Feb 082013
 

20.000 pesos colombiani corrispondono più o meno, in data odierna, a 8 €., cifra che pagai per andare in autobus da Bogotà a Villa de Leyva, circa 200 km. Un bel viaggio alla scoperta della natura delle Ande, un verde pieno di specie endemiche, ma anche di “brutti” eucalipti, importati da remoti luoghi, che non hanno nulla a che vedere con i selvatici frailejon le tibuchine le felci…
Dopo il Ponte di Boyacá, famoso per l’omonima battaglia, 7 agosto 1819, passati per Tunja, capoluogo del dipartimento di Boyacá, ci si immise in una serie di curve che scesero verso la nostra meta, verso un luogo dove il tempo si è fermato a riposare.
All’arrivo, uno dei primi particolari che notai fu una vegetazione familiare, una vegetazione che mi sapeva di Mediterraneo, e in effetti la flora del luogo è per lo più ispirata a quella nostrana, delle nostre coste del sud: ibiscus, falso pepe, lantana camara, olivi, limoni…
Fummo ospiti dell’Hotel e Spa Getsemaní, un hotel davvero gradevole e confortevole, un ambiente rilassante in cui poter anche lavorare in rete grazie al veloce wifi che offre gratuitamente agli ospiti… e non vi dico la deliziosa cucina: da provare! (da vedere le foto scattate da mia moglie »»»qua).
Ma andiamo con un certo ordine e diamo una svista alla storia del prezioso paesino.

Villa de Leyva è una di quelle mete che, venuti in Colombia, è obbligatorio visitare, sia perché paesino tipicamente coloniale, sia perché ci si immerge in un contesto storico ancora vivo e palpitante, pieno di atmosfere magiche. Ed è presto detto, con il Mito di Bachué, di origine muisca.
Dalla vicina laguna di Iguaque, un giorno, venne fuori una giovane bella donna, chiamata Bachué o Furachogue, con un bambino in braccio, addentrandosi nella vicina foresta.
Passarono gli anni e il bambino crebbe, divenne un adulto e robusto uomo che unendosi a Bachué diede vita agli esseri umani che popolarono la Terra. Compiuta la missione, i due ritornarono nelle acque della laguna, convertiti in due serpenti.

La storia continua con l’arrivo degli spagnoli, nel XVI sec., che, al comando di Gonzalo Jiménez de Quesada, invadendo il territorio dei Muisca e incontrando ben poca resistenza, conquistarono l’area circostante. E la Villa de Santa María de Leyva, in onore al presidente della Real Audiencia del Nuevo Reino de Granada, Andrés Díaz Venero de Leyva, fu fondata il 12 giugno 1572. L’insediamento fu poi spostato verso sud perché violava una legge – Leggi delle Indie – che diceva non poter creare insediamenti nelle terre degli indigeni, né pretendere loro beni.

Seguì l’evangelizzazione da parte degli agostiniani – ricordiamo il convento della Candelaria, 1604 – e dei domenicani – con il Santo Ecce-Homo del 1620.
La cittadina ebbe rapido sviluppo, almeno fino al XVII sec., uno sviluppo legato a tecniche che permettevano ampie coltivazioni di grano, a tal punto che nella zona si costruirono vari mulini. Una dura epidemia, che chiamarono “caída de un polvillo”, colpì, a fine XVII secolo, il suddetto cereale, causando una forte decrescita, con la conseguenza di abbandono del luogo da parte sia degli indigeni che degli spagnoli. In effetti, una delle possibili cause della decadenza potrebbe essere stata, inoltre, una mancanza di rotazione delle piantagioni, un errato utilizzo dei terreni. A metà XVIII secolo si contavano non oltre duemila abitanti.
E giacché, si dice, non tutto viene per nuocere, la città fu poi “presa” come area di riposo, rimanendo tale quale ancora oggi, d‘aspetto coloniale e ben conservata, Monumento nazionale dal 1954.

Villa de Leyva, particolari

Paesino oggi abitato da meno di diecimila abitanti, Villa de Leyva ricorda l’architettura della Spagna del XV-XVI sec., con le strade acciottolate, i balconi sporgenti, i tetti di tegolei patios, i piccoli negozi che vendono di tutto. Nel fine settimana e nei giorni di festa, è presa d’assalto dai turisti, vuoi bogotani o colombiani in generale, vuoi da oltre-frontiera. E non è raro veder camminare per le vie artisti o scrittori che oramai risiedono nell’ameno luogo.

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Villa de Leyva, Plaza mayor

Con i suoi 14.000 m², la piazza principale o Plaza Mayor, è una delle più grandi piazze colombiane in cui l’aspetto coloniale è presente con forza, con una fontana – chiamata Ara Sagrada – che un tempo dava da bere ai villaleyvani, una piazza dove i veicoli a motore non possono entrare. Accanto alla vecchia immagine, una nota di rilievo fa onore al paese: il municipio ha predisposto il wifi gratis e libero per coloro che desiderano connettersi al web… magari sorseggiando una birra in uno dei tanti caffè presenti nei vicini edifici.

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Un breve video a 360 gradi sulla piazza.

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Villa de Leyva, Casa Museo Antonio Nariño

Vari e tanti sono i musei presenti, da quello paleontologo all’arte religiosa, da quello archeologico al fossile, dove sono custoditi i resti di uno dei due pliosauri del periodo Cretaceo esistenti al mondo. Qui sopra la Casa Museo Antonio Nariño, una mansione di inizi XVII sec. in cui morì il famoso politico, 13 dicembre 1823. Nelle varie sale sono esposti alcuni suoi beni personali, così come parte della documentazione della sua vita. Ricordiamo che Nariño fu colui che tradusse dal francese, nel 1794, la famosa Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

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Villa de Leyva, Casa Museo Antonio Ricaurte

Altro aspetto culturale, la Casa Museo Antonio Ricaurte, dove nacque il 10 giugno 1786 l’eroe di San Matteo, battaglia svoltasi in Venezuela, il 25 marzo 1814, per la liberazione della vicina nazione e in cui lo stesso Ricaurte perse la vita. La Forza aerea colombiana acquistò nel 1970 l’edificio e ne fece un piccolo museo militare in onore proprio del martire.

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Sebbene la zona viva principalmente di agricoltura e allevamento di bestiame, non sono da sottovalutare le entrate economiche che il turismo lascia, considerando che in questi ultimi anni sono stati restaurati decine e decine di edifici destinati sia ai locali che agli stranieri. Altro ingresso viene dall’artigianato, per esempio dalla confezione di ruane e capi di vario genere. Nel video una donna che tesse con un vecchio telaio a mano, a spoletta volante.

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