane. Si arrivava perfino ad ottanta partecipanti e poteva essere con armi spuntate oppure ad oltranza, senza limitazioni, nel qual caso molti contendenti potevano restare feriti e anche uccisi.

Il primo giorno si selezionava e si accoppiava i partecipanti, poi vi erano i giorni di riposo con feste e trattenimenti, una festa che richiamava tutto il popolo, mercanti, artigiani, ciarlatani, prostitute, borsaioli. In genere erano presenti un centinaio di cavalieri accompagnati da due gentiluomini a cavallo, un armaiolo e sei servitori in livrea. L’equipaggiamento consisteva in una preziosa armatura con elmo e pennacchio, molto cara, un palafreno, un cavallo da guerra, stendardi, gualdrappe e abiti eleganti. Tutto ciò costava moltissimo, tanto da indebitare il cavaliere stesso, ma dato che chi perdeva doveva cedere tutto il suo equipaggiamento, si sperava così di rifarsi vendendo subito ai mercanti presenti quello che si era conquistato.
Si assisteva comunque a molte bancarotte e i tornei furono denunciati da papi e re sia per l’altissimo costo sia per la violenza e la vanagloria: il tutto invano!
Anche quando San Bernardo tuonò che chi moriva in un torneo sarebbe andato all’Inferno, anche le minacce di scomunica restarono senza effetto.

Premi in un torneo, Codice ManesseIl torneo era l’apogeo dell’orgoglio e del diletto della nobiltà del trecento, un compiacimento del proprio valore e della propria bellezza: gli spettatori lussuosamente vestiti, l’ondeggiare delle bandiere, gli squilli di tromba degli araldi, la parata dei torneanti che facevano caracollare e impennare i propri cavalli ingualdrappati, le dame che gettavano sciarpe ai loro beniamini, l’araldo che annunciava i campioni, tutto ciò era una tradizione della cavalleria e in realtà nulla poteva affievolire l’entusiasmo che suscitavano.

Paradossalmente però i tornei furono l’attività più dannosa per la classe nobile, per quella che era la sua specifica funzione militare. Infatti ne assorbiva interessi e capacità, orientandoli verso aspetti formali e di gloria a detrimento della tattica e della strategia del vero combattimento. Le rovinose battaglie perdute della, se pur valorosissima, cavalleria francese in tutto il XIV secolo dimostrò questa teoria: la vanagloria di una bella armatura e la prodezza personale non portò mai vittorie, anzi, da Crecy ad Azincourt fu tutto un susseguirsi di sconfitte per mancanze di tattiche e strategie di guerra, impiegate invece dai loro avversari, sia che fossero inglesi, popolani fiamminghi, oppure guerrieri saraceni.

© Daniela Nutini

May 202013
 

di Ivana Palomba

Il primo conflitto mondiale è stato per molti italiani, impegnati in mesi e mesi di guerra per lo più statica, un crogiolo di esperienze umane, di valori e di trasformazioni intellettuali anche sul versante linguistico.

Molte parole e locuzioni nate in trincea e riportate nei paesi d’origine sono poi divenute di uso comune: “grana”, “arrangiarsi”, “fifa”, “pignolo”, “sventola”, “scalcinato”, “marmitta”, “cicchetto”, “stecca”, “ battere la fiacca”, e così via.

Una vera e propria lingua di guerra nata al fronte e adottata da tutto l’esercito, a quell’esercito a cui venivano appioppati icastici nomi:

“Scarponi” per gli alpini, “Chichirichì” per i Bersaglieri, “Vasellina” per il Corpo Sanitario, e “Buffa” per la Fanteria.

Se per gli altri reparti era lampante e chiaro il riferimento, molto si è discusso per il nominativo affibbiato alla fanteria.
Nome ripreso anche nella poesia-canzone di Giulio Camber Barni (1891-1941):

La fanteria l’è buffa, l’è bassa di statura, ma quando va all’assalto anche i honved (1) gan’ paura. Bim, bum, bom, al rombo del canon… ! Non sono bersagliere, non son neppure alpin, son come il Re d’Italia: io sono fantaccin. Bim, bum, bom“. (2)

La tesi interpretativa prevalente sul nomignolo della fanteria è tutta in quel “vestito un po’ goffo rispetto alle altre armi” (3), e “dello scarpone, del curvo sotto lo zaino, dell’uomo che veste panni di misura non sua, del povero fante che conosce davvero la guerra” (4).

