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Mar 092010
 

Ricevo e pubblico con piacere una lettera aperta inviatami da Alessio Miglietta.

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Caro Rino,

ho deciso di prendere la penna in mano e di scrivere proprio a te, amico e compagno di numerose avventure tra la Storia e il periglioso mare di internet, per esplicitare il mio pensiero su alcune tematiche riguardanti la nostra passione che potrebbero sollevare questioni che ritengo non solo importanti ma attualmente irrisolte.
Come tu sai, ho rapporti quasi quotidiani con professori universitari titolari di vari corsi di storia e ho avuto modo di relazionarmi con loro e di avere, così, una certa idea del loro metodo di lavoro, delle loro capacità e, inevitabilmente, di alcuni loro difetti. Ti vorrei parlare, in particolare, di uno di questi difetti, a mio giudizio molto grave e che si trascina, addirittura, dai tempi remoti di Erodoto e che ancora oggi è largamente diffuso, in tutti i livelli di ricerca e insegnamento. Non tutti gli insegnanti, ovviamente, cadono in questo errore, ma molti di essi, a causa soprattutto di una regolamentazione universitaria inadeguata, sono indotti inevitabilmente a finirci. Mi spiego.
In Italia, in genere, i corsi di storia sono compresi negli insegnamenti della facoltà di “Lettere e filosofia”, ciò comporta il nascere di due evidenti equivoci: il primo ingenera la convinzione che la storia sia in qualche modo meno importante delle due materie che, in questo caso, hanno l’esclusivo onore di comparire nella stessa definizione della facoltà; il secondo, che interessa più da vicino questa “invettiva”, presuppone che la storia sia in qualche modo una disciplina derivata dalla letteratura, piuttosto che una materia indipendente e più simile a una disciplina scientifica (con le debite differenze con le scienze propriamente dette, dalla chimica alla matematica), pur mantenendo, è chiaro, il suo spiccato carattere umanistico (mi viene da pensare che in certi aspetti la storia adotti metodi non molto dissimili dalle scienze giuridiche, ad esempio). Naturalmente un discorso analogo si può fare per la filosofia che avrebbe bisogno di ben altri corsi dedicati alla matematica e alle scienze naturali.
Il problema vero, almeno nelle università italiane, è che la maggior parte dei professori titolari di cattedre di materia storica provengono da corsi di laurea in lettere o in filosofia. Ciò può comportare, e spesso comporta, un approccio in sede di lezione e di esame del tutto “letterario” o “filosofico” e per nulla “storico-scientifico”, con evidenti carenze nei confronti della formazione di nuove leve di storici. Il problema, lo sai, ha radici lontane, nasce da epoche passate, quando la storia non aveva la dignità di disciplina indipendente e non godeva di grande considerazione in quanto tale, ma costituiva soprattutto una materia ancella della letteratura. Ma il Settecento e, soprattutto, l’Ottocento dei grandi storici, attraverso le sublimi affinazioni degli storici del secolo passato il cui apice degli Annales è orgoglio dell’intera comunità scientifica, hanno consentito alla vera Storia di emergere in piena luce in tutta la sua dignità di disciplina indipendente e la cui metodologia è sempre più codificata e rigorosa.
La mia proposta è semplice: dedicare alla storia una facoltà indipendente e consentire, nel tempo, di accedere all’insegnamento esclusivamente con il titolo di laurea in storia e non in altre discipline. Così sarà sempre meno probabile trovare un professore più attento allo stile e al linguaggio di un Erodoto (fatta salva l’indagine filologica propedeutica allo studio storico), piuttosto che alle dinamiche e ai temi che scaturiscono dalle vicende, ad esempio, del conflitto dei Greci con i Persiani.
Spero di non averti tediato, ti saluto con affetto, il tuo amico

Alessio

Comments

  23 Responses to “Emancipazione della storia dalle materie letterarie e filosofiche”

  1. Una Facoltà di Scienze storiche mi troverebbe d’accordo. Ma includerei comunque nelle letture dei laureandi molta letteratura:spesso il senso di un’epoca lo danno più i grandi scrittori che gli storici. Penso ad esempio a Guerra e pace.
    marina

  2. Carissimo Alessio, il problema che sollevi non è cosa di poca importanza e, come ben sai, condivido le tue perplessità. Occorre che la Storia, anche a mio avviso, si sleghi dalle altre materie, viaggi da sola, sia studiata indipendentemente. Ciò non significa non avere una buona infarinatura sia pure di letteratura, di filosofia, di geografia, di economia, di arte e via dicendo, significa solo che la Storia è adulta e pronta, oramai da tempo, ad assumere quel ruolo che i grandi storici del passato, iniziando da Bloch, Le Febvre, Le Roy Ladurie, Pirenne, solo per citarne alcuni, sono riusciti a dargli.

    Lascio lo spazio affinché anche gli altri possano intervenire con le loro opinioni.
    Un caro saluto.

