Alla base della Storia ci sono le fonti, le notizie che sopportano i fatti, le vicende, gli eventi, che danno vita a un continuum narrativo storico che ci permette avere un quadro più o meno completo del nostro passato. E una delle principali preoccupazioni dello storico è proprio quella di ricercare documenti, confutare la loro veridicità e prendere atto della loro possibile importanza ai fini di una buona stesura storica.
L’analisi, una attenta analisi del “pezzo”, è necessaria, anzi doverosa, un percorso che parte da un esame estrinseco e intrinseco, che ci aiuta a controllare se il materiale in nostre mani corrisponde ai canoni del tempo, se la scrittura, per esempio, è consimile a quella che sappiamo essere dell’epoca, se cioè parole, frasi, espressioni essere in linea di massima tipiche del periodo. Ma andiamo con ordine e offriamo brevemente qualche cenno di analisi estrinseca:
1. Materia o sopporto: se abbiamo fra le mani un papiro e stiamo leggendo un editto o una cronaca del 1300, chiaramente c’è qualcosa che non va, giacché sappiamo che generalmente dall’uso del papiro si passa all’uso della pergamena intorno la fine del VII secolo principio dell’VIII, e successivamente alla carta quando gli arabi la introdussero prima in Sicilia e poi, pian piano, in Spagna ed Europa nei secoli XII, XIII, più diffusamente ancora nel XIV.
2. Scrittura: non potremmo mai immaginarci una corrispondenza in volgare italiano nel X secolo, o parole in un inglese moderno nel XV secolo, né tantomeno una “minuscola carolina” nel VI secolo, giacché si sa che questa cominciò a essere praticata intorno l’VIII secolo, o, per continuare, un libro del 1590 stampato in caratteri bodoni, caratteri del XVIII secolo.
3. Formule: per esempio le formule di saluto, i sistemi di datazione e altre particolarità tipiche dei periodi in questione. “Servus servorum Dei” iniziò a essere adoperata come formula alla fine del VI secolo, con Gregorio I detto Gregorio Magno.
4. Stile: ovvero il periodare, i vocaboli scelti, la costruzione delle frasi e via dicendo, servono a riscontrare anacronismi glottologici. Determinate parole o espressioni non si adoperarono prima di una certa data che sappiamo con un buon margine di sicurezza, per cui bisogna vagliare con attenzione questa quarta ipotesi di lavoro.
Analisi, questa estrinseca, che ci permette appurare se il contenuto del documento può da noi essere adoperato o no, se è nella norma di quando generalmente accadeva in quella data epoca. Certo, non sempre si può chiarire con facilità l’autenticità del documento, bisogna continuare l’indagine, magari verificando – e qui entriamo nell’analisi intrinseca – se i fatti riportati non siano in contraddizione con quando generalmente è noto. E bisogna pur aprire gli occhi, in quando può accadere che in un documento ritenuto veritiero vi sia stato aggiunto a posteriori un passo, una riga, una nota, per cui, pur sapendo di possedere una testimonianza valida, il contenuto può essere stato manomesso per una o più ragioni. O ancora, che un altro documento sia stato preparato con passi di altri tutti veri, cosicché il falsario è riuscito a creare un nuovo “pezzo” sulla falsariga degli originali, adoperando le formule di saluto, le espressioni, lo stile dell’epoca. Se poi ci troviamo in presenza di due uguali testimonianze che riportano all’incirca lo stesso contenuto, ma una delle due è più scorrevole limata, precisa, pulita, generalmente quella più rozza o meno fluente è la veritiera, giacché l’autore, si suppone, per un motivo o un altro, aver scritto di getto.
L’anacronismo, il contrasto cronologico, deve essere anche elemento di analisi: una lettera firmata da Carlo V il 15 aprile 1535 e recante come luogo di origine Napoli, è sicuramente un falso, perché l’imperatore in quel periodo era a Barcellona, sapendo che giunse nel napoletano solo il 25 novembre.