Ma se “buffa” è nato in trincea, il nome fante ha antenati illustri: dal latino infans-antis (Infante=non parlante), composta dal prefisso negativo in- e da fantem (parlante) participio presente del verbo fari.

Nel tempo la parola infante ha preso il significato di garzone, servo di casa, famiglio e nella società medievale indicava anche il servitore che seguiva a piedi il suo signore che invece andava a cavallo.

Il nobile cavaliere, che in tal periodo era sempre impegnato in battaglie, alla fine democratizzò l’uso delle armi anche per l’infante che ebbe l’onore del combattimento.
Nasceva così l’infanteria: dal servitore che combatteva a piedi a designare genericamente ogni soldato appiedato.

Infine, il popolino che andava per le spicce nel parlare tagliò la testa a infante e infanteria e si ebbe: fante e fanteria.

© Ivana Palomba

- 1. La peculiare situazione interna dell’impero asburgico si rifletteva sulla struttura delle sue forze armate. Accanto all’imperial regio esercito, in Italia vi erano affiancate anche due strutture dipendenti direttamente dai due parlamenti presenti nella duplice monarchia: la Landwher facente capo all’impero d’Austria e la Honved afferente al regno d’Ungheria.
- 2. Andrea Cortellessa, Mario Isnenghi, Le notti chiare erano tutte un’alba: antologia dei poeti italiani nella prima guerra mondiale, Brubo Mondatori, 2005, pag.130.
- 3. Lares, vol. 66, Olschki, 2000, pag. 70.
- 4. Italo Marighelli, Parole della naia, Nuova Guaraldi, 1980, pag.22.

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Bibliografia:
- Fortunato Minniti, Il Piave, Il Mulino, 2000.

May 182013
 

The Italian Renaissance, a sketchA look on the consequences of the Italian Renaissance in the fifteenth and sixteenth centuries.

download ebook, 29 pg. with images, only $. 2,00 

The Italian Renaissance in Europe. A sketch

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Index

→ Lorenzo the Magnificent and some of his contemporaries
→ XV century Italian life scenes
→ On fashion and Etiquette in the Italian Renaissance
→ The Italian Renaissance in Europe
→ Renaissance diffusion in Europe, notes
→ Libraries and printing in the Renaissance, notes

May 162013
 

↓ Scarica le 95 pagine a solo €. 5,00 

Il libro, l'incunabolo del XV secolodall’Introduzione:

“Nel trascorrere della Storia, vari oggetti inventati dall’uomo, a volte casualmente altre volte coscientemente, hanno rivoluzionato un modo di vivere, di comportarsi, hanno dato luogo a un’accelerazione economica e sociale che, partendo da un determinato luogo fisico, ha coinvolto l’intero pianeta.

E oggi lo possiamo ben vedere, almeno in questi ultimi venti anni, dalla rapida e capillare diffusione che sta avendo internet, con le enormi possibilità di sviluppo che, se adoperate per il verso giusto, potrebbero ancor più migliorare la nostra forma di vita. Il web, in poche parole, sta riuscendo nel proposito di unire, dove i diversi governi hanno fallito, le più disparate parti del pianeta, dal Giappone alla Norvegia, dalla Russia al Perù, dal Canada all’Australia alla Germania, e, nello stesso tempo, permette assistere e conoscere eventi quasi in modo istantaneo – pensiamo solo alla cosiddetta Primavera araba -, come fossimo presenti, eventi che oramai hanno un’influenza determinante nel nostro quotidiano vivere. Ancor più, la rete, agevola condividere il sapere, le esperienze, avvicinare popoli e civiltà, consente, insomma, studiare da lontano gli indigeni Katíos antioqueñi, Colombia, sfogliare le pagine della Bibbia di Gutenberg, entrare in una biblioteca inglese e visionare un manoscritto del ‘300. Al di sopra del credo politico religioso sociale.