  3. Sono pienamente d’accordo che storia sia scollegata dalle materie letterarie o filosofiche, perché degna di un suo ruolo autonomo e svincolato dalle possibili erosioni di ore, soprattutto a vantaggio dell’italiano, che necessita sempre di ore per il compito scritto.
    Tuttavia non riterrei fondamentale l’istituzione di una facoltà specifica, poiché il corso di laurea in questa materia è sufficiente per formare uno studente, che, peraltro, necessità anche di un bagaglio di conoscenze e competenze, che sia più approfondito e completo. Ormai, già la citata scuola francese, e non solo, ha dimostrato l’esigenza di una molteplicità di discipline, per riuscire a inquadrare un periodo storico.
    Comunque a scuola sarebbe proprio il caso di cambiare, com’è previsto negli altri sistemi scolastici. In tutti gli anni che insegno, ho potuto costatare come la storia sia sacrificata e considerata ancella delle altre materie, il che non fa che peggiorare il livello culturale degli alunni, che vivono sempre più il presente e non sanno confrontarsi con il passato.

  4. Concordo con Alessio Miglietta quando rileva che, ( ma dice anche che “non tutti gli insegnanti, ovviamente, cadono in questo errore…”) in vari casi, tra gli insegnanti universitari di storia esistono alcuni difetti nel “metodo” e nelle “capacità”. E queste carenze io noto oggi più che ieri , quando dovevo misurarmi con professori ormai scomparsi, dunque di una o due generazioni fa.
    Sono anch’io del parere che una formazione di storia ottenuta in un più vasto ambito, quale quello letterario o filosofico, abbia ingenerato un gravissimo equivoco, in base al quale o si cade nell’imperdonabile (dal mio punto di vista) errore di sottovalutazione dell”importanza della storia e del suo metodo di ricerca, che sia rigoroso e indipendente da condizionamenti di qualunque tipo, o, cosa ancor più grave, di “supporre che la storia sia in qualche modo una materia derivata dalla letteratura”. Tuttavia non riesco ad ipotizzare migliori destini per la storia soltanto svincolandola dai suoi legami con la letteratura e la filosofia, credo invece che la passione per la storia non possa né debba prescindere dall’interesse per gli aspetti letterario artistici come da quelli scientifico matematici in quanto facenti parte della storia stessa e che il metodo d’indagine più efficace per uno storico debba sposare il rigore scientifico con la capacità di approfondimento della conoscenza di tutte le manifestazioni dello spirito umano, per cui è inevitabile per lo storico una formazione letterario filosofica tanto quanto è indispensabile accentuarne il carattere scientifico. Per questo motivo farei attenzione a non eliminare un errore compiendo un altro errore. Farei attenzione piuttosto a non correre il rischio di accentuare quella frantumazione della cultura stessa , che il più delle volte ha generato non tanto l’auspicato fine di specializzazione e approfondimento di una materia quanto l’aver perduto di vista l’unità stessa della cultura. In questa direzione penso per esempio ad un Boccaccio, un Manzoni (i suoi versi sul “Vero” sono stati appena pubblicati sulla pagina di storia e storie), un Verga… un Ungaretti …uno Sciascia …. e moltissimi altri scrittori italiani e stranieri, le cui opere, oltre a fornire pregiati esempi di letteratura, sono indiscutibili fonti per ciò che riguarda la ricostruzione storica e testimonianze nel processo d’indagine delle situazioni umane.
    Io credo che ciò che nuoce allo storico non sia da rintracciare nella sua formazione umanistica quanto piuttosto nella sua cattiva formazione umanistica e coltivo la convinzione e l’esperienza che invece una vera educazione umanistica possa rendere più capace e competente lo storico. Il fatto è che non sempre la frequenza universitaria è garanzia di vera cultura e di formazione. Si apprendono molte cose ma non sempre si apprende il modo di saperle usare.
    Io inoltre credo che uno storico, durante le sue attività d’indagine, debba mantenersi libero e indipendente da qualunque ideologia politica o qualunque altro voglia condurlo anche a dispetto delle proprie intenzioni in un’ esposizione dei fatti che sacrifica l’imparzialità, senza nemmeno riuscire a dar voce alla propria lettura dei fatti narrati. Penso a Ugo Foscolo, che pur di non sacrificare la libertà del suo dire poetico asservendosi all’Austria, scelse il doloroso esilio e morì povero e dimenticato.
    Ed infine coltivo la convinzione che la scuola in tutti i suoi ordini di studio debba avere come scopo precipuo la formazione dell’uomo intero, per questo continuo a subire fortemente il fascino dell’umanesimo quando l’uomo sapeva cogliere l’unità degli ambiti conoscitivi tutti in egual misura importanti e utili alla sua formazione e all’attuazione del suo destino individuale.

