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Jun 022011
 

Le Lettres de rémission nella Francia del XVI sec. ricoprono un valore documentario davvero importante per penetrare la vita quotidiana francese. Scritte usualmente da gente comune, dal popolo, dal contadino, dalla serva, dal mercante, dall’artigiano, queste lettere, che riguardavano principalmente omicidi, erano dirette al sovrano affinché avesse la pietà di condonare la pena e lasciar libero il reo. Aiutati da segretari, da scrivani, da avvocati o da notai, si stilava un racconto dei fatti quando più possibile veritiero – sebbene talvolta dubbioso e contestato -, cercando di valorizzare essere stati in un momento di rabbia o aver agito senza premeditazione o in modo involontario o per legittima difesa.
Da questi documenti possiamo esaminare – fra le tante cose – il modus vivendi del ‘500, possiamo notare la mentalità ricorrente, possiamo prendere buona visione degli usi e dei costumi della vita popolare.
Di seguito, un caso che riguarda delle donne in un lavatoio pubblico. La storica Natalie Zemon Davis, che ha esaminato un gran numero di questi documenti, sottolinea che quando sono le donne a formulare le lettres de rèmission, in verità poche in percentuali rispetto agli uomini, si nota che nella narrazione vi sono insulti di tipo sessuale, che vanno subito al dunque, che evitano tecniche narrative per dare maggior dramma alla disgrazia, si attengono, insomma, all’evento, al luogo comune.

“[…] una certa Robinette, vedova di mezza età e serva in Normandia, narra a Enrico II di un litigio sul bucato che le era successo al lavatoio del villaggio parecchi anni prima. Quando lei e la comare Magdeleine arrivarono al lavatoio, una sposa del luogo, di nome Katherine, era là da parecchio tempo a lavare le sue lenzuola. Le chiesero di strizzarle e far loro spazio, ma lei rifiutò. Scoppiò una lite durante la quale Katherine tirò un bastone da passeggio […], e si presero per i capelli, ma nella storia non si indugia affatto sul disonore o lo scandalo – in realtà scandalo sessuale – di rimanere senza cuffia. (I cappelli delle donne non giocano lo stesso ruolo simbolico o narrativo che hanno i cappelli nei racconti degli uomini, persino se doveva essere una impresa togliersi quell’indumento). Alla fine, Robinette abbatté Katherine con una pietra. «Lasciala lì, – disse Magdeleine. – Andiamo a lavare le nostre lenzuola» («Laissez là. Allons laver nos drappeaulx»). Katherine morì cinque o sei giorni dopo, così pure il bimbo di cui era incinta.” (1)

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1. in Natalie Zemon Davis, Storie d’archivio, Einaudi, Torino, 1992, pag. 150.

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