Avvenne, sebbene in diversa maniera, più di cinquecento anni fa, quando Gutenberg diede vita ai caratteri mobili, quegli “oggetti” che avvantaggiarono la circolazione delle idee, che favorirono la “moltiplicazione” dei libri, che permisero lo sviluppo della critica, che aprirono il campo al diffondersi del pensiero scientifico del XVII secolo, fra l’altro. Cosicché i libri cominciarono a viaggiare nei carri trainati da buoi o cavalli, o per via fluviale, nelle botti che li proteggevano dalla pioggia, spesso non rilegati, spesso ancora senza copertina, tuttavia a somiglianza dei grandi manoscritti, fino a quando non venne Manuzio e preparò il primo tascabile.

Tutto ciò, per introdurre un argomento, il libro, che è stato, a nostro avviso, acceleratore economico e sociale, oltre che politico, è stato precursore di una nuova rivoluzione che stiamo vivendo oggi, quella di internet. Un continuum storico che ci riguarda da vicino e che è bene conoscere con un certo dettaglio, giacché i frutti di adesso sono semi del passato, così come i semi di oggi saranno frutti di domani. […]”

→ Scarica le 95 pagine a solo €. 5,00 

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Indice dell’ebook

Introduzione

Un oggetto rivoluzionato
1. Una nuova età
2. Gutenberg e la stampa nel ‘400
- 2.1 La tenacia di Gutenberg
- 2.2 Fra nuove specializzazioni e costi vari
3. La grande invenzione della stampa

Un oggetto da perfezionare
1. Il secolo XV
2. Gli incunaboli e i proto-tipografi
3. La geografia del libro stampato nella seconda metà del ‘400
- 3.1 Germania
- 3.2 Italia
- 3.3 Francia
- 3.4 Inghilterra

A mo’ di conclusioni
Bibliografia

May 132013
 

Se nel XIII sec. il sistema delle peciae iniziò con il favorire una seppur lenta maggiore diffusione dei manoscritti, specialmente e inizialmente nelle varie città universitarie italiane, l’invenzione dei caratteri mobili nel XV sec. da parte di Gutenberg permise, fra l’altro, portare, in un relativamente breve periodo, la cultura nelle case anche dei meno abbienti, così oggi, proseguendo quel continum storico, internet facilita ancor più la condivisione di idee progetti libri, permette, da seduti, poter accedere addirittura al vecchio Sutra del diamante e ammirarlo nel suo splendore.

E allora, che senso hanno le biblioteche oggi se in rete si può trovare di tutto? Possono queste organizzarsi fra loro e prestare, oltre ai consueti servizi, un valore aggiunto?
Lo abbiamo chiesto a Debora Mapelli che lavora nell’innovativo Sistema Bibliotecario Vimercatese, che sembra avvicinare il web i libri i lettori.

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Debora Mapelli- Debora, potresti raccontarci in poche parole che cos’è il Sistema Bibliotecario Vimercatese e com’è organizzato?

Il Sistema Bibliotecario Vimercatese è nato da una convenzione tra 27 Comuni delle Province di Milano e Monza e Brianza. Le 27 Biblioteche che fanno parte del Sistema pagano una quota annua per ogni abitante e in cambio ricevono dal Sistema Bibliotecario: assistenza hardware e software sulle circa 450 postazioni che fanno parte della rete informatica; assistenza nell’uso e nello sviluppo del programma di gestione biblioteconomica; catalogazione dei documenti; formazione permanente sia attraverso corsi per i neo assunti, sia attraverso aggiornamenti per i bibliotecari che lavorano già in una delle biblioteche afferenti, gestione centralizzata del prestito interbibliotecario (attraverso appalto a una cooperativa sociale che trasporta i libri richiesti da una biblioteca ad un’altra). Oltre a questi servizi di base il Sistema si occupa di elaborare annualmente le statistiche d’uso per le biblioteche e della comunicazione all’esterno delle nostre attività comuni, attraverso conferenze stampa, volantini, sito web e social network.
Per il Sistema bibliotecario lavorano: una coordinatrice, un’impiegata amministrativa, due catalogatrici, tre assistenti all’helpdesk informatico.

- In che cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

Io mio occupo di assistenza alla rete informatica delle biblioteche, aggiornamenti e manutenzione del sito web, assistenza agli utenti che ci contattano via email o attraverso apposito modulo del nostro sito, gestione della pagina Facebook in collaborazione con altre colleghe delle biblioteche del Sistema.

- Qual è il ruolo del bibliotecario oggi e com’è cambiato rispetto, per esempio, a una ventina di anni addietro?