  5. Grazie Alessio per l’invito su questo tema e a Rino per l’ospitalità.
    Nell’era in cui folate di vento di eliminazione mettono in pericolo geografia e storia dell’arte nella scuola, ben venga questa riflessione condivisa sulla formazione dei docenti di storia e sulla profondità dell’insegnamento della materia.
    Sarebbe molto interessante avere docenti formati e appassionati come prospetti tu e con possibilità di usare anche la rete e i blog come questo per rendere più agevole e visivo l’apprendimento.
    Ricordo che a scuola la storia è sempre stata “stretta” nelle ore dedicate e mortificata dal senso di oppressione dovuto alla focalizzazione più alle date e agli avvenimenti che alla lettura critica degli stessi.
    Un ricordo positivo è costituito dal mio insegnante di lettere e storia che accompgnava l’insegnamento delle sue materie facendoci soffermare e facendoci riconoscere i periodi storici, letterari ed artistici che si svolgevano nello stesso periodo.
    A voi altre riflessioni sull’ambito tecnico-formativo universitario di cui non sono sufficiente conoscitrice per essere realisticamente propositiva.
    Silvia

  6. Poni un problema non da nulla, anzi “il” problema. All’istante, solo leggendo il titolo che dai a questo pagina che potrebbe diventare un forum, il pensiero mi è andato a Jacob Burckhardt e alla II inattuale di Nietzsche, “Sull’utilità e il danno della Storia”, ma leggendo la lettera che hai scritto a Rino ho percepito che il problema si dilata a dismisura. Rifletterò su ciò che proponi, anche perché attinente ai miei studi attuali, sebbene trattino di geometria, che non riesco a risolvere proprio perché incrociano il tuo quesito. Qui ti accenno soltanto ad un punto della tua proposta che mi lascia perplesso: la storia disciplina indipendente, tu dici, come può essere lo studio della filosofia o della geometria quando si studiano dal loro interno. D’accordo, in un certo senso è necessario, la Geometria, come ogni altra disciplina, va studiata all’interno del suo linguaggio, del suo campo semantico e sintattico, secondo i suo principi. Ma non hai pensato che così agendo non si fa che accentuare quella separazione dei saperi, altrimenti detta “specializzazione”, che è una delle cause della decadenza, se non del nichilismo, della “cultura” a grammatichetta, come diceva già Seneca, dopo di lui Sinesio, e, a questi contemporaneo, Marziano Capella ne “Le nozze di Filologia e Mercurio”?
    Proprio da qui ripartì Nietzsche, nelle Conferenze di Basilea, opponenosi agli studi filologici degli storici che facevano scadere la Storia a storicismo, mascherati dall’ideologia positivista prima e pragmatista oggi, che parlano in nome di “fatti puri”, appellandosi all’incontestabilità del documento o sul “fatto” derivato da una testimonianza, come diceva Erodoto. Ma sei sicuro che Erodoto non passava dal filtro ideologico le sue “interviste”?
    Non so se ho corso troppo o se addirittura sono uscito fuori tema. Dimmi tu. In ogni caso tornerò sull’argomento!
    Ciao

  7. Ciao Rino e ciao Alessio,

    la questione non è di poco conto e mi trova d’accordo con te visto che ho sempre pensato anch’io che l’insegnamento della storia, nelle scuole superiori almeno, servisse solo da appoggio per le altre materie (italiano, latino, filosofia) e questo sfocia inevitabilmente in un insegnamento sincopato di questa materia: il blocco mesopotamico, quello greco, quello romano, su su fino a Napoleone e alla NATO, senza collegamenti, come se la storia dell’uomo fosse costituita da fissità e non da mutazione, come se l’insegnamento della storia fosse solo funzionale alle altre storie (letteraria, filosofica, scientifica), per questo si studiano i Medici per spiegare Machiavelli, Napoleone per Manzoni, la prima guerra mondiale per Ungaretti.
    Al liceo ci dicevano che non dovevamo ragionare per “compartimenti stagni” (senza peraltro spiegarci cosa fossero) ma il vero problema era che in questo modo ci veniva insegnato (parlo degli anni ’90, non so come sia adesso), senza una vera collaborazione tra professori e discipline… non so, io l’ho trovato deleterio, la vera rivelazione l’ho avuta all’università con una professoressa illuminata.
    Ho parlato di insegnamento superiore (della mia esperienza) perché non ho idea di come venga trattata questa disciplina in ambito universitario… spero in modo differente.
    Forse sono fuori tema ma l’argomento infervora e ho cercato di mantenere una pacatezza consona a questo luogo di cultura…. non è facile.
    Ciao

  8. Da storica ritengo che,contrariamente ad un pensiero comune,sia l’inverso.La storia utilizza la letteratura per codificare eventi ,ma è completamente svincolata dagli specifici delle materie umanistiche-letterarie.In quanto memoria di fenomeni ed interpretazioni di essi,come dice Khun,è scienza nell’accezione più completa del termine.Vero è ,però ,che molti letterati usano la storia e la sua fenomenologia per dare contenuti alla loro creatività,.

