Vari papi si successero sul soglio pontificio durante il XVII secolo, da Leone XI a Urbano VIII a Innocenzo XI, papi che, in un modo o nell’altro, hanno determinato il corso della storia. E le loro decisioni si sono fatte sentire sia pure in ambito locale, a Roma, a livello delle arti e dei mestieri.
Nell’Urbe, tutto girava intorno alle corporazioni o “università”, di cui ogni categoria regolava il proprio settore con una serie di leggi spesso davvero particolari e dettagliate. Nessuno poteva esercitare un mestiere senza esserne iscritto, acquaroli, speziali, pescatori, macellai, pizzicaroli e via dicendo, dovevano far parte della loro categoria e seguirne le leggi e i dettami. A Roma c’erano almeno un centinaio di “università”, con un proprio statuto, una propria organizzazione, un proprio santo patrono e una festività, insomma tutto un sistema che permetteva lo svolgersi delle varie attività. Per esempio, chi apparteneva ai pizzicaroli, poteva vendere uova, carni varie, caviale, salmone, oltre che scope, candele, sporte, filo, per continuare con frutta secca, ortaggi, olive, cipolle, fichi, etc. La loro corporazione era una delle più ricche e potenti. Mentre i barbieri, in aggiunta alle solite funzioni, esercitavano anche interventi di piccola chirurgia, dovendo, per far parte della loro “università”, conoscere le varie vene del corpo umano, “cavar sangue dalle dette vene, metter mignatte e ventose e far cauterj” (1).
L’ammissione all’«università» della categoria avveniva solitamente dopo uno specifico esame tecnico, che serviva a vagliare la preparazione del richiedente. I librai dovevano aver fatto un tirocinio di otto anni, i vermicellari – produttori di pasta – almeno due anni, i droghieri circa dieci. Talvolta il prosieguo del mestiere o dell’arte era per diritto ereditario e non si doveva aspettare l’età di venti-venticinque anni per richiedere farne parte.
Artigiani e commercianti dovevano seguire una certa disciplina e rispettare le leggi sia della propria corporazione che editti e bandi, all’ordine del giorno. Pena era la messa alla berlina nelle pubbliche piazze e, se grave, anche l’arresto, oltre al pagamento di una certa somma di denaro. Nello statuto dei pollaroli si legge: “Che nissuno dell’arte possa vendere ova marce sotto la pena di dieci scudi d’oro per ciascuna volta” (2).
L’edilizia era legata alle ambizioni dei papi, edilizia che assorbiva architetti, pittori, scalpellini, muratori, persone che generalmente venivano da fuori Roma. Nelle basse manovalanze non si richiedeva nessuna specializzazione.
Nei giorni di festa il lavoro si fermava, ma non tutto, giacché si doveva garantire un minimo di servizio: gli albergatori sfamare i loro inquilini, i maniscalchi in caso di necessità ferrare i cavalli, gli osti vendere vino, purché non bevuto sul posto, i barbieri curare le piccole ferite.
L’orario di lavoro era libero: dal sorgere del sole al tramonto, tempo meteorologico permettendo.
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1. Almo Paita, La vita quotidiana a Roma ai tempi di Gian Lorenzo Bernini, Rizzoli, Milano, 1998, pag. 257.
2. op. cit. pag 254.
Interessanti queste notizie, sembrerebbe in prima analisi che, allora, vi fosse maggior rigore e severità, se pur in presenza di una elevata, e quindi numerosa, “specializzazione” di arti e mestieri. Sarebbe interessante poter disporre di dati , ad es., su quanti pollaroli siano mai stati condannati per aver venduto uova marce…forse questo elemento potrebbe essere utile ad un’indagine sociologica attuale su il transitare, proliferare o diminuire di comportamenti “truffaldini” attraverso la storia. Ma qui sconfiniamo in altra disciplina.
Un’altra considerazione sull’ereditarietà del mestiere..sembra in parte ovvio che il ragazzino, (purtroppo forse quasi mai la ragazzina) necessariamente apprendessero i “segreti” dell’arte paterna fin da piccoli e quindi non abbisognassero di un più lungo tirocinio…Difficile stabilire se, un buon barbiere o libraio per esempio, lo fosse per inclinazione personale o per aver appreso bene l’arte paterna. Forse la differenza sarà stata solo nella passione con cui l’arte o il mestiere è stato esercitato.
Grazie Rino per i sempre tanti spunti di riflessione!
Un caro saluto
Stefi
Grazie Stefi: a volte vorrei soffermarmi di più su un determinato argomento, ma, ahimè, leggere un lungo articolo mi sembra stanchi, per cui devo limitarmi, magari riprendendolo in seguito, come talvolta faccio.
Un caro saluto.