La scoperta dell’America e la successiva conquista portarono, fra le altre cose, all’avvicinamento e alla conversione del popolo nativo al cattolicesimo, un compito affidato per lo più ai gesuiti che con il loro peregrinare tentarono, con parole e forza, battezzare gli indios. Questa parte di storia è per lo più conosciuta, ma ciò che è meno noto è che anche alcuni spagnoli furono attratti dal modo di fare, di vivere, di agire, di credere degli indigeni del luogo.
Francisco Martín fu un soldato sotto il comando del capitano Iñigo de Vascuña, in una spedizione che marciava dispersa e senza cibo nella foresta di Maracaibo, in Venezuela – siamo intorno al 1531-‘32. Un giorno il militare, vista la situazione in cui si trovavano e qualche atto di cannibalismo, scomparve e riapparve un anno dopo con il titolo di sciamano di un gruppo indios pememos. Francisco raccontava ai suoi vecchi commilitoni che si era “fatto indio” e aveva partecipato alle loro usanze e ai loro riti, fino ad avere la piena stima del loro capo e aver preso i voti sciamani.
E il caso non fu il solo.
Il marinaio spagnolo Gonzalo Guerrero, detto El Renegado, naufragò un giorno del 1511 nelle vicinanze delle coste giamaicane e, salvatosi, passò dalla parte dei maya, convertendosi, dopo esser stato schiavo, al loro credo. Varie volte i suoi compagni cercarono di riscattarlo, ma Gonzalo insisteva nel dire di essere sposato, con tre figli e una bella moglie, e per nulla al mondo voleva ritornare da loro. In effetti aveva, il nostro Gonzalo, fatto carriera militare, avendo ottenuto il grado di cacique, capo tribù.
Un altro ancora, Juan Sánchez, che si trovava in Cile, rinnegò il suo essere cattolico per ascendere i gradini militari degli indios mapuche.
Piccoli e pochi esempi per capire che la medaglia ha sempre due risvolti.
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- Ricardo Herren, Indios carapálidas, Planeta, 1992.
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