  9. Amando svisceratamente la storia non posso che essere d’accordo con te. Tra l’altro, se si va direttamente alla fonte, leggendo classici come Svetonio (Vite dei dodici Cesari), Plutarco (Vite parallele) Senofonte (Anabasi), ecc. ci si accorge di trovarsi davanti a materiale vivo, ben scritto, per niente noioso.
    Aggiungo che io questi testi (e altri che non sto a menzionare) li ho letti da adulta e millanni dopo che avevo finito il liceo. Io non ho fatto l’università, ma mi sembra ovvio che in un liceo non sia possibile mescolare colossi come Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, a uno studio più serio della storia. Si spizzicava, non si capiva nulla, e si finiva per odiare il tutto.
    Pongo un problema: quasi ogni materia avrebbe bisogno di un insegnamento a parte. Io per esempio rimpiango di non aver mai studiato filosofia (al Liceo Artistico non si faceva) ma – chissà perchè – si faceva chimica (al giorno d’oggi i colori non si macinano più ma li si trova comodamente in mesticheria). Non so come vada la scuola attualmente, ma non sarebbe meglio suddividere le discipline per campi di apprendimento e scartare quelle che non servono alla preparazione finale? Dico una bestialità?

  10. Ho letto con piacere la lettera di Alessio e ringrzio Rino per avermela segnalata. Una lettera che mi trova d’accordo, ma non pienamente.
    Pienamente d’accordo sul fatto che:
    -la storia debba avere una sua peculiarità, un suo approccio precipuo, una sua specificità di relazione alla realtà, pena la perdita di identità e dignità;
    -gli insegnanti debbano essere non solo preparati ma abili guide del metodo storico (che non è sciorinare date o fare una linea del tempo);
    -la storia sia insegnata in modo noioso e pedissequo (io imparata ad amarla a fine università, terminati i prof che mi obbligavano ad inutili sforzi mnemonici e poco a ragionare).

    Non sono d’accordo sul fatto che la storia debba essere scissa o emancipata dalle lettere o da altre materie. Il mio parere, stante ben fisse le idee appena espresse, è esattamente opposta: più la storia si permea, si fonde alla letteratura, all’arte, alla musica, all’attualità, più essa si manifesta per quello che è, cioè il collante tra tutti i saperi, la dimensione diacronica e sincronica che dà spessore alla quotidianità. Piuttosto che una facoltà slegata, scissa (e non parlo ovviamente dell’edificio), mi piacerebbe invece che ci fosse un continuum, un’osmosi continua tra i vari saperi, laddove la storia garantirebbe l’approccio “scientifico” (ma non nel senso tucidideo, bensì di specificità) e conoscitivo ad altri saperi di tipo espressivo (letteratura, arte e musica). Insomma, più la storia è legata, più assume e dona SENSO: storia come genesi e completamento.

    Quello che non ci deve essere, e qui torno ad essere d’accordo con Alessio, è la gerarchia tra i saperi: la subalternità come si potrebbe infatti giustificare? secondo quali criteri si potrebbe dire che tal sapere è più dignitoso di altri? Quali implicazioni di pensiero (pericolose a mio avviso) potrebbero nascondersi dietro una hit parade dei saperi?
    Concludendo, ben venga un approccio specifico alla e della storia, ma che ciò non comporti un isolamento della storia, che ne tradirebbe natura e missione.
    Erodoto e Tucidide li lascerei…alla storia ;-)

    Grazie Alessio e Rino per queste riflessioni.

  11. Vi ringrazio per le preziose considerazioni e provo a spiegarmi meglio rispondendo a tutti voi, con la speranza di non risultare troppo veemente nelle mie confutazioni, in caso contrario mi scuso sin da subito:

    Marina: assolutamente d’accordo nell’inserire molta letteratura nelle letture dei laureandi, ma non sul fatto che spesso gli scrittori diano il senso di un’epoca più degli storici. Più precisamente direi che i buoni scrittori sono senz’altro meno indicati dei buoni storici a dare il senso di un’epoca, perché dei primi ha valore soprattutto il punto di vista assolutamente personale, e consapevole, che deve avere una vera opera d’arte (che è vero poi può coincidere con la mentalità e il contesto in cui opera, ma, appunto, appartiene al suo tempo e quindi è inevitabilmente parziale), dei secondi ha valore la capacità di estraniarsi e cercare di eliminare i condizionamenti della società che lo circonda (cosa che riesce sempre con grande difficoltà e mai pienamente, come dice Angelo e come spero di aver comunicato in passato nelle mie quattro vite di storici presenti in questo blog).
    Quindi, secondo me, se trattiamo la letteratura come fonte storica, percorriamo la strada giusta, se, al contrario, la trattiamo come ricostruzione della storia cadiamo in un tranello che ci porta a conclusioni fuorvianti. (Haskell dice precisamente questo quando si riferisce alle arti figurative, ma penso che il discorso sia valido anche per la letteratura).
    Siamo sicuri che Guerra e Pace ci restituisca un’interpretazione del tutto attendibile, o comunque più attendibile ad esempio del lavoro di Raeff, dei rapporti tra Francia Napoleonica e Russia zarista di inizio Ottocento e della campagna militare del 1812?

