Abbiamo diverse volte accennato (>>qua e >> qua) alla storica americana Natalie Zemon Davis, di lei desidero ricordare qualche testo che vi invito a leggere: Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo; La doppia vita di Leone l’Africano; Il dono. Vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del Cinquecento; Le culture del popolo; Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, e via dicendo.
Ed è proprio da quest’ultimo volume che desidero estrarre qualche rigo che esamina un lato della situazione femminile nella città francese di Lione nella prima metà del Cinquecento, o quanto meno fino a poco prima del massacro di San Bartolomeo del 1572.
Scrive la Zemon Davis:
“Nella prima metà del secolo XVI quasi tutte le donne adulte delle città, salvo le suore, erano sposate oppure lo erano state. La figlia di un mercante ricco, di un avvocato o di un agente delle finanze poteva trovarsi fidanzata prima dei vent’anni, ma di solito le donne aspettavano ancora qualche anno: il tempo occorrente per costituire la dote grazie agli sforzi della famiglia, o al proprio salario, oppure al contributo di un padrone o di una padrona generosa.
Allora cominciavano ad arrivare i bambini, via via ogni due o tre anni. La donna ricca, con la dispensa piena e un rifugio in campagna per i tempi di peste, poteva allevare anche sei o sette figli fino all’età adulta; la moglie di un artigiano facilmente ne doveva seppellire quasi quanti ne metteva al mondo, mentre la donna povera poteva dirsi fortunata quando uno solo sopravviveva ai rischi dell’infanzia di quell’epoca. Se lei stessa era riuscita a superare il primo ciclo di gravidanze e a raggiungere la trentina, era facile che il marito non fosse più vivo. Naturalmente non erano rare le seconde nozze e, fino agli editti restrittivi del re di Francia degli anni 1560-1570, la vedova poteva contrarre assai liberamente un nuovo matrimonio.
Data l’altissima mortalità, l’incremento della popolazione nelle città francesi del secolo XVI era affidato in gran parte all’immigrazione. All’interno di questa, troviamo una differenza significativa dei sessi: la massima percentuale d’immigrazione giovanile nelle città era costituita da uomini, che affluivano a tutti i livelli della gerarchia professionale: dai notai, giudici e mercanti, fino agli artigiani e ai giornalieri non specializzati. E se la maggior parte proveniva dalle provincie vicine, alcuni erano anche originari di città lontane e di regioni fuori del regno di Francia. Le donne immigrate, invece, relegate al fondo della scala sociale, giungevano soprattutto in cerca di lavoro come domestiche dai borghi e villaggi delle provincie circostanti.” (1)
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1. Natalie Zemon Davis, Le culture del popolo, Einaudi, Torino, 1980, pagg. 94-95.
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