Eppur bisogna far particolare caso ai lapsus calami, errori che tutti possiamo commettere involontariamente, errori di datazione, errori possibili dovuti a una svista, a un soprappensiero. O, attenzione!, desiderati appositamente da parte di un governo, di una istituzione, di un re: aspettando la scadenza di un precedente contratto d’alleanza, il sovrano ne aveva già firmato un altro con il nemico, ma, per ragioni diplomatiche, si doveva aspettare la conclusione del primo per convalidare pacificamente il secondo… intanto l’accordo era stato già preparato e concordato con anticipo.
Tutto quanto sopra – accennato semplicemente e nella maniera più possibile elementare – non esclude che un falso non debba venir studiato, in quando anch’esso può rivelarci la mentalità di un’epoca, le tendenze, gli atteggiamenti. La Costituto di Costantino, che oramai sappiamo da secoli essere falsa, in cui Costantino, fra le altre cose, donò la città di Roma alla Chiesa cattolica, rispecchia, anche ma non solo, le aspirazioni del papato a un potere temporale.
Insomma, come ci dice Marc Bloch: “[…] i testi o i documenti archeologici, anche se fossero i più chiari a prima vista e i più facili da interpretare, non parlano se non quando li si sappia interrogare”. (1)
Dunque la bravura, l’esperienza, le tecniche adoperate entrano all’unisono in un gioco da realizzare con somma cura e diligenza. Ma c’è una cosa di cui bisogna tener in conto, che cioè, pur esistendo un cammino scientifico, più o meno valido, nell’individuare un falso, bisogna pur sempre avvalersi del proprio istinto, della propria intuizione, quel sesto senso che ci permette entrare in contatto con il lato palpitante dei fatti.
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1. Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998, pag. 51.
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Piccola bibliografia:
- Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998.
- Marc Bloch, Storia e storici, Einaudi, Milano, 1997.
- Federico Chabod, Lezioni di metodo storico, Laterza, Roma-Bari, 2006.
- Angelo d’Orsi, Piccolo manuale di storiografia, Bruno Mondadori, Milano, 2002.
- Jerzy Topolski, Narrare la storia, Bruno Mondadori, Milano, 1997.
- a cura di Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, Laterza, Roma-Bari, 2010.
Analisi assai precisa e interessante. E utilissima anche la bibliografia. Ho già acqustato, dietro tuo suggerimento il testo di Sergio Luzzatto e adesso mi annoto anche tutti glia ltri. Grazie e salutissimi, Annarita
L’ho trovato estremamente interessante, ho salvato la pagina appena posso la stampo e la rileggo, rileggo, rileggo…
Ciao, Roberta
Annarita: interessante il libro a cura di Luzzatto, ma se hai tempo e voglia ti invito a leggere anche quello di Chabod. Un caro saluto.
Roberta: grazie, spero sia spunto per intraprendere un buon approfondimento. Buona giornata.
mentre leggevo mi veniva appunto in mente la Costituto di Costantino, da te poi giustamente citata come documento comunque da studiare PROPRIO perché falso. Non sono uno storico come te, ma la storia mi appassiona da sempre e la mia tesi era in Storia Romana; sono nondimeno appassionato di libri gialli (parlo di quelli d alto livello) e devo dire che non poche volte mi è venuto in mente che uno storico è in sostanza un detective. Forse, se nella scuola iniziassimo l’approccio con la materia in questo modo, troveremmo più interesse nei ragazzi, che purtroppo la vedono (e non a torto, visto che molti gliela propinano così) solo come un insieme insensato di date e nomi da ricordare.
Marco: ben dici, dipende molto dagli insegnanti e dal loro metodo di insegnamento; gli alunni sono pronti a recepire nuove forme di didattica, bisogna solo incuriosirli, spingerli alla ricerca, all’indagine, a ragionare proprio come un detective.
Grazie, buona giornata.