Mar 062012
 

Di seguito un documento, una lettera del principe Pronskij allo zar Alessio I (1629-1676), figlio di Michele I Romanov, in cui descrive la terribile situazione a Mosca, una epidemia di peste che stava decimando la popolazione. Periodo ancor più tragico se pensiamo alle guerre con l’Ucraina, con la Polonia, la Svezia, oltre alle rivolte interne, e via dicendo, in cui la moria di soldati era impressionante e la fame era all’ordine del giorno. Così precaria era la situazione a Mosca che lo zar, di ritorno da una campagna militare contro la Polonia, dovette fermarsi a Vjaz’ma per un anno, raggiunto ben presto dai membri della famiglia.
L’autore di questa missiva morirà poche ore dopo averla scritta, mentre il suo successore nella carica, Chilkov, il giorno seguente, tale era la situazione in quei mesi.

Mosca, primi di settembre del 1654

…. Nelle nostre case non si sta meglio, e perciò le abbiamo abbandonate e viviamo in aperta campagna. Dal giorno di S. Simenone (1° settembre) in poi l’epidemia è diventata di giorno in giorno più perniciosa. Sia a Mosca, sia nei sobborghi è ancora in vita solo un piccolo numero di cristiani ortodossi. In sei reggimenti non c’è più nemmeno un soldato; negli altri, molti giacciono ammalati; parecchi soldati sono fuggiti. Non c’è nessuno là, che possa montar la guardia. Il comandante del reggimento degli Strelizzi è morto, e così pure sono morti molti capitani (comandanti di cento uomini). Quasi tutte le cattedrali e le chiese hanno sospeso il servizio divino; solo nella grande cattedrale il servizio divino ha ancora luogo tutti i giorni, sebbene con grande difficoltà, poiché sono superstiti solo tre sacerdoti… Così i cristiani ortodossi muoiono senza i conforti religiosi e vengono seppelliti senza la presenza di alcun sacerdote. Nella città e nei dintorni giacciono molti cadaveri, che sono straziati dai cani. Non c’è nessuno che possa scavare una fossa per i morti; i becchini che prima portavano via i cadaveri e scavavano fosse vicino agli ospizi dei poveri, sono morti anch’essi; tutti gli altri, vedendo ciò, sono stati presi dal terrore e non osano avvicinarsi ai cadaveri. Tutti gli uffici sono chiusi: impiegati e scrivani sono tutti morti. Le nostre case sono vuote, quasi tutti sono morti, e anche noi, Tuoi schiavi, aspettiamo di ora in ora che la morte venga a trovarci…

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. I, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 884.

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