Mar 082011
 

L’Italia agli inizi del ‘300

Non è mai vano sottolineare che la Storia è un continuum, un susseguirsi di eventi frutto di decisioni del passato che si ripercuotono sul presente, presente che prepara con la sua volontà il futuro.

E il fatto che si affermi esserci un passaggio, per esempio, dal medioevo all’età moderna, non significa svegliarsi un giorno e trovare una completa scissione, un evidente taglio tra fatti di ieri e fatti di oggi.

Sebbene si indichi il 1492 come data per l’inizio dell’età moderna, non vuole dire che il 31 dicembre 1491 eravamo nel medioevo e il 1° gennaio 1492 ci siamo svegliati nell’epoca moderna, no, i cambi storici, lo sappiamo, avvengono, nella maggior parte delle volte, in modo lento, in modo talvolta così sottile che bisogna attendere decenni prima di poter affermare essere entrati in una nuova stagione.

Tutto ciò per rilevare che il transito verso l’epoca moderna avviene, in un certo qual modo, in maniera graduale sotto alcuni aspetti, meno progressiva sotto altri. I legami restano, sono duri a sciogliersi, a volte sembrano vivi, vigorosi, forti, si rinnovano sotto nuove forme e caratteristiche, con altri nomi e determinazioni, ecco perché è difficile parlare di cesura netta, di palese nuova stagione.

Con il lento declino in Italia del potere comunale e degli Stati cittadini, si ebbe l’affermazione delle Signorie e dei Principati, un continuum che vide sviluppare un sistema politico più complesso che configurava nuove strutture su domini territoriali sempre più grandi.

Potremmo considerare queste ultime realtà come evoluzione, come sviluppo, come un dinamico passo verso modelli più efficaci di organizzazione, per raggiungere, nel lungo periodo, la formazione dello Stato italiano. Ricordiamo che l’Europa almeno fino a metà Seicento sarà ben lontana dall’avere forti realtà compatte, unitarie e compiute.

Esempio del continuum storico di cui abbiamo accennato potrebbe vedersi nello sviluppo dello Stato toscano iniziato intorno i primi decenni del ‘400, fino ad acquistare potenza territoriale e finire con le ultime riforme dei regnanti lorenesi. Stato organizzato burocraticamente, stato con un certo ordine, stato con un dialogo fra centro e periferia – consideriamo Firenze e l’evolversi portuale di Livorno -, stato rappresentato all’estero, stato con un peso politico nelle decisioni italiane, stato armato militarmente.

Cosicché, l’ampliamento del territorio produce di conseguenza tutta una serie di interventi che vengono dal centro atti a tenere fermo e saldo l’avanzamento della nuova forma politica, interventi militari, fiscali, economici, sociali, interventi che sono, potremmo azzardare dire, prodotto del processo storico iniziato nel medioevo con i comuni, limitati nel territorio, poco sviluppati, più facili da controllare.

Ciò non significa che la nuova realtà italiana porta all’esclusione o all’eliminazione del vecchio potere feudale, cittadino, comunale, difatti questi ultimi conservano ancora un’autonomia locale che garantirà quel continuum di cui parlavamo.

Statuti e consuetudini locali non vengono soppressi; ma in molti casi si tende a sovrapporvi una legislazione centrale più estesa […]. Le autonomie comunali e feudali non sono eliminate completamente; ma si vuole limitare la giurisdizione dei tribunali periferici, subordinandola a quella dei tribunali centrali”. (1)

Questo, chiamiamolo, cordone ombelicale serve ad alimentare l’espansione delle città, dei commerci, della nuova classe borghese, serve come punto di riferimento fino a quando la nuova realtà non sarà matura e si potrà distaccare, se non mai del tutto, dalle proprie radici per formarne altre.

La nobiltà italiana è “l’evoluzione finale di quella aristocratica urbana a sua volta prodotta dal progressivo inglobamento nei ceti nobiliari feudali dei ceti mercantili emergenti nel medioevo”, per dirla con Philip Jones (2).

Sarà dunque col passare del tempo e con le nuove dinamiche storiche – rinascita cittadina, espansione mercantile, contatto con altre realtà europee, e via dicendo – che l’età moderna si caratterizzerà e prenderà una forma diversa dalla precedente, ma pur sempre, insistiamo, figlia del passato che la produsse.

 

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– 1. E. Fasano Guarini, Gli Stati dell’Italia centro-settentrionale tra Quattro e Cinquecento: continuità e trasformazioni, in “Società e Storia”, 1983, n. 21. pag. 634.
– 2. F. Angiolini, I ceti dominanti in Italia tra medioevo ed età moderna: continuità e mutamenti, in “Società e storia”, anno 1980, n. 10, pag. 912.

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