    Rino: hai ragione e su questo punto voglio essere chiaro: come tu dici non è in contraddizione con ciò che ho scritto sostenere che occorre avere una infarinatura (e anche di più) nelle altre discipline, è assolutamente imprescindibile. Ma mi voglio augurare, seguendo le orme dei Nostri, che ogni buon storico che debba affrontare (e deve affrontare), ad esempio, una questione inerente l’antropologia si rivolga ad un antropologo, piuttosto che fare da sé e male. Lo storico deve sconfinare nell’altrui campo, perché la miopia della specializzazione ha dimostrato in questi anni portare a risultati limitati e non soddisfacenti, ma solo se ne ha la competenza, altrimenti è meglio che deleghi. In un corso di laurea non si può pretendere di impartire lezioni su tutto lo scibile umano, semmai è possibile arrivare ad una discreta conoscenza generale attraverso uno studio che dura una vita e che inevitabilmente va al di là della formazione scolastico/accademica. Per questo ho accennato ad una similitudine con le scienze giuridiche: lo storico potrebbe comportarsi come il giudice, ovvero come un peritus peritorum che ascolta i contributi di altre discipline e le utilizza per trarne conclusioni.

    Stefania: a dire il vero non mi riferivo alle scuole superiori di cui, onestamente, non credo di avere alcuna competenza. Non sono d’accordo sul fatto che l’attuale corso di storia in questa materia sia sufficiente per formare gli studenti, la cui stragrande maggioranza esce senza aver compreso nulla del metodo storico ed è totalmente incapace di intraprendere un qualsivoglia progetto di ricerca. Per quanto riguarda “il bagaglio di conoscenze” non vedo come tale bagaglio non possa essere offerto da una facoltà specifica che, come tutte le altre facoltà, può prevedere esami eterodisciplinari per meglio completare la preparazione. Per la scuola francese rimando alla mia risposta a Rino di qui sopra.
    Concordo con l’ultima parte del tuo commento e credo che una delle soluzioni migliori sia proprio quella che propongo in questa lettera. Se ci sono proposte differenti sono lietissimo di poterne discutere insieme.

    Lia: il problema che pongo si riferisce ad un altro livello di astrazione. A preoccuparmi è la competenza del professore e il suo modo di proporre la materia, non il fatto che si possano approfondire questioni legate alla letteratura, o all’arte, o all’antropologia, o alla geografia etc. Un conto, come tra l’altro dici tu poco dopo, è la fonte storica, un conto la metodologia. E’ il metodo che manca a questi insegnanti, non la conoscenza di una materia piuttosto che di un’altra. E’ il metodo il punto cruciale. Molti professori sono incapaci di applicare un metodo storico codificato e trasmettono questo atteggiamento agli studenti, perché provengono da un corso (quello di lettere ad esempio) che non si occupa di questo aspetto. E uno degli esempi, secondo me, sta proprio nella comune (lo si vede anche in questi commenti) confusione tra fonti e ricostruzioni.
    Sulla questione dell’unità della cultura sono assolutamente e profondamente d’accordo. In parte minima ne ho accennato anche qui (oltre che molte volte in altre occasioni) quando ho auspicato più materie matematiche e scientifiche nel corso di filosofia e non credo che ciò sia in contraddizione con la proposta di una facoltà indipendente.
    Sulla questione che apri riguardo le ideologie politiche ti rimando, se avrai la pazienza di leggermi ancora, alla terza lettera aperta che ho indirizzato a Rino.

    Silvia: siamo sulla stessa lunghezza d’onda, mi fa piacere che qualcuno conservi un buon ricordo dei propri professori, perché ce ne sono tanti che meritano grande considerazione. Un caro saluto e grazie per l’aiuto su fb.

