Come ci si vestiva nel Cinquecento, che abiti che colori erano di moda? Bianca Maria Rizzoli ce ne fa un eccellente quadro.
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Secolo molto complesso, il Cinquecento coincise con la fine della libertà italiana: la penisola cadde sotto l’egemonia delle potenze straniere, prima la Francia, poi la Spagna. Dopo il Sacco di Roma del 1527 da parte dei Lanzichenecchi di Carlo V, la Spagna consolidò la propria posizione di dominio della penisola, destinato a durare fino al 1714. Dalla metà del secolo si chiuse un sessantennio di guerre continue e fu sancita la fine della libertà italiana. Da questo momento si può considerare esaurita la parabola del Rinascimento: l’Italia fu quasi interamente soggetta alla corona spagnola ed interessata da quel processo di reazione della Chiesa cattolica al luteranesimo che va sotto il nome di Controriforma.
Come insegna la storia, il vincitore dettò le regole al vinto, e fu poco prima della metà del Cinquecento che la moda italiana cominciò quel profondo cambiamento che l’avrebbe portata, dalla libera espressione rinascimentale, alla limitazione della sua creatività, scimmiottando i gusti spagnoli. A questo proposito si può individuare una distinzione piuttosto netta tra gli abiti della prima e quelli della seconda metà del secolo.
Già all’inizio del Cinquecento Baldassarre Castiglione, nel suo famosissimo “Il cortigiano”, affermava che il gentiluomo perfetto doveva indossare abiti dalle tinte poco vivaci, preferendo il nero che derivava dalla severa moda spagnola. Più in generale l’uomo del Cinquecento dimostrava nei modi, nel fisico e nel comportamento, una virilità che nei secoli precedenti non era stata sufficientemente rivelata. Per questo motivo gli abiti cominciarono a imbottirsi mettendo in evidenza la larghezza delle spalle e del torace. Perfino le cosce erano imbottite, esibendo una muscolatura che non sempre c’era. L’Ariosto critica aspramente nella sua commedia “La Cassaria” i giovani che “dilatavano le spalle con feltri e cartoni e le gambe di gru diventavano erculee con bambagia ed altri cenci”.
L’uomo, che lavorava in città e nei campi, non poteva pensare al colorito chiaro della pelle come le donne: più che bello, doveva avere un aspetto austero e “terribile” per impressionare i nemici durante il combattimento. Così, mentre i Cavalieri dei secoli precedenti avevano la pelle lucida e liscia come un cristallo, gli uomini cinquecenteschi dovevano rivelare un aspetto robusto e forte, il viso coperto di peli, la pelle dura e spessa, accompagnati da un comportamento grave, severo, audace e maturo. All’inizio del secolo, una veste lunga al ginocchio e ancora scollata, il Saione, portata sopra un giubbetto attillato (Giuppone), mostrava la camicia ricamata, ricordando reminiscenze quattrocentesche; ma già verso il 1550 la scollatura era scomparsa e il collo montava verso l’alto, sottolineato con la leggera striscia bianca della camicia che spuntava con piccole arricciature. Alla fine del Quattrocento l’uomo, specie se giovane, indossava in vista il giuppone e portava calze braghe talmente attillate che fasciavano i glutei e mostravano i genitali. A proposito di questi ultimi, un curioso escamotage, la braghetta, consisteva in un piccolo sportellino di stoffa che poteva essere aperto in caso di necessità fisiologiche. Ancora durante la prima metà del cinquecento la braghetta rimase un valido e criticatissimo elemento, che aggiungeva alla praticità anche il
gusto per l’esibizione. Imbottita anch’essa dimostrava la propria virilità, vera o presunta, come si può vedere in vari ritratti, tra cui il celeberrimo “Carlo V” dipinto da Tiziano. Questa forma di probabile origine militaresca, appariva troppo spinta, tant’è che le donne ascolane, di fronte a un divieto legislativo di portare scarpe dalle zeppe molto alte, affermarono che la moda della braghetta era ben più “disonestissima”. Una ulteriore novità fu costituita dalla comparsa delle braghe rigonfie, di origine sivigliana, mentre le calze braghe quattrocentesche venivano divise in due sopra al ginocchio. Altra curiosità fu la moda dei tagli, che contagiò uomini e donne. Non si trattava di una novità, ma in questo secolo raggiunse le massime forme di esasperazione. Il tessuto era completamente trinciato, dalla manica fino alle scarpe, formando qualche volta veri e propri disegni: righe, croci, stelle; si rovinavano così metri e metri di stoffa preziosa. I tagli resistettero oltre il Seicento, per poi scomparire dopo i primi dieci anni.