Io credo che l’obiettivo di un buon bibliotecario sia stato e continui ad essere quello di facilitare l’accesso alle informazioni per i propri utenti. Nelle biblioteche pubbliche di base, come quelle per cui lavoro, oltre a questo importante obiettivo, c’è sicuramente anche un ruolo sociale che vede la biblioteca come luogo per la promozione della lettura, fin dalla più tenera età e, perché no, di scambio di opinioni su libri e autori.
Penso che, rispetto ad una ventina di anni fa, siano cambiati i mezzi a disposizione del bibliotecario, non tanto gli obiettivi. Oggi è più facile comunicare con gli utenti attraverso email, social network e App. La società mi sembra cambiata perché sempre più frenetica e anche il nostro lavoro si adegua a questi nuovi ritmi, raggiungendo gli utenti anche al di fuori della biblioteca.
Di certo l’evoluzione tecnologica che abbiamo visto nell’ultimo ventennio ha trasformato completamente il lavoro del bibliotecario che, oggi più che mai, non può farsi trovare impreparato di fronte alle nuove possibilità che esistono. Solo negli ultimi 5 anni ho visto arrivare nelle nostre biblioteche: postazioni touch screen per il prestito automatizzato dei libri, App per smartphone che permettono di richiedere in prestito i nostri documenti ma anche personalizzare le proprie ricerche, box esterni alle biblioteche che permettono la restituzione dei libri 24 ore su 24, ecc. Ad un bibliotecario di oggi non basta più conoscere la Classificazione Decimale Dewey e indirizzare l’utente al giusto scaffale, un buon bibliotecario deve essere consapevole delle esigenze della società in cui vive e lavora e deve anticipare le esigenze della propria utenza attraverso servizi che rendano più facile l’accesso alla biblioteca.

- Si parla di e.book, sembra addirittura che negli Stati Uniti le vendite abbiano superato quelle dei libri cartacei, pensi che le biblioteche siano pronte ad ospitarli, e in che modo?

È un tema complesso perché nuovo e pieno di protagonisti dell’intera filiera libro. Nella mia piccola esperienza posso dire che gli ebook nel nostro Sistema sono arrivati solo da pochi mesi ma, visti i numeri, direi che è già un successo. Quello che ho potuto constatare è che c’è molta curiosità e voglia di provare questa nuova forma di lettura e anche i corsi che abbiamo offerto agli utenti in merito agli ebook hanno visto il “tutto esaurito” in pochissimo tempo.
Attualmente mi sembra che ci sia una certa diffidenza nei confronti di questa nuova possibilità e lo dimostrano sia gli innumerevoli formati a disposizione, sia le protezioni, a volte fin troppo rigide, che vengono applicate agli ebook. Tutto questo confonde e disorienta i lettori e non rende facile nemmeno la scelta del device sul quale leggerli.
Credo che le biblioteche si siano aperte alla possibilità di offrire questa nuova possibilità di lettura e che, grazie a piattaforme come MediaLibraryOnline, questo compito ci sia facilitato. Credo comunque che la confusione e la paura del nuovo spaventi soprattutto gli editori e, finché non si troveranno linguaggi e strategie comuni, è difficile dire che cosa potrebbe succedere.
Nel caso particolare delle biblioteche, ad esempio, deve essere chiaro e garantito che, al di là delle protezioni adottate dall’editore, si possa conservare una copia dell’opera acquistata. In che modo e con quali diritti è ancora un tema aperto.

- In un’epoca come la nostra, dove i social network oramai fanno parte del quotidiano vivere, come le biblioteche potrebbero adoperare, per esempio, facebook twitter pinterest?

