Sep 182012
 

Non è mai superfluo dare il giusto peso alle note a piè di pagina in un libro di storia, o in un saggio in generale, e sebbene a un primo acchito possano disturbare la lettura o distrarci, esse consolidano l’energica espressione delle idee dell’autore sostenute da testimonianze – relativi documenti – di altri studiosi che hanno affrontato l’argomento in questione. Le note a piè di pagina, in poche parole, dicono che la tesi portata avanti da parte del ricercatore ha basi fondate e motivate che si possono controllare e verificare, studiare ed esaminare una e più volte, che ciò che afferma non è campato in aria, ma si basa su tangibili fonti esistenti.
Ecco di seguito cosa ne pensava Marc Bloch:

«I margini inferiori delle pagine dei libri esercitano su molti eruditi un’attrattiva che rasenta la vertigine. È certamente assurdo affollarne gli spazi bianchi, come essi fanno, con riferimenti bibliografici, che un elenco posto all’inizio del volume avrebbe, per la maggior parte, risparmiato, o, peggio ancora, relegarvi, per pura pigrizia, lunghi sviluppi il cui vero posto sarebbe stato nel corpo stesso del testo: tanto che la parte più utile di questi lavori bisogna sovente cercarla in cantina. Ma quando certi lettori si lamentano che la più piccola riga, relegata a piè di pagina, confonde loro le idee, quando alcuni editori pretendono che i loro clienti, senza dubbio meno ipersensibili, in realtà, di quanto essi amano raffigurarli, soffrono le pene dell’inferno alla vista di ogni pagina così deturpata, questi delicatini danno semplicemente prova della loro insensibilità ai precetti più elementari di una morale dell’intelligenza. Giacché, in tutti i casi in cui non si tratti dei liberi giochi della fantasia, un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata; e per uno storico, se usa un documento, l’indicarne, il più brevemente possibile, la collocazione, cioè di ritrovarlo, non equivale ad altro che a sottomettersi a una regola universale di probità. Ho adesso accanto a me un libro di grande interesse sulla Germania prima della Riforma. Molte affermazioni mi stupiscono. Forse a torto. Vorrei verificarlo. Non ne sono in grado, e nessuno lo sarebbe, dal momento che nessuna indicazione mi permette di risalire alla fonte. Come un chimico che, annunciando una scoperta, rifiutasse di riferire l’esperimento attraverso cui vi è stato condotto, perché, a suo dire, “ciò annoierebbe il lettore”.
 Avvelenata da dogmi e da miti, la nostra opinione, anche la meno nemica dei lumi, ha perduto persino il gusto del controllo. Il giorno in cui noi, avendo prima avuto cura di non disgustarla con una vana pedanteria, saremo riusciti a persuaderla a misurare il valore di una conoscenza dalla sua premura di offrirsi in anticipo alla confutazione, le forze della ragione riporteranno una delle loro più significative vittorie. Ed è proprio per preparare questa vittoria che lavorano le nostre umili note, i nostri minuti e pignoli rimandi, che oggi tanti begli spiriti disprezzano». (1)

E ancora lui:

«Cominciamo dalla più semplice, la più elementare delle regole. Forse alcuni di voi hanno avuto fra le mani dei testi eruditi. Vi siete mai chiesti perché questi libri hanno delle note a piè di pagina? Queste note! Queste povere note! Non potreste immaginarvi quanto se ne è detto di male. Pare che vi siano dei lettori così sensibili che queste note basterebbero a disgustarli di un’opera, per quanto valida possa essere, – occhi distratti che non sono in grado di seguire il testo, perché sono attratti di continuo verso il fondo della pagina. Prima di criticare, sarebbe stato meglio tentare di comprendere. A cosa servono le note? A dare quelli che noi chiamiamo i riferimenti. Un fisico descrive un esperimento; l’ha fatto lui stesso; egli è per se stesso il suo testimone; non ha bisogno di citarsi; basta la sua firma, in testa al libro o alla fine dell’articolo. Uno storico riferisce un evento passato; non lo ha visto; egli parla basandosi su dei testimoni; è necessario ch’egli li nomini, anzi tutto per prudenza, per mostrare che ha dei garanti, e soprattutto per correttezza, per permetterci di verificare, se è il caso, l’uso che ha fatto dei loro resoconti. Citare i propri testimoni, o, come qualche volta si dice, “citare le proprie fonti” (l’espressione, che non è molto felice, è accettata) è il primo dovere dello storico. Solo dello storico? Vediamo. Un compagno vi riferisce che uno dei vostri amici ha commesso non so qual sciocchezza. Prima di credergli, pregatelo di citarvi le sue fonti. Talvolta scoprirete che non ne aveva altre se non la propria immaginazione. O se ne aveva non erano degne di fiducia. Oppure le aveva interpretate male. Rischiate a vostra volta di farvi eco di un pettegolezzo qualunque. Prima di parlare, chiedetevi se potreste citare le vostre fonti. Finirà che non aprirete bocca». (2)

*****

- 1. Marc Bloch, Apologia della storia o il mestiere dello storico, Torino, Einaudi, 1969, p. 87.
- 2. Marc Bloch, Critica storica e critica della testimonianza, vedi »»qua.

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