    Angelo: come ho scritto anche sopra nelle altre risposte, assolutamente e profondamente d’accordo sulle cause dell’attuale decadenza da imputare anche alla eccessiva specializzazione, poi tu un poco mi conosci attraverso blog e fb (e lo stesso vale per me nei tuoi confronti) e sai che auspico una cultura che abbracci l’universale piuttosto che il particolare, ed è vero che entrambi sconfiniamo assai spesso in altre discipline (per fortuna!). Teniamo solo presente (tanto per caricarci di qualche dubbio in più :-) ) che nel Seicento, quando cominciò la lenta estinzione degli eruditi di origine rinascimentale che non riuscivano più ad abbracciare tutto lo scibile in maniera produttiva a favore degli “specialisti”, qualche risultato lo si è ottenuto. Probabilmente è una questione di come gestire il processo, ma forse ci allontaniamo troppo dal tema.
    Non credo che la mia proposta però possa contribuire ad esacerbare la già troppa specializzazione, ma avrebbe solo lo scopo di emancipare una materia che da secoli e secoli si confonde con le materie letterarie e filosofiche. Facendo un esempio, io preferirei sostenere un esame di filosofia, inserito nel mio piano di studi, con un filosofo piuttosto che con un laureato in lettere: questo è il vero punto che mi interessa. Se poi quel professore filosofo mi consiglia l’ascolto della musica di Wagner per capire meglio il punto di vista di Nietzsche sulla musica, molto meglio ancora, ma vorrei partire dal baricentro giusto, cioè da chi può avere la possibilità di spaziare in altre discipline, e chi può fare ciò secondo me è solo chi parte dal punto giusto, cioè da quello di una visione (e metodologia) del filosofo piuttosto che da quella di un critico di letteratura italiana. Spero, conseguentemente, di affrontare un esame su Leopardi con un critico di letteratura italiana che magari mi consiglia di studiare anche il contesto storico e sociale di Recanati o di Pisa o di Napoli, ma sempre dal punto di vista giusto, che in questo caso è quello di uno studioso di letteratura. Spero di essermi spiegato :-)
    Sull’ultimo punto hai ovviamente assoluta ragione, ho affrontato il problema nelle quattro vite di storici delle quali so che hai letto qualche parte. In questo caso si può cercare di tendere verso l’obiettività, consci che raggiungerla è impossibile (come un limite in analisi matematica che tende all’infinito). Sì, lo so, l’ho citato mille volte, ma tant’è mi scappa sempre: “Vita magistra historiae”. Lasciamo i fatti puri a chi crede, e vuol far credere, che la Verità sia a portata di mano e, casualmente, aderente alla propria ideologia: noi viviamo inesorabilmente nell’incertezza perché il nostro obiettivo è la ricerca, anzi direi il nostro quotidiano è la ricerca, e sappiamo bene per esperienza personale quanto è frequente trovare diverse soluzioni alle nostre istanze e quanto sia utile e giusto mutare opinione a seconda del contesto e delle informazioni a cui accediamo ogni giorno. Solo gli ignoranti sono certi di aver raggiunto la Verità, perché non sono avvezzi al ricercare. Ma semmai ci ritorniamo. Un caro saluto.
    Ah! Dimenticavo: certo che sì: Erodoto passava eccome dal filtro ideologico ed è mia intenzione dedicarvi uno dei miei dodici articoli sugli storici e il loro contesto culturale-sociologico.

    Grazie ancora a tutti

    p.s. Chiedo venia a chi ha commentato dopo Angelo, ma vedo solo ora gli interventi, mi prendo qualche ora di tempo per riflettere sulle nuove considerazioni.

  12. due veloci post scriptum:

    1) il testo del commento aveva tutta una formattazione fatta di corsivi e grassetti che avevano una funzione precisa nel testo ma nel copia/incolla sono spariti, spero che non crei ulteriore confusione oltre a quella già da me causata

    2) essendo praticamente unanimi le critiche su universalità/particolarismo della cultura che io non volevo affatto inserire nella mia lettera è evidente che il disguido nasce da una errata esposizione del mio pensiero. Vi ringrazio per avermelo fatto capire, cercherò di rimediare con una stesura della stessa più intelligibile.

  13. Sono d’accordo con Alessio Miglietta: la storia è una disciplina con uno statuto proprio, necessita di una propria autonomia, anche se come altre discipline si avvale nella ricerca, di apporti necessari da altri “settori” :l’archeologia e la geografia, solo per citare i due ambiti più rilevanti.
    Il problema evidenziato credo si rifletta in tutti i settori scolastici: l’importanza della conoscenza storica ed anche del suo metodo sono spesso sottovalutati sia nella formazione dei docenti, sia nell’organizzazione scolastica. Mi occupo di didattica della storia e mi trovo spesso ad affrontare problemi di tempo, di curricolo e di “prevaricazione” in sostanza di altre discipline considerate più importanti.
    Questo senza nulla togliere all’importanza della letteratura. E mi ritrovo nel parere di Lia, l’opera letteraria è un frutto del suo tempo e può essere un aiuto efficace nella rappresentazione del passato. Può anche essere trattata come “fonte storica”, produrre informazioni e dialogare con altre fonti.

  14. Maria Vittoria: questione importante questa dei “compartimenti stagni”, che meriterebbe un post apposito: quando per semplificare le cose si finisce per confonderle, dando idee preconcette che rendono ancora più difficile l’apprendimento. Mi fa piacere che ci sia condivisione di opinioni, a presto.

    Susanna: eh, proprio per quello che ho scritto questa lettera: perché pur essendo come dici, l’università italiana non se n’è accorta e continua a ritenere la Storia materia subordinata alla letteratura, altrimenti le cose non starebbero come stanno.