I social network sono le nuove piazze dove le persone si incontrano e discutono dei loro interessi. Chi meglio di una biblioteca potrebbe sfruttare queste nuove possibilità? Credo che sia importantissimo guardare con curiosità ai social network. Credo comunque che, un approccio improvvisato potrebbe essere controproducente perché un profilo gestito male potrebbe dare un’immagine negativa della Biblioteca. La giusta via di mezzo è quella di non affidarsi all’istinto o alla moda del momento, ma quella di valutare molto bene se si hanno le forze per sostenere un progetto di ampia portata che, spesso, va al di là del nostro orario di lavoro, porsi obiettivi ben chiari e studiare molto bene le nuove tecniche di comunicazione richieste. Una biblioteca non deve necessariamente lavorare da sola in tutto questo, il nostro Sistema propone una pagina Facebook che parla di tutte le biblioteche e che prevede, nella redazione, la presenza di nove bibliotecarie appartenenti a cinque biblioteche del Sistema e i contributi possono arrivare da tutti i nostri bibliotecari. Oltre a questa possibilità ci sarebbe anche quella di guardare ai nuovi protagonisti del web e dei social network, per esempio i book-bloggers: non sarebbe bella una pagina che nasce dalla collaborazione tra un book-blogger e una biblioteca?
Per quanto riguarda Pinterest credo che possa essere maggiormente sfruttato per le vetrine tematiche, le bibliografie e tutte le proposte di lettura che le biblioteche da sempre propongono ai loro utenti. Si tratta di un social network giovane ma credo valga la pena scommetterci.

- Alla luce della tua esperienza, Debora, che cosa cambieresti nel sistema bibliotecario italiano? Quali modifiche apporteresti, quali sono i rami secchi che toglieresti?

Il sistema bibliotecario italiano è in difficoltà da qualche anno per mancanza di finanziamenti. Credo che una Nazione dovrebbe difendere la cultura e la possibilità di accesso libero e gratuito al sapere con ogni mezzo. Mi dispiace leggere di biblioteche che devono ridurre gli orari di apertura, chiudere o rinunciare ad accrescere il proprio patrimonio per mancanza di fondi, credo siano ferite culturali che difficilmente potranno essere sanate. Oggi si parla tanto di sprechi e credo che, come in ogni settore, ci siano stati anche nelle biblioteche, ma è giusto fermarsi ad analizzare quali siano veramente le cose da tagliare e non procedere a tagli indiscriminati sui bilanci per far quadrare i conti.
In questi ultimi anni la nostra associazione di categoria, l’AIB ha sensibilizzato molto l’opinione pubblica sulla realtà delle biblioteche, a partire da iniziative come il Bibliopride ed è stato molto bello vedere quanti cittadini hanno risposto positivamente. Il lavoro di rinnovamento è già iniziato, posso solo augurarmi che ci sia data la possibilità di continuare ad offrire i servizi importanti definiti dal Manifesto dell’Unesco.

- Per concludere, quale e come credi sarà il futuro delle biblioteche in Italia e nel Mondo in generale?

Mi auguro che ci sia sempre posto per le biblioteche in Italia e nel Mondo in generale perché solo garantendo un libero accesso alle informazioni e al patrimonio culturale ci saranno popoli liberi e responsabili. Spesso si sente dire che, viste le nuove possibilità di reperire in rete tutto il patrimonio documentario, le biblioteche potrebbero anche sparire. Io sono convinta del contrario. Intanto non è detto che avere a disposizione tutti questi documenti permetta di accedervi, sono necessarie competenze di ricerca bibliografica che, purtroppo, si stanno perdendo sempre di più e chi meglio di un bibliotecario può fare da intermediario tra il mare magnum di informazioni e quello che si cerca davvero? In secondo luogo ritengo assolutamente doveroso conservare una memoria storica libera e indipendente del patrimonio culturale dell’umanità perché la tecnologia apre le porte anche a scenari di controllo che spaventano: basta pensare all’accesso alle informazioni che è permesso nei Paesi non democratici. Gli scenari sono di così ampia portata che si potrebbe dedicare un’intera monografia all’argomento, ma credo che già solo sfiorarlo renda comprensibile quanto sia importante difendere le biblioteche.
Infine mi piace pensare che resta ancora una dimensione umana nel nostro lavoro e che, con il tempo, potrebbero cambiare i nostri servizi, ma non la possibilità di ospitare utenti che abbiano voglia di incontrarsi, leggere un giornale in un locale accogliente e silenzioso, far avvicinare i loro bambini ai libri, scambiare quattro chiacchiere sull’ultimo romanzo di un autore famoso.

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Letture consigliate:

- Antonella Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche, Editrice Bibliografica, 2011
- Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Laterza, 2009.
- Valeria Baudo, Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi. Nuove tecnologie e nuove prospettive per le biblioteche pubbliche e scolastiche, Editrice Bibibliografica, 2008.
- Cecilia Cognigni, La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontano, Editrice Bibliografica, 2012.