Diffusissime anche le sopravvesti foderate di pelliccia: quelle di moda erano soprattutto la lince e lo zibellino. Entrambe sottolineavano la linea allargata e il colore scuro delle vesti, la lince per il suo pelo lungo e chiazzato, lo zibellino per il suo colore scuro. Stava iniziando la strage di questi poveri animali: il conte bolognese Malvezzi ricevette addirittura in dono dal re di Polonia quattrocento zibellini. Non era disdegnato nemmeno l’ermellino nella sua divisa bianca invernale, che però era considerato più consono alla regalità.
Dalla seconda metà del Cinquecento le vesti maschili subirono un’ulteriore evoluzione che le portò ad imitare in tutto le fogge spagnole. Scomparso il Saione, il Giuppone era visibile, arrivando a punta fino alla vita con una vistosa imbottitura sulla pancia. La scollatura era completamente scomparsa. Le braghe potevano essere di due tipi: rigonfie senza tagli o con tagli. Le braghesse alla sivigliana erano simili a due palloni, completamente tagliati a strisce verticali e foderati con tessuti che ne accentuavano la rotondità. Diffusissime nell’ultimo venticinquennio del secolo, erano solitamente accompagnate da cappe corte o da sopravvesti al ginocchio. Per casa si portava frequentemente la Zimarra ampia e lunga fino a terra, di derivazione orientale, e qualche volta con maniche pendenti, aperte sul gomito per far uscire le braccia. La camicia, ricca e preziosa, ornata di finissimi ricami, fu un fondamentale complemento del guardaroba per tutto il secolo. La morte di Guidarello Guidarelli, soldato del Duca di Ravenna, la cui statua funebre si può tuttora visitare, ne esprime l’importanza: avendo egli prestato la sua camicia spagnola ricamata d’oro a tal Virgilio Romano da Imola, questi non la volle
restituire. Ne nacque un duello in cui il Guidarelli fu ammazzato, mentre al ladro fu commutata la pena di morte. Gli abiti scuri della fine del cinquecento avevano come unico punto di luce la camicia, che sporgeva arricciata dal collo e dai polsi ed era detta scherzosamente “lattuga”. Il colletto, proprio alla fine del secolo, si allargò e fu chiamato Gorgiera. Era una sorta di ruota pieghettata, inamidata, orlata di pizzo e tenuta ferma da cannucce nascoste. La scomodità della Gorgiera, che fu poi detta “a ruota di mulino”, faceva sembrare la testa spiccata dal busto e limitava fortemente i movimenti del capo, dando l’idea di un aspetto statuario e altezzoso che veniva coltivato alla corte spagnola che proprio nel ‘500 conobbe la sua massima potenza.
Bianca Maria Rizzoli.
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Ciao Gaspare, ho segnalato il tuo blog a un mio conoscente che si occupa della storia del costume. Penso che se leggerà questo post ne rimarrò colpito per la descrizione.
Un caro saluto, Roberta
Roberta: grazie, tutto merito di Bianca Maria. Buona domenica.
Grazie a tutti e due
La braghetta imbottita mi ricorda Verdone. Spassosa la moda, in tutti i tempi :)
[...] il cinquecento: http://babilonia61.com/2010/04/08/la-moda-maschile-italiana-del-cinquecento/ [...]