    Bianca Maria Rizzoli: non so, io forse abbraccerei più materie possibile, ma ti confesso che la scuola superiore è un argomento di cui non credo di avere sufficiente competenza.

    Cristina Galizia: sui punti in cui non sei d’accordo credo di aver già risposto nel commento di sopra, comunque ribadisco: non volevo assolutamente sostenere che la storia debba essere scissa da altre materie, semmai “emancipata” ovvero resa indipendente e soprattutto non subordinata, che è differente. Ribadisco anche che non esiste per fortuna nessun corso di laurea che non preveda abbondanti esami eterodisciplinari, cosa che accadrebbe anche in una facoltà di storia.

    Emilia Peatini: ultima ma non ultima :). Grazie, mi fa molto piacere, al di là del fatto che mi tu mi dia ragione o torto, che tu abbia compreso il senso di quello che ho scritto.

  15. Aggiungo anche il commento di Ibridamenti postato solo su facebook:

    “io non sono d’accordo :-) ma per il semplice fatto che penso che irrigidire ancora di più le discipline serva solo a creare nuove barriere. Io credo invece che il futuro sia nell’apertura dei saperi e delle loro interazioni. Tema interessante, in ogni caso :-)

    il contenuto più o meno rispecchia quello di molti altri commenti, quindi la risposta si trova già negli altri miei interventi.

  16. A questo punto mi sembra doveroso, da parte mia, ringraziare tutti, sia coloro che sono intervenuti con un commento, sia coloro che hanno letto e magari ragionato in silenzio.
    Mi preme sottolineare un punto che sembrerà di poco conto, ma che a mio avviso è alla base di una buona coscienza storica: siamo tutti consapevoli dell’importanza della Storia, materia senza la quale non si può comprendere il presente, giacché il passato è l’ombra indelebile del nostro agire quotidiano. «Chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo», affermava il Santayana.
    La lettera aperta di Alessio sicuramente avrà dischiuso una porta che ha bisogno di lubrificare i cardini, avrà messo, come si suole dire, la pulce nell’orecchio di qualcuno, avrà, sicuramente, sollevato qualche perplessità.
    E forse lo scopo era – anche ma non solo – quello di spingere la riflessione su un tema che usualmente non viene trattato.

    Saranno sempre benvenuti ulteriori commenti e approfondimenti.
    Ancora, un sincero grazie a tutti.

  17. Caro Gaspare,grazie per avermi invitato.Ho letto con attenzione ogni commento e da “simpatizzante”posso solo esprimere una centesima parte delle dissertazioni avvenute qui,nè mi sento all’altezza di farlo.Sono una persona che vede la vita in modo semplice,passato e presente e futuro,però penso che la storia sia stata legata per troppo tempo al carro di discipline nobilissime ma dominanti.è ovvio che uno storico debba sapere di letteratura come il letterato saprà la storia,ma forse è giunto il tempo che la storia cammini con le sue lunghe,flessuose,splendide gambe,..sicuramente non ha nessun bisogno di essere sostenuta da stampelle che le impediscono di librarsi in volo, di affrancarsi e affermare finalmente la sua grandezza!

  18. Lancio una provocazione: che ne direste, tutti, di discutere sul fatto che oggi gran parte della saggistica riguardante la storia (sic) è scritta da giornalisti? Quando persino un umanista come Luca Canali ha definito insigne storico e “giornalista di rango” un certo Pierluigi Battista? E quanto detto va a sostegno della tesi di Alessio, anche se, ovvio, generalizzare non si deve!
    Copio e incollo un articolo di Canali, apparso su Liberazione il 31 gennaio 2010. Se questo è il livello, se in questo vuoto a perdere si cita a vanvera e Tacito e Petronio e Marziale… Giudicate voi!

    PS. Gradirei, infine, qualora lo reputaste necessario, per me lo è, spiegarmi cosa significa essere uno “storico moralista”, la definizine è di Canali. Grazie

    Luca Canali
    (da Liberazione del 31 gennaio 2010)

    La storia di ogni tempo insegna che tutti i potenti finiscono per circondarsi di “cortigiani”. Ciò perché ogni “principe” ha bisogno di faccendieri che lo aiutino a sbrigare le incombenze oscure dell’esercizio del loro potere. Ma soprattutto i “principi” amano avere nel loro corteggio poeti, intellettuali, artisti, ideologi, che diano loro lustro e ne rafforzino il potere.
    Su questo argomento s’intrattiene Pierluigi Battista, giornalista di rango e storiografo di vocazione moralistica, nel suo recentissimo libro ( I conformisti , Rizzoli 2010, pp. 221, euro 18,00), ricordando decine di recenti episodi di cortigiani che, trasformatisi in ex o post, passando con disinvoltura da un partito all’altro, rivelano la loro natura “conformista” rispetto alla politica di ogni nuovo padrone. Ed è in parte condivisibile la sua ammirazione per gli “eroi”, la cui coerenza sfocia quasi sempre nella solitudine, e talora nella loro persecuzione.

