Buffer
Feb 012011
 

Il mare nostrum o mare internum, come lo chiamavano i Romani, è stato sempre luogo di scambi commerciali culturali religiosi, luogo di comunione, stratificazione di civiltà. Mare sempre in movimento, mare ponte di unione, ma anche di disunione, di battaglie (qua).
Sappiamo bene la differenza fra corsari e pirati: mentre i primi correvano i mari autorizzati o finanche in nome di uno Stato, i secondi lo facevano senza avere una patente, senza legittimazione (almeno in teoria). Già, perché i corsari erano, per legge, riconosciuti come tali e dunque pronti ad assaltare navi, fare schiavi, depredare, saccheggiare, sbarcare a terra e via dicendo.
Normalmente, nella nostra memoria vengono in mente i pirati e i corsari barbareschi, in particolar modo quelli lungo la costa africana mediterranea, Algeri, Tunisi, Tripoli. Per onore alla verità bisogna pur accennare alle azioni svolte dai corsari europei, per ricordarne uno il genovese Andrea Doria (qua). E basi corsare erano anche a Trapani, Ibiza, Cagliari, oltre all’isola di Malta. Ed è proprio di Malta che tratteremo.

I secoli XVI e XVII in particolare furono secoli pieni di attività corsara, anche da parte cristiana, secoli in cui Malta apportò il proprio contributo, specialmente fra il 1580 e il 1645. Sia per difendersi sia per andare alla ricerca di viveri, i cavalieri maltesi spesso e volentieri attaccavano le coste africane. Nel 1552 quattro galere e una decina di legni minori, al comando del cavaliere fra Leone Strozzi, con le sue tre navi private, assalirono la località di Zuara (Zuwarah), nella Tripolitania, riuscendo a catturare in un primo momento ben 1.500 prigionieri e creando scompiglio fra la popolazione. Ma il lento ritiro permise alle truppe di Muràd Aghà reagire, causando morti e feriti fra le truppe cristiane, che imbarcarono appena 150 ostaggi.
Fare schiavi era una delle attività principali e più redditizie, a tal punto che qualche decennio più tardi, nell’agosto del 1587, cinque galere maltesi dirette da un cavaliere francese partirono all’assalto del borgo di Monsalada, sul canale di Caramania, in Anatolia, portandosi dietro 200 prigionieri; nel 1601 altri 180 da Castelnuovo di Morea, in Grecia; poi fra 400 e 700 nel saccheggio di Hammamet nell’agosto del 1602; poi ancora 392 da Lepanto e Patrasso; e tanti altri nel trascorso di quegli anni. Si calcola, seppur in modo poco sicuro, che fra il XVI e il XIX secolo, sino al 1830, siano stati fatti schiavi fra 3 e 4 milioni di persone (1). E Malta si potrebbe dire essere stato uno dei mercati più importanti di schiavi del Mediterraneo, raggiungendo, intorno il 1630, più del 6% della popolazione dell’isola (2).
Dunque i corsari maltesi potevano agire sotto la bandiera dell’Ordine di Malta, sia pure individualmente od organizzati in piccole società imprenditoriali. Finanziati anche da genovesi e livornesi, correvano il Mediterraneo in lungo e in largo alla ricerca di un buon bottino: in poche parole i movimenti corsari, fra le altre cose, erano uno dei motori che spingevano l’economia locale, ma anche internazionale.
Uno dei più noti corsari “in proprio” sembra sia stato il cavaliere Mathurin d’Aux-Lescout, della nobile famiglia d’Armagnac, autorizzato dall’ordine di Malta. Ordine che aveva ben precise leggi per concedere la patente di corsa: ispezione delle navi per verificare età, lo stato, capacità di tenere il mare, indi assicurarsi dell’abilità del capitano e dell’esperienza dell’equipaggio; patente che poteva durare uno o più anni e che indicava la zona o le zone in cui il corsaro era abilitato a operare e contro chi. Per tal motivo nel 1605 fu istituito a Malta il Tribunale degli Armamenti, cui si doveva sottostare per l’attività corsara, attività considerata necessaria per difendere la cristianità dagli attacchi dei musulmani e per fermare la loro penetrazione nel cuore dell’Europa. Il Tribunale, fra le altre cose, aveva permesso l’evolversi di infrastrutture che provvedevano al finanziamento, al materiale, alle risorse umane, creato, insomma, un mercato che agevolasse lo svolgimento della “professione”

—–

1. Salvatore Bono, Malta e Venezia fra corsari e Schiavi (secc. XVI-XVIII), in Mediterranea, anno III, agosto 2006, pag. 215.
2. Corsairing and Piracy in Malta; Carmel Vassallo, Mediterranean Institute, University of Malta. Pages 202-206, in Pirates: The Skull and Crossbones. Catalogue of Exhibition at The National Maritime Museum, Haifa, Israel. Edited by Ruthi Gertwagen and Avshalom Zemer, Haifa 2002.

*****
Articoli correlati:

- Schiavi nelle galee turche.
- Il corsaro Andrea Doria.
- Frontiere marittime, il Mediterraneo nella storia moderna.
- Livorno e i corsari del XVI sec.
- I turchi e l’Italia.
- Malta, storia e leggenda di un’isola.
- Lettera a Charlette, I Cavalieri di Malta.
- Il marchese de Piro, la casa Rocca Piccola e Valletta.

Comments

  2 Responses to “Il Mediterraneo e Malta corsara, fra il XVI e XVIII sec.”

  1. Daniel: ben dici, viaggiare era pericoloso, andare per esempio in Oriente via terra – ma anche per le strade dell’Europa – non era certo facile, sia per la loro carente struttura fisica, che per i pericoli a cui si andava incontro. (Nei vari link avevo dato qualche accenno.)
    Grazie per il tuo intervento.
    Buon pomeriggio.

  2. Sono d’accordo che nei secoli XVI-XVII il Mediterraneo era un luogo di contatti commerciali e culturali tra Oriente e Occidente, ma non dobbiamo idealizzare: nemici esistevano e viaggiare era pericoloso. Finire in catene era una possibilità tanto per cristiani come per ottomani.

 Leave a Reply

(required)

(required)

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>