di Daniela Nutini
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Dopo l’annullamento del matrimonio con Giovanni Sforza (1497) – annullamento chiacchieratissimo in tutte le corti italiane, sia per le sue motivazioni, sia per le accuse tremende lanciate dallo Sforza al suocero pontefice Alessandro Borgia –, Lucrezia è di nuovo libera e pronta a nuove nozze. Il matrimonio sarà ovviamente politico: troppo il duca Valentino e il papa tradivano le loro ambizioni per non considerare Lucrezia una semplice pedina nei loro intrighi. La politica del pontefice oscillava tra Casa d’Aragona che regnava a Napoli e il re di Francia che su Napoli aveva delle pretese dinastiche. Figuriamoci come Alessandro VI dovesse destreggiarsi in questi frangenti, tanto più che il Valentino aveva bisogno di un aiuto concreto di truppe e quant’altro per le sue ambizioni personali. Aiuti che non potevano che venire dal re di Francia, che comunque in quel periodo non dava a che vedere nulla delle sue intenzioni. Casa d’Aragona era comunque spagnola e il papa pareva inclinare da quella parte, proprio per le sue origini spagnole. Si risolvette così di dare in moglie Lucrezia ad Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di re Alfonso II di Napoli e di madonna Tuscia Gazzullo. Alfonso era inoltre fratello di Sancha, che aveva sposato il più piccolo di casa Borgia, Jofrè, e viveva abitualmente in Vaticano.
E così inizia per Lucrezia il suo secondo matrimonio. Sarà un matrimonio d’amore. Alfonso ha 19 anni ed è ”l’adolescente più bello che si sia mai visto a Roma”. Per la ventenne Lucrezia, questo ragazzo galante, bello, colto e gentile sarà una folgorazione. I due giovani si amano appassionatamente, il loro è stato un colpo di fulmine. Il matrimonio fu celebrato con gran pompa nell’appartamento Borgia, e così inizia una vita fatta di feste, omaggi, cacce, cavalcate e passione amorosa: i loro sguardi amorosi intenerivano il popolo e i cortigiani canterellavano maliziosi ”piovono baci”.
E questo amore diede il suo frutto nella nascita del piccolo Rodrigo, battezzato così in onore del nonno.
Intorno ai due duchi di Bisceglie – Alfonso aveva avuto il ducato al momento del matrimonio -, nel palazzo di Santa Maria in Portico, si era intanto riunita una corte letteraria composta dagli umanisti più in voga del tempo: Pomponio Leto e i suoi discepoli, il poeta Serafino Aquilano, il Sannazzaro, musicisti provetti, uomini di lettere e di diritto, cardinali e diplomatici. Si era anche riunito un circolo di scontenti, di sostenitori della Spagna e di conseguenza di Napoli, preoccupati della nuova politica filo-francofona del pontefice. Infatti Cesare, partito in grande pompa per la corte di Francia, per sposare l’aragonese Carlotta, era tornato sposato ad un’altra Carlotta, figlia del re di Navarra, e con questo gesto si era legato definitivamente alla Casa di Francia.
Così ora gli Aragonesi non sono più ben visti in Vaticano. Lucrezia ne è terrorizzata, conosce il padre e il fratello, e teme per la sorte dell’amato Alfonso. Il quale, visto l’aria pericolosa che tirava per lui, se ne fugge una notte per Napoli, con pochi bagagli e amici, cercando poi alla disperata di riavere la moglie con sé. Seguono mesi durissimi per Lucrezia, che cerca con ogni mezzo un riavvicinamento tra il papa e il re di Napoli, il quale, incautamente, si fa convincere a rimandare il figlio a Roma, anche per scongiurare quella venuta dei francesi che cercavano di impossessarsi del regno napoletano. L’ultimo tentativo che casa d’Aragona faceva perché il papa tornasse protettore e amico doveva risolversi in un sacrificio.