    Il titolo del libro di Battista, ha questo sottotitolo “L’estinzione degli intellettuali italiani”, forse non del tutto esatto: intellettuali ce ne sono ancora, forse ne è scemata la qualità. Allora cerchiamo di sintetizzare le probabili cause: il crollo di tutte le ideologie; l’invasione di tecniche elettroniche semplificanti, quindi apparentemente utili e persino divertenti, ma che riducono o addirittura atrofizzano lo spazio riflessivo e creativo della mente umana; il dilagare di un’informazione mediatica martellante, compiaciuta, e pruriginosa anche nei suoi risvolti criminali in connivenza con un’estesa editoria thrilling e vampiresca; una pervasiva e violenta pubblicità frastornante, spesso erotizzata fino a raggiungere il ridicolo del cattivo gusto; infine l’onnipresenza di una televisione di mediocre e a volte triviale intrattenimento; ma forse soprattutto la progressiva decadenza di una classe dirigente sempre meno attrezzata culturalmente: insomma una sorta di “basso impero” che non poteva certo produrre forti talenti artistici e filosofici, a meno che per una favorevole congiunzione degli astri, non fossero spuntati all’orizzonte personaggi simili a quelli del “basso impero” latino, per fare qualche nome, un Petronio, un Marziale, un Tacito: Petronio Arbitro, un aristocratico assolutamente privo di illusioni, ma capace d’una raffinata ironia, e d’una genialità linguistica che riescono a sollevare a dignità d’arte i liberti, protagonisti d’una vicenda che sciorina tutti gli stracci, ma anche le fittizie corone d’alloro della loro vittoria di classe, e persino una rozza filosofia esistenziale sulla inevitabilità della morte; Valerio Marziale, un perfido e un po’ ruffiano epigrammista ispanico che scrive, anche su commissione, versi beffardi con il “veleno sulla coda”; Cornelio Tacito, uno storico eccelso, complice tuttavia amarissimo d’un dispotico potere imperiale, che egli disprezza, ricordando con rimpianto la repubblica, ma insieme dissentendo dalla opposizione antimperiale aperta e velleitaria messa in atto dai filosofi “martiri” di una libertà che in realtà nell’antica Roma non era mai esistita. Ma come possono nascere nell’Italia odierna personaggi come questi, quando in essa vengono messe in discussione la storia stessa della sua unità e la limpidezza espressiva della sua lingua?

    In tale quadro, “l’estinzione” degli intellettuali italiani è anche frutto di un’interdipendenza fra potere centrale e schiere di “cortigiani” (“conformisti”, appunto), che da esso vengono arruolati e vezzeggiati, ma finiscono per imprimere il suggello della loro capacità metamorfica e del loro culto del personale interesse.
    Come opporsi a tutto ciò? Sarebbe forse necessaria un’opposizione intellettualmente e culturalmente energica, non dall’esterno ma dall’interno del sistema, così da coinvolgere le coscienze assopite o ipnotizzate, e da estirpare i gangli più segreti di ogni tipo di malgoverno, risuscitando così le energie dei ceti e delle classi più strettamente legati al duro lavoro quotidiano, e di quanti sentono il dovere di pensare al futuro dei propri figli, dei quali oggi così incerta è la sorte che stiamo loro preparando.

  19. Angelo: ti confesso che è un argomento che tratteremo nei prossimi giorni, magari generalizzando un po’ e affrontando il problema della comunicazione storica, di quella comunicazione spesso e volentieri proposta con frasi fatte o con parole che, alla fin fine, non dicono nulla, prodotto di personaggi che più che comunicare e divulgare i fatti vogliono presentare la loro magniloquenza. Ti invito pertanto a pazientare qualche giorno, l’argomento è davvero interessante. Grazie per la tua presenza. Un caro saluto.

    (P.s.: cerco di non uscire fuori tema.)

  20. Grazie Rino. Porterò pazienza, e aspetterò a tal punto che potrei fare compagnia a Vladimiro e ad Estragone!
    Un caro saluto a te

  21. Angelo: e allora ti accompagno, stavolta sono sicuro Godot verrà :-)
    P.s.: però, sicuro dobbiamo aspettare sotto questo albero? :-)

  22. Rino, l’albero non è necessario. Lo possiamo sostiture, se occorre qualcosa che segni comunque il tempo, nozione fondamentale se dobbiamo parlare di Storia, con un orologio solare, strumento tra l’altro che si presta ad una concezione lineare o circolare di kronos. Non so poi se l’amico Alessio intende il tempo come kronos o come kairos :-)

  23. Carissimo Angelo, come già detto da Rino, il tema sarà affrontato nella terza lettera aperta che dovrebbe uscire tra qualche settimana.

    Comunque quanto hai ragione!

    A presto

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