di Daniela Nutini
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Juan Borgia, figlio prediletto di papa Alessandro VI Borgia, oltre ai possedimenti e al ducato di Gandìa, aveva ereditato alla morte del fratellastro Pedro Luis anche la promessa sposa Maria Enriquez de Luna, cugina del re di Spagna, e con lei la protezione regale spagnola.
Si avviano così le nozze, sontuosissime per volere del papa. Juan ha sedici anni e la fidanzata attende con gioia quello sposo, che arriva bello, ridente, con le mani ricolme di doni. Anche lei ha sedici anni e il padre è don Enrico Enriquez, cugino del re, che qualche mese prima si era fatto un caso di coscienza per la moralità papale, tanto da richiedere una curiosa lettera di esaltazione e giustificazione a favore dei Borgia. Persuaso, don Enrico dette via, a Roma, alle preparazioni cui il papa aveva dato tutto il credito possibile. E sovrintendeva di persona l’allestimento del corredo del figlio: pellicce di lince, zibellino, vaio e broccati, e velluti e rasi, arazzi, argenterie, tappeti, e poi i gioielli come ci informa Gianandrea Boccaccio: perle grossissime, rubini, smeraldi, zaffiri, legati in collane e anelli. Tutto per Juan. Inoltre il padre si preoccupava molto anche del comportamento del figlio affiancandogli don Ginès Furia e Mossen Jayme Pertusa, suoi fidatissimi, con una lista di ordini che avrebbero regolato la vita di Juan una volta sbarcato in Spagna, pena la scomunica se qualcosa non fosse andato per il verso giusto. Il papa conosceva bene gli usi della sua terra natale, ma conosceva anche la sventatezza del figlio amatissimo: troppe infatti le proibizioni di uscire di notte, giocare ai dadi e alle carte, di toccare le rendite del ducato e le esortazioni a comportarsi bene con la sposa. In Spagna ci sarebbe stato poi il vescovo di Oristano, suo parente, a sovraintendere meglio.
Ed ecco che Juan parte, ma lo raggiunge subito, a Civitavecchia, un messaggio del padre che gli intima di curarsi, nella traversata, la carnagione e i capelli, di vestirsi bene e di mettersi i guanti perché la salsedine non avesse a rovinargli le mani, dato che in Spagna si fa gran caso alla loro morbidezza e bianchezza.
Infine, il 24 di agosto 1493, il duca approda a Barcellona, dove l’attendono la sposa col padre. Il matrimonio avviene alla presenza dei reali di Spagna. Gli sposi partirono poi per Valencia e quindi per Gandìa. L’abitazione dove essi vissero, consumando la loro breve e appassionata storia, si può ancora visitare, con la sua nobile scala scoperta, il salone d’armi a travature dipinte e lo stemma dei Borgia col toro e le fasce e a cui fa da contrappunto, nella piccola cappella, lo stemma reale di Maria Enriquez, i castelli di Castiglia e il leone aragonese.
Vi erano stati dissapori tra il padre e Juan, lettere di accuse e di scuse, presunte spese pazze del duca e sue scappate notturne, ma il tutto venne tacitato dall’annuncio che stava per nascere l’erede del Ducato di Gandìa. Qualche anno dopo Juan veniva richiamato in patria dal padre, trovando la morte efferata (1497) che sappiamo, forse per mano del fratello Cesare.
E per lo stesso Cesare si profilò in un primo momento, dopo la riduzione allo stato laicale, l’ipotesi di sposare la vedova del fratello, cosa che fu rigettata con orrore dalla stessa Maria, perfino dalla corte spagnola fu fatto sapere che non ci pensassero nemmeno in Vaticano ad una simile ipotesi.
Maria Enriquez dedicò tutta la sua vita al culto del marito, racchiusa nel suo palazzo di Gandìa, con quelle preghiere ardenti e tristi che accompagnarono i suoi giorni, e alla cura per i figli, i piccoli Juan II e Isabella, una bambina nata probabilmente in assenza del padre e che il giovane duca non poté mai vedere. In quanto a Juan II, ebbe in sorte di tenere alto il nome dei Borgia con il figlio Francesco, consigliere di Carlo V, quarto Generale della Compagnia di Gesù in Spagna, e che poi assurgerà agli onori dell’altare: San Francesco Borgia.
Maria Enriquez rimase comunque sempre in contatto con la famiglia del marito. Fu sempre in corrispondenza con Lucrezia e sappiamo come si scambiassero doni. Quando già era duchessa di Ferrara, Lucrezia ricevette per esempio “due casse, una piena di odori e di oli e l’altra di confezioni di zucchero”, certamente dolci spagnoli pesanti di zucchero e miele, oli di bergamotto e gelsomino, estratti di fiori di arancio, cui ella rispondeva con un dono di un rosario di corallo rosa, per la cognata che si era ritirata in convento alla maggiore età del figlio Juan. E anche don Enrico Enriquez era passato dalla corte di Ferrara, ricevendone magnifici doni, assicurando la duchessa della sua somiglianza con il nipotino Juan. Lo sventurato Juan riviveva nell’amore della moglie e della sorella, uniche testimoni rimaste della sua breve, abbagliante e infelice vita.
© Daniela Nutini