Troppe erano le congiunture politiche sfavorevoli. Cesare si sente chiamato a grandi imprese, i francesi sono già calati una volta in Italia spezzando la forza sforzesca, e stati e staterelli, feudi papali si sentono minacciati dal Valentino che ha bisogno del re di Francia per le sue imprese. Lucrezia lotta con tutte le armi possibili per avere il favore del padre, fino a tenere presso di sé una fanciulla, giovane e bellissima, che è in quel momento la favorita del papa. Ma Cesare non sopporta più niente di aragonese, perfino vedere il cognato, così bello e dolce, accarezzato e amato dalla sorella, gli pare un affronto insostenibile. Il papa è ora completamente dominato dal figlio. Il destino di Alfonso è segnato.
La sera del 15 luglio 1500, in pieno Anno Santo, Alfonso rientra a casa dopo una cena in Vaticano. È accompagnato dall’amico Tommaso Albanese e da uno staffiere. Sta camminando in Piazza San Pietro quando viene aggredito improvvisamente da alcuni uomini armati. Alfonso, bravo e coraggioso, comincia a difendersi con l’arte della spada dell’eccellente scuola napoletana. Non aspettandosi tale reazione, gli assalitori perdono il loro impeto, riuscendo solo a ferire, seppur gravemente, il giovane duca, mentre lo staffiere invoca soccorso e Albanese copre splendidamente il corpo di Alfonso. Intanto, alle grida, le porte del Vaticano si aprono, e gli assalitori si danno alla fuga. Alfonso viene portato al sicuro.
Si può immaginare da ora in poi lo strazio di Lucrezia. Cura personalmente il marito, che è stato ricoverato in una delle stanze Borgia, la stanza detta “delle Sibille”, con la cognata Sancha al fianco, chiamando i migliori medici, arriva ella stessa a preparare il cibo per l’ammalato su un fornelletto da campo. S’immagina chi è stato il mandante dell’assassinio. Le ritorna in mente il modo della morte del duca di Gandìa, così simile. Alfonso risana lentamente, ma nessuno si fa illusioni sulla sua sorte e tanto meno Lucrezia che concorda con re Federico di farlo partire appena possibile per Napoli, sognando di raggiungerlo ella stessa, per vivere una vita propria nella loro terra di Bisceglie. Ma erano sogni vani, destinati a non durare. Il 18 agosto Cesare, con uno stratagemma, fa allontanare gli amici, la sorella e la cognata dalla stanza di Alfonso. Ed ecco che avanza don Micheletto, l’anima dannata di Cesare. Alfonso si alza in piedi vacillando, in un angosciato tentativo di protesta, in un ultimo gesto di dignità umana, e cade con la mano alzata, come per chiedere grazia per la sua giovinezza.
Per Lucrezia fu uno schianto di orrore. Non ebbe nemmeno il permesso di seguire il modestissimo funerale del marito, sepolto la sera stessa in Santa Maria della Febbre.
Porta un lutto stretto, alla spagnola, angosciata anche per la sorte del figlioletto Rodrigo, legata alla rovina della Casa Aragonese. Le è insoffribile vedere anche il padre, che da parte sua non si capacita di tanto dolore. In quanto a Cesare, appena lo vede, gli getta in faccia amare parole: ”da te, niente mi meraviglia”. Chiede e ottiene di andare a nascondere la sua disperazione nel castello di Nepi da dove scrive agli amici firmandosi “la Infelicissima” e dove copia sul suo libro di ore questo bellissimo verso del Sannazzaro: “per pianto la mia carne si distilla”.
Altri destini si preparano per lei. Tornata in Vaticano, fa pressione sul padre affinché perori la sua causa presso la corte di Ferrara. Lucrezia vuole un porto sicuro, una vita non più legata alle sorti del padre e del fratello, una lontananza dai palazzi del Vaticano dove ha visto uccidere l’amato marito. Ottiene il matrimonio estense e così sarà terminato il tempo di Lucrezia Borgia e inizierà quello, fruttuoso e ammirato da tutti, di Lucrezia, duchessa di Ferrara.
© Daniela Nutini