May 112013
 

Dalla Francia, due siti da tenere in particolare attenzione e da scoprire con immensa calma e curiosità per la gran quantità di informazioni che contengono:

- L’Histoire par l’image.
- Bibliothèque virtuelle des manuscrits médiévaux.

Il primo, dedicato principalmente alle immagini alla loro descrizione alla storia correlata, contenente documenti cha vanno principalmente dal 1643 al 1945, con l’interessante possibilità di ricercare per tema.

Nel secondo sito invece possiamo trovare preziosi manoscritti così come incunaboli che ci immettono direttamente nel Medioevo e nella prima Età moderna. Un portale imprescindibile per lo storico che non ha possibilità di viaggiare direttamente per archivi e biblioteche

Bibliothèque virtuelle des manuscrits médiévaux.

May 092013
 

by Ute Margaret Saine

Today, music, both classical and popular, is exuberantly global. Soloists and orchestras perform, today in Tokyo and tomorrow in Johannesburg: an Argentine composer such as Oscar Golijov is performed equally in Moscow and in Los Angeles. But music was not always so cosmopolitan.

In 1957, we were visiting the house of a young architect in Celle near Hanover. I was thirteen years old, when I heard Vivaldi for the first time, it was like a shock, I instantly fell in love with this music. Until then, and before 33 and 45 rpm long-playing records became available, I had been raised on a diet of German composers, mostly Beethoven, Bach, Schumann, Schubert, Brahms. Family members either played them on the piano or I listened to them on the radio, an important source of music for me. Not bad, but national composers, considered German. Other than they, there was Chopin, indispensable for the piano, and perhaps at Christmas, the radio would play the Corelli concerto grosso “Natale”. We will return to this strange postwar musical ghettoization after a look at music history.

Josquin des PrésIn the Middle Ages and the Renaissance, European music was international in the sense that there was a flux North-South, in both directions. In addition to the outflow of Italian musicians to other European capitals, or rather courts, Flemish composers like Josquin des Prés worked in Italy, in Ferrara, while Germans, like Schütz and Pachelbel, had come to Italy in their youth to study music in Venice. In fact, Pachelbel’s “Canon” is arguably more a part of the Venetian “canon,” than any German one.

The great music whirlpool was unleashed in the Baroque period and continued through the eighteenth century. Musicians went from everywhere to everywhere. London had Bononcini and later Handel, as well as Johann Christian Bach; Domenico Scarlatti worked in Lisbon and Madrid, in the latter city with the castrato, Farinelli; Leo Hasse went to Naples, Willaerts and Lassus both worked in Italy. In Rome, Cardinal Ottoboni was able to organize a contest between two international musicians who happened to be in town at the same time, Scarlatti and Handel: Handel won on the organ, Scarlatti on the harpsichord. Many Italian musicians, as well as painters, gathered in Dresden. Salieri was in Vienna. Gluck worked in Vienna, Milan, and Paris. A pro like Johann Sebastian Bach would compose harpsichord concertos in the Italian style, orchestral suites in the French style, and the Brandenburg concertos in a supposedly new German style, plus making many transcriptions, from Vivaldi to Rameau, which were not considered a plagiarism, but an homage to the original composer. All this in addition to a highly mathematical personal idiom, found in “The Art of the Fugue”.

French music was not as well-integrated with that of other countries. To be sure, Paris had a strand of so-called “Italian musicians“, mostly operatic, but someone like Lully, though originally having come from Italy (Lulli), was thoroughly gallicized. [It's ironic that the current EU fanfare would be by Charpentier, during a time when France war relatively isolated musically. Contemporaries from other European countries would not have heard this music, which squarely belonged to the court of Louis XIV.]

At that time, composers collaborated with international opera librettists, Gluck had count Ranieri Calzabigi and, somewhat later, Mozart used padre Lorenzo Da Ponte; all four of whom greatly contributed to internationalizing the opera repertoire. During this time, music was still largely financed by the courts, but began to attract growing bourgeois audiences.

MAJ06_12_Shepheard.inddDuring and after the French Revolution, musicians were largely spared any grief and continued being mobile. Countries such as Russia would still remain somewhat aloof, but occasionally received guest composers, performers, and orchestras, such as Berlioz and Clara Schumann. Boccherini worked in Madrid, Rossini cooked in Paris, composing only under duress, Cherubini went to Paris to head the Conservatoire. Paris was also the haunt of the German-Hungarian Franz Liszt, as well as of Wagner. Berlioz was regularly premiered in Weimar from 1843-1863, and Spontini was in Berlin. It was during this time that the great music halls were build in European capitals and big cities hired musicians for their “modern orchestras” of the nineteenth century, such as the Gewandhaus orchestra in Leipzig and the London Philharmonic orchestra, but really every major city had a concert hall and an orchestra. Symphonies and solo-instrument concertos became the preferred medium. Opera houses also became larger and were frequented by a large bourgeois public: from the tiny Cuvilliés Theater in Munich, built 1751-1753, to the huge Garnier Opéra in Paris, 110 years later for a public of 1.900, the change is striking.

Change came in the latter part of the nineteenth and early twentieth century: pushed by nationalism and colonialism, the horizon of music shrank. To be sure, great European music radiated out, and famous performers, such as Adelina Patti, Enrico Caruso and Benjamino Gigli would still travel, now including the United States, or at least Boston, New York, and Philadelphia, in their tour circuit. In fact, Caruso had sung in San Francisco the night of the earthquake and the great fire of 1906, and some had jokingly blamed it on his powerful voice. Sometimes even composers traveled: Dvořák lived in New York and Indiana for some time. Enrique Granados went to New York for a premiere in 1916, of an opera based on his famous ‘Goyescas’ for piano, only to be killed upon his return, when his ocean liner was struck by a German submarine.

There was now “exotic” music, such as Brahms’s “Hungarian Dances”, where the folklore of a non-sovereign nation became fodder for a descriptive music that would purport to give the public some relief from the more rigorous symphonies and concertos. Composers of these conquered nations themselves would follow suit, such as Dvořák, with his “Slovakian Dances”, Smetana with “My Fatherland” (Má vlast) and “Moldau” (Vltava). Mily Balakireff’s “Islamey” is the composition of a St. Petersburg resident check evoking the mysterious Islamic Inner Asian regions of Russia.

Giuseppe Verdi fotografato da NadarOnly the opera repertoire remained international, but it did not concern itself with contemporary political reality, taking refuge in a largely escapist content instead: orientalism, nationalist mysticism as in Wagner, and love in all its forms became the grand operatic themes. Verdi’s operas, some of which for Italians had a political, Risorgimento content (Nabucco), were not so understood by the non-Italian public, but reduced to a fancy, pseudo-historical orientalism. “Aida”, though Verdi did not write it on the occasion of the opening of the Suez Canal in 1869, was premiered in Cairo in 1891 and was appreciated merely as mythologized oriental historicism with a love theme.

With sporadic exceptions during the Twenties, the large horizon of music began to shrink, especially in Germany, until the dark hour in which the Nazis overlaid music and art with their sordid mythologemes. For example, Beethoven’s luminous “Sixth symphony”, the “Pastoral”, was seen through the narrative glass darkly of atavistic Germanic “folk” urges, rising like blood from the earth, the so-called Blut-und-Boden [blood and soil] ideology. That blood did not usually cover the earth, until the Nazi wars made it so, was overlooked by these Barbarians. Musicians collaborated actively or merely tried to survive the brown surge, many emigrated, among them the 80 German, Polish, and Hungarian Jewish musicians, whom Bronislav Hubermann brought to Palestine to form the Jerusalem Symphony Orchestra in 1936.

The postwar music scene was still heavily compartmentalized, in that many Jewish musicians (Yehudi Menuhin, Isaac Stern, Yasha Heifetz) would boycott Germany, some of them for their entire lifetime, while at the same time, German musicians viewed as collaborators, such as Walter Gieseking, were not welcome abroad (the photograph of a New York poster, reproduced in Life International, famously read: “Geiseking Go Home”). Switzerland proved the neutral hunting ground where musicians from both camps would sometimes meet.

The besmirching of music by fascist narrative motivated a fourteen-year-old German girl in the Fifties to play for a long time only Bach’s “Well-Tempered Clavier”: finally pure music! At the time, I was unaware of Gounod’s “Ave Maria” parody of the first prelude in c-major of the first volume.

©Ute Margaret Saine

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